Ermanno Vitale
Gramsci e le ideologie "piemontesi"
Definizioni e confronti*
"l'impegno", a. XVIII, n. 2, agosto 1998
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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"Torinesità" intellettuale
Parlare di Gramsci, e in particolare del Gramsci teorico della politica, appare oggi assai difficile. Soprattutto
a sinistra. Dopo il 1989, infatti, qualunque interpretazione del suo pensiero politico rischia di essere fuorviante, e
di prestarsi a fraintendimenti. Mi spiego meglio. Per un verso, la fine dell'Unione Sovietica e l'eclisse del
comunismo in tutto il mondo paiono travolgere tutti coloro che invece al fiorire di quella stagione hanno dato un contributo
di grande rilievo. Travolgere o stravolgere: si pensi alle tesi di Alleanza nazionale, che a Fiuggi ha riconosciuto
Gramsci fra i "padri della patria". Tuttavia, per il verso contrario, è sempre doloroso tagliare (o comunque fare seriamente
i conti con) le proprie radici ideali, vieppiù se il corso del mondo non ha affatto messo a tacere le ragioni di una
scelta che dà priorità al valore dell'eguaglianza, pur avendo dimostrato essere finora non solo inadeguate ma anche
funeste le sue realizzazioni storiche. Operazione forse ancora più dolorosa se il personaggio in questione ha una statura
umana e morale che va al di là della sua appartenenza ideologica: la figura di Gramsci rimane senza dubbio fra quelle
da additare alle giovani generazioni quale esempio di coerenza intellettuale e di coraggio personale.
Salvare opportunamente questi valori dall'oblio non deve però significare, a mio avviso, proporre una lettura
del pensiero politico gramsciano forzatamente attualizzata o prona alle "esigenze" della politica pratica: vale a dire,
non deve indurre a dare del comunista Gramsci (questo almeno credevamo tutti che fosse) un'immagine a tutti i
costi accattivante o, come si suole dire, "politicamente più presentabile", magari facendolo avvicinare quanto più è
possibile al liberalsocialismo di autori come Rosselli e Gobetti, per limitarci ai più noti fra coloro che in Italia hanno
contribuito ad un filone di pensiero che ha radici e diffusione europee fin dalla prima metà del secolo
scorso1.
Questi autori - così come gli altri cui verrà fatto di accennare, Croce ed Einaudi soprattutto - respirano con
Gramsci la stessa aria di "torinesità" o "piemontesità" intellettuale e morale (al di là del puro dato storico od anagrafico),
nel senso che Marcello Veneziani dà a questo termine: mentalità illuministica e cosmopolita, che considera come
fondatrici del mondo moderno la rivoluzione francese e la rivoluzione industriale, e ragiona a partire dalle loro
conseguenze2. Fra alcuni di loro vi fu poi ben più che questa condivisione di mentalità, vi furono anche convergenze politiche
e programmatiche che andarono oltre la comune matrice antifascista: tuttavia non su questi aspetti - in parte ovvi,
in parte materia di approfondimento storiografico che compete ad altri - vorrei soffermarmi. Nella prospettiva
della filosofia politica, la pointe è se un avvicinamento di Gramsci al liberalsocialismo sia
teoricamente plausibile o meno. Allora il nocciolo della questione diventa definire che cosa sia il liberalsocialismo, e prima ancora il liberalismo
e il socialismo. A questo punto sarà possibile, prendendo in esame la concezione gramsciana della politica,
valutare se essa risponda o meno a quali dei caratteri
definienti di queste ideologie politiche.
Il liberalismo
Innanzitutto, che cos'è il liberalismo? Risponde, in un recente tentativo di chiarimento teorico, Michelangelo
Bovero: "Il liberalismo è una dottrina politica, o un'ideologia, il cui scopo eminente ed
identificante, in tutte le sue molteplici versioni, è quello di
limitare il potere politico nei confronti delle sfere di libertà individuale; la democrazia è
una forma di governo il cui carattere essenziale e
distintivo, in tutte le sue differenti concezioni, è quello di
distribuire il potere politico tra il maggior numero dei suoi destinatari. Dovrebbe esser chiaro per chiunque che si può
(voler) limitare il potere senza distribuirlo, e reciprocamente si può (voler) distribuire il potere senza limitarlo: cioè, che
è logicamente possibile essere liberali senza essere democratici (qual era, ad esempio, Kant), come essere
democratici senza essere liberali (qual era, ad esempio,
Rousseau)"3.
La definizione appare chiara e rigorosa. Ma allora, ci si potrebbe chiedere, perché l'aggettivo "liberale" si
usa, come si è già visto, in tanti sensi diversi? Ciò potrebbe dipendere semplicemente dall'uso improprio o troppo
disinvolto del lessico politico, ed in parte certamente è così. Ma se una parte della spiegazione consistesse nel fatto che da
tempo, o addirittura pressoché ab
origine, si contendono il vessillo del liberalismo teorie politiche diverse non solo in
quanto specie dello stesso genere, ma anche in quanto appartenenti a
generi distinti?
Al proposito, Friedrich von Hayek distingue fra liberalismo evoluzionistico di matrice economica (e
anglosassone) e liberalismo artificialistico di matrice giuridica (e
continentale)4. Il primo considera la mano invisibile del
mercato e le sue leggi come il migliore punto di equilibrio raggiunto (e raggiungibile?) nella storia della convivenza
umana, e come tale richiede idealmente alla politica di limitarsi a garantire la sicurezza delle transazioni economiche,
il secondo sviluppa il diritto naturale moderno (la dottrina dei diritti dell'uomo) nel costituzionalismo,
ovvero trasformandone i postulati in norme fondamentali del diritto positivo così da limitare efficacemente il legislatore
e, più in generale, l'onnipotenza della politica (e, in prospettiva, del mercato medesimo). Per Hayek solo il primo
è liberalismo autentico, e la distinzione continentale e soprattutto crociana (a noi così familiare) fra liberismo
economico e liberalismo politico è non solo inapplicabile al modello inglese, ma sostanzialmente fuorviante. I due aspetti
del liberalismo sono come il recto e il verso di una moneta: sono inseparabili. Liberalismo significherebbe dunque:
una concezione individualistica dell'universo sociale, legata al presupposto fondamentale dell'ordine spontaneo
scaturente da azioni individuali utilitaristicamente intese (ciascuno è il miglior giudice del proprio interesse: da qui
l'apologia del mercato come miglior punto d'equilibrio collettivo spontaneamente raggiunto fra gli interessi degli
individui); apologia della libertà negativa: la libertà è assenza di impedimenti od ostacoli all'azione; in particolare,
l'individuo è tanto più libero quanto più è limitata la legislazione dello Stato, che appunto esaurisce idealmente il suo compito
nella protezione della libertà negativa degli
individui5.
Anche Norberto Bobbio, pur su posizioni assai distanti da quelle hayekiane, illustrando il pensiero di Locke,
e cercando di spiegare nel modo più semplice in che cosa consista il liberalismo, lo definisce così: "La parte più
importante della vita dell'uomo si svolge prima e al di fuori dello stato: le istituzioni economiche e l'istituto familiare [...]
tutta questa parte della vita dell'uomo che si svolge al di fuori dello stato, non deve essere soffocata dall'istituzione
del potere civile, al quale spetta a rigore solo il compito cui gli individui hanno rinunciato, cioè di far da giudice
imparziale nelle controversie che possono sorgere nello svolgersi della vita economica, familiare, religiosa. Lo stato così
concepito non deve preoccuparsi di rendere più ricchi i suoi cittadini: questo spetta ai cittadini medesimi nell'osservanza
delle leggi naturali che regolano la vita economica; non deve preoccuparsi di educarli, perché ciò spetta alla famiglia,
né procurar loro la salvezza eterna, perché spetta alle chiese [...] È inutile aggiungere che questa configurazione
dello stato è quella che ha dato corpo alla tradizione dello stato liberale, inteso come stato negativo, come
stato-custode, come stato limitato ecc., insomma a quella concezione dei rapporti fra individuo e stato che è stata definita con
la formula libertà dallo
stato"6.
Nelle vicende della storia moderna e contemporanea, i due modelli fondamentali di liberalismo, ossia del
mercato e dei diritti, si sono a volte sostenuti a vicenda (contro gli assolutismi e i totalitarismi), altre volte si sono
inevitabilmente scontrati (là dove con maggiore evidenza il mercato vuol divenire esso stesso assoluto, riducendo totalmente
l'uomo a merce), ma più spesso si sono ipocritamente ignorati (dalla rivoluzione industriale alla globalizzazione,
passando per il colonialismo). Ciò che tuttavia qui mi preme riprendere e sottolineare non sono gli elementi di contrasto e
di differenza, né il loro radicamento in realtà istituzionali storicamente e geograficamente differenti, ma gli
elementi fondamentalmente comuni entro i quali questi contrasti sono avvenuti; vale a dire, provare a dare una
definizione minima del liberalismo. Il minimo comune denominatore del liberalismo, in tutte le sue possibili versioni, si
può, a mio avviso, ridurre a questi tre punti: una matrice filosofica
individualistica ed
utilitaristica7; la
separazione delle sfere (economica, ideologica e politica) e la limitazione dei poteri dello Stato nei confronti dei cittadini, cui la
divisione dei medesimi in legislativo, esecutivo, e giudiziario è funzionale; la neutralizzazione o
residualità della politica, nel senso della sua tendenziale riduzione al compito di protezione ed imparziale amministrazione della
giustizia commutativa, dei contratti.
Ritengo persin superfluo precisare che, proprio perché si tratta di una definizione minima, non
definisce esaurientemente nessuna specifica teoria liberale. Tuttavia, l'autore italiano che più le corrisponde è stato - ben
più dello stesso Croce, che concepisce il liberalismo non tanto come una dottrina politica quanto come una sorta
di religione della libertà, di forza morale che definisce l'essenza dell'Uomo e che, sul piano della filosofia della
storia, contrasta senza posa la coazione arbitraria e la
brutalità8 - Luigi Einaudi. Una sua lunga citazione si rivelerà più
chiara di ogni mia parafrasi: "L'uomo liberale, pur prestando omaggio alle buone intenzioni dell'uomo socialista,
conclude che la sua via conduce assai più sicuramente alla selezione dei capaci, alla preferenza data a chi guadagna ed
al fallimento di chi perde; ed è garanzia di maggior produzione e di prosperità per tutti, con innalzamento delle
moltitudini, senza distruggere, in misura dannosa, l'incentivo ai migliori. La soluzione dirigistica appare agevole e pronta.
Partono gli ordini dei capi politici e debbono essere eseguiti [...]. Se la strada scelta era sbagliata, se i favoriti, gli aiutati
politici non rispondono alle speranze e quali probabilità vi sono perché la scelta dei concessionari pubblici sia buona?
alla lunga prevalgono i costi alti, e cioè la produzione scarsa, generatrice di bassi salari ripartiti non equamente fra
le moltitudini che volevansi innalzare. Il metodo liberale è certamente duro e penoso, ed è sempre provvisorio, ché
le norme poste dalla legge sono frutto dell'esperienza e debbono essere rivedute ad ogni esperienza nuova. Esso è
oggettivo, imparziale; pone regole di scelta, non sceglie. Non favorisce nessuno, e fa prevalere quelli che meglio sanno
scegliere la via del successo, entro i limiti dei vincoli uguali per tutti. È implacabile verso coloro i quali non osservano le
norme poste dalla legge all'operare dei singoli; non manda al muro o in Siberia i favoriti statali sfortunati; ma lascia
fallire senza remissione coloro che, scegliendosi da sé, non hanno le qualità necessarie per
resistere"9.
Non sono dunque aspetti di un'ideologia liberale propriamente definita - è bene sottolinearlo - né i diritti di
autonomia democratica, che riguardano la distribuzione la più ampia possibile del potere politico e non la sua limitazione,
né i cosiddetti diritti sociali, che presuppongono un ampio e costruttivo intervento dello Stato nella sfera
economica, sociale e formativa. Questi ultimi due aspetti - detto più semplicemente: la democrazia e il
Welfare - possono essere chiamati in causa, nella prospettiva del liberale, con un solo argomento plausibile: che senza certe condizioni
di sfondo la libertà negativa o, se si vuole, i diritti civili che dovrebbero tutelare
tutti i cittadini dall'invadenza e dalla prepotenza dello Stato diventano fittizi. Solo pochi, o comunque non tutti, ne godono effettivamente: quelli che
non hanno alcun mezzo per realizzare le loro scelte individuali godono di una libertà assolutamente vuota, inutile.
Sono, se si vuole, liberi di non essere liberi, non potendo che "scegliere" di essere nelle condizioni in cui appunto si
trovano ad essere. Insomma, solo un regime democratico attento alle condizioni degli svantaggiati (detto altrimenti:
capace di evitare che si formi una classe di emarginati) pare avere le carte in regola per soddisfare le condizioni
implicitamente presupposte dal liberalismo. Ecco, in fondo, l'idea della liberaldemocrazia e, ove si sottolineino le questioni
della redistribuzione delle risorse, del liberalsocialismo. Questo pur fondato argomento genera a sua volta
evidenti contraddizioni teoriche, come del resto avviene ogni volta che si tenta la quadratura del cerchio fra ideologie
che rispondono a valori politici in ultima istanza alternativi, come appunto sono la libertà e l'eguaglianza
(banalmente: la libertà di intraprendere collide inevitabilmente con ogni forma di redistribuzione delle risorse in senso
egualitario). Siamo così giunti alla questione del liberalsocialismo, che però occorre più chiaramente distinguere dal
semplice, o se si preferisce, dal puro liberalismo.
Socialismo e liberalsocialismo
Per arrivare a definire il liberalsocialismo, una volta fissato il minimo comun denominatore del liberalismo,
pare opportuno, come già si accennava, cercare parimenti di identificare il minimo comun denominatore
dell'ideologia socialista. Per amore di simmetria, parto anche questa volta da una proposta di definizione suggerita da Bovero:
"Il socialismo potrebbe essere definito come quella concezione o dottrina politica che riconosce e propone come
valore finale ultimo, e/o come idea regolativa per l'elaborazione di un sistema di fini, indirizzi e strategie politiche,
l'eguaglianza sociale, o la solidarietà, o anche l'eguaglianza come condizione della cooperazione e della
solidarietà sociale"10.
Provando a riutilizzare i tre elementi della definizione proposta per il liberalismo, si potrebbe allora dire che
per opposizione definiscono il socialismo: una matrice filosofica altrettanto utilitaristica, ma che situa nella società
e non nel singolo il soggetto di cui bisogna sopra ogni cosa calcolare l'utilità, e che quindi fa
dell'organismo sociale il distributore senza appello delle risorse collettivamente prodotte, ossia "delle quote di benessere" dei suoi
membri; la sovrapposizione delle sfere, attraverso l'affermazione della sostanziale
funzionalità di tutte le dimensioni dell'espressione individuale e della vita privata alla pubblica utilità politicamente deliberata e determinata
sotto forma di "volontà generale"; la conseguente centralità o tendenziale
totalità della politica, che neutralizza o
rende comunque residuale la sfera delle libertà negative.
Anche questa definizione - credo sia ovvio - non pretende di rispondere in maniera egualmente convincente a
tutte le versioni del socialismo che sono state storicamente proposte. Certamente i diversi socialismi, che sono una
famiglia variegata e composita non meno dei
liberalismi11, hanno di volta in volta sottolineato uno o due dei tre
elementi definitori qui proposti, trascurando, almeno all'apparenza, i rimanenti o il rimanente. La disputa in casa
socialista intorno al primato dell'economia oppure della politica (inerente al primo elemento) sembra riprodurre, se non
altro nella forma, la distinzione fra liberismo e liberalismo, o fra liberalismo del mercato e dei diritti; ma
potremmo aggiungervi le classiche e note contrapposizioni teoriche fra riformismo e rivoluzione (inerenti al secondo
elemento), o fra spontaneismo e verticismo (inerenti al terzo
elemento)12. Proseguendo però sulla falsariga dello
schema interpretativo adottato nel paragrafo precedente a proposito del liberalismo, anche nei riguardi del socialismo
non è difficile scorgere, al di là di tutte le pur significative varianti e sfumature, una sorta di biforcazione
concettuale: il valore supremo dell'eguaglianza sociale può essere interpretato come implicante una rigida
collettivizzazione dell'agire dei soggetti, che debbono essere organizzati gerarchicamente o armonicisticamente per
rispondere effettivamente ed efficacemente allo scopo, o, diversamente, come compatibile con una misura anche non
residuale di libera iniziativa individuale, il che implica fissare dei limiti all'intervento dirigistico dello Stato. Chi
ammette questa seconda possibilità, è coerentemente costretto a cercare di argomentare una qualche plausibile coesistenza
e un qualche reciproco intreccio dei due valori, per molti aspetti opposti, della libertà e dell'eguaglianza. È la
via liberalsocialista o social-liberale teorizzata in Italia, come si diceva in apertura, soprattutto da Carlo Rosselli e
Piero Gobetti.
Prima di analizzare rapidamente questi due autori - soffermandomi un poco di più su Gobetti, il cui pensiero
mi sembra il più vicino a quello di Gramsci - ritengo ancora una volta opportuno stabilire la definizione minima
di liberalsocialismo. In prima battuta, prendo a prestito da Ludolfo Paramio quella che non è in senso stretto una
definizione del liberalsocialismo, ma una riflessione sulla sua applicazione storica, che ne illustra però con vigore obiettivi
e limiti: "Il risultato è un crescente ampliamento del concetto di 'diritti di cittadinanza': in una continua tensione
tra la definizione di libertà individuali irrinunciabili (diritti di) e l'esigenza di uguaglianza di opportunità per tutti
(diritti a), le società industrializzate hanno via via assunto un nuovo concetto di cittadinanza. Lo stato deve garantire
ai cittadini i mezzi per avere delle opportunità di vita, ma per farlo non può oltrepassare certi limiti che
determinano gli stessi diritti dei cittadini. La necessità di generalizzare l'accesso all'istruzione o all'assistenza sanitaria non
giustifica la confisca dei beni privati, la soppressione delle libertà individuali o qualsiasi altra violazione dei diritti civili"13.
Riprendendo invece il confronto fra le mie precedenti definizioni di liberalismo e socialismo, si potrebbe
definire, con tutte le cautele già espresse in precedenza, il liberalsocialismo come quella ideologia che: pur tenendo ferma
la prospettiva dell'utilità sociale, fissa limiti tanto all'utilitarismo individualistico quanto a quello collettivistico
(od olistico) attraverso il concetto (variamente declinabile, senza dubbio) dei diritti fondamentali della persona;
pur tenendo ferma la separazione delle sfere, pensa il costituzionalismo non solo come limite alla politica
(all'onnipotenza della maggioranza) ma anche come limite al mercato (all'onnipotenza del denaro); pur tenendo fermi i limiti
della politica, ne rivendica una determinante funzione compensativa e regolativa, orientata alla giustizia distributiva,
di contro alla presunta capacità di autoregolazione dei processi economico-sociali.
Rispetto a questo tentativo di definizione del liberalsocialismo, il pensiero di Gobetti e di Rosselli
(soprattutto dell'ultimo Rosselli, come ha fatto osservare Nicola
Tranfaglia14) potrebbe apparire improntato a
sottolineare eminentemente il secondo termine del composto, vale a dire il socialismo. E le ragioni, in quel frangente
storico, indubbiamente non mancavano. Di qui, forse, anche la possibilità di una parziale sovrapposizione e condivisione
con Gramsci per quanto concerne gli strumenti politici e i programmi d'azione contingenti. Ma non - e mi propongo
di chiarirlo meglio nel paragrafo conclusivo - per quanto riguarda la natura ed i fini della politica, non, insomma,
sul piano teorico ed ideale. Come ho già detto, vorrei limitarmi a qualche cenno per Rosselli, concentrando poi le
riflessioni conclusive sul confronto fra le concezioni della politica di Gramsci e Gobetti.
Prendiamo in esame proprio il Rosselli del periodo che va dal 1935 al 1937, anno della sua uccisione, anziché
quello più classico di "Socialismo liberale". Nonostante le frasi forti con cui nel '35 reagisce alle critiche di Salvemini
e in cui prende chiaramente partito per una radicalizzazione rivoluzionaria della lotta che per sua natura non può
essere rispettosa della legalità, egli continua a sottolineare la centralità dell'idea di libertà del singolo, valore ultimo e
luogo in cui cade la differenza dai comunisti: "In fondo il problema che noi vogliamo affrontare e risolvere è quello di
una conciliazione non esteriore, ma organica, di un'organizzazione socialista della produzione industriale e
semisocialista della produzione agraria, con nuclei artigianali, tecnici, professionali col rispetto della libertà e della dignità
dell'uomo. La rivoluzione russa portata in occidente, con tutta l'eredità dell'occidente"15.
Differenza dal comunismo che viene ribadita in un articolo dell'anno successivo: "Il socialismo marxista
parte dalla massa, dalla collettività. Il comunismo libertario parte dal singolo [...]. La rivoluzione deve fare dell'uomo
lo strumento, la misura, il
fine"16. Così, nonostante il Rosselli politico si renda ben conto che l'opposizione al
fascismo ha assoluto bisogno di quella forza non solo materiale ma anche morale che si esprime nel socialismo e nella
sua applicazione storica, il comunismo, il Rosselli teorico non cessa di considerarli entrambi strumentali al progetto
più alto dell'emancipazione dell'individuo: "Nel socialismo vediamo la forza animatrice di tutto il movimento
operaio [...]. Nel comunismo la prima storica applicazione del socialismo [...]. Nel libertarismo l'elemento di utopia, di sogno,
di prepotente, anche se rozza e primitiva, religione della
persona"17. Mi pare dunque che - lo ribadisco:
sotto il profilo teorico - Rosselli, pur nel precipitare degli eventi, non abbia mai abbandonato la prospettiva originaria espressa
in "Socialismo liberale", prospettiva assai vicina a quella di Gobetti, cui conviene tornare per approfondire
finalmente il confronto con il pensiero politico di Gramsci.
Prima però di passare al confronto fra Gramsci e Gobetti, ancora una precisazione risulta necessaria. Salta
infatti agli occhi un'esclusione, quella di Guido Calogero, che potrebbe apparire del tutto immotivata, avendo egli
tanto scritto di liberalsocialismo, criticando, fra l'altro, le posizioni rosselliane. L'esclusione è però motivata dai
confini stessi di questa analisi. In altri termini, sono le stesse premesse filosofiche del liberalsocialismo di Calogero che
fanno della sua posizione un ibrido: egli sembra affondare le sue radici nell' "ideologia italiana", pur dando frutti che
sotto molti aspetti sono tipici dell' "piemontese" per seguire ancora la suggestiva, sebbene spuria,
dicotomia di Veneziani. L'aggirarsi di Calogero fra neoidealismo, attualismo e spiritualismo, il suo richiamo insistito al
messaggio evangelico e alla fratellanza intesa come amore cristiano e come ricerca della via palingenetica che porterà al
"con-fondersi" armonico degli ideali di giustizia e libertà, anziché ad accettare la natura inevitabile quanto
assiologicamente positiva del loro conflitto nella teoria e nella prassi
sociale18, lo collocano però ai margini di quello spirito laico
ed illuminista che, come si è detto, è il tratto saliente della cosiddetta "ideologia piemontese".
Per comprendere la distanza di Calogero da questa prospettiva è sufficiente riprendere dal secondo manifesto
sul liberalsocialismo la sua forse più significativa definizione del termine: "L'ideale del liberalsocialismo non è
che l'eterno ideale del Vangelo. Esso non è che una forma di Cristianesimo pratico, di servizio di Dio calato nella
realtà. Chi ama il suo prossimo come se stesso, non può non lavorare per la giustizia e per la
libertà"19. Pur essendo
d'accordo con Calogero che "il liberalsocialismo non è un monopolio di
nessuno"20, credo sia chiara l'incompatibilità fra
la sua definizione e quella che, peraltro sulla scorta dell'interpretazione prevalente, ho suggerito poco sopra. In
particolare, mi pare del tutto oscurata, nel liberalsocialismo di Calogero, la dimensione propriamente filosofica del
liberalismo (utilitarista e individualista), che dovrebbe essere invece fondativa, se non si vuole parlare più propriamente di
una qualche forma di socialismo o di cristianesimo sociale.
Gramsci e Gobetti
Soffermiamoci ora, alla luce delle considerazioni fin qui svolte, su Gramsci e Gobetti, anche se, ammettendo
come ragionevole quanto sinora detto, credo che ciascuno possa facilmente capire ciò che, sotto il profilo teorico, li
unisce e, soprattutto, ciò che li divide. In ogni caso, compiamo insieme un segmento di una possibile rilettura orientata
dalle chiavi interpretative che ho proposto. Saggiamo insomma, ripensando alle definizioni date di liberalismo,
socialismo e liberalsocialismo, la congruenza o incongruenza di tali definizioni con la visione del mondo di Gramsci e
Gobetti, rileggendo alcuni luoghi ben noti. Anche qui, con una precisazione iniziale. Ciò che conta veramente - vale a
dire: la pietra di paragone efficace, il criterio decisivo - è la distanza dei nostri due autori dalla prima delle ideologie
qui definite, il liberalismo. È insomma la presenza o meno di qualche elemento di liberalismo che consentirà o
meno di sottrarre Gramsci ad una lettura tutta interna all'ideologia socialista e comunista; perché mi pare che la
sua corrispondenza complessiva a questa ideologia non possa neppure essere messa in discussione. In modo analogo,
si tratta di valutare se la qualità o la natura del "liberalismo" di Gobetti - anch'essa indiscutibilmente particolare,
originale - sia tale o meno da consentire di ascriverlo comunque al casato dei liberalismi, sia pure nel ramo cadetto
del liberalsocialismo. Ancora una volta: non dal punto di vista della storia del pensiero politico, le cui acquisizioni
al riguardo non pretendo di sottoporre a revisione, ma da quello della filosofia politica, in cui le ascrizioni
dipendono dal soddisfare del tutto, in parte o per nulla
definizioni.
Si può allora definire la visione del mondo gramsciana o gobettiana un utilitarismo individualistico, che
considera come gli elementi, gli atomi della riflessione, gli individui, in quanto attori razionali motivati dallo scopo di
ricercare ciò che considerano bene e fuggire quanto ritengono per loro un male (strategicamente o cooperativamente ora
non interessa)? O una qualche teoria della separazione delle sfere, dei limiti della politica e dello stato minimo?
Per Gramsci potrebbe forse bastare questa citazione: "L'impostazione del movimento del libero scambio si basa su
un errore teorico di cui non è difficile identificare l'origine pratica: sulla distinzione cioè tra società politica e
società civile, che da distinzione metodica viene fatta diventare ed è presentata come distinzione organica. Così si
afferma che l'attività economica è propria della società civile e che lo stato non deve intervenire nella sua
regolamentazione. Ma siccome nella realtà effettuale società civile e stato si identificano, è da fissare che anche il liberismo è
una 'regolamentazione' di carattere statale, introdotto e mantenuto per via legislativa e coercitiva: è un fatto di
volontà consapevole dei propri fini e non l'espressione spontanea, automatica del fatto
economico"21.
Ritenendo solo metodologica la distinzione fra società e Stato, si esce immediatamente e senza appello
dall'alveo di qualsiasi liberalismo. Così come leggendo la storia attraverso l'analisi dei reali rapporti di forza fra entità
organiche, anziché come ordine spontaneo emergente da azioni individuali (Smith) o come progressiva affermazione dei
diritti universali dell'uomo (Kant): la storia mostra per Gramsci innanzitutto "un rapporto di forze sociali
strettamente legato alla struttura, obbiettivo, indipendente dalla volontà degli uomini, che può essere misurata coi sistemi
delle scienze esatte o fisiche. Sulla base del grado di sviluppo delle forze materiali di produzione si hanno i
raggruppamenti sociali, ognuno dei quali rappresenta una funzione e ha una posizione data nella produzione stessa. Questo
rapporto è quello che è, una realtà ribelle: nessuno può modificare il numero delle aziende e dei suoi addetti, il numero
delle città con la data popolazione urbana
ecc."22.
In Gramsci, in tutta evidenza, le forze che muovono la storia, e attraverso cui la si può comprendere e spiegare
come propedeutica all'arte politica, sono forze collettive ed organiche, espressioni di bisogni sociali, in
un'intepretazione del materialismo storico che deve sfuggire tanto alle lusinghe di una forma di determinismo per cui tutte le
trasformazioni o rivoluzioni sociali avvengono secondo leggi meccaniche (ciò che lo stesso Gramsci definisce economicismo,
in quanto risente dell'approccio metodologico dell'economia politica liberista) quanto allo slancio del
volontarismo (dell'azione individuale, eroica, di commistioni fra giacobinismo e romanticismo): nella fase più propriamente
politica "le ideologie germinate precedentemente diventano 'partito', vengono a confronto ed entrano in lotta fino a che una
sola di esse o almeno una sola combinazione di esse tende a prevalere, a imporsi, a diffondersi su tutta l'area
sociale, determinando oltre che l'unicità dei fini economici e politici, anche l'unità intellettuale e morale, ponendo tutte
le quistioni intorno a cui ferve la lotta non sul piano corporativo ma su un piano 'universale' e creando così
l'egemonia di un gruppo sociale fondamentale su una serie di gruppi
subordinati"23.
Il partito politico, come tutti sappiamo, è il moderno principe, un soggetto collettivo che deve aggregare e
portare al livello del conflitto politico le istanze di un blocco sociale quando esse sono divenute storicamente mature:
"Il moderno principe, il mito-principe non può essere una persona reale, un individuo concreto, può essere solo
un organismo; un elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva
riconosciuta e affermatasi parzialmente nell'azione. Questo organismo è già dato dallo sviluppo storico ed è il partito
politico, la prima cellula in cui si riassumono dei germi di una volontà collettiva che tendono a diventare universali e
totali"24. L'aggettivo
totale ritorna poco oltre, quando fra i compiti del partito viene ad esservi anche quello di
promuovere "una forma superiore e totale di civiltà
moderna"25. Così il partito che conquista lo Stato conferisce a
quest'ultimo compiti eminentemente etici. È la questione del "conformismo sociale" o dell' "uomo collettivo", da forgiare
attraverso il diritto. Scrive al proposito Gramsci: "Compito educativo e formativo dello stato, che ha sempre il fine di
creare nuovi e più alti tipi di civiltà, di adeguare la 'civiltà' e la moralità delle più vaste masse popolari alle necessità
del continuo sviluppo dell'apparato economico di produzione, quindi di elaborare anche fisicamente dei nuovi
tipi d'umanità"26.
Nulla di più estraneo alla dottrina liberale, che attribuisce alla sfera separata della società civile il compito
della formazione e dell'educazione. E nulla di più lontano dal liberalismo di qualsivoglia natura l'idea organica ed
olistica, unitaria, totalizzante se non totalitaria, della vita sociale: il liberalismo nasce comunque da una
prospettiva individualistica, atomistica, meccanicistica, pluralistica della società, immaginata appunto come una somma
o associazione di individui che, al di fuori dei loro obblighi contrattuali, perseguono i loro fini concependosi
come reciprocamente estranei.
La stessa conflittualità che nelle pagine gramsciane emerge come valore, e che
a certe condizioni è un elemento appartenente all'ideologia liberale, va compresa e ricondotta al piano dei rapporti di forza fra entità organiche,
fra classi sociali, non della libera concorrenza o competizione fra individui che in essa si migliorano e danno al
contempo i migliori frutti per la società. Più in generale, si potrebbe osservare come l'elogio del conflitto
sic et simpliciter non sembra essere elemento identificante di nessuna ideologia politica: in tale generico elogio convergono infatti,
ad esempio, anche le posizioni della destra che si richiama al darwinismo sociale e alla visione etologica della politica.
Tornando a Gramsci, l'antagonismo politico è letto, attraverso Clausewitz e le categorie della strategia
militare, come conquista del potere politico: "Lo scrittore italiano di cose militari generale De Cristoforis nel suo libro
'Che cosa sia la guerra' dice che 'per distruzione dell'esercito nemico' (fine strategico) non si intende 'la morte dei
soldati, ma lo scioglimento del loro legame come massa organica'. La formula è felice e può essere usata anche nella
terminologia politica. Si tratta di identificare quale sia nella vita politica il legame organico essenziale, che non può
consistere solo nei rapporti giuridici (libertà di associazione e riunione, ecc., con la sequela dei partiti e dei sindacati ecc.)
ma si radica nei più profondi rapporti economici, cioè nella funzione sociale del mondo produttivo (forme di
proprietà e di direzione
ecc.)"27.
Lo scopo ultimo è la vittoria, ovvero la conquista del potere, dello Stato inteso come capacità di dirigere
l'economia: tutto il resto, in primo luogo i diritti civili e politici, è chiaramente sovrastrutturale. Per un liberale, invece, la
competizione appartiene alla sfera dell'economia dove si muovono individui
uti singuli: lo Stato non è terreno di conquista, ma
una sorta di agenzia che deve limitarsi, nell'interesse di tutti, ad impedire che la concorrenza sia sleale e che si
trasformi (appunto!) in conflitto armato. Così, che vi sia qualche tratto anche genericamente liberale nelle fondamentali
categorie politiche gramsciane resta, a mio avviso, indimostrabile. Un'analisi simile si potrebbe condurre anche usando
come pietra di paragone la democrazia (intendendo per democrazia la democrazia
rappresentativa, che Gramsci definirebbe borghese): l'esito non differirebbe.
Neppure a Gobetti si possono del tutto propriamente ascrivere le tre caratteristiche che considero definienti
il liberalismo. Anche qui, l'elemento di fondo che può superficialmente condividere con il liberalismo è l'elogio
del conflitto contrapposto ad un modo di fare politica farisaico e controriformistico che Gobetti giudica
tipicamente italiano. Non solo di Giolitti. Anche della sinistra italiana espressa dal socialismo turatiano: "La logica di
Turati conduce al collaborazionismo: il suo riformismo non assume responsabilità di governo per pura timidezza; la
logica marxista voleva invece una violenta azione popolare. Privo di un deciso interessamento delle masse [il
socialismo turatiano] rinunciò al principio educativo che era implicito nell'intento rivoluzionario, si ripiegò nella molle
rinuncia utilitaristica, insegnò al popolo l'egoismo, il ricatto, la ricerca delle
concessioni"28.
Lo statalismo, l'elefantiasi burocratica, il trasformismo curiale, l'assistenzialismo bigotto ecc. sono aspetti più
di critica morale alla degenerazione di un costume pubblico che di critica da una prospettiva teorica ben definita
(quella liberale, appunto) ad un sistema economico-politico, quale ad esempio può esser considerata quella di un
Einaudi: la rivoluzione liberale di Gobetti appare come una sorta di ritorno ai principi, di richiesta di un rinnovamento
morale della nazione, e in particolare della sua classe dirigente. Una sorta di ideale lotta di liberazione da quello che
veniva giudicato il carattere dominante della nazione (la torbida miscela di perbenismo, gesuitismo e corruzione)
piuttosto che una forma di liberalismo, è ciò che soprattutto pare esservi negli scritti gobettiani.
Questo nobile conflitto si esprime in una lotta politica i cui attori sono precipuamente attori sociali, non
singoli individui. Il socialismo vero, che porterebbe a sua volta a compimento il liberalismo, viene definito come "il
simbolo in nome del quale combatte da anni innumerevoli il popolo per la sua redenzione; è la più attiva delle idee che
abbiano operato nella realtà come impulso all'autonomia; è una dei più grandi fattori di
liberazione e di liberalismo nel mondo
moderno"29. Dunque, nonostante la nota avversione gobettiana per l'esito della rivoluzione d'ottobre (che ha
prodotto appunto statalismo e conformismo), la sua prospettiva pare essere quella, assolutamente estranea ad un liberale,
della lotta di classe. La classe operaia (Gobetti pensa in particolare alla classe operaia torinese) è immaginata come
quella forza in grado di portare una ventata di novità, e di rigore morale, nella asfittica e trasformistica politica
italiana incarnata dal giolittismo: "Il fatto gigantesco è che il popolo (quello che era il fantasma di Mazzini) chiede il potere.
Il popolo diventa lo stato. Nessun pregiudizio del nostro passato ci può impedire la visione del miracolo. Questo
non avrebbero fatto i liberali, questo non possono fare i marxisti. Il movimento operaio è un'affermazione che ha
trasceso tutte le premesse. È il primo movimento
laico d'Italia. È la libertà che
s'instaura"30.
Ci sarebbero numerose altre citazioni, non meno esplicite: ma queste credo siano sufficienti per definire
almeno molto sui generis il liberalismo di Gobetti. Certo, nel suo pensiero sono forti i richiami all'antistatalismo e
alle autonomie: ma questo appare piuttosto un tratto bolscevico o, come lo ha definito Marco Revelli,
"liberalbolscevico"31. Si potrebbe però osservare che - ancora più chiaramente di Rosselli (che pure insiste sulla forte personalità come
tratto saliente dell' "uomo nuovo") e a differenza di Gramsci - Gobetti non si pone in termini organicistici ed olistici
la questione della socialità del singolo, sottolineandone al contrario gli spiccati elementi di individuale
responsabilità morale e civile. E qui sta, in ultimo, il "liberalismo" gobettiano, nonché appunto la differenza essenziale rispetto
a Gramsci. Tuttavia anche Gobetti rimane esterno alla prospettiva filosofica del liberalismo proprio
perché sovradimensiona la caratteristica della responsabilità individuale, dandole l'impronta della religione del laico.
Se Gramsci esalta il collettivo, Gobetti, pur consapevole del valore e talvolta della necessità della lotta di classe,
esalta il singolo. Infatti, là dove egli giudica gli individui, e soprattutto gli uomini politici, la sua prospettiva è etica ed
eroica: richiama certi sprezzanti giudizi di Machiavelli sulla viltà di certi tiranni, decisi e crudeli solo con i loro
inferiori o i loro pari. Scrive provocatoriamente Gobetti: "A tutta la massa di assenti c'è da preferire gli intolleranti, gli
uomini feroci di parte, pervasi di odio che non cessa. Questi prendono posizione, non sfuggono la lotta. Ed è più umana
la malvagità che la
vigliaccheria"32. Questa dimensione etica, questa esigenza di virtù politica, questo richiamo ad
un aristocratico concetto dell'onore è esplicitamente contrapposto, in più luoghi, proprio a tutte le forme di
pensiero utilitario, bollate appunto come forme di opportunismo. Anche qui, è notevole la distanza dall'antropologia
liberale, in cui si è appunto consumata la trasformazione del concetto aristocratico repubblicano di onore (militare e
civile) in quello più prosaicamente laico e borghese di onestà come legalità. La stessa argomentazione mi sembra
potrebbe valere, poco più poco meno, a proposito del "liberalismo" di Rosselli. Anche per lui la "dignità dell'uomo"
sembra dover consistere nella grandezza morale e nell'impegno civile, piuttosto che nelle mediocri e domestiche virtù
del borghese.
In conclusione, anche Gobetti e Rosselli restano estranei al nucleo più autentico del
liberalismo33, e in quella temperie politica e culturale forse non poteva essere diversamente. Non bisogna dimenticare che in Italia lo
Stato cosiddetto liberale aveva aperto le porte al fascismo, né, più in generale, che la prospettiva liberale pareva
allora completamente oscurata dallo scontro fra le forme di totalitarismo affacciatesi sulla scena politica europea.
Pensare allora che ci volessero personalità di grande spessore morale per resistere e un giorno ricostruire appare del
tutto comprensibile. D'altronde, il pensiero di Gramsci, Gobetti e Rosselli condivide il destino di giovani vite
prematuramente concluse, che non hanno potuto contribuire alla stagione del "dopo il diluvio". E dire quali vie teoriche
avrebbero battuto sotto la sollecitazione di sfide nuove e diverse sarebbe scivolare incautamente sul piano delle profezie.
Ciò che si può dire è che invece oggi teniamo in gran conto, almeno a parole, la lezione del liberalismo
senza eroismo: e se pensiamo al liberalismo nella prospettiva dei diritti, credo facciamo bene. A partire da questa
prospettiva mi pare si possano trovare risposte a quelle che furono le istanze e le esigenze ideali più alte del socialismo e
del liberalsocialismo. Ma se occorre sfuggire alla retorica dell'attualizzazione, questo non significa
necessariamente ripensare a Gramsci, Gobetti e Rosselli solo per rivolger loro un omaggio in occasioni celebrative. Vi è almeno
un punto su cui ritengo che il loro lascito sia del tutto attuale: la concezione della
politica come dimensione per sua natura conflittuale e come livello da cui la convivenza civile non dovrebbe neppure oggi fisiologicamente prescindere.
La politica dovrebbe rimanere il livello al quale si confrontano, senza trascenderne l'ambito e i mezzi, le grandi
istanze economiche, sociali, morali, intellettuali, talvolta radicalmente e ineliminabilmente diverse, presenti in una
società. In una parola, la politica è il livello in cui si misurano e si scontrano, pur entro la cornice costituzionale, i
progetti alternativi di società in essa esistenti. Eliminare questo conflitto rimandando la competizione al mercato e
riducendo la politica ad amministrazione significherebbe riavviare le nostre società verso l'omologazione culturale e, sotto
le rassicuranti vesti della "democrazia" mediatica e maggioritaria, verso più o meno larvate forme di
plebiscitarismo e di paternalismo tecnocratico. Di qui le ragioni di una nuova resistenza intellettuale e morale dell'
"ideologia piemontese": contro la nuova improvvida alleanza - nuova e forse paradossale, ma non più di tanto: si pensi al
fascismo sostenuto dagli industriali non meno che dagli agrari - del mercato globale (dell'ideologia neoliberista
della globalizzazione) con la proteiforme e sempre rinascente "ideologia italiana".
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