Marilena Vittone
Il tempo della memoria
La rappresaglia tedesca del 19 settembre 1944
"l'impegno", a. XXIV, n. 2, dicembre 2004
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
L'incomprensione del presente nasce fatalmente dall'ignoranza del passato.
(Marc Bloch, "Apologia della storia")
Questo saggio analizza la rappresaglia del 19 settembre '44 e gli
altri avvenimenti in cui furono coinvolti i civili, soffermandosi poi su un dopoguerra in cui, tra ricostruzione e
polemiche, la comunità riprese la vita quotidiana, il lavoro e ricominciò a far politica. In particolare, ci furono discussioni sul
monumento ai caduti, inaugurato l'8 settembre 1947, quasi a chiudere, dopo tre anni, un ciclo storico, un periodo di
tensioni e di sacrifici che aveva segnato l'intera popolazione.
Utilizzando più strumenti, dall'intervista ai testimoni dell'epoca ai documenti dell'Archivio storico comunale,
dai nuovi studi sul ruolo della memoria e sulla guerra ai civili a materiali inediti e ai giornali locali, la ricerca delinea
un quadro interessante e articolato, non privo di lati oscuri. La ricostruzione cerca di collocare gli
eventi nella cornice che fu loro propria, senza tuttavia individuare con certezza definitiva la catena causale che portò ad alcuni
dolorosi fatti, come il saccheggio del 19 settembre. Le fonti al momento disponibili risultano abbastanza esaurienti, ma
mancano altri tasselli per ricomporre la memoria collettiva, che purtroppo risulta
divisa1.
I "ventitré giorni" di Crescentino
Dal 28 agosto, giorno del rastrellamento di più di trentasette ostaggi da parte della Brigata nera di Vercelli,
Crescentino si trovò, fino a martedì 19 settembre '44, in una situazione drammatica e paralizzante; gli avvenimenti
si susseguirono incalzanti, angosciosi, senza alcun intervento delle autorità locali o provinciali della Rsi a protezione della
popolazione.
La tensione era palpabile soprattutto tra i giovani in età di leva che non intendevano arruolarsi nelle forze
armate repubblicane, tra chi aveva scelto di entrare nelle formazioni partigiane del Monferrato (che avevano iniziato ad
organizzarsi dalla tarda primavera), tra gli uomini di qualunque età che potevano essere deportati in Germania o
utilizzati come forza lavoro gratuita per i tedeschi e tra i più di mille sfollati dalla città di Torino.
Il tragico episodio che avrebbe segnato la memoria futura fu l'eccidio di nove civili l'8 settembre '44 - furono subito
definiti "nove martiri"2 - nel piazzale della stazione. Un eccidio anomalo da parte della polizia tedesca
al comando del tenente colonnello Buch, comandante della zona di sicurezza 23, coadiuvato dai fascisti repubblicani di Vercelli, che fece
discutere, creò fratture nella memoria locale e le cui tracce si persero nell' "armadio della vergogna" fino al 1994,
anno in cui il procuratore militare di Roma, Antonino Intelisano, che stava indagando sul processo Priebke, scoprì
un registro e vari fascicoli relativi ai crimini di guerra compiuti in tutta
Italia3.
In quel settembre di un annus
horribilis, quando le sorti della guerra non erano ancora decise e le sconfitte
tedesche sul fronte russo rischiavano di tramutarsi in vittoria sui fronti occidentali, compreso quello italiano, i crescentinesi
erano preoccupati di nuove e gratuite violenze, che non tardarono ad abbattersi.
La città fu messa "a ferro e a fuoco", devastata e bruciata da reparti militari tedeschi (ma non mancarono gli
italiani), in una spirale di odio innescata dal desiderio di vendetta per l'uccisione di un soldato tedesco e il ferimento di
un altro, l'8 settembre '444.
Razzie e incendi di un centinaio di case caratterizzarono questo episodio, di cui nell'Archivio storico comunale
di Crescentino (Ascc) resta una nutrita serie di carte, raccolte dalla prima amministrazione del
dopoguerra retta dal maestro socialista Guido Casale, tra cui molti elenchi di risarcimenti e indennizzi. La dura rappresaglia,
inspiegabile per la maggioranza dei cittadini, dalle cinque del mattino al pomeriggio inoltrato, vide svolgersi ruberie
di ogni tipo e poi, in un crescendo ancora più grave, gli incendi, l'uccisione di due civili, la cattura di più di
duecento ostaggi5.
Gli abitanti del centro storico furono i più colpiti: chi si trovò senza bicicletta, chi senza corredo, chi senza
mobili, chi senza viveri di prima
necessità6.
"Mi trovavo al lavoro di mattina, avevo 14 anni - racconta B. M. - presso la panetteria Spinelli [situata
all'angolo tra via Degregori e corso Roma], quando sentimmo in lontananza alcuni colpi di mortaio per avvertimento.
I tedeschi bloccarono le quattro uscite principali del paese, lo circondarono con un perfetto accerchiamento, senza
lasciar scampo a nessuno, entrarono nelle case con arroganza, assaltarono anche alcune banche. Cercavano
disertori, 'banditi', partigiani per catturarli, vidi poi passare dal mio nascondiglio una lunga fila di uomini scortati dai
soldati. Mi sembra di sentire ancora risuonare i passi sul selciato. Noi ci rifugiammo presso la vicina casa parrocchiale.
Poco tempo dopo, tre Ss arrivarono come una furia, intenzionate a spaccare la porta del locale, forse volevano farsi
accompagnare in chiesa e rubare. Mario Casalvolone,
viceparroco7, li convinse con coraggio a recedere da tale proposito
e ad andarsene. Non potevamo uscire perché i colpi e le grida si susseguirono per ore. Non saprei dire con precisione a quale
corpo appartenessero i soldati, qualcuno parlava italiano".
B. M. scappò perché incendiarono il quartiere e si rifugiò poi dall'altra parte del Po, a Camorano, frazione di
Verrua Savoia: "Quella notte, dalla collina guardai verso Crescentino; in lontananza mi sembrava di scorgere una
croce di fuoco"8.
"I nazisti sembravano ubriachi - ricorda V. M. - sorpresero nel sonno molti abitanti e si fecero consegnare quel
poco che possedevano. Qualcuno riuscì a fuggire verso l'aperta campagna, o si nascose in solai, cantine e rifugi
costruiti nei cortili. Abitavo, allora, con i miei genitori e mio fratello in viale Madonna. Seppi poi che avevano preso
molti prigionieri. I più idonei al lavoro furono trasferiti a Torino nella caserma 'Nizza Cavalleria', che allora era in via Stupinigi [ora corso Unione Sovietica] dove finivano i rastrellati in attesa di essere trasferiti nei campi di lavoro
della Germania. I rimanenti, anziani e malati, restarono a Crescentino e furono liberati verso sera dello stesso giorno.
Mio fratello, in età di leva, ma esonerato perché operaio in ferrovia, fu svegliato e di peso portato in un campo di
raccolta e rimase lì sorvegliato da mitragliatrici. I reparti armati si avvicinarono con passi concitati e scariche di fucile,
colpirono con forza la porta; mia madre cercò di capire cosa stesse succedendo, mentre uno si dirigeva al primo piano
e arrestava mio fratello, un altro ci rubò le due biciclette che avevamo. Finì a Torino, in caserma; mia madre, nei
giorni seguenti da sola e parlando in dialetto, riuscì a dimostrare ai comandi militari che il figlio non poteva essere
mandato in Germania, in quanto impiegato in lavori di pubblica utilità".
"I militi penetrarono in tutte le case - precisa G. B. - e io, che avevo diciassette anni, potei osservare i fatti da
vicino. Avevano mitra, fucili e bombe a mano, ci presero tutto. Al pomeriggio, usarono i lanciafiamme per punire
ancora di più la nostra città, dopo che avevano catturato persone, senza pietà. Irrompevano anche nei cortili interni. Con
mio padre, cercai di nascondermi; allora abitavo in via Clerico; all'improvviso, passando dai tetti, come i gatti,
utilizzando scale per spostarsi, i nazisti ci spararono mentre eravamo addossati al muro sottostante. Una scheggia mi ferì
gravemente ad una gamba e al braccio e dovetti ricorrere alle cure mediche. Fui portato all'ospedale di Santo Spirito
e poi a quello di Vercelli, dove mi fermai per alcuni mesi. Perché bruciarono le case? Si era sparsa la voce che un
tedesco fosse stato ucciso, temevamo la fucilazione degli ostaggi".
"Dopo il rastrellamento e le molteplici ruberie che venivano stivate su camion - ricorda F. G. - le fiamme
avevano iniziato a devastare per prima la casa del signor Romanello, tra via San Giuseppe e corso Roma; crebbero poi
d'intensità e fecero scappare chi ancora stava nascosto. Qualcuno riuscì a raggiungere il distaccamento partigiano che
aveva un posto di blocco alla Rocca. In quei momenti di tensione, un'improvvisa raffica di fucile mitragliatore falciò
Giovanni Mezzano, detto Lungo, che abitava in via Mazzini e tentava di scappare in un vicolo di collegamento con
via San Giuseppe. Forse non aveva compreso l'ordine di fermarsi, fu ferito mortalmente e abbandonato a terra privo
di soccorso. Solo a sera, fu raccolto e accompagnato su un carretto all'ospedale; spirò il giorno dopo. La mia
abitazione in fondo alla via fu bruciata da una bomba incendiaria, dopo che asportarono la radio Magnadyne. Ricordo
ancora che il figlio di Mezzano morirà nel 1957 sotto la frana di Verrua
Savoia"9.
"Il mattino del 19 settembre un 'repubblichino' mi puntò la pistola alla nuca e mi costrinse ad accompagnarlo
per tutta la casa - testimonia R. F. - non trovando niente, perché eravamo poveri, uscì, piazzò la mitragliatrice
sull'angolo di casa e con un lanciafiamme incendiò l'alloggio in cui vivevo dopo lo sfollamento da Torino. Riuscii a rientrare
nell'abitazione in modo rocambolesco e salvai alcuni indumenti e generi di necessità, gettandoli in strada dalla
finestra, ma quando scesi di corsa le scale, al pianterreno, vidi che tutto era stato
rubato10. Sentivo intorno a me lamenti e
pianti, eravamo senza parole, non capivamo il perché di tanta ferocia. Aiutai poi a spegnere le fiamme. Trovammo un
rifugio per la notte e per le settimane seguenti".
"Le fiamme distrussero la cascina San Francesco, localizzata vicino alla stazione, che aveva ospitato i due
soldati tedeschi a guardia del bestiame requisito, prima dell'8 settembre '44; si ridusse in cenere il raccolto del fieno,
che avevamo sistemato negli ampi magazzini, e gli attrezzi agricoli; furono rubati alcuni cavalli e due grossi maiali.
Mio zio nel timore di essere catturato si sistemò nei pressi del letamaio, trattenendo il respiro per non essere scoperto;
i due maiali, che erano un vero 'tesoro' per le famiglie contadine di allora, non volevano saperne di salire sui
camion dove finivano le razzie; grugnivano e pericolosamente si avvicinavano al nascondiglio di mio zio, che per fortuna
non fu trovato. Al termine della giornata - precisa A. G. - la città era desolata, spossata, affranta con danni ingentissimi.
Le case più signorili depredate; alloggi, laboratori e negozi rovinati. Noi dovemmo ricominciare da capo, in tempo
di guerra; l'azienda agricola era la nostra fortuna. Si disse poi che la rappresaglia era la ritorsione per un furto subito
dai tedeschi".
"L'obiettivo di quel giorno di fuoco fu il saccheggio - racconta Z. P.-; mi svegliò un trambusto inconsueto,
voci confuse, temevo un altro 8 settembre; allora, nascosi i pochi oggetti d'oro della mia famiglia. Mio padre, che era
già stato arrestato ventitré giorni prima e portato alle scuole elementari, fu di nuovo imprigionato. Lo fecero accodare
a una numerosa colonna di uomini che dovevano essere trasferiti in Germania. Pensavo che tutto sarebbe stato
ridotto in cenere. Mio padre fu portato a Torino, con l'aiuto di alcuni parenti riuscii a raccogliere una somma da versare
per il riscatto. Incontrai il signor Steiner, tedesco di origine, una brava persona che aveva sposato una crescentinese;
si impegnò per liberare gli ostaggi".
"I tedeschi presero di mira la casa delle sorelle Colombo, forse per una delazione. Erano commercianti di
granaglie, in via Statuto; per parte di madre erano di religione ebraica, quindi sospette - ricorda O. M.- Avevano la fama di
persone molto ricche, anche se erano solo benestanti. Qualcuno le avvisò di nascondere l'argenteria; così scavarono
una buca nei pressi della roggia vicina. Poi, i soldati vennero con le taniche di benzina e appiccarono il fuoco ai
magazzini nel cortile interno, che bruciarono del tutto. Si diressero in casa verso il salotto, con mobili pregiati del Settecento;
le fiamme da lì salirono fino al primo piano, dove furono in parte circoscritte. Le due sorelle si rifugiarono a sera in
una loro proprietà, cascina Serrasino, in frazione Sant'Antonio (Odalengo Grande)".
C. O. ricorda: "Abitavo in frazione Campagna, vedemmo il fumo alzarsi dal centro del paese; poi un acre odore si
espanse dappertutto. Perdurò per vari giorni, come una cappa opprimente. Nessuno di noi si mosse dai propri rifugi, solo,
di sera, accogliemmo i profughi della rappresaglia. L'anno seguente, alla Liberazione, Crescentino era povera, con
tante case distrutte e molti indigenti, bisognosi di tutto per sopravvivere. Non capimmo i motivi di tale azione".
"Ero un partigiano della divisione 'Monferrato', gruppo 'Nasi', che aveva un distaccamento in località Bolacco
di Verrua Savoia - riferisce D. A.- Un informatore aveva attraversato il Po, ci aveva riferito che i tedeschi, circondato
il paese, non lasciavano uscire nessuno. Cercammo un posto nascosto nei pressi del castello per osservare: si vedevano i fuochi ardere in un silenzio irreale. Qualcuno voleva scendere in paese a combattere. Eravamo pronti a dare
battaglia, ma non si dovevano mettere a repentaglio le vite dei civili. Seppi poi che il viceparroco di Crescentino si
era messo in contatto con don Balossino, parroco di Sulpiano, per iniziare una trattativa tra il comandante tedesco e
i partigiani"11.
"Al campo partigiano - ricorda M. P.- le notizie erano confuse; alla fine si giunse a concretizzare lo scambio
con una decina di soldati tedeschi che avevamo prigionieri, a seguito di un'operazione della squadra d'azione di cui
facevo parte, nata da poco, ma che si spostava velocemente per sabotaggi e imboscate. Un centinaio di crescentinesi
furono rilasciati sul ponte del Po; da una parte, preceduti dalla bandiera bianca, c'erano i capi della brigata, Carlo Nasi
e Arturo Africo 'Barba', dall'altra, Steiner e il parroco".
Si chiuse così una tristissima giornata di guerra,dopo ventitré giorni di crisi. Verso sera, i tedeschi ripartirono
su motociclette, seguiti da grossi camion, carichi di ogni ben di Dio, e con un centinaio di uomini; le donne stavano
ammassate in località Spinata, dove avevano radunato ciò che avevano salvato dagli
incendi12.
I fatti
"Il 19 settembre u.s. in Crescentino, alcuni banditi appostati lungo la strada sparavano contro un reparto tedesco
ivi transitante, uccidendo due militari germanici e ferendone un altro. In azione di rappresaglia effettuata dal predetto
reparto venivano incendiate 20
case"13. Così riportava la comunicazione ufficiale della Guardia repubblicana, laconica e
con molte inesattezze.
Dalle cinque del mattino la soldataglia della
Flak14, contraerea tedesca in divisa grigio-azzurro scuro, occupò la
città, organizzata in pattuglie, depredò tutte le abitazioni, seguita da alcuni camion scoperti, in cui ammassò argenteria,
mobili, lenzuola, macchine da cucire, orologi, liquori, scarpe, radio, soldi, oro, pellicce, biciclette, salumi, animali da
cortile, cavalli, vino, olio, attrezzi agricoli, macchine da scrivere, una fisarmonica, addirittura la raccolta di quadri del
pittore Stroppa. Asportò scorte di grano e lesionò quasi cento abitazioni, tra cui laboratori artigianali e botteghe. Le carte
dell'archivio storico, compilate in data 12 marzo 1946, evidenziano il lungo elenco dei
sinistrati15.
Circa duecento capifamiglia denunciarono danni e ruberie e ben quarantadue proprietari di case richiesero
risarcimenti per gli incendi alle strutture. La farmacia Gutris (oggi Gorrino), il cui proprietario era membro del Cln
clandestino, fu completamente distrutta, così come il caffè della stazione, che saltò in aria.
L'entità dei danni subiti, molto pesante, risulta oggi di difficile quantificazione.
Il centro storico e alcune cascine in periferia (Favorita, Frera, San Francesco; quest'ultima subì perdite per oltre
4 milioni e mezzo) furono gravemente lesionate; le banche San Paolo, Cassa di Risparmio di Vercelli e Popolare di
Novara furono depredate; uomini, anche vecchi o handicappati, e donne vennero convogliati in un prato vicino al
santuario della Madonna del Palazzo.
I reparti della Flak (Fliegerabwehrkanone, artiglieria contraerea tedesca dotata di armi di precisione, dipendente
dalla Luftwaffe), che si erano già fatti notare in altri eccidi dell'Italia
centrale16, avevano organizzato una rappresaglia
in due tempi (rastrellamento e incendio di case), perché si era sparsa la voce, nelle prime ore del pomeriggio, che
era stato ucciso un tedesco, attentato da vendicare con crudeltà. Al comandante del gruppo Flak, Steiner, con
pazienza, salvando una donna e un uomo dalla fucilazione, dimostrò che il milite si era ferito da solo mentre picchiava con
violenza sul portone di una abitazione.
I roghi furono spenti dalle donne con molta prontezza e coraggio.
Spari, ordini (schnell, schnell : presto, presto),
raffiche di armi, porte abbattute, cattura di inermi ostaggi, pianti dei bambini: questo il ricordo popolare della
rappresaglia, che si svolse con una tempistica perfetta e "secondo ordini
superiori"17.
Un nucleo abitativo concentrato, che ricalcava la struttura medievale, case ammassate e comunicanti,
piccole contrade che collegavano portici e cortili: questa era l'architettura urbanistica di
Crescentino, seriamente compromessa martedì 19 settembre '44.
In tale drammatica circostanza i capi fascisti furono introvabili e il commissario prefettizio inesistente.
Il prefetto Morsero scrisse, due giorni dopo, al Ministero dell'Interno, segnalando la durezza dell'occupazione
nazista18: "Giorno 19 improvvisamente reparto germanico non potuto ancora stabilire pare di Torino ha effettuato
forte rappresaglia nel paese di Crescentino. Nonostante diligenti ricerche notizie non est stato ancora possibile stabilire
cause et reparto operante. Comandi tedeschi locali ignorano. Richieste Autorità Torino indagini anche colà.
Rappresaglia molto energica et con conseguenze rilevanti specie per incendi diretti ed indiretti. Seguiranno notizie appena
possibile. Morsero Capo Provincia
Vercelli"19.
Si legga con attenzione il telegramma, recapitato in copia al duce, che ne riferì anche al colonnello Herbert
Kappler; soprattutto si consideri l'aggettivazione.
La situazione era certamente sfuggita di mano all'apparato periferico fascista e toglieva consenso al regime. La condizione dell'Italia del Nord sotto la doppia, dura
oppressione, nazista e repubblicana. Nonostante Kesselring, comandante supremo delle armate tedesche in Italia, a
cui rispondevano Ss e Polizia di sicurezza, emanasse il 21 agosto '44 una direttiva mirante a limitare le efferatezze
delle truppe, nessuno analizzò la portata reale dei fatti di Crescentino, se ci fossero responsabilità personali e quale fosse
il rapporto della popolazione crescentinese, accusata di essere fiancheggiatrice, con le bande partigiane (durante il
processo del '47, il feldmaresciallo rimase sempre convinto di aver rispettato le convenzioni di guerra in ogni
operazione militare, sostenendo che gli italiani avrebbero dovuto fargli un
monumento!)20.
In quel medesimo settembre, una relazione sullo spirito pubblico in provincia evidenziava l'odio popolare per ritorsioni indiscriminate e impiccagioni, impressesi indelebilmente nell'immaginario
collettivo21.
Nonostante le proteste e le dettagliate informazioni raccolte, la Brigata nera intervenne in accordo con la
polizia tedesca contro partigiani e presunti collaboratori.
"Simili ammissioni di impotenza e d'irrilevanza rivelano la conoscenza, da parte del governo neofascista, del
ruolo di second'ordine nel quale l'apparato politico-militare tedesco relegò la Rsi, utilizzandone le forze armate per la
lotta antipartigiana e per il rastrellamento degli ebrei. Dentro questo scenario, stragi e violenze di ogni genere contro i
civili costituirono uno degli aspetti di maggiore gravità, su cui competeva alla magistratura militare indagare
nell'immediato do-poguerra, perseguendo a rigore di
legge quanti si erano macchiati di crimini
terribili"22.
Gli ostaggi furono duecentodieci; più di cento scambiati sul ponte di Crescentino verso le 17, i più giovani
condotti forse a Brandizzo. Da lì, circa venti furono portati al carcere di Vercelli, gli altri ottantasei furono trasferiti alla
caserma "Morelli di Popolo" in corso Stupinigi 130, sede del reggimento "Nizza Cavalleria", a disposizione
dell'Ufficio per l'ingaggio dei lavoratori in Germania.
Martedì 19 Mario Casalvolone e Joseph Steiner non persero la testa e decisero di trattare con i razziatori della Flak.
Una staffetta raggiunse il campo partigiano del Bolacco di Verrua Savoia e si concordarono le modalità dello
scambio, che non conosciamo nello specifico.
Ancora una volta il ponte sul Po fu un ottimo legame tra due mondi divisi,
in cui i sottili legami affettivi resistevano. Forse fu la telefonata di don Balossino all'infermeria Santo Spirito a
mettere in moto la diplomazia.
"Gli ostaggi sono preceduti da un emissario con la bandiera bianca, con il parroco, don Casetti, Steiner e il
tenente colonnello dell'esercito, in pensione, Mario Alemanno, più due tedeschi disarmati. Da sotto la Rocca di Verrua
verso il centro del ponte, si muove la delegazione partigiana, con tre prigionieri tedeschi e cinque militi repubblicani.
La coda di ostaggi, in fila per tre, ci sembra lunghissima. Procediamo alla conta, dopo tutti ci vogliono ringraziare.
Ci stupisce che siano anziani, tra cui anche alcuni handicappati del paese, e pensiamo alla bassezza dei tedeschi.
Invece, veniamo a sapere che gli ostaggi veri erano stati portati a Torino; eravamo stati fregati dai
tedeschi!"23.
Casalvolone precisò nel
198224: "Mi rivolgo al signor Steiner perché parlando tedesco può capire ed aiutare
concretamente i prigionieri crescentinesi. Li raggiungiamo, tra questi, vi è un pover'uomo che quando mi vede, mi
rimprovera dicendo ad alta voce che è ormai tardi per celebrare la messa. Iniziamo a discutere con il comandante del
reparto, giungendo ad un'intesa. Di sera, i restanti ostaggi sono divisi tra Torino e Vercelli. Per più di un mese,
Steiner ed io, ci rechiamo ai comandi tedeschi di Vercelli e del capoluogo. Il comandante Buch, con cui trattai la resa
alla liberazione di Vercelli, quando ero cappellano della
50a brigata 'Garibaldi', ci vuole fucilare e ci tratta con
estrema durezza. A Steiner grida 'der
fareree' (traditore). Con diplomazia riusciamo nell'intento, convincendolo che i
crescentinesi non sono dei 'fuorilegge'. A Torino, invece, intavoliamo trattative con Goelkel, colonnello che dirige
l'ingaggio dei lavoratori in Germania, situato in corso Galileo Ferraris. Ci mettiamo in contatto con le formazioni
partigiane del Monferrato e con 'Barbato' [Pompeo Colajanni, comandante della I divisione "Garibaldi"], cerchiamo
prigionieri per lo scambio. I crescentinesi ogni sera ci procurano la benzina, al ritorno dal nostro peregrinare, perché
proseguiamo la ricerca; alla fine, troviamo un tedesco a Monteu da Po e anche una macchina di 'Gabriele' [Carlo
Gabriele Cotta, comandante della VII divisione], paradossalmente con gli stemmi dei Savoia per recarci
all'appuntamento con gli ostaggi".
I prigionieri tornarono con il tram, mentre Casalvolone recapitò una lettera del comandante della VII
divisione per la madre in prigione; passò anche alcune ore all'Albergo nazionale (sede della Gestapo) con l'accusa di
essere una spia, ma fu salvato dalla telefonata di Goelkel. "Da Crescentino, dovrò comunque andarmene, sono in
pericolo; dopo vari nascondigli, raggiungerò i
garibaldini"25.
Nella rappresaglia del 19 perirono anche due innocenti: oltre a Giovanni Mezzano, Francesco Roveda, che si era
affacciato al balcone di casa vicino al passaggio a
livello26.
Durante l'operazione di guerra ai civili, la preoccupazione principale del comandante del I gruppo del Flak
Regiment 12 fu quella di accumulare ricchezze da spartire e inviare in Germania, di catturare presunti banditi, di
qualsiasi età o sesso e deportare manodopera gratuita per il Terzo
Reich27.
Il professor Carlo Gentile dell'Università di Friburgo cortesemente ha precisato su questo episodio: "Il reparto
subì perdite a Crescentino il 6 e il 19 settembre, probabilmente a causa di attacchi partigiani. Fu in azione in Piemonte
nella tarda estate e nell'autunno 1944. Forse fu il reparto responsabile dell'eccidio di Villadeati in provincia di
Alessandria". Ulteriori dati, relativi ai militari coinvolti, si dovrebbero reperire negli archivi tedeschi di Friburgo e di Berlino.
I crescentinesi tornarono a casa all'inizio di novembre, nessuno finì in Germania, anche se oltre alla
mediazione, dovettero pagare una somma ingente come riscatto.
Con il viceparroco Casalvolone agì Joseph Steiner (1885-1970), un tedesco fuori dalla "zona
grigia"28.
Con questa definizione, usata da Primo Levi ne "I sommersi e i salvati", si indica chi non prende posizione
e sta tra vittime e oppressori senza far nulla, approfittando di ogni occasione per migliorare solo la propria sorte e
conservare il privilegio. Steiner, invece (cittadino italiano dal 1928, avendo sposato Maria Chiò), fu una persona che
per dignità e valori morali scelse di impegnarsi per portare aiuto ad un piccolo centro del Vercellese, paese d'origine
della moglie. Avrebbe potuto arricchirsi al servizio degli occupanti tedeschi, che dal settembre 1943 si erano insediati
nel nord dell'Italia;, invece collaborò, rischiando la vita, per porre fine alle violenze sui civili e sui giovani chiamati
alle armi.
Questa è la ricostruzione degli eventi del 19 settembre '44, ricavata dal confronto tra più voci e fonti. Un
episodio di quell' "escalation di violenze" verificatasi nel Centro Italia nell'estate del '44, volta a terrorizzare abitanti
inermi: "Doveva determinare due effetti: da un lato aizzare la popolazione civile contro i partigiani, dall'altro essere uno strumento di pressione sui ribelli, che in genere avevano radici nella zona in cui
operavano"29. Un semplice sospetto
giustificava l'uccisione di una persona.
"Dopo che per tre mesi gli ordini draconiani erano stati ripetuti in modo martellante, ad ogni unità tedesca
operante in Italia dovette apparire evidente che i comandi militari si aspettavano nei cosiddetti 'Bandengebiete' (zone di
bande) un comportamento spietato nei confronti della popolazione civile. Più alto era il numero dei morti che si
poteva comunicare nel rapporto al Comando supremo, maggiore l'encomio di
Kesselring"30. L'incitamento dall'alto era una
importante precondizione per eccidi e retate, ma doveva incontrarsi con la disponibilità dei soldati ad applicare
metodi brutali; in particolare, furono i reparti della Waffen-Ss e della Luftwaffe (aviazione militare) a distinguersi nella
repressione antiguerriglia, colpendo la popolazione civile, piuttosto che i mobili gruppi partigiani. Inoltre, quegli
ordini emanati dai vertici supremi (ripetuti più volte) stabilirono l'impunibilità, "istigarono alla strage, ma la
responsabilità concreta ricadeva sulle singole unità militari che compivano i
massacri"31.
Anche questa rappresaglia finì nell' "armadio della vergogna", nel registro generale della Procura generale
militare, ufficio procedimenti ai criminali di guerra tedeschi (numerato progressivamente con oltre duemila denunce).
Franco Giustolisi ha indagato su tali vicende che toccarono il potere politico: "[...] erano stati nascosti
fraudolentemente 695 fascicoli. Quattrocentoquindici di questi contenevano già nome, cognome, grado e reparto di
appartenenza dei responsabili delle stragi, italiani e tedeschi, repubblichini e nazisti. [...] Negli anni qualche fascicolo era
uscito dall'armadio, ma non del gruppo dei 695 di cui si è detto; si trattò di quelli riguardanti crimini minori e/o con
assai difficile identificazione dei responsabili. [...] L'enorme illegalità si 'arricchì' ulteriormente [...] nel 1960, di un
timbro 'archiviazione provvisoria' [...] alibi assurdo e
fragilissimo"32. Il primo procuratore fu Borsari, poi Mirabella e
Santacroce, succedutisi dal 1945 al 1974, che procedettero all'occultamento. "Fu il potere politico ad imporre il silenzio.
[...] Quei ministri [...] erano Gaetano Martino, liberale, titolare degli Esteri, e
Paolo Emilio Taviani, democristiano, responsabile della Difesa, partigiano, presidente dell'Associazione partigiana volontari della libertà. Facevano parte del
primo governo di Antonio Segni, anche lui democristiano, che rimase in carica dal luglio 1955 al 6 maggio del
1957"33.
Altre ipotesi possono spiegare la rappresaglia a Crescentino: il 12 settembre '44 fu arrestato dai partigiani della
X divisione Garibaldi "Italia", con un distaccamento a Pontestura, sulla stradale Torino-Casale, il ministro
dell'Aeronautica Rsi Botto34 e inoltre fu compiuto un attacco al posto di blocco della Gnr a Trino Vercellese; il 15
settembre, a Cavagnolo, ci fu una spedizione contro lo stabilimento di motori d'aereo, che rese inservibili macchine adibite
alla fabbricazione di detto materiale35; il 16 settembre sull'autostrada Torino-Milano, nei pressi di Rondissone, venne
bloccata l'auto del prefetto fascista Raffaele Manganiello, che si recava a Torino. Con lui furono fucilati tre ufficiali
fascisti e un'ausilaria: l'imboscata fu tesa dalla squadra di Battista Capirone "Diavolo
Rosso"36. Ci furono inoltre
sabotaggi sulla linea ferroviaria Chivasso-Casale e sulla
statale37.
La guerra continua
Dopo sessant'anni sono le testimonianze orali, pur con alcune inesattezze, quelle che ci emozionano di più;
soprattutto comunicano un senso di impotenza, come se la rappresaglia fosse capitata senza un perché e si
"abbattesse" sulla popolazione innocente: così i fatti furono raccontati fino a oggi.
E i partigiani dov'erano? Perché non scesero dalla collina del Monferrato e difesero la comunità in cui erano
perlopiù conosciuti? Parte attiva nella prima liberazione degli ostaggi crescentinesi sul ponte del Po, i partigiani
subirono un'accusa i cui contorni sono tuttora da definire.
La mattina del 20 settembre la vita a Crescentino sembrò essersi fermata: rovina, desolazione e sconforto
apparivano ovunque. I familiari degli ostaggi dovettero cercare vestiario e vettovaglie per i loro congiunti in carcere. Solo
di notte la città cominciò ad essere attraversata da qualche gruppo partigiano che, considerando il ponte sul Po "terra
di nessuno", transitava di lì per compiere azioni (autonomi, garibaldini della
19a brigata, della divisione "Italia",
membri della brigata matteottina "Italo Rossi" e gruppi di "Giustizia e Libertà"). La
2a brigata della VII divisione
"Monferrato" combatté, il 25 settembre, in località Mogol (Brusasco), contro la X Mas di Chivasso, che aveva
catturato molti civili a Murisengo. Nello scontro durissimo, con disparità di forze, ebbero la meglio i partigiani. Fu ferito a
morte il primo patriota di Crescentino, Tino
Dappiano "Stinchi-Bomba", che spirò al Bolacco; molti riportarono gravi
ferite (testimonianze di B. F. e M. P.)
Si chiuse così il mese di settembre del '44, durante il quale la Resistenza entrò nella sua stagione più piena e
accumulò titoli sufficienti per essere considerata dagli Alleati un valido interlocutore.
In autunno, dopo una generale riorganizzazione, il
3o battaglione "Tino Dappiano", al comando di Attilio
Accorsi, si spostò verso Gabiano, dove ripresero nuove operazioni contro i patrioti; il 9 ottobre a Villadeati, dieci ostaggi,
tra cui il parroco don Ernesto Camurati, furono
uccisi38.
All'inizio di novembre prese il via un terribile rastrellamento concentrico per debellare l'attività dei ribelli, che
durò per tutto l'inverno, sconvolgendo la VII divisione "Monferrato" e la XI divisione "Patria", che in alcuni casi
dovettero nascondere le armi e trovare rifugio in zone impervie. Vi partecipò una divisione mista tedesco-repubblicana,
con sette formazioni delle brigate nere di Alessandria, Vercelli, Cuneo, Milano, Torino, Asti e
Novara39. Il 16 novembre i nazifascisti si mossero contro i fuorilegge, chiudendo gli sbocchi verso la pianura vercellese, ai ponti sul Po di
Crescentino e di Trino e bloccando alle due estremità la provinciale della val Cerrina (Brusasco e Odalengo
Grande). Rimasero nella zona per più giorni, setacciando borgate, vigne, casolari, sac-cheggiando cascine, bruciando le basi
dei ribelli, prelevando ostaggi e arrestando i renitenti alla leva; molti vennero deportati nei Lager tedeschi. Divisi
in pattuglie con cani lupo, iniziarono la grande caccia all'uomo. Lungo tutta la parte sinistra del Po piazzarono i
loro presidi e l'artiglieria per braccare coloro che tentavano di attraversare il fiume.
In quell'inverno, caratterizzato da periodiche spedizioni punitive, riuscì a scendere a piedi, da Flecchia, un
comune del Biellese, la 109a brigata garibaldina, passando da Crescentino in direzione di
Cocconato40.
"La situazione politica, pur risentendo dell'andamento della guerra e del fenomeno dei banditi, in genere può
dirsi discreta [...] Anche l'azione del Comitato di liberazione non è molto attiva, comunque nel Biellese si sente un po' di
più. Il clero mantiene un atteggiamento di indifferenza, ma alcuni di essi sono attivi e dannosi e perciò tenuti d'occhio
dalle autorità fasciste [...] Mentre il disfattismo politico più ignominioso si accanisce sulla coscienza dei tentennanti,
determinando stati d'animo d'apprensione, la propaganda sovversiva sommerge e travolge la gioventù inquieta. Da alcuni
giorni, sull'onda 47,5, una radio clandestina, denominata Baita, commenta e trasmette dalle ore 21 alle ore 22, notizie
della zona biellese, attaccando alcuni esponenti della
Provincia"41.
Così scrisse la Gnr il 7 novembre '44 e sulle bande di ribelli nella zona di Crescentino-Saluggia ribadì che
erano composte da delinquenti comuni, forse duemila, con armi individuali. "Date le peggiorate condizioni atmosferiche
che rendono difficoltosa la vita dei banditi sulla cinta alpina e prealpina, molti gruppi di fuori legge sono scesi
attraverso la Serra o lungo il corso del fiume Sesia nelle colline del Monferrato senza però aggravare sostanzialmente la
situazione. In complesso, essi controllano i tre quarti della Provincia e il loro numero si può contare in 10.000
circa"42.
Il proclama Alexander del 13 novembre '44, che invitava a cessare le operazioni militari, e i disaccordi tra i
partiti del Cln all'interno del governo Bonomi, succeduto a Badoglio, influenzarono negativamente il morale dei
patrioti; alcuni tornarono a casa, altri si sbandarono.
"A Crescentino giunse il prefetto Morsero che, in piazza Caretto, ordinò ai giovani di entrare nelle fila della Rsi
per lottare contro traditori e Alleati" (testimonianza P. M.).
"Il rastrellamento si concluse negli ultimi giorni di novembre. Non vi erano stati scontri violenti, nessuna banda
era stata sorpresa o annientata, ma le basi, i depositi di viveri, molti dei veicoli erano andati distrutti o erano caduti
in mano al nemico, alcuni comandanti erano stati catturati. I tedeschi ormai controllavano tutto il Monferrato tra il
Tanaro e il Po"43.
Continuarono fino a primavera inoltrata le ricerche dei disertori delle leve soggette al bando Graziani, le
requisizioni di bovini e le minacce ai presunti fiancheggiatori delle bande, cioè ai civili.
La brigata nera "Bruno Ponzecchi", guidata dal federale Gaspare Bertozzi, fu impegnata in operazioni di polizia
a Crescentino e lasciò una nota spese, poi firmata dal commissario
prefettizio44.
La situazione sociale era instabile: coprifuoco, posti di blocco, requisizioni, delazioni e anche denunce ai
prelievi alimentari da parte dei partigiani. Il 1 marzo '45, a Crescentino, ci fu uno scontro tra i partigiani e una colonna di
tedeschi lungo il viale Filippo Corridoni, che portava alla stazione. Fu colpito presso la scuola elementare Leandro
Godino, di Luigi e di Osenga Giovanna, nato a Trino il 15 agosto 1926, celibe, di nazionalità italiana, di professione
pilatore, della 1a brigata della VII divisione
"Monferrato"45.
In seguito al rastrellamento del 7 aprile, in frazione Campagna fu ferito a morte Angelo Allara. La rappresaglia
era stata conseguente allo scontro armato tra partigiani e nazifascisti del giorno precedente, messo in atto dal
battaglione "Tino Dappiano", rinforzato dagli uomini della
105a brigata "Perotti" (guidata dal maggiore Fracassi), in
missione per raggiungere l'autostrada Torino-Milano. Durante l'azione i partigiani avevano catturato un camion con
mitragliera pesante della Wehrmacht46.
"Al mattino sentimmo alcuni spari provenienti dalla strada per Saluggia; Allara (40 anni), che non si era
fermato all'alt, morì per ferite d'arma al polmone destro, lasciò moglie e due figli
piccoli47. I militi circondarono il
piccolo centro a caccia di disertori e banditi, nelle cascine c'erano vecchi e alcuni giovani nascosti in rifugi di fortuna.
Sparavano a tutto spiano, presero venti ostaggi che, messi su un camion, furono portati a Crescentino sotto la minaccia
di una fucilazione generale. Nel gruppo, c'erano anziani e quattro giovani. Mentre raggiungevamo il capoluogo,
colpirono con una mitragliatrice di precisione i finestroni della torre civica. La colonna giunse poi all'Ente Risi di
Fontanetto Po e lì si fermò. Noi giovani fummo messi al muro, e controllati da un nazista armato; dopo il pranzo, dato
che i soldati si ripresentarono ubriachi, la maggioranza riuscì fortunosamente a tornare a casa, ma noi finimmo in
carcere a Vercelli. Ci interrogarono, chiedendoci dove si nascondessero i partigiani di Crescentino, sentimmo grida di
tortura e raffiche di fucile. Non trovando indizi, dopo una settimana ci rilasciarono" (testimonianza di C. O.).
Altri caduti civili, i cui nomi compaiono nelle pratiche per la pensione di guerra dell'Ascc furono: Eine Cossa
di Giorgio e di Albertino Caterina, nata a Rovasenda il 15 ottobre 1913, anni 30, abitante in strada San Grisante 15,
contadina, ferita da una scheggia di bomba aerea il giorno 11 settembre 1944, presso il ponte di Sant'Anna sulla
Dora Baltea, tra Crescentino e Borgo Revel (Verolengo); Ivo Andrietti di Giovanni e fu Castagneris Fortunata, nato a
Verolengo nel 1916, agricoltore, abitante in frazione Mugetta, morto in seguito allo scoppio di una mina tedesca, il 1
maggio 1945; lasciò moglie e due figli; Ernesto Massa di Francesco e di Costanzo Domenica, nato a Casanova Elvo il
28 agosto 1915, abitante in Strada Saluggia 85, agricoltore,
morto il 1 maggio 1945 in seguito allo scoppio di una
mina tedesca; lasciò moglie e due figli. Morì anche una donna di Verolengo, Anna Daniele.Gli ultimi tre, tutti
contadini, persero la vita nei pressi di un ponte strategico, che i nazisti avevano minato mentre si stavano ritirando, dopo la
liberazione di Torino.
Sul marmo del monumento ai caduti compare il nome di Giacomo Lifredi, di cui non rimane traccia nei
documenti d'archivio.
I partigiani crescentinesi caduti nei venti mesi della guerra civile furono: Francesco Bena di Giuseppe, classe 1924,
appartenente alla XI divisione "Patria",
42a brigata "Vittorio Lusani", fucilato per rappresaglia a Livorno Ferraris,
il 30 marzo 1945; Giuseppe Bianco, classe 1917, III divisione garibaldina "Tonani", caduto il 1 marzo 1944 a
Chianocco (To); Virginio Bosso di Giovanni, classe 1926, appartenente all'XI divisione "Patria",
42a brigata, deceduto per infortunio a causa di servizio a Lamporo, il 3 maggio 1945; Antonio Cenna di Flavio, classe 1925, appartenente alla
V divisione alpina "Gl", brigata "Sergio Toja", fucilato per rappresaglia a Caluso il 7 aprile 1944 dall'11o battaglione di Ss italiane, di stanza ad Aosta; Battista
Dappiano (Tino) di Paolo, classe 1923, appartenente alla VII divisione "Monferrato", deceduto in combattimento a Verrua
Savoia il 26 settembre 1944; Giovanni Ferrarini di Augusto, classe 1925, appartenente alla XI divisione "Patria", deceduto
in combattimento a Saluggia, il 25 aprile 1945; Battista Ferraris di Giovanni, classe 1922, appartenente alla IV
divisione autonoma "Alpi", deceduto in combattimento a Ormea, il 6 marzo 1944; Giuseppe Pasino di Giovanni Battista,
classe 1922, appartenente alla VII divisione "Monferrato", deceduto in combattimento a Torino il 29 aprile 1945; Felice
Miraglio di Crescentino, classe 1922, appartenente alla II divisione garibaldina "Felice Cascione", deceduto a Valle
Argentina l'11 marzo 1945, per ferite riportate in combattimento; Giuseppe Scappino, fu Pietro, classe 1926,
appartenente alla divisione matteottina "Italo Rossi", deceduto in combattimento ad Aramengo il 20 novembre 1944.
Altri partigiani sepolti a Crescentino sono: Pietro Artioli, deceduto ad Asti il 15 giugno 1945, classe
190448; Giuseppe Bertolino, classe 1899, caduto il 18 luglio 1945 a Torino, appartenente al gruppo mobile operativo di
"Giustizia e Libertà"; Mario Tavella, di ventun anni, orfano, deceduto all'ospedale di Santo Spirito, il 28 aprile 1945;
Giuseppe Bovero, fu Giacomo, classe 1925, deceduto a Crescentino il 25 aprile, fu ferito a morte a Saluggia,
nell'attacco al presidio della Gnr; la salma fu poi trasferita a Torino.
Lidia Fontana "Lidia", staffetta partigiana della brigata "Garibaldi" della val di Lanzo, non è sepolta a
Crescentino. Nell'Archivio di Stato di Torino è conservata la documentazione della sua attività
politica49.
"Giovane antifascista, già iscritta al Pci, iniziò la sua attività di staffetta nel gennaio '44, al seguito del suo
compagno Galli (Oreste Pajetta). In val di Viù organizzò un nutrito ed efficiente distaccamento femminile al quale, oltre
a incarichi di staffetta, venne affidato il compito di preparare abiti, calze e maglioni per i partigiani. Catturata ad
ottobre dai nazifascisti, violentata e torturata, seppe tacere, salvando vite e situazioni. Rilasciata dopo venti giorni,
raggiunse i suoi compagni in
valle"50. La morte di Galli, il 10 aprile 1945, la gettò in una profonda crisi.
Lidia restò invalida a causa delle torture.
(1 - continua)
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