Villa Schneider tra verità storica e "mito"
Una ricerca sulla sede delle Ss a Biella



C'è una casa, nel centro di Biella, da tutti conosciuta come "Villa Schneider", attorno alla quale grava come un'aura di indicibile. La gentilezza e l'eleganza del suo aspetto signorilmente liberty, la bella cancellata in ferro battuto, il giardino circostante ombreggiato da alberi frondosi, non valgono a dissipare nella memoria dei più anziani e nell'immaginario di chi ha sentito raccontare su di essa storie terribili, un'ombra sinistra, un'eco di sofferenze e depravazioni.
Al pari di altre case degli orrori disseminate in molte delle città che conobbero l'occupazione nazifascista e la presenza di nuclei di repressione antipartigiana operanti ai confini tra una qualche forma di "legalità" e l'arbitrio sanguinario, tra obbedienza ai comandi e libertà d'azione indiscriminata, Villa Schneider fu il luogo dove si insediò un manipolo di Ss tedesche e italiane che si distinse drammaticamente per gli atti feroci commessi contro i partigiani o la popolazione civile sospettata di fiancheggiare la lotta di resistenza.
Di questi fatti la memoria biellese ha portato con sé una traccia dolorosa, fatta di pochi elementi certi e di molta trasfigurazione simbolica, anche perché, se si eccettua il "Dossier Villa Schneider", curato da Bruno Pozzato1, nessun lavoro storiografico tra quelli dedicati alla Resistenza biellese si è occupato in maniera specifica dei fatti di cui qui si parla. Nel detto e non detto, saputo o immaginato, si è costituito così un coacervo di verità storica e "mito" su cui una recente ricerca, voluta dall'Assessorato alla cultura della Città di Biella, con la collaborazione dell'Istituto, e condotta dai ragazzi della Consulta studentesca provinciale, ha tentato di fare luce. Coordinati dallo scrivente e da Bruno Pozzato, i giovani hanno prodotto uno studio che, sebbene nei termini di una ricerca affrontata senza specifica preparazione metodologica e con evidenti limiti logistici, di tempo, di disomogenea composizione del gruppo, ora racconta qualcosa di consolidato al pubblico che visita la piccola mostra permanente approntata nello scantinato della villa, il cui allestimento è stato curato da Gigi Piana.
La ricerca si è orientata in più direzioni. Un gruppo di studenti, attraverso la documentazione d'archivio e le testimonianze di un erede della famiglia Schneider, ha indagato la storia della villa e la figura di Daniele Schneider, a lungo proprietario dell'immobile, tanto da legare indissolubilmente il suo nome alla villa.
Un secondo gruppo si è dedicato alla ricostruzione dei fatti avvenuti tra 1943 e 1945, servendosi sia delle sentenze dei processi cui vennero sottoposti alcuni dei componenti il nucleo di Ss italiane, che degli articoli di giornale, invero pochi, che trattarono tanto i fatti in sé che le vicende giudiziarie successive. Le copie delle sentenze sono state reperite all'Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea di Torino che, grazie al lavoro iniziato da Luciano Violante e Guido Neppi Modona nel 19752, ha raccolto, ordinato e schedato su supporto cartaceo ed elettronico tutte le sentenze piemontesi dei processi per reati attinenti al periodo resistenziale tenutisi tanto presso i giudici di merito che in Cassazione.
Su questo versante della ricerca si sono trovate, come era facile attendersi date le premesse succitate, le maggiori difficoltà: mancanza della documentazione tedesca, con ogni probabilità distrutta prima della ritirata dell'aprile-maggio 1945; impossibilità di verificare se parte di questa documentazione sia conservata in archivi tedeschi; non disponibilità dei fascicoli processuali integrali, protetti dalla legge che tutela la privacy ancora per qualche anno; difficoltà dei ragazzi a decifrare il linguaggio spesso tecnico dei documenti giudiziari presi in esame.
Infine, un terzo gruppo di studenti ha condotto alcune interviste a ex partigiani che sono stati all'interno della villa durante il periodo dell'occupazione nazifascista.
La villa fu costruita negli ultimi anni dell'Ottocento (l'approvazione del Consiglio edilizio è dell'11 agosto 1898) da Sebastiano Protto su progetto dell'ingegner Giovanni Gurgo. Si presenta come un grazioso villino a due piani più un seminterrato e un sottotetto. Nel 1919 l'edificio fu acquistato da Daniele Schneider (1868-1957), un tecnico alsaziano che era stato chiamato a inizio secolo a dirigere la Filatura di Tollegno. Figura di grande rigore e carisma, universalmente stimato e attivissimo all'interno dell'Associazione laniera italiana, di cui sarà nominato dopo la guerra socio onorario, Schneider trasformò l'azienda affidatagli in un moderno stabilimento, dotato di villaggio operaio, cooperativa, asilo e spazi per le attività sportive. Quando, nel settembre 1943, i tedeschi giunsero a Biella, la casa gli fu requisita ed egli fu costretto a ritirarsi in Francia. Nel dopoguerra, dopo essere rimasta a lungo disabitata, la villa venne acquistata dal Comune di Biella ed è attualmente sede dell'Assessorato alla Cultura, oltre che spazio espositivo per mostre e rassegne.
Durante i fatidici venti mesi, come si è detto, la villa venne occupata da un presidio di Ss composto da un ufficiale tedesco che lo comandava - un certo tenente Schun, ma il nome è quanto mai incerto, visto che negli stessi atti giudiziari a volte è citato come Schu, altre volte come Schuh -, da due sottufficiali tedeschi e, in ultimo, da sette elementi italiani, di cui solo cinque vennero poi tradotti davanti ai giudici perché il sesto, Giovanni Roberto (conosciuto come Jean e svolgente funzione di interprete insieme a Giorgio Obling, uno dei militari tedeschi) era già stato giustiziato subito dopo la Liberazione a conclusione di un processo-lampo di fronte al Tribunale militare del Comando piazza, durante il quale ammise di aver torturato diversi partigiani e aver partecipato a rastrellamenti e fucilazioni. Il settimo non era stato meglio identificato che con il solo cognome di Marinaro e non era stato quindi possibile individuarlo e tradurlo di fronte alla Corte.
Al gruppo erano appartenuti per brevi periodi anche altri elementi, come quel Baciarelli che era rimasto a Villa Schneider nell'autunno-inverno 1943 e, insieme a Roberto, fu giustiziato dopo il 25 aprile, o come Gerolamo Pasqua di Bisceglie, che venne fucilato nei pressi del cimitero di Biella il 27 ottobre 1945, dopo che la condanna inflittagli dalla Corte straordinaria di Assise di Biella era stata confermata dalla Corte di Cassazione il 13 luglio. Ebbero stretti rapporti di collaborazione con le Ss di Villa Schneider anche il vice brigadiere del battaglione "Pontida" Aldo Maffoni (poi processato e condannato a trent'anni, vide ridotta la pena dalla Cassazione a ventidue anni e tornò in libertà già nel 1961) e Dario Cavagna, attivo informatore Ss distintosi per il fanatico antisemitismo.
Il presidio dipendeva dal comando delle Ss di Torino che aveva sede presso l'albergo Nazionale. Occorre ricordare che a Biella vi era stabilmente anche un comando dell'esercito tedesco, ma esso non aveva che limitati poteri in materia di polizia politica e scarsa autorità nei confronti del presidio di Villa Schneider, tanto che a quel tempo, scrivono i giudici della Corte straordinaria d'Assise di Vercelli nell'introduzione alla sentenza del 10 ottobre 1946, era universalmente noto "il contrasto fra il maggiore comandante della piazza e il tenente Schun, comandante del presidio di Villa Schneider".
I militari italiani aggregati al reparto tedesco erano tutti volontari e fanatici del regime nazista: sia Alessandro Ronco che Giuseppe Cravero non hanno esitato a dichiarare ai giudici di aver preferito arruolarsi nelle Ss, anziché in un reparto dell'esercito della Rsi, perché quello era il corpo che rispecchiava appieno i loro ideali. Alcuni, come Roberto e Pasqua di Bisceglie, avevano fatto quella scelta anche per mettersi al riparo dalla giustizia italiana, essendo ricercati o avendo sulle spalle condanne per reati minori. Tutti, prima di essere inviati a Villa Schneider, avevano prestato servizio a Torino presso il comando delle Ss dell'albergo Nazionale. A fianco dei militari lavoravano nella villa anche alcuni civili che svolgevano lavori manuali o avevano compiti di segreteria e interpretariato. A volte non è facile distinguere tra lavoro stipendiato e complicità. Ne sono esempio i casi di Pia Irma Buratti e Ebe Astrua, due donne che dopo la Liberazione subirono processi per collaborazionismo perché implicate in diverso modo nei fatti di Villa Schneider: condannate a qualche anno di carcere in prima istanza, saranno l'anno successivo amnistiate.
Gli elementi italiani erano naturalmente alle dipendenze dei tedeschi: le pratiche riguardanti gli italiani venivano però trattate dagli ufficiali italiani del presidio, dopo aver preso accordi con i tedeschi. Gli ufficiali italiani erano due: Gennaro Ruggero, che aveva il grado di capitano, e il giovanissimo tenente Antonio Beghetto. Erano loro, insieme al sottufficiale Alessandro Ronco, gli elementi più attivi aventi autorità di comando nei confronti degli altri militari italiani.
Il presidio della Villa Schneider era dunque un nucleo scelto che aveva compito di polizia politica e di lotta antipartigiana. Data la scarsità degli effettivi, il gruppo di Villa Schneider non di rado si avvaleva di elementi di altri reparti delle milizie repubblicane per portare a termine determinati compiti, ma la direzione delle operazioni disposte e organizzate a Villa Schneider spettava sempre ai militari dello stesso presidio.
Il processo accertò la veridicità di molte delle accuse rivolte ai componenti il presidio e la sentenza emessa il 10 ottobre 1946 condannò Cravero, Ronco, Beghetto e Ruggero a lunghe pene detentive e assolse il solo Ravello, perché i reati che gli erano ascritti erano tutti compresi tra quelli per cui era stata concessa l'amnistia con il celebre decreto 22 giugno 1946. Dopo che fu parzialmente annullata la sentenza dalla Cassazione, ci fu un secondo processo, celebratosi tre anni dopo davanti alla Corte d'Assise di Torino, che confermò in buona misura il primo verdetto e si chiuse con la sentenza del 6 dicembre 1949. Le pene vennero in realtà scontate solo parzialmente: grazie a indulti e riduzioni di pena intervenuti negli anni successivi, i responsabili tornarono in libertà nella prima metà degli anni cinquanta.
Durante il processo venne accertato che quel reparto aveva commesso numerose azioni delittuose ai danni di partigiani, loro familiari o persone sospettate di collaborare con i partigiani: omicidi, persecuzioni, fermi, depredazioni, devastazioni, arresti, interrogatori, violenze e sevizie contro persone arrestate e trattenute giorni e anche settimane negli scantinati bui della villa diventati luoghi dell'orrore.
Ai giudici rimase comunque la convinzione che ciò che era emerso dal dibattimento e dalle prove raccolte era da considerarsi solo una parte di quanto avevano fatto i componenti del presidio della villa e che dunque molte delle responsabilità in merito ad altri fatti criminali non potevano essere accertate e loro attribuite con sicurezza.
Così si esprimeva la Corte nella sentenza: "Data la assorbente autorità dei tedeschi nel territorio italiano occupato, data la ben nota potenza delle Ss, organizzazione che si sovrapponeva perfino alle organizzazioni a carattere esclusivamente militare tedesche, dato il compito che al presidio di Villa Schneider era assegnato, che era quello generico di prevenire e reprimere ogni attività di carattere militare o politico che potesse nuocere alle operazioni militari del nemico od ostacolare i suoi disegni politici e quello prevalente di lotta contro i partigiani, dato il criminale fanatismo degli appartenenti ad un siffatto organismo, data la zona (il Biellese) ricca di vallate e di montagne in cui forte era il movimento di resistenza armata contro l'invasore, certamente più grave di quanto possa apparire dalle prove raccolte dovrebbe essere l'attività delittuosa svolta dagli imputati. Se come è stato rilevato, la fucina di molte operazioni di polizia politica era la Villa Schneider, se dato lo scarso numero degli appartenenti al presidio di Villa Schneider non sempre tutti o parte degli appartenenti a tale presidio potevano partecipare personalmente a questa o quella operazione, chissà per quante altre azioni delittuose, per le quali sembra che manchi il collegamento colla famigerata villa, tale collegamento invece esiste."
Due omicidi premeditati vennero ritenuti provati: quello di Antonio Aldo Ottella, nel luglio del 1944, e quello di Guido Mentegazzi nel settembre dello stesso anno.
Il 12 luglio 1944 Antonio Aldo Ottella fu arrestato a Graglia, insieme a numerose altre persone, come rappresaglia al prelievo da parte dei partigiani dei componenti della famiglia di un certo Botta, fascista repubblicano. Tenuto come ostaggio a Villa Schneider per circa una settimana, durante la quale la sorella andò a visitarlo, fu sottoposto a interrogatori e sevizie fino a che il 18 luglio, mentre gli altri arrestati venivano liberati, fu portato a Graglia e ucciso nei pressi del Santuario. Aveva all'epoca quarantaquattro anni ed era titolare della tabaccheria di Graglia, in cui "si rifornivano" i partigiani, mettendogli sotto la serranda del negozio la lista di quanto poi sarebbero passati a prendere. Difficile dire se la sua fosse una collaborazione spontanea o piuttosto imposta dalle circostanze e dalla pressione partigiana. Ma questo ai nazifascisti probabilmente importava poco, o comunque si convinsero che Antonio Aldo Ottella era un fiancheggiatore attivo del movimento partigiano che andava punito come esempio per tutti coloro che intrattenevano rapporti di connivenza o complicità con i "ribelli".
Il capitano Guido Mentegazzi, membro del Partito d'azione in seno al Cln clandestino di Biella e comandante di una formazione del Cvl col nome di battaglia "Dante", fu catturato il 27 settembre 1944. L'indomani il suo cadavere venne rinvenuto lungo la strada che porta alle carceri di Biella Piazzo.
Secondo la versione che del fatto diede Beghetto al processo, dopo essere stato interrogato a Villa Schneider, il prigioniero era stato caricato su un'auto per essere tradotto alle carceri. Sulla salita verso il Piazzo l'auto aveva avuto un guasto al motore e in quel momento Mentegazzi aveva tentato la fuga, cosicché per fermarlo gli avevano sparato. Sulla base di varie considerazioni - tra cui l'inutilità del tentativo vista la possibilità di uno scambio di prigionieri, la natura e il posizionamento delle ferite sul cadavere, la deposizione del commissario di Pubblica sicurezza Di Guida, che riferì che la scusa della tentata fuga era la solita utilizzata per giustificare un omicidio a freddo - la Corte si convinse però che l'omicidio era premeditato, probabilmente per disfarsi di un elemento di primo piano della Resistenza biellese.
Delle violenze commesse ai danni dei disgraziati che passarono per le cantine della villa, le sentenze forniscono un rendiconto sommario, solo in alcuni casi - per giustificare il reato di "sevizie particolarmente efferate", non compreso nell'amnistia - più circostanziato. Intimidazioni, minacce e pressioni, percosse, atti di puro sadismo rappresentano il trattamento cui venivano sottoposti i fermati per farli confessare o semplicemente, si ha l'impressione, per sfogare gli istinti più bestiali degli aguzzini. Alcune torture erano pratiche codificate, reiterate sempre uguali con soggetti diversi, come il cosiddetto "metodo 43" che consisteva nel far dondolare nel vuoto, per mezzo di una sbarra posta su un cavalletto, il corpo della vittima, a cui erano stati legati insieme polsi e caviglie dietro la schiena, e quindi percuoterlo violentemente con un nervo di bue. O la cosiddetta "tortura della candela": con un bastone fatto ruotare ad elica si stringeva sempre di più un laccio attorno al polpaccio del seviziato per far sì che la gamba si ingrossasse "fino quasi a scoppiare". Quindi la gamba veniva alzata e sotto ad essa veniva passata più volte una candela accesa.
Di un altro reato vennero ritenuti responsabili le Ss della villa, in concorso con il tenente Schun, Franco Boggio e don Giuseppe Vernetti: aver messo in piedi una stazione radio pseudoclandestina, chiamata "Radio Baita" per ingenerare confusione, dai microfoni della quale facevano controinformazione, insinuando dubbi e sospetti tra le fila partigiane, mettendo in circolazione notizie false, spingendo al tradimento e alla delazione.
A quei microfoni furono fatti parlare anche alcuni partigiani, costretti a leggere dei comunicati predisposti dalle Ss nei quali si dichiaravano soddisfatti del trattamento loro riservato e invitavano i loro compagni a costituirsi. Chiamato a rispondere di questi fatti dalla Corte straordinaria d'Assise di Biella nell'agosto 1945, don Vernetti si difese ricordando di essere stato arrestato e messo sotto processo dai fascisti, che avevano compreso le sue intenzioni, nel gennaio 1945 insieme a Franco Boggio e portando a suo favore, tra le altre, le testimonianze del vescovo mons. Carlo Rossi e di don Antonio Ferraris. Egli affermò che "Radio Baita" era stata pensata e diretta con il segreto fine di avvicinare tedeschi e partigiani in funzione antifascista per poi, una volta che i partigiani avessero ottenuto l'allontanamento dal Biellese delle guarnigioni repubblicane, riuscire a cacciare anche i tedeschi e instaurare una sorta di stato partigiano indipendente, sul modello di quanto successo in Ossola.
La ricostruzione esatta delle atrocità commesse nei sotterranei risulta invero difficile. Alle testimonianze fornite dai testi chiamati a deporre al processo si aggiungono affermazioni, ricordi, racconti e confidenze raccolti dal giornale garibaldino "Baita", solidificatisi in una memoria comune senza che di essi sia possibile affermare o negare con nettezza la veridicità. Si parla di brandelli di carne e materia cerebrale sui muri dello scantinato, di vittime trafitte al basso ventre da ferri arroventati, di asportazione di bulbi oculari, di morti sotto tortura fatti sparire senza che nessuno ne abbia più saputo nulla. Tutte atrocità, per quanto apparentemente incredibili, che in altri contesti analoghi - penso, ad esempio, a quanto successo nei campi di Fossoli e di Bolzano, studiati recentemente da Mimmo Franzinelli3 - sono state documentate anche in sede giudiziaria, ma che qui non trovano un riscontro oggettivo.
Fatti provati ed elementi immaginifici, realtà e trasfigurazione iperbolica sfumano così in maniera impercettibile l'uno nell'altro, costituendo quell'aura di orribile a raccontarsi che per i più anziani accompagna la villa e che ancor oggi fa loro evitare, quand'è possibile, di passarle davanti. (Marcello Vaudano)


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