Massimiliano Tenconi (a cura di)

I ricordi partigiani di un soldato inglese*



A partire dal giugno 2003, per circa due anni e mezzo, l'inglese Bbc si è impegnata in un complesso lavoro finalizzato alla raccolta di testimonianze aventi al centro il tema della seconda guerra mondiale. Ha così preso forma un grande archivio digitale che comprende ben 14.000 immagini e 47.000 racconti. Quest'immensa mole di materiali è suddivisa in una serie di macrocategorie da cui discendono ulteriori classificazioni, come quelle che riuniscono le memorie riconducibili agli avvenimenti di uno specifico paese. In quest'ultimo caso le testimonianze che hanno come oggetto l'Italia risultano essere 7821. Fra queste si trovano anche quelle scritte dal soldato inglese George Ernest Evans, che trascorse circa tre anni nel nostro paese, prima come prigioniero, poi come partigiano ed infine come membro della missione alleata "Cherokee".
Quando, nel maggio del 1940, Evans fu chiamato alle armi per servire sotto le insegne della bandiera inglese, aveva compiuto 24 anni. Sposato e con un figlio, nella vita civile svolgeva la professione di macellaio. Fu quindi inquadrato nell'esercito britannico come cuoco e, una volta imbarcato sul "Reina del Pacifico", ebbe come destinazione la Grecia, dove rimase fino all'arrivo nella penisola ellenica della Wehrmacht. L'appoggio tedesco all'impresa fascista avviata nell'ottobre del '41, costrinse gli inglesi a ritirarsi prima a Creta e poi in Egitto. Così, nel giugno del '42, Evans si trovò a Tobruk e, quando la città capitolò, fu fatto prigioniero dagli italiani, che lo tradussero a Bengasi.
Nel successivo mese di novembre fu trasferito in un campo di prigionia in Italia. Giunto a Porto San Giorgio trovò una situazione certamente migliore rispetto a quella vissuta come prigioniero in Libia, ma nonostante ciò Evans si ammalò e, dopo un breve periodo di ricovero, nel tentativo di migliorare le proprie condizioni, si offrì volontario per un lavoro in un campo nel Nord Italia. Fu così che, nel maggio del 1943, arrivò a Vercelli, dove allora era funzionante il campo per prigionieri di guerra numero 106. Dopo gli avvenimenti dell'8 settembre, per circa una settimana continuò a lavorare nell'azienda agricola dove era stato impiegato nei mesi precedenti, ma quando i tedeschi giunsero a Vercelli decise di abbandonare la zona assieme ad altri suoi tre connazionali.

Ai piedi delle colline di Biella2

Quattro di noi, Maurice Brown, Joseph Dryhurst, Patrick Meehan ed io, decidemmo di andare assieme; eravamo stati avvisati di andare ai piedi delle colline nella zona di Biella. Il cibo non fu un problema, c'era abbondanza di pesche, uva, pomodori e altri frutti; anche la popolazione civile fu generosa.
Fu presa in considerazione l'idea di attraversare il confine con la Svizzera e prendemmo la strada per il rifugio religioso di Oropa, il quale è a 6.000 piedi ed è raggiunto dalla funicolare. C'era un gruppo di prigionieri di guerra che vagliava questa possibilità; io considerai il mio stato di salute e l'assenza di equipaggiamento ostacoli troppo grandi, così decidemmo di tornare nella zona prealpina.
La vita era piuttosto difficile, ma riuscimmo sempre a trovare un granaio o ripari simili per passare la notte. Non accettai mai l'ospitalità in casa di civili anche se offertami, poiché chiunque era trovato ad assistere i prigionieri di guerra avrebbe avuto la sua casa bruciata. Il tempo trascorreva e ora eravamo nella zona collinare di Biella, e dal modo in cui gli aerei tedeschi volavano quotidianamente, gettando volantini che ci chiedevano di arrenderci e di vivere comodamente nei loro campi di prigionia, sembrava che qualcosa dovesse accadere. In seguito diventarono disperati e offrirono una ricompensa di 1.200 lire a coloro che permettevano l'arresto di un prigioniero di guerra.
Ci incontrammo con un gruppo di prigionieri australiani e ci ritirammo nella valle a nord di Biella. Qui occupammo una delle case utilizzate d'estate per le vacanze; era stata lasciata dai proprietari che erano scesi per l'inverno verso la pianura. Uscivamo in gruppo per avere cibo dai civili. La casa era ben posizionata ed era accessibile solo a piedi, così non avevamo alcun timore dell'arrivo di truppe. Questa situazione continuò per un po', ma con l'inizio dell'inverno e l'arrivo di un clima rigido decidemmo di disperderci. Noi quattro inglesi salutammo gli australiani e prendemmo la nostra strada.

Diventammo partigiani

Continuammo i nostri vagabondaggi e, sebbene con l'aiuto dei civili le cose andassero molto bene, sapevo che questo stile di vita non poteva continuare. Le novità che volevamo ascoltare erano quelle di un atterraggio alleato e di un avanzamento rapido con il collasso della resistenza tedesca, ma non era così. Prendemmo contatto con un civile che ci indirizzò verso un punto lontano, Trivero, a nord di Biella, dove stabilimmo un contatto con un gruppo di sei ebrei che avevano sofferto sotto il regime fascista e ora stavano organizzando un movimento di resistenza (partigiani)3.
Erano molto buoni e non solo ci sfamarono, ma ci spiegarono la loro posizione e quello che stavano cercando di fare. L'organizzatore accettò che io fossi il leader di noi quattro, così fui d'accordo che li avremmo aiutati, perché ci permettevano un'esistenza stabile. In quella zona c'era un'abbondanza di abitazioni abbandonate nei mesi invernali. Diventammo abbastanza organizzati e, viste le mie conoscenze di macellaio, il capo partigiano comprò un toro giovane, che macellai, e per un certo periodo avemmo una buona condizione di vita.
Arrivò l'informazione che un certo ufficiale che viveva nella valle di Andorno Micco (sic) era un collaborazionista. Fummo mandati ad investigare. Il gruppo era composto da circa dieci italiani e da noi quattro inglesi e c'era un'abitazione adatta sul lato della montagna, che occupammo. Dopo le inchieste riguardo a questo individuo, che viveva più in alto, nella valle di Sagliano, io e sei italiani una sera uscimmo. Requisimmo un bus, che guidai fino ad arrivare vicino all'abitazione dell'uomo, che fu preso per comparire davanti ad una corte. La mia conoscenza dell'italiano non era troppo brillante; egli protestò la sua innocenza ma inutilmente; fu ritenuto colpevole e fucilato.
Tornammo alla base; il giorno seguente fu tranquillo, ma quello dopo ancora un distaccamento tedesco arrivò nella valle sottostante. Montarono una piccola forza di artiglieria nella valle opposta e cominciarono a bombardare la nostra postazione. Li avevamo visti arrivare e guardammo il distaccamento procedere verso di noi. Ci disperdemmo, andando per strade diverse, perché c'era abbondanza di copertura sul fianco della montagna. Dalla mia postazione osservai ogni cosa, l'attacco fu abbastanza clinico; dopo il bombardamento la fanteria avanzò e diede fuoco al lato sinistro della casa. Si stavano preparando ad andarsene quando improvvisamente sentii urlare in inglese e dietro a me c'era Maurice Brown che si arrendeva ai tedeschi4. Ci riunimmo e tornammo alla nostra base a Trivero dopo aver stabilito che i partigiani erano là.
La scelta per ogni giovane uomo italiano diventava ovvia. Se eri adatto ti univi ai partigiani, altrimenti eri coscritto nella milizia fascista. C'era una componente più anziana che stava scontando le pene delle condanne politiche e che era fuggita durante la confusione dell'armistizio; la maggioranza aveva un'inclinazione comunista e formò le basi per l'organizzazione partigiana. I due con i quali fui più a contatto avevano i nomi di "Gemisto" e "Nanda"5 ed erano dei buoni organizzatori. Nella nostra vita sopra le colline di Biella ci sentivamo abbastanza sicuri. Il terreno era tale che l'accesso dei veicoli era quasi impossibile, poteva avvenire solo a piedi. Vedemmo passare il Natale del 1943 senza alcuna celebrazione.

La vita a Rassa

Venne febbraio e noi eravamo aumentati di numero e ricevevamo anche armi e munizioni, con le quali cresceva il nostro morale. Nel tardo febbraio ci muovemmo in una piccola valle fuori Borgosesia, a nord di Biella, dove occupammo un piccolo villaggio di nome Rassa, il quale offriva una buona sistemazione ed era molto confortevole. Io portai con me la mia abilità di macellaio; il capo della nostra formazione ed io andammo giù in valle e prendemmo due mucche, che poi macellai. La vita per un certo periodo fu molto buona. I partigiani avevano una mitragliatrice (la quale sembrava molto efficiente); la carrozzabile girava attorno al fianco della montagna e, appena vicino al paese, c'era un piano alto con un promontorio, che ti permetteva di guardare direttamente giù in strada. Fu il posto dove installammo la mitragliatrice; l'unico problema era la mancanza di munizioni, suppongo che avessimo a disposizione una cartuccera con circa un centinaio di colpi [...].
Il tempo passava e trascorremmo due settimane pacifiche, ma arrivarono informazioni che truppe tedesche e militi fascisti si stavano radunando nella valle di Borgosesia. Questo voleva dire solo una cosa; stavamo per essere attaccati. La novità di un movimento di truppe che risaliva verso la valle arrivò una mattina particolare (i corrieri erano per lo più giovani donne che non destavano sospetti ai tedeschi). Ricevemmo la notizia che si stavano avvicinando e io avevo una giovane ragazza che mi aiutava a caricare la mitragliatrice. Arrivarono all'incirca alle 2 del pomeriggio e, appena girarono l'angolo della montagna, contai un ufficiale e ventidue altri soldati. Aprii il fuoco e uno può immaginare l'effetto sorpresa6. Fortunatamente per loro c'era un muro sulla sinistra della strada che diede loro riparo [...]. Noi sparavamo sporadicamente e potemmo solo presumere che dalla loro posizione avessero chiamato rinforzi, perché ci tenevano sotto tiro. Il tempo scorreva e le munizioni erano quasi finite, così non avevamo altra opzione che quella di ritirarci e procedere a scalare la montagna. Nel frattempo erano arrivate altre truppe, che non incontrarono nel villaggio alcuna resistenza; queste aprirono il fuoco sul lato della montagna, accompagnandolo con fasci di luce. Nessuno ci seguiva, così continuammo la nostra scalata e passammo una freddissima notte sulla montagna; arrivammo dall'altro lato e fummo molto lieti di trovare un poco di tepore nella casa dell'abitante di un villaggio, che era abbastanza accogliente.
Si potrebbe dire che questo fu il primo confronto dei partigiani con il nemico in quella zona; riflettendoci, l'approccio delle loro truppe alle nostre posizioni fuori dal villaggio di Rassa fu abbastanza suicida. I partigiani avevano fatto dell'insediamento una base di resistenza.
A questo punto devo dire che nominare tutti i villaggi che frequentammo è difficile, specialmente a nord di Biella. [...]
I tedeschi arrivarono e utilizzarono i loro abituali sistemi, bruciando il paese di Rassa. Il mio amico Dryhurst fu preso prigioniero, Meehan scappò e non lo vidi più fino alla fine della guerra. Ci unimmo a un altro gruppo di partigiani, che aveva con sé un australiano ex prigioniero di guerra, il cui nome era Frank. Avevano trovato in qualche modo un mitragliatore Thompson che Frank aveva usato in maniera abbastanza devastante in uno scontro con la milizia fascista7. Restammo in un villaggio sciistico chiamato Mera, trascorrendo piacevolmente il tempo in un hotel di prima classe, che era stato abbandonato, poi tornammo nella zona di Biella.

La banda Biella

Il tempo passava e noi eravamo in costante movimento. Io ero l'unico inglese con il gruppo di partigiani, che non aveva un nome ufficiale, ma diventammo noti come "banda Biella". Contattammo molti ex prigionieri di guerra, ma loro preferivano vivere nascosti, ottenendo cibo dalla popolazione locale, che dava molto soccorso.
Le notizie provenienti dal Sud erano deprimenti ed io pensavo costantemente di attraversare il confine verso la Svizzera. Le buone notizie erano che i partigiani stavano diventando più forti e che ora avevamo una variegata collezione di armi. Ero meravigliato da dove potessero provenire. Le nostre finanze erano quasi inesistenti e, sebbene non rubassimo a nessuno, spezzava il cuore comprare il bestiame dai locali, poiché era la loro unica ragione di vita. Dicevano che si sacrificavano per la causa. (Durante il mio periodo con i partigiani uccisi un toro, quattro mucche e numerosi polli).
Entrammo nell'estate del 1944 e, con l'arrivo della stagione calda, la vita divenne più facile. Suppongo che fossimo un fastidio per le forze nemiche, poiché a Biella vi era il loro quartier generale e di lì passava la principale strada che univa Torino a Milano. Ci muovevamo frequentemente in direzione della pianura, ma solo di notte, rimanendo nascosti durante il giorno e ritornando alle colline protetti dall'oscurità. I tedeschi rastrellavano ogni boscaglia con le mitragliatrici e tutto il granoturco in prossimità di ogni strada veniva tagliato.
Nel luglio del 1944 fummo contattati da due ex prigionieri di guerra desiderosi di unirsi alla nostra formazione; acconsentirono ad utilizzare i nostri metodi. I loro nomi erano Joseph Fenton, una ex guardia scozzese, e Percy Dunmore, ex membro del reggimento "Signals". Fenton impressionò gli italiani, ma Dunmore, siccome non voleva accettare la disciplina, sfortunatamente non fece altrettanto.
Il tempo passò e Dunmore, Fenton ed io parlammo della possibilità di attraversare il confine. Nanda, il nostro capo, mi supplicò di non andare, ma io non vedevo le nostre truppe arrivare a liberarci in tempi accettabili e, con gli altri due, sentivo di avere la possibilità di raggiungere il confine. Lasciammo i partigiani con le loro buone speranze e muovemmo verso il sud di Biella, dove c'era una piccola località chiamata Arro, dove si trovava un passaggio a livello. Conoscevo quel passaggio molto bene, così come conoscevo molti civili dell'area. Eravamo vicini al passaggio a livello, dietro il fiume, e andai da un contadino per avere del cibo, mentre Fenton e Dunmore andarono a chiedere all'uomo di servizio delle sigarette. Sfortunatamente arrivò una pattuglia tedesca che sorprese Fenton e Dunmore, ai quali fu ordinato di arrendersi. Fenton comprese che non potevano scappare, ma Dunmore fuggì, venendo colpito a morte. Fenton fu poi fatto sfilare attraverso le strade di Biella.
Io stavo riflettendo sul mio futuro, ma le notizie viaggiavano veloci e Nanda, il mio capo partigiano, arrivò e mi riunii alla formazione.

Lancio di armi

Arrivò l'agosto del 1944; erano stati presi contatti con il governo britannico e, dopo molta preparazione, fu ricevuto il primo lancio di armi. Fu sistemata sul terreno un'imponente lettera H, composta di materiale infiammabile, il momento fu stabilito da un annuncio di Radio Londra e poi il ronzio del motore dell'aereo fu seguito da paracadute carichi di molti fucili Sten, munizioni e altri articoli ausiliari. Il giorno seguente, dopo le attività della notte, ci ritirammo sul fianco della montagna per valutare e accertare in sicurezza i contenuti del lancio aereo. Non avevo mai visto un fucile Sten prima di allora, ma era elementare e diedi una dimostrazione del suo valore8. [...]
Cose migliori dovevano accadere e ottobre vide l'arrivo del maggiore Alastair Macdonald, con il quale avevo contatti. Sebbene non rivelasse la sua particolare missione, mi diede la possibilità di attraversare il confine oppure, disse, sarebbe arrivata una missione guidata dal capitano Bell e mi augurò di restare e di unirmi alla sua squadra. Il capitano Bell arrivò la notte del 16-17 novembre con la sua squadra formata dal sergente Bell9 (operatore radio) e dal sergente Johns. In seguito reclutammo Bill Smith (australiano ex prigioniero di guerra), Jimmy, uno scozzese ex prigioniero che parlava un italiano fluente e, con il sottoscritto, fu costituita la squadra. Questo mutò completamente la mia vita, perché avevo una grande conoscenza del territorio e fui improvvisamente equipaggiato con nuovi abiti da combattimento, stivali ecc., che mi davano la sensazione di fare finalmente qualcosa di utile e positivo.
Il primo compito del maggiore Macdonald fu quello di organizzare e distribuire il maggior numero di armi lanciate in Italia; questo tenne certamente impegnata la nostra unità con tutti i lanci che arrivavano la notte, quando aspettavamo le parole in codice di Radio Londra, sentendo crescere la tensione. Gli aerei tornavano alla base a un segnale che veniva da una valigetta che il capitano Bell descriveva come il suo "Eureka", poi, provare a portare via ogni cosa generava una gran confusione, perché non avevamo alcun mezzo di trasporto, eccetto qualche mulo occasionale.
In Val d'Aosta, a nord-ovest della nostra posizione, c'era un'importante fabbrica. Lì si riteneva che i tedeschi avessero 50.000 tonnellate d'acciaio e 6.000 corpi di siluro (presumibilmente per le V2) e speravano di trasportarle via ferrovia in Germania per sostenere i loro sforzi bellici. I partigiani italiani avevano distrutto un ponte ferroviario a Pont-Saint-Martin e, sebbene gli ingegneri tedeschi l'avessero riparato, fu trovata una via alternativa. La ferrovia si avvicinava ad Ivrea e poi andava sottoterra; infine ritornava in superficie sul retro dell'Hotel Dora, per attraversare il fiume. Partigiani e civili che lavoravano ad Ivrea contattarono il maggiore Macdonald e si offrirono volontari per attaccare il ponte in quel punto. Due partigiani italiani, "Noto" ed "Elmiro"10, furono istruiti dal capitano Bell in merito alle tecniche necessarie. Noi preparammo le cariche e nella notte del 24 dicembre 1944 le trasportammo in periferia di Ivrea. Da lì Noto ed Elmiro le presero e si avvicinarono alla ferrovia per mezzo di uno scantinato dell'Hotel Dora. La ferrovia attraversava il fiume Dora e poi procedeva sottoterra e, con le istruzioni del capitano Bell, Noto e Elmiro posizionarono le cariche.
Alla vigilia di Natale del 1944 il ponte fu fatto saltare in aria con successo e crollò nel fiume Dora. Quello fu certamente un augurio per un felicissimo Natale alle truppe tedesche che causò loro una grave interruzione dell'operazione, poiché furono costretti a chiamare esperti per riparare il ponte. Fu un'esplosione pesante per il nemico, che dovette laboriosamente trasportare materiali dai vagoni ferroviari alla strada per passare il ponte. Tornammo alla nostra base il 24 dicembre e, comprato un vitello, lo uccidemmo e lo legammo tutto intero sulla schiena del mulo; poiché la cosa non ebbe successo, lo tagliai in due e il mulo riuscì a portarlo. Il giorno di Natale del 1944 cenammo con costolette di vitello; fu molto piacevole.
Lo scoppio del ponte ad Ivrea fu per i tedeschi un duro colpo, ma i partigiani fecero seguire un'imboscata ad una pattuglia di tedeschi, nella quale ne uccisero qualcuno e ne ferirono altri. Questo li fece infuriare e a gennaio cominciarono a rastrellare casa per casa. Il maggiore Macdonald fu catturato mentre era riunito con altri in un caffè nella zona della Serra. Fu catturato sebbene scappasse fuori sulla neve; fortunatamente la Gestapo lo prese per interrogarlo anziché fucilarlo sul posto. Il maggiore Macdonald progettò la fuga e un ragazzo italiano lo trasportò in barca attraverso un lago sotto il naso delle sentinelle tedesche. Poi scappò in Svizzera; non l'abbiamo più visto. I tedeschi continuavano a cercare casa per casa ad Ivrea e nelle zone circostanti, sicché il capitano Bell decise che ci saremmo divisi per ridurre al minimo il rischio di essere catturati.
I tedeschi fecero una disperata offerta, alzando la ricompensa per la cattura del capitano Bell o di altri componenti del suo gruppo, ma senza alcun risultato. Il sergente Johns e Bill Smith andarono in un'altra zona, mentre noi rimanemmo nelle vicinanze di Ivrea in attesa che la situazione si calmasse.

La distruzione dei ponti

I partigiani trovarono un cascinale lontano dalla città, isolato, e con una chiara vista sulla campagna, ma una mattina ricevemmo l'informazione che la nostra abitazione era sotto controllo. Individuammo una pattuglia a piedi che stava venendo nella nostra direzione, così dovemmo decidere se affrontarli o fare una rapida fuga. Fortunatamente, il proprietario del cascinale agì velocemente avvisandoci, e poi ci guidò tra le colline.
Il contadino, essendo una persona ingegnosa, aveva ideato il proprio sistema fognario, che consisteva in un serbatoio ricoperto di stecche di legno. Sollevando il coperchio, scoprimmo che una estremità della cisterna era suddivisa con tramezzi e larga abbastanza perché quattro di noi stessero in piedi. Poi l'agricoltore rimise a posto il coperchio e lo coprì con la neve. L'esperienza non fu particolarmente divertente, perché faceva molto freddo ed eravamo stipati dentro con tutto il nostro equipaggiamento, ma fummo grati di uscire due ore più tardi e di ritornare al calore della casa.
Le cose si sistemarono, noi eravamo sempre molto impegnati a ricevere i rifornimenti; i partigiani erano diventati molto abili nei sabotaggi.
Il sergente Johns e Bill Smith fecero colpi fulminei a Livorno e Trozzano11, distruggendo due locomotive; abbatterono anche pali elettrici e danneggiarono un ponte ferroviario a Sala Sola12, che provocò un grave danno.
A quel punto eravamo ben sistemati e ricevemmo rinforzi: il tenente Amoore, il capitano Burns (polacco) e un giovane tenente nigeriano. Il capitano Burns era ovunque e gli altri due si muovevano tra le diverse formazioni partigiane. L'argomento principale era quello di armare i partigiani qualora il nemico avesse voluto adottare la "politica della terra bruciata". (Questo era probabile poiché gli impianti della Olivetti erano situati a Ivrea e quelli d'acciaio in Val d'Aosta).
All'inizio del febbraio 1945 apprendemmo che il ponte d'Ivrea era quasi riparato e il capitano Bell decise che il prossimo obiettivo avrebbe dovuto essere il ponte di Montestratta. Furono preparate le cariche e la notte del 6 febbraio il capitano Bell, Noto ed Elmiro attaccarono il ponte, il quale sfortunatamente non cadde nel fiume, ma costrinse il nemico ad un mese di lavoro per ripararlo. In seguito andammo in Val d'Aosta per organizzare tattiche antirastrellamento.
Febbraio e marzo furono mesi molto impegnati; i rifornimenti arrivavano settimanalmente e noi eravamo molto mobili, il che voleva dire camminare ovunque. Arrivarono notizie sulla riparazione del ponte di Montestratta, così il capitano Bell e il sergente Johns decisero di effettuare un'operazione sul ponte di Quincinetto; nella notte del 6 aprile riuscirono completamente nella distruzione. Si vide che, sotto la minaccia dell'avanzata in Francia, il nemico muoveva truppe e materiali nella valle, trasferiva con camion i vagoni e li trascinava a Pont-Saint-Martin. Gli uomini marciarono da Quincinetto a Pont-Saint-Martin. Il capitano Bell decise che avremmo attaccato due piccoli ponti più in alto nella valle; il piano fu predisposto per il 13 aprile 1945.
Durante la marcia verso l'obiettivo, alcune guardie poste a sorvegliare il ponte di Verres ci spararono e cademmo sotto il fuoco di una pesante mitragliatrice; fummo costretti a rimanere al riparo fino al calare dell'oscurità e poi proseguimmo verso l'obiettivo. I due ponti erano lunghi 50 iarde, sfortunatamente la strada correva parallela alla ferrovia e le guardie passavano ogni ora e abitualmente sprecavano poche munizioni. Portammo con noi due partigiani, che stettero di guardia, uno per ogni lato, mentre il capitano Bell, Bill Smith e io piazzavamo e fissavamo le cariche. L'esplosivo che usammo era plastico numero di stock 808.
Il capitano Bell improvvisamente si rese conto che era venerdì 13, ma ogni cosa andò bene. Le micce furono predisposte per attivarsi dopo tre ore e se ciò non fosse avvenuto si sarebbero azionati dei fumogeni. Un treno venne giù dalla valle due ore più tardi e fece partire i fumogeni, attivando così le cariche sul secondo ponte, le quali innescarono le cariche sul primo ponte. Questo voleva dire che la motrice era su un ponte, le carrozze sull'altro. Vedemmo questo dal fianco della montagna e, quando arrivò un gruppo di partigiani, fu mandato ad attaccare il treno a colpi di bazooka, facendo perciò una gran confusione.
Pochi giorni dopo un gruppo di partigiani fece saltare un piccolo ponte ad Arnaz, rendendo perciò impossibile al nemico l'uso della linea ferroviaria in Val d'Aosta; in quel momento ogni cosa che viaggiava sulle strade era infastidito dai partigiani. Le cose andavano molto bene per noi, che avevamo fatto il nostro quartier generale a Gressoney St. Jean, avevamo fatto saltare la strada principale e conducevamo una vita confortevole in un hotel. Ogni cosa andava nella nostra direzione. Arrivarono piani per lanciare armi e rifornire la zona di Biella, così decidemmo di muovere in direzione di Ivrea e aspettare l'arrivo delle truppe americane. Quando arrivarono, controllavamo l'intera area e stavamo comodamente all'Hotel Dora.


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