Massimiliano Tenconi - Alberto Magnani

La brigata "Ticino"
Un pugno di partigiani tra Lombardia e Valsesia



Le formazioni di pianura, nel loro sforzo di mimetizzarsi e passare inosservate, spesso sono riuscite a sfuggire persino alle più attente ricerche degli storici. Poco o nulla si sapeva della brigata "Ticino", piccolo gruppo che si annidava tra le risaie piemontesi, pur dipendendo dalla rete delle brigate "Garibaldi" dell'ovest di Milano1. Una recente ricerca, di cui si offrono i primi risultati, ha finalmente permesso di sottrarla all'oblio cui pareva condannata e di precisare il suo ruolo di ponte tra la pianura lombarda e i partigiani di Moscatelli in Valsesia.

"Il Pesgu mi ha mandato giù"

La brigata "Ticino" nacque da un sogno impossibile: fare la guerriglia in pianura, a pochi chilometri da Milano. Le sue origini si collocano nel settembre del 1943, quando il nucleo degli antifascisti di Magenta, capeggiato da Anselmo Arioli, si attivò come focolaio di resistenza. Oltre a dare vita al locale Cln, il gruppo promosse la costituzione di una formazione armata, che si installò nei boschi della Fagiana, sulla riva lombarda del Ticino2. Arioli, operaio a Niguarda, era in contatto con Cesare Roda e con i primi militanti dei Gap, con i quali organizzò un trasporto d'armi da Milano a Magenta3. Altre armi furono recuperate tra quelle disseminate dai militari sbandati dopo l'8 settembre.
Negli ultimi mesi del 1943 la base nel bosco fu raggiunta da renitenti ai bandi di arruolamento della Repubblica sociale e, pare, da ex prigionieri di guerra alleati. Vi si recavano anche contadini e semplici curiosi, che volevano vedere i partigiani. Piero Francini, dirigente del Pci clandestino, fu pure accompagnato sul posto. "Ma qui un giorno vi portano via tutti", esclamò, forte della sua ventennale esperienza di militante clandestino, "non si può tenere nascosta una cosa di questo genere!". Il gruppo era comandato da Mario Terrazzi, "uno difficile da controllare", ricorda Francini, e resistette sino all'inizio del 19444. Ai primi di gennaio un gruppo di partigiani armati si fece vedere per le vie di Boffalora. La reazione scattò immediata: militi fascisti e soldati tedeschi rastrellarono i boschi, dispersero la formazione e operarono qualche arresto.
Verosimilmente, alcuni superstiti attraversarono il Ticino e si portarono sulla sponda piemontese, nel territorio di Cerano. Tra le risaie e le macchie boscose lungo il fiume si aggiravano renitenti, provenienti anche dal territorio di Vigevano, soldati sbandati di origine meridionale, soprattutto siciliani, che, dopo l'8 settembre, erano rimasti tagliati fuori dalla loro terra, e qualche antifascista. Nel febbraio del 1944 si era formato un nuovo gruppo, ancora indeciso se rimanere sul posto o prendere la via dei monti. Lo sbocco naturale era la Valsesia.
Gino Zimonti, all'epoca giovane partigiano di Vigevano, ricorda che a Romagnano Sesia si poteva arrivare "percorrendo strade secondarie, poco soggette a controlli della Gnr o dei tedeschi, evitando pure l'attraversamento di centri abitati importanti", senza contare che, sul piano psicologico, il poter disporre di una via di fuga nella neutrale Svizzera assicurava "una maggiore tranquillità"5.
In febbraio il gruppo sottrasse armi dalla caserma della finanza di Cerano, ma, in uno scontro successivo, a Gravellona Lomellina, fu costretto a ripiegare. L'insuccesso incoraggiò i progetti di passare in montagna. Interessante, in tal senso, la testimonianza di Gino Quaglia, in quei mesi partigiano appena diciassettenne: "Allora sono andato su a Serravalle Sesia - racconta - lì c'era un mio zio, capocantiere dove facevano la carta. Mi ha fatto conoscere il Pesgu, dei partigiani di lì6".
Il "Pesgu", al secolo Mario Vinzio, aveva allora trent'anni. La sua adesione alla Resistenza, più che da precisi ideali politici, in un primo tempo era stata dettata, a quanto pare, da semplici "questioni private", dato che fu pizzicato alla borsa nera. Ciò non gli proibì, una volta unitosi ai primi gruppi costituitisi nei dintorni di Grignasco, di diventarne immediatamente la guida indiscussa.
Amato dai suoi uomini, e contemporaneamente temuto, per via del suo coraggio e per quello spirito egualitario che lo portava a condividere gli stessi disagi degli altri partigiani, fu il tipico capobanda necessario soprattutto nel primo periodo della Resistenza allorché, per l'intero movimento, era essenziale, prima di tutto, conseguire l'obbiettivo della sopravvivenza.
Quando poi l'organizzazione partigiana divenne maggiormente puntuale e si diede una politica di più ampio respiro, i limiti politico-militari del Pesgu emersero in tutta la loro evidenza. Queste carenze erano comunque compensate da un profondo radicamento nel territorio e dai solidi legami che egli riuscì ad instaurare con la popolazione civile.
Perciò, nonostante le modeste capacità di organizzatore militare, da un lato, nel territorio controllato dal suo gruppo, "la vita per i nazifascisti di passaggio fu molto difficile7", dall'altro il perfetto rapporto creato con l'ambiente circostante fece del Pesgu "un precursore della guerra partigiana in pianura".
I lati negativi del Pesgu, oltre che per il deciso impegno sul piano locale, furono sopportati anche per il contributo originale che egli dette in occasione del primo grande rastrellamento subito dalle formazioni di Moscatelli. Mentre, secondo gli ordini impartiti, tutte le formazioni avrebbero dovuto ripiegare verso l'alta valle, il Pesgu, dopo essere riuscito ad infiltrarsi nelle maglie del rastrellamento, si spinse con la sua brigata al piano. "L'esperienza - affermò lo stesso Moscatelli nel marzo del 1945 a chi criticava apertamente l'indisciplina del Pesgu - è stata positiva. Possiamo biasimarlo dal momento che da allora in poi si è adottata la sua tecnica? È lui che ci ha fatto capire che il nostro posto era qui davanti al piano, e che era possibile rimanervici, mentre appollaiati sulle montagne diventavamo impotenti e inutili"8.
"Il Pesgu mi ha mandato giù", conclude Quaglia, che riprese il suo posto a Cerano. Le idee del Pesgu coincidevano con la volontà degli antifascisti di Magenta di mantenere la propria rete, nonché l'avamposto oltre il Ticino. Nella primavera del 1944, sulla base di direttive provenienti da Milano, avvenne una riorganizzazione secondo criteri adatti alla resistenza in pianura, che già prefiguravano la struttura delle Squadre d'azione patriottica (Sap). Il gruppo di Cerano divenne una "squadra volante", collegata a Magenta, pare, attraverso Mario Ferrario, un operaio magentino delle fabbriche Saffa, costretto a darsi alla macchia dopo gli scioperi di marzo. Ruoli decisionali importanti all'interno del gruppo erano però svolti anche da elementi locali, quali Gerardo Ghirotto e Maggiorino Aina. Questi, un geometra arruolato nella Guardia di finanza durante la guerra, successivamente era stato inquadrato nella Guardia nazionale repubblicana, ma, all'inizio del 1944, aveva disertato per unirsi alla Resistenza9.
La vera e propria fisionomia delle Sap fu assunta nel corso dell'estate: la rete di Magenta divenne la IV brigata "Garibaldi" Sap, di cui il gruppo piemontese assunse la denominazione di distaccamento autonomo "Ticino" o brigata autonoma "Ticino". In quel periodo il suo ruolo di retroterra logistico della Valsesia era ormai del tutto precisato.

"È andato anche Andrej a prenderle"

I rapporti con le formazioni della Valsesia, ricorda Gino Quaglia, "erano frequenti e venivano mantenuti con staffette; in altri casi erano gli stessi partigiani che si spostavano per sfuggire a un rastrellamento o per partecipare a qualche importante incontro. In qualche occasione veniva a Cerano il partigiano 'Birbo' e per il periodo della sua permanenza si nascondeva generalmente nel magazzino del mulino presso la chiesa di San Rocco. Il partigiano Birbo di Gattinara partecipava con noi alle riunioni che si svolgevano settimanalmente in un'osteria di Mortara, presso la ferrovia". Tali riunioni erano finalizzate a predisporre il trasferimento in Valsesia delle armi recuperate in pianura. Gli uomini della "Ticino" sottrassero più volte materiale dalla caserma della finanza di Cerano, operarono disarmi, ma, in alcuni casi, ricevettero direttamente armi da militi fascisti. La cessione poteva avvenire dietro pagamento, ma non è escluso che i fascisti cercassero di procurarsi benemerenze con la Resistenza per garantirsi il futuro. "Ricordo che durante uno di questi incontri venne un repubblichino a consegnarci delle armi", continua Quaglia. "Al termine della riunione portammo con un furgoncino queste armi a Parona, in un cascinale, dove poi altri partigiani sarebbero venuti a ritirarle. La stessa scena si ripeté qualche tempo dopo, a novembre, per un secondo carico d'armi, che poi nascondemmo in una costruzione agricola alla periferia di Mortara"10. Alla fine del 1944, persino due soldati tedeschi, "molto preoccupati per la piega che avevano preso gli avvenimenti", consegnarono armi ai partigiani, in cambio della promessa che "noi ci saremmo dimenticati di loro quando la guerra fosse finita"11.
Come risulta da queste parole, il gruppo aveva esteso il suo raggio d'azione sin nel cuore della Lomellina. A orientarlo in questa direzione dovette contribuire Ermenegildo Mazzini "Gildo", un operaio originario di Cassolnovo, personaggio tanto discusso quanto determinante nelle vicende di quei mesi. Mazzini era stato un "ragazzo vivace e scapestrato", il cui ribellismo spontaneo aveva assunto coloriture politiche durante il periodo di guerra trascorso tra le forze d'occupazione in Albania. Rimase però, sempre, tendenzialmente un irregolare. Nel dopoguerra diventerà segretario della sezione del Pci di Cassolnovo, ma finirà espulso, accusato di indisciplina e sospettato di eccessive simpatie verso le posizioni di Pietro Secchia12. Mazzini assicurò punti d'appoggio nel suo territorio. "Una volta prendemmo delle armi a Vigevano - ricorda Quaglia - e poi le nascondemmo nella chiesa di San Giorgio di Cassolnovo, nello spazio fra il tetto e la volta delle navate"13.
Oltre al recupero di armi, la formazione si occupava di reclutare nuovi partigiani e di accompagnarli in Valsesia. In tal senso, divenne un punto di riferimento anche per la pianura lombarda dell'ovest milanese. In quest'area aveva funzionato una rete di reclutamento, che nascondeva i giovani intenzionati a passare alla resistenza armata nelle boscaglie di Riazzolo, tra Abbiategrasso e Corbetta; i giovani, in seguito, venivano condotti in Valsesia14. La rete cadde nell'agosto del 1944, per cui la "Ticino" ne assunse, in parte, l'eredità. Spesso si unirono al gruppo elementi già attivi nel Magentino, ma "bruciati", in quanto riconosciuti o sospettati dalle autorità. Non era raro che trascorressero un periodo anche lungo nella "Ticino", prima di unirsi a qualche formazione della Valsesia: frequentemente si trattava delle brigate "Osella" e "Pizio Greta". Quaglia ricorda che "Andrej" (Alessandro Boca), vicecomandante dell' "Osella", andò di persona a prelevare alcune delle armi nascoste nel cascinale presso Mortara. Le puntate in pianura di Boca erano divenute nel corso dei mesi un fatto abbastanza usuale. Le sue incursioni erano la conseguenza logica di un'impostazione della lotta partigiana votata all'offensiva e orientata in direzione di un maggior coinvolgimento popolare; una tattica basata sulla mobilità delle formazioni che, per concretizzarsi pienamente, doveva godere di solidi appoggi e di consolidati legami con i gruppi operanti in pianura15.
I componenti della Ticino, dunque, a parte pochi elementi stabili, variavano continuamente. In generale, non dovettero superare la ventina di unità per volta: gli uomini si appoggiavano alle cascine della zona, secondo modalità diffuse in tutto il settore e descritte dallo stesso Moscatelli16. Una cascina che fungeva da nascondiglio era la Mirabella, "dove abitava una signora disposta ad offrirci rifugio", afferma Quaglia. "Questa donna fu un prezioso aiuto per noi: in molte occasioni ci fece entrare in casa e ci preparò polenta e marsapan".
Un'altra base era la cascina Viscona di Sozzago, ove abitava la famiglia di Pacifico Aina, cui venne attribuito il rango di comandante della brigata. La "Ticino" collaborava con altre formazioni della pianura, quali la "Campagnoli" e la "Leone"17. "Si andava un po' con l'uno un po' con l'altro", ricorda Quaglia.

"Venne con ordine del comando Cvl"

Ai primi di settembre del 1944 la "Ticino" attraversò un momento di crisi. Nel corso di un rastrellamento, un gruppo di partigiani venne intercettato sulla riva del Ticino: nello scontro che ne seguì, due di essi rimasero uccisi, altrettanti furono catturati18. L'episodio, pur grave, non interruppe l'attività della formazione, che continuò a operare nel quadro dei nuovi assetti assunti dalla Resistenza nell'ovest di Milano.
Nel medesimo mese di settembre, infatti, la IV brigata Sap ricevette la nuova denominazione di 168a brigata "Garibaldi". Da essa, successivamente, vennero enucleate le brigate 169a, nella zona di Abbiategrasso, e 170a, tra Motta Visconti e Binasco. Il comando effettivo del settore era esercitato da Carlo Chiappa, un operaio di Sedriano militante nel Pci clandestino19. Per tenere i collegamenti con la "Ticino", che, formalmente, dipendeva dalla 168a, Chiappa si avvalse di Riccardo Chiodini, uno dei partigiani più importanti emersi nell'Abbiatense; egli stesso, comunque, si portò più volte in territorio piemontese e condusse personalmente alcune azioni20.
In questa fase, il centro nevralgico dei rapporti con la Valsesia divenne la cascina Viscona di Sozzago e crebbe il ruolo di Ermenegildo Mazzini. Gildo era entrato a far parte della "Pizio Greta" e s'era incaricato di gestire i collegamenti tra i due settori. Incontri periodici tra comandanti avvenivano alla Viscona, per organizzare trasferimenti di uomini, armi e altro materiale, ad esempio medicinali. Inoltre, poiché le incursioni in pianura dei partigiani valsesiani si spingevano sempre più in profondità, era sorta l'esigenza di coordinare le rispettive attività21.
Il filo diretto creatosi fra le campagne lombarde e la Valsesia permetteva diverse forme di cooperazione sul piano militare. "Nel mese di dicembre del 1944 - testimonia il partigiano magentino Giuseppe Olgiati - venne da me il tenente partigiano Maltagliati Nino, nome di battaglia 'Furia', con ordine del comando Cvl della Valsesia di tagliare il cavo sotterraneo che passa da Robecco vicino alla Cascinetta; ed io e lui una notte ci mettiamo al lavoro. Abbiamo tagliato i fili della corrente dell'alta tensione che collegava il cavo fino a Cassino. Questo è stato un colpo pesante per l'esercito tedesco"22.
Che partigiani della Valsesia calassero nel Magentino, nel quadro di iniziative concordate con la Resistenza locale, è confermato da altre testimonianze. Un elemento del Cln di Albairate, Giuseppe Oriani, nel gennaio del 1945 incontrò a Magenta un comandante, e tornò al suo paese convinto di aver visto Moscatelli in persona23. Ambrogina Oldani, all'epoca giovane operaia collegata alla Resistenza, ricorda: "Le brigate partigiane con le quali eravamo in contatto erano in Valsesia e venivano a Magenta solo per qualche azione. Quando i partigiani arrivavano in paese, noi li nascondevamo nelle nostre case o indicavamo loro i posti sicuri dove rifugiarsi, per poi scappare di notte. Una notte sono arrivati sei partigiani armati di mitra e in divisa tedesca. Sono andati a dormire in una stalla. Quella stessa notte sono state rubate delle bestie ed è stato chiamato il maresciallo dei carabinieri, che, per fortuna, non ha aperto la stalla dove loro erano rifugiati. In quella missione hanno ucciso un delatore di Marcallo. I partigiani ci facevano anche sapere quando passava un treno di deportati per la Germania, perché potessimo nascondere nelle nostre case quelli che riuscivano a fuggire"24.
L'attività della "Ticino" si protrasse sino al marzo del 1945. Negli ultimi mesi al gruppo si erano uniti cinque russi, già arruolati nella Wehrmacht, da cui avevano disertato, e due francesi, giunti non si sa da dove. È ricordata la presenza anche di un disertore tedesco. Infine, le autorità fasciste si resero conto che una centrale della Resistenza si celava in una cascina di Sozzago25 e operarono alcuni arresti nell'ambito della famiglia Aina. I partigiani riuscirono, tempestivamente, a mettersi al sicuro. Il comando della 168a brigata "Garibaldi" decise allora di sospendere le attività e di trasferire il gruppo sulla sponda lombarda del Ticino, dove era incominciata la sua storia, un anno e mezzo prima. Ormai l'insurrezione finale era vicina e si preferiva conservare intatte tutte le forze disponibili. Ancora pochi giorni, e il Monte Rosa sarebbe sceso a Milano.


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