Federico Trombini

La Cartiera di Serravalle Sesia



Premessa

Nel 1875 Severino Pozzo scriveva nel suo memoriale sul Comune di Serravalle Sesia: "Serravalle Sesia è un comune che per i suoi cartifici e per le altre industrie affini si incammina, come direbbe Manzoni, a diventare città"1.
L'11 febbraio 1982 all'annuncio della chiusura della Cartiera, il Sindacato e le autorità locali chiedevano al ministero dell'Industria e al ministero del Lavoro un intervento teso a far recedere l'azienda da una decisione che sarebbe stata motivo di grandi problemi, non solo economici, per le nostre zone ed in particolare per Serravalle Sesia.
A più di cento anni di distanza, dunque, la Cartiera di Serravalle continua ad essere elemento di grandi aspettative e speranze, non solo per chi vi lavora, ma per l'intera comunità delle nostre valli. Per questa ragione, oggi più che in altre occasioni, ha senso ricostruire gli avvenimenti più importanti succedutisi dentro e fuori le mura dello stabilimento di Serravalle; scrivere per sottolineare il valore umano e culturale di una lunga tradizione di operai cartari, per mettere in luce i pregi ed errori di imprenditori a volte, incompetenti; scrivere con la speranza che anche questo possa essere un piccolo contributo alla lotta dei lavoratori che, da un anno e mezzo, presidiano lo stabilimento, convinti che la fabbrica possa tornare a vivere e a produrre carta.
L'evoluzione della Cartiera può essere verificata in riferimento a date ben precise: anno 1580, data di fondazione; anno 1873, data di costituzione della società anonima che dà il via ad una impresa con caratteristiche tipicamente industriali; anno 1950 data in cui hanno inizio i grandi investimenti nella struttura (non negli impianti), ma anche data d'inizio della parabola discendente delle sorti dello stabilimento. A ciascuna di queste date si può, inoltre, far risalire inizio, trasformazione e ristrutturazione delle produzioni.
Il periodo successivo alla fondazione, che va dal 1580 al 1800, si caratterizza nella produzione di carta ricavata da stracci. Tale periodo ha influito sul futuro della Cartiera in modo abbastanza sensibile, anche se non determinante.
Inizialmente l'estendersi dell'attività venne favorita dal fatto che la Camera dei Conti nel 1738 (quasi certamente già negli anni precedenti) dava la possibilità al cartario di Serravalle di far raccolta di stracci in un territorio piuttosto vasto, più precisamente nei borghi di Serravalle, Coggiola, Rovasenda, Roasio, Gattinara, Vercelli, Montanaro Oldenico, Motta dei Conti, Caresana Stroppiana, Costanzana, Pezzana, Asigliano, Pertengo, Lignana, Tricerro Albano, Arborio, Greggio, Ghislarengo, Prarolo, Trino, Crescentino, Fontanetto, Palazzolo, Veneria. Ciò non avveniva, ad esempio per la Cartiera di Crevacuore, denominata "la folla", la quale, appartenendo al feudo pontificio, aveva la possibilità di raccogliere la materia prima soltanto all'interno del proprio territorio.
L'assegnazione delle borgate in cui le singole cartiere potevano fare "raccolta di stracci, colle e carnicci" risale comunque al 1625 e la si ritrova in un editto del principe Carlo Emanuele che fissava regole ben precise circa la raccolta e la qualità che il prodotto avrebbe dovuto avere, dandone il controllo, appunto alla Camera dei Conti.
Nonostante ciò, la qualità del prodotto non subì grandi miglioramenti negli anni dal 1580 al 1800, come si può ricavare da una relazione presentata da Bartolomeo Cini e Carlo Avondo2, nel corso di un'esposizione avvenuta a Londra nel 1862, i quali affermavano: "il numero delle cartiere in Italia aumentò d'assai a cagione non solo dei moltissimi libri che si stampavano ma ancora dell'esportazione che si faceva della carta pel Levante, come pure per la Spagna e il Portogallo, dai quali due regni veniva poi spedita nelle colonie americane. Ma se crebbe il numero delle fabbriche ed il consumo dei prodotti, non fu egualmente migliorata la qualità. Sino al principio del secolo presente non si vede alcun progresso fra noi in quest'arte, e le carte sia dei libri che dei manoscritti non appariscono né più bianche né meglio lavorate alla fine del secolo XVIII di quello che fossero alla fine del secolo XV"3.
In questo periodo, l'intero settore non subì, come si direbbe oggi, miglioramenti tecnologici e produttivi. Per oltre duecento anni nelle varie cartiere, o "battitori" come venivano definite allora, si continuò a produrre con metodi estremamente artigianali basati soprattutto sull'intervento diretto e sulle capacità "professionali" dei lavoratori.
È importante sottolineare questo fatto, in quanto negli scritti dell'epoca i lavoratori vengono presentati come figure secondarie in un processo che li vedeva invece protagonisti. L'allora amministratore della Cartiera, Carlo Sezzano descrivendo locali, impianti e lavorazioni, conferma, anche se indirettamente, quanto determinante fosse l'opera dei lavoratori, delle donne e dei bambini nella fabbricazione della carta.
"Una ruota a palette fornita d'albero che attraversava il fabbricato al piano terreno metteva in moto un filare di mazzi ferrati che battevano sul fondo di una pila in cui, entro l'acqua, venivano tritorati i cenci e ridotti in pasta liquida da farne carta. Questa operazione richiedeva non meno di 8 ore; ogni pila conteneva un 15 kilogrammi di stracci così che giornalmente si ottenevano 45 kilogrammi di pasta. La batteria per ogni prima pila era comunemente di quattro mazzi e quattro pile chiamate anche vasche o pile a cenci, servivano per un tino, ampia vasca in forma di tronco di cono per lo più di mattoni bene intonacati con buon smalto od anche di legno o di pietra dentro la quale per ultimo si riduceva il pesto ben condizionato; nel quale (frequentemente agitato col menatoio, arnese di legno fermato da due piccole e lunghe aste parallele pendenti da una gruccia bilicata in alto) un operaio detto il lavorante o prenditore tuffa la forma, cassetta quadrangolare lunga e larga quanto il foglio di carta che si vuol fabbricare. La forma è una specie di telaio interamente rafforzato dai colonnelli che sono sottili stecche parallele, calettate per cortello contro due fianchi opposti, alti circa tre dita; superiormente coperti di fili di ottone sottili, paralleli, vicinissimi detti vergelle, queste per maggior fortezza attraversate a squadra da alcuni maggiori fili, chiamati filoni, paralleli, distanti l'un dall'altro circa due dita.
Sulle file metalliche è intessuta con più sottili fili d'ottone la filigrana, cioè lettere, o altre figure delle quali l'impronta rimane nella carta come segno particolare del fabbricante.
Componimento della forma è il cascio, altro telaio che s'incastra agevole nelle forme e fa sponda ad essa affinché contenga il liquido pesto, la cui parte liquida cola dagli interstizi delle vergelle, mentre la parte soda è ritenuta sopra di esse, disposta in falda sottilissima e questo è il foglio. Altro operaio detto il ponitore pone successivamente i fogli sulla ponitora alternati con altrettanti feltri, pannelli di lana di grandezza uguale anzi un po' maggiore di quella dei fogli. Questa operazione si fa applicando e premendo alquanto l'un dei lati della forma sul feltro al quale il fresco foglio s'appiglia e rimane aderente; poi si prosegue a inclinare con moto angolare la forma, sino all'opposto lato, fino a che tutto il foglio si trovi applicato sul feltro e così continuando sino al compimento della posta cioè tanti fogli e feltri alternatamente ammontanti sulla ponitora quanti ne debbono andare in una volta sotto la soppressa, strettoio ordinario per rasciugarne e soppressarne i fogli.
Fatta quest'operazione, un terzo operaio detto levatore o piglia foglio ne separa i feltri dai fogli ponendo questi sulla predola, asse alquanto inclinata, gli uni sopra gli altri, che vengono in seguito portati allo stenditoio.
Il lavorio del pesto, del tino della soppressa occupa i due terzi del piano terreno del fabbricato.
Allo stenditoio per lo più attendono due o più donne le quali venivano chiamate le spandenti o stenditrici. Uno stanzone sfogato e arioso nel secondo piano del cartificio era destinato a quest'uso. In esso vi erano telai mobili sui quali erano tirate corde le une vicine alle altre destinate a ricevere la carta umida che per mezzo dell'aspetto, specie di gruccia di legno a lungo manico in forma di T sul quale le spandenti ponevano le coppie ripiegate per metà e le mettevano accavalciate sulle corde per farle asciugare. Col nome di coppie s'intendeva l'unione di quattro o cinque fogli. La carta così seccata si raccoglieva e si riportava al piano terreno per essere incollata.
La colla veniva preparata con pellame e carniccio ridotto in soluzione gelatinosa mediante cottura nell'acqua alcalinata leggermente coll'allume. Riempita la secchia, vasca di pietra, di questa soluzione, l'incollatore detto anche bagnatore vi immergeva i fogli a brancate, quindi li ammontava sotto una vicina soppressa che spremendo il superfluo della colla lo faceva ricadere nella medesima secchia. L'operazione della collatura e i necessari apparecchi occupava l'ultimo terzo del piano terreno.
La carta incollata veniva sulla tavoletta riportata dalle spandenti al secondo piano mentre le ammanitore mettevano all'ordine separando a due a due i fogli delle carte e per mezzo delle spandenti li ponevano sulle corde ad asciugare e quando erano bene asciutti li trasportavano al primo piano superiore dell'edificio, nel quale si faceva l'abbinatura e l'acquidernatura dei fogli.
L'abbinatura consisteva nel togliere gli scarti cioè i fogli rotti od altrimenti guasti e nel pareggiare i buoni che si mandavano al maglio, pesante martello di ferro a bocca piana mosso dall'acqua. Il battitore prendeva un quinterno di carta, lo faceva scorrere sotto il battente del maglio e sopra un grosso cubo di marmo liscio e lustrato nella faccia superiore, od anche di ferro detto piattellina, onde schiacciarne le rughe, i bitorzi e renderla liscia. Queste operazioni del maglio avevano luogo nel piano terreno; l'abbinatura però e l'acquidernatura si faceva nel piano di mezzo"4.
Queste operazioni, comuni in tutte le cartiere dell'epoca e della zona, quali quella di Crevacuore, Valduggia, Roccapietra, Varallo Sesia, Borgosesia, sorte nel periodo 1580-1600, venivano svolte a Serravalle in uno stabile di tre piani, lungo 15 e largo 8 metri, in una situazione di dubbia razionalità e grave disagio. Soltanto intorno al 1750, vennero introdotte modifiche parziali nella preparazione degli impasti. Queste modifiche furono attuate dal nuovo "proprietario-affitavolo" Della Negra e consistevano semplicemente nell'immergere gli stracci, sia bianchi che scuri, in una soluzione formata da latte di calce, così da ottenere un maggior candore della carta prodotta.
Senza dubbio, la Cartiera raggiunse il momento di massima espansione in questo periodo, che abbiamo definito "artigianale", quando, nel 1787, Pietro Avondo affittò per due anni la Cartiera di Serravalle. Lo stesso, acquistò la "folla" di Crevacuore nel 1789 e, nel 1800, acquistò, insieme alle altre proprietà del conte Salomone, la Cartiera di Serravalle. Poco più tardi, nel 1811, iniziò la costruzione di quei fabbricati che avrebbero ospitato, negli anni seguenti, impianti rivoluzionari rispetto al modo con cui, fino ad allora, veniva prodotta la carta.
Il 1873 rappresentò un anno decisivo per le sorti dello stabilimento, che sarebbe diventato, in seguito, uno dei maggiori per quantità e qualità delle produzioni in campo nazionale. In tale periodo, l'azienda si trasformò in società anonima, con sede a Torino. Da quel momento, lo sviluppo dello stabilimento e della sua attività assunse dimensioni "incredibili".
In quegli stessi anni i lavoratori dovettero progressivamente adeguarsi alla evoluzione tecnologica degli impianti, mentre, parallelamente, si faceva purtroppo sempre più pressante l'esigenza di sfruttamento della risorsa umana da parte della nuova dirigenza della cartiera.
Nell'ottobre del 1874, Giuseppe Sezzano nella sua tesi di laurea scriveva: "La Società anonima era già costituita in Torino il 3 febbraio 1873 colla direzione generale del commendatore Carlo A. Avondo e colla gerenza della Cartiera di Serravalle Sesia del cav. Pietro F. Avondo. Un decreto reale, datato Roma addì 11 gennaio 1874, l'autorizzò sotto il titolo di Cartiera Italiana col capitale di 8 milioni di lire rappresentato da 16 mila azioni di lire cinquecento cadauna. La nuova gestione però ebbe principio fin dal 10 marzo 1873.
Quanta fiducia ispirasse il nome degli Avondo lo provò il fatto che l'associazione, progettata dapprima col capitale di 30 milioni di lire, ebbe tosto ed esuberantemente dei partecipanti. E notisi che qui trattavasi d'una nobile impresa industriale e non d'un istituto bancario, da cui sperare sùbiti e smodati guadagni, malaugurato movente in quei giorni del mondo finanziario.
Intanto, nel marzo 1873, si posero al sud-ovest di Serravalle Sesia le fondamenta del nuovo grandioso stabilimento e si compirono gli studi per la derivazione della forza motrice dal Sesia. In giugno 1874 si cominciarono pure i lavori del canale che, partendo dal territorio di Aranco, arriva alla Cartiera con un percorso di 4.000 metri di cui 360 in galleria e 95 sopra un magnifico ponte canale obliquo sul Sessera. Consta questo ponte di cinque arcate in struttura laterizia, aventi la corda di 15 metri sul piano di testa, la saetta di 3 metri e la obliquità di 30° le quali sono portate da piedritti in pietra di taglio.
Precede il ponte, per una lunghezza di 650 metri sul letto stesso del Sessera, un tratto di canale sostenuto da muri aventi la base di 2,75 metri, la larghezza superiore di 1,50 e l'altezza media di 5 metri e la scarpata di 1,10.
L'intiero canale ha la larghezza di 8 metri e porterà 6 metri cubi d'acqua al secondo, colla pendenza media di 0,025 p %. A Serravalle per ora si avrà la forza di 800 cavalli vapore. Dico per ora perché, protraendo il canale fino alla sua diretta immissione nel Sesia a Vintebbio si otterrebbe quella di 2.400. Il nuovo stabilimento si eleva sopra una area di 230 metri per 60 colle appendici del canale, dei magazzini laterali e della strada di circonvallazione. È diviso in 4 sezioni delle quali la prima, a tre piani, è destinata al lavoro degli stracci; la seconda, a due piani, è riservata alla preparazione della pasta; la terza, ad un piano, conterrà 4 grandi macchine continue per la fabbricazione della carta; la quarta, per ultimo, pure ad un piano, servirà ai lavori di finimento della carta. Così, mentre da una parte entra la materia prima, questa avanzandosi nei diversi stadi di lavorazione esce dall'altra prodotto completo.
Tutti i meccanismi, animati da 7 turbine Girard, vennero commessi alla casa costruttrice Escher, Wyss e Comp. a Zurigo. L'Ansaldo di Genova però fornirà 8 caldaie girevoli per la liscivazione degli stracci, ed altre 4 grandissime pella produzione del vapore necessario ad asciugare la carta.
Si calcola che con 700 operai si otterrà da questa manifattura, in sullo scorcio del corrente anno una produzione giornaliera di 800 chilogrammi di carta. E siccome col nuovo canale si potrà pure quasi raddoppiare la produttività delle vecchie macchine, si fabbricherarmo a Serravalle giornalmente circa 1.400 kg. di carta"5.
Tali previsioni, non solo si realizzarono, ma vennero cogli anni notevolmente superate; la produzione giornaliera di carta era infatti passata nel corso del secolo dai 1.800 kg. nel 1810 ai 3.000 kg. nel 1837, ai 18.000 kg. nel 1875, ai 40.000 kg. nel 1906.
Le macchine continue in piano e in tondo aumentarono in modo vertiginoso, insieme alle produzioni di nuovi e più pregiati tipi di carta: nel 1930, nello stabilimento di Serravalle, erano in funzione ben 14 macchine continue. Collateralmente, era in funzione un'officina litografica per la stampa di carta valori, buste e copertine per quaderni, prodotti nel reparto cartotecnica installato e messo in funzione proprio in quegli anni.
I lavoratori occupati in cartiera aumentarono da 250 nel 1850 a 450 nel 1870, a 1.080 nel 1884, a 3.000 nel 1907.
Ancora più interessante e complessa sarà l'evoluzione dello stabilimento dal 1930 al 1950.
In questa situazione di grande sviluppo dello stabilimento, i lavoratori, come vedremo più avanti, si organizzarono all'interno e al di fuori dell'azienda, mossi dall'esigenza di migliorate le loro condizioni di lavoro e di vita. La Cartiera rispose a queste iniziative imponendo un regolamento per gli operai e, nel tentativo di limitare il potere crescente della Società di Mutuo Soccorso e di "far concorrenza", creò un Istituto di previdenza aziendale che prevedeva anche la costituzione di un magazzino alimentare.

Regolamento generale per gli operai addetti allo stabilimento6

Art. 1. Nessun Operaio sarà accettato nello Stabilimento se non gode buona riputazione, comprovata da certificato di buona condotta, e se non dichiara di sottomettersi al presente Regolamento.
Art. 2. L'Operaio deve obbedienza e rispetto ai suoi Capi e comportarsi in modo che nessuno abbia a lagnarsi di lui.
Art. 3. Egli è obbligato di prestare l'opera sua per tutto il tempo dell'orario, che sarà pubblicato dalla Direzione.
Art. 4. Gli operai devono trovarsi al loro posto all'ora precisa segnata nell'orario. Le ore d'ingresso e di uscita saranno avvisate dalla campana, che suonerà per l'entrata 15 minuti innanzi una prima volta e 5 minuti innanzi una seconda volta.
Art. 5. La porta dello Stabilimento sarà chiusa 5 minuti dopo il secondo suono della campana, cioè subito dopo l'ora fissata dall'orario.
Dopo la chiusura saranno ammessi all'entrata, con una multa di 20 centesimi, quegli operai che si presentassero nei primi cinque minuti successivi alla chiusura. Passati questi 5 minuti, nessun Operaio sarà più ammesso sino al successivo avviso d'ingresso, ed, a titolo di multa, incorrerà, oltrechè nella perdita della mercede della mezza giornata, anche in una multa di misura pari all'importo della mezza giornata stessa.
Art. 6. Nessuno può assentarsi dal lavoro senza un regolate permesso della Direzione. In caso di malattia deve essere partecipato ai rispettivi Capi e da questi alla Direzione, comprovandolo mediante certificato medico.
Art. 7. Chi mancasse per un giorno dal lavoro senza regolare permesso, oltre all'incorrere nella perdita della mercede, sarà multato di una somma pari all'importo della mercede di mezza giornata.
Se la mancanza succedesse in lunedì o in giorno successivo ad una festa, la multa sarà di somma pari all'importo di un'intera giornata.
Art. 8. La paga agli operai verrà fatta quindicinalmente, ed alla fine della settimana che segue la quindicina a pagarsi.
Art. 9. L'importo di quest'ultima settimana rimane così a titolo di deposito e garanzia nella Cassa dello Stabilimento per tutto il tempo che l'Operaio vi è addetto.
Art. 10. Tutti gli Operai sono tenuti a conservare colla maggiore cura le macchine cui sono preposti, e gli attrezzi che adoperano.
Art. 11. Gli Operai sono garanti degli utensili loro affidati, come sono responsabili della rottura dei cristalli alle finestre e ai danni arrecati per loro colpa o negligenza ai fabbricati, alle macchine, alle merci, agli attrezzi. Saranno perciò tenuti al risarcimento dei medesimi.
Art. 12. Quando non si potesse constatare individualmente chi avesse arrecati i danni di cui sopra, la trattenuta dell'importo di essi andrà suddivisa su tutti gli Operai addetti al laboratorio ove il guasto sarà avvenuto.
Art. 13. È proibito a chi non ne ha speciale incarico di spegnere o regolare le lampade, di accendere od alimentare caloriferi, di toccare rubinetti da vapore e da acqua. L'infrazione di tali prescrizioni, salvo le pene maggiori per i casi di conseguenze disastrose e salvo l'obbligo di indenizzare dei danni, è punita con multa pari alla mercede di una mezza giornata.
Art. 14. È proibito a tutti di fumare tanto nei locali interni quanto negli esterni dello Stabilimento ed è ugualmente proibito di spandere acque e lordure fuori dei luoghi a ciò destinati.
I contravventori incorreranno in una multa di L. 2 per la prima volta, in caso di recidiva saranno espulsi dallo Stabilimento.
Art. 15. Sarà immediatamente espulso chi:
a) Commettesse atto di insubordinazione;
b) Percuotesse od altrimenti molestasse i suoi compagni;
c) Facesse in atti od in parole cose contrarie alla morale;
d) Si appropriasse un oggetto qualunque anche di poca entità;
e) Entrasse nello Stabilimento in istato di ubbriachezza.
Art. 16. Tanto nei locali interni quanto negli esterni dello Stabilimento non è permesso di cantare o zuffolare, giuocare o scherzare, schiamazzare, leggere o fare conversazioni che pregiudichino il lavoro.
Art. 17. È proibito di introdurre nello Stabilimento cani, bevande alcooliche, pacchi, involti, recipienti od altro fatta eccezione delle vivande per quegli Operai che sono autorizzati a refezionare nei laboratori.
Nessuno può esportare pacchi dallo Stabilimento senza mostrarne il contenuto al portinaio.
Art. 18. Sarà interdetto l'ingresso a coloro che tanto negli abiti che nella persona negligentassero la pulizia.
Art. 19. Gli Operai non possono recarsi nei locali diversi da quelli in cui debbono prestar l'opera loro, tranne che sia per esigenze di servizio od in seguito a permesso del rispettivo Capo-Sala.
È pure proibito di fermarsi nei cortili, nei corridoi e per le sale.
Art. 20. Gli Operai possono licenziarsi od essere licenziati mediante otto giorni di preavviso.
Nei casi di espulsione per gravi mancanze l'operaio espulso cesserà immediatamente dal partecipare al lavoro e non avrà più l'ingresso nei locali dello Stabilimento.
Art. 21. L'infedeltà, il rifiuto al lavoro, l'assentarsi dallo Stabilimento senza il prestabilito avviso di otto giorni, il disturbare la quiete ed il lavoro e la contravvenzione al presente Regolamento o a quello che segue per l'Instituto di Previdenza sono altrettanti motivi di immediato licenziamento, secondo la gravità dei casi, e l'operaio licenziato per tali motivi perde ogni diritto al pagamento del deposito, di cui all'art. 9.
Art. 22. Gli Operai saranno diretti dai Capi-Sala loro assegnati e dovranno ad essi rivolgersi in ogni circostanza.
La decisione sopra qualsiasi reclamo spetta alla Direzione.
Torino, 31 Dicembre 1896

Statuto dell'Instituto di Previdenza presso la Cartiera Italiana

I. La Cartiera Italiana ha costituito in Serravalle Sesia, e nel proprio Stabilimento, un Instituto di previdenza a favore degli operai dello Stabilimento stesso, e dispone che a partire dal 1° gennaio 1897, tale Instituto sia governato dal presente Statuto.
II. L'Instituto di Previdenza per gli Operai della Cartiera Italiana di Serravalle Sesia consta di una Cassa di Previdenza e di un Magazzeno alimentario.
III. La Cartiera Italiana nello scopo di favorire lo svolgimento dell'Instituto:
a) Acconsente che, sotto le condizioni di cui nei seguenti articoli, l'Instituto abbia una Amministrazione diretta, riservando a sé l'alta sorveglianza del medesimo, la formazione dei Regolamenti e l'approvazione delle determinazioni che non sono di semplice esecuzione dello Statuto e dei Regolamenti;
b) Concede gratuitamente l'uso dei locali necessari alla Sede dell'Amministrazione ed al Magazzeno alimentare, nonché la illuminazione ed il riscaldamento ad essi necessari;
c) Acconsente che due suoi impiegati vengano assunti agli uffici di Contabile e di Segretario dell'Instituto, contro una gratificazione annua, a carico dell'Instituto stesso, non superiore in complesso alle lire seicento;
d) Si assume il servizio di cassa e di tesoreria. Sui fondi che l'Instituto verserà, e che preventivamente dichiarerà intangibili per la durata di un mese, corrisponderà l'interesse del 4%, assegnandolo a quello dei due rami dell'Instituto che avrà fatto il versamento. E sui fondi che essa Cartiera anticiperà per un tempo superiore ad un mese esigerà un interesse del 2%;
e) Assegna a beneficio della Cassa di previdenza tutte le multe disciplinari che imporrà ed esigerà dagli Operai, nonché quei depositi che confiscasse, a senso dell'art. 21 del Regolamento Generale.
IV. La Cartiera Italiana alla sua volta esige:
a) Che tutti gli Operai suoi dipendenti si rendano partecipanti dell'Instituto ascrivendosi al medesimo, con impegno di rispettare ed eseguire, per quanto li riguarda, il presente Statuto;
b) Che tutti i verbali del Consiglio d'Amministrazione dell'Instituto siano trasmessi al Consigliere Delegato e non siano esecutorie le deliberazioni in essi comprese se non quattro giorni dopo tale trasmissione, riservandosi il diritto di veto per quelle che l'Amministrazione della Cartiera reputasse contrarie allo Statuto e ai Regolamenti, o dannose agli interessi dell'Instituto, e il diritto d'approvazione per quelle che eccedessero i semplici atti di esecuzione o contenessero la nomina e la revoca del magazziniere e suoi dipendenti.
In caso di deliberazioni aventi carattere d'urgenza, il Consigliere Delegato le renderà esecutorie anche prima del quarto giorno se le reputerà conformi allo Statuto e ai Regolamenti e allo interesse dell'Instituto;
c) Che i bilanci consuntivi e preventivi siano sottoposti al Consiglio della Cartiera e debbano da questo essere esplicitamente approvati.
Inoltre l'Amministrazione della Cartiera si riserva il diritto di modificare il presente Statuto, sempre quando lo reputi utile e conveniente.
V. Ai vantaggi delle due Istituzioni partecipano tutti gli Operai, maschi e femmine, addetti allo Stabilimento di Serravalle Sesia, ed ai benefici del Magazzeno alimentare partecipano anche le rispettive famiglie dei detti Operai.
Cessando però un Operaio di appartenere alla Cartiera cessa in esso e nella sua famiglia ogni rapporto con l'Instituto e cessa ogni diritto di partecipazione ai benefici del medesimo. Si considera anzi come se mai fosse stato partecipante dell'Instituto stesso.
VI. Come contributo alla Cassa di previdenza ogni Operaio, partecipantevi, paga una tassa di ingresso di lire una, e una quota di quindicina proporzionata al salario e come dalla tabella A, annessa al presente Statuto.
La tassa di ingresso è trattenuta in ragione di 25 centesimi sulle prime quattro quindicine e il contributo di quindicina sulla somma di salario di ogni quindicina.
La Cartiera versa queste trattenute al fondo speciale della Cassa di Previdenza.
VII. La Cassa di Previdenza e il Magazzeno alimentare tengono bilanci separati. I residui attivi della Cassa di Previdenza si capitalizzano.
I residui attivi eventuali dell'azienda Magazzeno alimentare, quali risulteranno dal bilancio consuntivo, vengono annualmente destinati:
a) Alla somministrazione di minestre agli alunni dell'Asilo Infantile di Serravalle Sesia;
b) Al Corpo musicale;
c) Alla eventuale formazione di un fondo per istituire Scuole serali e Biblioteche circolanti, od altre utili e benefiche istituzioni;
d) A somministrare un fondo al Consiglio d'Amministrazione per straordinari sussidi a quelle famiglie di operai che per impreveduti eventi venissero a versare in grande inopia.
Il Consiglio d'Amministrazione delI'Instituto propone anno per anno la misura del riparto degli utili verificati fra gli scopi indicati alle lettere a), b), c), d), e l'Amministrazione della Cartiera delibera su tale proposta accettandola o modificandola.
VIII. La Cassa di Previdenza ha lo scopo di corrispondere un sussidio giornaliero agli operai che cadono ammalati e non possono continuare a lavorare, di procurar loro la cura medica gratuita nonché l'opera gratuita della levatrice per le operaie partorienti.
IX. La misura del sussidio giornaliero è correlativa alla misura del contributo di quindicina, e sarà quale risulta dalla tabella B, salvo l'eventualità di cui all'art. XI.
X. Tale sussidio non si corrisponde a chi:
cada ammalato nei primi quindici giorni di assunzione in servizio;
siasi per atto volontario procurato una malattia;
riceva già sussidio da Società di mutuo soccorso o Società operaie o di beneficenza;
sia ammalato in dipendenza di infortunio sul lavoro, provvedendosi a questo caso dall'Amministrazione della Cartiera con l'assicurazione presso la Cassa Nazionale di assicurazione.
Nel caso però in cui la Cassa Nazionale abbia riconosciuto l'esistenza della malattia per infortunio sul lavoro, la Cassa di Previdenza darà all'ammalato un sussidio per i cinque primi giorni, dippoiché questi giorni non gli vengono calcolati dalla Cassa Nazionale.
Alle Operaie puerpere legalmente maritate, la cassa dà un sussidio unico di lire 15, pur che siano partecipanti da un anno all'Instituto di Previdenza.
Le malattie dipendenti da aborto non provocato e da puerperio non trascurato, rientrano nella categoria delle malattie per le quali si accorda sussidio.
XI. Tutte le norme per la durata del sussidio, i modi di concessione, la decadenza, ecc. sono stabilite da apposito Regolamento. Ma è condizione assoluta che, se per impreveduti eventi i fondi della cassa di previdenza riuscissero impari a provvedere i sussidi giornalieri e quelli per medicina, tutti tali sussidi verranno ridotti in proporzione dei mezzi di cui disporrà la cassa.
XII. Il Magazzeno alimentare è destinato a procurare agli Operai della Cartiera e loro famiglie le sostanze alimentari necessarie alla vita agiata di onesti lavoratori, ed i combustibili necessari al riscaldamento delle loro case e alle loro cucine; il tutto al prezzo di costo, elevato di una percentuale che non superi in nessun caso il 15% per rifacimento delle spese e delle perdite, per i rimborsi, ecc.
La misura di detta percentuale varierà a seconda dei generi e delle stagioni e però non dovrà mai elevare il prezzo di distribuzione delle sostanze alimentari e combustibili al di sopra dei prezzi unitari della piazza di Borgo Sesia.
XIII. L'Instituto di Previdenza per gli Operai della Cartiera Italiana in Serravalle Sesia è amministrato da uno speciale Consiglio d'Amministrazione che funziona sotto le condizioni e con le facoltà di cui nel presente Statuto.
XIV. Tale Consiglio di Amministrazione è composto: del direttore tecnico dello Stabilimento di Serravalle, che lo presiede; del vicedirettore, del capocontabile, del capo della fabbricazione della fabbrica superiore, del capo della fabbricazione della fabbrica inferiore e del medico condotto del paese.
Il Consiglio di Amministrazione potrà assumere come proprio segretario uno dei due impiegati dello Stabilimento di cui alla lettera c) dall'art. III.
XV. Presso il Consiglio d'Amministrazione è costituito un Comitato di consulenza che, sia collegialmente, sia con il mezzo di alcuni suoi componenti, esprima i desideri e i bisogni degli Operai, e possa, al caso, dare consigli circa le provviste a farsi per il Magazzeno.
I componenti di tale Comitato saranno incaricati della visita agli Operai ammalati e saranno il costante anello di congiunzione tra il Consiglio dell'Instituto e degli Operai.
XVI. Tale Comitato di consulenza è costituito dalle seguenti persone:
1° Dal capo sala d'allestimento della fabbrica superiore;
2° Dal capo sala d'allestimento della fabbrica inferiore;
3° Dal capo laboratorio della tipolitografia;
4° Dal capo laboratorio delle buste;
5° Dal capo laboratorio degli stracci;
6° Dal capo laboratorio fabbri e falegnami e accessori, ramai, calderai, ecc.;
7° Dai due operai più anziani nell'ufficio di caposquadra;
8° Dalle due operaie più anziane nell'ufficio di caposquadra;
9° Dai due operai e dalle due operaie più anziani nel Servizio dello Stabilimento.
XVII. Al Magazzeno alimentare, ed alla Cassa di Previdenza appartengono rispettivamente tutti i fondi che secondo l'inventario 31 dicembre 1896 risultassero ad essi spettanti secondo il precedente organamento, e fra essi fondi, sono compresi anche quelli che rispettivamente loro pervennero e dalla Società operaia già esistente nello stabilimento antecedentemente al 31 dicembre 1894, e dalla Cassa di previdenza e mutuo soccorso e dal Magazzeno alimentare quali funzionarono prima del 1895.
XVIII. Gli Operai e le Operaie che già sono partecipanti, ossia che hanno già pagato nel passato la tassa d'ingresso non sono obbligati a pagarne un'altra.
Essi però dovranno firmare il nuovo Statuto e, come ogni altro operaio che verrà addetto allo Stabilimento, uniformarsi allo stesso, assumendo tale impegno con dichiarazione scritta di averne preso cognizione ed averne avuto copia.
XIX. Gli operai dello Stabilimento al 31 dicembre 1896 siano iscritti alla Società di M. S. di Serravalle Sesia e Valsessera e i nuovi operai che venissero assunti dalla Cartiera nel tempo avvenire, qualora da un anno antecedente alla loro assunzione fossero Soci di detta Società, non incorreranno nelle perdite del sussidio giornaliero cui avessero diritto a senso dell'art. VIII del presente Statuto, e cioè conseguiranno il sussidio della Cassa di Previdenza, malgrado all'art. X sia detto che non percepiscono sussidio gli operai già sussidiati da altre Società od Istituzioni.
Con preavviso di tre mesi il Consiglio della Cartiera potrà sospendere l'applicazione della disposizione del presente articolo, che è veramente di favore eccezionale.
XX. In caso di scioglimento dell'Instituto di previdenza, od anche della sola cassa, tutti i fondi ad essi appartenenti verranno, a cura del Consiglio della Cartiera, applicati ad opere di beneficenza in Serravalle Sesia.
Torino, 31 Dicembre 1906

L'organizzazione dei lavoratori

Abbiamo già detto come con l'aumentare dell'attività e della forza occupata nella fabbrica, l'esigenza di organizzarsi mediante esperienze associative per migliorare il tenore di vita proprio e dei propri figli, si sia fatta sempre più viva fra i lavoratori. Fu così che, nel 1865, venne istituita una Società di mutuo soccorso tra gli operai della Cartiera, estesa in seguito a quelli dei comuni vicini, che si espanse fino ad avere quattrocento iscritti ed un patrimonio di lire 10.0007.
La Società di mutuo soccorso, come del resto le altre della zona, forniva ai lavoratori assistenza e sussidio in caso di malattia, invalidità sul lavoro e di morte del socio. Si avviò, sempre in quegli anni, una scuola elementare maschile e femminile a favore dei figli dei lavoratori e degli abitanti di Serravalle.
Anche se, inizialmente, la Società non sorse con finalità rivendicative fu certamente uno strumento fondamentale per favorire quella comunanza di intenti fra i lavoratori che sboccò in un secondo tempo nella costituzione della "Lega cartai ed affini'' e, più tardi, alla costituzione della Camera del lavoro in Valsesia.
Nell'aprile del 1884, i lavoratori della cartiera promossero il primo sciopero in Valsesia, in seguito ad un provvedimento della direzione che prevedeva un aumento di orario senza alcuna variazione nelle paghe.
Si mobilitarono immediatamente il sottoprefetto e i carabinieri per evitare disordini, ma il loro intervento non fu necessario perché il giorno seguente lo sciopero cessò: l'accordo fra direzione e rappresentanti degli operai era stato raggiunto; fu deciso di continuare con l'orario di prima, mentre la paga minima veniva fissata a L. 1,70.
Nel 1909, la paga di un operaio a Serravalle oscillava tra le 2 lire e le 2 lire e 10 centesimi, quasi il 30 per cento in più di quanto non percepissero gli altri lavoratori cartari della zona ma, proprio in quegli anni, in Cartiera si registrarono altre iniziative di lotta.
I contenuti delle richieste avevano una forte caratterizzazione politica e mettevano in discussione principi a cui gli imprenditori non avrebbero rinunciato troppo facilmente. Questa fu una delle ragioni per cui le prime lotte si conclusero senza risultati concreti, anzi, i lavoratori che avevano promosso tali iniziative subirono azioni di vera e propria rappresaglia da parte della direzione della Cartiera. Caso esemplare è quello delle rivendicazioni stilate dai carrettieri e consegnate in un memoriale alla direzione nel settembre dell'anno 1906.
Questi lavoratori, che erano adibiti al trasporto delle merci e delle materie prime dalla fabbrica alla stazione ferroviaria, nel loro memoriale chiedevano:
1) che il salario fosse aumentato a lire 90 mensili;
2) che nei giorni festivi si facessero due soli viaggi e che, occorrendone un terzo, questo fosse pagato il 25% in più sulla retribuzione abituale;
3) che il 1° maggio fosse giorno di riposo;
4) che in caso di malattia venisse pagata la mezza giornata per dieci giorni da computarsi a partire dal quarto giorno di malattia;
5) che in caso di licenziamento fosse d'obbligo per entrambe le parti il preavviso di 8 giorni;
6) che nessun carrettiere presente nella ditta fosse licenziato a causa del memoriale;
7) che venisse concesso un indennizzo di L. 1,50 per ogni pasto preso fuori casa, nei casi di servizio straordinario e fuori dal paese"8.
Dopo la stesura del memoriale i carrettieri, aderendo ad un sindacato misto, affidarono ad una commissione il compito di avviare le trattative con l'azienda anticipando che, nel caso in cui vi fosse stato un rifiuto alle richieste avanzate, dieci giorni dopo sarebbero entrati in sciopero.
A questa minaccia l'azienda rispose con il licenziamento di tutti i carrettieri. Venne allora indetta una assemblea di tutti i dipendenti della cartiera e fu proposto in quella sede di indire uno sciopero generale il 23 settembre.
Nei giorni seguenti la direzione aziendale provvide a sostituire i carrettieri. Il giornale socialista "La campana" del 15 settembre 1906 scrisse che "persino il figlio di uno dei dirigenti si era prestato a compiere i trasporti, insieme ad altri". Questa iniziativa consentì all'azienda di non subire alcun danno e, nel contempo, scoraggiò i lavoratori dal continuare la lotta.
L'anno seguente, sempre il giornale "La campana", nella edizione del 10 agosto 1907, dava la notizia che alla Cartiera di Serravalle si era attuato "uno sciopero minuscolo". Questa definizione era dovuta al fatto che i protagonisti della vicenda erano quindici ragazzi di età compresa tra i 15 e i 19 anni, addetti alle "macchine continue in tondo", di essi, tre lavoravano solo di giorno, mentre gli altri facevano squadre diurne e notturne. Essi lavoravano per dodici ore, in una situazione di grande fatica a gruppi di tre, con due ausiliari che ogni mezz'ora si alternavano agli altri, mentre il terzo faceva il conduttore. La reazione dei giovani lavoratori si ebbe quando gli ausiliari furono spostati ed adibiti ad altra mansione senza essere sostituiti da altro personale, creando in tal modo una situazione di lavoro ancora più pesante.
Entrarono quindi in sciopero e, nel contempo, insieme alla richiesta di tornare alla precedente organizzazione del lavoro, rivendicarono un aumento dello stipendio. L'arroganza dell'azienda si manifestò anche in questo caso con il licenziamento di tutti i ragazzi interessati; fu inoltre operata una trattenuta di una settimana di lavoro dalle loro competenze. A tal punto intervenne il dott. Balconi, fervente e stimato dirigente del partito socialista di Romagnano, che ottenne dall'azienda la promessa di reintegrare al lavoro gli operai che ne avessero fatto richiesta insieme al rimborso per tutti, ed in ogni caso, delle trattenute operate in precedenza sul salario.

Sorge la Lega Cartai e Affini

Sempre a causa dell'espandersi sempre più vertiginoso della Cartiera, dell'alto sfruttamento dei lavoratori e del progressivo peggiorare delle condizioni economiche e di lavoro, i lavoratori costituirono nel 1902 una delle prime leghe di "mestiere": la Lega cartai e affini.
I primi anni di vita della Lega furono caratterizzati da difficoltà politiche e organizzative, tanto che nel 1904 fu sciolta. Nel 1906 fu ricostituita e, poco dopo, avvenne la fusione con la Società di mutuo soccorso denominata "Fratellanza", mentre, sempre nello stesso periodo ci fu un avvicinamento alla Cooperativa. Questa iniziativa fu definita da "La campana" come "l'unione della forza del proletariato: resistenza, cooperazione, mutualità".
A differenza della Società di mutuo soccorso che aveva come obiettivi principali l'assistenza dei lavoratori, la Lega nasceva con caratteristiche e obiettivi rivendicativi.
Lo Statuto, infatti, declarava: Scopo della Lega
Art. 2. - Scopo della Lega è:
a) Propugnare la riduzione della giornata di lavoro ad un orario più umano;
b) Abolire il lavoro a cottimo e stabilire un minimo di salario che sia sufficiente a soddisfare i bisogni della vita;
c) Propugnare l'abolizione del lavoro notturno;
d) Abolire ogni sistema vessatorio di multa;
e) Istituire la Camera del Lavoro;
f) Sussidiare i compagni purché siano soci, vittime dall'aver favorito le idee di giusto risveglio dei compagni di lavoro;
g) Adoperarsi per difendere i diritti, la dignità, gli interessi, la libertà individuale e collettiva dei propri compagni, nelle controversie sorte coi principali e capi fabbrica; formando le liste dei candidati Probiviri;
h) Far rispettare incondizionatamente dai padroni la legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli;
i) Applicare alle macchine quegli strumenti di difesa personale riconosciuti necessari per la sicurezza del lavoratore;
l) Obbligare i padroni a non adibire a lavori faticosi e mal pagati (come facchinaggio ecc.) le donne;
m) Stabilire un minimo di salario ed un massimo d'orario compatibili coi bisogni e la salute dell'operaio.

Norme generali
Art. 1. - La società non avrà nessun colore politico né religioso.
Art. 2. - L'assistenza in sussidio sarà fatta con una sopratassa volontaria dei soci, senza però quota fissa, ognuno a seconda delle proprie finanze.
Art. 3. - La Società è formata d'ambo i sessi, Maschile o Femminile, ciascuno dei quali nomina la sua rappresentanza.
Art. 4. - La quota mensile è fissata in L. 0,40 per gli adulti, L. 0,20 per le donne, L. 0,15 per i fanciulli e fanciulle minorenni (inferiori a 15 anni d'età).
Art. 5. - Le rappresentanze sono elette dall'assemblea promiscua, o in assemblea separata. Le rappresentanze formano il Consiglio Direttivo.
Art. 6. - Il Consiglio Direttivo sarà composto di un Cassiere, 4 Consiglieri, 3 Consigliere, 3 Revisori dei conti, dei Collettori e delle Collettrici.
Art. 7. - Il Consiglio Direttivo, costituiti i fondi sociali, dovrà depositarli alla Cassa di Risparmio intestandoli a non meno di tre soci. I titoli intestati saranno dati in custodia ad un terzo, straniero agli intestati.
Art. 8. - Il Segretario è nominato dall'Assemblea preferibilmente fra i soci. In via eccezionale tale carica può anche essere disimpegnata da persona non appartenente alla Società.
Art. 9. - Il Consiglio Direttivo prende in esame tutte le questioni che possono riguardare il lavoro dei Lavoranti Cartai e prende deliberazioni sia in azione propria, sia con voto dell'Assemblea espressamente convocata. Normalmente ogni caso individuale è trattato dal Consiglio stesso, ogni caso collettivo, o che riguarda la classe in generale, è trattato dall'Assemblea.
Art. 10. - Le adunanze si terranno ogni mese all'ultima domenica. In ogni adunanza si darà conto della situazione finanziaria e morale della Società.
Art. 11. - Le cariche sono gratuite e si rinnovano ogni sei mesi. Gli scadenti possono essere rieletti.

Doveri dei Soci
Art. 12. - È esclusa l'ammissione di chiunque non abbia compiuto i 12 anni d'età, o non sia lavorante cartaio od affine.
Art. 13. - Il socio avrà sempre i medesimi diritti, anche se cessa il mestiere del cartaio, purché sia aggregato ad altre leghe che rappresentano il suo nuovo mestiere; in caso contrario perderà ogni diritto verso la Lega.
Art. 14. - Colui che si recasse a lavorare in altra Cartiera situata in luogo dove non esistesse Società avente i medesimi scopi della nostra, non cesserà di far parte della Lega purché paghi regolarmente la quota mensile e si tenga in corrispondenza con questa sede; sono però a suo carico le spese postali.
Art. 15. - Colui che per tre mesi consecutivi si rendesse moroso nei pagamenti senza giustificato motivo, perderà tutti i diritti verso la Società. Può mediante deliberazione consigliare, essere concessa una proroga, qualora il socio ne facesse domanda, accennando a motivi che il Consiglio ritenesse validi.
Art. 16. - Ogni socio è in dovere di cooperare al raggiungimento degli scopi della Società.
Art. 17. - Non sarà concesso il sussidio ai malati di malattie veneree o causate da abuso di bevande alcoliche o da rissa.

Diritti dei Soci
Art. 18. - Non potranno coprire cariche sociali i minorenni e coloro che non appartengono alla Società almeno da sei mesi, né avranno diritto al sussidio, salvo nel caso di malattia o di disoccupazione. Spetta al Consiglio di decidere nei casi generici che si presentassero.
Art. 19. - Il socio ha diritto:
a) A coprire tutte le cariche sociali qualora ne venisse eletto;
b) a fare tutte quelle proposte che credesse di utile sociale;
c) ad ispezionare nelle ore d'ufficio gli atti ed i registri sociali, ed avere tutte quelle notizie e schiarimenti che gli abbisognasse in tale materia;
d) al patrocinio della società, quando per difendere la propria dignità, i proprii diritti della società, dovesse restare disoccupato. Il sussidio sarà dato a seconda delle condizioni finanziarie della cassa sociale;
e) mediante domanda portante la firma di almeno cinquanta soci, si potrà far indire un'assemblea straordinaria, qualora ragioni di grande interesse lo richiedessero.

Espulsioni
Art. 20. - Sarà radiato dall'albo dei Soci:
a) chi andasse ad occupare posti resi vacanti per ragioni di lavoro non imputabili all'operaio;
b) chi creasse imbarazzo al buon andamento della Lega.
Art. 21.—Saranno immediatamente espulsi dalla Società coloro che si rendessero colpevoli di azioni infami o danneggiassero i compagni e coloro che per malvagità alterassero il vero e pregiudicassero il decoro della Lega. Ogni espulsione dovrà essere fatta e definitivamente convalidata da un terzo degli iscritti in assemblea generale.

Casi di scioglimento
Art. 22. - Qualora eventi qualsiasi provocassero lo scioglimento della Lega, si provvederà subito alla liquidazione del patrimonio, ed il residuo sarà affidato al Cassiere sotto la diretta sorveglianza dei Consiglieri in carica all'epoca dello scioglimento, i quali si adopereranno con ogni mezzo possibile per ricostituire al più presto la Lega sopra le basi del presente Statuto e con un numero non minore di 20 soci. Una volta ricostituita la società il Cassiere dovrà consegnare ad essa le somme rimaste in sua custodia.
Art. 23. - Al presente Statuto si potranno fare, in assemblea generale, tutte quelle modificazioni che saranno di utilità al benessere economico.
Letto ed approvato nell'adunanza generale della Lega fra Lavoratori Cartai ed affini di Serravalle Sesia il 2 agosto 1902.

I primi anni del '900 furono caratterizzati nelle cartiere, come negli altri settori, quali quello tessile, edile, falegnami, da vere e proprie rivendicazioni salariali e dalla richiesta di diminuzione delle ore nelle giornate lavorative.
Se negli altri settori, soprattutto il tessile, negli anni 1902-1903 si giunse ad una diminuzione degli orari dalle dodici ore giornaliere (si passò alle undici e anche alle dieci ore e mezza), nella cartiera la situazione non migliorò, in quanto il lavoro notturno, "ineliminabile", avrebbe richiesto una diversa alternanza di turni per il cambio, in modo da permettere che gli operai lavorassero per un numero minore di ore consecutive. Gli industriali del settore si dimostrarono completamente ostili ad ogni ipotesi di ristrutturazione organizzativa causata dalla diminuzione degli orari e si dovette arrivare nell'anno 1912, perché la Lega avanzasse una richiesta di riduzione di orario e di riposo domenicale per i lavoratori delle macchine continue.
Come abbiamo già detto gli operai della Cartiera addetti alla pulitura delle macchine lavoravano ininterrottamente per 12 ore giornaliere, gli addetti alla pulitura ed allo scarico lavoravano per dieci ore e mezza in condizioni a dir poco inumane. Inoltre, in alcuni reparti, la situazione era addirittura peggiorata: le lavoratrici addette ai lavori degli stracci, infatti, avevano avuto in quel periodo una decurtazione di salario: nel 1897 percepivano L. 1,80 - L. 2,28 giornaliere contro L. 1,50 - 1,80 di quei giorni.
Nel 1913 gli operai della Cartiera chiesero l'intervento dell'Ufficio del lavoro per imporre all'azienda la riduzione dell'orario di lavoro. Si stabilì allora che il termine del lavoro doveva essere anticipato alle ore 7 di domenica mattina anziché a mezzogiorno, inoltre, l'azienda non avrebbe più potuto aumentare le ore di lavoro nelle giornate precedenti o seguenti il riposo festivo.
L'Ufficio del lavoro lasciò però alla direzione la facoltà di far lavorare gli operai per dieci domeniche lungo l'arco dell'anno, decisione respinta dai lavoratori che, anzi, rivendicarono la modifica dell'orario di lavoro su tre squadre di lavoro di otto ore invece di due squadre su dodici ore. Naturalmente ci fu un rifiuto a questa richiesta da parte della direzione; altrettanto naturalmente la battaglia per la riduzione dell'orario continuò.

Nasce l'industria della carta

Il miglioramento delle condizioni sociali ed economiche verso la fine dell'Ottocento contribuì in modo determinante allo sviluppo del settore cartario nel mondo e nel nostro Paese. L'innalzamento del tenore di vita e del livello di istruzione, unitamente all'intensificarsi e all'articolarsi della vita politica e allo sviluppo dell'amministrazione, portarono ad una diffusione e ad un consumo sempre più elevato della carta stampata.
I dati statistici dell'epoca riguardanti gli impianti installati nell'industria cartaria italiana dimostrano inequivocabilmente quanto repentino sia stato il salto tecnologico e quanto rilevanti gli investimenti operati nell'arco di cinquant'anni, fra il 1862 e il 1915.
Nel 1862 erano installati nelle cartiere italiane 687 tini e 59 macchine continue, nel 1876 i tini erano 813 e le macchine continue 168; vent'anni dopo, nel 1896, i tini si erano ridotti a 216 mentre le macchine continue erano salite a 389.
Il settore registrò però il periodo di maggiore sviluppo fra la fine dell'Ottocento e i primi quindici anni del Novecento: negli anni cioè, del "decollo" economico italiano, definiti l'età giolittiana. Giolitti, infatti, ebbe il merito di rompere uno schema sociale ed economico con caratteristiche essenzialmente autoritarie per cogliere ed assecondare gli impulsi al rinnovamento, sempre più presenti nella società: si aprirono così per il mondo del lavoro maggiori opportunità di sviluppo e maggiori garanzie di libertà.
Tutti i settori economici del Paese ne "trassero giovamento, in modo particolare il settore cartario che, alla fine del 1910, contava 586 macchine continue (257 in piano e 329 in tondo) mentre i tini si erano ridotti a poche decine di unità. Nel 1915 gli impianti delle cartiere italiane erano saliti a 606 macchine continue (268 in piano e 338 in tondo) ed il numero dei tini si era ridotto a poche unità, utilizzate in genere per la fabbricazione della carta a mano.
Anche a livello mondiale il settore cartario registrò un notevole sviluppo: la produzione mondiale annua di carta e cartoni raddoppiò nel giro di quattro anni: oltre 9 milioni di chilogrammi nel 1908 contro i 4 milioni e mezzo del 1904.

Lo sviluppo della Cartiera

L'espandersi sempre più vertiginoso dei consumi di carta e l'intraprendenza dimostrata dai proprietari della Cartiera fin dalla seconda metà del secolo scorso furono gli elementi principali che consentirono lo sviluppo dello stabilimento cartario di Serravalle.
Gli Avondo prima e i dirigenti della S. A. Cartiera Italiana poi, compresero l'importanza che le nuove macchine avevano nella trasformazione del settore e sulla possibilità di produrre carta di qualità superiore in quantità fino ad allora inimmaginabile, con costi, quindi, molto più bassi. L'acquisto della prima macchina continua avvenne infatti nel 18389; altre due macchine continue vennero installate nel 1844 e nel 1859. A questo proposito, il dottor Luciano Pasero, ex direttore della Cartiera, afferma che "nel 1906 la produzione di carta era passata a quarantamila chilogrammi al giorno, utilizzando ben quattordici macchine continue"10.
Anche nella produzione di materie prime, la Cartiera di Serravalle fu una delle prime aziende italiane a fabbricare carta utilizzando non solo gli impasti ottenuti con la lavorazione degli stracci ma attraverso l'utilizzo della pasta di legno11. Per la produzione di questi impasti, i dirigenti della Cartiera decisero, nel 1899, di edificare un nuovo stabile a Quarona, dove in effetti vennero installati i primi sfibratori necessari alla Cartiera per produrre i nuovi tipi di carta.
In questa fase innovativa, si registrano inoltre alcune "curiosità" dal punto di vista delle "sperimentazioni tecnologiche", due delle quali meritano di essere ricordate. La prima è l'utilizzo dell'energia elettrica per l'illuminazione, mai realizzato prima negli stabilimenti italiani; la seconda è la decisione dell'azienda di dotarsi di una linea telefonica privata che, partendo da Serravalle si congiungeva con gli impianti pubblici di Santhià12. Tale "ponte telefonico" consentì la comunicazione via cavo con la direzione generale dello stabilimento che, come abbiamo visto, dal 1873 aveva sede in Torino.
Lo scoppio della prima guerra mondiale colse la Cartiera di Serravalle, come del resto l'intera industria italiana, in una fase di notevole, anche se disordinata, espansione.
Come si è visto, lo stabilimento stava vivendo un momento di profonda trasformazione attraverso l'inserimento di nuovi e più moderni macchinari; alle quattordici macchine continue già in funzione, nel 1911, se ne aggiunse un'altra, costruita dalla ditta Fuelner, che aveva caratteristiche tecniche molto avanzate per quell'epoca. Il rallentamento subito dalla produzione a causa del conflitto quindi, si collocò in un periodo particolarmente delicato per lo stabilimento, che stava appunto ricercando un più razionale assestamento produttivo e finanziario.
Una parte delle macchine continue che erano entrate in funzione negli anni precedenti fu fermata, con la conseguente diminuzione degli occupati e della produzione. L'azienda si vide costretta a ricercare un consolidamento della propria attività, rinunciando ad ulteriori propositi di espansione. Tale consolidamento venne in effetti raggiunto da un lato perché lo Stato divenne il principale committente della produzione della Cartiera e dall'altro, perché si registrò una brusca interruzione di nuovi insediamenti nel settore in seguito allo scoppio della guerra.
A questo proposito, Bruno Caizzi, nella sua opera Storia dell'industria italiana. Dal XVIII secolo ai giorni nostri13, scrive: "La guerra aveva sottoposto l'economia italiana ad una prova di forza, da essa superata in varia misura, ma il vero collaudo delle nuove capacità del Paese doveva aver luogo negli anni seguenti, all'esaurirsi delle circostanze particolari che avevano giustificato e provvisoriamente tenuti al riparo i più importanti mutamenti strutturali allora operati. La pace, attraverso dure selezioni, avrebbe sanzionato quello che v'era di più duraturo o di effimero nelle nuove conformazioni industriali e finanziarie, ciò che aveva speranza di sopravvivere e ciò che era condannato, invece, a ridimensionarsi o perire. In condizioni generali tanto cambiate, di fronte a problemi così ardui, il dopoguerra non poteva non essere un'epoca di adattamenti e di faticose ricerche, una parentesi piena bensì di ricadute, ma ricca di nuove conquiste [...] Il fantasma della lira 'forte' ipnotizzerà per anni la politica economica italiana, costringerà il governo a emanare provvedimenti di ogni sorta, ad abbandonare ogni programma di libertà economica con cui aveva esordito nel 1922, lo porterà a instaurare un dirigismo improvvisato e imprevedibile che si estende all'allargarsi delle falle e passa gradatamente dal controllo rigoroso dei cambi a quello che dopo il 1929 colpisce anche l'Italia, ne travolge la borsa e la grande banca, e getta mezza economia in braccio allo Stato che l'ha salvata; ma mentre altri Paesi, altrettanto o ancor più devastati del nostro, riprendono nel 1933 il loro cammino verso la normalità, in Italia un breve intervallo salda fra loro due fasi di sviluppo egualmente contrastate. Sul declinare di quel periodo di congiuntura la situazione esterna fornirà il pretesto alla mobilitazione del patriottismo offeso: e si sentirà parlare allora di 'assedio economico', di congiura delle Nazioni ricche contro la grande proletaria, di Impero che attende di essere fecondato, e soprattutto della sicurezza e dell'indipendenza economica da conseguire per sempre, contro ogni minaccia vicina e lontana. Il nuovo mito dell'autarchia nasconde per un momento le crepe di un sistema assurdo, e chiama a raccolta le forze superstiti di un Paese che s'avvia del tutto impreparato ai duri cimenti della guerra. Quanto una simile temperia politica e sociale dovesse condizionare la vicenda particolare dell'industria, in quale direzione le forze del capitale e dell'iniziativa privata potessero cercare le loro aperture non è difficile intendere. Il fascismo era salito al potere con l'aiuto degli alti ceti economici, ne aveva assecondato le molte aspettative e speranze. Se sulle prime, nel periodo liberaleggiante di De Stefani, il governo offrì all'industria aiuti e incoraggiamenti soprattutto indiretti e di ordine sociale (sgravi fiscali, libertà di movimento, ecc. ), più tardi, quando la velleità di liberismo venne accantonata, la collusione fra forze politiche e forze industriali si fece molto piu stretta. Il governo poté illudersi allora di mettere sotto controllo l'industria, in realtà l'industria attraverso il governo badò soprattutto alla difesa delle proprie posizioni. Questo processo graduale di reciproco interferimento, e l'attribuzione all'economia di finalità pubbliche - anche assai prima che le nuove guerre la mobilitassero globalmente - doveva condurre a una differenziazione delle varie forze industriali nei loro rapporti con l'autorità pubblica".
I dati statistici relativi agli indici della produzione industriale nel periodo 1930-35, sottolineano che la differenziazione cui fa riferimento Caizzi non si limitò soltanto al rapporto fra forze industriali e autorità pubblica, ma si manifestò in tutta la sua ampiezza anche per quanto riguardava l'andamento economico dei vari settori, ancora prima delle singole aziende, e questo vale ancora di più per il settore cartario. Analizzando i dati, infatti, emerge un elemento molto significativo. L'industria cartaria, rispetto ad altre, fu quella che meno subì i contraccolpi provocati dalla crisi del 1929: nel 1931, infatti, l'indice generale della produzione industriale in Italia era di 77,6 punti contro i 92,4 punti del settore cartario, che registrava quindi una flessione inferiore di venti punti rispetto alla media generale.
La stessa ripresa assunse valori marcati, con un'evoluzione più rapida rispetto alla media, tanto che, nel 1935, il settore cartario registrò in assoluto il maggior tasso di crescita, raggiungendo i 137 punti rispetto agli 89 della media generale. Nell'arco di cinque anni, dunque, il tasso di crescita del settore cartario era pressoché raddoppiato rispetto agli altri settori industriali.
Senza dubbio, anche la Cartiera di Serravalle fu influenzata da questi favorevoli fattori esterni. Il grande vigore che pervadeva il settore trascinò l'azienda su valori produttivi elevati ma, soprattutto, convinse la proprietà della bontà dell'investimento carta in quegli anni.
Fu sotto questa spinta che vennero decisi nuovi investimenti per migliorare gli impianti produttivi ed i servizi collaterali dell'azienda. Fra il 1932 e il 1936, furono installate cinque nuove macchine continue14. Nel 1935, nel reparto denominato in seguito "allestimento B" vennero installate tre calandre di costruzione (Fullner, Bruderhaus-Haubold, Kleinewefers), tre bobinatrici Goebel; nel 1938 fu installata una taglierina Suecker. Fin dal 1930, inoltre, nel reparto pasta legno erano stati installati due sfibratori Miag con capacità di 140 q./24h.
Le innovazioni non riguardarono soltanto i reparti specifici per la produzione della carta, nel 1937, infatti, venne installato un impianto per la produzione di vapore. Altre migliorie riguardarono la centrale idroelettrica di Quarona che fu dotata, nel 1931, di due turbine Francis Riva, di due alternatori e di due trasformatori Cge e, nel 1936, di altre tre turbine Francis Riva. La centrale termoelettrica venne dotata, nel 1933, di una turbina a contropressione.
Nel 1931, inoltre, furono impiantate cabine e reti di distribuzione per l'energia elettrica. La prima linea, con potenza di 25 kw, collegava Quarona a Serravalle e aveva la lunghezza di 11.036 metri. La seconda linea, con una potenza di 500 kw, costruita nel 1932, collegava Quarona a Roccapietra ed era stata ricavata dalla demolizione della vecchia linea, a 12 kw, che collegava Quarona a Serravalle. Alla cabina di trasformazione vennero installati due trasformatori Cge nel 1931 e tre trasformatori Brown-Boveri nel 1936.
Un'ulteriore considerazione va fatta a proposito del rapporto fra impianti e produzione. Osservando i dati del censimento del 1937 riguardanti le macchine continue in funzione negli stabilimenti cartari italiani è possibile notare come esse siano in totale 658 (di cui 287 in piano e 371 in tondo). Tale cifra si discosta di poco rispetto a quella fornita dal censimento del 1925 che aveva registrato 622 macchine continue. Questo dato, confermato anche dai valori presenti nello stabilimento di Serravalle, si spiega tenendo conto della notevole evoluzione tecnologica subita dalle macchine per la produzione della carta nei primi trent'anni del secolo, evoluzione che pose le aziende di fronte all'esigenza di rinnovare gli impianti. Il numero di macchine in funzione, perciò, mutò di poco, tuttavia, negli anni successivi, la produzione annua di carte e cartoni crebbe.
Nel periodo che andò dal 1926 al 1933, infatti, la produzione italiana si era attestata intorno ai tre milioni e mezzo di quintali annui, mentre, nel 1939, furono superati i cinque milioni di quintali, punto massimo della produzione, superato solo in seguito, nel 1950.
Osservando i dati relativi alla produzione annua della Cartiera di Serravalle, è possibile notare come ad un calo della produzione negli anni 1936-37, corrisponda un aumento notevole nel 1939, con una produzione annua di 219.072 quintali di carta, quota raggiunta in seguito solo dopo quindici anni, nel 1954. Ciò dimostra, inoltre, come, nel periodo delle due guerre mondiali, la Cartiera di Serravalle sia riuscita a mantenere e a superare gli incrementi registrati in campo nazionale, dimostrando un grado di sufficiente vitalità.
La situazione cambiò radicalmente dal 1940 in poi. Nel corso della seconda guerra mondiale, la fabbricazione di carta nello stabilimento diminuì costantemente passando da una produzione annua di 187.102 quintali nel 1940 a soli 33.741 quintali nel 1945.
Sebbene molti lavoratori (soprattutto quelli addetti alle macchine continue) fossero stati esonerati dal prestare servizio militare per consentire all'azienda di continuare la produzione, la fermata di molti impianti fino ad allora attivi fu inevitabile. Il calo di occupazione in quel periodo fu di oltre trecentocinquanta dipendenti; tra di essi, molti furono mobilitati civili, trasferiti nelle zone limitrofe al comune di Lenta e adibiti principalmente alla coltura del pioppo nelle proprietà della Cartiera. Numerose le mobilitate civili anche fra le donne, trasferite a Borgosesia ed impiegate negli stabilimenti Savigliano e Landa, nella produzione di forniture militari.
Nel primo dopoguerra, la ripresa fu lenta ma costante e nel 1949 la Cartiera era già ritornata ai livelli prebellici. In un articolo apparso sul "Corriere Valsesiano"15, Giuseppe Patellaro scriveva: "Nel 1947 la Cartiera Italiana di Serravalle ha in funzione undici macchine per la fabbricazione della carta. Inoltre un reparto che produce 100 mila quaderni al giorno e un laboratorio dove si confezionano circa 500.000 buste al giorno. Era da poco in funzione un enorme impianto per la fabbricazione della cellulosa di paglia che con i perfezionati macchinari tedeschi poteva produrre ogni giorno 120 quintali di cellulosa".

Il declino

In apparenza, quindi, la situazione pareva in continua evoluzione, nei fatti, però, la cartiera, nel 1950, non riuscì, per la prima volta, ad inserirsi negli spazi di mercato che si erano aperti grazie alla eccezionale domanda interna e internazionale registrata in quel periodo. Il 1950 fu quindi l'anno che segnò la fine della parabola ascendente, durata oltre trecentocinquanta anni, della storia della Cartiera: da quel momento i dirigenti che si avvicendarono alla guida dell'azienda non seppero imprimere gli stimoli necessari per riportare la Cartiera su un trend produttivo in grado di tenere il passo con le novità richieste dal mercato.
A nulla giovarono le continue modifiche, messe a punto, peraltro, su macchine ormai superate, con velocità e larghezza di tela assolutamente inferiori a quelle che venivano installate nelle aziende concorrenti. Anzi, l'aver tenuto in esercizio un numero così alto di macchine costrinse l'azienda a mantenere in produzione carte che il mercato richiedeva sempre meno.
Gli oltre duecento tipi di carta prodotti in quel periodo16, dunque, anziché recare giovamento all'equilibrio produttivo, finirono per diventare, nel lungo periodo, un handicap per l'economia generale dell'azienda, costretta a mantenere in funzione un elevato numero di impianti senza che questi potessero essere utilizzati a pieno regime per una produzione in grado di ammortizzarne i costi.
I nuovi tipi di carta richiesti dal mercato, infatti, richiedevano l'utilizzo di macchine con caratteristiche diverse dal punto di vista tecnico (più larghe e più veloci), per poter consentire la realizzazione della carta a costi veramente remunerativi. Le modifiche operate sulle vecchie macchine, al contrario, finirono per avere un costo assai più elevato di quanto non fosse stato preventivato e non rappresentarono che un palliativo in rapporto alle esigenze reali della produzione. La stessa installazione, nel 1951, della nuova macchina continua Black-Clawson, acquistata attraverso il piano Erp, non servì, da sola, a risolvere i problemi di cui si è detto, anche perché consentiva produzioni molto modeste rispetto alle macchine allora disponibili e utilizzate in altre aziende, tanto modeste che, a distanza di tre anni, fu necessario modificarla e potenziarla.
In tale periodo quindi, l'azienda parve non cogliere l'urgenza di una drastica innovazione sugli impianti di produzione e privilegiò piuttosto l'intervento sui servizi di fabbrica, attraverso il potenziamento del reparto pasta legno, l'allestimento dell'impianto di produzione vapore, il potenziamento della centrale termoelettrica, delle cabine e delle reti di distribuzione dell'energia elettrica e delle officine di manutenzione17. Nella maggioranza di questi reparti gli investimenti proseguirono fino agli inizi degli anni sessanta.
I nuovi impianti e l'aumento del costo della manodopera costrinsero inoltre l'azienda, anche se con molto ritardo, a razionalizzare maggiormente l'organizzazione del lavoro. I fabbricati edificati nel 1811 e nel 1873, infatti, obbligavano a produrre su tre piani diversi, con gravi problemi e scompensi nel trasporto in verticale delle varie lavorazioni.
L'assoluta mancanza di funzionalità dovuta alla disposizione dei fabbricati spinse la direzione, nel 1950, ad avviare i lavori per ristrutturare la maggior parte dello stabile, portando tutte le lavorazioni su un solo piano ed evitando qualsiasi trasferimento di produzione in altezza. I lavori durarono cinque anni; al termine, nel 1955, le macchine continue vennero fermate, risistemate e trasferite, in parte, dalla fabbrica inferiore a quella superiore.
L'inizio degli anni sessanta fu nuovamente caratterizzato da scelte che si rivelarono inopportune e, spesso, sbagliate. In fase di progettazione per l'installazione di una nuova macchina, sebbene il mercato fosse già chiaramente orientato verso una domanda sempre maggiore di carta patinata, l'allora amministratore delegato, fratello dei proprietari della cartiera di Coazze, optò per una macchina che produceva ancora carte naturali. La concorrenza interna alla famiglia Sertorio venne così evitata, ma pregiudicando alla Cartiera di Serravalle ogni possibilità di inserirsi negli anni seguenti su un mercato caratterizzato da una continua espansione.
La macchina continua installata nel 1963, aveva quindi caratteristiche completamente sbagliate rispetto alla richiesta di mercato e, per di più, era molto limitata nel formato e nella velocità. La diminuzione della richiesta di mercato per le carte sottili impegnava a mala pena la macchina continua impiantata nel 1951; la nuova macchina fu quindi adibita alla produzione di carta da stampa che, però, richiedeva soluzioni tecniche diverse da quelle per cui era stata costruita. Nel 1971, venne modificata per permettere produzioni giornaliere superiori (da 600 a 900 quintali) e consentire un utilizzo meno deficitario dell'impianto.
Come vedremo attraverso l'analisi dei bilanci, l'azienda pagò cari questi errori gestionali: i primi gravi contraccolpi si ebbero negli anni settanta, costringendo l'azienda a fermare ben cinque macchine continue, il reparto mezze paste e la cartotecnica. Questo fatto ebbe, naturalmente, gravi conseguenze per l'occupazione che si dimezzò nel volgere di dieci anni, passando dai 1.016 lavoratori occupati nel 1968 agli appena 541 dipendenti del 1978.

Mutamenti degli assetti societari della Cartiera di Serravalle

L'ingresso in azienda di nuovi soci, dopo la costituzione a Torino, nel 1873, della S. A. Cartiera Italiana, si ebbe nell'anno 1967. Il 9 ottobre 1967, infatti, la Cartiera Italiana spa. incorporò la Cartiera Subalpina Sertorio spa. di Coazze (To). La fusione fra i due stabilimenti avvenne con atto formale assunto dalle assemblee dei soci nel dicembre dello stesso anno; venne inoltre modificata la ragione sociale delle aziende, che da quel momento assunsero la denominazione di "Cartiere Italiana e Sertorio Riunite".
Questa operazione non comportò grandi mutamenti nell'assetto e nella conduzione della Cartiera: venne creata una direzione tecnica unica e vennero unificati i comparti amministrativi e delle sezioni acquisti e vendite dei due stabilimenti. Da quel momento, lo stabilimento di Coazze limitò la produzione alla sola carta patinata, lasciando alla Cartiera di Serravalle la fabbricazione di carte speciali e normali. Verso la fine del 1968, i risultati ottenuti con l'inserimento dello stabilimento di Coazze si rilevarono molto scarsi: la nuova società, infatti, non registrò miglioramenti sul piano tecnico operativo ed ancora meno su quello finanziario, tanto da costringere la direzione a ricercare nuovi soci. Fu così che, tra la fine del 1968 e l'inizio del 1969, vennero avviati i primi contatti con una società a partecipazione statale: la Società meridionale per l'elettricità (Sme).
La Sme operava in diversi settori merceologici, il più importante dei quali era quello agro-alimentare, che occupava oltre il 48,4 per cento della proprie attività; era inoltre impegnata per il 7 per cento nel settore della grande distribuzione, per il 3,7 per cento nel settore cartario, per l'8,7 per cento in altri settori e aveva una partecipazione di minoranza, pari al 32 per cento, rappresentato da quote dell'Italsider (21 per cento), della Sip (8 per cento) e della Cementir (2 per cento).
Si trattava, quindi, di una società molto complessa, con interessi molto articolati, ma anche molto scarsi nel settore cartario. Il 3,7 per cento registrato in questo settore era rappresentato sostanzialmente dalla Cedit-Cellulosa, che era proprietaria dello stabilimento di Chieti Scalo.
La scarsa attitudine di queste società nella direzione del settore cartario convinse i dirigenti della società a chiedere ulteriori collaborazioni, più specializzate, attraverso l'ingresso di una società canadese, la Domtar di Montreal.
Tale società operava soprattutto nel settore della produzione di cellulosa e carta e nei settori chimico e forestale. Accettò la proposta italiana probabilmente più per ragioni interne che spingevano verso l'allargamento del proprio mercato in Italia, che non per un vero interesse verso gli stabilimenti cartari italiani in questione.
Il ruolo della Domtar avrebbe dovuto peraltro essere essenzialmente di natura tecnica, come in effetti fu, anche se con scarsi risultati e discutibile successo. I tecnici canadesi cui era stata affidata la predisposizione di un piano di rilancio dello stabilimento, infatti, non ebbero l'intuizione e la volontà di impegnarsi concretamente per l'installazione di una linea continua che avrebbe permesso di superare l'handicap tecnologico di cui la Cartiera di Serravalle soffriva. Vennero così autorizzati soltanto interventi molto modesti per modificare macchine ormai superate e segnate dal tempo, oltre all'acquisto di una patinatrice, che avrebbe dovuto essere installata in coda ad una delle macchine continue.
Questi avvenimenti portarono, nell'ottobre 1972, alla fusione mediante incorporazione con la Cellulosa d'Italia spa (Celdit). Entrarono quindi a far parte del nuovo gruppo, denominato Cir (Cartiere Italiane Riunite), gli stabilimenti di Serravalle, Coazze, Chieti Scalo e Airola (Bn).
Attraverso queste operazioni, nel 1972, la Cir si collocò ai primi posti nella scala delle industrie italiane del settore; quello stesso anno, la direzione generale del gruppo, nonostante il parere contrario dei lavoratori e dei sindacati, fu spostata da Torino a Roma.
L'ingresso della Celdit e la trasformazione della società da privata a gruppo orbitante nella sfera delle Partecipazioni statali avrebbe dovuto condurre ad una maggiore disponibilità finanziaria e alla creazione di un pool di aziende in grado di presentarsi sul mercato con una forza penetrativa maggiore. Per la Cartiera di Serravalle, inoltre, la nuova società avrebbe dovuto impegnarsi nella installazione di una nuova linea continua in grado di portare lo stabilimento ad una produzione annua di carta pari a circa 100.000 tonnellate, quota giudicata ottimale per l'economia complessiva dello stabilimento.
La Sme disattese però completamente l'impegno assunto, non stanziò capitali per la nuova linea continua che avrebbe dovuto diventare operante negli anni 1976-77 e addirittura fermò, a partire dal 1971, cinque macchine continue, oltre al reparto cartotecnica e al reparto mezze paste. Il numero dei dipendenti passò così dalle 988 unità del 1971 alle 541 unità del 1978.
Il disastroso andamento finanziario registrato dalle aziende cartarie a Partecipazione statale convinse l'allora ministro delle Partecipazioni statali, Bisaglia, ad avviare un'operazione tesa a disfarsi dell'intero settore, attraverso una cessione, che parve quasi un regalo, a imprenditori privati.
Fu proprio in seguito a questo che, nel 1978, il gruppo cartario Cir (e quindi anche la Cartiera di Serravalle) fu ceduto a Fabbri.
In documenti dell'epoca, firmati dal ministro Bisaglia e dall'allora ministro dell'industria Nicolazzi, si sostiene come tale operazione fosse l'unica in grado di salvare dal tracollo economico la Cartiera, non soltanto salvaguardando i posti di lavoro, ma aprendo prospettive di "futuro sviluppo di posti di lavoro correlati al successo di nuove iniziative".
Vennero così avviati i contatti necessari per raggruppare le aziende della Cir e Crdm (Cartiere Riunite Donzelli e Meridionali) che, a detta degli stessi ministri, avevano accumulato negli anni 1973-77 perdite rispettivamente di 9 e 34 miliardi, facendo prevedere per il 1978 ulteriori perdite di 23 miliardi, raggiungendo insieme i 66 miliardi circa di passivo. Il 20 gennaio 1979, il ministro Bisaglia autorizzò la costituzione della società Finanziaria Cartiere Riunite spa, come base di partenza per la successiva regolarizzazione del passaggio al gruppo Fabbri-Bonelli.
In una lettera del 7 marzo 1979, di cui riportiamo i passi salienti, inviata dall'Efim (Ente partecipazioni e finanziamento industria manifatturiera) al ministro Bisaglia, sono illustrate le possibili condizioni per un accordo tra Mcs e Sme ed il gruppo Fabbri: "Si fa riferimento alla lettera di codesto Onorevole Ministero del 20 gennaio 1979 [...] con la quale è stata autorizzata la costituzione della società 'Finanziaria Cartiere Riunite spa' e la prosecuzione delle trattative con il gruppo Fabbri volto all'inserimento delle aziende Cir e Crdm nell'ambito di questo gruppo. A seguito di tale autorizzazione sono stati ripresi i contatti con il gruppo Fabbri per la conclusione delle trattative tenendo conto delle raccomandazioni di codesto Onorevole Ministero [...]. Su tali basi, il 22 febbraio 1979, è stato raggiunto un accordo tra la Mcs, la Sme e la Cargio spa, del gruppo Fabbri, di cui si riporta in seguito uno schema riassuntivo: la Sme e la Mcs costituiscono, nei limiti delle autorizzazioni già pervenute, una società finanziaria paritetica alla quale conferiscono tutte le azioni possedute rispettivamente in Cir e Crdm per il prezzo complessivo di lire 1 miliardo per Cir e di lire 2 miliardi per Crdm. La nuova società finanziaria avrà per denominazione Finanziaria Cartiere Riunite spa (Fcr), avrà sede sociale in Roma e capitale iniziale di lire 200 milioni, da elevare a 3 miliardi. Finché tale importo non sarà raggiunto, Sme e Mcs verseranno alla Fcr fondi in conto aumento capitale infruttifero e irrevocabile tali che, sommati al capitale, costituiscano comunque un importo di 3 miliardi. Contestualmente, Sme e Mcs vendono pariteticamente alla Soc. Cargio del gruppo Fabocart, il 51 per cento delle azioni della Fcr al prezzo, corrispondente al loro valore nominale, di lire 1.530 milioni. Il gruppo Fabocart si impegna ad acquistare al valore nominale da Sme e Mcs anche disgiuntamente, tra il 30 giugno e il 31 dicembre 1980, le restanti azioni della Fcr rimaste in proprietà di Sme e Mcs se queste dovessero determinarsi alla vendita [...]. Gli accordi sugli aspetti funzionali e gestionali del piano di risanamento da attuare per Cir e Crdm sono finalizzati al mantenimento dei livelli occupazionali di Cir e Crdm; la razionalizzazione e lo sviluppo delle attività produttive di tali aziende avverrà in coordinamento con il gruppo Fabocart attraverso una comune politica industriale che possa efficacemente contrastare gli elementi economici negativi che caratterizzano l'industria cartaria italiana. Il bilancio al 31 dicembre 1978 della Crdm chiuderà con una perdita contenuta in L/ miliardi 9 che sarà ripianata con utilizzo di riserve di L/ miliardi 1,6 e per la differenza di L/ miliardi 7,4 mediante svalutazione del capitale sociale da L/ miliardi 14,8 a L/ miliardi 7,4 e suo contestuale reintegro a carico Mcs. L'importo del reintegro suddetto sarà defalcato dal finanziamento speciale utilizzabile a copertura delle perdite originariamente previsto per L/ miliardi 14 e che resta fissato ora in L/ miliardi 6,6. A copertura delle eventuali perdite, sia della Cir che della Crdm nell'esercizio 1979 e/o nel primo semestre 1980, la Sme e la Mcs si impegnano a concedere remissioni di crediti nei limiti di finanziamenti speciali da erogarsi tramite Fcr a Cir e Crdm per l'importo rispettivamente di 8 e 6,6 miliardi (come sopra determinati), per un periodo di cinque anni e al tasso del 5 per cento annuo. Tali finanziamenti saranno concessi contestualmente al perfezionamento della cessione al gruppo Fabocart delle aziende Fcr [...]. Sme e Mcs si impegnano a rispondere, nei limiti dei rispettivi finanziamenti speciali e fino alla concorrenza di lire 4 miliardi, anche delle eventuali perdite generate rispettivamente da Crdm e da Cir, rilasciandosi però, con separato accordo, reciproca manleva affinché ciascuna parte sopporti gli oneri risalenti esclusivamente alla società apportata. I bilanci Cir e Crdm al 31 dicembre 1979 e la situazione contabile al 30 giugno 1980 dovranno essere redatti secondo principi di generale accettazione e mantenendo i criteri adottati negli ultimi bilanci ufficiali, purché compatibili con i suddetti principi di generale accettazione. Sme e Mcs danno garanzia sulla veridicità delle iscrizioni di debiti e di crediti e dell'insorgenza di oneri fiscali relativi agli esercizi fino al 31 dicembre 1978 [...]. Allegato alla presente si trasmette copia dell'accordo siglato il 22 febbraio 1979, del piano di risanamento delle aziende Cir e Crdm e di numero 4 lettere integrative delle clausole dell'accordo stesso".
Il 27 marzo 1979, il ministro Bisaglia rispose alla comunicazione autorizzando l'esecuzione dell'accordo, di cui a tutt'oggi, nonostante le pressanti sollecitazioni politiche, non è dato conoscere l'effettiva consistenza, in quanto le quattro lettere integrative dell'accordo, esplicitamente citate nella lettera dell'Efim, non sono mai state portate a conoscenza né delle organizzazioni sindacali, che pure ne fecero richiesta, né dei parlamentari che, a suo tempo, si interessarono del caso.
Nel maggio 1979, contemporaneamente all'acquisto delle azioni costituenti il 92,5 per cento del capitale sociale da parte della Fcr, iniziò progressivamente il trasferimento della struttura operativa della società da Roma a Cologno Monzese. Fabbri diventava così unico proprietario, con il socio Bonelli, della Cir, che entrava a far parte dell' "impero" Fabocart, più tardi denominato Cartoservice.
Nel febbraio 1982, "La voce dei lavoratori''18, organo della Camera del lavoro Valsesia, nei giorni della minacciata chiusura della Cartiera di Serravalle, scriveva: "All'atto del passaggio dei cinque stabilimenti Cir dalle Partecipazioni statali, Fabbri ha versato in due soluzioni, per l'intero pacchetto azionario, 3 miliardi e 6 miliardi per investimenti negli anni 1981-82. In cambio lo Stato ha garantito la copertura di tutti i debiti accumulati fino a tutto il 1980, ha versato a Fabbri 13 miliardi di buona uscita,7 miliardi sono entrati nelle casse della società per la vendita degli stabilimenti di Quarona e di Airola, 1 miliardo e 300 milioni realizzati nella vendita di immobili a Serravalle, 3 miliardi e mezzo realizzati con la vendita della sede di Torino, imprecisata la cifra realizzata per la vendita degli immobili di Chieti e per la sede di Roma. Quindi ad un realizzo stimato di 30 miliardi, Fabbri ne ha spesi 9. La gestione Cir nel 1982 ha avuto un passivo superiore a 21 miliardi? Queste ragioni, sommate alla convinzione che Serravalle può, con opportuni e non insostenibili interventi, essere competitiva sui mercati, ci spinge ad intraprendere una lotta a difesa della fabbrica e del posto di lavoro".

Gli anni della crisi attraverso i bilanci

Uno studio19 della Regione Piemonte sulle cause della crisi della Cartiera di Serravalle mette in luce attraverso la lettura dei bilanci pubblicati dalla Cir fra il 1960 e il 1978, l'evolversi della crisi, soprattutto finanziaria, che investì lo stabilimento.
La ricerca prende in considerazione i tre periodi temporali che coincisero con le fusioni finanziarie di cui si è detto: il primo periodo va dal 1960 al 1966 (chiude l'assorbimento della Cartiera Subalpina Sertorio spa), il secondo periodo va dal 1967 al 1971 (ingresso della Sme nella conduzione dello stabilimento), il terzo periodo va dal 1972 al 1978 (anno in cui maturò l'operazione di cessione dello stabilimento a Fabbri).
Prendendo in considerazione i singoli esercizi finanziari del primo periodo si nota come, in sette anni di attività, sei esercizi finanziari si siano chiusi in attivo e uno in passivo, con un deficit totale di 1.201 milioni di lire. Nel secondo periodo, in cinque anni di attività, quattro esercizi si chiusero in attivo e uno in passivo, con un deficit totale di 1.058 milioni di lire. Nel terzo periodo, in sette anni di attività, due esercizi si chiusero in attivo e ben cinque in passivo, con un deficit totale di 14.568 milioni di lire. I dati consentono quindi di rilevare un andamento finanziario e, conseguentemente, produttivo, in progressivo peggioramento.
Tale andamento è imputabile al peggioramento del mercato su cui la Cir era venuta a collocarsi o, al contrario, ciò era dipeso da fattori riguardanti esclusivamente l'azienda? Partendo da questo interrogativo, lo studio prosegue con una articolata e documentata risposta, che consente una definizione tanto precisa quanto sconcertante della vicenda Cir.
Nel dare una risposta all'interrogativo di cui si è detto, il dossier procede ponendo a confronto il consumo pro-capite di carta in Italia ed il fatturato globale delle aziende cartarie dal 1972 al 1976, allo scopo di verificare come la Cir si collocasse nei due contesti.
I dati relativi al consumo di carta pro-capite in Italia20 (in valore percentuale rispetto al periodo 1960-66) consentono di rilevare, rispetto al periodo base, un incremento del 23,76 per cento nel periodo 1967-71 e un incremento del 22,26 per cento nel periodo 1972-78. Il mercato dunque, "sia pure con alti e bassi, è stato globalmente in espansione - rileva lo studio - e dovrebbe aver fornito l'opportunità all'azienda per migliorare la sua posizione. Qualcuno potrebbe obiettare che l'aumento del mercato è stato coperto da importazioni. Esaminiamo allora il fatturato globale del settore ed i relativi incrementi per gli ultimi cinque anni e confrontiamoli con quello della Cir"21.
Osservando, infatti, gli incrementi di fatturato delle principali aziende cartarie22 (in valore percentuale) è possibile rilevare che nel 1972, la percentuale di incremento per le principali aziende cartarie è di +19,46, l'incremento Cir è di +10,75, con una differenza in negativo per l'azienda di 8,71. Nel 1973, il rapporto è di +31,64 per le altre aziende contro il +28,57 per la Cir con una differenza di 3,07. Negli anni successivi, secondo l'ordine indicato, i dati risultano i seguenti: 1974: +60,70; +53,33; -7,37. 1975: -3,25; -10,14; -6,89. 1976: +42; +45,16; +3,16. 1977: +12,04; +0,59; -11,45.
In sostanza, dunque, "gli incrementi del fatturato Cir sono sempre stati inferiori (ad eccezione del 1976) a quelli del mercato: la risultante è che la Cir è regredita mediamente ogni anno del 5,72 per cento rispetto all'incremento delle altre imprese"23.
Un secondo problema affrontato dall'indagine, "strettamente connesso al precedente, è l'assoluta carenza degli investimenti della Sme nella Cir, il che provoca due gravi conseguenze negative: la Cir non si rinnova come dovrebbe; la Cir dispone di una esigua massa liquida ed è quindi costretta a forti indebitamenti bancari, nonché a sopportare di conseguenza pesanti interessi passivi"24.
Riguardo al problema degli investimenti, la dimostrazione di come Sme non solo non investa, ma addirittura diminuisca la liquidità della Cir, avviene attraverso due analisi, riguardanti rispettivamente il rapporto annuo fra investimenti e ammortamenti, in base al principio secondo cui un'impresa dovrebbe reinvestire per il rinnovo degli impianti almeno quanto ammortizza, e le modalità con cui sono state colmate le perdite di bilancio.
I dati forniti dal dossier25 consentono di collegare l'indice26 di rapporto fra investimenti e ammortamenti alla Cir (in milioni). Nel periodo 1961-66, ad una quota di ammortamento di 4.194 corrisponde una quota di investimento di 7.065, con un indice pari al 1,6855; nel periodo 1967-71, la quota di ammortamento è di 5.010, quella di investimento è di 5.042, con un indice pari al 1,0063; nel periodo 1972-78, la quota di ammortamento è di 21.902, quella di investimento 14.742, con un indice pari a 0,6730.
"Risulta chiaramente - si osserva nell'indagine - che la Cir investe negli ultimi anni sempre meno di quanto ammortizza e quindi provoca l'obsolescenza degli impianti e una ridotta capacità di rispondere agli stimoli del mercato e della concorrenza. Va anche notato che nei periodi in cui l'indice degli investimenti diviso ammortamenti superata l'unità, gli ammortamenti erano singolarmente bassi, mentre appaiono più adeguati negli ultimi sei anni27. Va comunque rilevato che negli ultimi sette anni (1972-78), non sono stati investiti 7.160 milioni che, a rigore avrebbero dovuto essere reimpegnati nell'azienda per azioni di ammodernamento e di adeguamento tecnologico [...]. In altri termini, dal 1972 ad oggi la Sme non ha investito denaro togliendo di contro 1.400 milioni. Tale dividendo relativo al 1974 dà adito a qualche dubbio. In quel bilancio, infatti, appaiono costi capitalizzati per 3 miliardi che paiono decisamente esagerati se si considera lo stesso dato in tutti gli altri bilanci del periodo [...]. Riassumendo: la Cir in passato ha perso man mano quote di mercato, su cui il capitale non ha investito ed è stata progressivamente soffocata dagli oneri finanziari"28.

L'organizzazione dei lavoratori in lotta

Vi sono alcune costanti nella lotta che i lavoratori della Cartiera hanno dovuto sostenere per il miglioramento delle condizioni economiche e di vita, la difesa del proprio posto di lavoro contro le rappresaglie e i licenziamenti, a partire dal 1900 ad oggi. Non potendoli citare tutti li descriviamo attraverso alcuni fatti fra i più significativi.

Il primo dopoguerra

Col finire della prima guerra mondiale, tutti i problemi sociali che erano stati repressi negli anni precedenti vennero immancabilmente al pettine.
L'aumento non adeguato delle retribuzioni rispetto al costo della vita, la ventata di maggiore libertà che caratterizzò il periodo successivo alla conclusione del conflitto portarono le maestranze ad avanzare nuove rivendicazioni per l'adeguamento dei salari ed il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita in fabbrica.
La situazione era particolarmente tesa alla Cartiera di Serravalle, a causa della posizione di netta chiusura tenuta dai padroni fino a quel momento, appoggiati peraltro dalla locale Associazione industriali Valsesia, presieduta dall'avvocato Frola.
L'avvocato Bonelli, allora gerente della Cartiera, rifutò per mesi qualsiasi richiesta di miglioramento delle condizioni economiche dei lavoratori e, come scrisse il giornale "Rassegna sindacale"29: "Non esisteva un patto di lavoro completo e organico dal 1921 per cui il gerente ha sempre fatto i suoi comodi non pagando gli straordinari, tagliando i cottimi...".
Questo stato di tensione provocò uno sciopero generale. Gli operai della Cartiera scesero in sciopero il 19 maggio 1925, con la solidarietà di capi, assistenti ed impiegati. Ciò assunse un significato particolare se si tiene presente che, nei mesi precedenti, moltissime aziende del settore laniero e metallurgico avevano già concesso aumenti intorno alle 3,80 lire al giorno.
I cartai di Serravalle, infatti, avevano veri e propri salari da fame che oscillavano dalle 5 alle 7,5 lire giornaliere, in conseguenza della decisione che, a partire dal 1922 al 1924, aveva bloccato qualsiasi aumento salariale, concedendo soltanto 5 lire di aumento al mese per cinque mesi all'anno (quelli invernali), come contributo al "caro legna".
La fabbrica rimase ferma per dieci giorni e Bonelli minacciò ed attuò rappresaglie nei confronti dei lavoratori. La questione fu discussa dapprima a Roma, dove ci fu un primo incontro con la presenza della Confederazione generale dell'industria, successivamente venne fissato, per la risoluzione della vertenza, un incontro a Torino il 29 maggio 1925, che condusse ad una prima intesa così strutturata: revisione in aumento delle paghe con effetto dal 1 giugno (dalle 60-90 lire per quindicina si passò a 125 lire con un aumento notevole soprattutto per le donne, oltre ad un 15 per cento in più per le lavoratrici cottimiste); pagamento della "settimana di gratificazione'' per il 1924; corresponsione di tutti gli straordinari feriali, festivi e notturni; inizio della discussione per un nuovo patto di lavoro completo; sospensione di qualsiasi rappresaglia nei confronti degli operai. L'indennità di carovita sarebbe stata definita in un secondo tempo, in quanto alla richiesta di 3 lire giornaliere arretrate da marzo l'azienda aveva offerto 1 lira di aumento al giorno a partire dal 1 aprile.
Il risultato fu tanto più importante perché conseguito in un periodo in cui l'intimidazione era (e lo sarebbe stata per molto tempo ancora) l'arma usata dai padroni attraverso il nascente partito fascista.

La nascita delle commissioni interne e il secondo dopoguerra

Il 2 settembre 1943, a Roma, presso il Ministero dell'industria si concludevano le trattative fra la Confederazione degli industriali e la Confederazione italiana dei lavoratori dell'industria30, al fine di "provvedere al riordinamento dei criteri che presiedono alla scelta ed alle funzioni dei lavoratori rivestiti di cariche sindacali".
Nel testo dell'accordo, fra l'altro, si legge: "Nelle imprese industriali inquadrate sindacalmente sono istituite le commissioni interne: a) per gli impiegati, quando esse abbiano alle proprie dipendenze almeno 20 impiegati, escluso il personale avente qualifica dirigente; b) per gli operai, quando esse abbiano alle proprie dipendenze almeno 20 operai. Se il numero dei prestatori di lavoro anzidetti è inferiore a quello suindicato, in luogo della commissione interna viene nominato un fiduciario d'impresa. Non si fa luogo alla nomina del fiduciario quando il numero dei prestatori d'opera non è superiore a cinque. La commissione è composta da tre membri quando i prestatori di lavoro, escluso il personale dirigente, sono in numero non superiore a 100; di sei membri se superiore a 100 ma non a 1.500; di nove membri se il numero è superiore a 1.500. Se l'impresa esercisce più stabilimenti, o è comunque costituita da più sedi, filiali o uffici, la commissione è nominata per ogni stabilimento, sede, filiale o ufficio, sempreché in ciascuno di essi siano impiegati almeno venti prestatori di lavoro della categoria cui la commissione si riferisce".
In riferimento ai compiti della commissione interna, l'accordo così si esprime: "Alle commissioni interne sono attribuiti i seguenti compiti che esse debbono svolgere, ispirandosi all'intento di assicurare normali e pacifici rapporti tra le imprese ed i loro dipendenti: a) mantenere il collegamento tra gli organi direttivi dell'Associazione sindacale dei lavoratori ed i dipendenti dell'impresa; b) accertarsi, attraverso le segnalazioni dei lavoratori, della esatta applicazione dei contratti collettivi di lavoro e dei regolamenti interni al fine del tentativo di conciliazione di cui alle lettere c e d, o dell'opportuna segnalazione alle competenti associazioni sindacali, c) tentare la conciliazione delle controversie individuali senza pregiudizio del tentativo di conciliazione spettante per legge alla Associazione sindacale; d) svolgere, previa autorizzazione della locale Associazione sindacale dei lavoratori, le trattative per la stipulazione dei contratti collettivi di lavoro e per la conciliazione delle controversie collettive di lavoro interessanti esclusivamente l'impresa ed il personale dipendente, nei confronti dell'Associazione sindacale dei datori di lavoro e dell'impresa da essa autorizzata; e) esprimere il parere sui regolamenti interni di azienda e di fabbrica; f) esprimere, su richiesta della locale Associazione sindacale dei lavoratori, il parere in merito alla stipulazione di contratti collettivi interessanti tutta la categoria e partecipare, eventualmente, attraverso propri rappresentanti alle trattative per la stipulazione dei contratti stessi o per la conciliazione di controversie collettive; g) formulare proposte sui sistemi di lavoro e sui procedimenti di fabbrica raccogliendo, esaminando, ed eventualmente, trasmettendo alla direzione dell'impresa le proposte e i suggerimenti dei lavoratori sui possibili perfezionamenti dei metodi di lavorazione; h) partecipare attraverso propri rappresentanti, alla amministrazione delle istituzioni aziendali di carattere sociale ed assistenziale, alimentate anche in parte dai contributi dei lavoratori, e formulare proposte per il perfezionamento dell'istruzione professionale, dell'assistenza sociale a favore delle maestranze dell'impresa e per il miglioramento delle condizioni di lavoro; i) esercitare, a mezzo dei loro rappresentanti, la vigilanza sul servizio delle mense aziendali che non abbiano carattere gratuito per i lavoratori".
Il precipitare degli eventi e le nuove, tragiche condizioni venutesi a creare nel periodo immediatamente successivo alla stipulazione dell'accordo con la firma dell'armistizio e l'occupazione da parte delle truppe naziste inficiarono pesantemente la costituzione delle commissioni interne, spostando avanti nel tempo la loro realizzazione.
Questo vale anche per la Cartiera di Serravalle, dove la prima commissione interna venne eletta nel 1945. Tale commissione aveva il mandato di restare in carica un anno; nel primo periodo fu affiancata dal Comitato di liberazione nazionale, il quale era "preposto all'esame dei problemi riguardanti la situazione delle maestranze e dei quadri impiegatizi, in considerazione delle particolari condizioni in cui venne a trovarsi l'azienda nei confronti dei lavoratori staccati e mobilitati al servizio di lavoro coatto", che corrispondeva, in sostanza, alla richiesta, avanzata nei confronti dell'azienda, di licenziare i lavoratori che avevano raggiunto l'età pensionabile, sostituendoli con lavoratori che erano stati mobilitati civili nel periodo di guerra.
Lo stesso sindaco di Serravalle subito dopo la Liberazione, Francesco Ferrara, aveva incaricato alcuni membri del Cln di interessarsi e di entrare a far parte della commissione interna31. Essi rivendicarono e ottennero dall'azienda alcune importanti conquiste come l'abolizione del lavoro domenicale e festivo, l'indennità per lavori particolarmente disagiati per i facchini e i lavoratori della pasta legno.
Il ritorno al lavoro degli internati, dei partigiani combattenti, dei mobilitati civili fu una delle ragioni di confronto che maggiormente impegnarono le commissini interne tanto che, nel giugno 1947, venne sottoposta alla direzione aziendale una piattaforma articolata in sette punti che riguardava, appunto, l'assunzione di giovani e donne mobilitati al servizio del lavoro, la revoca dei licenziamenti operati dalla Cartiera durante la guerra, premio per anzianità di servizio, incremento delle coltivazioni di patate e cereali nella tenuta della Cartiera per far fronte alle necessità dei lavoratori.
Vennero dichiarate agitazioni a sostegno di queste rivendicazioni e "contro la tracotanza dei datori di lavoro"32, che non solo negarono qualsiasi richiesta ma risposero con rappresaglie nei confronti dei lavoratori in sciopero. La commissione interna, allora, tentò di fare allargare tali rivendicazioni ad altre aziende della zona e della provincia. La grave crisi che, però, imperversava nelle aziende degli altri settori, fu la ragione principale che impedì il generalizzarsi delle rivendicazioni.
L'isolamento dei lavoratori della Cartiera costrinse la commissione interna, il 12 dicembre 1947, a sospendere le agitazioni in corso, denunciando contemporaneamente gravi preoccupazioni per non essere riusciti a sconfiggere l'azienda su principi tanto importanti per la classe lavoratrice. Non si trattava di preoccupazioni politiche tese a giustificare la conclusione negativa della vertenza, si trattava piuttosto dell'intuizione di ciò che sarebbe successo di lì a pochi mesi quando la Cartiera comunicò senza mezzi termini alla commissione interna33 l'intenzione di procedere al licenziamento in blocco di trecento operai.
La risposta fu immediata, i lavoratori sospesero ogni attività il 18 giugno 1948. Lo sciopero fu duro e difficile, la tensione arrivò ben presto a livelli critici, anche perché una sessantina (soprattutto impiegati e dirigenti) su 1.647 lavoratori fecero opera di crumiraggio. L'azienda richiese l'intervento delle forze dell'ordine per garantire il loro accesso in fabbrica.
Col passare dei giorni la situazione di molti lavoratori, già precaria dato il periodo in cui si svolgeva la lotta, divenne sempre più drammatica, perché il protrarsi della lotta faceva mancare i sostentamenti necessari per il mantenimento della propria famiglia. La solidarietà dei lavoratori, non soltanto di quelli dei comuni vicini ma anche del Biellese, del Vercellese e, addirittura, di quelli dell'Emilia-Romagna consentì però agli operai della Cartiera di resistere.
L'onorevole Francesco Moranino (Gemisto) intervenne fin dal primo giorno di lotta a fianco dei lavoratori e la sua opera di coordinamento dell'agitazione e di mediazione fra scioperanti e forze dell'ordine fu l'elemento che consentì alla lotta di proseguire senza incidenti. Anche l'onorevole Giulio Pastore, allora segretario nazionale della Cisl, intervenne nella vertenza, ma la sua presenza a Serravalle, insieme a dirigenti nazionali della Cgil non bastò a far recedere l'azienda dalle proprie posizioni.
I dirigenti sindacali nazionali, allora, chiesero l'intervento del ministero dell'Industria e le parti furono convocate a Roma il 16 luglio 1948. L'incontro venne presieduto dal sottosegretario al ministero dell'Industria, onorevole Giorgio La Pira, il quale ordinò in modo perentorio all'azienda di riassumere i lavoratori licenziati. Questo energico intervento, aggiunto al fatto che la Cartiera era fornitrice di ingenti quantitativi di carta allo Stato, convinse la direzione aziendale ad accettare.
Il rientro da Roma a Serravalle, racconta Pietro Gerla, uno dei protagonisti di quella lotta, avvenne in un clima festoso ed il giorno dopo gli impianti vennero avviati senza che nessuno dei lavoratori rimanesse fuori dai cancelli.

Gli anni cinquanta e la crisi

Gli anni che seguirono tale importante conquista, però, furono costantemente caratterizzati da pressioni e da richieste di riduzione del personale da parte dell'azienda; nei vari reparti, inoltre, il lavoro si faceva sempre più precario proprio a causa della politica di sfruttamento della manodopera attuata dalla Cartiera.
Fu così che, nel 1951, gli operai del settore pasta legno denunciarono la carenza di personale e chiesero nuove assunzioni, anche per aumentare la produzione di materie prime. Lo stesso fecero in seguito i lavoratori di altri reparti. L'azienda, al contrario, irremovibile, nel 1953 richiese nuove riduzioni di personale attraverso l'applicazione dell'accordo interconfederale.
La polemica tra le varie componenti sindacali si fece stringente: i componenti della Cgil chiesero ai lavoratori risposte di lotta immediata, mentre la Cisl assunse atteggiamenti dilatori per trovare "una eventuale soluzione nelle vertenze in sede di discussione"34. Soltanto più tardi, in occasione di agitazioni dichiarate in campo nazionale per il "conglobamento degli elementi costituenti la paga e per perequazione salariale dei lavoratori fra le diverse province", la commissione interna associò a questo uno sciopero interno affinché venissero sospesi i licenziamenti in corso e venissero ritirati quelli già operati35.
Nel febbraio 1955 l'azienda licenziò per rappresaglia il rappresentante Cgil in seno alla commissione interna, Pietro Gerla. I lavoratori, per costringere l'azienda a riassumere il dirigente sindacale, decisero uno sciopero che durò sette giorni. La vertenza venne composta con l'intervento dell'Ufficio del lavoro.
Questo stato di tensione e di intimidazione caratterizzò l'azienda per anni; il rapporto con la direzione aziendale, fra i lavoratori stessi e fra le varie componenti sindacali fu caratterizzato, per molto tempo, da incomprensioni, diffidenze e timori per il futuro. La situazione non impedì però ai lavoratori della Cartiera di lottare con le commissioni interne a fianco delle altre fabbriche del settore per sostenere i contratti di lavoro e le rivendicazioni di fabbrica che, in quel periodo e fino agli anni sessanta, contribuirono a migliorare notevolmente le condizioni sociali e di vita della classe lavoratrice.
Gli anni settanta fecero segnare una delle più importanti stagioni della storia sindacale. Con la costituzione dei consigli di fabbrica il sindacato tornò a lottare unito. Anche per la Cartiera di Serravalle fu la stagione delle grandi conquiste, ma la preoccupazione per le sorti dello stabilimento costituì il filo conduttore delle iniziative politiche e delle lotte organizzate dal sindacato e sostenute dai lavoratori.
Il consiglio di fabbrica, all'interno della Cartiera nacque ufficialmente in seguito all'accordo, siglato a Borgosesia il 9 maggio 1972, fra la direzione delle Cartiere Italiana e Sertorio Riunite spa e Comitato provinciale della Federazione nazionale lavoratori poligrafici e cartai (Cgil), Unione provinciale della Federazione italiana lavoratori del libro (Cisl), Sindacato provinciale della Federazione italiana lavoratori arte grafica e cartaria (Uil), di cui riportiamo il testo: "Premesso che le dette organizzazioni dichiarano decaduta la commissione interna; che riconoscono: nel consiglio di fabbrica, l'organismo nei cui componenti si identificano unitariamente i dirigenti delle rappresentanze sindacali aziendali ai sensi dell'art. 23 della Legge 20-5-1970, n. 300; nell'esecutivo di detto consiglio, l'organo tecnico delegato a tenere i rapporti con la direzione aziendale;
Si conviene:
Il numero dei componenti del consiglio di fabbrica è fissato ai sensi dell'art. 23 della Legge 20-5-1970, n. 300, integrato da altri 6 elementi36;
Il numero dei componenti l'esecutivo è fissato in due rappresentanti per ciascuna delle organizzazioni sindacali stipulanti presente accordo, eletti dal consiglio tra i suoi componenti;
Agli effetti dei permessi retribuiti, vengono assegnate ai componenti il consiglio n. 1500 ore annue. Per eventuali esigenze relative a particolari problemi di reparto, la ditta mette a disposizione n. 55 ore annue complessive da assegnarsi di volta in volta ad eventuali esperti (dipendenti dell'azienda) indicati dal consiglio;
Agli effetti della tutela sindacale ai sensi della Legge già citata, i nominativi dei componenti il consiglio di fabbrica e dei componenti l'esecutivo, saranno notificati all'azienda dalle rispettive organizzazioni sindacali tramite l'Associazione industriali Valsesia.
Tutto quanto precede è stato regolamentato in conseguenza della dichiarazione di avvenuta decadenza della commissione interna che, ove dovesse essere rieletta, i suoi componenti rientrano in quelli del Consiglio di fabbrica ai sensi del punto 1, in sostituzione cioè di altri nominativi''37.
Il consiglio di fabbrica appena eletto si impegnò a fondo su talune questioni su cui il movimento sindacale era attestato in quegli anni. Vennero discussi e ridefiniti i livelli di inquadramento salariale di tutti i lavoratori della Cartiera attraverso la "classificazione unica", vi fu un impegno molto attivo per ciò che concerneva l'ambiente e la salute in fabbrica dei lavoratori ma, soprattutto vi fu sempre la consapevolezza di dover lottare per evitare il precipitare della situazione produttiva nello stabilimento contro una direzione generale che appariva sovente "disinteressata".
Nel 1974 venne raggiunto un accordo con l'azienda, non senza contrasti fra i lavoratori per l'introduzione del "ciclo continuo"38; i lavoratori accettarono di lavorare il sabato, la domenica e di usufruire di riposi compensativi negli altri giorni della settimana. La maturità dimostrata in quel frangente dal sindacato e dai lavoratori nel perseguire una soluzione che avrebbe consentito un maggior utilizzo degli impianti, dando una boccata di ossigeno ad una azienda che peggiorava di giorno in giorno la sua posizione sui mercati, è veramente degna di nota, soprattutto se si considera che, tre anni dopo, il consiglio di fabbrica, dopo aver sentito i lavoratori in assemblea e preoccupato della mancata installazione delle macchine continue, insieme ad altri impegni che la Cartiera aveva assunto per migliorare le condizioni degli impianti produttivi, dovette ricorrere allo sciopero per costringere la Cartiera a mantenere i propri impegni.
Era il maggio 1977. Lo sciopero durò otto giorni consecutivi e si concluse con l'impegno dell'azienda a presentare piani particolareggiati sugli investimenti che avrebbero dovuto essere effettuati nel gruppo Cir, ed in modo particolare a Serravalle, si concordò inoltre l'assunzione di dieci lavoratori per consentire i riposi compensativi ai lavoratori turnisti.
Due giorni dopo, il 27 maggio, si diede vita a Serravalle ad un comitato per la difesa dell'occupazione: vi prendevano parte Cgil-Cisl e Uil, il consiglio di fabbrica, i partiti, gli amministratori comunali. Questo comitato promosse nei mesi e negli anni successivi, in sintonia col sindacato, iniziative politiche nei confronti di uomini politici, governo, amministratori locali per costringere l'azienda ad assumere e a concretizzare gli impegni necessari al rilancio produttivo della Cartiera.
L'inefficienza, l'incompetenza dimostrata dagli imprenditori nella gestione della Cartiera in questi ultimi anni, unitamente alla grave crisi del settore, è stata la causa principale che ha portato lo stabilimento al tracollo finanziario e produttivo. L'11 febbraio 1982 sarà probabilmente ricordato come la giornata più triste della storia della Cartiera: la direzione generale del gruppo, infatti, si presentò ad una trattativa con il sindacato annunciando la chiusura della Cartiera e il licenziarnento di tutti i dipendenti.
I lavoratori di Serravalle, ancora una volta, scesero in lotta per impedire la chiusura della Cartiera e per difendere il posto di lavoro. La fabbrica venne occupata dagli operai, che presidiarono ostinatamente lo stabilimento giorno e notte per oltre due anni, rispettando i turni come se entrassero per produrre carta.
La volontà dei lavoratori è stata premiata: lo stabilimento è stato riavviato. Questa è cronaca dei giorni nostri, una cronaca che dovrà essere raccontata dai protagonisti perché la ricchezza di insegnamenti che questa tenace lotta racchiude in sé, travalica i confini della Valsesia ed entra nella storia del movimento dei lavoratori italiani.


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