Corso di formazione/aggiornamento
"I sentieri della libertà in Valsesia"



L'Istituto ha organizzato la terza edizione del corso di formazione/aggiornamento "I sentieri della libertà in Valsesia", in coerenza con i contenuti del progetto Interreg Italia-Francia-Svizzera "La memoria delle Alpi", promosso dal Consiglio regionale del Piemonte e dal Comitato della Regione Piemonte per l'affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della Costituzione repubblicana. Articolato in tre incontri, il corso si è svolto a Varallo, nella sede dell'Istituto, nell'aprile 2008.
Lunedì 7 aprile si è svolta la prima lezione del corso, nella quale Alessandro Orsi, preside dell'Istituto alberghiero "Pastore", con la relazione "Il Sottile lume dell'Ospizio. La val Vogna, il colle Valdobbia e Gressoney nella Resistenza", ha raccontato i più importanti e significativi eventi che, dal punto di vista storico e sociale, segnarono la valle nel corso dei secoli, per arrivare al ruolo che essa ebbe nel periodo resistenziale e al suo rapporto con la vicina valle di Gressoney.
Terra di walser, i cui insediamenti nelle due principali frazioni Peccia e Sant'Antonio risalgono al Trecento e sono testimoniati dalla presenza delle tipiche case con la base in muratura e i due piani di loggiati in legno, la val Vogna assistette, tra XIV e XV secolo, a continui contrasti tra i coloni tedeschi e i vicini valsesiani, la cui convivenza fu da subito piuttosto difficile. Con la grande tragedia della peste del 1630, che nell'arco di due anni ridusse del 30 per cento la popolazione della val Vogna, si creò per la prima volta un vero clima di solidarietà tra le popolazioni walser e valsesiane, che si unirono a formare la nuova comunità di Pietre Gemelle.
Il legame si rafforzò ulteriormente in conseguenza di un massiccio fenomeno migratorio che colpì l'area in seguito all'eccessivo aumento della popolazione in rapporto alle possibilità di sopravvivenza. Gli emigranti, non solo poveri e disperati, ma anche artigiani, architetti, pittori e scultori che esportarono il barocco valsesiano in Francia, Germania e Svizzera, seguivano il percorso che dalla frazione Peccia sale verso il colle di Valdobbia, affrontando, nella totale assenza di riparo, un percorso estremamente disagevole. Per cercare di limitare gli incidenti mortali, nel 1786 due notabili di Riva Valdobbia finanziarono la creazione di una piccola stalla come ricovero per gli emigranti, ma un vero e proprio rifugio nacque solamente grazie alla volontà del canonico Nicolao Sottile. Prete dalle idee molto avanzate, imbevuto di illuminismo e mosso da una visione evangelica della religione, attento al mondo del lavoro operaio e animato da uno spirito tanto caritatevole quanto "socialista", Nicolao Sottile lanciò una sottoscrizione per la realizzazione dell'Ospizio, che fu costruito in circa dieci anni e inaugurato ufficialmente nel 1833, prendendo il nome del suo fondatore.
Con la creazione, nel 1871, dell'Osservatorio meteorologico, ad opera di don Pietro Calderini, dell'abate Antonio Carestia e del teologo Giuseppe Farinetti, l'Ospizio acquisì un'importanza a livello nazionale e, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, cominciò a perdere la funzione di luogo di riparo e riposo per emigranti (che preferivano percorrere strade meno pericolose) per assumere quella di rifugio alpino per amanti della montagna, che conserva tuttora.
Chiuso per circa trenta mesi durante la prima guerra mondiale, teatro di manovre militari dei reparti alpini nel periodo tra le due guerre, l'Ospizio Sottile svolse durante la Resistenza un ruolo fondamentale di collegamento tra le formazioni partigiane biellesi e valsesiane e le brigate valdostane. Non utilizzato nell'autunno del 1943, alla nascita delle prime formazioni partigiane, che si stabilirono inizialmente ad altitudini meno elevate, cominciò ad acquisire un ruolo significativo nell'estate del 1944, quando il movimento partigiano poté riorganizzarsi e rafforzarsi grazie all'esperienza della "zona libera".
I contrasti tra formazioni garibaldine biellesi, che avevano esteso il loro raggio d'azione fino alla bassa Valle d'Aosta, e brigate partigiane ("Giustizia e Libertà" e autonomi) operanti in territorio valdostano furono messi da parte nel luglio del 1944, quando i rispettivi comandanti concertarono un attacco congiunto ai presidi fascisti della valle del Lys, che si svolse il 25 luglio e vide uno straordinario successo degli oltre cinquecento partigiani che attaccarono contemporaneamente Pont-Saint-Martin, Issime, Lillianes e Gressoney. In questo periodo l'Ospizio Sottile divenne il luogo ideale per l'incontro e la collaborazione tra partigiani biellesi, valsesiani e valdostani e, come conseguenza, subì nell'agosto del 1944, da parte di tedeschi e fascisti stanziati a Gressoney, un bombardamento a colpi di mortaio.
Ristrutturato nel primo dopoguerra, l'Ospizio continuò per decenni a svolgere la sua funzione di rifugio alpino, rilanciata a metà degli anni novanta dal sindaco di Riva Valdobbia, Gianni Severina, dopo il passaggio dall'amministrazione autonoma al controllo del Comune.
Orsi ha infine ricordato che, nel 2007, gli insegnanti e gli studenti dell'Istituto alberghiero "Pastore" si sono assunti il compito e la responsabilità, in assenza di altri gestori, di far funzionare per tutta l'estate l'Ospizio, vivendo un'esperienza umana e culturale di grande valore.

La seconda lezione del corso si è svolta lunedì 14 aprile. Enrico Pagano, condirettore dell'Istituto, e Giovanni Cavagnino, geologo, con la relazione "Fuori e dentro la terra: percorsi di storia della Resistenza e scienza ai piedi del monte Gavala", hanno illustrato, l'uno da un punto di vista storico, l'altro da un punto di vista scientifico, il percorso che conduce all'alpe Grosso, dove, nell'aprile del 1944, il gruppo di partigiani comandato da Pietro Rastelli subì un attacco da parte dei militi della legione "Tagliamento".
Pagano, con l'aiuto di fotografie, ha mostrato il sentiero n. 19 del Cai che da Isola di Vocca (m 524) raggiunge l'alpe Grosso (m 1.464), percorribile in circa 3 h e 30' di cammino, lungo il quale si incontrano le miniere di nichel a circa 10' dalla partenza, la cappelletta di Cima all'Erta (m 726), l'alpe Stalmezzo (m 732), a circa 1 h, il Pian delle Ruse (m 998), a circa 2 h, e, infine, l'alpe Grosso, pascolo punteggiato di baite con il tetto in lamiera (a circa 30' di cammino dal colle di Gavala), da cui si gode una splendida vista. Proprio l'ampia visuale fece di quest'alpe un luogo strategicamente idoneo allo stanziamento dei partigiani della "Strisciante Musati" in fuga dai rastrellamenti che, dal marzo del 1944, investirono la Valsesia, causando perdite consistenti tra le fila dei ribelli.
Giunti all'alpe Grosso durante la notte, certamente guidati da qualcuno che conosceva bene la zona, i militi della "Tagliamento" il 27 aprile del 1944 (ma alcune fonti riportano la data del 30 aprile) sferrarono un attacco a sorpresa, uccidendo Ubaldo Sfardini e ferendo gravemente Pietro Rastelli e Silvio Varalli. Il primo si salvò trovando rifugio a Morcei, nella zona di Postua, nascosto in una grotta naturale e aiutato dalla famiglia Vigna (padre e figlio pagarono con la vita la propria collaborazione); il secondo, curato dal parroco di Locarno don Giuseppe Del Signore, fu catturato e fucilato al cimitero di Varallo il 6 maggio, insieme al partigiano Giovanni Battista Strepponi.
Dopo aver ricostruito l'episodio, servendosi anche delle testimonianze di Pietro Rastelli pubblicate nel settimanale "Vita nuova" e nel volume "Pagine di guerriglia" di Cesare Bermani, nonché di uno stralcio della sentenza contro Zuccari e altri ufficiali della legione "Tagliamento", Pagano ha lasciato la parola a Cavagnino, il quale ha fornito alcuni spunti di approfondimento sulla composizione geologica dell'area valsesiana. La zona è dominata dalla linea insubrica (che qui prende il nome di linea del Canavese), cicatrice nata dallo scontro, avvenuto circa sessanta milioni di anni fa, fra la placca eurasiatica e la placca africana, che portò alla formazione delle Alpi. Qui la catena alpina in senso stretto, che appartiene al margine europeo (monte Rosa), incontra le Alpi meridionali, costituite da rocce appartenenti alla placca africana.
Andando ancora più indietro nel tempo, in Valsesia si trovano rocce risalenti a oltre duecentocinquanta milioni di anni fa (età permiana), nei punti dove il magma affiorante dal mantello terrestre si solidificò nel suo cammino verso la superficie (corpo intrusivo basico). Si tratta di rocce contenenti silice in differenti quantità e che, di conseguenza, hanno una tonalità di colore che varia dal bianco al grigio, e rocce in cui la silice è sostituita da ferro e magnesio e che assumono quindi una colorazione più scura, fino al colore verde nella zona di Balmuccia, dovuto alla stratificazione di minerali quali l'olivina.
Da non dimenticare il complesso del monte Fenera, unico residuo sedimentario del periodo giurassico-triassico, estremamente ricco di fossili animali e vegetali e quindi risorsa geologica fondamentale.
Infine Cavagnino ha accennato alla presenza significativa, nella zona del Castello di Gavala, di miniere dismesse di nichel, testimonianza affascinante di un'arte estrattiva che affonda le sue radici nell'epoca romana e rivela l'ingegno e l'abilità dimostrate dall'uomo nello sfruttamento delle risorse minerarie.

Lunedì 21 aprile si è tenuta la terza e ultima lezione del corso, in cui Bruno Rinaldi, docente al Liceo scientifico "G. Ferrari" di Borgosesia, con la relazione "Ricordo perché ho visto. Storia e memoria della Resistenza nelle frazioni alte di Borgosesia", ha proposto un percorso in cui aspetti culturali e paesaggistici significativi si intrecciano ad episodi di rilevanza resistenziale utilizzando, accanto a numerose fotografie delle frazioni, racconti inediti di testimoni e letture di documenti eseguite da ragazzi del Liceo scientifico di Borgosesia.
Il percorso principale, al quale sono previste alcune brevi deviazioni, si articola lungo il sentiero n. 741 segnalato dal Cai e, partendo da Rozzo, si snoda lungo le frazioni di Trebbia, Bastia, Lovario, Cardolino, Brina, Ferruta, Orlongo, Sella, Botto, Marasco, Cadegatti, per tornare infine al punto di partenza.
Teatro di una delle stragi più cruente compiute durante i rastrellamenti che i nazifascisti, nel luglio del 1944, misero in atto in Valsesia, rioccupandola dopo l'esperienza della zona libera, Rozzo ricorda con due lapidi la fucilazione, avvenuta il 19 luglio, di undici civili, alcuni dei quali giovanissimi, prelevati dalle proprie case o catturati per strada, pare come rappresaglia per l'imboscata messa in atto dai partigiani il 18 luglio al ponte della Pietà di Quarona in cui furono uccisi due tedeschi.
Dopo la tappa al Molino delle Piode, in cui è significativa la presenza di una chiesetta del XII secolo, andando verso Bastia, si può trovare in mezzo al bosco una croce a ricordo di Angelo Albertone, ferito a morte il 28 agosto 1944, come racconta nella sua testimonianza la figlia Caterina, allora sedicenne. Giunti a Bastia, dalla quale si gode di una vista panoramica notevole, la lapide in memoria di Sergio Pastore, giovane di 19 anni, renitente alla leva, catturato e ucciso dai nazifascisti, consente di proseguire nella ricostruzione della giornata del 19 luglio '44, che continuò drammaticamente con l'eccidio di Lovario, in cui trovarono la morte altri tre civili. Inconsapevoli della sorte che sarebbe loro toccata, perché abituati ad essere frequentemente fermati, prelevati, perquisiti e infine rilasciati, gli uomini vittima delle stragi delle frazioni alte di Borgosesia in molti casi si consegnarono spontaneamente ai loro carnefici, senza opporre resistenza o tentare di mettersi in salvo, se non quando ormai era troppo tardi.
Da Lovario il percorso suggerito da Rinaldi scende verso Orlongo, soffermandosi alla chiesa di San Biagio e alla casa di don Luigi Ravelli e prosegue verso Sella e Botto, dove il 28 maggio del 1850 fu ordinato sacerdote e celebrò la sua prima messa don Pietro Calderini, noto per i suoi interessi scientifici e, tra l'altro, fondatore del Museo di storia naturale e dell'Osservatorio meteorologico di Varallo. Infine a Marasco la lapide in memoria di Giuseppe Aina conclude la terribile contabilità dei morti civili del 19 luglio 1944.
La passeggiata tra le frazioni alte di Borgosesia ha mostrato come quest'area, progressivamente spopolatasi a partire dagli anni cinquanta e sessanta, conservi ancora i segni di una vita economica e sociale un tempo molto intensa e custodisca un prezioso patrimonio di cultura e memoria che merita di essere riscoperto. (Raffaella Franzosi)