Gianpasquale Santomassimo

Due generazioni di storici comunisti: da Battaglia a Spriano e Ragionieri*



È molto suggestivo guardare alla storiografia della Resistenza come a un succedersi di revisioni successive di luoghi comuni, e non ad una monotona ripetizione di verità ufficiali. E questo è vero a partire dal suo primo grande storico.
La storia della Resistenza italiana trova infatti nel 1953 un "classico" destinato a durare nel tempo nell'opera di Roberto Battaglia1. Tranquillo studioso di storia dell'arte barocca di mezza età, più che altro infastidito dall' "errore di gusto" che il fascismo aveva rappresentato, Battaglia si trasforma dopo l'8 settembre in comandante partigiano nelle formazioni di Giustizia e Libertà. Vive questa militanza come una felice sintesi tra "uno spontaneo anarchismo antifascista e il retaggio attivo di un'antica tradizione della democrazia risorgimentale"2.
Approda al Partito comunista dopo la diaspora del suo partito d'origine, e diviene storico appassionato dell'Italia contemporanea proprio in virtù della sua esperienza di partigiano, rievocata nel 1945 in un libro autobiografico che già rivela la forza del suo stile. Uno stile inconfondibile, "alto" ma non retorico.
In cosa consistono le "revisioni" di Battaglia? Oltre all'ovvia precisazione di molti dati di fatto (della storia politica e militare, come dei rapporti tra Resistenza e Alleati) per la prima volta composti in un quadro organico, Battaglia introduceva elementi di riflessione e di storicizzazione della Resistenza che erano anche correzione, e in alcuni casi rovesciamento, tanto di primi giudizi storici quanto di un diffuso senso comune.
Chi, avendo in mente le polemiche del giornalismo storico liberalfascista (esse realmente monotone e immutabili) sulla storiografia della Resistenza si accostasse oggi alla "Storia della Resistenza" di Battaglia, avrebbe la sorpresa di scoprire fin dalla prima pagina la sottolineatura delle basi di massa del fascismo italiano.
Una sottolineatura al tempo quasi troppo innovativa, al punto da non esser colta nella sua importanza. Ma se non si comprendono le basi di massa del regime fascista, secondo Battaglia, la Resistenza "pur con tutta la sua concitazione drammatica, è come un gigante i cui piedi poggiano sulla sabbia". Così era netta e impietosa la descrizione dello stato dell'antifascismo organizzato al momento della caduta del fascismo: gruppi di naufraghi che si aggrappano ad una zattera di fortuna. Siamo molto lontani dal "popolo alla macchia", naturalmente antifascista, in cui i partigiani si muovono come pesci nell'acqua.
Il suo primo saggio, "Il problema storico della Resistenza" del 1948, prendeva posizione su alcuni aspetti preliminari, tutt'altro che pacifici al tempo e non del tutto acquisiti neppure oggi. Si teneva distante dalle interpretazioni ormai "classiche" del fascismo, tanto da quella parentetica di origine crociana quanto dalla tesi democratico-radicale del fascismo come "rivelazione", che pure gli pareva più feconda quale approssimazione ad alcune "più solide realtà". Né accettava gli schemi "classisti" della tradizione terzinternazionalista, puntando piuttosto a far emergere da un'analisi realistica delle vicende i nodi e i problemi che gli parevano centrali.
Ma soprattutto Battaglia procedeva a impostare per la prima volta alcuni problemi tuttora attuali. Operava una distinzione netta, generazionale e culturale, e si vorrebbe dire anche esistenziale, tra antifascismo e Resistenza, cogliendo in tutta la sua novità e importanza l'emergere di una generazione, della Resistenza o dell'antifascismo di guerra, molto distante dalla cultura e dalle polemiche dei gruppi di fuorusciti del ventennio e che aveva dovuto combattere il fascismo in primo luogo dentro se stessa. Per Battaglia andavano superati gli schemi storiografici "più divulgati" e "più nocivi", come quello della continuità ininterrotta tra opposizione al fascismo e Resistenza, ponendo nel giusto rilievo il fenomeno dell'antifascismo di guerra nella sua originalità e autonomia.
Colpivano, in questo primo saggio, il netto ridimensionamento della forza dei partiti antifascisti all'indomani del 25 luglio ("gruppi di naufraghi sopravvissuti alla grande tempesta del fascismo"), un primo tentativo di analisi della struttura delle formazioni partigiane per estrazione sociale e per età (al 90 per cento "classi nate e cresciute sotto il fascismo e che seppero quindi in gran parte con le proprie forze ritrovare la via della libertà"), e un realistico giudizio sulle possibilità di sopravvivenza della struttura ciellenistica, dove la sua analisi era ormai in netto contrasto con le opinioni diffuse nella cultura del suo partito originario.
Il tutto era espresso con una spregiudicatezza sorprendente. Si veda ad esempio quanto scriveva a proposito del rapporto tra il nuovo antifascismo e la tradizione antifascista: "Fino a qual punto la loro azione [dei partigiani] fu spontanea e in quale rapporto essa è da mettersi con la guida dei partiti antifascisti coalizzati nel Cln?
Mi diceva un amico, abituale frequentatore delle carceri nazifasciste, che nel suo periodo di detenzione 1943-44 solo una minima parte, il 2% dei detenuti per azioni partigiane, aveva risposto a una sua indagine di conoscere vagamente chi fosse e che cosa avesse fatto Giacomo Matteotti".
È un dato estremamente eloquente, e confermato del resto dagli studi delle generazioni successive, che hanno evidenziato la "politicizzazione" molto fluida delle formazioni partigiane, e che fa capire molte cose sulla Resistenza e sul suo effettivo rapporto con la tradizione antifascista. E commentava Battaglia: "È un dato che può sembrare e non è aneddotico, che spiega per se stesso il carattere iniziale della guerra di liberazione: la quale rappresentò per la grande maggioranza degli aderenti lo sfogo istintivo d'un malcontento troppo a lungo represso, d'un odio motivato variamente e sovente individualmente inasprito. Al principio ci fu dinanzi ad ogni 'sbandato' dai tragici fatti di settembre la sensazione d'un mondo in rovina che bisognava far crollare fino in fondo per riemergere alla vita, un disperato sforzo che ognuno doveva compiere per suo conto"3.
Tutto questo non era pacifico, né lo sarebbe stato. Contrastava con questo punto di vista la soggettività degli stessi dirigenti comunisti che "venivano da lontano", ma soprattutto era in conflitto con la tradizionale posizione socialista. Che tendeva, tanto negli storici quanto nei politici, a mantenere una linea di continuità ininterrotta: una Resistenza che nasce nel 1921, quando il fascismo scatena la guerra civile, e include tutti coloro che il fascismo hanno combattuto. Con particolare e prevalente merito per i primi combattenti e le prime vittime, e con un qualche residuo sospetto per i giovani che erano stati irregimentati nel regime. Era soprattutto Sandro Pertini che polemizzava amaramente con Battaglia per la sua valorizzazione di comunisti e azionisti, nucleo forte dell'antifascismo organizzato nel paese e poi della Resistenza, che andava a scapito della tradizione socialista4. Ma Battaglia rifiutava la sovrapposizione dell'antifascismo alla Resistenza che col tempo si andava costituendo nella stessa consapevolezza storica dei suoi protagonisti e, dissolvendo l'identità tra antifascismo e Resistenza, affermava l'autonomia della Resistenza e la sua individualità storica.
Peraltro nel senso comune questa distinzione non sarebbe mai realmente passata, e nel corso del tempo linguaggio celebrativo e discorso storico diffuso avrebbero del tutto smarrito il senso di quella intuizione, che è ormai percepibile solo per gli studiosi. Lo stesso Battaglia, sensibile all'amarezza di tanti antifascisti, avrebbe in parte attenuato la portata delle sue affermazioni, che nell'ultima edizione della "Storia della Resistenza" possono apparire più sfumate.
Il secondo saggio, del 1950, sul "Significato nazionale della Resistenza", entrava ormai già nel merito della materia politica e militare che sarebbe stata al centro dell'opera maggiore, anticipando rilievi e conclusioni. Ma faceva emergere anche il tema del rapporto fra Resistenza e nazione. Si trovava già il nocciolo delle pagine bellissime sul nuovo concetto di patria emerso dalla lotta partigiana ("bene comune da conquistarsi quotidianamente, noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro") che colpiranno i lettori della "Storia della Resistenza italiana": "Per la prima volta nel corso della nostra storia il concetto di patria non è più nei libri, non è più un privilegio di questo o quel gruppo sociale, ma s'inserisce nella realtà, è posseduto anche e principalmente da quelle masse popolari che, come i contadini, n'erano stati avulsi dalla situazione storica del primo risorgimento; il concetto di patria come il concetto del paese per il cui benessere, per la cui civiltà si lotta in concreto, sul terreno non della tradizione retorica ma dei rapporti fra gli uomini"5.
Battaglia del resto accettava la formula del "secondo Risorgimento", che prima di venire travolta dalla retorica ufficiale, che l'ha resa odiosa e impronunziabile, era stata nelle intenzioni di chi l'aveva proposta (Salvemini in particolare) la sottolineatura in primo luogo della diversità dei due fenomeni, della diversa presenza popolare e contadina in essi. "Secondo" soprattutto perché diverso dal primo. Nella Resistenza erano entrate in gioco forze popolari che avevano messo "radici profonde, che erano mancate nel primo Risorgimento" e che renderanno impossibile "strappare al popolo italiano la patria così faticosamente conquistata". Ai giovani, scriveva nel 1959, andava insegnato che "la Resistenza fu anche lotta e guerra civile", senza aver paura delle parole e senza farsi trattenere da "speciosi pretesti moralistici" invocati per quieto vivere. Non poteva esser resa comprensibile "la luce della fraternità umana che emana dalla Resistenza se non si descrive anche l'ombra da cui essa emerge faticosamente prima di raggiungere la sua pienezza"6.
Col libro di Battaglia la Resistenza italiana trova la sua prima grande sintesi, dai limiti evidenti ma anche dalla grande forza evocativa. Una narrazione che accanto alla storia "ufficiale" sa registrare il ritmo di una "storia silenziosa che viene dal basso". A partire da essa, come da un punto fermo, potranno stabilirsi e consolidarsi discussioni e approfondimenti, come anche le inevitabili polemiche, richieste da un'opera che intendeva porsi come una storia dagli "sviluppi aperti".
Dopo il successo della "Storia della Resistenza" Battaglia avrebbe dovuto scrivere la storia del Partito comunista, su incarico della direzione di quel partito e dell'editore Einaudi. Aveva avviato un piano di lavoro che la morte improvvisa impedì di attuare. Questo compito fu assunto, attraverso la storia vera e propria del Pci o delle introduzioni alle opere di Togliatti, dagli storici della generazione successiva, che appunto della Resistenza trattarono per lo più nell'ambito della storia del Partito comunista.
Al pari di Battaglia, Paolo Spriano veniva dall'esperienza partigiana nelle file azioniste. Più giovane di Spriano, Ernesto Ragionieri non veniva dall'esperienza della Resistenza ma era approdato al Pci dopo l'adesione al Fronte popolare e al marxismo da posizioni molto lontane da quelle comuniste. Ma, al di là di questo dato biografico, va detto che questa generazione, allorché scrive le opere più significative attorno al nostro tema, opera in un contesto politico e culturale molto diverso.
Se Battaglia aveva operato negli anni della guerra fredda e aveva avuto i suoi punti di riferimento polemici essenzialmente nella visione governativa e centrista del silenzio sulla Resistenza o della sua "imbalsamazione", per gli altri storici valgono considerazioni molto diverse. La loro ispirazione non si discosta nel fondo da quella di Battaglia. Ma ora le polemiche sono soprattutto a sinistra, e anzi diciamo pure che vengono da sinistra.
Forse oggi può apparire strano ai più giovani, ma per lungo tempo le polemiche attorno al ruolo del Pci nella Resistenza vertevano essenzialmente sulla sua incapacità di portare a termine la rivoluzione nel corso degli anni della guerra (per taluni, diciamo pure di conquistare il potere col mitra in pugno per dare ai proletari la rivoluzione costantemente ambita). Un tipo di contestazione esattamente opposta rispetto a quella odierna, anche se a volte espressa dagli stessi studiosi.
Ma non c'era solo questo, naturalmente. Le questioni del mancato, o limitato, rinnovamento dello Stato e degli elementi di continuità tra fascismo ed esperienza repubblicana erano nodi storiografici reali. E la nuova contestazione si intrecciava con antiche delusioni storiche di matrice tanto azionista quanto comunista. E tra i miti, corposi e reali, della Resistenza rossa e della Resistenza tradita non era sempre percepibile una soluzione di continuità.
Tutto questo emergeva in un clima non sempre innocente, ma nel quale comunque poteva apparire a tutti vicino a soluzione il nodo di una modifica radicale di strutture, assetti, mentalità, che la cosiddetta "rivoluzione antifascista" aveva lasciato incompiuta. Primo termine di polemica per questi storici comunisti era dunque proprio quello della fondatezza di una visione della storia italiana che tendeva a sminuire la portata della trasformazione politica e istituzionale avviata dalla Resistenza, e ad inserire compiutamente il fenomeno in una lunga sequenza di occasioni rivoluzionarie o riformatrici mancate nella storia italiana.
Le conclusioni di Spriano e Ragionieri sulle vicende del Pci nella Resistenza non sono dissimili, tanto riguardo alla valutazione della svolta di Salerno, quanto dell'unità e delle divisioni del Cln. Ci sono sottolineature diverse, che riflettono diverse sensibilità nell'approccio al tema più generale della storia del Pci.
Spriano, anche per motivi autobiografici, sente con intensità molto maggiore il ruolo del "vento del Nord" nella politica italiana, ed è portato ad attribuire un rilievo maggiore di quanto non faccia Ragionieri alla funzione dei Cln nella possibile ricostruzione della democrazia italiana, dove Ragionieri è portato invece a valorizzare la costruzione del sistema dei partiti di massa come architrave della democrazia italiana. È comunque comune la valutazione del peso dello spessore reazionario della società italiana ereditato dal fascismo (l'espressione è di Giorgio Amendola), e si profila in termini più o meno trasparenti anche la comprensione del carattere minoritario della Resistenza nella società italiana (o in larghissime parti di essa). Di qui un richiamo all'analisi dei rapporti di forza, nel loro costituirsi e delinearsi, tanto sul piano interno quanto sul piano internazionale. È anche per l'inserimento del tutto compiuto della Resistenza nel quadro europeo, come fenomeno internazionale, che una espressione come "secondo Risorgimento" scomparirà del tutto dalla prosa di questi autori.
Emerge l'immagine di una Resistenza non come rivoluzione tradita dai suoi interpreti, ma rinnovamento contrastato e contenuto, e al tempo stesso indubbio nella sua rottura irreversibile con il passato e fondante di una democrazia dagli sviluppi tuttora aperti. Esperienza interrotta con gravi responsabilità delle classi dirigenti, ma anche rottura non ricomposta interamente nella continuità del potere delle vecchie élites. Elemento fondamentale di questa svolta, che allora appariva irreversibile, era la presenza delle "grandi masse della popolazione lavoratrice, con le loro associazioni, le loro organizzazioni, i loro partiti", presenza che aveva segnato di sé una nuova fase della politica "intesa come direzione della società e dello Stato".
Entrambi questi storici sulla base di nuove fonti che andavano emergendo a trent'anni dalla Liberazione (un'ampia memorialistica, una documentazione pressoché completa delle carte di partito e, nel caso di Spriano, anche di testimonianze dirette), contribuivano a dissolvere molte leggende di partito. E a documentare i termini di un dibattito reale apertosi nel corpo del Partito comunista. La constatazione di come il partito operante nel Nord avesse condiviso (o interpretato positivamente) la svolta di Salerno superando le pregiudiziali ideologiche molto più presenti nel Sud, costituiva un indubbio superamento di molte immagini consolidate o accreditate nel senso comune della sinistra.
Spriano si misurava nella sua opera con i temi della spontaneità e dell'organizzazione, del ruolo del partito. In particolare nella vicenda degli scioperi del 1943, che studiava in forma autonoma nella preparazione del quinto volume della sua "Storia del Pci", trovando a mio avviso un giusto equilibrio tra i discussi e contrapposti estremi della autonomia rivendicativa della classe operaia e gli elementi di organizzazione politica.
Anche qui: forse apparirà strano al pubblico odierno, ma il tema degli scioperi operai durante la Resistenza fu uno dei più studiati e dibattuti in quegli anni, in forma forse anche eccessiva, come del resto è eccessivo il silenzio storiografico odierno, di fronte a un elemento che è pur sempre distintivo della Resistenza italiana nel quadro della Resistenza europea.
Il libro di Spriano è anche una ricostruzione, fra le più dettagliate ed equanimi (l'equanimità era una dote che in parte era mancata a Battaglia nei confronti dei moderati) del dibattito politico tra i partiti durante la Resistenza, tuttora utilmente consultabile anche sotto questo profilo.
Va richiamata l'angolatura particolare assunta da Ragionieri, nell'unica sua opera dedicata esplicitamente ai "Comunisti nella Resistenza". Essa era implicitamente critica della impostazione di Spriano (storia dei partiti intesa come storia delle élites dirigenti, che Spriano esplicitamente rivendicava), e lasciava intravedere il tipo di storia del Pci che Ragionieri avrebbe voluto scrivere.
Era essenzialmente una storia della discussione di base attorno alla svolta di Salerno. Dibattito interno tra militanti e quadri dirigenti, tra Nord e Sud; con la documentazione dei limiti di settarismo e di estremismo largamente presenti, ma anche della ricchezza complessiva di quel dibattito e dell'articolazione delle molte e diverse "Italie" che nella passione di quella disputa si esprimevano. L'egemonia della classe operaia, termine caro a Battaglia, qui si ampliava nella più vasta partecipazione popolare e in sostanza si dissolveva in popolo.
La "linea politica" del Pci nella Resistenza (al centro di tante analisi all'epoca) emergeva da questa ricerca non più come un dato immutabile, acquisito una volta per tutte, ma che di volta in volta è soggetto a sviluppi e correzioni. Anche questo contrastava con l'approccio corrente nei dibattiti dell'epoca.
Tra i risultati più importanti della ricerca di questi storici, di Ragionieri come di Spriano, era proprio la definizione delle coordinate della nascita e delle caratteristiche del "partito nuovo" come partito di massa che si delinea nel corso del 1944. Che era anche, vorrei aggiungere, una assoluta novità nella tradizione dei partiti comunisti fino ad allora (e anche in seguito, nella gran parte del mondo) definita nei termini di partiti di quadri, e di quadri rigidamente selezionati. Nella impostazione di Ragionieri era posta grande attenzione alle classi popolari e alla loro cultura (le classi che non scrivono, ma sentono e pensano, e meritano la stessa attenzione rivolta dagli studiosi alla classe dei colti). Sentiva il fascino della tradizione del sovversivismo popolare, una linfa plebea e popolaresca della storia del movimento anarchico e socialista, che negli anni del fascismo aveva rappresentato una linea di resistenza elementare contro l'irregimentazione dall'alto delle classi popolari tentata dal fascismo e che ora confluiva, con tutta la sua ricchezza e le sue contraddizioni, nella storia della Resistenza e nella ricostruzione del movimento operaio. Un ribellismo che poteva anche esaurirsi in una funzione di testimonianza o convertirsi in un atteggiamento di rassegnazione, e che attraverso una faticosa evoluzione della coscienza popolare era stato condotto all'impegno politico nelle istituzioni democratiche.
Rispetto a Battaglia c'era, tanto in Spriano quanto in Ragionieri, la rivalutazione di alcuni elementi di continuità nella storia dell'antifascismo: il "fiume carsico" (espressione che entrambi adottano) dell'antifascismo organizzato o spontaneo nel ventennio che confluisce nella Resistenza. Senza l'antifascismo di guerra esso non avrebbe superato lo stato di testimonianza, ma nella situazione creata dalla guerra e dalla sconfitta interagisce, contribuisce ad orientare per vie sotterranee o inconsapevoli. Un filo esile di continuità, ma degno di attenzione e indispensabile per capire alcune caratteristiche del movimento partigiano e dei nuovi partiti.
Per entrambi, comunque, come per Battaglia, è di una storia aperta, anche qui, che si sta parlando. Una storia che nel corso degli anni settanta appariva a molti vicina a richiudere la ferita aperta dalla divisione dell'antifascismo e delle forze popolari nella nuova democrazia italiana e ad esprimere una nuova classe dirigente di estrazione popolare che portasse a compimento la trasformazione avviata dalla Resistenza.


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