Maurizio Vaudagna

Memorie di guerra e guerra delle memorie
La mostra del bombardiere atomico "Enola Gay" alla Smithsonian Institution di Washington



Nel gennaio 1995 il National Air and Space Museum (Nasm), situato nell'area monumentale di Washington tra l'edificio del Congresso e il monumento a Lincoln, annunciò che la mostra dedicata all' "Enola Gay", il bombardiere B29 che il 6 agosto 1945 aveva lanciato la bomba atomica su Hiroshima, e che doveva segnare il cinquantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale, era stata annullata e soltanto la fusoliera dell'aereo, con poche indicazioni fattuali, sarebbe stata mostrata al pubblico.
Giungeva così a conclusione uno dei casi più controversi di "uso pubblico della storia", secondo la definizione data da Jurgen Habermas negli anni ottanta, svoltosi negli Stati Uniti degli anni novanta, un caso che mostra l'interazione tra gli interessi politici e scientifici, la celebrazione, "l'oggettività" e lo spirito critico, le definizioni del museo come tempio, forum o tribunale, l'interazione tra i gruppi d'interesse, in una delle recenti e più feroci "guerre della storia" negli Stati Uniti.
La mostra e il suo finale annullamento hanno una storia sia di lungo sia di breve periodo e la comprensione della vicenda richiede di accennare ad entrambe. La prima può essere delineata introducendo alcuni degli attori principali della vicenda, in primo luogo il bombardiere B29 "Enola Gay", e il suo equipaggio guidato dal colonnello Paul W. Tibbets jr. Il destino dell' "Enola Gay" come oggetto di importanza storica è rimasto oggetto di controversia per tutti gli anni del dopoguerra, indicando le diverse interpretazioni e memorie degli americani relative al bombardamento del Giappone. Dopo poche altre missioni successive a quella di Hiroshima, l'aereo fu depositato in un hangar militare di una lontana zona dell'Arizona. Immediatamente emersero due tendenze nel decidere che cosa farne. Alcuni, data la controversialità del bombardamento atomico, erano favorevoli a lasciarlo arrugginire in qualche magazzino dimenticato, mentre altri volevano sottolinearne l'importanza, rendendolo visitabile al pubblico; tuttavia anche in questo secondo caso emergeva il problema ulteriore di quale contesto dare a questa visita: doveva essere celebrativa, oppure esplicativa, doveva contenere commenti critici, oppure doveva essere una pura messa in mostra dell'oggetto senza nessun commento?
Nel 1946 un senatore e le autorità locali dello stato del New Mexico, che stavano preparando un Atomic Bomb National Monument nella sede di Alamogordo, dove aveva lavorato il team del "Manhattan Project" che aveva sviluppato la prima bomba atomica provata nel famoso "Trinity Experiment", aveva chiesto che l'aereo vi fosse trasportato per venire a far parte del patrimonio di quel sito storico. La richiesta aveva suscitato una vivace controversia e molte voci critiche sui modi migliori per mettere in mostra l'aereo "imparzialmente". In ultima analisi la Atomic Energy Commission federale (Aec) si era espressa negativamente e la richiesta era caduta.
Nel 1948 lo stesso colonnello Tibbets aveva portato l' "Enola Gay" a Washington, consegnandolo al National Air Museum (cui sarebbe stato aggiunto il nome di "Space" solo nel 1969, dopo i primi esperimenti spaziali), che l'aveva accettato di buon grado e l'aveva tuttavia depositato in un hangar decentrato fuori Washington, dove rimase per molti anni. Nel 1956 un giornalista lamentò che l'aereo era molto danneggiato; nel 1961 fu smontato e per tutti gli anni sessanta, benché poche persone potessero visitarlo su appuntamento, l'aereo fu a tutti gli effetti "lontano dagli occhi e lontano dal cuore".
L'imbarazzo del rendere visibile in pubblico un protagonista di un evento storico così controverso continuò almeno fino all'inizio degli anni ottanta: perfino il senatore ultraconservatore Barry Goldwater, che pure era un forte sostenitore dell'aviazione e dell'esercito, disse nel 1970 che l' "Enola Gay" non era un "aereo di vera importanza storica". Negli anni ottanta la situazione cambiò in diverse direzioni. Le associazioni dei reduci costituirono un "Committee for the Restoration and Proud Display of the Enola Gay" (Comitato per il restauro e l'orgogliosa esposizione in pubblico dell' "Enola Gay"), dove la necessità di aggiungere l'aggettivo "orgogliosa" tradisce la problematicità della messa in mostra dell'aereo.
Il restauro alla Smithsonian Institution di Washington, proprietaria del Nasm, cominciò nel 1984 e l'idea di esporlo al pubblico acquistò terreno nei tardi anni ottanta anche al suo interno, quando un nuovo direttore, Martin Harwit, un astrofisico della Cornell University, arrivò al museo aerospaziale con la convinzione che si sarebbero dovute fare delle mostre meno celebrative e commemorative, ma maggiormente "al centro della discussione pubblica".
Il secondo attore è il museo stesso e la sua politica delle mostre temporanee: costituito il 12 agosto 1946 dal presidente Harry Truman, il National Air Museum doveva "conservare la memoria dello sviluppo nazionale dell'aviazione; collezionare, conservare e rendere pubblico il materiale aeronautico di significativo interesse storico; agire come deposito per i dati e l'equipaggiamento scientifico che riguarda lo sviluppo dell'aviazione; costituire materiale educativo per lo studio storico dell'aviazione". Il museo conteneva manufatti di grande notorietà come il primo aereo dei fratelli Wright e lo "Spirit of St. Louis" di Charles Lindberg. Dopo il 1962 conteneva anche la capsula Mercury "Freedom 7", che aveva portato John Glenn a orbitare intorno alla Terra. Il museo ha avuto un successo di pubblico strabiliante, con oltre due milioni di visitatori all'anno, che ne hanno fatto, secondo alcuni, il museo più visitato del mondo. Le associazioni dei reduci, l'aviazione militare e l'industria aerospaziale hanno sempre considerato il museo come la loro particolare vetrina per mostrare il progresso tecnologico americano, l'efficacia dell'aviazione militare e il coraggio dei piloti. La vocazione celebrativa e il legame con l'establishment militare avevano reso il museo oggetto di scarso rispetto da parte della comunità degli studiosi, uno dei quali lo aveva definito come "puro e semplice incensamento". Gli anni ottanta videro tuttavia un cambio di politica delle esposizioni: infatti il nuovo segretario generale della Smithsonian Institution dal 1984, Robert MacCormick Adams, aveva nominato Harwit direttore del Nasm per dare più profondità di ricerca e cultura alle mostre, per far sì che esse riflettessero gli studi più recenti, e anche per organizzare delle mostre su temi più problematici che "mettessero la gente a disagio". Alcune mostre molto controverse avevano dato corpo a questo indirizzo: "Il West come America: reinterpretando le immagini della frontiera", che metteva in discussione il mito nazionalista del pioniere; "Una nazione più perfetta", dedicato all'internamento dei cittadini americani di origine giapponese durante la seconda guerra mondiale; "La scienza nella vita americana", che trattava non soltanto delle conquiste scientifiche, ma anche dei pericoli della scienza.
Il terzo gruppo di attori è formato dai gruppi di pressione che furono coinvolti nella vicenda della mostra: l'associazione dell'Air Force (Afa), la commissione federale per l'energia atomica (Atomic Energy Commission), la American Legion e altre associazioni dei reduci di guerra, l'aviazione americana. La loro interpretazione del bombardamento atomico non indicava segni di pentimento: il presidente Harry Truman aveva, a loro avviso, preso la giusta decisione per finire la guerra e salvare almeno mezzo milione di vite americane che sarebbero state necessarie per l'occupazione della terraferma giapponese. L'uso della bomba non meritava alcuna critica umanitaria di fronte alla crudeltà dimostrata dai giapponesi durante la guerra in Cina e nell'Asia sudorientale. La mostra commemorativa dell'anniversario doveva celebrare il coraggio e il sacrificio dei soldati americani e nessuna riserva mentale doveva essere permessa.
Sull'altro lato della controversia c'erano opinioni differenti: la nuova leadership della Smithsonian Institution e del museo, sotto l'influenza degli storici revisionisti degli anni settanta, che svolgevano in quest'ultimo un ruolo significativo nel Comitato consultivo di ricerca, avevano un'interpretazione nettamente in contrasto con la precedente riguardo il bombardamento atomico del Giappone: quella decisione era stata presa senza che ve ne fosse una reale necessità se gli Stati Uniti avessero abbandonato l'assurda dottrina della resa incondizionata giapponese; nel corso della guerra stessa le potenziali vittime americane dell'invasione era state stimate a un decimo del mezzo milione di vite indicate da Harry Truman e da Winston Churchill dopo gli avvenimenti, in scritti che avevano scopo giustificativo; il lancio della bomba era diretto ad intimidire i russi in un atto preliminare della guerra fredda. C'era proprio poco terreno in comune con la visione patriottica dei reduci e delle forze armate. Gli storici avevano poca influenza politica rispetto agli altri gruppi di pressione, ma potevano vantare la legittimità data dalla ricerca scientifica e dagli studi rigorosi condotti su questa materia.
A questo lato della controversia dovevano essere aggiunti anche la città e il museo di Hiroshima che erano stati avvicinati dal Nasm e che avevano promesso di fornire per la mostra oggetti che avrebbero sottolineato il costo in vite, malattie e sofferenza sopportato dai suoi abitanti.
Nel breve termine la controversia sulla mostra dell' "Enola Gay" si svolse nel contesto di questi conflitti di lungo periodo e l'interazione tra i vari attori creò l'intreccio del conflitto: questo consistette in un lungo, ripetuto e fallito sforzo da parte del museo aerospaziale di elaborare una narrazione del bombardamento atomico e della fine della seconda guerra mondiale che fosse accettabile dai referenti tradizionali del museo (l'aviazione, i reduci che avevano sostenuto il restauro dell'aereo, l'industria aerospaziale che, come la società Boeing, che aveva disegnato il bombardiere, avrebbe dovuto dare dei materiali alla mostra, i membri conservatori del Congresso e della stampa), mantenendo nello stesso tempo un approccio interpretativo e spesso critico. Il presidente della sezione aeronautica del museo, Tom Crouch, scrisse ad Harwit:" Vuoi costruire una mostra che metta a proprio agio i reduci o vuoi una mostra che spinga i visitatori a riflettere sulle conseguenze del bombardamento atomico del Giappone? Francamente, non credo che possiamo fare entrambe le cose insieme". La differenza tra queste prospettive si rivelò impossibile da superare e la nuova atmosfera politica conservatrice che permise a una maggioranza repubblicana di conquistare il Congresso, guidata dallo storico Newt Gingrich, contribuì potentemente a rendere il compromesso impossibile. Il museo non poteva allo stesso tempo essere un tempio, un forum e un tribunale.
Le riserve mentali sulla decisione di organizzare la mostra erano emerse sin dall'inizio: per esempio, l'ammiraglio Noel Gayler, ex comandante in capo del comando del Pacifico e membro del Comitato consultivo di ricerca, disse fin da subito con accentuato radicalismo critico, che lo spazio commemorativo del museo non poteva ospitare un oggetto che richiamava "un genocidio", una definizione che determinò notevoli controversie all'interno del museo stesso.
Tuttavia il terreno di battaglia più importante fu quello del progetto scritto che era pronto nel gennaio 1994. La bozza rifletteva le idee dei curatori del museo su come costruire una mostra che fosse stimolante intellettualmente ed emozionalmente, idee che avevano già presieduto alla mostra del 1991 "Leggenda, memoria e la grande guerra dall'aria", dedicata ai combattimenti aerei durante la prima guerra mondiale.
I curatori criticavano implicitamente lo stile delle mostre generalmente favorito dalla Afa, dai reduci e dall'aviazione, cioè quello di "lasciare che gli oggetti parlassero per se stessi" mentre le scritte che li accompagnavano, diceva il direttore per gli studi americani della Smithsonian, Wilcomb E. Washburn, "dovevano identificare particolari oggetti e il loro uso, senza coinvolgersi in ampie interpretazioni o valutazioni relative al loro significato più ampio". I curatori pensavano invece che questa posizione fosse insostenibile. Non soltanto la selezione di ciò che si voleva mostrare era comunque interpretativa, ma il museo era di per sé uno "spazio commemorativo", dove gli oggetti, senza scritte interpretative di accompagnamento, avrebbero proiettato comunque un senso di celebrazione e glorificazione. Tuttavia, disse lo storico Michael Neufeld, curatore del museo, "attraverso l'uso della giusta illuminazione, dell'isolamento acustico, delle fotografie in bianco e nero, di oggetti provenienti dalla missione aerea e da Hiroshima, e da un testo di accompagnamento molto contenuto, la mostra costruirà un clima quieto e contemplativo. La moralità del bombardamento sarà discussa in particolare nella sezione sulla decisione di usare l'atomica. La mostra non tenterà di imporre alcun particolare punto di vista, ma darà ai visitatori sufficienti informazioni per costruirsi il proprio punto di vista su una decisione che è rimasta controversa fino a oggi". La fusoliera dell' "Enola Gay" sarebbe stata circondata da gigantografie fotografiche in bianco e nero di Hiroshima dopo l'attacco.
Malgrado le rivendicazioni di neutralità, il messaggio che si poteva dedurre dal progetto era il seguente: il bombardamento del Giappone non aveva portato, come nell'interpretazione patriottica tradizionale, alla misericordiosa fine di una guerra che l'imperialismo giapponese aveva voluto e gestito tra barbarismi e crudeltà, e che aveva perso per le sofferenze e le morti eroiche delle truppe americane. I morti di Hiroshima e Nagasaki erano invece, secondo la bozza, le prime vittime di una nuova era, l'era nucleare, e non le ultime vittime della seconda guerra mondiale. Il "centro emotivo" della mostra consisteva quindi in un invito a riflettere su ciò che gli Stati Uniti avevano fatto al mondo e suggeriva un forte messaggio di "mai più".
La bozza cercava di mettere insieme differenti direzioni interpretative: da una parte descriveva gli orrori dei combattimenti della guerra sulle isole, come a Okinawa e Iwo Jima, e rendeva omaggio alle capacità e alla competenza dei membri del 509o Composite Group selezionato per la missione atomica e guidato da Tibbets, il comandante pilota dell' "Enola Gay", nella speranza che queste sezioni della mostra avrebbero conservato al museo il sostegno dei reduci e dell'aviazione. D'altra parte la bozza insisteva sulla possibilità potenziale di una conclusione diversa della guerra (i commenti scritti della mostra avrebbero avanzato domande come "gli Stati Uniti ignorarono iniziative di pace giapponesi?", oppure "la guerra sarebbe finita più presto se gli Stati Uniti avessero dato garanzie sulla posizione dell'imperatore?") e sulla natura controversa della decisione di utilizzare la bomba atomica. Il commento indicava anche che il bombardamento era stato un passo nella "diplomazia atomica" contro i russi e sottolineava che la guerra del Pacifico era diventata uno scontro mortale di civilizzazioni, pieno di odio reciproco e di toni razziali, cosicché la dura resistenza giapponese, esemplificata per esempio dal fenomeno dei piloti suicidi (kamikaze), era probabilmente dovuta al senso di annichilimento della propria cultura e del proprio modo di vita che sarebbe derivato dalla sconfitta. Infine la sezione della mostra "Ground Zero" illustrava gli orrori del bombardamento. Oggetti come bottiglie, monete, un rosario, tutti fusi dal calore, uniformi scolastiche, una scatola per la merenda degli scolari, fotografie ravvicinate dei morti, dei malati e dei deformati dalle malattie da radiazione, insieme a testimonianze orali della sofferenza dei sopravvissuti, mostravano l'orrore degli effetti della bomba. In conclusione la mostra avrebbe indicato che il pericolo atomico nato a Hiroshima e Nagasaki era un rischio molto grave presente ancora oggi.
La bozza scritta della mostra si attirò critiche immediate: prima di tutto all'interno della stessa Smithsonian, dove il segretario Adams criticò il fatto che la mostra commemorativa della fine della seconda guerra mondiale non era dedicata alla fine della guerra in senso proprio, ma allo sviluppo e all'uso della bomba atomica, due temi sicuramente strettamente collegati, ma tra loro differenti; egli sottolineò poi che veniva rivolta poca attenzione alla futura perdita di vite americane e giapponesi nel caso di invasione del territorio nipponico; infine che gli orrori di Hiroshima non erano controbilanciati nella mostra dagli orrori subiti dagli americani nella guerra per le isole del Pacifico. Queste critiche sarebbero state centrali, insieme alla pretesa di enfatizzare il ruolo del Giappone come oppressore e alla posizione sostenuta dal settimanale della Afa, "Air Force Magazine", nella controversia che ne seguì.
La speranza della Smithsonian era che la controversia potesse essere mantenuta riservata e che si potesse trovare un compromesso, come Harwit disse in un editoriale del "Washington Post" il 7 agosto 1994, secondo cui: "Il valore e il sacrificio degli uomini e delle donne appartenenti alle forze armate saranno rappresentati dal museo come fonte di ispirazione alle generazioni presenti e future degli Stati Uniti". Al contrario, l'Afa pubblicizzò la diatriba, scrisse durissimi articoli nella sua rivista e cominciò ad avvicinare giornalisti (e infatti partì una campagna di articoli di stampa critici, spesso in modo selvaggio) e membri del Congresso, al punto che quest'ultimo approvò in modo praticamente unanime una raccomandazione critica sulla mostra.
I curatori del museo si dimostrarono molto passivi ed imbarazzati nel difendere pubblicamente la mostra e si impegnarono invece in una serie di tentativi di rivedere il progetto; prima di tutto essi misero insieme un comitato di revisione del progetto, che venne soprannominato "Tiger Team", costituito soprattutto da storici militari, e poi cercarono di condurre una ulteriore revisione in accordo con la American Legion, rappresentante i reduci di guerra, che intanto era entrata nella controversia. Lo scopo era di rendere il progetto accettabile agli oppositori conservatori, diminuendone il contenuto critico e sottolineandone il lato celebrativo.
La discussione si concentrò su molti terreni: il progetto era, sottolineò la "Tiger Team", "troppo speculativo", "una mostra poteva svolgere lo stesso compito del dibattere interpretazioni diverse, come faceva un libro di storia, senza deprimerne la dimensione visuale ed emozionale?"; lo scritto era "troppo comprensivo verso i giapponesi e troppo duro con gli americani": "la pura e semplice menzione scritta dei crimini di guerra giapponesi - disse il comitato con una interessante elaborazione sulla gerarchia di efficacia dei materiali in mostra - non sarebbe stata del tutto trascurata di fronte all'impatto emozionale di fotografie e oggetti appartenenti alla gente di Hiroshima, molti dei quali erano donne e bambini?"; "non morì neanche un uomo ad Hiroshima?" chiese un critico. Ne risultò che, accanto alle proposte di cambiamenti nelle targhette di commento agli oggetti mostrati, fu chiesto di aggiungere alla mostra un'oggettistica significativa delle sofferenze americane: la fotografia di una madre che aveva perso tre figli, un telegramma che informava la famiglia di un caduto in battaglia, una lettera militare di condoglianze e una bandiera usata nei servizi funebri.
Intanto, mentre il progetto subiva successivi cambiamenti per rispondere alle critiche dei conservatori, storici e accademici progressisti assai autorevoli, come Akira Iriye, Barton J. Bernstein e Alfred Young tra gli altri, cominciarono a denunciare per iscritto che ciò che era stato prima accusato di essere una mostra politically correct, era diventata ora una mostra patriotically correct.
L'atto finale di questa "guerra per la storia" si svolse sul terreno della "controversia sui numeri": la previsione di oltre mezzo milione di morti americani, indicata da Truman come il probabile costo umano dell'invasione del Giappone, era diventata una cifra iconica per le organizzazioni dei reduci di guerra: metterla in discussione e spostare l'attenzione sulle vittime giapponesi, aveva sottolineato l'American Legion, che aveva messo questo tema al centro della sua trattativa con il museo aerospaziale, significava essere contemporaneamente dimentichi e sprezzanti del fatto che, grazie a questa previsione, i reduci erano stati in grado di salvarsi la vita. Contemporaneamente, dall'interno e dall'esterno della Smithsonian giungevano opinioni e prove che quei numeri erano infondati ed esagerati.
Quando i curatori cercarono di contrattare con la Legion su questo tema del cosiddetto "caso peggiore" numerico, quest'ultima ruppe col museo, pubblicizzò la sua completa opposizione alla mostra, definì il Nasm come antipatriottico, chiese che l' "Enola Gay" fosse trasferito ad una qualche entità più ortodossamente "americana", e chiese al Congresso di tagliare i fondi pubblici alla Smithsonian Institution e di avviare un'inchiesta sulle sue attività. La storia - sostennero i critici di destra con una accentuazione populistica e antiintellettuale che percorre tutta la controversia - doveva essere tolta dalle mani degli intellettuali radicali e restituita al popolo americano, che era pieno di buon senso patriottico.
Assediata dal Congresso, dai media, dalle associazioni dei reduci, dall'aviazione, col rischio del proprio prestigio e del proprio denaro, la Smithsonian si arrese, annunciò la cancellazione della mostra e Harwit diede le dimissioni dopo quattro mesi, nel maggio 1995; ben presto un nuovo direttore della Smithsonian, nominato dal Congresso repubblicano, annunciò che il patriottismo sarebbe rapidamente stato ricostruito dentro questa istituzione culturale. La mostra si ridusse alla sola esposizione della fusoliera restaurata dell'aereo, con pochi commenti fattuali.
Presentata come minimo comun denominatore di compromesso tra le opinioni e i gruppi in conflitto, questa soluzione segnava in realtà la prevalenza dei gruppi di pressione conservatori: l'esposizione senza commenti interpretativi adottava implicitamente l'idea dell'oggetto esposto che parla da solo, e la messa in scena nello spazio commemorativo di un museo, oltretutto celeberrimo, raggiungeva comunque un effetto di celebrazione tacita ma inconfondibile.

Ci sono molti temi relativi agli "usi pubblici della storia" che emergono dalla "guerra storica" sul caso della mostra dell' "Enola Gay": qual è la funzione dei musei storici; qual è il ruolo degli storici al loro interno; qual è il posto dell'interpretazione e della responsabilità scientifica all'interno delle mostre; qual è la relazione dei musei con coloro che hanno un interesse istituzionale alle mostre; come trattare la dimensione pubblica delle controversie relative alle mostre.
Come è capitato in altre aree della vita pubblica americana e internazionale, la controversia sull' "Enola Gay" ha mostrato un capovolgimento di posizione tra i liberal-progressisti e i neoconservatori rispetto alle controversie tradizionali sulla memoria storica. Mentre i conservatori avevano tradizionalmente criticato "la sinistra" per il fatto di scrivere una storia a loro avviso "ideologica" e strumentale, volta a corroborare fini politici contemporanei e con scarsa preoccupazione per l'equilibrio, l'oggettività, le fonti e l'analisi scientifica, adesso la situazione si era capovolta: erano i difensori del museo e della mostra come originariamente concepita a rivendicare la ricerca rigorosa come legittimazione delle proprie interpretazioni.
D'altra parte invece il principale argomento dei critici conservatori consisteva non soltanto nelle loro differenti interpretazioni storiche del bombardamento del Giappone, ma, cosa più importante, nella convinzione che la storia narrata doveva essere patriottica, doveva nutrire l'orgoglio di essere americani, doveva ritrarre un passato esemplare di progresso, vittoria e coraggio, e non doveva dar spazio a dubbi e ad autocritiche. Erano i neoconservatori di tradizione reaganiana, che, abbandonato il moderatismo eisenhoweriano ampiamente comprensivo, avevano abbracciato un "radicalismo di destra" che accentuava la vocazione strumentalista nella comunicazione storica, l'appello allo schieramento patriottico degli intellettuali e la pressione alla compressione dell'analisi indipendente.
D'altra parte, la conclusione della controversia, che vide la vittoria dei critici conservatori, indicò che l'appello agli studi rigorosi e alla ricerca accurata come legittimazione delle interpretazioni avanzate, non era uno strumento sufficiente al museo e agli storici ad esso legati per vincere la battaglia. I reduci e l'aviazione accusarono la mostra di essere ispirata dalle concezioni storiografiche revisioniste (un termine che negli Stati Uniti indica interpretazioni di stampo progressista) e politically correct (un termine inventato dai conservatori e denigratorio di quelle stesse interpretazioni) degli anni settanta.
Mentre la controversia su Hiroshima risale fino all'immediato dopoguerra, tuttavia gli storici liberal-progressisti e radicali degli anni settanta hanno realizzato una completa reinterpretazione della storia nazionale che fa di un manuale scolastico statunitense odierno qualcosa di molto diverso dal suo corrispondente negli anni cinquanta o sessanta. Nel realizzare questa trasformazione interpretativa veramente notevolissima, queste correnti storiografiche sono anche riuscite a conquistare grande spazio all'interno delle associazioni della categoria. Tuttavia questo risultato è stato raggiunto a costo di marginalizzare il problema dell' "uso pubblico della storia", sottolineandone invece il carattere specialistico e professionale.
Formati ai dettami scientifico-sperimentali dello scrivere storia accademica particolarmente forti negli Stati Uniti, temendo che l'accusa di strumentalità o dilettantismo da parte delle scuole storiche che andavano soppiantando potesse limitarne il successo e la crescita, brandendo l'argomento del rigore analitico come potente grimaldello per conquistare spazi accademici e professionali, gli storici liberal-radicali degli anni settanta sono stati non meno rigorosi dei propri predecessori, severi nei requisiti di ricerca archivistica, di completezza delle note e delle bibliografie, di stile espositivo analitico, di approfondimento, ma anche di specialismo dei loro libri. Mentre questo ha garantito la qualità scientifica e la crescita professionale di questa generazione di storici e delle loro interpretazioni, la loro presenza nella vita pubblica, politica, giornalistica, mediologica è stata molto marginale, molto meno significativa di quello che è stato chiamato "il liberalismo degli anni cinquanta", i cui rappresentanti storiografici, come Arthur M. Schlesinger junior, importante consigliere di John F. Kennedy e frequente commentatore giornalistico, ritenevano la dimensione di "intellettuale pubblico" essenziale alla propria attività professionale.
Fintanto che i movimenti sociali e politici, nei cui ranghi gli storici radicali si sono direttamente o indirettamente formati, o di cui sentivano comunque l'influenza, quali il movimento nero, la nuova sinistra, il femminismo, l'ecologismo, sono stati molto importanti nella società americana, il nesso tra la scrittura storica specialistica e il clima pubblico è sopravvissuto naturalmente. Gli storici hanno fornito ai movimenti un passato e una memoria e hanno riscritto una storia nazionale secondo indirizzi che tenevano conto dei temi e delle esigenze sollevati dai movimenti, i quali a loro volta provvedevano a generalizzare le visioni storiche avanzate dagli specialisti. Le frequenti iniziative di storia e memoria comunitaria e locale in cui molti dei nuovi storici si impegnavano venivano nazionalizzate e pubblicizzate dall'anima comunitaria dei movimenti. Quando tuttavia queste correnti critiche sono recedute nella vita pubblica o si sono radicalmente trasformate, il non essersi posti in prima persona il problema della relazione con quest'ultima da parte dei nuovi storici, il non aver sviluppato legami politici, mediologici, congressuali e di pubblica opinione, ha lasciato le opinioni storiografiche progressiste a giustamente rivendicare la rigorosità delle proprie interpretazioni, senza tuttavia avere strumenti istituzionali per trovare sostegni nel gioco dei gruppi di pressione e nello scontro mediologico della vita pubblica americana. Nel momento in cui opinioni neoconservatrici aggressive, patriottiche e limitative della libertà di ricerca si sono affermate con virulenza nella vita pubblica, le possibilità di risposta di parte progressista si sono rivelate limitate.

Per ulteriori letture sul tema dell'articolo si veda:
R. J. B. Bosworth, Explaining Auschwitz and Hiroshima. History Writing and the Second World War, 1945-1990, London, Routledge, 1993.
Michael J. Hogan (a cura di), Hiroshima in History and Memory, Cambridge, Cambridge University Press, 1996.
Edward T. Linenthal - Tom Engelhardt, History Wars. The Enola Gay and Other Battles for the American Past, New York, Holt, 1996.
Allan M. Winkler, Life under a Cloud. American Anxiety about the Atom, Chicago, University of Illinois Press, 1993.