Simona Tarchetti

Oltre il confine
La comunità italiana di Annecy tra il XIX e il XX secolo*



Se è vero che la storia dell'emigrazione è la storia delle scelte compiute dagli uomini utilizzando al meglio le occasioni, le situazioni, le conoscenze e gli strumenti a loro disposizione1, gli avvenimenti occorsi nella comunità italiana formatasi in Annecy negli ultimi decenni del XIX secolo offrono numerosi indizi e spunti di riflessione, cominciando, per esempio, dall'analisi degli elementi geografici sui quali è stata creata.
Il concetto di frontiera adottato dai politici internazionali, che individuarono elementi naturali quali fiumi e catene montuose, considerati più sicuri e insormontabili di una linea segnata arbitrariamente dagli uomini, per rappresentare un limite che desse ordine e sicurezza al proprio territorio e alle proprie vite, risulta completamente scardinato nella situazione di cui ci occupiamo. Secoli di storia comune fecero sì che gli abitanti delle regioni a cavallo delle Alpi occidentali (questo il confine politico dal 18602 tra Piemonte/Valle d'Aosta e le Savoie) non considerassero le montagne come elemento separatore, bensì come origine di tratti comuni che facilitarono, nel caso particolare delle migrazioni, la conoscenza e la convivenza. Ecco quindi giustificata la scelta di molti emigranti delle vallate piemontesi o valdostane che trovarono naturale, e probabilmente meno traumatico, spostarsi in cerca di lavoro verso la Francia piuttosto che verso la pianura Padana.
A tutt'oggi non esiste uno studio sulle comunità di immigrati che scelsero, come città di adozione, Annecy, capoluogo del dipartimento dell'Alta Savoia, in Francia. Nel corso degli anni, a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, italiani, russi, belgi, portoghesi, spagnoli e svizzeri, per motivi economici, politici e/o religiosi, decisero di vivere in questo luogo dalle caratteristiche molto affascinanti ed accoglienti.
Annecy, "perla delle Alpi", con il suo lago incastonato tra le montagne, è in posizione strategica in quanto al centro di un crocevia che collega le regioni del Nord al Mediterraneo, le catene montuose dell'Europa centrale all'Atlantico. Ancor oggi il turista che vi arriva non può che restare soggiogato dal fascino emanato dal lago, dal centro storico con i canali che ricordano Venezia e dalla cornice delle Alpi a suggellare il panorama. Ma con una osservazione un po' più attenta, con un colpo d'occhio più allargato non possono sfuggire le migliaia di piccole e medie imprese che compongono, oltre al turismo, l'economia della regione annecienne.
È evidente, come ha dichiarato recentemente anche il vicesindaco della città Jean Regis (di origine novarese), che la manodopera italiana giunta negli anni a cercare lavoro, trovò terreno fertile, creando, nel tempo, ricchezza per sé e per i francesi. Nonostante tutto ciò sia così palese, nessuno, ripetiamo, ha mai analizzato la questione né nel suo evolversi economico, né dal punto di vista storico-sociale.
Negli archivi della città, sia municipali, sia dipartimentali, non esistono serie di documenti specifici sugli abitanti di origine straniera, pertanto si è resa obbligatoria la scelta dei censimenti della popolazione quale unica fonte in grado di dare notizie sulle persone residenti in città. I censimenti, redatti con regolarità ogni cinque anni (salvo nel 1916, quando non fu fatto a causa della guerra), ci danno uno spaccato della popolazione in quanto offrono la possibilità di conoscere luoghi di nascita, età, mestieri, indirizzi, composizioni delle famiglie, e di ricostruire reti di parentela, percorsi di vita, carriere. Hanno purtroppo un limite: consentono di conoscere solo i "regolari", coloro cioè che decisero di fermarsi in città per un periodo piuttosto lungo, avendo un contratto di lavoro, una casa e magari riunendo la famiglia. In questa "rete" non risultano gli individui che transitarono da Annecy, cogliendo l'opportunità di un lavoro stagionale, facendo visita ai parenti per poi proseguire verso le grandi città o, addirittura, chi per motivi personali si fermava poco tempo in qualsiasi luogo.
Attraverso la lettura di cinquant'anni di censimenti (dal 1886 al 1936) è stato possibile conoscere migliaia di anneciens, rilevando, uno a uno, tutti coloro che dichiararono di essere di nazionalità italiana. Di ognuno di loro è stato annotato l'indirizzo (via, numero dato all'abitazione, al nucleo familiare e al singolo individuo), il cognome, il nome, l'età (anno e luogo di nascita a partire dal 1906), la nazionalità, il ruolo all'interno della famiglia, la professione ed eventuali annotazioni. In questo modo è stato creato un nuovo elenco, una sorta di estratto della popolazione di origine italiana, che, attraverso una lunga elaborazione dei dati, ha permesso di definire una prima fisionomia di una comunità tutt'altro che anonima. A questa sorta di struttura di base, all'apparenza fredda e impersonale, sono stati legati diversi altri documenti che altrimenti non avrebbero avuto molto significato: richieste di incartamenti, domande di naturalizzazione, verbali di polizia, fatture, articoli di giornali dell'epoca, interviste. In questo modo è stato possibile dare vita a persone che negli anni hanno contribuito a creare una città, a far crescere economicamente un dipartimento, a lasciare un segno nella società.

Una comunità di uomini e di donne

Nel periodo considerato in questo studio la popolazione di Annecy è osservata cominciando dalle sue variazioni quantitative: vengono così evidenziati lievi aumenti contenuti sempre entro l'8-10 per cento, mentre incrementi maggiori si presentano a partire dagli anni venti.
In questo quadro gli stranieri si attestano tra il 3,7 per cento e il 6,2 per cento fino alla prima guerra mondiale per balzare, tra il 1926 e il 1931, al 15 per cento. Dire stranieri è troppo generico, poiché la grande maggioranza di essi era di origine italiana3. I dati delle presenze non mantengono un ritmo costante, ma alternano momenti di aumento e di decremento, con grande impulso a partire dal 1926.
Come si vedrà in seguito in modo più analitico, i luoghi di origine degli italiani giunti ad Annecy compongono un mosaico variegato. La maggioranza degli individui segnalati quali di origine italiana era nata in Italia, alcuni in Francia, altri in Svizzera.
Poiché si possono, grazie ai censimenti, ricostruire le famiglie negli anni, ciò diventa l'evidente dimostrazione che chi era nato in Francia apparteneva già almeno alla seconda generazione di una stirpe di immigrati che aveva fatto di questa nazione la sua nuova patria, conservando la precedente nazionalità per un eventuale ritorno al paese di origine o richiedendo in seguito la naturalizzazione come segno di un definitivo inserimento nella società. Chi era nato in Svizzera da genitori italiani e, negli anni, si era trasferito ad Annecy con o senza di loro, aiuta a ricostruire un lungo percorso di emigrazione di chi aveva cercato una vita migliore in un primo tempo nella Confederazione elvetica (magari sulle rive del lago di Ginevra) per poi, forse insoddisfatto, ripartire per trovare nuove speranze nei dintorni di un altro lago: quello di Annecy appunto4.
Esistono anche casi di persone nate in luoghi diversi da quelli finora menzionati, quali per esempio l'Algeria o l'America: per essi occorrerebbe uno studio particolareggiato per capirne le dinamiche implicite.
I dati in nostro possesso dimostrano che comunque per il 50 per cento degli immigrati italiani anche Annecy non fu altro che una tappa di un viaggio alla ricerca di un lavoro, diretti poi verso grandi città quali Lione o Parigi o magari solo verso un comune vicino5.
Ma gli immigrati nati in Italia, chi erano? Da dove venivano? Si trattava in prevalenza di uomini dai 20 ai 30 anni, negli ultimi anni del XIX secolo, mentre in seguito l'età si innalza, privilegiando comunque sempre gli under 40. Sono infatti questi gli anni di maggior forza fisica e, pensando alla vita dura e alle difficili condizioni legate all'emigrazione, è ovvio ipotizzare che si affrontasse questa scelta nel fiore degli anni. Si trattava spesso all'inizio di uomini soli, che in seguito vengono ritrovati con una famiglia a volte creatasi sul luogo, a volte fatta giungere dal paese di origine. È in questo modo che crescono le fasce di età inferiore, a dimostrazione di una volontà di vita nuova o di un taglio col passato.
Per quanto riguarda le donne occorre dire che è difficile trovarle da sole. Esse arrivavano in prevalenza in qualità di mogli, figlie o sorelle; nel caso in cui fossero censite senza un uomo al fianco si trattava perlopiù di vedove, ma non erano rare le domestiche (di solito neanche ventenni), alcune suore di clausura nel Monastero della Visitazione e anche alcune prostitute residenti nel centro storico.
L'eterogeneità rappresentata dalla comunità italiana per quanto riguarda caratteri e mestieri si riscontra anche a partire dal luogo di nascita di ogni individuo. Tra coloro che erano nati in Italia non mancano le sorprese: nel corso dei cinquant'anni analizzati essi, che non rappresentano mai meno del 55 per cento delle quote, dimostrano di provenire da ogni angolo della penisola, con naturale netta prevalenza delle regioni settentrionali.
C'è da domandarsi cosa avesse spinto Antonio Cardea a giungere nel 1901 ad Annecy da Rosoli, in provincia di Reggio Calabria, per fare il caffettiere; o il suo conterraneo Giuseppe Boccassino, arrivato in città come imbianchino. Oppure Riccardo Furiani, di Pesaro, arrivato a seguito del figlio Roger (già nato in Francia), direttore di cinema... e così via.
Anno dopo anno tutte le regioni d'Italia inviarono il loro piccolo o grande contingente: nel 1926 Molise e Sardegna completarono l'elenco.
È naturale che questi casi siano emersi da un'analisi molto particolareggiata e, data la loro entità, destano più curiosità che problemi interpretativi. La massima attenzione è stata invece rivolta alle zone che contribuirono, con la maggior parte delle presenze, ai grandi "serbatoi" di emigrazione: le regioni alpine con alcune appendici appenniniche.

Una presenza multiregionale

Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Lombardia, Lazio e Valle d'Aosta: ecco le sette regioni che, nel tempo, mantennero alti i livelli di immigrati in arrivo, con flussi più o meno costanti6.
La posizione preminente del Piemonte è evidente in quanto regione confinante e fonte continua di espatrii, ma si constata, soprattutto sul finire degli anni venti e negli anni trenta, il sorpasso da parte del Veneto.
Queste tendenze sono confermate dalle parole di due testimoni dell'epoca, oggi ultranovantenni: Giuseppina Sera e Delfino Ceccon. Di Pettinengo lei, di San Nazario (Vi) lui, serbano molti ricordi delle loro lunghe e travagliate esistenze. Arrivati entrambi in Annecy negli anni venti, ricordano le difficoltà di inserimento legate ad invidie e gelosie e soprattutto Ceccon rievoca la diffidenza nei rapporti con i veneti, ai quali venivano cantate canzoni derisorie, che venivano chiamati "mangiapolenta" dai piemontesi, e che non venivano immediatamente accettati, quasi fossero venuti a portare via qualcosa. A loro volta pare tuttavia che i veneti si sentissero superiori ad emiliani e laziali.
Il Piemonte perse progressivamente "posizioni" man mano che aumentava lo sviluppo del triangolo industriale, mentre il Veneto subì le conseguenze del periodo bellico e del successivo dopoguerra quando, progressivamente, si ebbe la chiusura dei mercati del lavoro a cominciare da quelli dell'Europa centro-orientale. I veneti, che verso Est avevano inviato numerosa manodopera, dovettero a poco a poco cambiare meta dirigendosi sempre più a Ovest (fino ad oltrepassare l'oceano).

Le partenze dal Piemonte

Più di un quinto degli italiani di Annecy era di origine piemontese ed erano quasi tutti provenienti dalle province di Torino, Novara e, soprattutto, Vercelli7.
Nel corso degli anni le ondate di arrivi dalle tre province ebbero flussi paralleli anche se, a partire dai primi anni di questo secolo, la provincia di Vercelli quantitativamente ebbe vita a sé, fornendo addirittura il 51,3 per cento degli immigrati piemontesi. Dall'analisi geografica del suo territorio si nota la miriade di paesi interessati all'esodo: un'ottantina di comuni situati in maggioranza nelle vallate intorno a Biella, il cui territorio amministrativo è stato qui considerato come facente parte della provincia di Vercelli, benché fino al 1926 fosse compreso in quella di Novara e oggi sia una provincia a sé. Il Biellese, come d'altronde tutto il Piemonte, aveva sempre intessuto una fitta rete di rapporti con le regioni transalpine, rapporti che si estendevano anche alla circolazione di uomini e di idee. Il territorio biellese, incuneato tra le Alpi a nord del Piemonte, era in condizione di comunicare agevolmente sia con la Svizzera (Grigioni e Vallese), sia con la Francia (Alta Savoia e Delfinato): in meno di una giornata si poteva oltrepassare la frontiera elvetica, un giorno e una notte in più erano sufficienti per trovarsi in territorio francese. Molti emigranti affrontarono questo cammino nell'unico modo per essi possibile: a piedi, aggiungendo questo notevole sforzo fisico a quello psicologico legato all'idea di partenza verso un luogo sconosciuto.
Ma perché partivano? Perché paesi come Camandona, Callabiana, Pettinengo si spopolarono? Si trattò di emigrazione temporanea o definitiva? Certo è che all'inizio si trattò di un'emigrazione periodica, legata al ciclo stagionale e sulla quale non esistono dati precisi. In seguito una più profonda crisi economica, soprattutto agricola, l'esubero di manodopera, il rifiuto del lavoro in fabbrica, talvolta un dissenso politico, segnarono la strada per l'emigrazione. In questo studio può forse venir considerata emigrazione temporanea, seppur con molti dubbi, la condizione di coloro che furono presenti ad Annecy solo per un censimento. I dubbi sussistono in quanto non si è in grado di stabilire la causa di questa presenza isolata: fu un caso che tali personaggi fossero in città all'epoca del censimento e quindi poco tempo dopo ritornassero al paese di origine oppure, in seguito, continuassero a spostarsi seguendo i cantieri di lavoro o in cerca di nuovi contratti, conducendo quindi una vita nomade? Ben il 57,2 per cento dei vercellesi registrati in Annecy tra il 1886 e il 1936 non si stabilì in città: erano quasi tutti lavoratori del settore edile, solo a volte accompagnati dalla famiglia. Firmin Barbero, ad esempio, arrivò da Ailoche diciottenne, nel 1911, nello stesso anno arrivarono Genisio Bonesio, trentacinquenne, di Tavigliano, Joseph Boschetti, trentenne, di Cavaglià, mentre Pierre Derossi, trentottenne, arrivò da Zubiena con moglie e figli e Guerin Loffi, ventinovenne, di Coggiola, risiedeva con la moglie francese ed il figlio. Erano tutti muratori, come voleva la tradizione, e col loro breve soggiorno non ci hanno lasciato modo di farsi conoscere meglio, di far capire quale fosse, o potesse essere, la loro posizione nella comunità italiana.
Queste persone giunsero tutte nel 1911, ma negli altri anni la situazione non fu differente: nel 1891 giunsero i fratelli Constantin e Louis (con un figlio) Derossi, di Zubiena, due Joseph Morino, di Mosso Santa Maria; nel 1921 arrivarono Eusebio Testa, minatore, di Villarboit, Ange Bollea, ventiquattrenne, maçon di Pettinengo, e Novarino Gavietto, ventiduenne, di Zubiena.
Le ultime generazioni erano però maggiormente specializzate; non si trovano più, negli anni trenta, eserciti di muratori, decoratori o sterratori dalla professionalità generica, bensì arrivarono degustatori, tipografi, impiegati, sarti, commercianti e molti altri assunti, nelle fabbriche tessili o gioielliere, come operai. Alcuni fecero anche carriera, finendo coll'essere annoverati tra gli imprenditori. Ovvio, comunque, che questa affermazione socio-economica sia riscontrabile solo tra una bassa percentuale di coloro che rimasero in città per almeno due censimenti, come Laurent Faletto-Pose, di Tavigliano, o Second Pellerey, di Netro, o ancora Casimir Sola, di Vallanzengo.
Faletto-Pose, imprenditore di lavori pubblici, giunse in città nel 1901 con la prima moglie e due figli; in seguito si assentò probabilmente a causa dello spostamento di un cantiere di cui seguiva i lavori e ritornò nuovamente ad Annecy nel 1911 con una nuova consorte e due figli8. Nel 1926, ormai deceduto Laurent, il figlio Marius, trentaquattrenne, anch' egli nato a Tavigliano, ma ormai naturalizzato francese, ereditò l'impresa di famiglia.
Second Pellerey aveva 33 anni quando, nel 1921, arrivò ad Annecy: era censito come industriale, quale costruttore di agglomerati in cemento. Nel 1936 era ancora residente, ma oramai naturalizzato, come d'altronde le figlie, già nate in città, e tra i suoi dipendenti vi erano alcuni ex connazionali.
Casimiro Sola, nato a Vallanzengo nel 1869, fu anch'egli presente in città a partire dal 1912 (data di nascita della quintogenita) dopo aver soggiornato a lungo a Saint Laurent du Pont, nell'Isère, tra il 1896 e il 1910, come testimoniato dai luoghi di nascita dei primi quattro figli. Quando arrivò in città aveva 43 anni ed era fabbro imprenditore: anche lui coordinava un gruppo di operai, probabilmente per la rifinitura di caseggiati.
Come si è visto in alcuni casi, Annecy non fu meta prestabilita per tutti, non si partiva cioè con l'idea di arrivare sul lago, ma alla fine, dopo aver seguito la costruzione di gallerie, strade e ferrovie, qualcuno si fermava.
I comuni biellesi contribuirono in modo diverso alle ondate migratorie giunte in Annecy e, dopo aver aggregato i dati per aree9, si è potuto notare che alcuni comuni come Viverone, Magnano, Valdengo, Caprile, Guardabosone, Quaregna, Tollegno, Andorno Micca, Roccapietra e Serravalle videro partire solo un paio di persone dirette ad Annecy e che queste furono registrate una sola volta, salvo Eveline Comerro, di Tollegno, arrivata nel 1911 con il marito Pierre Rossetti, nato a Mongrando10.
Il loro status era simile a quello di altre coppie quali Louis Arnoletti, di Roccapietra, e Marie Fontana, di Caresana, arrivati nel 1921 come Pierre Crosa, di Pianceri, frazione di Pray, e sua moglie Adele, di Ailoche.
Nelle aree considerate, tra paesi che sono rappresentati, come abbiamo visto, da poche unità e comuni che lasciarono partire una dozzina circa di emigranti diretti ad Annecy, si notano situazioni particolari come quelle di piccole comunità che vissero grandi esodi. È il caso di Coggiola, Zubiena, Curino e Varallo: i numeri legati a questi paesi mettono in evidenza una situazione poco condivisa dagli altri comuni dell'area di appartenenza. Più critica appare invece la situazione dei paesi considerati nel territorio compreso tra i torrenti Cervo e Strona: da qui partì il 30 per cento circa dei vercellesi giunti ad Annecy.
I comuni considerati in quest'area sono Bioglio, Callabiana, Camandona, Pettinengo, Piatto, Selve Marcone, Ternengo e Zumaglia. Alcuni furono segnalati nei censimenti francesi a causa della presenza in Annecy di tre-quattro persone originarie di quei luoghi, mentre i rappresentanti di Callabiana, Camandona e Pettinengo furono notevolmente più numerosi: Camandona ebbe addirittura arrivi tutti gli anni.
Benché identificati nella stessa area geografica, questi tre paesi diedero flussi migratori autonomi, soggetti a intervalli, improvvisi rallentamenti o impennate apparentemente indipendenti gli uni dalle altre. In particolare Camandona, con i suoi 121 emigrati complessivi, ha totalizzato poco meno della metà delle partenze dell'area Cervo-Strona.

Il caso particolare di Camandona

Camandona, un comune formato da sedici borgate distribuite sulle pendici della Rocca d'Arzimonia, si è spesso trovato ai margini dei grandi eventi storico-sociali. È stato invece toccato nel cuore dal fenomeno dell'emigrazione, soprattutto a partire dalla fine dell'Ottocento. Erano soprattutto gli uomini ad andarsene in primavera per tornare in autunno, dopo essersi recati prevalentemente in Savoia. Come racconta Ilario Guelpa Piazza nel suo libro sulla storia del paese11, la vita subì conseguentemente importanti modifiche sotto il profilo del costume; in pratica Camandona era pressoché priva di uomini dalla primavera all'autunno inoltrato, solo in inverno raggiungeva il numero di residenti reale. I suoi immigrati arrivarono in Annecy distribuiti nell'arco di cinquant'anni, con punte nel 1911 e nel 1926, come dimostra la figura 9. Erano quelli gli anni in cui il paese era più popolato, tenendo conto comunque che nei censimenti camandonesi erano contate anche le persone momentaneamente assenti. Si veniva così a creare una situazione tale per cui nel 1901 su 2.520 censiti 1.039 erano momentaneamente assenti e nel 1911 su 2.296 lo erano ben 1.148 (la metà).
Questi dati dimostrano un forte aumento del fenomeno migratorio nell'area comunale che rientrava nel grande movimento in atto, in quegli anni, nel Biellese; movimento che alcuni storici chiamano la grande migrazione, la quale ebbe origine dalla rottura dei vecchi equilibri comunitari e familiari su cui si era retto per tanto tempo il sistema economico di quelle vallate. I censimenti successivi sottolineano ancora la diminuzione della popolazione residente a Camandona: nel 1921 vi erano 1.475 residenti di cui 463 all'estero, nel 1931 solo più 1.292 abitanti di cui 452 all'estero. Molti di coloro che avevano scelto di rimanere all'estero fecero domanda per ottenere la nazionalità straniera, non venendo più conteggiati in Italia. Si innescò da questo momento il fenomeno di spopolamento delle borgate: nel 1936 la popolazione censita come residente a Camandona era di 825 persone, di cui solo 9 momentaneamente all'estero.
Considerando i 121 camandonesi presenti in Annecy dal 1886 al 1936, si può dire che ben 71 (41 maschi e 30 femmine), poterono o vollero fermarsi un solo censimento. Per gli altri il soggiorno variò dai due ai sette censimenti, dunque dai cinque ai trent'anni12. Le donne si sono dimostrate meno soggette agli spostamenti e più sedentarie; un valido esempio viene da Marie Sogno vedova Longo presente già nel 1886. All'epoca gestiva un bar, ma dal 1891 fu senza professione e, forse, al suo mantenimento pensavano i figli: quattro femmine ed un maschio, nati in diversi comuni della Savoia e dell'Alta Savoia a partire dal 1865. Se le sue figlie furono impiegate come sarte in qualche laboratorio della zona, al figlio Joannès Léon, tra l'altro ultimogenito, fu concesso di studiare più a lungo, tanto da diventare impiegato contabile. Nel frattempo, nel 1911, Marie, oramai settantunenne, e il figlio Joannès Léon erano divenuti francesi e fu l'ultima volta in cui furono censiti entrambi. Solo nel 1926 Joannès Léon tornò in città con la sua nuova famiglia: una moglie, Regina Guelpa, nata a Camandona e giunta ad Annecy negli anni dieci, e tre figli, nati tra il 1914 e il 1917 già sulle rive del lago. Sia nel 1926, sia nel 1936 Joannès Léon lavorava come procuratore presso la Manifattura di Annecy13. Marie Sogno può essere l'esempio della forza d'animo e della personalità delle donne provenienti da Camandona: nonostante la vedovanza ancora in età relativamente giovane (a 46 anni, nel 1886, era già vedova) allevò cinque figli, permettendo ad ognuno di loro di trovare un lavoro dignitoso.
Erano molte le donne fra i camandonesi emigrati: il 45 per cento circa, quasi a contraddire la tradizione che le vedeva in attesa, al paese natio, del ritorno di un uomo (marito, padre, figlio che fosse) lavorando la terra o al telaio (oramai in opificio), in contrapposizione alla mobilità maschile. Tra tutte solo Eugénie Bianco, ormai sessantasettenne nel 1936, risultava senza parenti, mentre le altre avevano seguito chi il padre, chi il marito.
Per quanto riguarda l'età degli emigrati, essa rispecchia esattamente la situazione generale della comunità italiana di Annecy. Anche per i camandonesi le fasce più popolate sono quelle tra i 21 e i 30 anni e tra i 31 e i 40: l'età di maggior energia, quando si crede ancora possibile la realizzazione di certi desideri.
A detta di molti era forte nei biellesi il senso dell'individualità e non mancava loro neanche una buona dose di intraprendenza e di coraggio, caratteristiche che spinsero gli emigranti di questa zona a raggiungere ogni angolo del mondo. Tutti questi elementi, uniti forse a un senso di libertà più forte che per altri, li portò ad emigrare, non accettando il lavoro nelle fabbriche tessili della zona: cotonifici, lanifici oltre ad officine meccaniche, tessili, maglierie ed altre, che in quel periodo erano in espansione, rendendo il Biellese uno dei principali centri di lavorazioni industriali.
I camandonesi giunti in Annecy appartenevano alla schiera dei lavoratori occupati nell'edilizia; non erano artigiani comuni, ma sapevano fare un po' di tutto, come era costume diffuso tra i montanari. Essi all'origine erano contadini o margari, ricchi di energia fisica e abituati al lavoro all'aperto. Inoltre, pur possedendo poche risorse economiche, non erano ridotti alla miseria più nera, costretti ad accettare un lavoro incondizionatamente: chi partiva era provvisto di un poco di denaro e, spesso, aveva già un contratto di lavoro.
Nell'attività edile i biellesi vantavano un'esperienza consolidata nel tempo, non si muovevano isolatamente o in ordine sparso, ma erano organizzati in équipes con a capo impresari sovente dei loro stessi paesi, a volte figure comprese tra i padroni e i parenti o i conoscenti di lunga data. Da Camandona arrivarono quattro di questi imprenditori; nel 1891 furono censiti i Vigliano: Guillaume, con il figlio Second Pierre, e Auguste Gaspard, il cui padre Joachim era presente in Savoia già ai tempi dell'Annessione. Nel 1901 giunse anche Jean Machetto. Tutti coordinavano squadre di lavoro ben organizzate, impegnate nella costruzione di strade, ferrovie, edifici e opere pubbliche. In tali équipes si trovavano spaccapietre come Jean Baptiste Guelpa, nel 1886, e Jean Guelpa, nel 1896, muratori (ben 22 su 121 camandonesi presenti) come Antoine Catella, nel 1886, o Second Bianco, nel 1911, o la schiera ingaggiata dall'impresa "Falletti, Vigliano & Gurgo", nel 1911, e comprendente quattro componenti della famiglia Giora (il padre Baptiste e i figli Émile, Louis e Rodolphe), Émile Sogno e due Viglieno, Émile e Louis.
Ad essi nel tempo si affiancarono albergatori come Madeleine Vigliano, moglie dell'imprenditore Machetto, nel 1901; un compositore litografo, tale Pierre Edouard Basso Bert, impegnato presso i fratelli Hérrison, dal 1906 fino al 1936; negozianti e impiegati di commercio come il ventiduenne Raymond Ramini, panettiere, nel 1911, o Charles Henri Catella, droghiere, nel 1921 e nel 1936.
Solo nel 1936 si comincia a trovare iI nome di alcune operaie: Maria e Osvalda Guelpa lavoravano nella fabbrica di Edmond Zuccolo, Lea Viglieno fu assunta dalla ditta Chatenoud: due imprese leader nel settore della bigiotteria. Il fatto che nel 1936 qualche lavoratore fosse assunto in fabbrica è forse la dimostrazione che le nuove generazioni (le tre ragazze avevano tra i 24 e i 28 anni) avevano superato il rifiuto verso il lavoro negli stabilimenti, che aveva, in un certo senso, costretto i loro nonni e i loro padri a lasciare il Biellese.
Dallo studio parallelo della comunità camandonese al di qua e al di là delle Alpi, come abbiamo visto, si sono imparate molte cose, si sono approfonditi molti aspetti. È rimasto, in ultimo, quello legato alle radici. Si è precedentemente sottolineato come nei censimenti delle borgate camandonesi si fossero contati per anni anche coloro che si erano spostati all'estero, quasi a non volersi rassegnare ai mancati ritorni. È tuttavia più facile spiegare le cause che spinsero il 13 per cento dei camandonesi a divenire francesi, che il perché alcuni non l'avessero fatto mai. Per esempio, già nel 1901 il suddetto Auguste Gaspard Vigliano, trentottenne imprenditore di lavori pubblici, venne riconosciuto francese, nazionalità da lui richiesta probabilmente per accrescere le sue chances nelle gare di appalto; rimase comunque in Annecy per tutta la sua vita: vi era ancora nel 1926, a 63 anni. Nel 1911 tutta la famiglia Longo, a cui fungeva da capofamiglia la già conosciuta Marie Sogno, divenne francese, Marie compresa, ed anche il già citato Pierre Edouard Basso Bert, dopo un'intera vita in Annecy, dove era arrivato a 30 anni, nel 1906, e dopo aver sposato, nel 1910 circa, una francese, nel 1936 fu ritenuto francese, mentre i suoi figli, nati già ad Annecy, lo erano di diritto. Pure Charles Henri Catella, di cui si è già parlato, dopo venticinque anni di residenza in città e una moglie parigina diventò, anch'egli nel 1936, francese probabilmente per riottenere la sua licenza di negoziante.
Non diventò invece mai francese Caterina Vigliano, moglie di Giacomo Catella, gessaiolo camandonese, che la lasciò vedova dopo il 1901 e madre di ben sei figli. Caterina Vigliano fu la camandonese più a lungo censita in Annecy in quanto già presente nel 1886, all'età di 50 anni, e vi era ancora nel 1921, ormai ottantacinquenne. Per il fatto che il suo primogenito Jean Joseph era nato a Camandona, mentre la secondogenita Angelique era nata ad Annecy nel 1869, si può dedurre che la famiglia Catella-Vigliano vi si fosse trasferita in quel lasso di tempo. La famiglia fu a lungo presente in città e, a più riprese, tutti e cinque i figli di Caterina richiesero ed ottennero la nazionalità francese, ma né Caterina, né il marito la chiesero. I legami con il paese di origine non dovettero mai sciogliersi definitivamente; un piccolo segnale di ciò è dato dal fatto che la figlia minore, Teresa, si sposò con un altro Catella che, benché nato in Francia, era di chiara origine camandonese.
I camandonesi hanno permesso l'esemplificazione e forse anche una certa personificazione per quanto riguarda le dinamiche, le reti relazionali affettive e lavorative presenti nella comunità italiana. Il proposito di chi scrive è di ampliare il discorso, ma con un occhio di riguardo verso gli emigranti di origine vercellese, che hanno così marcato la comunità italiana.
Molti altri aspetti sociali, economici, culturali e politici emergono mano a mano che la ricerca continua.


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