Francesco Rigazio
Alcuni vercellesi e biellesi nell'emigrazione politica in
Urss*
"l'impegno", a. XIX, n. 1, aprile 1999
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Dal 1921 al 1924
Gli anni che vanno dal 1921 al 1924 si collocano tra la fine della cosiddetta fase del "comunismo di guerra"
(1918-1921), caratterizzata da una "ferrea militarizzazione dell'economia, organizzata secondo principi di direzione
molto centralizzata" e l'inizio della fase della Nep (Nuova politica economica), un periodo che va dal 1921 al 1928 e
che rappresentò il ritorno "verso un maggior equilibrio fra economia di stato ed economia privata, quest'ultima
ancora importante nel settore agricolo" della Russia di allora, una politica che risultò vantaggiosa all'attività produttiva,
ma che venne intesa, alla luce dell'ideologia, come una ritirata
provvisoria1.
La Rivoluzione d'ottobre costituì un evento con cui tutti, e in particolare i socialisti delle diverse tendenze,
furono costretti a misurarsi. Turati, appellandosi al "vero marxismo" e al rifiuto della violenza, "strascico di vecchie
mentalità [insurrezionaliste, blanquiste, giacobine] che il Socialismo marxista [aveva] disperse", si confermò
dell'idea che "la rivoluzione non [fosse] il fatto di un istante, ma il frutto di una lenta e faticosa
conquista"2.
La Russia rivoluzionaria esercitò invece su Fabrizio
Maffi3, che già aveva abbandonato la sua tradizionale
collocazione riformista, una "profonda forza di suggestione [...] al punto da segnare uno spartiacque decisivo della sua
biografia politica"4. Giunto a Mosca il 26 giugno del 1921, come membro della delegazione del Partito socialista italiano
al III Congresso del Comintern, già il giorno dopo scriveva infatti alla moglie: "Mosca, il Kremlino!! Solo per
questo varrebbe la pena di un lungo viaggio. Come vorrei avere qualcuno di voi, voi tutti a godere di questa grande
impressione! Qui siamo trattati molto bene. Abbiamo visto cose molte, d'ogni genere, buone, meno liete; ma la
impressione generale sino ad ora è confortante". Al termine di questo suo primo soggiorno nel paese dei
soviet5, il parlamentare vercellese ricavò non solo la convinzione che la scorciatoia rivoluzionaria era stata indispensabile per la
redenzione politico-economica dell'arretrata società
russa6, ma soprattutto quella che l'esperimento aveva portata generale;
egli affermava infatti: "La Terza Internazionale è la Russia. E noi proclamiamo la nostra ammirazione anche per
gli eccessi e gli errori inevitabilmente commessi in un periodo transitorio in un movimento così vasto ed
importante"7. Conseguentemente dedicherà ogni sua energia alla causa della separazione dai riformisti e dell'adesione del
Partito socialista all'Internazionale di
Mosca8.
Decisamente meno emotiva e più concreta l'analisi della stessa realtà che sviluppa un rivoluzionario come
Francesco Leone9, che in quegli anni frequentò l'accademia militare
Tolmaceva di Leningrado. Leone, in una
lettera inviata da Mosca il 9 luglio 1924 al giovane comunista vercellese Abbondio Massa, così si esprime: "Spero che
non dimenticherai le umiliazioni che ti hanno imposto e continuerai a dare al nostro partito tutta la tua attività. Se
verrà il nostro giorno (e verrà), pagheremo con moneta doppia: non ci accontenteremo di appuntare agli occhielli
dei nastrini rossi, ma faremo uscire i nastrini rossi dagli
occhielli.
Qui non si è scherzato molto: con pochi grammi di piombo ai più arrabbiati, si è passato oltre.
Hai ragione di pensare che in Italia non è ancora tempo di farci delle illusioni, che il fascismo è e sarebbe
ancora in grado di colpire inesorabilmente nel nostro campo [...], ma la situazione comincia a volgere in nostro favore.
Si tratta di agire con precauzione [...].
Si deve lavorare come si
può, ma si deve lavorare. I bolscevichi, che oggi sono al potere nella Russia
Soviettista, hanno attraversato periodi duri quant'altri mai.
Se il partito bolscevico non si è spaventato di fronte al gravissimo problema della rivoluzione, è stato perché la
lotta gravissima ed asprissima sostenuta per lunghi anni aveva temprato i suoi membri. Noi in Italia proviamo soltanto
ora la vera inesorabile reazione. Soltanto in questi ultimi tempi centinaia e migliaia di compagni hanno dovuto
affrontare la via dell'esilio e del carcere. La reazione colpisce in massa e in massa si formeranno i rivoluzionari. La
mentalità facilona, social democratica, fatalista, cretina, che guidava le nostre azioni negli anni grassi di vendemmia del
1919-1920, è mutata in ben netta mentalità comunista-rivoluzionaria.
Il carcere, la lotta, l'esilio hanno fatto di centinaia di compagni dei campioni della immancabile rivoluzione
italiana. Ed io, che qui la sento, che qui la vivo la vera rivoluzione, posso ben dire che di fronte ad essa non può
reggere la mentalità cretina del socialista del 1919. Bisogna sentire da vicino tutti i vasti, terribili, immensi problemi
che una rivoluzione deve risolvere per mantenersi ed affermarsi, per sentirsi piccini piccini, per sentire il bisogno intenso
di trasformarci, migliorarci, farci degni di chiamarci rivoluzionari. Se come spero potrò rimanere qualche tempo
ancora qui credo di poter essere di molta utilità al nostro movimento.
La Russia è una scuola per ogni rivoluzionario.
Ogni fatto, ogni ora, ogni individuo ti indica ogni giorno il cammino asprissimo che i bolscevichi russi hanno
dovuto affrontare e superare"10.
Gli anni del rilancio degli obiettivi di trasformazione socialista integrale e del terrore staliniano
Dopo il 1917 e soprattutto all'inizio degli anni venti, anche dall'Italia, erano cominciati ad affluire in Russia
(Urss dal dicembre del 1922) emigrati politici: si trattava di comunisti, socialisti, anarchici, antifascisti senza tessera
(i cosiddetti "senza partito"), che si concentrarono per la maggior parte nella capitale; secondo i dati più
verosimili, negli anni venti e trenta "circa seicento furono gli italiani rifugiatisi in Urss per sfuggire alla repressione fascista
e per apportare il proprio contributo fraterno alla costruzione del socialismo. Alcuni provenivano direttamente dall'Italia, altri giunsero in Urss dopo un precedente periodo di esilio trascorso in Belgio, Francia, Svizzera,
ecc."11; diversi erano stati anche inviati come studenti alle scuole di partito.
Essi si erano venuti aggiungendo ai connazionali, in parte russificati, che già si trovavano nel paese, tra i
quali meritano di essere ricordati i circa duemila oriundi pugliesi della provincia di Bari, che, emigrati nel secolo
precedente, costituivano la colonia di Kerch sul mar Nero e sui quali non mancherà di abbattersi la repressione
staliniana12.
Ecco come ricorda la situazione esistente
a Mosca nel 1926 Antonio
Roasio13, dopo essere approdato nella
Casa degli emigrati politici di Mosca: "Le mie prime impressioni furono piuttosto nere: molte casette a un piano, per
la maggior parte di legno, le strade malandate, piene di buche e - siccome era il periodo del disgelo - di
pozzanghere, i negozi mal riforniti anche se i prezzi erano bassi; dominava in quel tempo la fase del commercio libero al
minuto, la Nep, con numerose piccole bancarelle nelle strade o nei mercati. Il paese attraversava indubbiamente un
periodo duro. Mi resi conto che anche la vita dell'emigrante politico doveva essere difficile, e non facile l'inserimento
nella vita politica e sociale anche per la barriera della lingua. Ecco il perché del malcelato malcontento che
serpeggiava fra la maggioranza degli esuli di tutte le
nazionalità"14.
Con il 1927-28, sotto la direzione di Stalin, che aveva sconfitto l'opposizione trotzkista (o etichettata come
tale)15, si pose fine alla ritirata strategica della Nep, contrassegnata, come si è visto, da ampi margini di libertà
economica: si intraprese pertanto la strada della collettivizzazione integrale e si lanciò un piano quinquennale di rapida
industrializzazione.
Nell'ambito di questa politica, furono stipulati contratti con ditte straniere, anche italiane, come la ditta
Amadei, che operava in Urss all'inizio degli anni trenta16, anni nei quali (precisamente dal 1932 al 1936), il generale
Umberto Nobile dirigeva a Mosca l'officina sperimentale "Dirigiablestroj" (Costruzione di dirigibili). In queste e nelle
altre fabbriche, dove avevano trovato lavoro parecchi italiani, l'Ovra cercava ovviamente di infiltrare i suoi informatori.
Nel 1934, l'assassinio di Kirov, uno dei più stretti collaboratori di Stalin, probabilmente ordinato dallo stesso
Stalin ma attribuito ai trotzkisti, fornì il pretesto per le grandi purghe del 1935-1938; si venne a creare un'atmosfera
di terrore, di diffidenza e di sospetto, in cui si muovevano delatori per paura o per convinzione, o magari
ricattati, personaggi che facevano o fingevano di fare il doppio gioco: per diversi fuorusciti la guerra di Spagna costituì
l'ultimo, disperato, inutile tentativo di abbandonare il Paese.
L'epurazione della comunità italiana venne condotta dalla polizia politica in accordo con la sezione quadri
del Comintern, della quale il referente italiano più autorevole era Antonio Roasio, uomo di fiducia dei sovietici.
Avvalendosi soprattutto della collaborazione di Domenico Ciufoli "Battista", egli compilò delle "liste di controllo",
nelle quali per ogni rifugiato venivano annotati cenni biografici, modalità di ingresso nell'Urss, comportamento
precedente e successivo, e nelle quali venivano soprattutto evidenziati eventuali contatti anche casuali con elementi
sospettati di trotzkismo-bordighismo e, più in generale, qualsiasi "debolezza" politica o meno. Le biografie venivano
quindi passate alla sezione quadri e da questa alla Nkvd (Commissariato del popolo per gli affari
interni)17.
Tra coloro che caddero vittime del "Grande terrore" ci furono anche due biellesi: Giovanni Gagliazzo e Alice
Negro, il cui nome di copertura era Luciano
Lombardi18.
Giovanni Gagliazzo, nato a Biella il 16 agosto 1900, era il primo dei quattro figli di
Carlo19, capotecnico e deputato del Pcd'I, deceduto nel 1933 a Mosca, dove si era rifugiato con la moglie Carolina Guelpa, tessitrice. Al suo
nome non esiste fascicolo nel Casellario politico centrale; risulta anche sconosciuto all'anagrafe di Ronco Biellese,
paese di origine della famiglia, mentre qualche essenziale cenno biografico si trova in quella del capoluogo
piemontese, dove i Gagliazzo risiedevano. Dopo l'avvento del fascismo, Giovanni era emigrato con i familiari in Belgio;
espulso nel 1932, con la moglie Antonia Devalle aveva raggiunto i genitori a Mosca; qui, alla fine del 1937, lavorava
alla fabbrica 132 ed era iscritto al
Pcd'I20. Nel 1938 venne arrestato e condannato sotto l'accusa di "complicità in
trozkismo"; il successivo "certificato di riabilitazione" ne attesterà la morte per polmonite, avvenuta nel
194221. Soltanto nel 1993, il giornalista Luigi Ippolito pubblicherà sul "Corriere della Sera" la documentazione da cui risulta
fucilato a Butovo, nei pressi di Mosca, l'11 aprile
193822.
Scomparve nel nulla anche il tipografo Alice Negro, nato a Tollegno il 16 aprile 1904, figlio del sindaco
socialista di Pralungo. Alla fine del 1931 era giunto a Mosca, dove si era rifatto una famiglia; qui, dopo un iniziale
entusiasmo per la realtà sovietica, era stato coinvolto nel vortice del sospetto e della delazione: accusato di volere
introdurre "sistemi capitalisti" nella tipografia di pubblicazioni estere "Mospoligraf", in cui lavorava come linotipista, era
stato espulso dal partito. Sotto l'incubo di essere arrestato dalla polizia sovietica, sentendosi in trappola poiché era
entrato in Urss con un passaporto intestato al nome di copertura di Luciano Lombardi, nel febbraio e nell'aprile del
1938 si era presentato per due volte all'ambasciata italiana, chiedendo la duplicazione del passaporto vero che aveva
lasciato in Francia, per poter uscire dall'Unione Sovietica. Nonostante sembrasse aver lasciato intendere una
certa disponibilità a collaborare, il Ministero dell'Interno si espresse negativamente sulla richiesta, giudicando
inesistenti le prove di "ravvedimento"
fornite23.
Tra i fuorusciti ci fu anche chi si pentì ed entrò nelle file dei "ravveduti", mettendosi a disposizione della
polizia fascista tramite l'ambasciata o i consolati: tra essi Giulio Jon Scotta, un muratore originario di Piedicavallo,
dov'era nato il 14 ottobre 1888. Espulso dalla Francia nel 1920 per propaganda rivoluzionaria, aveva aderito al Partito
comunista e si era recato in Russia con la missione Rondani, sotto la spinta dell'entusiasmo per la rivoluzione. Nel
1922 risiedeva a Novorossijsk, impiegato dal Soccorso rosso internazionale come propagandista a bordo delle navi
che attraccavano nei porti del mar Nero; si era quindi trasferito a Mosca e successivamente a Rostov, sul Don,
occupandosi nella Cooperativa dell'alto Caucaso e continuando un'accesa attività di propagandista. Dopo essersi attivato,
ancora nel febbraio del 1926, per farsi raggiungere dalla moglie e dalla figlia, nel novembre dell'anno successivo
produceva istanza all'ambasciata d'Italia "per ottenere il rimpatrio gratuito [motivandola] colla sua indigenza e colla
necessità di raggiungere la famiglia". Nonostante il parere contrario della Prefettura di Novara, Jon Scotta veniva
autorizzato al rientro e poteva sbarcare a Brindisi a fine luglio del 1928, grazie ai buoni uffici del console generale di
Odessa, che attestava come nell'ultimo periodo avesse dato prove di ravvedimento, lasciandosi facilmente persuadere a
dare informazioni sull'attività dei fuorusciti italiani e diventando in breve "confidente sicuro e informato". È però
probabile - come ha notato Giorgio
Fabre24 - che, per mettersi in vista di fronte al governo, il console avesse enfatizzato
le capacità di un personaggio piuttosto megalomane e velleitario, perennemente afflitto da problemi
economici; rientrato in Italia, fu infatti utilizzato dall'Ispettorato speciale (poi Ovra, nei cui elenchi figura) con risultati
deludenti, stando almeno a quanto risulta dal fascicolo del
Casellario25.
Gli anni di prigionia: 1941-1946
Nel giugno del 1941, l'Urss venne coinvolta nelle operazioni belliche, nel corso delle quali, tra il dicembre del
1942 e il gennaio del 1943, stando ai dati forniti dalla Tass, da ottanta a centoquindicimila italiani furono catturati
dall'Armata rossa e internati nei campi di concentramento: di essi poco più di dodicimilacinquecento torneranno a
casa26; il rimpatrio avvenne in due fasi: la prima si svolse nel 1945-46 e riguardò la quasi totalità dei reduci; la
seconda, accompagnata da estenuanti trattative, si concluse nel 1958 con la liberazione di poche decine di
uomini27.
Contrariamente ai militari fatti prigionieri dagli altri alleati, quelli catturati dai sovietici, oltre a svolgere
mansioni lavorative, "dovettero subire fin dal primo momento un vero e proprio [tentativo di] indottrinamento
politico"28: già nella primavera del 1942 la I conferenza dei prigionieri italiani in Russia aveva lanciato un appello di tenore
antifascista ai soldati e al popolo italiano, affermando che "la salvezza dell'Italia [stava] nel rovesciare Mussolini e
nel formare un governo nazionale che [ristabilisse] le libertà democratiche [..., ponesse] fine alla guerra e
[assicurasse] all'Italia il posto che le [spettava] nella famiglia dei popoli
liberi"29.
L'azione di indottrinamento si intensificò dopo l'8 settembre; l'11 settembre, la Direzione prigionieri di guerra
dell'Nkvd redasse infatti una circolare di orientamento "Sul lavoro propagandistico da svolgere fra i prigionieri
italiani", nella quale si affermava che bisognava "favorire gli elementi orientati favorevolmente verso l'unione Sovietica e
che [fossero] pronti a sostenere la sua politica al termine del
conflitto"30.
Per sostenere il lavoro di propaganda e di "rieducazione politica" tra i prigionieri, in vista di un loro ritorno in
patria, il 10 febbraio 1943 era frattanto uscito il primo numero de "L'Alba. Giornale dei prigionieri di guerra italiani
nell'Unione Sovietica"; il giornale verrà pubblicato ben presto a cadenza settimanale, per un totale complessivo di 144
numeri (l'ultimo dei quali reca la data del 15 maggio 1946), diretto prima da Rita Montagnana, poi da Edoardo
D'Onofrio, Luigi Amadesi e quindi da Paolo Robotti.
Furono attivate anche scuole per prigionieri di guerra
antifascisti31, una delle quali di livello superiore nel
campo 27, a Krasnogorsk, una località a venticinque chilometri a nord-ovest da Mosca: Robotti fu incaricato della
direzione del settore italiano (una novantina di studenti, in prevalenza ufficiali), per l'insegnamento della storia
d'Italia, dell'economia politica, del materialismo storico e dialettico e della storia del Partito comunista
italiano32.
Lo scopo delle scuole era di formare istruttori di lavoro politico che tornassero nei campi di prigionia per
affiancare l'azione di propaganda svolta dai commissari politici, cioè da fuorusciti italiani che risiedevano in Unione
Sovietica. Su essi merita di essere riportata la testimonianza di Marcellino Re, contadino, classe 1917, internato nel campo
26, nel villaggio uzbeko di Ciuamà: "Una quarantina dei nostri, antifascisti, vanno a Mosca a fare un corso.
Quando tornano li vestono con una divisa blu, bustina, e tanto di mitra. [...] Quelli di Mosca sono peggio dei russi nel
fare la guardia. Hanno l'ordine di sparare se ci allontaniamo di un metro dai ranghi. Poi con le guardie russe si può
ragionare, commerciare: con i nostri
niente"33.
Tra i commissari politici che operarono nel campo 26 troviamo il trinese Angelo Irico. Classe 1898, nel 1932
era riparato in Urss dopo essere stato espulso dalla Francia; aveva quindi partecipato alla guerra di Spagna ed era
poi rientrato nel paese dei Soviet. Egli ha ricordato questo periodo della sua vita
nell'autobiografia34; ha ovviamente descritto in termini molto positivi la vita nel campo: buone attrezzature, ambulatorio efficiente, piscina, campo
di calcio, filodrammatica...; forse ha un po' esagerato, ma effettivamente in quel campo si stava meglio che in altri,
in particolare per il vitto35, soprattutto quando cominciarono ad arrivare gli aiuti americani.
Irico e l'anziana madre, che lo accompagnò nell'esilio, compaiono in diverse testimonianze di reduci, da
alcuni dei quali viene descritto come "uomo del regime, tutto d'un
pezzo"36; Vladimiro Bertazzoni, a quei tempi
ragazzo, la cui famiglia condivise con lui la stanza a Ciuamà, lo ricorda come un commissario ligio al compito
assegnatogli, che agiva in sintonia con la tesi ufficiale per la quale tutti i prigionieri (che non mancava mai di scortare fuori
dal campo in divisa e con pistola al cinturone) erano di per sé responsabili dell'invasione dell'Unione
Sovietica37.
Tra coloro che parteciparono ai corsi di formazione antifascista figura il nome del tenente Zucchelli,
originario di Fontanetto Po, catturato il 22 dicembre del 1942 a Kamenka, una località sul Don, a circa quattrocento
chilometri a nord-est di Stalingrado (Carycin), che in quel momento era il punto di concentramento di una grossa parte
delle truppe italiane, ungheresi, rumene e tedesche in ritirata.
Maggiorino Zucchelli, detto Ivo, partecipò al primo corso della scuola di Krasnogorsk, inserito nel gruppo
del maggiore Terechenko, composto quasi tutto da ufficiali. Egli compare nella foto di gruppo scattata da Robotti
nel maggio del 1944; compare ancora, e sempre accanto al maggiore Terechenko, in quella che ritrae gli studenti
del secondo gruppo, fotografati ancora da Robotti nell'agosto successivo, a testimonianza del fatto che, come allievo
tra i migliori, era stato trattenuto alla Scuola in qualità di istruttore.
Così lo ricorda Terechenko, definendolo "persona di talento": "Su questo sfondo, sui 25 studenti del gruppo
risaltava particolarmente - in competizione tra loro direi - il dinamismo nello studio del tenente Maggiorino Zucchelli
(Ivo Zucchelli) e del sottotenente Vincenzo Vitello. Entrambi avevano una formazione universitaria (Zucchelli di
carattere filosofico). Entrambi si orientavano rapidamente tra le più complesse discipline scientifiche: economia
politica e materialismo dialettico. [...] In una paio di mesi [...] divennero i miei assistenti ufficiali, specializzati, il primo
in materialismo dialettico e storico, il secondo in economia
politica"38.
Ivo Zucchelli fu anche collaboratore dell' "Alba" e una sua caricatura compare nel numero 12, del 5 agosto
1944. Il suo primo contributo fu pubblicato sul numero del 25 giugno 1943; l'ultimo in quello del 15 dicembre del 1945.
Vengono qui di seguito riportate le sintesi di questi articoli, alcuni di contenuto sociale, altri di politica interna
o internazionale (tra parentesi, la data e il numero progressivo del giornale): "Due tenori di vita. I. La vita di un
latifondista". A fine giugno del 1939, trascorre una vacanza a Viareggio, nella splendida villa dell'agrario
vercellese Renato Greggi; partecipa a una festa e "come lavoratore [prova] ribrezzo nell'essere contagiato dalla stessa febbre
di lussuria di quella mandra di parassiti e di sfruttatori" (n. 12, 25 giugno 1943);
"La svolta di
Teheran". Il primo vertice dei tre grandi ha posto le basi per la sconfitta definitiva della
Germania; Hitler ormai non può più sperare in una pace separata con l'Urss o con l'Inghilterra (n. 38, 28 dicembre 1943);
"Una svolta nella situazione italiana". Prendendo lo spunto dal congresso di Bari dei comitati di liberazione
nazionale, sottolinea il comportamento del Partito comunista, "che è stato e resta all'avanguardia nella lotta per
l'unità d'azione delle masse operaie e antifasciste" (n. 45, 19 febbraio 1944);
"L'alpino Bastiàn". La guida alpina valdostana Bastiàn ignora la cartolina di richiamo perché rifiuta di
combattere a fianco dei tedeschi; nonostante le minacce di un capitano, sceglie di difendere la sua famiglia, la sua gente e la
sua montagna (n. 50, 25 marzo 1944);
"Mi hanno
domato!". Roberto Nucci, un arrivista che fin dall'infanzia vive domando gli altri, dopo
Abissinia, Spagna e Albania, si fa mandare in Russia come capitano incaricato della propaganda. Finisce sulle rive del Don,
dove viene catturato e picchiato dai prigionieri, esultanti per la caduta di Mussolini: così, il domatore viene domato!
(nn. 68, 69 e 70, del 29 luglio, 5 e 12 agosto 1944);
"Per una chiara fisionomia dell'antifascismo". Preso atto che la maggioranza dei prigionieri è antifascista, si
scaglia contro la ristretta minoranza che, "concependo l'antifascismo come espressione di opportunismo politico,
ritiene possibile mantenersi su una posizione antisovietica". Premesso che l'Urss è "un paese nel quale la democrazia
è compresa seriamente", così continua: "Questi nostri camerati [...] sono stati catturati sul Don quali uomini di
Mussolini, venuti colle armi, per aggredire [...] eppure [...] continuano a fare il muso verso l'Urss". Conclude infine
con queste parole: "Ricordiamoci che, anche se si hanno da fare delle riserve sulla forma sociale che
questo popolo libero si è scelto, non si può essere antifascisti, e più semplicemente uomini liberi, senza nutrire profondo e grande
rispetto per un popolo eroico che [...] è stato il fondamentale distruttore della macchina di guerra hitleriana lanciata
contro tutta l'umanità!" (n. 75, 16 settembre 1944);
"Democrazia e disordine". Polemizza contro gli ingenui che, "abituati per molti anni allo stile fascista",
sinceramente pensano che la democrazia (con relativi scioperi, dimostrazioni imponenti, manifestazioni di piazza, ecc.)
sia sinonimo di disordine. Il fascismo - conclude - "non è una astrazione hegeliana o una semplice categoria
storica come il Croce vorrebbe far apparire": esso si concretizza in "un gruppo di uomini italiani quanto noi, [che
hanno buttato nel] baratro del 'disordine' quella stessa patria che essi hanno così clamorosamente idealizzata" (n. 134,
15 dicembre 1945).
Concludo con l'auspicio che questo scritto possa servire da stimolo per il completamento e l'approfondimento
del tema trattato. In merito si può ricordare come anche Vincenzo Moscatelli, Idelmo Mercandino, Stefano
Schiapparelli, Matteo Secchia - tanto per fare qualche nome - avessero soggiornato in Urss, frequentando le diverse scuole; e
così Vittorio Flecchia, che nel 1926 ebbe compiti di controllo sugli allievi italiani iscritti ai corsi di formazione
ideologica all'università di Leningrado, dove - stando ai ricordi di Roasio - aveva lui stesso
studiato39. Solo una parte degli
archivi russi è oggi accessibile agli studiosi e non senza limitazioni: Elena Dundovich, per esempio, non ha potuto
consultare il fascicolo personale di Francesco Misiano, nonostante l'autorizzazione della figlia Ornella, residente a
Mosca40; d'altro canto, la pubblicazione degli atti processuali relativi ai fuorusciti italiani in Unione Sovietica, curata da
Bigazzi e Lehner, è ferma da otto anni al primo dei tre volumi annunciati. Le ricerche tuttavia proseguono, come quella
portata avanti da Aga-Rossi e Zaslavsky, che nel recente lavoro edito dal Mulino hanno dedicato un interessante capitolo
alla questione dei prigionieri di guerra italiani
nell'Urss41; prosegue anche quella condotta da Marina Rossi, che ha
per oggetto la propaganda sovietica nei confronti degli stessi
prigionieri42.
In attesa di nuovi documenti provenienti dall'ex Unione Sovietica, è comunque possibile approfondire
l'argomento, utilizzando ad esempio, pur nei limiti della loro consultabilità, quelli conservati negli archivi di Stato e
all'Istituto Gramsci; così come, con riferimento all'ultimo periodo esaminato, è sicuramente ancora possibile raccogliere
testimonianze di reduci e recuperare la documentazione eventualmente in loro possesso.
| |