Francesco Rigazio
Una biografia di Francesco Leone
"l'impegno", a. XIX, n. 3, dicembre 1999
Questa biografia è già stata edita in Caterina Simiand (a cura
di), I deputati piemontesi all'Assemblea costituente,
Milano, Angeli, 1999. Ringraziamo l'editore per l'autorizzazione alla pubblicazione.
Nacque in Brasile il 13 marzo 1900 ma in realtà verso la fine del 1899, come del resto da lui
sostenuto, anche se confermato solo dai primissimi documenti scolastici a Sant'Anna di Vargem Grande, una
località dello stato di San Paolo, situata in una zona dell'altopiano ancora oggi caratterizzata dall'economia
di piantagione. I genitori, Antonio e Caterina Molino, erano braccianti originari di Asigliano Vercellese,
emigrati nella seconda metà degli anni ottanta, anni per i quali le cronache locali parlano di inverni terribili e
mancanza di lavoro, e riferiscono di partenze di centinaia di famiglie dalle campagne della Bassa Vercellese,
battute dagli agenti di emigrazione, incaricati di reclutare lavoratori da inviare soprattutto in Brasile.
La famiglia rimpatriò poco dopo e il giovane Francesco affrontò l'impegno scolastico evidenziando
una vivace intelligenza accanto ad un carattere ribelle, che gli costerà qualche battuta d'arresto all'inizio
dei cicli. Nonostante le ristrettezze economiche della famiglia, egli riuscì probabilmente grazie ad aiuti
esterni, forse di qualche parente a continuare gli studi, prima alla Scuola tecnica di Vercelli e successivamente
a quella professionale di Biella, dove frequentò il corso della sezione meccanica-elettrotecnica.
Giovane rivoluzionario professionale
Quelli biellesi furono anni importanti per la sua formazione politica. Aderì infatti al movimento socialista
e, alla fine del 1916, fu tra i promotori della ricostituzione del locale Fascio giovanile, distinguendosi
anche come polemista sul versante dell'antimilitarismo. Il 1 luglio dell'anno successivo, nel corso di
una perquisizione alla Camera del lavoro, furono sequestrati manifestini di intonazione rivoluzionaria fatti
stampare alla macchia da parte del Comitato regionale di propaganda, che invitavano "Operai, Contadini e
Lavoratori" a vigilare e tenersi pronti, "perché vi si affermava forse i nostri giorni si avvicinano". Leone
venne arrestato con altri giovani socialisti, con l'accusa di voler perseguire la mutazione violenta della
costituzione dello Stato; i detenuti furono rimessi in libertà otto giorni dopo, sotto la spinta di una grande
manifestazione che coinvolse anche gli operai delle vallate: sul retro di una fotografia, che lo ritrae coi compagni
arrestati, figura un'annotazione che accenna a "giorni indimenticabili" della sua vita.
Nell'aprile del 1918 concluse gli studi, diplomandosi nella sessione straordinaria di esami per la classe
1900 e partì per il servizio militare, che prestò dal 20 aprile di quell'anno al 1 marzo del 1919 nel
33o Reggimento di fanteria di stanza a Cuneo.
Congedato e rientrato in famiglia, tornò ben presto alla militanza attiva. L'occasione gli venne offerta
dallo sciopero generale, indetto nel luglio del 1919 in difesa delle rivoluzioni russa e ungherese, che degenerò
in scontri con i cavalleggeri, nel corso dei quali incontrò Paolo Robotti, che da poco si era trasferito a
Vercelli come impiegato nella locale sezione dell'Istituto medico legale per la difesa dei lavoratori infortunati.
In agosto partecipò al congresso circondariale socialista, schierandosi senza incertezze contro gli
astensionisti, assumendo così sin da allora una posizione piuttosto atipica per un giovane, maturata evidentemente
a contatto con l'ordinovista Robotti.
Esplicò una intensa attività anche nel campo dell'organizzazione economica: all'inizio dell'anno
successivo, ad esempio, appena assunto dalla fabbrica di bottoni Aclastite-Segre, promosse con Robotti la
costituzione di una sezione degli impiegati privati aderente alla Confederazione generale del lavoro, che riuscì a
ottenere la stipula del primo contratto per impiegati, commessi e capi tecnici di Vercelli.
Il 1920 fu un anno decisivo per la sua scelta di vita di rivoluzionario professionale. In primavera
partecipò attivamente, sempre con Robotti, alla direzione di quello che risulterà poi essere il più lungo sciopero
delle risaie vercellesi, quello dei "cinquanta giorni", la cui conclusione venne trattata da entrambi con i
dirigenti delle organizzazioni politiche ed economiche torinesi, impegnate nello "sciopero delle lancette". Anche
alla luce di questa esperienza, la successiva "grande battaglia" della occupazione delle fabbriche maturò in lui
la convinzione che erano presenti nelle masse energie veramente "rivoluzionarie" e che, nell'attesa del
"grande urto" decisivo, era "utopistico pensare alla rivoluzione senza violenza".
In ottobre ebbe il suo primo incarico politico, sostituendo il futuro cognato di Togliatti, che era stato
chiamato alle armi, alla guida dei giovani socialisti del Vercellese. Nello stesso mese partecipò al congresso
straordinario della Gioventù socialista piemontese, dove conobbe il segretario nazionale Polano, uno dei promotori
della frazione comunista: accantonate preoccupazioni da lui definite di indole sentimentale, si
convinse definitivamente della urgenza di combattere il riformismo, che appariva "fuori del metodo e [della]
concezione socialista in [quel] periodo profondamente dinamico della storia", e della necessità di convincere i militanti
incerti, per poterli utilizzare per il bene del movimento. Pur garantendo che i giovani vercellesi si
sarebbero schierati coi comunisti, fossero essi costituiti in partito o in frazione, si dichiarò però, con Robotti,
"molto preoccupato ed incerto" di fronte all'eventualità di una scissione a sinistra, data la ripercussione che
essa avrebbe avuto sulle masse contadine; l'eliminazione della componente riformista gli sembrava del
resto sufficiente per conseguire l'obiettivo di un partito "forte e coeso in una precisa azione comunista".
Conseguentemente, in vista del XVII Congresso nazionale, Leone, che, avendo compiuto i vent'anni,
era passato tra gli adulti, nel dibattito precongressuale presentò un ordine del giorno che recepiva le
posizioni espresse dalla circolare Marabini-Graziadei, ordine del giorno sul quale confluirono anche i voti dei
comunisti puri e che ottenne un buon risultato nel capoluogo. A Livorno, però, non partecipò alla votazione,
motivando il suo atteggiamento con l'andamento del congresso, che, avendo provocato la scissione a sinistra invece
che a destra e impedito così l'unità "di tutti i comunisti sinceri" com'era nell'intenzione degli aderenti
alla tendenza da lui sostenuta, gli aveva impedito di vincolare all'uno o all'altro dei due partiti i
compagni rappresentati.
Ai primi di febbraio del 1921, all'atto di entrare nella Federazione giovanile comunista, redasse per
l'ultima volta sulla "Risaia" la rubrica "Uomini e cose" col solito pseudonimo di "Don Biagio
Bolscevico", congedandosi definitivamente dai vecchi compagni; un congedo che concludeva un'aspra polemica
con alcuni esponenti del partito, che aveva fatto su lui grande affidamento e lo aveva molto valorizzato.
Iniziò quindi un'intensa attività organizzativa e politica a favore del nuovo partito, che nel
Vercellese, appartenente allora alla provincia di Novara, si andò costituendo sotto la spinta e attorno
all'organizzazione del movimento giovanile; ricoprì incarichi a livello provinciale sia tra i giovani che tra gli adulti e, in
qualità di delegato, prese parte ai lavori del II Congresso nazionale giovanile, che si svolse a Roma nel marzo
del 1922.
Leone si distinse subito come uno dei più attivi protagonisti degli scontri con i fascisti; la sera del 12
luglio del 1921, con un folto gruppo di anarchici e alcuni ex combattenti (e con la preventiva esclusione
dei socialisti), contribuì con entusiasmo e in rappresentanza della componente comunista alla costituzione
della sezione vercellese degli Arditi del popolo, dalla quale, in ottemperanza alle decisioni del partito, uscirà
ai primi di agosto, per dar vita, con scarso successo, alle Squadre d'azione comuniste. Ritenuto "molto
pericoloso anche per la propaganda [che svolgeva] con profondo convincimento e tenacia, incurante dei pericoli a
cui [andava] incontro", egli era ormai vigilato attentamente: nel gennaio del 1922 fu arrestato e incarcerato
per un mese, perché ritenuto coinvolto in una sparatoria contro il direttissimo Trieste-Bordeaux, avvenuta
nei pressi di Vercelli e rivelatasi poi di matrice anarchica.
In questo periodo fu anche assiduo collaboratore del "Bolscevico" l'organo della Federazione
comunista provinciale di Novara come titolare della rubrica "I dialoghi della settimana" (titolo ben presto mutato
in "Et ab hoc et ab hac"), sottoscrivendosi "Bicciolano Strafottente", e con una fitta serie di
corrispondenze, per le quali utilizzava come di consueto parecchi pseudonimi tra i quali "L'occhio di Mosca nella
ditta Aclastite". In questa sua attività giornalistica, ai precedenti temi dell'anticlericalismo e
dell'antifascismo aggiunse quello di una violenta polemica antisocialista.
Nel maggio del 1922 fu processato dalla Corte d'assise di Vercelli sotto l'imputazione di pubblica
istigazione a mutare la costituzione dello Stato, per alcune frasi pronunciate durante un comizio del Primo
maggio dell'anno precedente: nel corso del dibattimento si dichiarò fiero di appartenere al Partito comunista i
cui obiettivi sarebbero stati raggiunti solo con la caduta violenta del governo. Dovendo scontare otto mesi
e venti giorni di detenzione, in novembre venne colpito da mandato di cattura e quindi iscritto nel
"Bollettino delle ricerche"; nel frattempo, in luglio, aveva partecipato agli scontri verificatisi a Novara in
occasione dell'occupazione del Comune da parte dei fascisti, per i quali verrà successivamente accusato
dell'uccisione di un avversario.
In ottobre era peraltro già emigrato clandestinamente, anche perché coinvolto in altre vicende
processuali legate alla sua attività sovversiva, dirigendosi alla volta della capitale francese. Agli inizi del 1923,
avendo potuto fruire di provvedimenti di clemenza, rientrò in Italia, munito di regolare passaporto rilasciatogli
dal Consolato di Parigi, e riprese a svolgere la sua attività per conto del partito. Alla fine di maggio,
essendosi diretto in treno alla volta di Novara, fu perquisita la sua abitazione e vennero rinvenuti numerosi
opuscoli sovversivi nonché un elenco dei fiduciari del Partito comunista addetti all'organizzazione e propaganda,
da cui risultava essere il fiduciario per la provincia di Novara.
La lotta clandestina contro il fascismo
Leone fu quindi costretto a riparare nuovamente in Francia e da qui venne inviato in Unione Sovietica,
dove risiedette per circa un anno e mezzo, tra il 1924 e il 1925, e a Leningrado frequentò l'Accademia
militare Tolmaceva per commissari di reggimento. Secondo informazioni in possesso della polizia, prima di
questo nuovo espatrio, egli era il fiduciario dell'organizzazione militare comunista per il Piemonte e prelevava
le armi alla sede dell' "Ordine Nuovo".
Nella seconda metà del 1925 fu inviato in Italia, dove ricoprì l'incarico di segretario interregionale per
la Lombardia e l'Emilia-Romagna e collaborò alla preparazione del III Congresso del partito, che si svolse
a Lione nel gennaio successivo. Nel 1926 risiedette a Parigi: qui, oltre a svolgere attività politica come
membro dell'esecutivo dei Gruppi comunisti italiani in Francia, non trascurò come sempre quella
giornalistica, collaborando all' "Humanité" e assumendo secondo gli organi di polizia la direzione della "Riscossa"
e (con lo pscudonimo di "Marini") del "Lavoratore Italiano".
Era nel frattempo ricercato quale responsabile dell'omicidio di un fascista per i fatti di Novara del 1922,
ma il 27 maggio del 1927 la sezione di accusa della Corte d'appello di Torino dichiarava non doversi
procedere per insufficienza di prove e, di conseguenza, il mandato di cattura veniva revocato. Tornato in Italia
per continuare ad operare nell'organizzazione illegale del partito, il 28 luglio venne sorpreso mentre
ritirava alcuni pacchi di copie dello "Stato Operaio" stampato a Parigi e con in tasca le bozze di un suo articolo
di fondo per l' "Unità" clandestina.
Dopo quindici mesi trascorsi a San Vittore e a Regina Coeli, il 26 ottobre del 1928 il Tribunale speciale
lo condannava a sette anni e sette mesi di reclusione, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici e a tre anni
di libertà vigilata per appartenenza al disciolto Partito comunista, propaganda sovversiva e uso di
documento d'identità falso. Scontò la pena in vari stabilimenti, riportando diverse punizioni per comportamenti
contrari al regolamento carcerario, fino al 27 maggio del 1933, quando venne dimesso dal carcere di
Civitavecchia, in seguito a provvedimento di amnistia, e fece ritorno a Vercelli, stabilendosi dalla sorella.
Attentamente vigilato e impossibilitato a trovare lavoro, decise di espatriare; a fine marzo del 1934,
ottenuto senza difficoltà il passaporto brasiliano dal Consolato di Genova, si imbarcava alla volta del Brasile,
dove sapeva di poter trovare una prima sistemazione nella famiglia di un'altra sua sorella residente a San Paolo.
In Brasile lavorò nel settore edilizio e continuò ad impegnarsi nel campo politico e giornalistico,
collaborando al quotidiano "A manha" ("Il mattino"); nel novembre del 1935 partecipò al tentativo insurrezionale
guidato da Luis Carlos Prestes e ispirato dal Comintern, che fu oggetto di una spietata repressione ad opera
di Vargas. Riuscì a lasciare il paese e raggiunse la Francia, dove venne destinato all'organizzazione del
Soccorso rosso internazionale.
Nell'agosto 1936 Leone sottoscrisse l'appello del Partito comunista agli italiani per la riconciliazione
tra fascisti e antifascisti, echi del quale si possono cogliere in un suo messaggio inviato al proletariato
italiano da radio Barcellona. Era stato infatti tra i primi ad accorrere in Spagna: all'inizio di settembre fu
nominato commissario politico della centuria "Gastone Sozzi", costituita anche con il suo contributo nella
caserma "Karl Marx" e inquadrata nella colonna "Libertad" del Partito socialista unificato catalano. Quando,
coinvolta in sanguinosi scontri sul fronte di Madrid, a fine ottobre la colonna venne sciolta e i superstiti
confluirono prima nel battaglione "Garibaldi" e successivamente nella XII Brigata internazionale, egli ebbe modo
di confermare le sue doti di valoroso combattente: il 23 novembre, mentre guidava un assalto nel quadro
delle operazioni di difesa della capitale, venne gravemente ferito e ricoverato in un ospedale di Barcellona.
"Carattere impulsivo e insofferente dei torti subiti" ha osservato Gianni Isola egli era "il prototipo
del 'capo' amato, temuto e rispettato, ma capace di gesti imprevedibili" e destinato quindi a scontrarsi con
i membri dell'apparato del partito provenienti dall'Unione Sovietica: nonostante l'inclusione nello
stato maggiore del battaglione "Garibaldi" e i gradi di capitano delle brigate internazionali, il ferimento
costituì l'occasione per il suo allontanamento dal fronte. Ultimata una lunga convalescenza, che trascorse in parte
in Urss (un suo articolo compare sull' "Isvestia" del 20 marzo del 1937 e in aprile parla agli studenti
moscoviti sulla guerra di Spagna), venne infatti inviato a Parigi, dove ricoprì l'incarico di redattore de "La voce
degli italiani" e di membro del segretariato centrale dell'Unione popolare italiana, di cui presiedette il
congresso dell'11 giugno 1938.
Dopo il patto di non aggressione nazi-sovietico e il successivo inizio della seconda guerra mondiale,
Leone fu arrestato e internato per due anni nel campo di Vernet d'Ariège, nella regione pirenaica;
successivamente fu trasferito in quello di Les Milles, nei pressi di Aix-en-Provence (dove venivano fatti affluire i
prigionieri che avevano chiesto di poter emigrare in America), campo dal quale evase nel dicembre del 1941,
riprendendo l'attività nell'organizzazione del partito ed entrando in contatto con la Resistenza
Nel 1943 fu nuovamente arrestato e incarcerato a Tolone; dopo essere stato sottoposto a interrogatori da
parte dell'Ovra, il 10 giugno, proveniente dal campo di Nizza, venne scortato a Mentone per essere messo
a disposizione dell'Ufficio "I" della IV Armata: era stato infatti consegnato alle autorità italiane e la
Questura di Vercelli aveva chiarito che si trattava di un pericoloso comunista schedato, un propagandista già
emigrato in Russia ed ex miliziano rosso, iscritto per l'arresto nella "Rubrica di frontiera". Da lì, verso la metà
di agosto, fu trasferito nel carcere di Breglio (Breil), in attesa di essere giudicato da quel tribunale militare.
Rilasciato dopo l'8 settembre, Leone ("Sandrelli") svolse un ruolo di primo piano nella Resistenza,
sia nell'organizzazione delle brigate d'assalto "Garibaldi" che nei comandi militari unificati
dell'Italia settentrionale in rappresentanza del Partito comunista: il suo nome figura infatti tra i componenti del
Comando generale del Corpo volontari della libertà. Nell'inverno del 1943 ebbe l'incarico di responsabile
dell'attività militare del partito in Piemonte; nella primavera dell'anno successivo, quale membro del locale
triumvirato insurrezionale, venne inviato in Toscana, dove fu alla testa dell'insurrezione di Firenze con un gruppo
di garibaldini già penetrati in città in piena occupazione tedesca.
Con Massola e successivamente con Lampredi, fece parte della delegazione che, a nome del Partito
comunista e del Comando delle brigate "Garibaldi", di cui era ispettore generale, condusse le trattative per
coordinare l'azione tra partigiani italiani e iugoslavi, che si concretarono negli accordi sottoscritti ai primi di aprile
del 1944 a Chiapovano (Chepovan), in territorio sloveno.
Il dopoguerra
Dopo la Liberazione fu inviato a Roma come viceresponsabile dell'attività di stampa e propaganda
del partito e lanciò la proposta della "giornata dell'Unità", maturata sulla base della sua esperienza
francese; nell'agosto del 1945 tornò a Vercelli, per organizzare la locale Federazione comunista, di cui fu il
primo segretario, carica che ricoprì nuovamente negli anni cinquanta.
Fu membro del comitato centrale del Pci dal 1946 al 1960; nel V Congresso (29 dicembre 1945-6
gennaio 1946), ritenendo la base socialista unitaria, prese posizione a favore della creazione del partito unico
della classe operaia e dei lavoratori, idea di cui rimarrà sempre convinto, anche quando cominciarono a
delinearsi i connotati di una società più articolata e si ebbero, anche a Vercelli, le prime prove di centro-sinistra.
Come membro della commissione Difesa nazionale e poi di quella per la Ricostruzione, fece parte
della Consulta, su designazione del partito; venne quindi eletto all'Assemblea costituente e, nella prima
legislatura della repubblica, fu nominato senatore di diritto, insieme ai costituenti condannati dal Tribunale speciale
che avevano scontato più di cinque anni per la loro attività antifascista. Alla Costituente, Leone, che era
soprattutto uomo d'azione, non svolse un ruolo di particolare rilievo; i suoi contributi personali si limitarono a
due interrogazioni: una relativa alla concessione di una sessione straordinaria di esami riservata a
partigiani, reduci ed ex detenuti politici; l'altra riferita alla posizione dei militari reduci ed ex internati in
Germania colpiti da tubercolosi.
Sensibile ai problemi delle campagne, provenendo da una zona come il Vercellese, caratterizzata in
quel periodo da forti tensioni sociali, ebbe anche incarichi di partito a livello regionale: in tale veste, fondò
e diresse dal 1949 al 1952 "Il Contadino Piemontese", un periodico che si rivolgeva ai piccoli
produttori agricoli, delle cui istanze si fece portavoce in parlamento e anche nel partito: nel corso della IV
Conferenza nazionale (9-14 gennaio del 1946), intervenne nel dibattito sulla questione agraria, sostenendo la
parola d'ordine del "controllo democratico dei monopoli" e la difesa degli interessi dei piccoli coltivatori.
Dopo essere stato sconfitto dal candidato democristiano nelle elezioni per il Senato del 1953 e dopo
essere stato eletto alla Camera dei deputati nella terza legislatura per la circoscrizione
Torino-Novara-Vercelli, riportando in provincia un numero di preferenze superiore a quelle dello stesso Togliatti, non partecipò
alla tornata elettorale del 1963. Ufficialmente attribuì la decisione di non ricandidarsi al proposito di favorire
il riequilibrio tra rappresentanti biellesi e vercellesi e soprattutto di facilitare la valorizzazione di forze
nuove, in relazione alle situazioni che erano venute maturando, anche se qualche mese prima, nell'anticipare
la decisione, aveva puntigliosamente affermato che il rinnovamento del partito, di cui tanto si parlava,
era tutt'altro che una questione anagrafica.
Nel 1970 chiuse anche la sua esperienza nel consiglio comunale di Vercelli, dove era stato presente
per ventiquattro anni, costantemente eletto con altissimo numero di preferenze. Rimase membro del
consiglio federale del partito, al quale tanto doveva, come ebbe a dire accomiatandosi dai suoi elettori nel 1963, e
al quale non aveva mai lesinato generosi contributi. Uomo di vaste letture, continuò a coltivare la sua
passione per il giornalismo, collaborando all' "Amico del popolo", il periodico della Federazione provinciale,
che aveva fondato nel settembre 1945 e il cui titolo evocava momenti in cui la realizzazione delle giovanili
aspirazioni sembrava a portata di mano: i suoi corsivi, sottoscritti "Asianotu", dal nome del paese
d'origine a cui si sentì sempre legato, erano più moderati rispetto a quelli della giovinezza, ma come quelli caustici
e brillanti.
Leone si spense a Vercelli il 23 maggio 1984; Giancarlo Pajetta tenne l'orazione funebre e, tra i
numerosi messaggi di cordoglio, non mancarono quelli delle organizzazioni partigiane toscane e del Partito
socialista unificato della Catalogna.
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