Massimo Storchi

La memoria della violenza fra Resistenza e dopoguerra

"Il tempo è un oceano" in cui ci muoviamo avanti e indietro,
uno "spazio-tempo" in cui tutto esiste insieme.
Il massacro degli indiani, la distruzione dei bisonti e dei cavalli,
non sono accaduti, ma stanno accadendo.
Questo spazio dove tutti i tempi coesistono
e dove tutto accade continuamente è la memoria
1.


Nel considerare il tema della memoria della violenza in ambito resistenziale non si può non partire dalla constatazione della enorme frammentazione che su questo tema la lacerazione della memoria ha sedimentato nel corso di un cinquantennio e dalla necessità di procedere sulle sue tracce a piccoli passi, non per una impossibile e anacronistica ricomposizione, ma per un "riconoscimento delle soggettività contrastanti che hanno definito, con la loro opposizione, il senso del processo storico"2.
Di fronte a questa difficoltà iniziale, questo intervento si limiterà, considerata la enorme disponibilità di piste potenzialmente fruttuose, a seguirne soltanto alcune che identifichiamo nei due versanti della lacerazione del ricordo che oggi riconosciamo nella loro compiuta esistenza: memorie partigiane e antipartigiane, ben consci della grossolana approssimazione che con questa articolazione viene fatta. Rimandiamo ad altra sede una riflessione più strutturata sulle stesse tipologie che vengono comprese in queste due categorie, facendo in questo riferimento allo stato del dibattito come si è sviluppato fino ad oggi.

Quello della violenza è uno snodo che mi sembra di grande rilevanza, come cercherò di illustrare, ricordando che se è vero che "i morti continuano a contare per come una collettività nazionale si percepisce e si perpetua nel tempo", la "strada migliore per metterli al sicuro è quella di ricostruire criticamente ed empiricamente i modi sempre mutevoli con cui sono composti e seppelliti nel nostro immaginario"3.
Come detto si scelgono i due versanti opposti della memoria, versanti che a loro volta contengono diverse stratificazioni ed esprimono differenti modalità di confronto con il complesso del racconto resistenziale.
Se è vero, infatti, che la storiografia resistenziale non può astrarre il proprio lavoro di scavo scientifico dalle elaborazioni che, in questi cinquanta anni, ne hanno fatto un crocevia di riflessione ideologica e politica per l'esistenza della repubblica, si deve anche verificare l'importanza del fattore territoriale nella definizione di queste memorie.
Il caso dell'Emilia, cui qui si fa riferimento4, sembra particolarmente eloquente. In questa regione, dove pure il medesimo "racconto resistenziale" ha assunto intensità e complessità di notevole rilievo, tanto da costituire un forte elemento di identità comunitaria per oltre un trentennio, ci si è trovati a doversi confrontare - sempre più frequentemente dagli anni novanta - con una situazione in cui ad una memoria complessa e altamente formalizzata si è andata affiancando e sovrapponendo una pluralità di memorie "altre" che definiremo sommariamente antipartigiane, presenti, persistenti e a volte capaci esse stesse di agire, a livello comunitario, sulla formazione di una identità condivisa.
Questo incontro-scontro, favorito in buona parte dall'entrata in crisi dei modelli politici di riferimento, si è espresso non a livello di scavo scientifico o di verifica intercomunitaria, ma attraverso l'esplosione di tempeste massmediatiche che hanno riacceso la contrapposizione a livelli progressivamente più bassi vincolati all'uso pubblico e politico della storia.

In queste brevi considerazioni deve essere posto al centro il percorso di elaborazione della memoria individuale all'interno della propria comunità di riferimento, le modalità di questo inserimento e come la singola memoria vada a contribuire, rimanendo a sua volta fortemente influenzata, alla costruzione della memoria comunitaria.
Comunità intesa non semplicemente come insieme di socialità ma nel contesto più ampio dei legami con un territorio e con le reti di rapporti presenti su di esso5. Il verificarsi stesso di episodi di violenza trova all'interno di questo ambito il più delle volte la propria motivazione e articola le proprie dinamiche in base a situazioni ed equilibri che della comunità di riferimento sono costitutivi.
Il legame, spesso molto forte fra singoli e gruppi sociali di appartenenza, fra formazioni partigiane e popolazioni civili, è un altro elemento di sostanziale importanza nel rapporto memoria-violenza. Esso diviene decisivo in quei contesti territoriali (es.: la pianura) dove, non solo per la contiguità fisica partigiano-nemico-popolazione, ma per la stessa provenienza dei partigiani da quelle stesse comunità, si instaura più facilmente un rapporto di interazione fra sentimenti e bisogni comunitari e strategia partigiana.
Il ruolo delle comunità nella formazione di una memoria collettiva legata all'esprimersi della violenza è stato discusso, e con grande intelligenza6, più per quanto attiene alle stragi naziste che per quanto riguarda il rapporto particolare fra partigiani e popolazione civile e il verificarsi di atti di violenza contro il nemico prima e lo sconfitto poi al termine della lotta di liberazione. Solo negli ultimi anni l'attenzione si è focalizzata proprio sull'ampio ventaglio di percorsi di formazione del rapporto positivo (e non) fra comunità locali e formazioni partigiane, colto nelle varie fasi di approccio, radicamento ed espletamento dell'attività militare e politica7.

Memorie partigiane

Pur nell'abbondanza di produzione di memorie partigiane, è interessante notare come il tema della violenza rimanga relegato sullo sfondo, o, più spesso, limitato al versante della violenza subita. Le tipologie in questo caso sono le più numerose, ci limitiamo a ricordarne soltanto alcune: quella dei rastrellamenti e della cattura, la violenza estrema della tortura e quella finale legata alle esecuzioni e alla successiva esposizione dei cadaveri delle vittime. Viene elusa la violenza agita oppure questa viene ricondotta alla dimensione istituzionale dell'atto di giustizia contro il nemico, ridotto però in questo modo al rango di "colpevole". Sintomatico di questo atteggiamento è l'uso lessicale del termine "giustiziato", anziché "ucciso", "eliminato" o simili, riscontrabile in tanti testi fino agli anni ottanta. Questa scelta si accompagna anche alla cancellazione della personalità del nemico, identificato anonimamente come "fascista" o con la carica o il grado ricoperto.
Questa strategia di elusione trova una motivazione nel ricordo delle persecuzioni antipartigiane degli anni cinquanta quando, proprio partendo da azioni di guerra, ricondotte alla stregua di delitti comuni, la giustizia repubblicana si era occupata di perseguire membri delle formazioni partigiane. Si tace sulla violenza per rendere "presentabile" la Resistenza, accentuandone gli aspetti politici e istituzionali, calcando la mano sugli aspetti ideali ed epici come aveva già fatto Battaglia negando al partigiano-tipo la figura del "soldato di mestiere", certo com'era di "far parte dell'esercito sterminato che corre da un capo all'altro della terra, dei popoli che combattono per la libertà"8.
Ma anche sul tema della scelta e dell'inizio della lotta la memoria partigiana ha taciuto a lungo e ancora una volta è la violenza il nodo problematico che veniva aggirato. La scelta della violenza è invece uno dei passaggi decisivi dell'inizio della Resistenza, quello che più frequentemente decide delle modalità di inizio della lotta, del passaggio fra volontà politica ed azione.
La scelta della lotta armata, affermata fra non poche difficoltà, deve poi trovare una propria applicazione pratica ed è su questo salto che la memoria ha trovato maggior difficoltà a definire una traccia consolidata. Spesso infatti ci si è trovati di fronte alla elaborazione di un percorso fra scelta resistenziale e azione militare polarizzato soprattutto sul primo momento, ragionato nelle diverse modalità di una valutazione delle più diverse connotazioni ma che trovava sempre riscontro in una visione spesso provvidenziale e teleologica del passo compiuto. Con più difficoltà invece, e solo nei tempi più recenti, è emersa una memoria più articolata incentrata proprio sulla fattibilità della scelta ideale, fattibilità che comportava, appunto, l'utilizzo concreto e personale della violenza.
La difficoltà del passaggio è testimoniata anche dalle stesse vicende resistenziali, leggibili almeno su scala emiliana, dove la fase del cosiddetto "attesismo" (autunno 1943) che nella memorialistica fu sconfitto "perché così doveva essere" e come merito esclusivo della componente comunista, è in realtà frequentemente rappresentato dalla difficoltà di avviare la lotta armata, trasformando elementi, fino a quel punto dediti alla cospirazione antifascista, in militari pronti ad una azione diretta sull'uomo-nemico. E significativamente il passaggio avviene di frequente con un cambiamento del personale dirigente e combattente sia per generazione che per esperienze (tipica quella di quanti avevano già partecipato alla guerra di Spagna).
Ma anche in questi casi il battesimo del fuoco, che spesso avviene nelle condizioni umanamente più dure dell'azione gappistica, lascia tracce profonde nella memoria come sofferenza vissuta nella drammaticità della situazione bellica senza per questo rimettere in discussione la giustezza della scelta fatta.
"Si faceva presto a dire: spara! Siamo usciti almeno tre volte senza concludere niente [...] e poi era una fatica terribile. Quando S., che era un compagno bravo, ci venne a chiedere di usare una barba finta, capimmo che non ce la faceva più e lo mandammo su in montagna"9.
"L'ordine era di colpire i fascisti, no, non sapevo chi era quel soldato, dovevamo colpire il primo fascista che riuscivamo [...] l'abbiamo aspettato nascosti dalla siepe poi quando è passato gli siamo andati dietro. Io non ero pratico della città, così l'abbiamo aspettato sulla strada dove adesso c'è l'acquedotto [...] per poter scappare in campagna [...] era quasi buio e abbiamo pedalato come matti per scappare"10.
Ma il confronto con la violenza, il convivere quotidiano con essa, pone anche problemi di assuefazione, di "intossicazione" che riguardano particolarmente i partigiani più deboli per carattere o perché già direttamente coinvolti come vittime nello scontro.
"C'era un bel da dire 'state calmi' ma quando arrivava un prigioniero fascista c'era la gara a suonarlo, d'altra parte c'era gente che aveva avuto il padre bastonato nel '20, la casa bruciata o peggio [...] quando poi abbiamo fatto i tribunali apposta i prigionieri si perdevano per la strada"11.
Di fronte alla violenza l'atteggiamento non era quello verso un "male inevitabile", ma quello di un problema che solo la constatazione della sua ineludibilità e dell'essere stato causato da altri riesce a rendere sopportabile. Per tutta la durata della lotta la violenza rimane un problema aperto, e non solo a livello di organi dirigenti, tenendo conto anche del fatto che ci si deve confrontare con la realtà di una violenza che, per sua logica intrinseca, tende a divenire assoluta e che, come ci ricorda Ranzato, mostra la sua ambiguità nel suo contenuto politico "capace di assorbire, nobilitandoli, impulsi violenti estranei alle pubbliche finalità che con essa si perseguono"12.
Altrettanta difficoltà emerge di fronte alla violenza esercitata al di fuori delle regole e degli obiettivi della lotta, in particolare quella indirizzata a donne (violenze sessuali) o quella esercitata a fini di delinquenza comune (furti e rapine). In questi casi la elisione della memoria è talmente forte da esercitarsi non solo sui singoli eventi ma anche sulle punizioni esemplari alle quali furono sottoposti, ove individuati, i colpevoli.
Più che la ricerca di giustificazioni, la memoria riporta l'impegno di uno sforzo continuo per ricollocare quella violenza entro la necessità del momento.
"Dire 'c'era la guerra' nella memoria partigiana non significa quindi scaricare la responsabilità sugli altri ('obbedivano agli ordini' come Priebke o Kappler) o sul contesto [...] Per una partigiana dire 'c'era la guerra' non vuol dire che tutti i gatti erano bigi, che ragioni e sentimenti erano sospesi. Vuol dire: ho dovuto farmi carico di ragioni che non voglio cancellare ma che non voglio sentir giudicare con gli occhi alieni degli 'innocenti' di tutte le stagioni"13.
In questa chiave va letta l'orgogliosa e dolorosa rivendicazione di Rosario Bentivegna quando, di fronte alla provocatoria domanda di un giovane neofascista nel corso di un dibattito se "non fosse pentito di quanto avesse fatto" poteva rispondere che "la scelta che ho fatto ha comportato decidere di uccidere e questa scelta ha lasciato un segno indelebile dentro di me, perché la violenza sporca sempre chi la usa, ma anche questo essere stato costretto a uccidere è un elemento di colpa in più per chi, allora, mi costrinse a farlo. La mia vita era diversa e poteva essere diversa, fu la violenza degli altri che mi costrinse a scegliere, a mia volta, di uccidere. E questo non posso perdonarlo"14.
Tanta riconsiderazione del problema mostra i propri limiti nel momento più difficile: quello della cessazione delle ostilità, quando si tratta di "uscire dalla guerra". La violenza allora assume un altro aspetto, nel momento in cui cessa di essere anche uno strumento di difesa per diventare, nell'intenzione di chi lo compie, atto di giustizia, all'interno di una logica mutata, quella dei rapporti all'interno delle singole comunità.
I civili erano diventati oggetto della violenza bellica, una risposta è anche il diventare soggetti della violenza, direttamente o tramite altri attori. I casi di linciaggi svolti dalla popolazione inferocita o l'accanirsi sui corpi di fascisti uccisi sono la esteriorizzazione di questo nuovo tipo di ruolo, di desiderio sentito come diritto non solo di avere giustizia immediata sul nemico ma anche di distruggerne l'immagine e la sostanza fisica.
"C'erano tante donne a sputargli addosso e coi bastoni, una cosa orrenda, da star male. Perché se uno è morto basta [...] invece quell'odio che sentivo c'era davvero [...] era stato un mascalzone ma era morto e invece no [...]"15.
Nella fase finale della guerra si concretizza la esplosione di violenza, nel momento in cui la vittoria deve divenire il passaggio per un cambiamento completo, per una ridefinizione degli equilibri e del futuro comune, e allora "il combattimento si trasforma in persecuzione. Soltanto la persecuzione rende irreversibile la vittoria [...] la persecuzione mette le ali ai persecutori [...] Chi ha il nemico direttamente davanti agli occhi ed è trascinato dalla dinamica della violenza non vuole fare prigionieri, vuole solo uccidere. Non c'è perdono [...] vincitore non è chi ha ucciso più nemici, ma chi ha ucciso tutti i nemici"16.
E proprio nella transizione finale emerge chiarissimo un elemento costitutivo della memoria resistenziale: l'esistenza di nemici "più nemici" di altri e questi sono certamente i fascisti e ancor di più i fascisti membri delle proprie comunità, quelli che hanno "tradito" il legame comunitario, infranto il legame che li legava alla loro origine.
Se con lo squadrismo degli anni 1920-22 c'è la prima rottura, con la eliminazione fisica o la messa al bando di antifascisti, l'adesione a Salò è il passaggio decisivo, è il ribadire l'attualità e la efficacia di quella prima frattura, del tradimento, che si ripropone conflittualmente a scatenare la violenza.
Squadrismo e adesione a Salò sono i due momenti "forti" nella definizione della memoria, sono i due "topoi" tipici della narrazione della memoria partigiana nei confronti del nemico. Il periodo del fascismo come regime, anche nei casi in cui - come accade non infrequentemente - la violenza viene ancora esercitata direttamente o attraverso le istituzioni - viene schiacciato temporalmente all'indietro su quella prima rottura. Il fascismo come regime diviene un elemento esterno ed impersonale che agisce, con gli strumenti dello Stato e delle istituzioni, dall'esterno della comunità. Rimane ferma invece la memoria di quegli squadristi attivi perché parte della propria comunità, e la loro successiva adesione a Salò, vissuta come conferma definitiva del tradimento, è l'innesco al processo di "punizione" che prende forma durante la Resistenza e si conclude, spesso, nei giorni della Liberazione.
La violenza partigiana interviene spesso su quella rottura non per "risanarla" ma per ridefinirla su nuovi rapporti di forza; non sempre è la vendetta estrema la risposta, può essere, per i vinti, la ritualizzazione (violenta o no) dei nuovi rapporti all'interno della comunità stessa. In alcune situazioni la violenza può assumere forme simboliche, come nel caso di donne sottoposte a umiliazioni pubbliche (rapatura) o figure del fascismo locali imprigionati per giorni nei locali destinati ai maiali. Non necessariamente la violenza arriva alle estreme conseguenze, quello che conta è che la punizione diventi tempestivamente elemento di "educazione" pubblica.
È la comunità il luogo del confronto e dello scontro. La comunità che attraverso i suoi membri subisce la violenza. È la comunità che eccita nuova violenza e che recupera e costruisce la memoria collettiva. Anche quando la violenza è stata davvero immotivata o ha colpito il bersaglio sbagliato.
"E poi c'è stato il caso della G. la figlia del capitano della Brigata Nera. L'hanno presa e l'hanno violentata perché dicevano che faceva la spia andando a scuola, ma non era vero [...] era che volevano punire il padre [...] beh, lei ha avuto una figlia da quella cosa e dopo è rimasta qui in paese a fare la levatrice per dimostrare che lei era innocente e ha fatto nascere tutti i nostri figli [...]"17.
Sono i partigiani a farsi interpreti e tramite del desiderio di giustizia/vendetta comunitaria colpendo chi ha tradito il patto. In questa logica è quasi superfluo sottolineare come le motivazioni ideologiche rimangano soltanto come quadro di riferimento, a fornire un'ulteriore legittimazione al compiersi di azioni che si sentono già giustificate dal sentirsi portatori di una esigenza collettiva di giustizia: "ero troppo giovane per conoscere quelli lì, sono stati i vecchi a dirci chi andare a prendere quelle notti là, erano quelli del '20 che poi erano tornati fuori con la Repubblica, era gente che doveva essere tota via da la guasa [lett. tolta via dalla rugiada] [...]"18.
E se "l'esecuzione [...] è la prova della legittimità del potere"19 i partigiani, a liberazione compiuta, uccidono di nascosto perché si sentono portatori di una "altra" legittimità, oltre che per la mentalità bellica che prosegue ad animarne il modus operandi.
"Quella gente andava uccisa in piazza, con la banda, e la gente avrebbe fatto festa, micca andarli a prendere a casa di notte come dei ladri"20.
Spesso poi alla uccisione segue l'occultamento del cadavere del nemico e non solo perché in mancanza della salma non possono essere avviate indagini su un ipotetico omicidio ma soprattutto per cancellare definitivamente il nemico dal contesto territoriale, si infligge una "doppia morte" per togliere al nemico anche l'onore di una sepoltura nel luogo comunitario del ricordo: il cimitero.
"Quando li abbiamo uccisi abbiamo detto a quelli là: 'piantateli fondi che la terra se li mangi per sempre'. Erano carogne e dovevano sparire una volta per tutte"21.
Si è detto che la comunità, nella costruzione di una memoria condivisa, gioca un ruolo centrale: esiste in questo processo complesso un filo di continuità fra conquista della supremazia territoriale durante la Resistenza, uso della violenza e costruzione di una memoria condivisa. Nei contesti dove la Resistenza è stata egemone, producendo al suo interno figure di riferimento accettate, verifichiamo che, oltre che un tasso di violenza minore, la memoria della violenza sul nemico - anche e soprattutto quello "interno" - viene elaborata ed inserita nel racconto comunitario. Viceversa è possibile cogliere memorie "divise" in quelle situazioni dove la costruzione di un'identità comunitaria è stata frammentaria, situazione che si verifica dove la Resistenza, non riuscendo ad interpretare con efficacia necessità e specificità delle comunità, non ha avuto la capacità di radicarsi fortemente al territorio.

Memorie altre: un paradiso di martiri

Significativamente la memoria antipartigiana si articola su differenti punti e trova il suo snodo nella violenza subita, direttamente o non, tendendo a circoscrivere l'episodio che ha colpito la propria famiglia, il soggetto medesimo o parenti e amici.
La violenza, in questa costruzione del ricordo, viene vissuta sempre come un elemento imprevisto e imprevedibile, un evento che giunge a rompere un equilibrio ideale e perfetto, familiare e sociale.
"Mio padre aveva combattuto in Africa e poi era tornato a lavorare. Aveva la tessera ma non faceva la politica. Dopo l'otto settembre lui è andato con la Repubblica e nella Brigata Nera ma era perché si sentiva italiano davvero. L'hanno accusato del rastrellamento di luglio ma lui era a Modena, cosa c'entrava. Quando è tornato su l'hanno ucciso alla curva della fontana, l'ha trovato mia madre. Lui non c'entrava niente [...] non ci hanno mai detto perché l'hanno ucciso"22.
Ancor di più la violenza subita al termine delle ostilità rimane più incompresa e provoca una memoria più antagonista.
"Mai abbiamo avuto noie, ripeto, fino alla fine della guerra; neanche nel periodo che seguì il 25 luglio. Si andava d'accordo con tutti, e si cercava di fare il proprio dovere. Questa era l'aria che si respirava in casa mia, e per questo la tragedia poi accaduta mi ferisce ancora e mi provoca uno struggente dolore"23.
La violenza è un accidente che colpisce sempre gli innocenti (ma i "martiri" per definizione non sono "innocenti" ma sono testimoni, vittime della propria fede, della propria scelta di opposizione all'oppressore), vittime di una ferocia cieca ma soprattutto immotivata.
"[Per Borghese] [...] Salò non è una scelta politica, bensì è dettata dall'impegno di testimoniare fedeltà a un sistema di valori estraneo alla prosaicità della politica. Salò è la guerra dello Spirito e del Valore contro l'Opportunismo e la Pavidità"24.
"Venite con noi o fratelli d'Italia, a pregare sulle fosse sconosciute! Sotto i nostri piedi non c'è un letamaio verminoso, ma un cimitero di martiri. Sia che camminiamo nella bassa emiliana, sia che ci arrampichiamo per i valichi alpini, noi posiamo i piedi e spieghiamo le ali in un paradiso di martiri"25.
In questa imprevedibilità della violenza subita c'è anche un elemento che accomuna gran parte delle testimonianze: la mancata percezione (o il rifiuto) del contesto bellico, della lotta che si stava concludendo e delle possibili conseguenze che minacciavano le vittime.
La gran parte degli uccisi, che sono di solito elementi di basso livello nella gerarchia politica o militare saloina, sono catturati senza difficoltà, alcuni nelle loro case, non tentano la fuga, in certi casi si autoconsegnano certi della impunità, altri ancora sono colpiti al ritorno a casa dai campi di prigionia toscani.
La violenza scoperta su di sé diviene un momento di "rivelazione": "non pensavo che ci potesse essere tanto odio contro di noi"26.
Prosegue, anche al momento del crollo, quella sorta di "collettiva fuga dalla realtà", che trova le proprie radici nella "normalità" della violenza all'interno della cultura fascista e nell'atteggiamento che Mario Isnenghi ha ben delineato identificandolo nelle "componenti psicologiche di tipo masochistico-eroico ispirate al sentimento di essere fra i pochi che tengono duro e pagano di persona fino al sacrificio supremo"27, lasciando i gregari e i piccoli gerarchi in bilico fra l'ingenua sottovalutazione delle conseguenze dei propri e altrui gesti e la consapevolezza di non poter sopravvivere alla fine del regime.
Questa rivelazione non riesce però a far maturare una memoria critica ma alimenta una memoria del risentimento. Non scatta il nesso elementare causa-effetto ma si innesca un processo di creazione di una memoria differente e parallela che arriva a ricostruire, nella esemplarità della vita (ingiustamente) colpita, una nuova figura, quella appunto del martire.
In questo senso mi sembra esemplare il condensarsi di questi tipi di memoria nella collana dei volumi "Martirologio" (sic), realizzati dalla "Associazione nazionale famiglie caduti e dispersi della Rsi" in varie provincie emiliane (Reggio, Modena, Ferrara ecc.). Come recita l'introduzione nella versione relativa alla provincia di Reggio Emilia: "C'è nel sacrificio di questi combattenti il segnale della tragedia incombente. Essi andarono volontari sapendo e presagendo che la lotta impari si sarebbe conclusa nel dramma, ma vi andarono ugualmente per difendere fra tutti un concetto astratto, quello dell'onore [...] Ma già s'infiltrava nella lotta la tattica del colpo alla schiena, il vile agguato l'imboscata [...] i fratelli venivano uccisi da coloro che fratelli non potevano più essere chiamati, nelle città, nelle campagne, nei paesi e nei villaggi. Già si delineava il disegno efferato dell'olocausto finale. Poi vennero i giorni della primavera. Quanti, in quei giorni di aprile, padri e madri di famiglia, uomini, donne che non avevano mai assolutamente calcolato di doversi mettere in salvo, sereni com'erano della loro innocenza e onestà, fiduciosi che alla fine i fratelli non si sarebbero fatti travolgere dall'odio!"28(nda, i corsivi sono miei).
Ma altrettanto significativa è la memoria di questi "martiri" che viene diffusa oggi nel sito dedicato alla Repubblica sociale29. Emblematica è la poesia dedicata al fratello fucilato, come spia, dagli alleati: "Tutto è silenzio nelle scure celle e le ombre gialle delle sentinelle,/ anime in pena sembrano, vaganti, a spiare sui volti dei sognanti;/ e carpirne vorrebbero i misteri che sempre temono oggi come ieri./ Temono i vivi anche segregati e temon l'ombre dei fucilati./ Come barbari sentono il terrore della gloria di Roma e nel furore,/ spietatamente uccidono e l'alone dei martiri li tiene in soggezione./ [...]/ quando al mattino in cella sei tornato di quell'anime un raggio ci hai portato;/ l'ultimo raggio e l'ultimo sospiro, l'ultimo sguardo balenato in giro;/ l'eco del grido estremo: Italia, Mamma! e dei martiri novi la gran fiamma./ Nella chiesa di Dio, sopra l'altare l'anime loro stanno a vigilare;/ nella povera chiesa profanata dalla torma di barbari assetata./ Si destano sereni i carcerati. I loro sguardi al cielo son voltati/ e dal quadrato della finestrella preoccupata spia la sentinella,/ che teme che dal ciel possan calare le legioni dei morti, a liberare/ il fiore dell'Italia rinserrato in poco spazio oscuro e malfamato. Ognun di cielo/ guarda un quadratino ch'è assai lontano e a loro sta vicino: è il cielo della Patria/ e nella stanza parla di Fede e parla di Speranza. Tu che sei giusto, Tu che sei/ pietoso, Dio, ai nostri morti dà santo riposo e fa che i vivi possan rivedere/ spiegate al vento le itale Bandiere"30.
Nell'ingenua successione di rime baciate tornano tutti i temi cari alla memorialistica fascista e post: il nemico come barbaro che profana i luoghi più sacri, la comunione di spirito con le legioni dei morti, il valore mistico e salvifico dei simboli nazionali quasi sintetizzati nel trinomio "Italia, mamma, martiri". La poesia, scritta nel 1944, viene riproposta 57 anni dopo.
"La guerra di Liberazione fu infatti interpretata dai comunisti non solo italiani come la fase iniziale di una rivoluzione: i comunisti italiani, in più, potevano rafforzare propagandisticamente tale interpretazione sulla base della lettura del regime fascista come braccio operativo della borghesia e di tutte le forze reazionarie del paese. Allora, se al clima già avvelenato di una guerra civile si sommano le peculiarità della prospettiva comunista, il quadro diventa non solo più chiaro, ma straordinariamente coerente con tutto quanto il comunismo ha prodotto nella storia, e che solo ora, con il crollo del sistema imperiale comunista, si sta valutando nelle sue intere proporzioni. La violenza rivoluzionaria e il terrorismo come indispensabili strumenti della rivoluzione sono riaffermati da tutti i padri ideologici del comunismo. Le vittime, per l'appartenenza economica, professionale, religiosa, erano da considerare nemici di classe: quindi, anche se non oppositori attuali, nemici potenziali nella prospettiva rivoluzionaria dell'instaurazione di un regime social-comunista, e perciò 'meritevoli' di essere eliminati. La loro eliminazione poteva avere oltretutto funzione pedagogica nei confronti di tutta la popolazione"31.
In questa luce la memoria ripropone la visione di una Resistenza "provocata" allo scopo di tracciare una frattura incancellabile tra gli italiani, in vista di una seconda fase rivoluzionaria, e i partigiani come forma di delinquenza sociale nella partizione partigiano "buono" (che non spara, non comunista)-partigiano comunista (rivoluzionario e assassino): "[i partigiani] non sono più italiani: sono giunti dalle centrali nemiche [...] strumento in mano dello straniero e rigorosamente circoscritto ai fini dallo straniero voluti"32.
Questa memoria antipartigiana tende a negare il ruolo della comunità, delle sue dinamiche di breve e lungo periodo, isola la sequenza dei fatti da qualunque contesto per puntare alla individuazione del/i colpevoli della violenza, letti nella loro devianza, uomini e donne pervertiti dall'ideologia (comunista), prima ignoti e "rivelati" nel momento della violenza medesima. Oppure torna spesso il tema del partigiano-assassino rivelatosi tale in persone già oggetto di gesti di benevolenza in passato da parte della vittima, ad aggravare così, con l'ingratitudine, il crimine commesso.
Raramente si concretizza un distacco fra azione subita e formazione della memoria e, quando si verifica, il passaggio avviene più facilmente nel caso di reduci di formazioni militari per i quali la frequentazione assidua della violenza delle armi attenua l'irruzione della medesima violenza nei propri confronti.
"Ci vuole fortuna [...] quando ci hanno presi pensavo già di essere morto [...] ci hanno tenuti due giorni in un solaio poi ci hanno portati fuori [...] tre li hanno portati via e amen io e T. ci han dato tante botte, tante botte ma ci han lasciato vivi [...] chissà perché [...]"33.
Anche nella più o meno recente memorialistica di reduci di Salò il confronto con la violenza è un elemento che non assume una sua consistenza, anche in quanti, come Sebastiani34 e Rimanelli riassumono, criticamente, i vari "topoi" del libro di memorie belliche (il sangue, eros e thanatos, la bella morte, l'onore, il cameratismo, il rispetto/paura per i tedeschi), manca la memoria della scelta della violenza. Si diventa repubblicani combattenti per onore, per famiglia, per vendetta, per spirito di avventura, per mille ragioni e si continua nella guerra. Non c'è un momento di frattura nel dover usare le armi e la violenza, come del resto la cultura fascista aveva insegnato. La violenza è qualcosa di esistente e presente, quasi per definizione, parte di quell'universo in cui sono nati e cresciuti.
"Il capraio, adesso, non piangeva più e forse si era rassicurato. Mazzoni aspettò che avanzasse ancora di cinque passi. Poi gli sparò alle spalle tutto il caricatore del mitra. Il capraio ruzzolò per il sentiero come una palla, arenandosi infine in mezzo al grano. Bocca aperta e gambe larghe e occhi pazzi spalancati al cielo. 'Qualcuno lo troverà', disse Mazzoni, innestando un altro caricatore"35.
Si legge semmai una "giustificazione" diffusa nell'aver dovuto combattere contro gli italiani mentre il desiderio era di combattere il nemico "esterno"36.
"Io sono stato ad Oderzo a fare il corso, ero ufficiale, e sono finito a fare i rastrellamenti fra gli argini e le fucilate. Volevo combattere io, e ci dicevano che anche quello era combattere ma io ero stanco, si diventava più cattivi così [...]"37.
Nel complesso ci si trova di fronte a memorie "congelate" (come testimonia il confronto di due volumi38 sul campo di Coltano prodotti a 40 anni di distanza) sia per la situazione, già indicata da Germinario39, in cui "l'altra memoria" ha dovuto anche surrogare la mancanza di una storiografia (ancora oggi, nell'apposito sito web dedicato alla Rsi, Pisanò rimane il testo di riferimento), per cui si è verificato un forte scarto fra le molte memorie e i pochi studi con pretese storiografiche, sia per il nostro ritardo nell'interrogare quelle fonti, accettando, a nostra volta, troppo spesso una logica di schieramento.
Come si collocano queste memorie "diverse" in rapporto alle memorie comunitarie?
Da una fase, lungamente protratta, in cui la loro circuitazione rimaneva all'interno degli ambienti neofascisti e concorreva a definirne il pantheon delle memorie, si è passati, a partire dalle polemiche antipartigiane avviate in sede reggiana nel settembre 1990, ad un loro progressivo sdoganamento sui mezzi di comunicazione e la pubblicistica locale che ha portato alla loro legittimazione nelle ricorrenti ondate polemiche antipartigiane.
Questa entrata nel circuito della memoria collettiva ha provocato anche un innesco di una "competizione" e uno "scontro" fra memorie diverse e divise a livello di comunità locali. Non è possibile trarre considerazioni generali essendo ogni situazione identitaria ben caratterizzata al suo interno e nei rapporti con quelle limitrofe. Certamente si conferma quanto accennato in precedenza circa la continuità fra dimensione della supremazia partigiana e costruzione di una identità condivisa all'interno della quale si inseriscono anche queste memorie "diverse" che vengono lette e ricomprese nel racconto resistenziale.
Dove invece la debolezza resistenziale non riesce a darsi una propria sintesi nel dopoguerra e soprattutto nell'ultimo decennio con l'affievolirsi della memoria partigiana, queste memorie diventano parte attuale e in conflitto a definire una propria specificità e a rivendicare una "verità" che sedimenta una nuova "vulgata" che si sta diffondendo e con la quale il confronto è ormai quotidiano.


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