Marilena Vittone
E le chiamavano rappresaglie
"l'impegno", a. XXIII, n. 1, giugno 2003
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
La storia non si snoda/ come una catena/ di anelli ininterrotta./ In ogni caso/ molti anelli non tengono./ La
storia non contiene/ il prima e il dopo/ nulla che in lei borbotti/ a lento fuoco.../ La storia non è poi/ la
devastante ruspa che si dice./ Lascia sottopassaggi, cripte, buche/ e nascondigli. C'è chi sopravvive...
(Eugenio Montale, La
Storia, in Satura, Milano, 1971).
Introduzione
Questo lavoro è il risultato di una ricerca relativa ai fatti accaduti a Crescentino l'8 settembre 1944, giorno
della tragica rappresaglia: un momento che segnò la vita e la memoria di una piccola comunità vercellese non solo
nei mesi di guerra civile, ma anche nell'immediato dopoguerra e negli anni successivi.
Il caso di Crescentino si inquadra in un clima di violenza generale, dove le regole del diritto internazionale
erano saltate e i comandi militari e politici, sia degli occupanti tedeschi che degli italiani della Repubblica sociale,
non furono in grado di controllare la situazione, anzi la inasprirono, mettendo a repentaglio la stessa popolazione
civile. Infatti, l'eccidio che causò l'uccisione di nove ostaggi fu uno dei tanti casi efferati in cui la gente comune,
tra cui vecchi, donne e bambini, si trovò coinvolta e divenne oggetto di vendetta in un crescendo di violenze,
come documentano autorevoli storici contemporanei: nel settembre del 1944 si contarono nel Nord Italia ben
sessantotto rappresaglie1.
A partire da Boves, 19 settembre 1943, a Caiazzo, 13 ottobre, a Civitella, a Fossoli, a Marzabotto, a
Sant'Anna di Stazzema, a Santhià, fino ad Avasinis, località in provincia di Udine dove, il 2 maggio 1945, giorno della
resa delle forze armate naziste in Italia, l'esercito tedesco e le Ss, coadiuvato dai soldati della Guardia
repubblicana e delle brigate nere, si lasciarono alle spalle una scia di sangue e di morti senza motivo che toccò, con il suo
rituale dell'orrore, anche paesi isolati e cascine
sperdute2.
Le stragi dei civili perpetrate negli anni 1943-45 rientrano, sia in Italia che in Germania, in un capitolo ancora poco studiato della storia
della seconda guerra mondiale, che fu deliberatamente non indagato dalle istituzioni
preposte, per una concomitanza di fattori tra cui anche la
possibile perseguibilità giuridica, individuale, di singoli omicidi. A partire dagli anni novanta gli storici hanno ripreso ad analizzare nuovi documenti, riguardanti le stragi
dei civili nel periodo dell'occupazione nazista, e a ricostruire in modo dettagliato gli eventi, incrociando diverse
ottiche di indagine, consultando materiali non reperibili o coperti da segreto di stato e testimonianze dirette.
I dati rilevati sono drammatici, ma ricchi di spunti critici per l'accertamento del passato e per la memoria
pubblica. Utilizzando testimonianze inedite, documenti d'archivio, pubblicazioni locali, questo saggio, a quasi
sessant'anni di distanza, propone una rilettura dei fatti accaduti a Crescentino nei venti mesi di guerra
civile3, nell'estate di fuoco del 1944 nel Vercellese4, quando l'ordine del maresciallo Kesselring di lottare con
ogni mezzo contro le bande partigiane consentiva la guerra anche ai civili, e si sofferma sulla "memoria"
dell'eccidio, sulla sua successiva rimozione, nella convinzione che comprendere il passato e individuarne gli snodi critici
possa contribuire a una migliore ricerca dell'identità
collettiva5. Nello stesso tempo questo studio costituisce un
piccolo tassello di una più vasta indagine compiuta dallo storico Mimmo Franzinelli e da altri studiosi sui 695
fascicoli processuali riguardanti i crimini di guerra nazifascisti che vennero occultati nella sede della procura generale
militare, a Roma, in uno sgabuzzino di Palazzo Cesi. "L'armadio della vergogna" conteneva inchieste e dati
raccolti su delitti e rappresaglie, tra cui quella dell'8 settembre '44, su saccheggi e uccisioni di gente comune di tutte
le regioni d'Italia, rimasti sepolti e sconosciuti alla giustizia, sia militare che ordinaria.
L'occasione
Agosto 2002: "Ritrovate le denunce sulle rappresaglie del 1944; primi riscontri in Procura"; "Brigate Nere:
un fascicolo sui fatti del '44". Questi i titoli di alcuni giornali locali in cui appaiono notizie su documenti risalenti
a rappresaglie nazifasciste del 1944-45 in tre comuni del Vercellese. Sono pagine ingiallite inviate dalla procura
militare al tribunale civile di Vercelli per eventuali indagini sui presunti colpevoli, ancora in
vita6.
Un fascicolo viene citato: il 2.153 riguardante la rappresaglia dell'8 settembre '44 a Crescentino. "Arrivano
con ogni probabilità - scrive Walter Camurati - dal famoso armadio della vergogna i tre fascicoli che il sostituto
Marina Eleonora Pugliese ha ricevuto dalla procura militare di Torino: se l'ipotesi è giusta, fanno parte dello stock di
119 che il procuratore Pier Paolo Rivello ha ricevuto il 31 maggio del 1995 da
Roma"7.
Questo è il pretesto dello studio su un tragico episodio di quasi sessant'anni fa, per descriverlo e valutarlo
con obiettività, senza dimenticare le vittime e la pietà per loro.
L'analisi della rappresaglia rientra nell'ambito della storia dei fascicoli, sepolti nell'armadio della procura
militare di Roma a partire dal 14 gennaio 1960 fino a metà anni novanta, che è a sua volta complessa ed emblematica.
In un armadio di Roma, quasi murato e nascosto al pubblico, nel 1994, in occasione del processo contro l'ex
capitano delle Ss Erich Priebke per l'eccidio delle Fosse Ardeatine, si ritrovarono documenti riguardanti i crimini
di guerra, con indagini dettagliate e denunce di testimoni e familiari, raccolte dai carabinieri e dalle forze armate
alleate, inglesi e americane, a metà del 1945. Nel periodo più acuto della guerra fredda (1960) il procuratore militare Enrico Santacroce le aveva chiuse letteralmente in un armadio con un timbro emblematico: archiviazione
provvisoria, dicitura che non esiste nella legislazione penale italiana e che comportò la vera e propria scomparsa
degli incartamenti8. Solo per puro caso fu scoperto dal procuratore militare Antonino Intelisano un registro in cui si
davano indicazioni di tali fascicoli e allora, anche a distanza di cinquant'anni, qualche giudice riprese ad
indagare. Un caso in particolare fece discutere e si chiuse con una condanna: quello del boia del Lager di Bolzano,
Michael Seifert, fuggito in Canada e accusato di crimini e violenze gratuite contro i prigionieri del campo. Nel marzo
del 1999 Bartolomeo Costantini, a capo della procura militare di Verona, raccolse le testimonianze e
procedette al processo in contumacia. Seifert fu condannato all'ergastolo, dopo il processo d'appello celebrato a
Verona il 18 ottobre 2001, e con una procedura di estradizione in corso.
Crescentino: estate 1944
Crescentino e tanti altri centri dell'Italia del Nord, dal giugno all'ottobre del '44, furono teatro di violenze e
saccheggi che non avevano ragione di essere e si compirono stragi di civili in luoghi anche lontani dai
fronti9.
Mai si appurarono i motivi degli eccidi, se non quelli derivati dalla violenza insita nella guerra e nella lotta
ai "banditi" partigiani; non si cercarono i responsabili, né chi aveva dato ordini efferati che avevano provocato
migliaia di morti10. Tante, allora, le ragioni per tornare a capire e studiare la rappresaglia dell'8 settembre '44.
La prima è chiarire un momento tragico e importante della storia locale, per il quale si dispone di versioni
contrastanti, e mettere in relazione cause e conseguenze. La seconda è utilizzare materiali inediti, testimonianze e
ricerche storiche recenti sulle stragi di civili durante il secondo conflitto mondiale, per comprendere il
complesso periodo storico; poi, analizzare "la memoria" attraverso i materiali dell'Archivio storico di Crescentino.
"È facile comprendere che gli eventi, nella loro atrocità, sono stati vissuti dalle comunità a cui appartenevano
le vittime come vere e proprie catastrofi. [...] Le persone scampate agli eccidi hanno in genere vissuto quanto
era accaduto come un evento apocalittico e tale percezione si è mantenuta fino ad oggi. Di qui l'elaborazione in
forma letteraria degli eventi, e la loro conservazione talvolta in diverse varianti nella memoria e nell'identità dei
paesi colpiti. È più che comprensibile che una comunità colpita sul piano esistenziale dia alla memoria una forma
letteraria. E tuttavia quest'ultima ha in qualche modo ostacolato la ricostruzione degli avvenimenti. Ma inquadrare
gli eventi nel loro contesto storico è qualcosa cui non possiamo rinunciare, essendo l'unica possibilità che abbiamo
di chiarire le responsabilità individuali e istituzionali degli
eccidi"11.
Da fine agosto si era intensificata l'attività della Brigata nera di Vercelli e dei reparti della Guardia repubblicana
provenienti da Livorno Ferraris o da Cigliano, dove era localizzato anche un Reparto arditi ufficiali (Rau); un piccolo
distaccamento della Gnr si trovava anche a Saluggia.
Invece a Crescentino la sede repubblicana era stata chiusa dal giugno del 1944, proprio per l'inasprirsi delle
azioni della Resistenza, per cui i militi erano stati concentrati in località vicine considerate più strategiche, come si
è appurato leggendo i pochi materiali dell'Archivio storico riguardanti il periodo oggetto della ricerca, anche se
il commissario prefettizio ne richiedeva il ripristino.
Il podestà in carica era il geometra Antonio Dellarole; in quei mesi si trovava in malattia, sostituito, a partire
dal 24 marzo '44, dal dottor Emilio
Silvestri12.
La tranquillità del paese era solo
apparente; salvo sporadiche denunce alle autorità locali verso ignoti o presunti
partigiani, relative al sequestro di un'auto del medico condotto o di requisizioni di riso, vitelli o altri viveri, a livello
istituzionale non veniva segnalato niente di eccezionale.
Le delibere amministrative prendevano atto dello stato di guerra e del suo inasprirsi; ad esempio, pesanti
bombe erano cadute i giorni 23 e 24 di luglio, causando panico tra la gente e gravi danni. Venivano recepite le norme
per la protezione antiaerea, per il razionamento dei generi di prima necessità e vigeva il coprifuoco.
In effetti, la situazione generale, politica e militare, di questa parte della provincia che si incunea tra le
colline del Monferrato, era in continua evoluzione e quotidianamente Crescentino era percorsa da automezzi militari
fascisti e tedeschi o da gruppi armati di partigiani locali. Questi ultimi, dal giugno 1944, fecero riferimento alla
divisione "Monferrato", di stanza a Villadeati, con battaglioni anche prossimi alla città di Crescentino, ad esempio
a Verrua Savoia (sulla Rocca verrà in seguito installata la stazione radio
partigiana)13.
La città si trovava al confine della provincia di Vercelli, su una linea ferroviaria importante
(Torino-Casale Monferrato) più volte bloccata dalle incursioni degli aerei alleati e dai sabotaggi partigiani; non era lontana
dall'autostrada Torino-Milano e da altre strade statali, di facile percorribilità, che comunicavano con il capoluogo
e con importanti sedi di comandi nazifascisti (non ultimo Chivasso, dove era insediato l'Ost-Bataillon 617,
specializzato nell'attività antiguerriglia); dal 21 giugno '44 fu sede del comando del primo reggimento della
flottiglia Mas14. Inoltre, il ponte sul fiume Po tra Crescentino e Verrua Savoia metteva facilmente in contatto pianura e
collina ed era attraversato dagli impianti dell'acquedotto del Monferrato, indispensabile per portare acqua alle
città di Alessandria e di Asti; sarà l'unica infrastruttura che si salverà dalla distruzione bellica.
Dall'estate del 1944, sulle ultime propaggini del Monferrato, si erano raggruppate molti reparti partigiani, che
controllavano il territorio entro il triangolo Chivasso-Casale-Asti e compivano azioni di aiuto ai soldati
sbandati italiani e alleati, di attacco ai nazifascisti, di sabotaggio. Il quartier generale dei numerosi gruppi armati, che
facevano riferimento alla VII divisione autonoma "Monferrato", al comando di Carlo
Gabriele Cotta "Gabriele", dall'ottobre si situerà a Cocconato (At), con distaccamenti in varie località collinari da Moncestino,
Moncalvo, Gabiano, fino a Gassino
Torinese15.
Non si deve inoltre dimenticare che, per la scadenza dei bandi Graziani relativi ai giovani di leva, in quei
mesi estivi molti si diedero alla macchia preferendo località conosciute e vicine alle proprie case; in particolare
a Crescentino, pochissimi giovani risposero alla chiamata di Salò e anzi, l'impiegata comunale addetta
all'anagrafe, Rosina Pattarino, che fece parte del Cln, fu più volte sollecitata a trasmettere i dati richiesti circa i giovani di
leva sia al Distretto militare che alla Prefettura, come si evince dal registro del protocollo comunale relativo al 1944.
Dal 18 febbraio '44 e nei mesi successivi il maresciallo Graziani, ministro della Difesa della Rsi, fu costretto
a minacciare la fucilazione per coloro che non si fossero presentati alla chiamata alle armi e pene detentive, dai 10 ai
15 anni, per chi avesse dato assistenza ai
disertori16.
Seguendo l'unico libro pubblicato sul periodo dell'occupazione nazista, scritto da Mario Arena, si scopre
che esisteva un Cln clandestino, formato da antifascisti e da persone sfollate dalla città di Torino, di cultura e di
estrazione per lo più liberale, in grado di mettere in contatto una piccola comunità, piuttosto isolata, con il capoluogo
e con il fervore culturale e politico di quei mesi (contatti con l'avvocato Valdo Fusi e il Comitato militare
piemontese). Alcuni presero vie diverse e parteciparono ad importanti iniziative di resistenza, ad esempio Mario
Casalvolone, viceparroco, divenne cappellano della
50a brigata
"Garibaldi"17.
Allora, come risulta dai registri presenti nell'Archivio storico, gli sfollati erano circa millecinquecento, ben
accolti da famiglie locali. Vi erano inoltre localizzate alcune fabbriche importanti, che si erano trasferite da
Torino in seguito ai tragici bombardamenti del 1942: ad esempio la Lenci, fabbrica tessile che occupava molte
donne e giovani. Altre fabbriche lavoravano per la produzione bellica, quale quella di Maggiorino Bianzeno, che si
occupava di forniture militari, e quella di Pietro Sartoris, personalità di rilievo e antifascista, proprietario di un
laboratorio di falegnameria che lavorava per l'organizzazione Todt.
Sartoris ("Radice") fece parte del Cln, occupando un ruolo importante nel gruppo dei partigiani autonomi
del basso Monferrato, quale commissario di guerra nel
3o battaglione "Tino
Dappiano"18.
L'occupazione tedesca e
repubblicana del Vercellese si faceva sentire sulla città. Buch, comandante della zona di sicurezza, tenente
colonnello e comandante di reggimento, aveva scritto l'11 luglio del 1944 al commissario prefettizio Silvestri
"di segnalare ogni attività di ribelli nella giurisprudenza del vostro comune [...] sia di giorno sia di notte a mezzo
telefono; mentre i rifugi di banditi sono da segnalare a mezzo corriere al comando a Vercelli, via Giovane Italia
20". L'11 agosto Hartmann, vicecomandante della zona 23, sollecitò l'amministrazione locale a denunciare
prontamente la presenza di "bande o movimento di bande o sospetti di banditismo" sul territorio e invitò "ogni podestà o
pubblico ufficiale e anche ogni concittadino di farmi il summenzionato rapporto. In caso di inosservanza alle mie
disposizioni, in futuro, procederò al sequestro dei beni del singolo cittadino o anche di tutto il Comune e
all'occorrenza ordinerò l'annientamento della località".
Nello stesso periodo, tra giugno e luglio del '44, in seguito alle discussioni tra i membri del Cln clandestino e i renitenti alla leva, si era
deciso di organizzare il primo campo partigiano nella località di Cerrone, ai confini del Comune, nei boschi della
Dora Baltea.
La stessa organizzazione "Franchi" (coordinata da Edgardo Sogno) prese in considerazione il piccolo gruppo
di giovani crescentinesi, a cui se ne aggiunsero alcuni provenienti dai paesi limitrofi e altri sfollati da Torino, di
estrazione monarchica e militare, che avevano preso contatto con Carlo Gabriele Cotta, ed effettuò a loro beneficio due lanci di
armi e di uomini.
In quell'estate alcuni giovani renitenti alla leva, che erano entrati in altre organizzazioni partigiane del Cuneese
o delle valli di Lanzo, pensarono di tornare a casa, considerando l'inasprirsi della guerra; qualcuno aveva
esperienze in altre formazioni, come Mario Arena, che aveva fatto parte del gruppo di Giustizia e Libertà del tenente
Burlando, medaglia d'oro al valor militare, che operava nel Canavese. Si impegnarono a dar vita a nuclei armati su
base locale, dove certamente era possibile conoscere gli abitanti e la conformazione del territorio, con anfratti
naturali e nascondigli19.
Il 28 agosto 1944 fu il giorno di un grande rastrellamento cittadino operato dalla Brigata nera di Vercelli
guidata da Bertozzi e Testa, che erano già intervenute più volte a Crescentino, a causa delle azioni di
disturbo partigiane (sulla linea ferroviaria locale, sui ponti della zona, ad esempio sulla Dora Baltea), dalla presenza
del nucleo partigiano nel territorio locale, dalla mancata rispondenza dei giovani alla Rsi (ultimo bando Graziani,
15 luglio '44), oltre che dalla presenza di spie e collaborazionisti. Il rastrellamento portò alla cattura di quaranta
ostaggi civili, tra cui il viceparrocco don Mario Casalvolone, membro del Cln, la moglie di Sartoris,
membro del Cln, e la mamma di Rosina Pattarino: vennero condotti nei locali delle scuole elementari per essere interrogati sui renitenti
alla leva e sui partigiani della zona.
Durante il rastrellamento avvenne un fatto inquietante. Mentre il grosso della colonna si fermò a
Crescentino, bloccando tutte le vie di accesso, due esponenti della Brigata nera, in motocicletta, imboccarono il ponte sul
fiume Po in direzione della frazione Rocca di Verrua Savoia e vennero fermati e arrestati dai gruppi partigiani che lì
operavano.
Dopo alcune ore le camicie nere si recarono alla Rocca, alla ricerca dei due, ma ne persero le tracce.
Il giorno successivo gli ostaggi partirono per il carcere di Vercelli, mentre il capo della provincia Michele
Morsero, sopraggiunto in città, minacciò l'uccisione dei prigionieri se non fossero stati consegnati i due militi fascisti.
Proprio in quella settimana, poiché la situazione divenne pericolosa, per evitare ulteriori rischi alla
popolazione e per minore visibilità e maggiore protezione, i giovani crescentinesi che si erano raggruppati da fine giugno
nella banda di Carlo Nasi ("Stefano") raggiunsero il Monferrato, e precisamente il Comune di Verrua Savoia,
composto di piccoli casali isolati tra i boschi, aperti a collegamenti con altri distaccamenti partigiani autonomi e
"Matteotti"20.
Dopo il rastrellamento, i contatti con i comandi fascisti e nazisti di Vercelli per il rilascio degli ostaggi
dovevano essere presi da persone credibili e coraggiose, in grado di gestire con diplomazia le diverse fasi della
trattativa; mancavano le autorità comunali, del tutto inesistenti nel momento più drammatico. Si richiedevano capacità
strategiche e tattiche, in quanto erano coinvolte persone innocenti, alcuni familiari di partigiani e membri del Cln locale.
Le trattative per il rilascio procedettero con cautela, nonostante le pressioni dei familiari; si chiese aiuto al
parroco di Sulpiano, don Giovanni Balossino e a Joseph Steiner, un tedesco abitante a Crescentino, che si impegnò
in tutto il periodo della guerra per scambi e
trattative21.
Crescentino: 8 settembre 1944
I partigiani, in località Bolacco, pensarono di scambiare gli ostaggi con un ufficiale tedesco e il suo autista
che erano stati catturati alcuni giorni prima a Palazzolo dal gruppo crescentinese di Carlo Nasi. Bisognava
percorrere le vie diplomatiche più adatte al fine di evitare una ritorsione sui civili inermi. L'incaricato a sondare il terreno
fu il parroco di Sulpiano, don Giovanni Balossino, perché indisposto don Alessandro Casetti di Crescentino. A
fine agosto don Balossino si recò a Vercelli, ma non fu ascoltato; il comandante della Brigata nera, Gaspare Bertozzi,
lo accusò di essere il prete dei "ribelli" e fu minacciato di morte. Il capo della provincia non si trovava in città e
i vertici repubblicani mantennero una linea intransigente. Interessanti le pagine del parroco di Sulpiano, che
scrisse di suo pugno, in collaborazione con il capo partigiano "Neve"22,
il documento da sottoporre successivamente a Michele Morsero.
I contatti vennero ripresi alcuni giorni dopo, il 5 settembre, con la partecipazione dei due parroci e di Joseph Steiner, ma furono respinti dal capo della provincia in maniera minacciosa. Maggior fortuna
ebbero col capo della polizia Hartmann, col quale stabilirono lo scambio degli ostaggi sul ponte di Crescentino per il
giorno 8 settembre alle ore 13: venti persone in cambio del tenente colonnello e del suo autista: "Da Crescentino
saranno accompagnati con bandiera bianca al ponte sul Po; una tregua d'armi assoluta dovrà regnare dalle ore 12 alle
15: le scorte armate dovranno stare almeno cinquecento metri distanti dal luogo di
consegna"23.
Restavano altri quindici crescentinesi in carcere, che sarebbero stati liberati con nuove trattative il 13
settembre in cambio della motocicletta e delle armi dei repubblicani
catturati24. I partigiani del gruppo "Nasi" accettarono
le condizioni; ma il comandante Neve decise di forzare la situazione.
I partigiani della "Monferrato", al fine di poter procedere ad un ulteriore scambio di ostaggi, dato che
alcuni restavano fuori della trattativa e la loro liberazione non era stata accordata, scesero dal campo del Bolacco (Verrua Savoia) il 7 settembre sera, per
catturare alcuni soldati tedeschi destinati a raccogliere vettovaglie e foraggio, che erano di stanza presso la cascina
Alemanno, vicino alla stazione ferroviaria.
Decisero di agire in modo spontaneo: Carlo Gabriele Cotta era in carcere a Torino, catturato a luglio mentre trasportava
armi in città ricevute in un lancio di una missione inglese; dall'accampamento mancavano alcuni importanti capi,
"Sergio" e "Vittorio" (Sergio Cotta e Luigi Radicati di Brozolo). Neve si proponeva di sorprendere i militi
tedeschi, catturarli con una rapida azione alla stazione di Crescentino e poi scambiarli.
Quella sera c'erano due soldati al caffè della stazione gestito da Edoardo Castagnone. Verso le 21 irruppero i
partigiani. Al "mani in alto", uno reagì sparando contro Neve, che riuscì a schivare il colpo; nella sparatoria che
seguì uno fu ucciso e l'altro
ferito25.
I partigiani tornarono alla sede, ma, dopo qualche ora, da Vercelli giunsero numerosi militi per rastrellare
dalle case ostaggi inermi, addormentati, che furono radunati alle scuole elementari per compiere la triste rappresaglia.
Fu una lunga notte quella del 7 settembre '44; gli arrestati furono moltissimi.
Così il racconto in un opuscolo edito dal
Comune di Crescentino in occasione della commemorazione dell'8 settembre, nel 1947: "La popolazione,
ignara del tragico evento dormiva serenamente, quando verso mezzanotte, giungeva un distaccamento di Ss italiane
e tedesche. Nell'assenza del commissario prefettizio dottor Silvestri, che risiedeva abitualmente a Vercelli e
del segretario capo, geometra Perotti, sfollato con la famiglia a Castagneto Po, dell'autorità locale fu prelevato soltanto il parroco don Alessandro Casetti,
che poco dopo veniva rilasciato in considerazione dell'età e dell'ora ingrata. Per contro tutti i dipendenti comunali
reperibili furono prelevati, condotti nel cortile delle scuole elementari e quivi piantonati. Il comandante
germanico minacciò di voler rastrellare tutti gli uomini dai 18 ai 50 anni, buttando giù porte a colpi di bombe a mano.
Ma ecco arrivare da Vercelli una squadra di Gnr, al comando di un certo Moia, non meglio identificato.
Poco dopo giunge anche il sig. Giuseppe Steiner, il quale si rivolge al maresciallo tedesco, che lo tratta con molta
freddezza e altezzosità. Nel frattempo avveniva la designazione degli ostaggi destinati alla fucilazione (nda, alla morte
di un soldato tedesco doveva corrispondere quella di dieci
civili)26.
Vi era compreso tra questi anche l'Alemanno Guglielmo, trentenne padre di tre figli, che poi venne rilasciato.
La stessa cosa accadde al giovane Borgondo Giuseppe, mutilato di guerra. I prescelti, a cui si aggiungerà il
proprietario del bar della stazione, prelevato sul posto, sono fatti salire su di un autocarro.
Il geometra Remo Ravarino e il brigadiere delle locali Guardie di Finanza, costretti a raggiungere la stazione
a piedi, erano destinati a essere testimoni oculari del dramma, ma essi lo ignoravano; erano convinti di dover
subire la stessa sorte degli altri. Quale questa dovesse essere ormai non v'era più dubbio: anche il Moia aveva apertamente parlato di fucilazione.
Il maresciallo tedesco dispone che il viale venga piantonato. Due signorine, che si trovavano sul piazzale,
vengono invitate ad entrare nella stazione".
I nove furono collocati a quattro metri dalla staccionata che costeggia il gioco delle bocce con il volto
rivolto alla medesima: "Allora tutti in un ultimo vano tentativo si voltano ad invocare clemenza [...] Schiavello,
ultimo della fila a sinistra, e quindi il più vicino alla staccionata, fugge, cercando una via di scampo nella campagna al
di là dei binari. I militi italiani e tedeschi, che si disponevano all'esecuzione, rincorrono il fuggitivo e gli
sparano addosso all'impazzata"27.
Dopo l'incidente, i militari si disposero in fila a circa venti metri dalle loro vittime e al segnale di "fuoco"
fecero partire dai loro fucili mitragliatori la scarica micidiale, quindi, avvicinatisi a pochi passi dai poveretti, già caduti
al suolo, scaricarono su di loro una seconda raffica finale. Prima di partire il maresciallo tedesco ordinò che i
cadaveri fossero lasciati in loco fino a nuovo avviso; poco dopo tutti salirono sull'autocarro e si diressero verso Livorno. I
testimoni tornarono alle scuole dove stavano i cinquanta ostaggi, a cui narrarono il dramma. Mentre incominciavano ad
arrivare alcuni parenti, il Parroco somministrò l'estrema unzione.
"Per le vie del paese non si udivano che scoppi di pianto, singhiozzi sommessi, ma soprattutto accenti di
maledizioni per gli autori di tanto scempio. La sera del 9 ebbero luogo i funerali solennissimi e gratuiti". Intensa la
partecipazione alle esequie; molti accorsero dai paesi vicini. Anche se per venire a Crescentino si correvano reali
pericoli, vollero testimoniare con la presenza la pietà per i nove martiri: Enrico Marsili, Michele Schiavello,
Eugenio Lento, Ettore Graziano, Giacomo Petazzi, Giovanni Pigino, Edoardo Castagnone, Giuseppe Arena, Mario
Rondano28.
Nel testo curato dall'amministrazione comunale si racconta che il maresciallo che aveva ordinato di
fare fuoco al plotone di esecuzione fu lo stesso che diresse lo scambio di ostaggi sul ponte del Po, alle ore 13 dello
stesso giorno.
Un'ipotesi di ricostruzione dei
fatti29
Il 6 settembre il parroco di Sulpiano don Balossino, incaricato della trattativa, raggiunse i partigiani
di Crescentino nell'accampamento del Bolacco e comunicò i risultati dell'incontro a Vercelli con il
vicecomandante Hartmann. Tra i partigiani circolava amarezza perché ancora quindici (o più) ostaggi sarebbero rimasti in
carcere; ci si ripromise di preparare una nuova azione per catturare altri militari tedeschi da utilizzare in seguito, anche
per liberare la madre e la sorella di Luigi Radicati e il padre di Sergio Cotta, presi prigionieri in un rastrellamento
nella zona di Robella.
Il 7 settembre arrivò all'accampamento un informatore (T. G.) e disse che nella cascina San Francesco, di
proprietà della famiglia Alemanno, nei pressi della stazione ferroviaria, si erano insediati dei soldati tedeschi
addetti alla requisizione del bestiame. "Secondo lui sarebbe una cosa da niente fare un'imboscata, prendere prigionieri
i soldati, che ogni sera si recano al caffè della stazione, e anche portare via il bestiame requisito e restituirlo ai
contadini della zona".
Mentre Carlo Gabriele Cotta, il comandante della brigata, era detenuto, Neve guidò il piccolo gruppo di giovani renitenti
alla leva e disertori di Crescentino.
L'informatore diede alcune indicazioni: si sarebbe fatto trovare in piazza alle 9 di sera, si sarebbe recato a bere
un caffè come al solito, poi avrebbe segnalato la situazione ai partigiani appostati fuori.
Una ventina di partigiani armati, tra cui lo stesso Mario Arena, scesero dalle colline con un camioncino fino
al ponte del Po, poi a piedi, passando dalla frazione Mezzi e percorrendo un sentiero nei pressi della cascina
Spinata, giunsero al viale e arrivarono all'appuntamento. Un piccolo gruppo di cinque uomini, tra cui Neve e "Barba",
si incontrò con l'informatore30.
Gli altri si appostarono dietro gli alberi di castagno; Mario Arena controllava la stradina che portava alla
cascina, localizzata alla destra della piazza della stazione.
L'informatore entrò, mentre due partigiani si appostarono ai lati del piccolo locale, dove c'erano due finestre;
poi comunicò la situazione interna, così gli altri tre si prepararono ad entrare per disarmare i due soldati che
stavano seduti, avevano il fucile appoggiato al tavolino, ma disponevano di una pistola. "I minuti per noi che
aspettiamo fuori - racconta Mario Arena - sembrano eterni finché si sentono delle grida di mani in alto, ma quasi
contemporaneamente degli spari, e poi ancora grida. Descrivere di preciso cosa successe in quei pochi istanti all'interno
del locale è difficile; su tutto scende poi uno spettrale silenzio. Osservo la stradina che porta alla cascina; non
vedo spuntare nessuno, nonostante i colpi d'arma da fuoco che avrebbero potuto richiamare gli altri soldati lì
stanziati. Neve dà ordine di ritirarsi subito; ma interviene un altro partigiano, che gli ricorda che all'interno del bar ci
sono due feriti ed è meglio portarli via. Neve è irremovibile. Anch'io cerco di convincerlo e penso che stesse
commettendo un grave errore di valutazione".
Abbandonare i due soldati morti o feriti (su questo punto Mario Arena conferma i dubbi, perché dopo
nessuno disse più nulla, anche quando cercò ulteriori testimonianze, intorno agli anni ottanta) proprio prima della
liberazione dei venti ostaggi era rischioso. Non si riesce inoltre ad appurare chi avvisò i tedeschi rimasti nella cascina,
né chi raggiunse il posto telefonico nell'edificio comunale, chiuso a quell'ora di notte, per telefonare alla Brigata nera di Vercelli (tutti i numeri
telefonici per segnalare i "banditi" sono appuntati sulla copia del manifesto di Hartmann depositata in Archivio storico).
"Non ho potuto accertare se i tedeschi portarono il soldato ferito all'ospedale di via Bolongara o altrove; al campo del Bolacco circolò la voce che vi fosse stato solo un ferito dopo la sparatoria della notte" scrive Mario Arena.
Verso mezzanotte le squadre fasciste di Vercelli occuparono tutta la città, sistemarono i posti di blocco e poi
iniziarono a cercare chi potesse individuare i familiari dei partigiani. Poiché non vi erano autorità reperibili, si
recarono da Ernesto Zanero, dipendente comunale, e lo minacciarono affinché rivelasse i nomi dei giovani in età
di leva e dei partigiani; poi andarono dall'unica autorità presente, Remo Ravarino, geometra del Comune, per
farsi accompagnare in municipio a cercare le liste dei giovani di leva. Il geometra però non era originario del paese;
era da poco tornato dalla Russia con l'armata italiana e quindi non conosceva nessuno. I militi fascisti si fecero
accompagnare nella caserma della Guardia di finanza, dove trovarono un brigadiere che li seguì. Intanto le pattuglie giravano per
il paese, tentando di farsi aprire dagli ignari
cittadini rimasti, visto che una buona parte di uomini e giovani di notte
si rifugiava in campagna o in collina. Chi aprì, venne arrestato e condotto nei locali delle scuole elementari.
All'alba sopraggiunsero le squadre delle Ss tedesche che presero in mano la situazione. Era giunto il
momento della vendetta e di dare una lezione al paese dei ribelli, come affermarono più volte Bertozzi, Testa e lo stesso
Morsero il 29 agosto31.
Alcuni operai delle frazioni, tra cui Ettore Graziano, di San Silvestro, che si recavano alla stazione per partire
con il treno delle 5, furono fermati.
Iniziarono gli interrogatori dei prigionieri ai quali, con toni minacciosi, si chiese se conoscevano i partigiani e
i loro familiari.
Il geometra Ravarino tentò di mettersi in contatto con il capo del Partito fascista locale e poi con il prefetto,
ma tutti erano irreperibili. Anche Joseph Steiner, lì sopraggiunto, mise in atto un'opera di mediazione con
l'ufficiale, grazie alla quale alcuni crescentinesi tornarono liberi; tra questi Giuseppe Borgondo, mutilato di guerra nel 1941.
Al mattino gli ostaggi, ai quali si aggiunse Enrico Marsili, furono caricati su un camion militare e portati
alla stazione ferroviaria. Fu scartato, sempre per opera di mediazione, Guglielmo Alemanno, padre di quattro figli
e reduce di guerra (non ci fu l'intervento del parroco don Casetti, che in quel momento celebrava la
messa)32.
Il geometra Ravarino e il brigadiere della finanza furono testimoni della rappresaglia di venerdì 8 settembre,
che si svolse alle 8.45. Mentre si preparava il plotone di esecuzione, composto da ufficiali italiani e nazisti, si
impose ai prigionieri di togliere la
giacca33.
"All'ordine di fare fuoco, il partigiano Michele Schiavello tenta di scappare, ma invano; vengono falciati gli
altri otto ostaggi, a cui un milite dà il colpo di grazia alla nuca. I testimoni sono riaccompagnati alle scuole e le
squadre nazifasciste ripartono; c'è grande titubanza, solo dopo alcune ore i civili prigionieri sono liberi".
Il geometra Ravarino provvederà personalmente alle casse per i
cadaveri34.
Rappresaglia non a caso
La scelta dei nove civili non fu casuale; certamente ci furono spie che li segnalarono all'ufficiale tedesco
che eseguiva gli ordini del colonnello Leopold Buch, comandante della polizia militare della zona di protezione 23.
Michele Schiavello aveva venticinque anni ed era un soldato di Gerocarme, in provincia di Catanzaro;
sbandato dopo l'8 settembre, era temporaneamente a Crescentino, dove lavorava come operaio alla ditta di Pietro Sartoris.
Eugenio Lento di Roccasecca (Roma) di 27 anni, sbandato, lavorante alla falegnameria di Sartoris, era
stato bloccato di notte nel laboratorio.
Schiavello e Lento presero parte ad alcune azioni partigiane nella zona; avevano la tessera
dell'organizzazione Todt, quindi non avrebbero potuto essere arrestati.
Ettore Graziano, 27 anni, abitava nella frazione di San Silvestro, operaio motorista a Torino, era un
partigiano della 21a brigata Sap garibaldina "Cagnoli", del quarto settore città, con il nome di battaglia "Mario". Il 25
luglio '43 aveva partecipato alle manifestazioni in favore della caduta del fascismo a
Crescentino35.
Ricordiamo i nomi degli altri civili, che non erano direttamente impegnati politicamente e non avevano
violato nessuna legge.
Enrico Marsili, 18 anni, di Torino, sfollato alla casa parrocchiale, nipote del parroco don Casetti, aveva
la tessera dell'Azione cattolica; arrestato perché in età di leva.
Giacomo Petazzi, di 35 anni, nato e residente a Grandola e Uniti (Como), una persona semplice, che faceva
lavori saltuari, provvisoriamente a Crescentino come lavorante all'osteria di Porta Vische del signor Scalvenzi.
Giovanni Pigino, di 38 anni, lavorante dalle sorelle Colombo, che possedevano un magazzino di granaglie,
fu arrestato mentre si recava al lavoro; chiese al milite che lo stava portando verso la scuola di poter tornare a casa
a prendere la giacca, credendo di andare a lavorare in Germania.
Edoardo Castagnone, di 42 anni, nato a Rosignano Monferrato, residente a Crescentino, esercente del caffè
della stazione, che il 19 settembre, giorno di un'altra tragica rappresaglia, sarà distrutto dalle fondamenta: fu accusato
di essere un informatore dei partigiani.
Giuseppe Arena, di 53 anni, padre di quattro figli, tra cui uno deceduto in Grecia in seguito a malattia
contratta in guerra, con altri due in età di leva, partigiani delle formazioni autonome del Monferrato, impegnato di
prima mattina nel suo lavoro di sellaio.
Mario Rondano, di 60 anni, conducente, nato a Crescentino, con un figlio partigiano e una figlia. "Vennero
a cercarlo a casa sua, come avessero l'indirizzo preciso. Fermò i militi sulla soglia quel tanto che potesse
permettere di far fuggire il figlio. Allora, gli chiesero se conoscesse Arena, altra prova che i nomi dei familiari dei
partigiani erano stati detti. Proprio in quel mentre, Arena stava uscendo da un portone di uno stallaggio, dove si era recato per lavoro. Gli sarebbe bastato fermarsi qualche attimo in più per salvarsi".
Per tutto il giorno i nove morti rimasero
stesi sulla piazza, scomposti e
insanguinati36.
"Il mattino dell'8 settembre '44 - scrive Arena - nell'accampamento del Bolacco tutto era tranquillo. Niente
faceva presagire la tragedia. Nessuno venne a informarci della tragica situazione".
Quello stesso giorno si verificò lo scambio dei venti ostaggi secondo le modalità stabilite da Hartmann. A
metà del ponte sul Po, alle ore 13: incontro ufficiale tra partigiani e tedeschi, con i due parroci e Steiner; liberazione
e lacrime di gioia.
"Il giorno dopo notavo una certa premura da parte dei miei comandanti. Alle undici, Neve mi chiama e mi
dice che io e lui dobbiamo scendere a Sulpiano, frazione di Verrua Savoia.
Ci rechiamo in parrocchia, dove don Balossino si avvicina e mi parla.
Il suo è un discorso senza senso: 'La miglior vendetta è il perdono; pensa a tua madre e a tua sorella
piccola. Non commettere colpi di testa avventati'.
In breve, mi annunciò che mio padre era morto nella rappresaglia. Ero bloccato, inebetito; non feci nessun
cenno di rabbia. Poi, di sera, verso le sei, arrivarono mia madre e mia sorella. Le sistemai nella frazione Cervotto di
Verrua Savoia, dove si trovavano alcuni membri del Cln crescentinese ricercati dalle brigate nere di Vercelli. Rimasero
in collina per più di venti giorni; quando dovemmo abbandonare il campo del Bolacco per il rastrellamento del 3
ottobre '44".
Chi sparò nei locali del caffè della stazione? Calò da quel momento un'ombra sui fatti dell'8 settembre:
colpevoli i partigiani, che per superficialità (anche Mario Arena mette a nudo l'incapacità di Neve di gestire il gruppo
partigiano) organizzarono l'azione; "martiri innocenti" vennero successivamente definiti i nove civili fucilati.
Altre informazioni recenti sostengono che fu il comandante Neve a sparare al soldato tedesco, ma nell'opuscolo del 1947 si scrisse che fu Barba a colpire per primo. Chi vide, appostato ai vetri del locale, non parlò
mai37.
Il ricordo di Enrico Marsili
La testimonianza di Franca Rubatto di Torino, che accompagnava il giovane alla stazione, è inedita.
La signora era intervenuta, per la commemorazione del cinquantennio dell'eccidio, alla manifestazione
promossa dall'amministrazione comunale e aveva consegnato al parroco e al sindaco il testamento spirituale di Enrico.
"Era l'8 settembre, una mattina tersa d'autunno - racconta Franca Rubatto, allora sfollata con la mamma
a Crescentino - Enrico Marsili ed io ci incontrammo verso le 7.30 per salutare suor Gemma, una delle suore
dell'asilo infantile, allora localizzato in via Bolongara, che era stata trasferita a Vercelli e che sarebbe partita
dalla stazione alle 8. Avevo quindici anni, lui diciotto.
Ci eravamo diretti lungo il viale della stazione parlando della nostra amica suora e del dispiacere per la sua
partenza. Ad un tratto quattro militari ci affiancarono e ci chiesero i documenti".
Il giovane fu accusato di essere un disertore; disse subito che in tasca aveva solamente una tessera: la
tessera dell'Azione cattolica.
"Fu obbligato a seguirli - continua la testimone - io corsi dal parroco che stava celebrando la messa. Andai
all'altare per avvertirlo, mi rispose che non poteva interrompere la funzione. A quel punto mi recai alle scuole del
paese, perché era già successo che in altri rastrellamenti la gente fosse radunata lì. All'esterno si diceva che stessero
scegliendo dieci persone come ritorsione per l'omicidio o ferimento di un tedesco avvenuto nella notte. Quando
uscirono, i soldati fascisti e tedeschi fecero salire sul camion anche me e il medico del paese dottor Minella. Non
riuscii più a scambiare una parola con Enrico perché era controllato a vista. Il dottore e io rimanemmo sul
camion dove fu piazzata una mitragliatrice, mentre furono schierati i prigionieri, allineati a destra dell'ingresso della
stazione con la schiena rivolta alla mitragliatrice. L'arma fu posizionata e dato l'ordine di sparare, uno tentò di
scappare. Poi, caddero tutti, l'ufficiale passò a dare il colpo di grazia alla tempia. Aspettavo di scendere dal camion
e dare un'ultima carezza ad Enrico. Ma non permisero a nessuno di avvicinarsi. In quel momento arrivò il parroco
e anche una staffetta con l'ordine di sospendere l'esecuzione, perché
sembrava avessero risolto il caso nella notte".
Crescentino era allora un paese di campagna che ospitava molti torinesi sfollati, in seguito ai
bombardamenti. "Io ero fra questi e anche Enrico Marsili, che aveva trovato rifugio presso il parente parroco. Noi ragazze
frequentavamo l'asilo un po' per studio e un po' per imparare a cucire; volevo studiare da maestra d'asilo. Enrico, che
era nato a Torino l'11 febbraio del 1926, studiava ragioneria presso il collegio La Salle. Mi accompagnava dalle
suore tutti i giorni e intratteneva i bambini, con giochi e passatempi".
La famiglia dopo l'eccidio si chiuse in un silenzioso dolore e lasciò al parroco l'incarico di difendere il
"martirio" di Enrico. "Dopo alcune ore ci diedero il permesso di avvicinarci ai corpi dei nove caduti. Enrico era stato
colpito col colpo di grazia all'occhio destro e toccando la sua mano mi accorsi che stringeva il rosario. Di lui ricordo
la bontà, la religiosità, il suo amore per lo studio. Aveva occhi profondi e neri. Voleva andare in missione in Africa.
Ci lasciò un testamento spirituale molto toccante, scritto il 30 aprile '44. La famiglia lo regalò a don Casetti e
a me.
Il giorno 10 settembre fu dato il permesso di portare i martiri presso le famiglie, alcuni invece presso la
confraternita di San Bernardino; poi si svolsero i funerali in forma solenne e con la partecipazione di tutta la
popolazione".
Solo a fine guerra la bara, avvolta in un tricolore, fu portata a Torino nel campo della gloria appena
inaugurato, dove si trovano i caduti per rappresaglia.
"Un ragazzo di grande maturità, capace di scelte spirituali e di grande responsabilità. Il suo testamento
spirituale del trenta aprile '44 fa riflettere: 'Carissimo papà, carissima mamma, quando voi leggerete questa mia ultima,
io non sarò più. Il dolore che già fin d'ora sento in me per questa mia
separazione dolorosa, voi potete immaginarlo.
Voi forse non avreste mai pensato che il vostro Enrico vi sarebbe stato rapito così presto [...] Non piangete
sulla mia morte; il Signore ha voluto così. Lui solo è il padrone dell'anima mia. Lui può tutto perciò sperate,
prendete con rassegnazione questo dolore che vi manda per provare la vostra fede [...] Non voglio dilungarmi di più,
sicuro di aver ottenuto da Dio il perdono delle mie colpe. Vi prego di salutare tanto i miei Professori, compagni,
parenti, amici; non dimenticate in special modo il teologo Quaglia, il canonico Bosso e tutti gli amici di Azione cattolica
e dite che lassù nel cielo dove spero Iddio voglia accogliermi, mi ricorderò e pregherò per loro. A voi cari
genitori, alla cara Ida (sorella) vi sia conforto il sapermi felice. Bacioni, vostro affezionatissimo figlio Enrico'..."38.
Conclusione
La rappresaglia dell'8 settembre 1944 ha segnato la storia della comunità, che ne ha tramandato più versioni.
La proposta di ricostruzione dei fatti tenta di essere oggettiva, comparando fonti scritte e testimonianze orali. A
quasi sessant'anni di distanza, si evidenzia l'anomalia dell'eccidio, che toccò persone non residenti in città; gli ostaggi
da fucilare non furono scelti a caso, ma designati in quanto perlopiù vicini alla Resistenza. Per decenni, l'unica
motivazione dell'eccidio fu la dura legge di guerra e l'irresponsabilità della banda partigiana: dieci italiani per un militare tedesco. Restano ancora da valutare incartamenti ufficiali, oltre che la memoria dei nove martiri nel
secondo dopoguerra. Nel mondo partigiano non si fece chiarezza sul tragico episodio.
Le stragi di civili restano una pagina dolorosa del secondo conflitto mondiale, ne rappresentano l'orrore in
quanto rivelano che non si combatté solo contro eserciti nemici, ma anche contro persone comuni. Se i bombardamenti
aerei colpirono con uguale intensità, ma a caso e da lontano, nelle rappresaglie gli uccisori ebbero davanti a sé le
loro vittime, che avevano scelto senza avvertimenti o ricerca dei colpevoli dei fatti, considerati la causa scatenante
della violenza. Nessuna rappresaglia avvenne per errore, l'ordine di uccidere fu dato dai comandi militari ed
eseguito dai soldati tedeschi e italiani perché la morte di un gruppo di civili fosse di ammonimento all'intera
popolazione accusata di sostenere i "banditi". La guerra ai civili fu piena di sofferenze, man mano che si intensificava la lotta
di liberazione nelle regioni del Nord Italia. "La catastrofe umana complessiva scatenata dalla seconda guerra
mondiale è quasi certamente la più grande mai avvenuta nella storia. Uno dei suoi aspetti più tragici è che l'umanità
ha imparato a vivere in un mondo in cui lo sterminio, la tortura e l'esilio di massa sono diventati esperienze
quotidiane di cui non ci accorgiamo
più"39.
Per Crescentino, se responsabilità individuali ci furono, non emersero in seguito, nonostante una
segnalazione alle autorità; leggendo le carte e comparando le versioni si scopre che la rappresaglia contro i nove martiri non
toccò la procedura dello scambio di ostaggi, decisa in altra sede, e che i funzionari repubblicani, a cui il territorio
era soggetto nominalmente, furono inefficienti. Il capo della provincia Morsero inviò in quella circostanza al
ministero dell'Interno della Rsi un telegramma che si concludeva con
l'espressione: "Notizia pervenuta operazione
fatta", evidenziando la politica germanica del fatto
compiuto40.
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