Massimiliano Zegna

Moscatelli: riflessioni sulla Resistenza



"Tutta la Valsesia è libera, pazza di gioia. Noi attacchiamo ora Borgomanero e punteremo su Novara. Arrivederci a Milano".
Questo fonogramma del 26 aprile 1945, inviato da Cino Moscatelli a Pietro Secchia, pubblicato da "l'Unità" e riportato da Paolo Spriano nella sua "Storia del Partito Comunista Italiano", fu il pretesto per la mia prima e unica domanda rivolta nell'aprile del 1981 al leggendario Cino.
In quell'anno ero direttore di "Baita" e corrispondente de "l'Unità" e insieme a Luigi Spina, redattore di "Baita", mi recai nella sede dell'Istituto per la storia della Resistenza a Borgosesia, in quanto si era deciso di dedicare parte dello "Speciale Resistenza" ad uno dei personaggi più famosi di quello straordinario periodo, Vincenzo Moscatelli detto "Cino". Ero emozionatissimo perché sapevo di trovarmi di fronte all'uomo della foto storica della sfilata della Liberazione di Milano: Moscatelli era in prima fila con i principali protagonisti della Resistenza. Di fronte a noi vi era quella leggendaria "Primula rossa" che il nemico non era mai riuscito né a scovare né a raggiungere. Quando qualcuno diceva che Moscatelli era in una località, sicuramente si trovava al capo opposto.
La domanda sul fonogramma conteneva un'azzardata antistorica forzatura: se tu dovessi riscrivere oggi quel messaggio che cosa diresti? - chiesi a Moscatelli, trentasei anni dopo. Se dovessi rifare oggi l'intervista eviterei sicuramente una domanda del genere. Eppure quella domanda fu il pretesto per una lunga cavalcata di Moscatelli fra storia e attualità, tra ricordi e vicende recenti. Emerge un Moscatelli profondamente umano (i comunisti devono essere innanzitutto dei sentimentali, dice ad un certo punto dell'intervista) ed è una testimonianza importante in quanto avviene pochi mesi prima di due avvenimenti storici: il primo è la consegna, il 4 ottobre 1981, da parte del presidente Sandro Pertini, della medaglia d'oro a Biella e al Biellese per i meriti acquisiti durante la guerra di Liberazione. Moscatelli è gravemente ammalato e purtroppo non può essere presente nel momento solenne. Pertini, dopo il pranzo al Santuario di Oropa, ha uno dei suoi momenti di decisionismo rimasti famosi: "Voglio andare a trovare il mio amico Cino". Detto e fatto. Le auto del corteo presidenziale sono in marcia, le forze dell'ordine devono organizzare in tempi da record tutte le necessarie misure di sicurezza per raggiungere Borgosesia in modo rapido. E pensare che per organizzare la venuta di Pertini a Biella sono stati impiegati mesi di preparativi!
Il popolare presidente giunge nell'abitazione di Cino, dove ad attenderlo, oltre alle figlie Carla e Nadia, si trova un altro leggendario comandante partigiano, Elvo Tempia "Gim". Non passano molte settimane (ecco il secondo avvenimento storico) e il presidente Pertini ritorna a Borgosesia per l'ultima volta. Cino Moscatelli muore, infatti, il 31 ottobre e i suoi funerali si svolgono con una semplicità e solennità difficilmente eguagliabili. Oltre al capo dello stato vi è un altro personaggio ormai entrato nella storia: Enrico Berlinguer, segretario nazionale del Partito comunista italiano. E poi tanti partigiani, tanta gente semplice, la gente che Moscatelli amava.
Forse Borgosesia si è mostrata un po' stupita di un funerale così solenne. Certo tutti sapevano chi era Moscatelli e conoscevano le sue gesta, ma, come succede spesso, chi è di casa è abituato a vedere una persona tutti i giorni e a non cogliere più la grande portata del personaggio. E così la testimonianza raccolta da me e da Luigi Spina diventa l'ultima intervista. In piccola parte l'avevo utilizzata per "Baita" e "l'Unità", ma la gran parte è rimasta inedita. Oggi mi son deciso a riprendere in mano il materiale ed ho cercato di trascriverlo in modo fedele; sono solo intervenuto per intercalare la testimonianza con frasi che meglio potessero "tradurre" il linguaggio parlato in quello scritto. Con ciò ho voluto rendere omaggio ad un uomo dinamico, coraggioso, sensibile.
Prima di iniziare l'intervista Moscatelli ci fece leggere un suo articolo per "l'impegno", la nuova rivista dell'Istituto. Ne parlò con visibile soddisfazione dimostrando che tutto quello che si fa bisogna compierlo con entusiasmo, serietà e spontaneità: "questa rivista non parte già in modo prefigurato. Non sappiamo ancora come sarà ma sentiamo l'esigenza di avere, fra i tanti, anche questo strumento nella nostra provincia, che serva non tanto a ricordare ma a riaffermare un impegno preso trentasei anni fa. Allora ci siamo trovati in montagna, chi per scelta, perché sapeva quel che voleva fare, chi per necessità. Ci siamo trovati in quattro, in cinque, in dieci. Cominciammo a parlare di nuclei, di squadre, di distaccamento e così via. Così deve essere la rivista, una cosa che viene fatta non seguendo determinati canoni che devono essere rispettati in modo assoluto. No. Essa deve nascere e crescere come è nata e cresciuta la Resistenza".


26 aprile 1945: Moscatelli invia un fonogramma di cinque righe:
"Tutta la Valsesia è libera, pazza di gioia. Noi attacchiamo ora Borgomanero e punteremo su Novara. Arrivederci a Milano". Questo fonogramma, pubblicato su "l'Unità", è riportato nel libro di Paolo Spriano "Storia del Partito Comunista Italiano". Chiediamo a Moscatelli come avrebbe formulato questo messaggio se l'avesse scritto all'epoca del nostro colloquio.


Non avrei certo fatto un messaggio così esaltante e così retorico. Allora era veramente così. Allora eravamo impazziti dalla gioia. Prima di tutto perché si poneva termine ad un periodo tremendo, un periodo di guerra, di lutti, di rovine, di sacrifici. Secondo perché si realizzava quella che era sempre stata la nostra speranza, cioè la vittoria contro un esercito considerato invincibile. Pensiamo, ad esempio, a quando si leggeva sui giornali che l'esercito, le truppe naziste erano alle porte di Mosca, assediavano Leningrado, assediavano Stalingrado. Allora non era facile essere ottimisti, per cui, tenendo conto di tutto quanto succedeva nel mondo (disastri, lutti, rovine), vi era la giustificazione anche di quella esaltazione, di quella retorica. Mi chiedi ancora perché? Perché, alla fin fine, eravamo partiti in cinque o sei, avevamo una pistola e due bombe a mano e contro di noi c'era in Europa quell'esercito potente e imbattibile che era quello tedesco. Innanzitutto volevamo la pace; volevamo farla finita con un mondo di ingiustizie, farla finita con la prepotenza, farla finita con la mancanza di libertà, perché allora il vero senso di libertà lo potevano conoscere solo le persone di una certa età che l'avevano appena intravisto dopo la fine della prima guerra mondiale. Era un certo senso di libertà nato sull'ondata del movimento operaio, popolare, della rivoluzione russa. Ma per chi era cresciuto sotto il fascismo, il senso di libertà non era così avvertito, così come lo avvertivamo noi, e vi era quasi il dubbio che la libertà esistesse davvero. Mi spiego con un esempio. Nel film "Tiro al piccione" di Giuliano Montaldo, il famoso attore spagnolo Francisco Rabal, che interpreta il ruolo di un repubblichino, diceva ad un altro repubblichino più giovane: "Eppure, guarda che la libertà esiste!"

Moscatelli ricorda che i partigiani rappresentavano per l'80 per cento le nuove e nuovissime generazioni (dai quattordici ai vent'anni).

Nelle mie formazioni il partigiano più giovane che ho conosciuto si chiamava "Farfallino" e aveva undici anni ed ha avuto il riconoscimento di partigiano perché a undici anni aveva già fatto dieci mesi di internamento, dopo essere stato preso e catturato.
Questi giovanissimi non sapevano che cosa era il gusto della libertà e la gioia del giorno della Liberazione nasceva dal fatto di vedersi, così di colpo, via i fascisti, via i tedeschi, sparire tutta quella cappa di piombo, quell'ambiente di pericoli, quel qualcosa che gli impediva di sentirsi veramente vivi. Ecco perché vi è stato realmente quell'impazzire collettivo: gli anziani per quello che avevano sofferto e i giovani per quella che era la loro speranza.

Negli occhi di Moscatelli si avverte ancora la gioia di quei momenti che aveva vissuto da protagonista.

Se si vanno a guardare le fotografie dei giorni della Liberazione, nei volti si legge questo impazzimento generale: tutti piangono di gioia ed è la verità e bisognava provare quanto toccasse i sentimenti quel meraviglioso momento. Oggi si fa tanta meraviglia perché i comunisti parlano dei sentimenti. Io direi che un comunista, prima di essere tale, è un sentimentale, intendendo per sentimentale chi è sensibile ai problemi, alle cose; le avverte, le vive. Oggi si parla di amore e di solidarietà: gli atti di solidarietà già esistevano alle origini del movimento operaio e popolare con il sorgere, ad esempio, delle società di mutuo soccorso, i nomi stessi che si davano a tali società lo dimostrano.

Ritornando ai giorni della Resistenza Moscatelli ricorda che la politica non era una "cosa istituzionalizzata" ma un qualcosa che si faceva a seconda della possibilità, dell'opportunità, del caso. E parlare di politica significava parlare di libertà.

Il senso concreto della libertà si aveva in quelle strutture che già in embrione si andavano formando. Sto parlando dei gruppi di difesa della donna, del fronte della gioventù, dello stesso Cln. Noi avevamo (caso unico il nostro) i commissari civili a latere dei Cln che stavano a fianco, ad esempio, del pretore di Varallo; noi avevamo nostri ufficiali di collegamento all'interno delle fabbriche, una specie di consiglio di gestione che poneva condizioni alla direzione della Cartiera (o della Manifattura Lane): noi lasciavamo, ad esempio, che le aziende lavorassero per i tedeschi (altrimenti sarebbero stati guai) però chiedevamo dove sarebbe stata spedita la merce. Questo noi l'abbiamo fatto, per esempio, all'Alfa Romeo di Milano, salvando così le macchine dai tedeschi. In altri termini la pratica stessa della vita partigiana insegnava come fosse possibile la gestione del potere. Nello stesso tempo ci faceva vedere anche tutte le difficoltà che derivavano da un esercizio di potere.
Poiché mancava (adesso si dice un retroterra, quello che sta a monte) dietro a noi tutto quanto era necessario per saper gestire il potere: la memoria storica, la stessa cultura che è utile per regolare in un certo modo i rapporti tra le persone, fra le istituzioni. Il lavoro, per esempio...

Moscatelli commentando con un sorriso ("sono un po' pirotecnico!") la sua voglia di raccontare inizia l'affascinante storia del suo primo lavoro.

Io amavo il mio lavoro, la mia professione di tornitore meccanico. Direi che c'era l'ambizione, l'orgoglio da parte del giovane, di poter dire: io oggi ho avuto il riconoscimento della specializzazione nel mio lavoro; io a sedici anni ho avuto la qualifica di tornitore specializzato. Per me è stata una grande giornata quella.
Lavorare su un tornio, aver la macchina a mia disposizione era una grande cosa. Intanto era una prova di fiducia che mi veniva riconosciuta; io non andavo a fare ancora il ragionamento sul perché esisteva lo sfruttamento. Caspita! Io avevo una macchina che mi costava tanto e da quella macchina veniva fuori un lavoro che era gran parte opera della mia buona volontà, del mio ingegno, della mia intraprendenza, della mia fantasia; parlo del tornitore, perché ha giocato un grosso ruolo nelle mie scelte future. Ho cominciato a fare il tornitore quando il tornio era a bancale piano, quando non c'erano meccanismi automatici, quando c'erano le trasmissioni, le cinghie: tutto questo implicava anche un ambiente di lavoro maggiormente pericoloso, perché con gli ingranaggi scoperti non vi erano protezioni. Ma allora l'operaio cominciava a farselo lui l'utensile, doveva forgiarlo lui, fucinarlo lui; poi lo sagomava alla mola smeriglio, gli dava quell'angolatura adatta per far quel certo lavoro.
E c'era l'orgoglio di dire: l'ho fucinato in una calda o due calde; due volte ho dovuto metterlo nella brace per prepararlo; poi c'era da filettare, disegnare...

Moscatelli è ormai come un fiume in piena...

E allora bisognava fare i conti a terra col gesso; qui occorre quest'ingranaggio, là quell'altro ancora; e noi ci sentivamo già dei tecnici, quasi degli ingegneri. Inoltre l'utensile veniva posto in un portautensili che richiedeva la capacità, l'abilità dell'operatore di metter la mezzarìa, dargli quella velocità, quella corsa adatta per il lavoro che bisognava fare (se era ghisa, se era ferro, ferro omogeneo, trafilato ecc.). Conoscenze tecniche importanti. L'operaio, in sostanza, sentiva di essere ben più importante della macchina; se la macchina era dieci tu eri novanta.
Via di lì vado a Milano, a lavorare all'Alfa Romeo e lì comincia il lavoro in serie, la catena di montaggio (sistema Bédaux si chiamava); non c'erano più le pulegge ma le macchine dotate di meccanismi automatici.
La macchina rubava una parte della mia intelligenza, della mia volontà, della mia passione per il lavoro ed io ne restavo espropriato.

Si interrompe un attimo per dire che sta prendendo il discorso "alla larga" ma poi vorrà parlare dei giovani.

Avevi poi il portautensili che non era più come una volta: mettevi lo spessore, l'orientavi, lo sistemavi tu. L'utensile poi non lo facevi più tu, ma l'attrezzista. Io appassionato, io pieno di sentimento per il mio lavoro, la mia macchina la volevo sempre veder pulita, lucida, lustra, bella.
Questo mi fa ricordare mio padre, che era macchinista di una locomotiva: veniva a lavorare un'ora prima e andava a casa un'ora dopo per vedere la sua locomotiva, una vecchia locomotiva di seconda mano acquistata in Belgio quando hanno fatto la prima ferrovia di Borgosesia.
Ritornando a me, nasceva a poco a poco il disamore, disamore per il lavoro: si facevano movimenti eguali, sempre quelli, sempre quelli; in più incominciavo a vedere arrivare vicino a me l'assistente con l'orologio in mano a controllare i tempi; allora io ragionavo con lui: senta un po', mi può capitare un pezzo fatto bene e impiego cinque minuti, se ne trovo un altro con una venatura di terra o di acciaio impiego più tempo. "Ma io faccio poi una media", mi rispondeva. Sì va bene ma intanto cosa stabilisce lei, stabilisce una media su di me. Ed io che ho una certa coscienza tengo conto anche di quel poveraccio che ha meno salute di me e ci impiega più tempo. Da questi ragionamenti nasceva una coscienza di classe. Ma nello stesso tempo che cosa veniva avanti? L'odio per la macchina, quella che si dice l'alienazione. Ecco allora l'idea di essere veramente dei protagonisti di una nuova società, di un nuovo mondo, di un nuovo modo di vivere.

"Oggi se dovessi mandare il fonogramma come lo farei?" Viene ripresa la domanda iniziale...

Intanto non sarei pessimista nel dire che tutto è stato vano. Non mi perderei in lagne recriminatorie; dico lagne perché era un modo tipicamente operaio di parlare ("oh, che lagna che t'ei"). Per questo preferiamo cominciare come allora a costruirci il nostro spazio di pagine libere (noi abbiamo bisogno di spazio e quando dico noi intendo noi giovani perché mi sento giovane) per noi e "per quanti vorranno continuare come noi quel discorso del durante e del dopo Resistenza, non per fare rosari di lagne recriminatorie e nemmeno pedana di interessati esibizionismi cattedratici ma per documentare" ecc. ecc.

Le ultime parole di Moscatelli sono la lettura del suo articolo per la rivista "l'impegno" che sta per essere data alle stampe.

Farei un telegramma dicendo: caro Piotr, caro Pietro Secchia, qui c'è molto malcontento, c'è molta rabbia, qui c'è una pericolosa apatia, disimpegno; però, potenzialmente ci sono le forze per far fronte a questi gravi pericoli incombenti, anzi già in atto, che si chiamano disoccupazione, aumento del costo della vita, peggioramento della qualità della vita, droga ecc. Le forze come c'erano allora (ma anche allora eravamo solo in cinque con una pistola, una pistola che fu battezzata babilonia) ci sono anche oggi per combattere.
Qui c'è la rabbia di non riuscire ad esplicare tutto quanto è il potenziale che qui esiste. Perché si deve dar per scontato che le cose belle, le cose giuste, il progresso non siamo noi a doverlo fare. Se non lo facciamo noi, chi lo deve fare? Non possiamo far colpa al nemico o a chi, comunque, non ha coscienza, di lacune, di nostre manchevolezze. Mai scaricare sugli altri quelle che sono le nostre lacune, le nostre insufficienze, ma farcene carico noi.
Io ho parlato cento volte con una persona, gli ho detto cento volte la stessa cosa. Per la centesima volta lui non capisce...Vuol dire che cento volte non bastano e devo continuare ancora, se sono nel giusto. Però devo anche chiedermi perché dopo aver detto cento volte una cosa, chi mi ascolta non ha ancora capito.

La scuola - si chiede Moscatelli - non risponde a quelle che erano le attese della Resistenza. Ma nello stesso tempo la Resistenza ha fatto i conti con la scuola?

Si è fatto tutto quello che si doveva fare? L'Istituto storico cosa deve essere? Un luogo tranquillo per consultare dei libri, per scriver articoli? No, deve essere un laboratorio che deve proiettare all'esterno quello che è stato immagazzinato; deve essere come una polveriera, per far esplodere fuori di qui le idee che rappresentano le esperienze di generazioni di lotte, di stati d'animo, di sentimenti e così via.

Dopo alcune considerazioni di attualità riguardanti la pubblicazione del "libro rosso" sugli evasori fiscali, Moscatelli rileva che possono esserci anche delle esagerazioni.

C'è modo e modo di denunciare: c'è il modo di denunciare per scaricarsi di una responsabilità, per scaricar sugli altri le altrui responsabilità; c'è il modo di denunciare per dire qui non c'è più niente da fare (chi ha dato ha dato, chi ha avuto avuto) e così far nascere il qualunquismo, l'indifferenza, l'agnosticismo, il disimpegno, il riflusso, il ritiro nel privato. Non sempre devono esserci vittorie: la storia è fatta di alti e bassi. Anche quello che si dice il sentimento, gli umori, o se vuoi, gli stati d'animo della gente, non sono sempre sotto tensione, sotto tiro. Io mi ricordo che Togliatti aveva una bella abitudine: a Roma, alla Camera, nei momenti di pausa tra una seduta e l'altra andava a cercare i compagni che avevano maggior collegamento con la base (come potrebbero essere oggi Sassone a Vercelli e Furia a Biella) e chiedeva, si informava, cercava di sapere come si lavorava in periferia, perché, lui diceva, dipendeva dal nostro modo di lavorare il superamento di certe situazioni. Quando noi gli raccontavamo ciò che stavamo facendo, i piani di lavoro eccetera, lui ci spiegava che bisognava stare attenti a mantenere sempre sotto tiro i compagni: "ogni tanto bisogna lasciargli un momento di respiro". È un'interpretazione mia, ma penso che lui dicesse questo perché occorreva sempre di più considerare il compagno e la compagna un uomo e una donna con i tutti i loro problemi, compresi quelli sentimentali e di famiglia.

Su quest'argomento Moscatelli è particolarmente sensibile e desidera proseguire.

Si parlava di tensioni ideali, ma queste tensioni non durano mica ventiquattro ore al giorno! Il tempo libero c'è anche nell'impegno politico. È un po' come oliare troppo o mettere troppa benzina. Non puoi ingozzare molto se no ingolfi il tuo lavoro e allora vi è la necessità di articolare il lavoro e da questa articolazione dare più responsabilità ai compagni considerandoli anche singolarmente e non solo come membri di organismi; nello stesso tempo a questa responsabilità bisogna corrispondere un'adeguata autorità. Tu non puoi ad esempio dire: tu devi fare il sindaco e poi sindacare dalla a alla zeta tutto quello che fa.

Un altro argomento di attualità riguarda la crisi della Polonia, una profonda crisi nel rapporto fra i lavoratori e lo stato del cosiddetto socialismo reale.

Il problema della partecipazione si pone in Polonia, pur considerando tutti i pericoli che noi possiamo avvertire. E ci mancherebbe altro non vederli. Sarebbe come non sapere che esiste una Cia in America che ha interesse a destabilizzare.
Però è significativo questo fenomeno polacco. Tu non puoi dire che otto o dieci milioni di lavoratori sono dei provocatori. Ecco, allora, prima di tutto parlando come comunista (io il telegramma l'ho mandato a Piotr che era comunista): bisogna rivedere il rapporto fra la base e il vertice del partito in tutti suoi livelli, in tutte le sue istanze.

Anche in questo caso il discorso ritorna in sede nazionale e Moscatelli così giustifica il suo ragionare: "mi hanno insegnato a fare discorsi più vasti; fino a quando non mi dimostreranno il contrario continuerò a parlare in questo modo".

Il rapporto tra noi e la sezione comunista, per esempio, il rapporto tra noi e il segretario di sezione, il comitato direttivo a che punto è? Te lo dico io: vi sono quei due o tre compagni che si danno da fare, ma la stragrande maggioranza non fa, recrimina, si lamenta, si lagna; comincia a nascere così l'assuefazione, la sfiducia, il disinteresse: ma se tu fai sentire ad ogni compagno che veramente conta quello che dice, anche se tu non lo condividi, incominci a stabilire un rapporto che non ti isola dal resto della gente e soprattutto ti impedisce di sentirti un superuomo.

Si ritorna al tema della Polonia e del socialismo più o meno reale.

La politica degli armamenti è congeniale al sistema imperialista e capitalista per il profitto che gli produce. La politica degli armamenti non è congeniale al sistema di socialismo (più o meno reale) o per chi voglia perseguire veramente la pace. Allora io, antimilitarista, contro ogni politica di armamenti, devo saper distinguere tra chi ha interesse a sottrarre beni di consumo per favorire il capitale, e chi invece vuole un rafforzamento della società socialista sostituendo a spese superflue (gli armamenti ad esempio) quella di avere dieci chili di carne in più anziché tre.
Non bisogna essere costretti a seguire una politica concorrenziale (star dietro alla politica degli armamenti del nemico) mentre si potrebbe dedicare più mezzi al miglioramento delle condizioni di vita della gente. Nel fare una politica di pace, noi dobbiamo cercare le nostre alleanze, quelle forze che hanno interesse a migliorare le condizioni della gente, dei popoli (soprattutto nel Terzo mondo) per difenderci dalla politica aggressiva di chi vorrebbe mantenere uno stato di subordinazione.

Il piacevole, singolare ricordo dell'incontro con un generale della Nato permette a Moscatelli di ricordare la svolta di Salerno.

Si parla tanto, in sede storica, della politica di Salerno. Ebbene io ho potuto stringere la mano, proprio in un comando Nato a Verona, ad un generale di corpo d'armata che è stato partigiano qui da noi ed anche decorato di medaglia d'oro. Ecco la fotografia dell'avvenimento con una dedica "chi l'avrebbe mai detto?".
Perché vi è stata questa reciproca stima? Perché lui, dal suo punto di vista ed io dal mio, fummo entrambi d'accordo ad unire le forze per sconfiggere il nemico comune, salvo poi "fare i conti tra noi", dopo...
Non è per vanteria, non è per farmi bello che vi racconto questo, ma io mi ricordo che fin dal mese di settembre qui a Borgosesia era venuto uno dei massimi dirigenti del Partito socialista, da Torino, a chiedere che ci si pronunciasse per la repubblica. Io gli ho risposto: senti qui abbiamo i fascisti e i tedeschi in casa; il problema non è questo; il problema è quello di cacciare i tedeschi e i fascisti; dopo vedremo. Prima di tutto perché non è diritto nostro sostituirci a quello che deve essere un pronunciamento di tutto il popolo italiano (l'autodeterminazione dei popoli, si chiama), poi perché qui arrivano tutti i giorni ufficiali che si dichiarano monarchici, perché il loro giuramento era quello fatto al re; che cosa vuoi dire a questi qui che vogliono combattere: devo mandarli via, mandarli indietro? Che combattano con il pugno chiuso, con le mani giunte o con il simbolo dei Savoia non me ne frega niente; l'importante è che vengano qui e combattano insieme.
Poi avremo, evidentemente, da discutere sulla questione istituzionale. Discuteremo. Però, sia ben chiaro che a decidere sarà il popolo italiano, perché oggi noi siamo qui a combattere proprio per conquistare il diritto che gli italiani possano decidere liberamente.

Moscatelli si infervora affrontando questo discorso.

A questo criterio noi ci siamo sempre attenuti durante la Resistenza tant'è che l'unica zona dove non c'è stata mai scissione, rottura tra le varie componenti delle forze sociali è stata la Valsesia; noi avevamo rapporti con i preti, con gli anarchici, i liberali, i senza partito (che erano la stragrande maggioranza), i carabinieri. Anche con gli industriali avevamo rapporti, tenendo conto che qui c'era una situazione diversa da quella biellese. Nel Biellese già fin dal secolo scorso la lotta di classe ha avuto toni molto aspri, qui invece è sempre stata blanda. Vi è stato uno sciopero del 1914 e basta. Anche questo paternalismo, che già esisteva allora, in un certo senso favoriva anche una maggiore intesa fra le varie forze sociali. Però non è che questa unità si potesse realizzare anche sulla base di cedimenti, di compromessi; no, era sempre una unità che esprimeva la risultante di una analisi che si faceva della situazione concreta, in modo pratico. Come ho già detto, qui le fabbriche tessili lavoravano per i tedeschi, facevano il tessuto grigioverde. Io non potevo essere rigido e dire: voi non dovete fare il grigioverde o il panno per le divise tedesche, perché, giustamente, mi dicevano che innanzitutto facevano lavorare degli operai che altrimenti sarebbero dovuti andare in guerra e poi se non eseguivano il lavoro i tedeschi glielo avrebbero imposto con il mitra puntato. E così continuarono il lavoro segnalandoci però dove e quando veniva inviato e così noi, magari verso Novara, attaccavamo il vagone ferroviario sabotando l'invio.

La concezione tattica del grande partigiano così era spiegata.

Anche con i carabinieri, anche con i preti mi sono sempre sforzato, di non parlare mai in termini drastici (di capocellula per intenderci). Mi esprimevo come un uomo che viveva in quella realtà, che si guardava intorno, vedeva le forze che c'erano in quel momento, come si muovevano e in mezzo a queste forze, in mezzo a questo movimento, cercava di dare quel giusto orientamento verso un determinato obiettivo. Senza volere strafare. Quando si facevano gli scioperi nelle fabbriche, c'era una bella differenza tra lo sciopero così come veniva organizzato nel Biellese (e in Valsessera) e in Valsesia. Prendiamo un caso tipico, clamoroso: vi era una ditta di Torino sfollata a Varallo (circa 400 operai) in cui i lavoratori chiesero, mentre facevano lo sciopero, di venir tutti nelle formazioni partigiane. Ho detto no, perché il loro posto era lì per condurre la lotta nella fabbrica. Noi dall'esterno vi daremo tutta la protezione necessaria ma la lotta nella fabbrica deve essere risultato di una volontà, di una crescita organizzativa e di una volontà politica, volontà di lotta che marcia all'interno della fabbrica con le vostre forze.

La stessa cosa avveniva per i contadini.

Non è che noi si andava dai contadini a dire: non dovete consegnare il grano. Facevamo sì propaganda, ma cercavamo nello stesso tempo di far sorgere tra i contadini, i piccoli proprietari, la organizzazione di difesa del loro raccolto. Noi non volevamo sostituire - ecco il punto - le forze armate partigiane a quella che doveva essere la forza e la lotta delle masse. Così ai giovani del fronte della gioventù di Novara che continuamente fremevano, insistevano per venir su nelle formazioni partigiane dicevo: "voi avete un vostro compito, un vostro ruolo, una vostra funzione nelle scuole di Novara, tra i giovani di Novara". La Resistenza, infatti, non è solo la banda armata, il mitra; la Resistenza è tutto quell'insieme di sentimenti, di non solidarietà, di sabotaggio che, a seconda della collocazione, ognuno di noi può compiere. Bisognava trovare, a seconda dell'ambiente, delle forze, delle condizioni sociali, la forma appropriata, idonea, per organizzare queste forze con funzione autonoma loro. Se io ho a che fare con i ferrovieri, i ferrovieri hanno un loro modo di impostare la loro lotta (e così vale per i contadini, gli studenti o altri). Naturalmente il coordinamento vi era. Quando si conduce una lotta o ci si impegna socialmente bisogna vedere la condotta di questa lotta, la forma di organizzazione, l'assunzione dell'impegno non come una formula uguale per tutti ma un qualcosa che si articola in mille modi, in mille forme, che ha diverse spinte; bisogna capire che ogni situazione crea questi diversi modi di comportamento. Occorreva cercare di orientare tutti nel modo giusto, utilizzarli tutti in modo giusto, non criminalizzare prima di comprendere.
A questo proposito è riportata nel libro di Secchia "La guerra di liberazione nazionale" una mia lettera sul comportamento dei commissari politici. Cosa dicevo? Badate, voi che vi trovate in una situazione in cui il mitra fa legge, dove il mitra può diventare facile; dovete stare attenti. Facevo delle raccomandazioni, davo delle direttive ecc. Quando avvenivano certe cose e dovevo intervenire tenevo però conto che loro operavano in una situazione in cui era il mitra che faceva legge. Non potevi ignorare che avevi a che fare con dei giovani che avevano venti anni e che si trovavano il mitra in mano educati alla violenza dal fascismo, da venti anni.

A questo punto Moscatelli svolge una riflessione sul terrorismo.

Noi non dobbiamo fare confusione. Io mi rifiuto di pensare che centinaia, migliaia di giovani siano stati indotti al terrorismo da una ideologia, da una dottrina, da un Toni Negri, da un Piperno, da un qualche cosa di elaborato a tavolino. No. C'è stato chi a tavolino ha lavorato per strumentalizzare, per disorientare e questo qui va colpito e va condannato, molto duramente, molto severamente. Però vi sono situazioni che occorre comprendere ricordando quel ragazzo che era tornitore meccanico e che da un giorno all'altro, prima col sistema Bédaux, adesso con le linee, si vede annientato come persona, non è più niente; si produce una bellissima macchina, una bellissima automobile, un gioiello tecnologico, però l'uomo lì non si vede più. Allora bisogna tener conto che è la società, così come è fatta, le ingiustizie, che creano condizioni alla violenza, direi che è un po' il diabete della violenza. Sapete che il diabete è quella malattia che è fertilizzante di tutte le malattie del corpo umano. E riferendomi alla situazione di oggi mi riferisco alle ingiustizie, agli scandali, al malgoverno, alla spudoratezza di certi governanti.
Allora come puoi pretendere che dei giovani di vent'anni accettino tutto questo positivamente, allo stesso modo come non puoi pretendere che chi vuol reagire reagisca sempre in modo giusto. Anche allora, durante la Resistenza, nei primissimi tempi in particolare, io ho attraversato momenti molto brutti; io sono stato preso ostaggio da partigiani che si erano ammutinati; m'han tenuto fino alle quattro del mattino seduto sulla neve. C'è mancato poco che mi facessero fuori, perché sobillati da chi vedeva in modo diverso la guerra partigiana. "Siamo stati derubati fino a ieri - dicevano - ma adesso comandiamo noi, il mitra l'abbiamo in mano noi". Per farla breve, anziché fare i partigiani volevano sul serio fare i banditi. Anche a furia di sentirselo dire.

Un'altra riflessione del comandante partigiano riguarda la scuola ed il suo rapporto con la Resistenza.

Comincerei proprio dalla scuola; la scuola non ha fatto niente per la Resistenza, ma anche noi cosa abbiamo fatto per far conoscere nella scuola le idee, gli ideali della Resistenza? Noi stessi partigiani ci siamo presentati nel modo giusto nei confronti della gente in generale ed in particolare dei giovani? Io mi ricordo una cosa...
Dopo il 25 aprile... i comizi: vi erano comizi enormi con un fracco di gente; in questi comizi chi dominava eravamo noi comunisti, che si parlava a braccio con un sistema un po' da tromboni. "Noi - diceva un compagno piuttosto grasso, anzi abbondantemente grasso - che abbiamo sofferto anni di carcere e di confino e la galera, ci siamo dovuti trascinare esuli da un paese all'altro del mondo, soffrir la fame...". Poi si interrompeva per tossire, soffocato nel lardo che aveva attorno al collo: "noi - aggiungeva - partito dei fucilati, dei massacrati...". Non ci accorgevamo che il "noi" era il partito di una minoranza, mentre davanti c'era una massa enorme, una piazza piena di gente che si domandava: ma allora eravamo noi i fessi, perché costretti a partecipare alle adunate. In sostanza, quella gente si interrogava e si sentiva in colpa in quanto non apparteneva al partito dei massacrati, dei fucilati, dei perseguitati.

Le considerazioni di Moscatelli diventano impietose...

Mi ricordo che quando facevo le elementari, i tempi di Garibaldi erano più vicini a me di quanto non siano i tempi dei partigiani rispetto agli scolari delle elementari di oggi.
E allora faccio un raffronto; come vedevo i tempi di Garibaldi: oh Madonna! Garibaldi, Mazzini, Cavour... Reperti da museo, roba trogloditica!
E così quando parlo ai giovani d'oggi di Resistenza bisogna tener conto di queste differenze e dei sentimenti... Mi ricordo di quando mio padre, mi ha portato nella sua locomotiva; ero un ragazzetto e mio padre mi sembrava un cosmonauta a quella velocità (pensa che si faceva la Novara-Varallo ai venti all'ora!). Passati un po' di anni vado a fare la corsa in motoretta e già ero sui quaranta, cinquanta all'ora. Passati altri anni, dopo la Liberazione, carico mio padre, a Cuneo, su una giardinetta: mio padre già si preoccupava quando raggiungevo gli ottanta chilometri all'ora! Mia figlia, già abituata con me, quando carica le sue figlie si sente dire ai centoventi all'ora: "Vai mamma! Hai paura?"

Non dimentichiamo - sottolinea Moscatelli - che il tempo passa, che il modo di vedere, di sentire cambia.

Quando andavo a scuola mi ricordo che la mia maestra sulla cattedra, con il busto di balena, sembrava un monumento; adesso vedo mia figlia insegnante: "Ciao Carla", così la salutano i suoi scolari! Nel parlar di giovani d'oggi, nel parlare di violenza, di terrorismo, di droga, di scandali, di giustizia, di pace siamo sicuri che il linguaggio che noi usiamo non sia un po' vecchio, antico? Per cui allo stesso modo appariva a me cosa vecchia, antica il parlare di Garibaldi e di Mazzini. Si parlava di unità dei padri della patria, ma se potevano si sarebbero sbranati fra loro. Così anche l'unità durante la Resistenza viene presentata in modo sbagliato, non come la sintesi di forti contrasti.

Inizia un nuovo breve racconto del periodo partigiano.

Dovevo convincere una formazione, ad Omegna, a non fare l'accordo con i tedeschi e i fascisti della zona neutra. Ho provato a discutere e non c'era verso di fargliela capire, anche se io dicevo cose giuste: col nemico non si tratta, si combatte. "Tu sei schematico, sei drastico", mi dicevano. Voi siete qui a combattere per Omegna o per l'Italia? Col ragionamento non si riusciva. Siccome l'accordo era che i partigiani stessero su e che Omegna fosse zona di libero transito senza che i partigiani molestassero i tedeschi e viceversa, che cosa faccio? Prendo un distaccamento, vado giù ad Omegna ad istigare tedeschi e fascisti, ritirandomi in direzione di quella formazione che non mi dava ascolto. E così ho fatto rompere una tregua che ritenevo dannosa.

Moscatelli "traduce" l'episodio in termini attuali.

È inutile che io stia lì a discutere. Non bastano le tavole rotonde, le interviste, gli incontri dei vertici e così via; dobbiamo misurarci con le cose concrete, adesso. C'è un vecchio detto che vale ancora. Fare come San Tommaso: ci credo se tocco con il naso, se ci metto il naso dentro. Il difetto nostro consiste di delegare ai vertici, alle tavole rotonde, ai mass media e a considerare la gente niente, che non conta niente. Invece di trovare il modo, la forma, il coinvolgimento di questa gente. Per esempio, la questione della casa. Prendiamo Borgosesia. Bisogna fare un inventario, una inchiesta. Quante case sfitte abbiamo? Quanti senza alloggio? Occorre fare uno studio, un censimento. E vedere anche le responsabilità dove sono.
Io mi ricordo che qualche anno fa le giovani avevano fatto un importante lavoro, con un questionario, nelle case operaie di una zona di Borgosesia. Le ragazze che facevano questo lavoro erano riuscite a interessare così bene le donne operaie, per cui quando andavano nelle loro case, diventava un momento di incontro, di discussione, perché sentivano che quello che si diceva contava, veniva ascoltato, serviva. Adesso, invece, più niente e allora bisogna tener conto che quando noi riteniamo di risolvere i problemi in riunioni eterne (segreterie, direttivo, ecc.) oppure tavole rotonde, noi distogliamo, rubiamo a noi stessi quel tempo che veramente è prezioso per andare a contatto con la gente.

Parlare di tempo significa nuovamente ricordare.

Io ricordo nel '29 (erano altri tempi, d'accordo, ma ogni epoca ha le sue esigenze) una riunione dell'internazionale giovanile comunista. C'era Manuil'skij, al quale dovevamo riferire l'esito di una riunione con la delegazione italiana circa l'azione del governo intesa a fascistizzare la gioventù. Allora chiede a noi: "E voi che fate?". Noi pubblichiamo un giornale, "L'avanguardia"; facciamo delle riunioni, anche se diventa difficile, perché i giovani non vengono agli incontri che tra l'altro sono clandestini.
Per farla breve: i giovani oggi sono svagati. Non sono più come una volta. I giovani oggi preferiscono andare a ballare, andare nelle osterie a divertirsi. E Manuil'skij: "Se i giovani oggi preferiscono andare a ballare, praticano lo sport, voi dovete andare dove vanno i giovani: andare a ballare, praticare lo sport, essere in mezzo ai giovani, insomma".

Il tema giovanile, con particolare riferimento al rapporto fra le generazioni, è proprio il punto a cui Moscatelli vuole arrivare.

La guerra partigiana (ecco un argomento che dovrebbe essere maggiormente approfondito) ha rappresentato un anello ideale di congiunzione tra una generazione e le altre. Praticamente il Partito comunista è andato avanti fino a qualche anno fa con la nuova generazione della Resistenza. Fino a quando non è arrivata la generazione del '68-70. Allora come mai è stato possibile per la generazione della clandestinità, del carcere (che isola) realizzare quell'unità, quel collegamento tra due generazioni, quella del carcere, della clandestinità e della Resistenza?
Perché, parliamoci chiaro, quando ho cominciato la guerra partigiana ero da solo con quattro o cinque compagni, una pistola e due bombe a mano, ma vi era la convinzione di interpretare le esigenze della gente.

Il racconto termina qui con il ricordo dell'inizio di questa intervista. E la lezione è proprio questa: chi ha una forte convinzione può partire da solo, ma lungo il percorso incontrare tantissime altre persone che hanno lo stesso pensiero anche se gli è mancato il coraggio di iniziare. Superati i primi ostacoli il corso d'acqua da ruscello può diventare un grande fiume.
E Moscatelli lo ha dimostrato.