Pietro Scarduelli
Il nazionalismo in una prospettiva
antropologica*
"l'impegno", a. XXII, n. s., n. 1, giugno 2002
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Nazionalismo, etnicità, cultura
Uno degli aspetti più rilevanti (e anche più sorprendenti) del processo di trasformazione che investe il
mondo contemporaneo, e che viene indicato con il termine al tempo stesso generico e mistificante di "globalizzazione",
è costituito dal moltiplicarsi dei localismi, dei nazionalismi, degli integralismi religiosi. Il fenomeno del
nazionalismo (spesso demarcato in termini etnici o religiosi) è diffuso non solo nei continenti extra-europei ma anche in Europa
L'intreccio di fenomeni diversi quali l'etnicità, il nazionalismo e la religione impone che ci si interroghi sul
motivo per cui, nel mondo contemporaneo, forme di identità collettiva di natura
non politica diventino politicamente
significative. Il punto di incontro fra etnicità, religione e nazionalismo può essere individuato nei processi
culturali: la cultura è - come osserva Verdery - "il
locus in cui si producono quelle forme di visibilità collettiva che
diventano differenze etniche"1 ma è, al tempo stesso, il piano su cui si collocano sempre più spesso le strategie politiche
delle élites al potere in numerosi paesi dell'Europa orientale e dei continenti extra-europei. Questa sovrapposizione
spiega l'intreccio fra forme di mobilitazione politica, di produzione del consenso, di elaborazione di ideologie
nazionaliste e processi di costruzione delle identità collettive ("etniche").
L'intreccio di questi fenomeni
non implica la loro identità; a differenza di quanto sostengono vari studiosi
(da Connor a Smith e Verdery), nazionalismo ed etnicità
non sono la stessa cosa. Ma proprio perché non sono la
stessa cosa è importante non solo mettere a fuoco le differenze, ma anche cogliere analogie e somiglianze. Quando si
afferma che la cultura è il locus in cui si attivano strategie miranti a produrre identità collettive (etniche o nazionali) si
vuole sottolineare il fatto che tali forme di identità sono costrutti culturali. I soggetti collettivi costruiscono le
identità etniche e nazionali tracciando linee di confine, selezionando fra le innumerevoli differenze culturali esistenti a
ogni livello e in ogni contesto, decidendo quali scarti sono significativi e quali non lo sono, stabilendo, a seconda
delle strategie adottate e dei fini perseguiti, quali elementi di discontinuità devono essere evidenziati e quali
invece occultati. In sostanza le identità etniche e nazionali non solo sono il prodotto di scelte, ma di scelte
mutevoli, provvisorie e revocabili, che variano in relazione ai contesti, alle situazioni e ai rapporti fra soggetti collettivi
(sociali o politici).
Ma affermare che le identità etniche e nazionali sono costrutti culturali non è sufficiente: la loro natura è
più complessa. Tali costrutti infatti sono percepiti dai soggetti come
realtà oggettive, ma la convinzione che le
identità (etniche o nazionali) siano realtà oggettive (che cioè gli elementi che le costituiscono, i tratti distintivi che
ne definiscono l'appartenenza, siano costanti e inalterabili nel tempo, manifestazioni metastoriche di
un'identità "essenziale") è essa stessa un costrutto
culturale2. Ci troviamo dunque di fronte ad un
duplice costrutto culturale: il "manufatto" (cioè l'identità "costruita") e l'asserzione del suo carattere metastorico, della sua congruenza con
il passato. Questo secondo aspetto del costrutto culturale è il prodotto di un processo che, attraverso la reificazione
di tradizioni manipolate o inventate, genera falsa coscienza, in quanto i "portatori" dell'identità (costruita) sono
ignari proprio del fatto che è "costruita", storicamente determinata e contingente.
Ma le affinità fra identità etniche e nazionali vanno al di là della loro comune natura di costrutti culturali:
sono simili anche i modi in cui questi costrutti sono internamente articolati. Poiché sia le identità etniche che
quelle nazionali tendono a presentarsi come "naturali", le differenze, una volta create, vengono percepite come
confini interspecifici (simili cioè a quelli che separano specie diverse); l'idea di confine (fra etnie o nazioni) serve a
creare il senso di un'omogeneità interna alla collettività (etnica o nazionale) e di una sua irriducibile diversità rispetto
ad altri "popoli"3. Se lo scopo dei processi di costruzione sia delle identità etniche che di quelle nazionali è la
creazione di un campo di interazioni e interrelazioni culturalmente omogeneo, la cui unità è percepita
in contrapposizione ad altre entità analoghe (una contrapposizione che può assumere una vasta gamma di forme conflittuali, dalla
guerra alle competizioni sportive), risulta evidente che le identità etniche e nazionali sono
relazionali e che quindi "l'idea stessa di nazione presuppone l'esistenza di altre
nazioni"4.
Per creare un campo di omogeneità culturale è frequente il ricorso, sia nell'ambito dell'etnicità che in quello
del nazionalismo, a metafore tratte dalla sfera della parentela e della
religione5. Si pensi all'importanza che,
nell'ideologia nazionalista, ha l'immagine della patria come comunità sacra e alla frequenza con cui ricorrono nel
lessico nazionalistico espressioni come "sacro suolo della patria" o "martiri della patria". Spesso la nascita della
nazione è rappresentata come un rito di passaggio
cruento6 in cui, per provare il proprio diritto all'autodeterminazione,
essa deve combattere e sconfiggere dei nemici esterni (invasori, colonizzatori). La lotta di liberazione assume i toni
di un dramma catartico in cui la nazione si rigenera attraverso il sangue, dimostrando di possedere le doti di
coraggio e valore che la rendono degna di passare da una condizione infantile di sudditanza ad una condizione adulta
di sovranità.
Non meno pervasivo è il ricorso a metafore tratte dalla sfera della parentela: "termini di parentela ricorrono
con frequenza nel lessico
nazionalistico"7 nonché in quello etnico: la patria è una "madre" comune (la
"madrepatria"), il condottiero o il leader politico che ha guidato la lotta per l'indipendenza è il "padre della patria", i
connazionali (o i membri della stessa etnia) sono rappresentati come "fratelli". In tal modo gli stati emotivi e gli obblighi
associati alle credenze religiose e ai vincoli di parentela (dedizione e disponibilità al sacrificio, amore, solidarietà,
reciproco sostegno) vengono trasferiti nel campo delle relazioni etniche e politiche.
Come si è detto, etnicità e nazionalismo non sono la stessa cosa: al di là delle analogie che abbiamo
indicato esistono infatti differenze sostanziali. L'esigenza di creare un'immagine di omogeneità culturale assume infatti,
nel caso del nazionalismo, connotazioni politiche e viene soddisfatta attraverso la messa in atto di strategie
adeguate: una politica di omogeneizzazione culturale crea una nazione, cioè una "comunità immaginata" (per usare le parole
di Anderson) che rende possibile governare tutti coloro che condividono questa immagine e di conseguenza
credono di avere qualcosa in comune. La creazione del moderno stato-nazione è dunque un processo di inglobamento
culturale che ha caratteristiche specifiche e peculiari del tutto distinte dai processi di etnogenesi. Tale processo, oltre a
creare omogeneità, produce anche differenze, generando al tempo stesso inclusione ed esclusione (di coloro che, per
qualche motivo, non possono essere inclusi e vengono etichettati come minoranze etniche o religiose, oppure devianti
o marginali)8.
Nazionalismo e Rivoluzione industriale
Gellner e Anderson hanno fornito un contributo rilevante all'analisi dei processi di omogeneizzazione
culturale che hanno generato i nazionalismi moderni nel corso del XVIII e del XIX secolo. Pur definendo il
nazionalismo "un principio politico che sostiene la coincidenza di unità nazionale e unità
politica"9 e che dunque non tollera
"che i confini etnici siano violati da quelli
politici"10, Gellner non sovrappone nazionalismo ed etnicità e sostiene,
al contrario, la totale estraneità dei due fenomeni. Infatti, mentre l'etnicità è un fenomeno diffuso nel tempo e
nello spazio, comune ad un gran numero di società presenti e passate, il nazionalismo nasce in un contesto specifico e
in una precisa congiuntura storica: non solo non è presente nelle società senza stato ma neppure negli stati
pre-moderni. Ciò implica che stato e nazione sono frutto di processi storici distinti e indipendenti.
Analizzando il processo storico di formazione e trasformazione degli stati Gellner pone le premesse per
rispondere alla domanda-chiave: in quali stati e perché sorge il nazionalismo? L'elemento centrale del modello teorico
utilizzato da Gellner per analizzare questo processo di trasformazione degli organismi statuali è la distinzione fra età
agricola ed età industriale11. Nella fase agricola emerge lo stato, appare la scrittura e si forma
un'élite letterata che, grazie alla parola scritta, assume il controllo delle funzioni sacerdotali e legislative, delle attività giuridiche e di
quelle amministrative; a questa ristretta "classe di specialisti letterati" si contrappone una vasta maggioranza
analfabeta12. La classe dirigente, portatrice di un'ideologia che "accentua l'ineguaglianza delle classi", è suddivisa in
strati specializzati: "militari, sacerdoti, intellettuali, amministratori"; sotto questa "minoranza stratificata
orizzontalmente", che costituisce il vertice della società, c'è la grande massa dei contadini: un mondo di "piccole comunità" che
non solo sono, nel loro insieme, culturalmente separate
dall'élite (e ad essa inferiori perché illetterate) ma
anche culturalmente differenziate l'una dall'altra, perché portatrici di distinte tradizioni
locali13.
Emerge così una configurazione socio-politica caratterizzata al tempo stesso dalla "centralizzazione del
potere" e dalla "centralizzazione della conoscenza e della cultura", due elementi che delineano "la struttura tipica
della società-stato
agroletterata"14. In questo tipo di società una alfabetizzazione di massa è praticamente
impossibile perché non ne esistono i
mezzi15. Ma l'aspetto che a Gellner interessa sottolineare è che in un simile contesto
"quasi tutto si oppone alla definizione delle unità politiche in termini di omogeneità
culturale"16: in primo luogo la
netta separazione alto/basso all'interno della società, cioè l'abisso culturale che separa
l'élite detentrice della lingua
scritta dalle comunità
illetterate17; in secondo luogo gli "steccati culturali orizzontali" che separano le comunità
illetterate l'una dall'altra18; infine il fatto che i gruppi locali, pur essendo portatori di specifiche identità culturali, non
ne sono consapevoli; la loro specificità culturale non si trasforma quindi in identità etnica e tantomeno
politica19. In sintesi nelle società agroletterate i confini culturali non coincidono con quelli politici ma delimitano ceti e
comunità all'interno dello
stato20.
Invece nella società industriale
l'élite intellettuale "si universalizza" e "la cultura superiore pervade
l'intera società"21. Quali sono i processi che producono questa radicale trasformazione? Innanzitutto la rivoluzione
scientifica, che plasma un nuovo modo di pensare che non concepisce più il mondo come una congerie di
eventi incommensurabili, prodotti da cause qualitativamente diverse (magiche), ma come uno spazio "omogeneo",
occupato da eventi e "fatti standardizzati e uniformi, soggetti a leggi universali" e interpretabili in termini
logici22. Il nuovo mondo mentale è espresso in un linguaggio "unitario,
neutro"23 che supera la tradizionale opposizione fra
lingua liturgica e lingue vernacolari. La rivoluzione concettuale si accompagna ad una rivoluzione sociale che
crea collettività di individui atomizzati; fra la società di massa e l'universo mentale forgiato dalla scienza, cioè fra
la comunità "anonima" composta da "uomini uniformi" e il mondo "dei fatti unificati e standardizzati" si
istituisce un rapporto di
rispecchiamento24.
Una trasformazione così profonda dell'universo cognitivo e di quello sociale ha inevitabilmente delle
ripercussioni di vasta portata sull'organizzazione sociale del lavoro. Le differenze più vistose che emergono dal confronto fra
le società agricole e quelle industriali sono indubbiamente la maggiore mobilità e la più complessa divisione del
lavoro delle seconde25; Gellner però punta il dito su una differenza "più
sottile"26: le società agricole
presentano specializzazioni meno numerose ma "più distanti l'una dall'altra di quanto non lo siano" quelle delle
società industriali. Infatti le attività artigianali sono caratterizzate spesso da una straordinaria perizia, "frutto di
un'intera vita di addestramento"27, esigono un patrimonio di conoscenze tenute gelosamente segrete e tramandate di padre
in figlio o all'interno di una corporazione chiusa. Invece nelle società industriali le specializzazioni, pur essendo
più numerose, sono meno distanti: "i loro segreti sono assai più vicini alla reciproca comprensibilità, i loro
manuali hanno linguaggi che si sovrappongono [...] e il riaddestramento [...] non è un compito da far
paura"28.
In sostanza Gellner opera una suddivisione all'interno della categoria durkheimiana della "solidarietà
organica", tratto che il sociologo francese attribuiva sia all'organizzazione del lavoro delle civiltà pre-industriali che a
quella delle società industriali. Il diverso tipo di specializzazione lavorativa che le seconde presentano rispetto alle
prime sarebbe dovuto al fatto che "l'istruzione nella società pre-industriale è [...]
generale" e precede le
specializzazioni29.
Per quanto la società industriale sia "la società più altamente specializzata che sia mai esistita [...] il suo
sistema educativo è indiscutibilmente il
meno specializzato, il più universalmente standardizzato che sia mai esistito.
Lo stesso tipo di istruzione è dato a tutti i bambini e gli adolescenti fino ad un'età straordinariamente tarda" e le
scuole di specializzazione si collocano "solo alla fine del processo
educativo"30.
Sembra un paradosso, ma in realtà la presenza di un sistema educativo universale "standardizzato e
non specializzato" è un "fondamento necessario" della società industriale, la cui struttura è simile a quella di un
esercito. Infatti "un esercito moderno sottopone le proprie reclute ad un comune addestramento generale nel corso del
quale devono acquisire e interiorizzare il linguaggio fondamentale, il rituale e le tecniche comuni all'esercito nel
suo complesso, e solo successivamente le sottopone ad un addestramento più specifico"; analogamente una
società moderna "impartisce a tutte le proprie reclute un addestramento prolungato" basato su alcuni "requisiti
comuni: leggere, scrivere, far di conto, attitudine al lavoro e al vivere sociale, familiarità con i fondamentali compiti
tecnici e sociali"31. Tutto ciò costituisce un "addestramento di base" al quale vengono poi "sovrapposte capacità
specifiche"32.
L'addestramento di base viene assicurato da istituzioni educative centralizzate, che forniscono un'istruzione
comune a tutti i membri della società. Ciò significa che nelle società industriali non esiste più
l'élite letterata tipica delle società agricole perché tutti sono
letterati33. A generare la necessità di istruzione generalizzata sono alcuni
aspetti specifici dell'organizzazione del lavoro: la mobilità occupazionale (che esige una base educativa su cui
innestare l'addestramento indispensabile alla riqualificazione del lavoro) e il contenuto delle attività professionali, che
non consiste più "nella manipolazione di cose ma di
informazioni"34. Le trasformazioni del sistema produttivo fanno
sì che "il numero di lavoratori che devono applicare direttamente la forza fisica agli oggetti naturali sia in
costante diminuzione. La maggioranza dei lavori comporta il controllo di bottoni, interruttori, leve che devono essere
capiti e che si possono spiegare con un linguaggio standard. Per la prima volta nella storia umana comunicazioni
precise diventano importanti e di impiego generale e
diffuso"35. La comunicazione - osserva Gellner - è diventata il
fattore decisivo nell'organizzazione del lavoro: si comunica costantemente e "la comunicazione deve essere esplicita,
chiara, impersonale"36.
Le istituzioni educative deputate al compito di istruire la totalità della popolazione hanno una dimensione e
un costo sostenibili solo da una struttura poderosa come quella dello stato, il quale si accolla questo compito
perché nella società moderna il monopolio dell'istruzione è diventato uno strumento fondamentale per la gestione e
il controllo del potere37.
È a questo punto dell'argomentazione di Gellner che comincia a delinearsi la natura del nesso che lega la
nazione (e il nazionalismo) allo stato e, al tempo stesso, prende corpo la risposta al quesito: in quali stati sorge il
nazionalismo e perché? La tesi di Gellner è, in sintesi, la seguente:
a) la società industriale, basata su un sistema produttivo ad alto tasso di tecnologia, crea un'organizzazione
del lavoro che impone mobilità occupazionale e qualifiche basate sulla capacità di comunicare in un linguaggio
preciso e standardizzato;
b) per funzionare, questo sistema produttivo ha bisogno di un'istruzione di massa di alto livello, cioè di un
sistema educativo capace di fornire a tutti i cittadini di uno stato la stessa istruzione di base;
c) l'omogeneità culturale che così si determina
entro i confini di uno stato crea un forte senso di identità
culturale collettiva: tutti i cittadini sentono di condividere la medesima cultura e sono indotti a identificare la cultura
comune con lo stato di cui sono membri;
d) il nazionalismo consiste in questa identificazione fra stato e
cultura38.
Già altri studiosi avevano messo in evidenza che l'omogeneità culturale entro i confini di uno stato è un
tratto distintivo del nazionalismo, ma la tesi di Gellner presenta una novità che consiste nel tipo di rapporto che
viene istituito fra i due fenomeni: "non è il nazionalismo a imporre l'omogeneità" ma, al contrario, è l'omogeneità
culturale a generare il nazionalismo39.
Individuata la matrice del nazionalismo e chiarito il suo rapporto con lo stato, Gellner passa ad esaminarne
gli sviluppi storici. Il fatto che il nazionalismo sia un effetto (mediato) della Rivoluzione industriale non
significa, secondo Gellner, che la storia politica dei due secoli successivi a questa grande trasformazione (il XIX e il XX)
ne sia stata completamente dominata; al contrario, il nazionalismo avrebbe rivelato un'intrinseca
"debolezza"40, evidenziata dal fatto che "il numero dei potenziali nazionalismi che, per così dire, hanno tralasciato di abbaiare
è di gran lunga maggiore di quello dei nazionalismi che hanno
abbaiato"41.
Questa valutazione quantitativa si basa sul presupposto che il numero delle culture umane (calcolabile in base
al numero delle lingue parlate, che sono approssimativamente ottomila) è di gran lunga superiore a quello degli
stati esistenti (circa duecento). Ne consegue che il numero delle culture che si sono date (o aspirano a
darsi) un'organizzazione statale, e quindi hanno dato vita a "nazionalismi effettivi" (perché - come si è detto - per
Gellner è l'identificazione di una cultura con uno stato a produrre nazionalismo) è molto inferiore a quello delle
culture che non hanno manifestato questa aspirazione, cioè al numero dei nazionalismi
"potenziali"42.
Ciò significa - conclude Gellner - che la spinta a identificare una cultura con uno stato "non è, dopo tutto,
così potente"43: non tutti i gruppi che sono potenzialmente nazioni tentano di diventare tali a tutti gli effetti. Questa
drastica selezione sarebbe una conseguenza della natura stessa del nazionalismo, che consiste nell'identificazione di
una cultura con uno stato, ma di una cultura particolare, generata da "una nuova forma di organizzazione
sociale"44. Le culture preesistenti agli stati moderni "sono
troppe"45 e quindi solo alcune di esse possono essere selezionate
e "utilizzate".
Una delle implicazioni più significative di questa tesi è il rovesciamento del rapporto tradizionale fra i concetti
di nazione e nazionalismo. Il senso comune e l'ideologia nazionalista presentano le nazioni come logicamente
e storicamente anteriori al nazionalismo, come realtà oggettive, "cose" che "sono
lì"46, mentre il nazionalismo
sarebbe un movimento politico che sorge per "risvegliarle" e guidarle al conseguimento del loro obiettivo principale:
farsi stato47. Per Gellner, invece, la nazione non è un'entità preesistente al nazionalismo, ma solo "un
mito"48 generato dall'ideologia nazionalista, interessata a presentare se stessa come l'effetto del risveglio di queste entità.
Gellner dunque ribalta la tesi secondo cui la nazione è la causa e il nazionalismo è l'effetto, e identifica
il nazionalismo come origine e matrice delle nazioni. L'ideologia nazionalista - egli afferma - raffigura "le
nazioni come i mattoni di cui è costruita l'umanità", come "un ordinamento naturale e universale della vita
politica"49, mentre in realtà le nazioni sono meri costrutti ideologici. Quel che esiste davvero sono "le culture" e "le unità
politiche", ed è il loro incontro che innesca il processo il cui esito è "la cristallizzazione di nuove
unità"50: "culture
omogenee, standardizzate, sostenute dal potere politico dello stato", culture la cui riproduzione è "garantita dalle
istituzioni educative"51 create e finanziate dallo stato. Questo "campo" culturale è il terreno di coltura in cui si sviluppa
la percezione collettiva di un'identità comune: il nazionalismo, che a sua volta "immagina" la nazione, la
ipostatizza e la proietta nel passato, raffigurandola come un'entità preesistente, dotata di antiche tradizioni che il
nazionalismo stesso ha ricreato o inventato, facendo "rivivere lingue morte" o "ripristinando fittizie purezze
primigenie"52.
Per quanto possa sembrare paradossale, dunque, il nazionalismo, fenomeno tipicamente moderno la cui
apparizione è resa possibile solo dalla "diffusione di una lingua standardizzata" e dal "consolidamento di una società di
massa impersonale, anonima, composta da individui atomizzati", si presenta come custode e difensore di una
tradizione arcaica, rurale, pre-moderna e
pre-industriale53.
Questa interpretazione del nazionalismo lascia tuttavia aperto un problema: se le nazioni sono generate
dai nazionalismi, generati a loro volta dall'esigenza di omogeneità culturale espressa dall'assetto sociale nato con
la Rivoluzione industriale, se in sostanza alla radice di questo processo vi è una spinta in direzione
dell'omologazione culturale, perché il suo esito è una molteplicità di stati-nazione e non un unico sistema mondiale
sovra-nazionale? Quello che potrebbe sembrare lo sbocco più logico, dato che la Rivoluzione industriale è un processo che ha
investito l'intero pianeta54, è stato però impedito dalla lentezza con cui la Rivoluzione industriale si è espansa,
raggiungendo le diverse parti del mondo in momenti e con modalità diverse e ottenendo così il risultato di dividere "l'umanità
in gruppi rivali"55.
In conclusione, se il nazionalismo è "un effetto" (non certo l'unico) dello sviluppo della società
industriale56, e dunque il prodotto di un processo storico dotato di una precisa localizzazione spaziale e temporale, ne
consegue che non ha nulla a che vedere con l'etnicità, che invece è un fenomeno universale. Mentre per altri nazionalismo
ed etnicità sono praticamente sinonimi (è, ad esempio, la tesi sostenuta da W. Connor), o comunque legati da un
rapporto di trasformazione storica (A. Smith), Gellner non individua alcun nesso fra queste due forme di identità
collettiva e ritiene di poter identificare i tratti distintivi del nazionalismo in uno specifico rapporto fra cultura e stato, un
rapporto che nasce, si sviluppa e si espande solo nel contesto della società industriale.
Nazionalismo come manufatto culturale
Analogamente a Gellner, anche Anderson sostiene l'assenza di connessioni fra l'etnicità e i processi che
hanno portato alla nascita dei nazionalismi. Pur ricorrendo ad argomentazioni diverse, Anderson concorda con Gellner
su un punto fondamentale: il legame fra il nazionalismo e le profonde trasformazioni culturali, sociali e politiche
che hanno segnato la storia del mondo occidentale nei secoli XIX e XX. Il nazionalismo è quindi, a differenza
dell'etnicità, un fenomeno dotato di precise coordinate spaziali e temporali, indissolubilmente legato a quella che i
sociologi definiscono "modernità", di cui sarebbe uno dei frutti principali. La negazione di un qualsiasi rapporto
fra nazionalismo ed etnicità resta però implicita nell'argomentazione di Anderson, mentre è del tutto esplicita in
Gellner, che contrappone al nazionalismo, fenomeno moderno, tipico della società industriale, un'etnicità intesa come
tratto peculiare delle società arcaiche, agricole, pre-industriali.
Con Gellner Anderson condivide anche la convinzione che le nazioni siano costrutti culturali: per Gellner si
tratta di "miti"57 generati dall'ideologia nazionalista; per Anderson la nazione è "una comunità politica immaginata,
e immaginata come intrinsecamente limitata e
sovrana"58. In questa definizione, che si ispira, per ammissione
dello stesso Anderson, a quanto Seton-Watson scrive in "Nations and States" ("una nazione esiste quando un
numero significativo di persone all'interno di una comunità si considera come costituente una nazione o agisce come se
ne avesse costituita una"59), l'accento cade sul carattere
immaginario della nazione. Per Anderson la nazione
è immaginata "in quanto gli abitanti della più piccola nazione non conosceranno mai la maggior parte dei
loro compatrioti, né li incontreranno, né ne sentiranno mai parlare", e tuttavia condividono "l'immagine" di essere
una "comunità"60. In questa rappresentazione collettiva la nazione appare (necessariamente) come limitata e
sovrana; limitata "in quanto persino la più grande [...] ha comunque confini finiti, oltre i quali si estendono altre
nazioni"61; sovrana perché l'idea di nazione si è sviluppata nel periodo in cui "l'Illuminismo e le rivoluzioni distruggevano
la legittimità del regno dinastico e del regno
divino"62.
Per Anderson dunque la nazione, la nazionalità, il nazionalismo sono innanzitutto "manufatti
culturali"63 e, in secondo luogo, l'esito di un processo
storico64, un processo che ha precise coordinate spaziali e temporali, in
quanto si sviluppa nelle Americhe alla fine del XVIII secolo. Tuttavia questi manufatti culturali hanno dimostrato
notevole capacità di adattamento ad altri contesti, ad altri "terreni
sociali"65, dando luogo a una serie di varianti locali.
Prima di prendere in esame la natura del processo storico che avrebbe generato le prime forme di nazionalismo
nel XVIII secolo e le sue incarnazioni successive nei secoli XIX e XX, è però necessario soffermarsi su quelle
che, secondo Anderson, sono le grandi trasformazioni politiche e culturali che, nel corso dell'Età moderna, preparano
il terreno allo sviluppo del nazionalismo. Egli osserva innanzitutto che "l'immaginario nazionalista" è
profondamente toccato dai temi "della morte e dell'immortalità", come dimostra lo straordinario valore simbolico che hanno,
per i nazionalismi, le tombe del milite ignoto; questa caratteristica segnala "l'affinità" dell'immaginario
nazionalista con "l'immaginario religioso", un'affinità che "non è assolutamente
casuale"66.
Anderson sottolinea il fatto che le religioni prestano un'attenzione particolare alla morte, alla "contingenza
della vita" e alla posizione dell'uomo nel cosmo, una scelta che egli ritiene di poter spiegare facendo propria la
tesi formulata da Malinowski (e ripresa da numerosi antropologi, fra cui Geertz), secondo cui le religioni svolgono
una funzione psicologica. Tale funzione consisterebbe nel dare senso alle sofferenze umane. Geertz, ad esempio,
sostiene che la religione consente di formulare "concetti di ordine generale
dell'esistenza"67, i quali fanno del dolore
fisico, della sofferenza, del lutto "qualcosa di sopportabile e di
sostenibile"68.
Poiché non è questa la sede per discutere questa tesi, ci si deve limitare a segnalare che si presta a numerose
e sostanziali obiezioni; in primo luogo appare evidente l'inammissibilità del ricorso a sentimenti universali per
rendere conto della molteplicità di significati che i riti religiosi assumono nei diversi contesti culturali. Inoltre la
complessità di molti rituali appare del tutto sproporzionata alla funzione che Geertz e Anderson vogliono attribuire loro:
operare una catarsi di stati emotivi individuali. Un ulteriore elemento di debolezza della teoria della religione come
risposta alle angosce esistenziali è stato individuato da Radcliffe-Brown, il quale osserva giustamente che molte attività
rituali non solo non placano le sofferenze, ma anzi le producono, generando ansie, paura, tensione. In realtà il
rapporto delle pratiche religiose con la sfera emotiva è ancora più complesso perché non solo esistono riti che
non rappresentano una risposta all'angoscia provata dagli uomini di fronte all'ignoto, all'inesplicabile, alla morte e
ad altri eventi traumatici e che invece generano stress, ma ne esistono altri che suscitano gioia, euforia, senso di
coesione e solidarietà, e altri ancora del tutto privi di ogni connotazione emotiva. In sostanza il rapporto dei riti religiosi
con la sfera psicologica copre l'intera gamma degli stati emotivi.
Ma torniamo alla tesi di Anderson, che individua una sostanziale affinità fra l'immaginario nazionalista e
quello religioso in quanto entrambi prestano un'attenzione particolare ai temi della morte e dell'immortalità.
Secondo Anderson, tuttavia, vi sarebbe anche una connessione storico-cronologica fra religione e nazionalismo perché
"il crepuscolo del pensiero
religioso"69, causato nel XVIII secolo "dalle esplorazioni del mondo non europeo",
che "allargarono gli orizzonti geografici e
culturali"70 relativizzando la fede, e dall'invenzione della stampa, che
favorì lo sviluppo dei volgari a danno del linguaggio
sacro71, coincise con "l'alba del
nazionalismo"72.
Anderson sembra dunque suggerire che il nazionalismo svolge una funzione vicaria nei confronti della
religione, assumendone la funzione di rassicurazione psicologica quando questa comincia a declinare. Egli tuttavia nega
di voler proporre un rapporto di causalità fra tramonto della fede e apparizione del nazionalismo, e sostiene invece
di voler interpretare il nazionalismo non semplicemente come un'ideologia politica, bensì come un sistema
culturale analogo alla religione73.
Nonostante questa precisazione, resta il fatto che l'analisi di Anderson delinea un processo di trasformazione
in senso laico della fede: il nazionalismo sarebbe, in questa prospettiva, una specie di moderna religione secolare
che, grazie a quello specifico costrutto culturale che è l'idea di nazione, dà senso alla casualità, rendendo
significativo ciò che è meramente
contingente74. Il meccanismo a cui il nazionalismo ricorre è essenzialmente lo stesso
utilizzato dalla fede: se questa fornisce un significato alla cieca casualità della sofferenza, della malattia, della morte,
del lutto, legandola a un disegno trascendente e ad un destino ultraterreno, il nazionalismo dà senso alla casualità
della nascita, al fatto accidentale di essere nato in un determinato paese, trasfigurando questo paese in nazione, cioè
in un'entità perenne e dotata di un destino. Anderson cita in proposito le parole di Delnay: "è casuale che io sia
nato francese, ma dopotutto la Francia è eterna".
Il declino della religione non è tuttavia l'unica trasformazione che prelude allo sviluppo del nazionalismo.
Infatti vi è un'altra istituzione plurisecolare che entra in crisi nel corso dell'Età moderna, preparando il terreno, con
la propria scomparsa, all'avvento del nazionalismo: il regno dinastico. Il regno dinastico era dotato di una
struttura istituzionale radicalmente diversa da quella dello stato moderno: "la sua legittimità derivava dalla divinità, non
dai popoli" e "i [suoi] confini erano porosi e
indistinti"75; invece in uno stato moderno il centro del potere non
ha un'investitura divina, la sovranità risiede nel popolo e si estende in modo "rigido, pieno e uniforme su ogni
centimetro quadrato di un territorio legalmente
demarcato"76. Il declino del regno dinastico inizia - secondo
Anderson77 - nel Seicento per proseguire poi inarrestabile fino al suo esito definitivo: il crollo dei grandi imperi nel corso della
prima guerra mondiale.
Oltre al tramonto delle religioni e dei regni dinastici vi sarebbe poi un terzo fattore da prendere in
considerazione per completare il quadro entro cui si rende possibile la comparsa del moderno nazionalismo: "un mutamento
nel modo di percepire il mondo"78 causato dallo sviluppo della scienza, che genera la nuova idea di "sincronia in
un tempo vuoto e omogeneo"79. Come Gellner, dunque, anche Anderson individua nello sviluppo della scienza
moderna una delle matrici del nazionalismo; tuttavia, a differenza di Gellner, non evidenzia come tratto peculiare
della rivoluzione scientifica la standardizzazione delle cause ma la trasformazione della concezione del tempo.
La nuova nozione della "simultaneità" si radica nel senso comune e diventa l'elemento portante della
"struttura di due forme di rappresentazione che cominciano a svilupparsi nel Settecento, il romanzo e il
giornale"80. Romanzo e giornale forniscono "gli strumenti per la
rappresentazione"81 di quella comunità immaginata che è la nazione
perché sono proprio "la simultaneità, la sincronia, la coincidenza cronologica" dei suoi elementi costitutivi che rendono
pensabile la comunità
nazionale82. Infatti la matrice dell'immagine della nazione è "un organismo sociologico
che si muove ordinatamente in un tempo vuoto e
omogeneo"83. Ogni individuo che si sente membro di una nazione
è immerso, o meglio si percepisce immerso in un "sociopaesaggio", un "corpo collettivo", una
"comunità immaginata"84 che sembra avere un carattere assolutamente reale e oggettivo, che "è già
lì"85.
Delle due forme di rappresentazione (il romanzo e il giornale) che - come si è detto - forniscono gli strumenti
per la diffusione dei modelli collettivi di pensiero descritti, è il secondo a dimostrarsi più efficace. Infatti più del
romanzo il giornale lega eventi eterogenei e indipendenti, ponendoli in un rapporto di contiguità che suggerisce ai
lettori l'idea di trovarsi di fronte non a fatti privi di qualsiasi rapporto ma a parti di un medesimo insieme; inoltre il
lettore sa che il "consumo" del giornale è un evento che coinvolge simultaneamente innumerevoli individui; perciò
"ogni partecipante al rito [della lettura mattutina del quotidiano] è [...] ben conscio che la cerimonia che sta
praticando viene replicata da migliaia (o milioni) di altri, della cui esistenza è certo ma della cui identità non ha la
minima idea"86.
I molteplici fattori fin qui analizzati (il declino delle religioni, la scomparsa degli stati dinastici, la
trasformazione del modo di percepire il mondo) creano, nel loro insieme, le condizioni generali perché possano essere pensate
delle comunità "orizzontali, laiche, trasversali rispetto al
tempo"87; tuttavia lo stesso Anderson ammette che la
nazione costituisce solo una variante
specifica di questo tipo di comunità (immaginaria).
Perché allora proprio la nazione assume tanta importanza nei secoli XIX e
XX88? In primo luogo a causa "dell'affermarsi del
capitalismo"89 che non solo trasformò il libro in un prodotto di massa (attraverso
l'industria editoriale), ma favorì anche la diffusione di testi in volgare, che offrivano un mercato potenziale molto più
vasto del latino90; in secondo luogo per l'affermarsi dei volgari come "strumento amministrativo" delle
monarchie europee91; "l'elevazione del volgare a lingua del potere" contribuì a quel "declino della comunità immaginata
della cristianità"92 di cui si è già parlato in precedenza.
Questi due processi, sommando la loro azione a quella dei fattori già analizzati, avrebbero promosso lo
sviluppo delle nazioni. Secondo Anderson quindi sarebbe stata la diffusione della stampa, la sua "esplosiva interazione"
con il capitalismo e l'affermazione dei volgari come lingue scritte a "porre le basi per le coscienze
nazionali"93. Ciò sarebbe avvenuto "in tre
modi"94. Innanzitutto la trasformazione dei volgari in lingue scritte "creò un terreno
comune di scambio e comunicazione al di sotto del latino e al di sopra dei
dialetti"95; i lettori, diventando consapevoli
di appartenere ad un "campo linguistico" condiviso da "centinaia di migliaia, milioni di persone [...]
formarono l'embrione della comunità immaginata
nazionale"96. In secondo luogo "l'editoria diede nuova fissità alla
lingua", la cristallizzò o perlomeno "rallentò il tasso di
cambiamento"97 e quindi favorì l'idea di
permanenza del campo linguistico (e della comunità immaginata che da esso scaturisce). In terzo luogo l'editoria favorì l'affermazione
di alcuni dialetti volgari, quelli "più simili alle lingue
scritte"98, fornendo così il nucleo costitutivo delle
comunità immaginate.
L'azione dei molteplici processi fin qui descritti (processi "in gran parte
inconsapevoli"99: il declino delle
religioni, la scomparsa degli stati dinastici, la trasformazione del modo di percepire il mondo, lo sviluppo
dell'industria editoriale, l'affermazione dei volgari come lingue scritte) crea - per Anderson - le condizioni preliminari alla
nascita del nazionalismo.
Mentre la creazione di tali condizioni si protrae per secoli, la formazione dei primi stati-nazione avviene in
tempi molto più brevi (e definibili in termini cronologici precisi), in quanto si verifica "fra il 1776 e il
1838"100. L'area in cui questi nuovi "manufatti politico-culturali" appaiono per la prima volta è il continente americano. Anderson
infatti, a differenza di Gellner e di molti altri studiosi del nazionalismo, ne individua la matrice nei movimenti
indipendentisti sorti nelle colonie americane (sia nella parte settentrionale che in quella meridionale dell'emisfero
occidentale) nella seconda metà del XVIII secolo. Si tratta di movimenti composti da creoli, cioè da europei nati nelle
Americhe, i quali "condividevano la lingua e l'origine con coloro che combattevano", spagnoli e
inglesi101. Inoltre erano capeggiati da "ricchi proprietari terrieri, alleati a mercanti e
professionisti"102. Dunque da un lato non avevano
quel carattere popolare che solitamente si attribuisce ai movimenti nazionalisti, anzi, erano espressione di
"comunità ricche"103; dall'altro erano culturalmente omogenei alla madrepatria.
Anderson osserva che le cause della genesi dei movimenti indipendentisti americani vengono di solito
identificate con il "controllo
soffocante"104 esercitato dalle capitali imperiali (Londra e Madrid), con il pesante prelievo
fiscale a favore della madrepatria e con l'influsso
dell'Illuminismo105. Anderson non ritiene tuttavia che tali
fattori costituiscano, nel loro insieme, una spiegazione sufficiente della genesi dei movimenti nazionalisti e rileva,
citando Masur106, che nell'America del Sud, "tra il Cinquecento e il Seicento", tutte quelle che sarebbero poi
diventate, dopo le guerre d'indipendenza, repubbliche sovrane, "erano state delle unità amministrative"
tendenzialmente "autocentrate" e economicamente
"separate"107.
All'epoca dello sviluppo dei movimenti nazionalisti esistevano dunque già da tempo unità
economico-amministrative che, di per sé, non erano certo patrie (neppure potenziali) ma che finirono per essere concepite
"come patrie"108 grazie allo sviluppo di un consistente strato sociale formato dai creoli, esclusi, in quanto nati nel
continente americano e dunque "per natura diversi e inferiori agli
europei"109, dalla possibilità di accedere ai vertici della
struttura burocratica imperiale110. Costretti a vegetare ai livelli medio-bassi dell'apparato amministrativo, i creoli
svilupparono "una nuova coscienza" e trasformarono le province americane in "comunità
immaginate"111.
Per quel che concerne le colonie inglesi nella parte settentrionale del continente americano, il fattore
decisivo per lo sviluppo del "nazionalismo
creolo"112 sarebbe consistito non nella presenza di un ceto di funzionari
insoddisfatti e frustrati, spinti dal rancore verso la madrepatria a cercare nuove forme di solidarietà locale, ma dalla diffusione
della stampa e dal gran numero di giornali pubblicati nel corso del XVIII secolo. I giornali infatti avrebbero,
come si è detto, la capacità di legare eventi eterogenei, istituendo fra loro un rapporto di contiguità che suggerisce ai
lettori di trovarsi di fronte a parti del medesimo "insieme", cioè una comunità immaginata di cui i lettori stessi
sarebbero parte113.
Il nazionalismo nacque quindi - secondo Anderson - nel continente americano fra la fine del XVIII secolo e
i primi due decenni del XIX. A questa fase iniziale seguì poi, fra il 1820 e il 1920, la fase dei nazionalismi
europei114, i quali, pur essendo lo sviluppo dei nazionalismi d'oltreoceano, che costituivano un modello a cui
ispirarsi, presentavano rispetto ad essi una significativa
differenza115: il ricorso alla lingua come fattore di autoidentificazione.
Sono dunque due gli aspetti rilevanti dei nazionalismi europei dell'Ottocento: l'utilizzazione dei
movimenti indipendentisti creoli come modello, e l'uso in chiave nazionalista delle lingue. Il fatto che nei primi decenni
del XIX secolo la Rivoluzione americana del 1776 (insieme a quella francese del 1789) venisse assunta come
"precedente e modello"116 significa che già allora era maturata la capacità di "concepire il nazionalismo
genealogicamente, come espressione di una tradizione storica di continuità
sociale"117.
L'uso della lingua in chiave nazionalista rimanda invece alla specifica natura dei modelli
autorappresentativi elaborati dai movimenti nazionalisti, i quali tendono a proiettare fuori di sé l'immagine della nazione, finendo
così per percepirla come qualcosa che si trova nella realtà. Da questa specifica modalità autorappresentativa
scaturisce il mito di fondazione dei nazionalismi europei ottocenteschi: il movimenti nazionalista troverebbe la
nazione addormentata e inconsapevole di sé e la risveglierebbe dal suo lungo
sonno118. L'immagine del "lungo sonno"
consente di proiettare la nazione nel passato, il che spiega l'importanza che assume, per i nazionalisti europei, il
richiamo alle tradizioni, al "retaggio comune" e, in primo luogo, alla
lingua119. Invece per i primi nazionalisti americani
(i creoli), che condividevano la lingua (spagnolo o inglese) e la cultura con la madrepatria, il tentativo di saldare
lingua e nazionalismo avrebbe incontrato "ostacoli
insormontabili"120.
L'attenzione per le lingue fu favorita, nel corso del XIX secolo, anche dallo sviluppo della filologia, una
disciplina che, alimentando la convinzione che ogni lingua sia "degna di studio e
ammirazione"121, stimolò il processo
di autoidentificazione nelle comunità linguistiche. Dalla coscienza di essere una comunità di parlanti alla scoperta
di potersi pensare anche come comunità politica
in fieri il passo fu breve: l'acquisizione della consapevolezza
di possedere una lingua dotata di dignità letteraria (nonché veicolo di un patrimonio folclorico) fu la premessa
allo sviluppo di movimenti nazionalisti in Grecia (contro il dominio ottomano), in Ungheria (contro l'egemonia
tedesca nell'ambito dell'impero asburgico), in Ucraina e Finlandia (contro il centralismo zarista), in Norvegia (contro
il dominio danese)122.
Naturalmente la consapevolezza di appartenere ad una comunità linguistica (e potenzialmente anche politica)
non poteva svilupparsi che negli strati sociali che avevano accesso ai testi scritti, cioè nella porzione alfabetizzata
della popolazione: "nobili e proprietari terrieri, cortigiani ed ecclesiastici, ceti medi ascendenti, funzionari,
professionisti, borghesia commerciale e
industriale"123. L'espansione di questi ceti nel corso dell'Ottocento, allargando la
platea dei lettori sensibili all'idea di appartenere ad una comunità linguistica
"nazionale"124, rappresentò uno
stimolo ulteriore allo sviluppo dei movimenti nazionalisti.
Giustamente Anderson sottolinea la differenza fra la coesione di natura linguistica propria delle classi
dominanti borghesi europee della seconda metà dell'Ottocento e la coesione delle classi dominanti pre-borghesi, basata
su "legami di sangue, clientele e fedeltà
personali"125. Se "una nobiltà analfabeta poteva agire come una nobiltà
[...] una borghesia analfabeta non era immaginabile" poiché la borghesia poteva rappresentarsi come comunità solo
in termini astratti, e quindi solo con il tramite della "parola
stampata"126. Mentre tutti i nobili di un regno
medievale costituivano una comunità ristretta i cui membri si conoscevano di persona ed erano imparentati fra loro, le
classi borghesi dell'Ottocento erano composte da decine di migliaia di individui ignoti l'uno all'altro; perciò "la
borghesia fu la prima classe a raggiungere un senso di solidarietà su basi essenzialmente
immaginate"127.
Nelle pagine precedenti è stato messo in evidenza il carattere evolutivo del modello elaborato da Anderson.
Reciso ogni legame fra etnicità e nazionalismo, egli definisce quest'ultimo come il prodotto dell'azione convergente
di diversi processi storici e lo scompone in una sequenza di fasi legate fra loro da rapporti complessi, non riducibili
ad una relazione meccanica di causa-effetto. In particolare, essendo il nazionalismo - per Anderson - un
fenomeno sostanzialmente mentale, risulta essenziale, in ogni fase del suo sviluppo, il ruolo svolto dalla
componente autoriflessiva: ogni tipo di nazionalismo è un modo particolare di immaginare una comunità, è una
rappresentazione che viene costruita a partire da quelle preesistenti, di cui ingloba e assimila aspetti o caratteristiche più o
meno rilevanti.
Infatti il terzo tipo di nazionalismo, l'ufficial-nazionalismo, successivo a quello americano-creolo e a
quello europeo-popolare, "si sviluppa
dopo e in reazione ai movimenti nazionali popolari proliferati in Europa a
partire dal 1821"128. Nonostante questo particolare tipo di nazionalismo costituisse una reazione a quelli precedenti,
ne assunse e fece proprio l'elemento fondamentale: l'uso politico dell'idea di identità nazionale.
Furono le grandi monarchie europee (l'Inghilterra, la Russia) a forgiare l'ufficial-nazionalismo per
legittimarsi, per "naturalizzare" il potere dinastico e dunque assicurarne meglio "il
mantenimento"129. La natura "ufficiale"
di questo nazionalismo, che venne costruito in primo luogo tramite un'omogeneizzazione linguistica forzata
delle province periferiche o delle colonie (l'Inghilterra anglicizzò l'India, mentre l'impero zarista russificò
Polonia, Georgia e paesi baltici), discendeva dal fatto di essere "creato direttamente dallo Stato per servire i propri
interessi"130.
Dopo la prima guerra mondiale e il crollo dei grandi imperi, si sviluppa la quarta fase del nazionalismo, che
coincide con l'affermazione e la progressiva diffusione dello
stato-nazione131. Questo nuovo tipo di stato, la cui espansione
"raggiunge il suo apice dopo il cataclisma della II Guerra
Mondiale"132, può essere compreso solo se situato
nella sequenza elaborata da Anderson133 perché si configura come una sintesi di elementi propri delle tre fasi
precedenti (nazionalismo creolo, nazionalismo popolare, ufficial-nazionalismo). Se infatti da un lato "molti dei nuovi
Stati-nazione (soprattutto non-europei) adottarono come lingue di Stato idiomi europei", imitando così la forma
originaria di nazionalismo (quello
creolo)134, dall'altro "presero [...] dal nazionalismo europeo il suo ardente populismo
e dall'ufficial-nazionalismo la sua politica" di omogeneizzazione
linguistica135.
Il risultato di questa sintesi è duplice: "un entusiasmo nazionalista genuino e popolare" si mescola ad
"un'ideologia [...] instillata machiavellicamente attraverso i mass-media, il sistema scolastico, i regolamenti
amministrativi"136. I nazionalismi (soprattutto extra-europei) del Novecento, in sostanza, attingono ai modelli precedenti
"copiandoli, adottandoli"137, miscelandone gli ingredienti in proporzioni diverse da caso a caso.
Conclusione
Come è stato già sottolineato, la posizione di Anderson (così come quella di Gellner) in merito al rapporto
fra etnicità e nazionalismo si caratterizza per una netta distinzione fra i due fenomeni. A differenza di coloro
che individuano una sostanziale identità (come Connor), o almeno un rapporto di continuità storica (come Smith) fra
le identità etniche e i movimenti nazionalisti, Anderson e Gellner elaborano interpretazioni del nazionalismo che
non includono alcun attributo etnico e che invece sottolineano il suo legame con uno specifico processo storico:
la trasformazione della società occidentale nel corso degli ultimi due secoli.
I modelli di Anderson e Gellner presentano però differenze significative, soprattutto per quel che
concerne l'identificazione delle cause dello sviluppo del nazionalismo: se Gellner pone l'accento sulla rilevanza
della rivoluzione scientifica e dell'industrializzazione, Anderson mette in primo piano alcuni aspetti culturali (il
tramonto della religione, la diffusione della stampa) e politici (il crollo degli imperi dinastici) della storia occidentale moderna.
Un elemento di convergenza fra i due studiosi è costituito dal fatto che entrambi identificano diversi tipi
di nazionalismo, ma mentre Gellner ne propone una classificazione ottenuta "elaborando le varie combinazioni
possibili dei due principali fattori che entrano nella formazione della società
moderna"138: il potere e l'accesso
all'istruzione, Anderson traccia tra le varianti del nazionalismo connessioni storico-evolutive: ogni variante riprende, sviluppa
o trasforma elementi costitutivi delle varianti precedenti. In tal modo Anderson individua ricorrenze e
analogie significative fra i nazionalismi extra-europei contemporanei (post coloniali) e i nazionalismi americani ed
europei dei secoli XVIII e XIX. La sua analisi del processo evolutivo - come si è detto - si ferma però alla fase dello
stato-nazione emerso nella seconda metà del XX secolo nei paesi afroasiatici e non si estende ai movimenti
nazionalisti sviluppatisi in Europa (sia in quella occidentale che in quella orientale) fra la fine degli anni ottanta e l'inizio
degli anni novanta.
Tuttavia è possibile formulare un'interpretazione anche di questi fenomeni recenti attingendo proprio agli
elementi di analisi forniti da Anderson per le varianti meno recenti del nazionalismo. Sulla base del suo modello, infatti,
non è difficile ravvisare analogie significative fra il nazionalismo creolo, quello europeo della prima metà
dell'Ottocento (si pensi in particolare all'Ungheria, alla Polonia e all'Italia) e i nazionalismi degli ultimi due decenni del
Novecento. Un elemento comune è costituito dal ruolo rilevante svolto dalla crisi e dal declino di grandi organismi statuali:
gli imperi coloniali (la Spagna) nel XVIII secolo, gli imperi continentali (in particolare quello austro-ungarico)
nel XIX secolo e, alla fine del XX secolo, l'Unione Sovietica. Ma se l'esplosione dei nazionalismi nell'Europa
orientale è facilmente riconducibile al collasso della superpotenza sovietica, è evidente che la fioritura dei
nazionalismi occidentali (corso, bretone, scozzese, catalano, padano) ha un'altra causa: il declino (meno evidente del
collasso dell'Urss) del ruolo politico ed economico degli stati nel contesto dei processi di globalizzazione.
Nell'uno e nell'altro caso, a Est come a Ovest, dunque, il declino del ruolo delle grandi unità politiche
costituisce il fattore strutturale fondamentale dello sviluppo dei nazionalismi (i fattori
culturali, cioè le condizioni di
sviluppo di rappresentazioni collettive quali sono le "comunità immaginate", si collocano su un altro piano). Tale
declino rappresenta una delle conseguenze più rilevanti dei processi di globalizzazione. Questo termine designa un
insieme di trasformazioni indotte da una nuova fase dello sviluppo storico del capitalismo, trasformazioni complesse
ma sostanzialmente riconducibili, nei loro aspetti più strettamente economici, alla crescita di gigantesche
imprese transnazionali che, essendo dotate di immense risorse, e - come osserva Smith - "di sofisticate tecnologie,
elevato livello di conoscenze, grandi capacità di pianificazione e investimento su larga scala e lunghi periodi",
costituiscono "una minaccia reale per molti
Stati"139.
La capacità di tenuta e di controllo interno degli stati medi e piccoli o di quelli economicamente più fragili
si riduce considerevolmente nel nuovo contesto disegnato dai processi di globalizzazione, dall'integrazione
mondiale dell'economia, dalle capacità di intervento e investimento a livello planetario delle imprese transnazionali.
La pressione esercitata dalle forze economiche sovranazionali sull'intelaiatura interna degli stati produce i suoi
effetti più rilevanti lungo le loro linee di frattura interne: le aree più ricche, maggiormente sviluppate o dotate di
maggiori risorse (si pensi ai Paesi baschi, alla Catalogna, alla Padania, alla Slovenia, alla Croazia, anche alla Scozia, in
quanto detentrice potenziale delle risorse petrolifere del Mare del Nord) aspirano a sottrarsi al controllo
politico-fiscale degli stati in cui sono incapsulate e ad assicurarsi, attraverso l'indipendenza, la possibilità di gestire
autonomamente le proprie risorse e di negoziarne direttamente lo sfruttamento con le grandi multinazionali.
Non è dunque vero - come sostengono i teorici della "deprivazione relativa" - che i movimenti nazionalisti
sorgono e si sviluppano nelle aree periferiche ed economicamente depresse degli stati e che i loro obiettivi politici si
alimentano della protesta contro la discriminazione di cui sono
vittime140. Al contrario - come sostiene Connor -
i movimenti nazionalisti europei della seconda metà del XX secolo sono sorti in regioni caratterizzate da un
tenore di vita più alto di quello degli stati in cui sono incluse. È vero che alcuni casi sembrano contraddire
questa affermazione e avvalorare invece la tesi della deprivazione relativa: il Galles e la Bretagna possono infatti
essere considerate aree periferiche relativamente depresse nel contesto dei rispettivi stati di appartenenza (Gran
Bretagna e Francia). Tuttavia anche in queste situazioni le motivazioni politiche che sono alla base dello sviluppo dei
movimenti nazionalisti si collocano nel quadro che abbiamo delineato: l'autonomia è considerata uno strumento
indispensabile per ricontrattare con il centro le competenze politiche e fiscali o per assicurarsi la gestione delle proprie risorse.
L'identità "etnica" sembra avere solo un ruolo di legittimazione ideologica
a posteriori delle rivendicazioni politiche; lo dimostra il fatto che, sul piano culturale, i movimenti nazionalisti europei della seconda metà del
XX secolo non presentano costanti significative. Il ricorso a specifici tratti culturali (quali la lingua o la religione)
non sembra essere indispensabile al loro sviluppo; infatti l'elemento culturale utilizzato per la costruzione del
modello autorappresentativo dell'identità nazionale varia da caso a caso, essendo costituito a volte dalla lingua (Paesi
baschi, Catalogna), a volte dalla religione (Croazia); in altri casi, invece, non è stato possibile ricorrere ad uno di
questi due tratti culturali per costruire un'identità etnica. Ma questa mancanza non si è rivelata un ostacolo insormontabile.
Ad esempio in Scozia la lingua locale (il gaelico) non è più parlata da secoli, sostituita dall'inglese; il
movimento nazionalista scozzese non ha potuto quindi fare leva sul fattore linguistico; neppure la differenza religiosa
(la contrapposizione potenziale fra presbiterianesimo e anglicanesimo) è uno strumento efficace di
mobilitazione ideologico-politica nella ormai secolarizzata Europa occidentale. Pertanto il movimento nazionalista scozzese
ha dovuto ricorrere alla rivendicazione dell'identità storica della Scozia (a lungo regno sovrano in conflitto
con l'Inghilterra). Il caso della Padania è ancora più significativo. La Padania non presenta alcuno scarto
culturale significativo rispetto al resto d'Italia e non possiede neppure un retaggio storico paragonabile a quello della
Scozia (o della Catalogna), eppure ciò non ha impedito che un'identità etnica padana si radicasse in una parte
consistente della popolazione dell'Italia del Nord.
I nazionalismi dell'Europa orientale (in particolare quelli sviluppatisi nell'ultimo decennio del XX secolo
nei paesi baltici e in Croazia) si caratterizzano, rispetto a quelli dell'Europa occidentale, per una forte
connotazione etnica, per un atteggiamento persecutorio nei confronti degli appartenenti alle minoranze, etichettati come
"stranieri" e in quanto tali esclusi dal pieno godimento dei diritti politici. Tipico di questi nazionalismi è la scelta del
fattore etnico come criterio di identificazione e la rappresentazione dello stato come "monoetnico". Poiché si tratta in
realtà di paesi multietnici, l'adozione da parte
dell'élite al potere di un'ideologia nazionalista su base etnica si traduce
in una politica persecutoria che rende le minoranze socialmente e politicamente invisibili mediante il ricorso a
interventi legislativi e giuridici che le escludono dalla cittadinanza o dal pieno godimento dei diritti politici o che
impediscono la manifestazione della loro identità culturale e linguistica: è il caso, ad esempio, della minoranza serba in
Croazia, della minoranza russa in Estonia e Lettonia, della minoranza serba nel Kosovo occupato dalla Nato.
In numerosi paesi asiatici si è sviluppato, negli ultimi decenni del XX secolo, un nazionalismo di tipo
castrense; con questo termine intendo riferirmi alle situazioni in cui il potere politico (e in buona misura anche
quello economico) sono gestiti - direttamente o indirettamente - dall'esercito, che si presenta come garante
dell'unità nazionale, dell'ordine costituito e dell'ideologia nazionale. Sia le
élites politiche che quelle militari tendono
spesso a rivitalizzare la cultura tradizionale reificandola e trasformandola in uno strumento funzionale alla
retorica nazionalista e alla "rivendicazione di identità, in opposizione alla modernità e
all'occidentalizzazione"141.
Molti paesi del Terzo Mondo, dove le
élites militari esercitano il potere politico e un forte controllo
ideologico sulla società, sono caratterizzati anche dalla presenza dell'integralismo religioso. Il rapporto fra nazionalismi
e integralismo è complesso e ambiguo e assume, a seconda dei contesti, forme diverse, che vanno dal conflitto
aperto alla collusione nascosta, all'esplicita alleanza.
In Turchia
l'élite militare, che non esercita direttamente il potere, ma agisce tramite la mediazione del ceto
politico (in particolare i partiti nazionalisti di destra), si presenta come custode di un nazionalismo identificato con i
valori della rivoluzione laica e modernizzante di Ataturk, una rivoluzione che puntò ad una radicale rottura con il
passato e all'occidentalizzazione del paese; perciò il rapporto fra la casta militare e l'integralismo islamico è
estremamente conflittuale. Il partito di ispirazione religiosa che negli anni novanta aveva ottenuto notevoli successi elettorali,
è stato messo fuori legge e liquidato soprattutto per volontà degli alti quadri dell'esercito.
In Pakistan invece l'esercito ha giocato la carta dell'integralismo islamico sia in politica interna, per
assicurare un consenso di massa al regime, sia in politica estera, per alimentare i sentimenti anti-indiani nel Kashmir e
per mantenere, attraverso i talebani, il controllo dell'Afghanistan.
Più complessa e ambigua è la situazione in un altro grande paese islamico dell'Asia: l'Indonesia, dove le
alte gerarchie militari, in collusione con il deposto presidente-dittatore Suharto, appoggiano l'ala integralista
e intransigente del movimento islamico per indebolire l'islamismo moderato rappresentato dall'attuale
presidente Wahid. Per destabilizzare il governo i militari fomentano i conflitti religiosi fra cristiani e musulmani nelle
aree periferiche dell'arcipelago (in particolare nelle Molucche), dove la popolazione è a maggioranza cristiana. La
politica di transmigrasi, cioè di trasferimento di masse di contadini giavanesi poveri (musulmani) nelle isole
esterne dell'arcipelago, meno densamente popolate (Sumatra, Kalimantan, Sulawesi, Molucche, Irian Jaya), iniziata già
in epoca coloniale, proseguita da Sukarno e intensificata dal regime di Suharto, crea tensioni e conflitti fra gli
immigrati e le popolazioni locali soprattutto là dove queste sono prevalentemente cristiane (come nelle Molucche).
Gli immigrati musulmani sono infiltrati da agitatori armati e finanziati dall'esercito, che mirano a innescare una
spirale di violenza. La strategia dei militari tende a far crescere la tensione fra cristiani e musulmani e a
provocare scontri armati fra le due fazioni, con il duplice scopo di rafforzare le tendenze più radicali del movimento
islamico, che ha buon gioco nel presentare i cristiani come nemici e nell'invocare la guerra santa, e di permettere
all'esercito di assumere il ruolo di pacificatore e di presentarsi come unico garante dell'unità nazionale.
Il panorama dei nazionalismi contemporanei è dunque variegato e complesso: nazionalismi
regionalistici nell'Europa occidentale, nazionalismi etnici ed etnocratici nell'Europa orientale, nazionalismi castrensi più o
meno legati all'integralismo islamico in Asia e in Africa (esemplare è il caso del Sudan). Ma esiste anche un altro tipo
di nazionalismo che non ha connotazioni né etniche né religiose e che si è sviluppato nei paesi in cui l'identità
nazionale è stata riplasmata da un processo rivoluzionario di orientamento progressista che ha portato ad un radicale
mutamento di regime politico. È il caso del Vietnam, di Cuba e del Nicaragua. Questo tipo di nazionalismo, che può
essere definito "sovra-etnico" e aconfessionale, si ispira a "un'ideologia universalistica" che enfatizza l'eguaglianza fra
i cittadini e quindi non solo tende a porre tra parentesi l'appartenenza etnica o
religiosa142, ma considera
l'etnicità una minaccia alla coesione nazionale sia sul piano politico (se prende la forma di rivendicazioni localistiche)
sia sul piano ideologico, in quanto terreno di coltura di particolarismi che contraddicono l'universalismo
dell'ideologia rivoluzionaria.
In generale, dunque, il nazionalismo (ad esclusione di quest'ultima sua variante) presenta legami, intrecci e
analogie con l'etnicità, ma solo sul piano
sovrastrutturale; su quello strutturale la differenza è netta. Infatti il
nazionalismo - come sostengono Gellner e Anderson - è il prodotto di un processo storico unico, delimitato nello spazio e
nel tempo, e risulta indissolubilmente legato allo sviluppo dello stato moderno, mentre l'etnicità è un fenomeno
culturale estremamente diffuso e ben più antico del nazionalismo. Invece sul piano sovrastrutturale l'analogia fra etnicità
e nazionalismo è evidente: entrambi utilizzano modelli autorappresentativi (stereotipi) costruiti attraverso la
selezione e l'assemblaggio di tratti culturali scelti allo scopo di tracciare un confine sociale o politico che distingua e
separi un "noi" dagli "altri". Sono dunque simili i meccanismi attraverso cui vengono costruite quelle
particolari rappresentazioni collettive che sono le "comunità immaginate", siano esse etnie o nazioni.
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