Marilena Vittone

Un processo a collaborazionisti vercellesi
tra amnistia e giustizia penale



La legislazione italiana [...] è piena di formule generiche esitanti ed approssimative: precisione e chiarezza, le più pregevoli qualità delle buone leggi, sono ignote ai nuovi legislatori, non si capisce se per difetto di stile o per deliberato spirito di compromesso1.


Questo saggio analizza alcuni atti giudiziari relativi ad un processo nei confronti di fascisti che operarono in provincia di Vercelli, svoltosi in concomitanza con l'emanazione della legge di amnistia del 22 giugno 1946, contenente alcune ambiguità di fondo che ne facilitarono un'indiscriminata applicazione. A distanza di oltre sessant'anni, varie ragioni riconducono ancora a quei fatti di guerra che, tra gli altri toccarono il territorio di Crescentino. Per mezzo della sentenza è possibile ricostruire una pagina di storia, perlopiù sconosciuta, un periodo tormentato e inquieto di trapasso tra il ventennale regime fascista e l'Italia repubblicana.
È un contributo per far luce su una memoria controversa, sui valori di un determinato contesto storico e sociale e sulle vicende complesse che segnarono la Repubblica nata dalla Resistenza. Se verranno rielaborate criticamente, potranno offrire una maggiore consapevolezza del passato e nuovi spunti per la memoria collettiva2.

I conti con il fascismo

"Dappertutto la guerra ha diffuso una facile crudeltà, una crudeltà inconsapevole e piatta che è la peggiore linfa dell'uomo. L'orribile senso del gratuito, dell'omicidio non necessario. Tolti i ritegni, diventa consuetudine uccidere e punire è diventato un esercizio. L'orrenda debolezza dell'uomo è venuta fuori, la debolezza dell'uomo che può comandare"3. Il clima di violenza degli anni 1943-45 segnò la società italiana; l'occupazione tedesca, il governo fascista repubblicano e le rappresaglie nei confronti dei civili avevano toccato grandi e piccole comunità, alimentando sete di giustizia e ritorsioni personali4. La fine del conflitto portò esasperazione, resa dei conti ed epurazione selvaggia derivate dalla pratica della morte e della sopraffazione, purtroppo insite nella guerra civile.
Nonostante l'Italia fosse sconvolta nelle strutture produttive e nei sistemi di comunicazione, la parola d'ordine della Resistenza e delle forze politiche fu ricostruzione generale. Il coraggio e l'impegno della popolazione spinsero al rinnovamento morale e alla mobilitazione antifascista. Mancavano i generi di prima necessità, l'aumento dei prezzi rovinava i precari bilanci delle famiglie e la disoccupazione era elevata, ma in ogni istanza pubblica si esprimevano le speranze di trasformazione5.
"Macerie materiali e macerie morali con le prime che approfondiscono le seconde. I primi mesi che trascorrono dall'aprile del '45 sono giorni di liberazione più che giorni di libertà, e la gioia della liberazione si spegne alla vista delle case sventrate"6. Al disastro economico, si rispose con proposte di riforma politica, di rinascita morale e di etica pubblica, valori difficili da praticare dopo venti anni di dittatura che avevano tolto la libertà agli italiani e coinvolto il Paese negli eventi bellici.
Gianni Oliva recentemente ha scritto: "Le 'ombre nere', che attraversano l'Italia nel 1943-45, si proiettano sul 'sangue dei vinti', che viene sparso dopo il 25 aprile. È una stagione breve e furiosa di rabbia, che coinvolge grandi e piccoli paesi del Centronord, dove l'uscita dalla guerra e dal fascismo implica forme di rottura drammatiche. Le due storie si rimandano l'una all'altra: il lutto e la vendetta, la ferocia subita e inflitta, l'umiliazione e la colpa. E sullo sfondo una consuetudine con la morte e la sofferenza, veicolata da due anni di guerra civile"7.
All'indomani dell'insurrezione si moltiplicarono gli appelli alla legalità del governo Bonomi, del Clnai e delle autorità angloamericane, che invitavano ad avere fiducia negli operatori della giustizia preposti ad accertare le responsabilità dei fascisti imputati di gravi colpe. A Vercelli il Cln provinciale, presieduto da Ermenegildo Bertola, aveva decretato che fossero istituite una commissione di giustizia e una commissione di epurazione per punire i criminali di guerra ed allontanare dalla vita locale i "residuati del passato regime di corruzione e di tradimento"8.
Tra la cessazione dei combattimenti, il disarmo delle formazioni partigiane e il ritorno ad una certa normalità intercorsero alcune settimane, in cui avvennero rivalse ed episodi di sangue, fino a quando gli organi statali preposti alla giustizia ripresero il controllo della situazione.
Il governo Badoglio aveva già affrontato il complesso problema dell'epurazione, ma fu quello presieduto da Bonomi ad avviare con rigore la punizione dei crimini fascisti9. Il decreto legislativo luogotenenziale n. 159 del 27 luglio 1944 fu un punto di svolta per fare i conti con il passato e per la rinascita morale: prevedeva pene severe (anche la pena di morte) per chi aveva annullato le libertà popolari, creato il regime fascista e condotto alla catastrofe della guerra o per chi, dopo l'8 settembre 1943, aveva commesso "delitti contro la fedeltà e la difesa militare dello Stato con qualunque forma di intelligenza o corrispondenza o collaborazione col tedesco invasore, di aiuto o di assistenza ad esso prestata".
I pezzi grossi del regime dovevano essere giudicati da un'Alta corte di giustizia, "presieduta dal consigliere di Cassazione Lorenzo Maroni e composta da altri 8 membri, nominati dal governo fra alti magistrati e altre personalità di rettitudine intemerata"10.
I titoli II e IV del decreto erano dedicati all'epurazione dell'apparato burocratico e militare (gerarchi, organizzatori delle squadre fasciste, ma anche impiegati che avevano servito la Rsi) e all'Alto commissariato, presieduto dal conte Carlo Sforza, "che doveva dirigere e invigilare l'opera di tutti gli organi a mezzo dei quali si adempiono le sanzioni contro il fascismo", ed aveva il diritto di procedere all'istruzione dei procedimenti penali ed epurativi, nonché di espletare tutte le necessarie indagini11. I giudizi erano inappellabili. Mentre ancora infuriava la guerra, fu complicato procedere all'applicazione del decreto; i magistrati si trovarono a difendere la loro stessa categoria e molti che dovevano essere epurati vennero incaricati di epurare12!
Con la disfatta tedesca e "repubblichina", il dibattito sulla legalità in seno al movimento resistenziale si fece serrato; la situazione imponeva scelte rapide per rispondere al bisogno di rinnovamento della popolazione. Mentre Alta corte e commissari procedevano per inerzia sulla base di codici e codicilli, il secondo governo Bonomi promulgò il decreto legislativo n. 142 del 22 aprile 1945. La politica intese riaffermare le prerogative della magistratura ordinaria in nome di una normalizzazione del Paese e istituì le Corti d'assise straordinarie (Cas) nelle città teatro della guerra civile per punire i crimini fascisti (come stabilito nel decreto del luglio '44). Avrebbero dovuto funzionare sei mesi, un tempo utile per portare a termine il maggior numero dei procedimenti penali nei confronti dei collaborazionisti: i governanti saloini, i dirigenti del Pfr, i componenti del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, i capi di Provincia e/o segretari di federazioni, i direttori di giornali politici, gli ufficiali delle camicie nere impegnati in rastrellamenti, deportazioni, incendi, rapine non necessari alle operazioni di guerra e i delatori nei confronti di ebrei, civili, partigiani. Esse presero a funzionare dal mese di maggio con la funzione di "incarnare lo spirito della nuova coscienza sociale"13.
Non erano "organi giurisdizionali estranei all'organizzazione della giurisdizione ordinaria e non erano quindi giudici speciali nel significato tecnico sia per la loro costituzione sia per le norme procedurali che ne regolavano il funzionamento; esse erano da considerarsi organi speciali della giurisdizione ordinaria, cioè giudici specializzati ma non speciali"14.
Contemporaneamente il Clnai aveva istituito, per punire i delitti fascisti, i Tribunali del popolo, i quali però non solo non avevano riscosso il consenso sperato, ma avevano preoccupato di una possibile svolta rivoluzionaria gli Alleati, che perciò si opposero alla loro realizzazione, in accordo con le riserve espresse dai moderati in seno al governo.
Le Cas, che riconoscevano ai Cln un ruolo di primo piano e prevedevano lo snellimento delle procedure, suscitarono molte aspettative. Si voltava pagina e si metteva fine alla pratica della vendetta personale; si punivano severamente i responsabili, applicando ai civili le norme del codice penale militare di guerra; si integrava il principio della responsabilità penale diretta con quello della responsabilità oggettiva dei dirigenti della Rsi. Furono i Cln a far sì che diventassero uno strumento legale della "resa dei conti con il fascismo"15.
Le Cas erano formate da un magistrato nominato dal presidente della competente Corte d'appello e da quattro giurati sorteggiati in un gruppo di cittadini di alto profilo morale; avverso le sentenze di primo grado poteva essere proposto il ricorso in Cassazione. I nuovi organismi lavorarono intensamente per risolvere l'emergenza processuale e carceraria, per evitare il paradosso di una giustizia "troppo sbrigativa nelle piazze, ma troppo lenta nei tribunali"16.
In Piemonte, dove la Resistenza era stata attiva, fu subito facile nominare nel tribunale due uomini non compromessi con il regime: il presidente della Corte d'appello fu Domenico Peretti Griva e il procuratore generale Giacinto Bozzi. Altrove i problemi non mancarono, tra gli altri quello della carenza di giudici non compromessi con la dittatura.
Le procure furono sommerse da un gran numero di denunce, spesso non così circostanziate da permettere di contestare un reato preciso; intanto stava cambiando il clima politico italiano e finiva il vento del Nord.
Per il successivo governo Parri, con Togliatti al Ministero della Giustizia, divenne essenziale la ricerca di un compromesso all'interno della coalizione antifascista in vista di un'alleanza con i ceti medi. L'andamento giudiziario procedeva tra tensioni e consensi, in bilico tra la necessità di una svolta etica, la mediazione e la richiesta dal basso di punire responsabili ed esecutori della catastrofe italiana.
Numerosi processi si svolsero in un clima incandescente e di pressione della folla e videro l'intervento del governo militare alleato, perché si commisero abusi e si comminarono molte pene di morte. Già nell'estate le corti mitigarono l'intransigenza, "la pressione dell'opinione pubblica si venne progressivamente allentando e l'influenza dei Cln andò progressivamente declinando"17.
A Vercelli, seguiti dai giornali locali, in aule gremite di persone, vennero celebrati trecento processi ai fascisti, dopo aver raccolto le accuse di parecchie centinaia di familiari di partigiani uccisi, di giovani di leva imprigionati, a seguito dei rastrellamenti, e di ebrei deportati. Non mancarono le denunce a chi aveva rubato e fatto profitti in tempi critici (collaborazionismo economico). La Cas applicò con rigore i criteri di giudizio; a volte, per reati analoghi, si espresse in modo differente suscitando dubbi, malcontento ma anche appigli per i ricorsi in Cassazione (prima fu istituita una sezione speciale a Milano poi, nel novembre del 1945, i ricorsi confluirono alla sezione ordinaria della Cassazione di Roma).
Con un decreto del 5 ottobre 1945, Togliatti soppresse le Cas e istituì le sezioni speciali delle Corti d'assise ordinarie, che rimasero in vigore per tutto il 1947 (da aprile 1946, con la modifica della composizione: due magistrati, cinque giudici popolari, scelti non su elenchi del Cln, ma da una commissione presieduta dal presidente del tribunale con il sindaco della città e un rappresentante del Cln).
Per quanto riguarda il Piemonte: "L'impressione di fondo che si ricava è che la giustizia piemontese non abbia avuto difficoltà a colpire anche severamente gli eccessi della guerra civile contro i partigiani e le popolazioni che a loro avevano dato appoggio, ma non abbia voluto fare il processo al regime fascista"18. In Piemonte furono all'opera undici Corti d'assise straordinarie davanti alle quali finirono 3.634 persone; vennero inflitte circa 203 condanne a morte, 23 all'ergastolo, 319 alla reclusione superiore a venti anni e 853 a pene variabili tra i cinque e i venti anni di reclusione.
Nel gioco combinato delle corti e della Cassazione, le forze antifasciste pensavano che potesse risolversi la resa dei conti in modo tale da non provocare troppi guasti nel tessuto sociale dell'Italia. Ma questa speranza andò delusa. Le sezioni speciali diedero sempre meno prova del rigore che aveva caratterizzato l'attività delle Cas e, soprattutto, la Cassazione riservò in molti casi ai fascisti già condannati in primo grado un trattamento di favore"19.

L'amnistia

I processi delle Cas (dai venti ai trentamila) erano serviti a disattivare il potenziale di rabbia popolare e a stimolare "una riflessione a tutti i livelli sul fascismo, sulla corruzione dei gerarchi, sul disgustoso comportamento dei delatori e sul vile opportunismo di simpatizzanti e profittatori; nelle aule dei tribunali, in altre parole, si tennero per molti mesi migliaia di lezioni di storia patria al termine delle quali solo pochi irriducibili potevano pensare di tessere le lodi del fascismo o addirittura sperare in una sua pronta rinascita"20. In nome della giustizia, si erano riaffermati i valori di dignità umana e libertà che avevano animato gli antifascisti e i patrioti nei venti mesi della Resistenza. Ma, all'inizio del 1946, il clima pubblico era mutato, la defascistizzazione languiva.
Il governo Parri, con il guardasigilli Togliatti, proseguì nella pacificazione del Paese, con la proposta di una legge di amnistia e di indulto per i reati comuni, politici e militari. Da subito, Togliatti cercò il consenso della magistratura, difendendone l'indipendenza, raccomandando l'applicazione delle leggi, per superare le forme illegali di rappresaglia ed avvicinare "il momento in cui, severamente puniti i responsabili della catastrofe e i traditori, tutte le forze della Nazione potranno riconciliarsi e procedere unite nello sforzo della ricostruzione"21.
Mentre si stavano dissolvendo le istanze di una svolta radicale, le carceri erano affollatissime: "Al 31 marzo 1946 i detenuti erano 79.488 (74.210 uomini e 5.278 donne) - 12.000 dei quali politici - contro i 40.000 del 1935 (e i 20.000 del 1955); la presenza di una forte aliquota di politici accresceva il rischio di rivolte carcerarie, tanto più che molti agenti rimpiangevano il ventennio. Da fine 1945 alla primavera del 1946 il sistema penitenziario pareva sul punto di esplodere"22.
Per calcolo politico, per convinzione del ruolo che avrebbero giocato i tre partiti di massa (Dc, Psi e Pci) e per chiudere con il fascismo, Togliatti decise di invertire la rotta e, soprattutto in vista del referendum istituzionale, di togliere il consenso a casa Savoia, che stava pensando ad un provvedimento di clemenza in occasione dell'abdicazione di Vittorio Emanuele III. Il 15 maggio del 1946 il ministro si espresse a favore dell'amnistia, seppur di limitata ampiezza e da concedersi all'indomani delle elezioni per l'Assemblea costituente, e da quel momento il dibattito si accese tra pro e contro.
Fu il primo governo De Gasperi, che si era posto l'obiettivo di procedere alla normalizzazione delle funzioni dello Stato, ad emanare il decreto presidenziale n. 4 del 22 giugno 1946, "Amnistia e indulto per i reati comuni, politici e militari". Tale scelta legislativa significava che i reati erano stati commessi, ma interveniva la clemenza dello Stato a dichiararli estinti, previo accertamento giudiziario delle condizioni previste perché lo Stato rinunciasse alla potestà punitiva.
Ormai, spirava il vento della guerra fredda e l'opinione pubblica era sempre meno attenta alle tematiche dell'epurazione; tra l'altro in febbraio era finita l'esperienza dei prefetti nominati dal Clnai e in servizio erano tornati i vecchi funzionari di carriera23.
La legge, preceduta da discussioni e frutto di compromesso tra la sinistra e i partiti moderati, era introdotta da un'interessante relazione di Togliatti, che ribadiva che il gesto di clemenza dello stato repubblicano "atto di forza e di fiducia nei destini del paese", avrebbe creato un nuovo clima di unità e concordia, senza dimenticare "la necessaria opera di giustizia per il definitivo nostro risanamento politico e morale".
Il guardasigilli così scrisse: "Ci si è bensì preoccupati, per i reati di diritto comune, di non eccessivamente estendere la portata dell'atto di clemenza [...]. Per i reati politici ci si è trovati di fronte a esigenze in parte e talora contrastanti, di cui si è dovuto tener conto nel determinare il contenuto e i limiti dell'atto di clemenza".
Il fenomeno collaborazionista veniva inquadrato nelle circostanze generali che avevano portato molti italiani a schierarsi con Mussolini a fianco dei tedeschi, perciò si distinguevano i gregari dai capi, raccomandando il rigore verso i dirigenti politico-militari. Erano ammessi all'amnistia coloro che si erano macchiati di reati per i quali la legge "prevedeva una pena detentiva, sola o congiunta a pena pecuniaria, non superiore nel massimo a cinque anni".
Erano esclusi i gerarchi e coloro che nella esecuzione o in occasione dei delitti avevano commesso o partecipato a commettere uccisioni, stragi, saccheggi, o sevizie particolarmente efferate, oppure erano stati indotti al delitto da uno scopo di lucro (art. 3). Beneficiavano dell'amnistia anche i partigiani macchiatisi dopo la Liberazione di atti gravi. Inoltre, erano previsti il condono o la commutazione di pena per i reati politici (pena di morte in ergastolo, ergastolo in reclusione per trenta anni, pene detentive se superiori a cinque anni ridotte di un terzo).
Il condono non si applicava nei confronti di coloro che si trovavano in latitanza, alla data dell'entrata in vigore del decreto (salvo si fossero costituiti entro quattro mesi dalla data stessa). Se l'imputato non voleva usufruire dell'amnistia, con la facoltà di rinunzia poteva chiedere il regolare processo per dimostrare la propria innocenza (art. 6). La legge, composta da sedici articoli, ebbe effetti immediati e andò ben oltre quanto si era proposta. Nel giro di pochi giorni uscirono dal carcere fascisti che avevano ricoperto cariche e che avevano commesso azioni gravi. L'Italia fu la prima tra i paesi europei coinvolti dal conflitto a promulgare il decreto, dopo appena quattordici mesi dalla Liberazione, e ciò comportò incongruenze e superficialità. Le cose andarono diversamente da come Togliatti si era proposto, malcontenti e disordini accolsero molte scarcerazioni eccellenti24.
Le carceri erano strapiene di fascisti già condannati in primo grado o in attesa di giudizio; molti si trovarono scarcerati e assolti, anche chi fu accusato di efferatezze, sulla base di un'interpretazione estensiva e clemente della stessa amnistia; in particolare le sevizie non particolarmente efferate diedero adito a molte eccezioni25.
Togliatti diramò circolari perché fosse applicata ai partigiani e ricevette attacchi: Anpi, alcuni militanti del suo partito e cittadini comuni espressero il loro sdegno26. Dopo poche settimane chiuse con l'impegno governativo e, nell'esecutivo presieduto da De Gasperi, il Ministero di Grazia e Giustizia andò a Fausto Gullo, compagno di partito, che aveva ricoperto l'incarico di ministro dell'Agricoltura interessandosi per assegnare la terra ai contadini.
Certamente, la legge di amnistia contribuì a svuotare le carceri, ma lasciò intendere che ci fossero due pesi e due misure nei confronti di molti incarcerati e che la magistratura non fosse così epurata e legata alle nuove idee della democrazia. Per la sua benevola applicazione a personaggi eccellenti e per la strategia del rinvio della Cassazione, non mancarono le critiche alla magistratura, perché molti collaborazionisti uscirono di prigione o si videro ridotti gli anni di detenzione con ragionamenti capziosi27.
"Dinanzi alle frequenti derubricazioni dei crimini fascisti a comportamenti poco meno che corretti, i giuristi di orientamento democratico coniarono l'espressione 'sentenze aberranti'; Piero Calamandrei usò l'eufemismo 'sentenze extravagantes' e auspicò che l'Associazione nazionale magistrati sconfessasse una giurisprudenza nostalgica che ignorava guerra e resistenza, crollo del fascismo e nascita della democrazia"28.
Il provvedimento di Togliatti aveva concesso ai magistrati un enorme potere discrezionale per definire di volta in volta i confini tra "sevizie", "sevizie efferate" e "sevizie particolarmente efferate"29. Era entrato in vigore il 23 giugno, quando si stavano svolgendo i processi ai collaborazionisti e la defascistizzazione era ancora in atto. Tra l'altro, gruppi neofascisti stavano instaurando nuove modalità di aggregazione, che preoccupavano fortemente i partiti di sinistra30. "L'amnistia, pur presentandosi come provvedimento antitetico all'epurazione, non è altro che la seconda e conclusiva fase del procedimento di consolidamento di un regime. Per il carattere opposto che presentano epurazione e amnistia si tratta di operazioni da tenere distinte, pena la mancata riuscita dell'una e dell'altra che si riflette in pericolosi contraccolpi psicologici subiti dalla popolazione. La punizione implica e impone il ricordo, l'amnistia richiede l'oblio"31.
Piero Calamandrei acutamente osservava: "La colpa di tutto questo è stata ed è, più che dei giudici, dei legislatori. I quali, incapaci di istituire apertamente organi rivoluzionari di giustizia politica, non si sono ricordati che i giudici ordinari sono per abito professionale e per dovere d'ufficio i custodi delle leggi che trovano in vigore, i conservatori della legalità costruita [...] e si sono gravemente ingannati, essi legislatori, nel supporre nei giudici una sensibilità politica che questi non avevano l'obbligo di possedere"32.
Al 31 luglio avevano beneficiato dell'amnistia 219.481 persone, per lo più imputate di piccoli reati; tra queste, noti collaborazionisti, che fecero clamore. "Sulla base dei primi due articoli del decreto - pene inferiori ai 5 anni e reati posteriori alla liberazione - furono amnistiati 4.127 fascisti, 153 partigiani e 802 imprecisati; il terzo articolo (che escludeva le sole 'persone rivestite di elevate funzioni di direzione civile o politica, o di comando militare' e di 'fatti di strage, sevizie particolarmente efferate, omicidio o saccheggio' e i delitti compiuti a scopo di lucro) fu applicato a 2.979 politici, tutti fascisti. Dell'indulto beneficiarono 2.202 condannati politici. In carcere rimanevano 2.157 fascisti: 1.776 espiavano la condanna e 1.361 attendevano il processo"33.
Carlo Galante Garrone, magistrato azionista, un anno dopo, sul palleggiamento di accuse tra potere giudiziario e classe di governo, sostenne che sulla magistratura ricadevano le maggiori responsabilità perché aveva "sfruttato le manchevolezze, le contraddizioni, le dubbiezze del decreto di amnistia, e impugnato il piccone della sua interpretazione per demolire tutte, o quasi tutte, le responsabilità del fascismo nuovo ed antico: quando invece sarebbe stato possibile e corretto distinguere fra le varie forme di collaborazione, graduare le responsabilità e negare il perdono a chi del perdono non era degno"34.

Cas di Vercelli

A Vercelli (presidenti i magistrati Domenico Cortese, Saverio Lorenzo e Giovanni Giordano; giudici Carlo Reviglio della Veneria e Carlo del Pozzo) la Cas lavorò dal 4 giugno 1945 al 19 luglio 1947 per un totale di diciannove sessioni, esaminando 392 imputati.
Tra le pagine dei 178 fascicoli processuali conservati all'Archivio di Stato si leggono le accuse e in calce, sovente, compaiono il ricorso in Cassazione e l'estinzione del reato per amnistia35. I condannati della Cas avevano come unica possibilità di impugnativa il ricorso alla Corte suprema, che doveva verificare la correttezza procedurale e che, invece, entrò nel merito, privilegiò le tesi esposte nelle varie istanze, analizzò le motivazioni, sottilizzò sulle sevizie e applicò le attenuanti. Tra l'altro, ulteriori indulti e amnistie si susseguirono negli anni, per cui pochissimi collaborazionisti restarono in carcere dopo il 1950; dall'aprile 1944 al dicembre 1949 furono emanati ben ventiquattro provvedimenti.
A Vercelli, seguiti dai giornali locali, si svolsero trecento processi a fascisti, sfilarono testimoni diretti e familiari di partigiani, di giovani renitenti, di ebrei. Non mancarono denunce a chi aveva rubato e fatto profitti in tempi critici.
La stampa locale, in particolare il bisettimanale "La Sesia", documentò in dettaglio questa frenetica attività giudiziaria, seguendo i vari processi; in particolare mise in rilievo quello a quindici importanti responsabili del fascismo vercellese, che, a fine guerra, erano stati rinchiusi nei campi di prigionia degli Alleati, tra cui il federale Gaspare Bertozzi, Giovanni Fracassi, capo della Gnr, e Carlo Mariani, tenente colonnello, capo dell'Ufficio politico investigativo, con sede nell'albergo "Belgiardino".
Nel numero 6 del 14 settembre 1945, "La Sesia" raccontò come nell'istruttoria fossero emerse a loro carico prove di torture ai partigiani (la famigerata "gondola di Stalin" o pendolo, con bruciature e percosse), di uccisioni, di furti e rastrellamenti ai renitenti ai bandi Graziani, poi avviati in Germania, a cui si aggiunsero "le devastazioni a Crescentino in combutta coi tedeschi". Le cronache giudiziarie annotarono i dolorosi fatti che avevano toccato Vercelli e provincia.
Il processo ai noti personaggi del fascismo repubblicano si spostò da Vercelli a Torino, in accoglimento della domanda di legittima suspicione, avanzata dai difensori degli imputati. "I terroristi del Vercellese, davanti alle Assise di Torino", titolò "La Sesia" l'11 giugno 1946: "Su tutti gravano imputazioni che possono comportare la pena di morte".
Il procedimento, alla terza sezione speciale della Corte, presidente Nello Naldini, accolse, mentre si chiudevano le ultime fasi del dibattimento, il decreto di amnistia e di indulto, così che si accese una battaglia legale puntigliosa con cavilli giuridici; le posizioni dei singoli vennero di nuovo vagliate, le azioni più gravi (volontarie) valutate con una serie di attenuanti e le pene previste ridotte. Per dodici imputati la Corte dichiarò di non doversi procedere, essendo estinto il reato.
In successivi gradi di giudizio, la Corte d'appello di Torino procedette a riduzioni della pena inflitta ai due gerarchi con funzioni politico-militari, Bertozzi e Fracassi; in seguito ad altra amnistia furono riabilitati. Già nel 1948 le pene inflitte vennero ridotte di un terzo e nel 1959 la Corte d'appello di Torino dichiarò estinto il reato, cosa che comportò la piena riabilitazione, anche contributiva36.
Tra i testimoni chiamati dal Tribunale di Torino c'erano: Guido Casale, sindaco di Crescentino, che raccontò le drammatiche giornate del settembre 1944; numerosi cittadini crescentinesi, che riconobbero gli imputati tra gli autori delle violenze; la madre del comandante partigiano Carlo Nasi "Stefano" (divisione autonoma "Monferrato"), che denunciò la brigata nera "Bruno Ponzecchi" per un furto del valore di tre milioni, avvenuto nell'agosto '44 e nella stagione invernale, nella sua abitazione di via Clerico, 16; Giuseppe Busso, investito dall'auto di Amerio (capitano della Gnr), che pagò 800 lire per non essere trasportato a Vercelli37.
Tra i fascicoli della Cas di Vercelli si segnala quello del 15 maggio 1946 per il rastrellamento avvenuto il 21 aprile 1945 a Stroppiana, in cui furono catturati, e poi uccisi, due giovani della Sap, Domenico Carenzo e Pier Michele Roncarolo.
Tre i condannati, ufficiali della Gnr, ma solo uno presente al processo: Giuseppe Tarchetti, nato a Stroppiana nel 1908; maresciallo della brigata nera forniva "indicazioni sugli appartenenti alle formazioni partigiane e al movimento di liberazione con l'effetto di far catturare i sappisti Carenzo e Roncarolo, fucilati da altro gruppo nei pressi di Vercelli (Cascine Stra, 22 aprile '45, nda)"38. Gli altri due imputati, Ennio Parenti (1908) e Romeo Bartellone (1915), rispettivamente ufficiale e sottufficiale della Gnr, risultarono latitanti. La Corte d'assise condannò Tarchetti a dodici anni di reclusione, Parenti e Bartellone a dieci.
Nelle carte dell'Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea39 si legge che i latitanti presentarono richiesta di amnistia il 29 giugno, tramite gli avvocati difensori. Per tutti ci fu l'estinzione del reato, con sentenza di amnistia del 18 luglio. Ma non si era esclusi dal provvedimento se latitanti? Chi pagò per la morte dei due giovani alla vigilia della Liberazione? Tra l'altro, differenti segnalazioni sul fatto, con accuse circostanziate e nomi dei colpevoli, furono presentate ai carabinieri di Stroppiana in data 23 agosto 1945; finirono, poi, nei faldoni della Procura militare di Roma e lì restarono per sessant'anni.
A seguito di quaranta amnistie, il prefetto di Vercelli, il 24 ottobre 1946, si preoccupò di segnalare alcune anomalie che avevano suscitato critiche e citò alcuni beneficiati: Pietro Mainardi, vicecomandante della compagnia Op, Giacomo Opezzo, ufficiale della brigata nera, che aveva arrestato più di cento sbandati avviati ai campi di concentramento; Ernesto Ferrara, delatore, tutti rimasti latitanti e tutti amnistiati; don Giuseppe Vernetti, cappellano militare, fondatore di Radio Baita, condannato alla pena di morte nei giorni della Liberazione; Alberto Amerio e Dante Gadina, rastrellatori del Vercellese, di cui si parlerà in seguito40.

Il processo ai collaborazionisti vercellesi

Grande rilievo riscosse il processo a quindici brigatisti neri svoltosi a Torino per motivi di legittima suspicione. La terza sezione speciale della Corte d'Assise, in data 28 giugno 1946, concluse il dibattimento con la sentenza penale contro coloro che avevano compiuto violenze e omicidi "per favorire le operazioni del nemico tedesco e nuocere alle operazioni delle Forze armate dello Stato Italiano", sulla base di una serie di accuse raccolte in fase istruttoria. Le stesse saranno valutate alla luce dell'amnistia, come proposto dal Pubblico ministero. Nei documenti (segnalati in precedenza) si leggono i dolorosi fatti che toccarono Vercelli e provincia e che coinvolsero famiglie e comunità.
Il presidente Naldini, il giudice Luda di Cortemiglia e i giurati Campese, De Paoli, Lavagno, Morello, Rigo ne presero atto e ridussero la pena a tutti gli imputati, salvo che a uno, Carlo Mariani (classe 1892). Fu condannato a morte ma, come si legge in calce al documento, fece ricorso in Cassazione e sei mesi dopo si salvò dalla condanna (con l'entrata in vigore della Costituzione fu abolita la pena di morte). Il fascicolo, che raccoglie le risultanze delle inchieste svoltesi per alcuni mesi a Vercelli e concluse con cinque condanne a morte e con parecchi anni di reclusione ai collaborazionisti, risulta corposo e interessante.
Giovanni Fracassi (1900), colonnello della Gnr a capo della compagnia Op, fu accusato di rastrellamento nelle zone di Borgo d'Ale e Strambino, di arresto e uccisione di partigiani (catturati nel Biellese, a Olcenengo, ad Arborio, a Trino), della cattura nella zona di Crescentino di quattrocento renitenti alla leva e di aver consentito all'Ufficio politico investigativo persecuzioni, soprusi e sevizie. Costituì tribunali straordinari della Gnr, in cui vennero fucilati i partigiani Burzio, Cassetta, Dejana, Dreussi, Mosca, Orlando e Pluda.
Gaspare Bertozzi (1896), federale del Pfr e comandante la brigata nera "Ponzecchi", prese parte a rastrellamenti nel Biellese nell'agosto del 1944 e, nel gennaio del 1945, a Villata, Palazzolo, Fontanetto Po, Lignana, Larizzate e Desana, con la cattura di patrioti e cittadini, in parte fucilati sul posto, in parte deportati o costretti ad arruolarsi nelle formazioni fasciste. Fu accusato di incendi, saccheggi e ruberie a Gattinara, Crescentino, Prarolo. Inoltre, fu giudice effettivo del Tribunale provinciale straordinario di Novara e giudice supplente del Tribunale provvisorio straordinario di Vercelli, partecipando ai rispettivi giudizi.
Carlo Mariani (1892), comandante dell'Upi di Vercelli, fu accusato della tortura del pendolo, di calci e percosse, di somministrazione di cibi salati e ustioni agli imprigionati (sono indicati ben nove nomi di testimoni). Provocò la fucilazione di Domenico Gasparro (classe 1907, partigiano della XII divisione Nedo, 109a brigata "Garibaldi", nda) e partecipò alla fucilazione dei partigiani sopraccitati.
Pietro Mainardi (1904), quale capitano della Gnr, aveva partecipato a rastrellamenti e devastazione di beni di inermi cittadini a scopo di rappresaglia; fu anche giudicato colpevole di omicidio per aver preso a bastonate Pietro Bullone, in correità con Dante Gadina (1903), capitano della brigata nera, che, tra l'altro, partecipò a rappresaglie e sevizie, provocò per spavento la morte di un uomo e fu accusato di essere delatore di ebrei (addirittura tre testi lo accusarono).
Gli altri dieci imputati, che avevano occupato varie cariche nelle formazioni fasciste, furono giudicati idonei all'applicazione dell'amnistia: Alberto Amerio, Ottorino Cozza, Attilio De Angelis, Francesco De Maida, Eusebio Dogliotti, Umberto Fossati, Giacomo Martinotti, Adamo Vaghi, Giovanni Verro, Giovanni Zarino.
Anche se i reati andavano dalle sevizie alla delazione nei confronti degli ebrei e di inermi cittadini, sospettati di favorire le operazioni di guerra alleata e dei partigiani o di nascondere prigionieri di guerra angloamericani, inviati nei campi di concentramento (alcuni dei quali non fecero ritorno), la Corte non ebbe la certezza della loro colpevolezza (in dubio pro reo). C'è da segnalare che nessuno dei quindici imputati aveva chiesto di far ricorso all'art. 6 dell'amnistia, che prevedeva di non avvalersene per svolgere con procedura normale il processo e dimostrare così la propria innocenza.
Solo Fossati fu subito amnistiato senza che nel fascicolo siano riportate particolari discussioni in merito. Nella stesura definitiva della sentenza penale i giudici precisarono che le risultanze dibattimentali non erano tali da "fondarvi con la dovuta sicurezza ed obiettività la responsabilità dei prevenuti medesimi" e, quindi, misero in atto quei dispositivi atti a proscioglierli, tra l'altro il cosiddetto "favor amnistiae, per cui il beneficio va applicato anche in quei casi dubbi, e cioè in tutti quelli per cui l'esclusione appaia perentoria e indiscutibile".
In diversa misura, gli imputati avevano partecipato a rastrellamenti nel Biellese, nel Vercellese e nel Monferrato, unitamente ad un reggimento di polizia (Ss Polizei Regiment 15 del colonnello Ludwig Buch, nda), a perquisizioni, fermi, lesioni, percosse, denunzie, delazioni, asportazioni di oggetti ai danni di persone indiziate come ostili al nazifascismo, o di familiari di sbandati e renitenti, ma i giudici sottoscrissero che "nessuna prova veramente chiara ed incontrovertibile, è stata acquisita. [...] Non sarebbe consono ai principi del nostro diritto costituito ed anche alle concezioni giuridiche nostrane, addossare a loro tale responsabilità solo perché appartenenti nella quasi loro generalità a quella brigata nera, certamente non estranea ai delitti di sangue e di altro che turbarono per circa diciotto mesi la provincia di Vercelli, e sui quali hanno deposto - pur senza saperne con precisione indicare i diretti e immediati autori - quella lunghissima teoria dei testimoni sfilata innanzi alla Corte".
Inoltre, fecero notare che dodici fascisti non avessero gradi elevati; anche se erano stati "disinvoltamente ufficiali durante la Rsi, nell'esercito al massimo il loro grado era quello di sottufficiale". Anche i fatti di sangue vennero vagliati, per verificare se fosse stata presente una ben definita e non equivoca volontà omicida. Le uccisioni nel corso dei combattimenti, con uso intempestivo delle armi, vennero valutate inserendole nel quadro degli eccezionali eventi della guerra e del clima derivato dalla "goffa infatuazione 'patriottarda' per cui appariva nemico degno di soppressione chiunque osasse levare una voce in contrario ed esprimere un atteggiamento anche di larvata resistenza".
Negli atti della terza sezione della Corte di Assise si legge una parte della relazione di Palmiro Togliatti al Parlamento, il che indica la risonanza che ebbe la legge di amnistia: "Per la generale tensione politica e sociale esistente nel paese e per la soppressione di ogni libera voce di critica dell'attività di un governo tirannico, molto difficile diventava, specialmente nelle giovani generazioni, distinguere il bene dal male, soprattutto poi quando il governo interveniva con rigorose misure di organizzazione e d'intimidazione per imporre una esteriore e coatta disciplina. Queste circostanze sono state presenti nel disporre un atto di clemenza il quale si riferisce [...] ad un numero ancor più grande di delitti commessi collaborando con l'invasore tedesco".
Perciò, i dodici furono amnistiati e scarcerati con effetto immediato. È interessante, però, soffermarsi su alcune accuse che i giudici smontarono, alla luce di un mutato contesto pubblico e di una differente sensibilità dopo un anno di processi.
De Maida, delatore degli indiziati politici (con tanto di testimoni), fu accusato di sevizie con punzecchiature nei confronti di una donna ("ma senza far uscire il sangue, semplicemente a scopo intimidatorio"); Martinotti, assistente del federale Bertozzi, nel novembre del '44 fu responsabile della retata di giovani di Palazzolo, anche se "controbilanciata da una buona disposizione di animo". La sentenza penale analizzava la situazione di Cozza per una quantità di episodi di minacce e percosse a chiunque capitasse, tra cui il partigiano crescentinese Carlo Nasi, ma sempre considerate nel contesto generale di guerra.
Un caso clamoroso fu quello di Amerio41, capitano della compagnia Op; anche su di lui la Corte non trovò una prova certa e incontrovertibile per condannarlo. Si era vantato di aver ucciso 117 partigiani e di aver cannoneggiato i tetti di Rocca d'Arazzo (dopo undici ore di combattimento, il 2 dicembre 1944); in Ramello i suoi reparti uccisero il tenente del genio Scaletti e a San Germano un certo Lamperti ("scambiandolo per un favoreggiatore di partigiani"); tre partigiani, disertori del reparto Gnr di Saluggia, Armando Orlando, Roberto Burzio e Giuseppe Dejana, catturati nel gennaio '45, furono fucilati, dopo il processo, il 5 febbraio42. Amerio fornì gli uomini per fucilare Domenico Gasparro, che fu catturato dai reparti di Mariani senza processo. Si legge negli atti che tutte le accuse raccolte non "possono assolvere ai requisiti di una prova concreta se non rigorosa".
Il bombardamento di Rocca d'Arazzo fu un fatto d'armi con combattimento. L'omicidio Scaletti forse fu un'azione di "alcuno dei suoi dipendenti". Anche per l'uccisione di Lamperti non vi fu certezza; due testimoni dissero che era distante oltre un chilometro dal luogo del delitto. Orlando, Burzio, Dejana furono catturati da Amerio, ma uccisi dopo un regolare processo. Certamente la fucilazione non ci sarebbe stata se fosse stata accolta la domanda di grazia e si fossero concluse "le trattative con padre Russo per lo scambio dei tre condannati"43.
Molte pagine della sentenza riguardano Mainardi e Gadina, che furono giudicati colpevoli di aver aggredito Pietro Bullone nel novembre 1943, all'uscita dall'Albergo del Centro; il malcapitato morì a Vercelli il 4 dicembre. Tre testi, Perino, Barale e la madre di Bullone, li avevano riconosciuti come aggressori.
L'aggressione era già stata documentata dal maresciallo dei carabinieri Barberis nello stesso anno. Quella sera di novembre, la pattuglia fascista si era fermata all'osteria; erano state scambiate battute mentre Bullone beveva in abbondanza. Il procedimento penale era già iniziato un anno dopo l'uccisione, ma fu insabbiato; Cozza e Vaghi, camerati dei due accusati, addirittura avevano chiesto ai testi di modificare la deposizione "con il sostenere che Bullone fosse caduto dalla bicicletta".
Nonostante le molte contraddizioni, la Corte di Torino accertò che Mainardi e Gadina furono gli aggressori di Bullone. I periti medici dell'ospedale, chiamati in tribunale, spiegarono che le ferite erano provocate "da violento corpo contundente sì da far escludere che potesse trattarsi di trauma consecutivo a caduta accidentale". Di fronte alla colpevolezza evidente dei due, che però portarono anche testimoni in loro favore, i giudici non ebbero la certezza della colpa. Tra l'altro si interrogarono sulla personalità del Bullone, dedita al vino, "come tutti gli ubriachi di professione facile ai lazzi, ma non elemento pericoloso in linea politica sì da determinare la violenta soppressione".
Tennero conto di un contesto nel quale "gli zelatori del risorto fascismo sotto etichetta repubblicana, vedevano un nemico anche in tutti coloro che mostravano insofferenze", tra cui il Bullone, ma ciò avrebbe potuto giustificare "una solenne bastonatura (salutare lezione)". Si addentrarono nel caso che "i due non avessero concepito né estrinsecato una volontà omicida, lo si evince dalla circostanza di maggiore rilevanza, che non fecero uso di quelle armi che indubbiamente avevano perché vestiti in divisa e quella sera comandati in pattuglia di vigilanza per la città, come risulta dallo stesso Mainardi al comando della 28a legione della Gnr" (circostanza prodotta dalla difesa, nda).
La Corte escluse la volontà omicida, sostenendo che se avessero voluto uccidere avrebbero usato l'arma per sopprimere e non per picchiare. "Inoltre, se i colpi di Gadina e compagni fossero stati di una rilevante violenza non avrebbero certo potuto consentire al Bullone di nascondere per sei giorni il proprio stato". Infatti, il medico fu chiamato dalla madre solo sette giorni dopo. Ma non si accorse della gravità fino a quando un altro sanitario lo fece ricoverare. "La causa della morte è nell'omissione delle cure immediate". In conclusione, si era in presenza non di omicidio (mancava l'elemento intenzionale), ma di un reato di lesioni seguite da morte, che non poteva costituire per i responsabili legittimo motivo di esclusione dal beneficio dell'amnistia (art. 584 codice penale).
La Corte di Torino chiuse il processo con la certezza che solo Bertozzi, Fracassi e Mariani fossero colpevoli di aiuto al nemico con cattura di partigiani isolati, disertori e renitenti (art. 51 c.p.m.g), collaborazione iuris e de iure, con tanto di prove documentali (atti della Rsi e non solo testi diretti). I giudici sostenevano che "i partigiani erano stati riconosciuti e autorizzati dal governo legittimo a collaborare con le forze armate della nazione che tendeva alla liberazione del territorio invaso e, quindi, ogni cattura di partigiani era un mezzo per accrescere l'esercito di Salò".
Il federale Bertozzi, giudice effettivo del tribunale di Novara, "dispose e organizzò numerose operazioni di rastrellamento di partigiani, sbandati, disertori e renitenti dal 7 gennaio al febbraio del 1945 nel Biellese. Il teste Carlo Gasparro (classe 1920), vicecomandante della XII divisione "Garibaldi", nome di battaglia "Spartano", dichiarò che alla sua formazione avevano causato la perdita di ben ottanta unità tra morti, feriti e catturati. Bertozzi, addirittura, aveva voluto far credere di essere stato spinto dalle madri dei giovani di Palazzolo ad organizzare un'operazione contro i renitenti, perché erano ansiose per le sorti di costoro (novembre '44). Più di quindici testimoni lo smentirono, affermando di essere stati costretti, a causa della minaccia di gravissime rappresaglie alle loro famiglie, ad arruolarsi in parte nelle forze repubblichine, in parte nella Todt, mentre altri furono inviati in Germania.
Fracassi cercò di tirare in ballo gli ordini superiori, ammise gli scambi con padre Russo di Gattinara, ma non volle soprassedere all'esecuzione di Burzio, Dejana e Orlando.
Il loro scambio era oggetto di una trattativa tra il colonnello Hahn della piazza di Novara e il padre bianco; in particolare, era in previsione di liberare undici soldati tedeschi, ma egli non rinviò la fucilazione. Anche se "inoltrò la domanda di grazia e, quindi non aveva in animo di uccidere, tuttavia non attese l'esito degli intermediari". Inoltre, la loro fucilazione doveva essere ufficiale e funzionare da monito per chi volesse disertare. Mariani in tale occasione incitò a sparare anche se chi era preposto tergiversava, perché conosceva i tre partigiani. Bertozzi fu considerato anche colpevole di aver dato alle fiamme lo stabilimento Albertinetti di Gattinara e di aver asportato tutto quanto conteneva (lo stesso imputato negò l'incendio, ma non il furto, con danno di parecchi milioni)44.
Mariani fu accusato dell'inumana fucilazione di Domenico Gasparro (6 gennaio '45), ultracinquantenne con numerosi figli, catturato senza armi a San Germano e ucciso senza l'assistenza religiosa, torturato nel suo ufficio al momento dell'arresto allo scopo di estorcergli notizie relative al movimento clandestino e delazioni sulle persone che vi appartenevano ("ulteriore forma di aiuto al tedesco").
Una tortura spesso utilizzata era il "pendolo o gondola di Stalin", "consistente nell'appendere il paziente (sic!) con le mani e i piedi legati insieme, ad un palo disposto orizzontalmente su due sostegni sopra-elevati sul suolo, facendolo indi dondolare con calci per indurlo alle confessioni". I testimoni dissero che nelle stanze dell'Upi non si praticava solo il pendolo, ma si somministravano anche cibi salati, si tenevano i detenuti privi di acqua, senza le necessarie coperte nella stagione rigida e si facevano talora dormire senza togliere loro le manette (teste Nasi). Un altro testimone raccontò di essere rimasto quattro giorni senza acqua e di essersi abbeverato al tubo di scarico del gabinetto. Altri dissero che venivano strappati i capelli e dati calci nel ventre e pugni sul naso. Alcune donne ebbero strappati i capelli e restarono senz'acqua.
Mariani fece ricadere le sue responsabilità sui subordinati (indicati con nomi e cognomi). Nelle carte si legge che disse di trovarsi "in un romanzo giallo". La Corte si convinse della sua colpevolezza e definì cinico il suo sistema di difesa; tra l'altro, egli mai "indagò sui maltrattamenti che lì avvenivano".
Un teste denunciò che le sevizie erano avvenute alla presenza di Mariani, "infatuato della sua posizione, recandosi sovente a Brescia, sede della Gnr". Trenta persone agivano per l'Upi ed era notorio che si compissero torture. I giudici rimproverarono a Mariani di non averlo impedito, essendo l'ufficiale in grado più elevato. Inoltre, si chiesero come definire le sevizie, non ben delineate nella legge di amnistia, e se fossero particolarmente efferate, cioè se rientrassero nelle seguente definizione: "Ogni atto che mentre può cagionare pericolo di danno, o danno senz'altro, per la salute fisica del paziente, sia altresì tale da umiliare, degradare, e ferire la sua personalità morale e il semplice decoro fisico". In conclusione, Mariani fu escluso dall'amnistia per le sevizie efferate e per l'uccisione di Gasparro (sul caso varie contraddizioni e misteri): "In quell'ufficio non palpiti di umana compassione ma belluini istinti di crudeltà".
I due responsabili del fascismo vercellese, Bertozzi per la direzione politica, e Fracassi per quella militare, beneficiarono di attenuanti, pur essendo colpevoli di alcune uccisioni e ruberie. Addirittura, Fracassi fece togliere a Vercelli le lapidi di ebrei dai luoghi di beneficenza. Nel fascicolo si legge che Mariani fu accusato di aver mandato in Germania il vigile del fuoco Elso Orecchia perché in una lettera aveva scritto che era attendista e amava la canzone americana "Polvere di stelle". Fu inviato in Germania "per sanare la sua taratura morale di giovane". I difensori richiesero la perizia psichiatrica per Mariani: faziosa personalità in cura nel 1918 e nel 1943 per grave esaurimento nervoso e sindrome neurasteniforme; per Fracassi arteriosclerosi cerebrale con disturbi psichici e amnesie. I giudici non accettarono la richiesta perché le forme morbose non erano di rilevante entità, anzi evidenziarono che non vi fosse nessun segno di consapevolezza dei reati commessi.
Per Bertozzi si era mosso il vicario arcivescovile ("animo invaso da fanatismo, ma non alieno da qualche spunto di generosità"); inoltre, il federale aveva mantenuto qualche contatto con avversari politici, come Giuseppe Cabrio45. Un testimone a sua difesa disse che aveva preso in considerazione un piano per difendere gli impianti industriali dai tedeschi.
Don Alice testimoniò in Fracassi "austerità nel comportamento perché era entrato nell'esercito dai 17 anni, ma non commise atti così di valore nella sua lunga carriera da avere attenuanti. Non riportò ferite [...] non si può dire che non collaborò con il nemico".
La Corte, considerandoli volontariamente al servizio del tedesco invasore, commutò ai due la pena di morte nella reclusione: ventisette anni per Bertozzi e venticinque per Fracassi.
Per effetto dell'amnistia di Togliatti, fu ridotta rispettivamente la pena a diciotto anni per il primo e a sedici per il secondo. Mariani fu escluso dall'amnistia per le sevizie efferate e condannato alla fucilazione alla schiena. Come già detto in precedenza, intervenne la Cassazione il 14 gennaio 1947 con l'annullamento della condanna a morte.
Tante critiche si sollevarono al decreto presidenziale n. 4. Carlo Galante Garrone analizzò le sentenze della suprema Corte e scrisse: "Una nuova guerra di liberazione si combatte, ogni giorno: di liberazione dalle patrie galere. Chiedete ai custodi delle carceri quante volte al giorno si dischiudano quelle porte severe e per i corridoi risuonino i passi gagliardi delle spie e dei torturatori [...]. Leggete le collezioni dei giornali: vi porteranno notizie di giudizi sbalestrati da Torino a Napoli per legittima suspicione, di esecuzioni sospese".
Su chi ricadevano le responsabilità di tale scandalosa applicazione? Garrone aggiunse: "La triste verità, tuttavia sta - come spesso accade - nel mezzo. Errori e colpe possono attribuirsi a tutti: al governo, ai magistrati dell'ufficio legislativo, ai giudici chiamati a interpretare la legge"46.

Conclusioni

La complessità della situazione e le difficoltà politico-giudiziarie fecero sì che l'amnistia del 22 giugno 1946 volesse dire riabilitazione di fatto e di diritto per migliaia di fascisti, mentre negli apparati dello stato repubblicano si stava verificando la continuità con il regime che aveva precipitato il paese nella catastrofe bellica.
Al di là dell'indignazione, non si modificò il decreto per porre fine agli abusi che si erano verificati. Con il provvedimento del 7 febbraio 1948 il governo mise la parola fine all'epurazione nella pubblica amministrazione.
A Vercelli, le scarcerazioni eccellenti fecero scalpore e favorirono personaggi discutibili che si erano macchiati di omicidio. Ben presto, i crimini di guerra vennero rimossi e nessuno pagò per i reati commessi.
"L'utilizzo estensivo dell'amnistia rientra nella più vasta partita che in quegli anni vide l'insabbiamento dei procedimenti per i crimini di guerra nazifascisti (le 'stragi nascoste', con l'occultamento dei fascicoli nell'armadio della vergogna), garantì l'impunità agli italiani colpevoli di crimini di guerra in Africa e in Iugoslavia, riesumò processi ai partigiani archiviati nel 1945-46"47.


note