Corso di formazione/aggiornamento "I sentieri della libertà in Valsesia"
"l'impegno", a. XXIX, n. 2, dicembre 2009
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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L'Istituto ha organizzato la quarta edizione del corso di formazione/aggiornamento "I sentieri della libertà in
Valsesia", in coerenza con i contenuti del progetto Interreg Italia-Francia-Svizzera "La memoria delle Alpi", promosso
dal Consiglio regionale del Piemonte e dal Comitato della Regione Piemonte per l'affermazione dei valori della
Resistenza e dei principi della Costituzione repubblicana. Articolato in tre incontri, il corso si è svolto a Varallo, nella sede
dell'Istituto, nei mesi di aprile e maggio 2009.
Mercoledì 15 aprile si è tenuta la prima lezione. Enrico Pagano, condirettore dell'Istituto, con la relazione "Il
sentiero Nello", ha ripercorso la vicenda umana e militare del comandante partigiano Nello Olivieri, figura di
spicco nell'ambito della Resistenza valsesiana, inserendola nel contesto di guerra dei difficili mesi della primavera-estate
del 1944, periodo in cui il movimento partigiano si consolidò e riorganizzò dopo i rastrellamenti di gennaio e visse,
accanto a momenti di forte tensione e a sanguinosi eventi in particolare nei mesi di marzo e luglio, anche
l'esperienza esaltante della "zona libera" in giugno.
Nello Olivieri, giunto in marzo dalla Lunigiana a Rimella, dove aveva sede il comando partigiano, insieme
all'amico Settimio Simonini si arruolò nelle formazioni partigiane della Valsesia, alle quali portò il fondamentale
contributo della sua esperienza militare, maturata in dodici anni di servizio nell'esercito. Conquistatasi in breve tempo la
fiducia dei comandanti e dei compagni, fu aggregato al gruppo di Enrico Casazza, futuro comandante della "Volante
Rossa", che si attestò nella zona di Agnona, alle pendici del monte Tovo, nella fase in cui la brigata partigiana operò lo
sganciamento verso il fondovalle. Non condividendo le posizioni attendiste di Casazza e la sua visione organizzativa
troppo poco basata su disciplina e ordine, valori che riteneva fondamentali data la sua formazione militare, tentò di
ritornare in val Mastallone, ma i rastrellamenti dei fascisti della "Tagliamento" glielo impedirono.
Nell'aprile del 1944, date le sue provate capacità, gli fu affidato il compito di organizzare un gruppo di
sbandati nella zona tra Cellio e Breia, ed egli trasformò il "gruppo del Cellio" in una ordinata formazione militare,
composta da ragazzi differenti per provenienza ed estrazione sociale, ma tutti accomunati dal forte attaccamento alla figura
carismatica del comandante. La formazione di Nello, distintasi per azioni militarmente significative quali gli
attacchi sulla rotabile per Gozzano, si mise in luce in particolare per la battaglia che costituì l'atto conclusivo
dell'esperienza della "zona libera", con la quale impedì ai nazifascisti il rientro in Valsesia dalla Cremosina il 2 luglio del 1944,
opponendo una efficace resistenza che li costrinse a spostarsi verso Borgosesia e posticipò così al 5 luglio la fine del
governo partigiano della zona.
Coinvolto in seguito nelle delicate trattative per la liberazione di prigionieri insieme ad Arrigo Gruppi "Moro" e
a don Enrico Nobile, Nello il 13 agosto ottenne per la sua formazione, attestatasi nella zona di Cellio, il
riconoscimento di brigata, intitolandola al caduto Rocco Bellio e stabilendone il comando all'alpe Cambocciolo, sopra Boleto
(Madonna del Sasso). Solo due settimane dopo, sarebbe stato lo stesso Nello, caduto in un'imboscata, a dare il
proprio nome alla sua brigata.
Partito la mattina del 27 agosto con tredici volontari dalla sede del comando per lanciare un assalto a sorpresa
al presidio fascista di Montrigone, Nello venne intercettato alla frazione Merlera di Cellio: ferito da una raffica a un
ginocchio, morì poco dopo per dissanguamento; stessa sorte per un altro partigiano, Aldo Chiara.
Enrico Pagano ha infine ricordato, mostrando anche immagini del percorso, che ogni anno, nell'ultimo sabato
di agosto, in ricordo di Nello Olivieri si svolge una camminata che da Boleto arriva all'alpe Cambocciolo, per poi
proseguire fino alla sella della Crosiggia alle pendici del monte Briasco e scendere infine, passando per Piana dei
Monti, alla Merlera, frazione di Cellio.
Nella seconda lezione, svoltasi mercoledì 22 aprile, Pagano ha ricostruito brevemente l'episodio resistenziale
della battaglia del Sasso Cardino, avvenuto in val Mastallone nell'ottobre 1944 e contenuto, insieme a molti altri
ricordi di vita, nel volume "Orecchini di ciliegie" di Maria Augusta Galletti, che Elisa Astori, collaboratrice dell'Istituto,
ha poi presentato dialogando con l'autrice.
Dopo un primo momento di sbandamento conseguente alla conclusione dell'esperienza della "zona libera" e al
ritorno dei nazifascisti in Valsesia, il movimento partigiano, forte della presenza di numerosi giovani che nei mesi
precedenti ne avevano ingrossato le fila, riuscì a ricompattarsi e a organizzare sabotaggi alle linee di comunicazione
e altre operazioni di guerriglia. La brigata "Strisciante Musati", in buona parte varallese per composizione e
dislocata nella zona di Lozzolo, nell'ottobre del 1944 vide coinvolto uno dei suoi gruppi, attestato in retroguardia in val
Mastallone, nell'area delle frazioni di Cravagliana Meula, Grassura e Nosuggio, in uno scontro a fuoco con i
nazifascisti, che si concluse con caduti da entrambe le parti: in particolare tra i partigiani perse la vita il diciassettenne Franco
Gini. Lo stesso gruppo, guidato da Martino Giardini "Martin Valanga", andò incontro ad altri drammatici eventi, come
la morte del comandante all'alpe Tracciora nei primi giorni di novembre e l'attacco nazifascista all'alpe Fej del 7
novembre, nel quale furono uccisi nove partigiani.
Uno dei meriti del libro di Maria Augusta Galletti è di aver riportato alla luce questo episodio poco conosciuto della guerra partigiana in Valsesia, consegnando alla pagina scritta la testimonianza orale di chi ha vissuto quell'evento o
lo ha sentito raccontare e mettendone in evidenza soprattutto l'enorme impatto sulla popolazione.
"Orecchini di ciliegie", difficilmente incasellabile in una tipologia precisa di racconto, un po' diario, un po'
romanzo, un po' saga familiare, raccoglie storie di vita valsesiana - in particolare di Ordrovago, frazione di Cravagliana,
luogo di nascita dell'autrice, e Varallo - dagli anni quaranta agli anni sessanta, organizzandole in quarantanove racconti
che, più che un filo cronologico, seguono un ordine tematico. Con un linguaggio ricco di termini dialettali, che
restituiscono pensieri ed emozioni con l'immediatezza e l'espressività proprie del dialetto, il libro dà voce ad un'intera
comunità, ricostruendo fatti di cronaca e storia locale, usi, costumi, feste patronali e altri momenti di aggregazione,
spesso con leggerezza e ironia. Ciò che emerge è un passato fatto di piccoli eventi e tradizioni popolari, di sapori, odori
e profumi dell'infanzia, in cui si inserisce la drammatica quotidianità della guerra, un passato da recuperare e da
inscrivere nella memoria collettiva.
Mercoledì 6 maggio si è svolta, tenuta da Enrico Pagano ed Elisa Astori, la terza e ultima lezione del corso, dal
titolo "Civiasco: memorie resistenziali e percorsi storico-ambientali".
Pagano ha ricordato gli aspetti legati al ruolo strategico che Civiasco, data la sua posizione centrale di
collegamento tra l'alta valle e la zona del monte Briasco, rivestì durante la Resistenza. Pur non essendo sede di alcuna
formazione partigiana, Civiasco fu luogo di passaggio e teatro di movimenti di truppe fasciste e tedesche, che sfociarono
nel drammatico episodio della morte di due partigiani il 1 dicembre del 1944. Grazie al racconto della dinamica degli
eventi compiuto dall'informatore "Sergio" nei suoi rapporti inviati al comando partigiano, è possibile ricostruire la
sparatoria che ebbe luogo tra tedeschi e partigiani nei locali del dopolavoro e che causò la morte di Nicola Terzolo,
della brigata "Strisciante Musati", e di "D'Artagnan", ex legionario della "Ettore Muti" unitosi alla Resistenza.
Dalla vicenda emerge la figura anomala del tenente Brioschi della "Muti" che, pur nella nettezza della sua
militanza, infrange lo stereotipo del fascista spietato contro i nemici, punendo un milite che tratta irrispettosamente le
salme dei caduti. Incarcerato alla fine della guerra, Brioschi fu liberato senza conseguenze, dal momento che gli fu
riconosciuto il ruolo di distensione svolto, il suo aver favorito l'afflusso di viveri alla popolazione valsesiana, il suo
essersi contrapposto alla brutalità di altri ufficiali dell'esercito di Salò, quali Pasqualini, responsabile delle impiccagioni
al ponte della Pietà, e Pisoni, unitosi alle Ss germaniche e responsabile di buona parte degli eccidi compiuti dai
nazifascisti in Valsesia.
Conclusa la parte della lezione più strettamente legata alle vicende resistenziali, Elisa Astori, servendosi di una
nutrita serie di immagini, ha ricostruito lo sviluppo di Civiasco nel
corso dei secoli e le dinamiche sociali, economiche e
culturali che lo hanno caratterizzato, concentrando l'attenzione in particolare sui personaggi di rilievo che ne hanno segnato
la storia, a partire da Alberto Durio, autore nel 1926 di un libro che, tra cronaca, storia e leggenda, raccoglie tutti
gli aspetti della vita di Civiasco, dalle origini fino agli inizi del Novecento.
Frazione di Rocca (poi Roccapietra) dal XIII secolo fino agli inizi dell'Ottocento, Civiasco fu segnato da due
calamità naturali che ne prostrarono la già fragile economia basata in particolare su pastorizia e agricoltura: un
nubifragio nella prima metà del Settecento e, alla fine del XVIII secolo, un devastante incendio che colpì buona parte delle
case, i cui tetti di paglia favorirono il propagarsi delle fiamme. La ricostruzione seguì la spinta del rinnovamento e nel
tempo, grazie al contributo determinante allo sviluppo urbanistico dato dai civiaschesi emigrati per la maggior parte
in Spagna, il volto del paese cambiò, assumendo, con la costruzione di ville e chiese, una caratteristica aristocratica
e lasciando spazio a contaminazioni tra l'architettura tipicamente valsesiana e quella moresca e spagnoleggiante.
Leader nel campo della ristorazione, i civiaschesi emigrati in Spagna, in particolare a Barcellona, Madrid e
Saragozza, cui fece da apripista Pietro Giuseppe Durio, si aggiunsero ai primi emigrati a Roma, già nel corso del XVI
secolo, che divennero soprattutto calzolai e custodi di palazzi nobiliari, e a coloro che si diressero verso la Francia,
impegnati in massima parte nelle arti figurative.
Sempre a membri della famiglia Durio si devono altri importanti interventi per lo sviluppo economico e culturale
di Civiasco, quali la costruzione della strada della Colma, che collega la Valsesia al lago d'Orta, opera nel 1883 di
Costantino Durio per la parte carrozzabile da Varallo a Civiasco e che fu completata nella seconda metà del
Novecento con il tratto che conduce al passo della Colma, e la realizzazione di un asilo infantile, di una biblioteca itinerante e
di un museo ricco di collezioni eterogenee (minerali, animali imbalsamati, armi e armature, ecc.), ad opera di Ercole Durio (Raffaella Franzosi)
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