Le polemiche sulla revoca dell'associazione dell'Amministrazione provinciale di Biella all'Istituto: resoconti, dichiarazioni, interviste, lettere e ciò che i giornali non hanno scritto
"l'impegno", a. XIX, n. 3, dicembre 1999
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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L'annuncio
Il 30 settembre l' "Eco di Biella" in un articolo che, fin dal titolo, avverte "Contributi a rischio anche sulla Resistenza",
informa che la Giunta provinciale di Biella ha decretato un "taglio sui contributi a pioggia". E riporta una dichiarazione del
presidente Orazio Scanzio, alla guida della maggioranza di centro-destra insediatasi nel mese di giugno: "Non possiamo parlare né
di penalizzazione dei fondi né di boicottaggi. È solo una questione di razionalizzazione dei fondi".
Secondo l'articolo il presidente avrebbe avanzato personalmente la proposta durante una delle ultime riunioni
dell'esecutivo, "anche per trovare una soluzione che eviti accuse di scarsa sensibilità o addirittura di revisionismo". La sua idea, spiega, è
quella "di favorire tutte le iniziative che tendono a commemorare tutti i caduti, senza distinzioni" progettando il recupero e
l'abbellimento dei parchi delle Rimembranza situati nei comuni biellesi. E precisa, per "prevenire qualsiasi accusa strumentale
di scarsa sensibilità", che, a priori, la sua Giunta non intende chiudere "la porta a nessun progetto sulla Resistenza o ad
iniziative delle associazioni combattentistiche. Per i progetti seri si trovano sempre i finanziamenti".
Il cronista sostiene che seppure non sia ancora stato "stilato un elenco dei contributi a rischio, appare subito a forte
rischio la corresponsione di un aiuto economico all'Istituto storico della Resistenza" anche perché, secondo il presidente, la
Giunta "sarà molto rigorosa nel valutare l'assegnazione di qualsiasi contributo" e a suo parere "l'importante è solo evitare
interventi economici scoordinati".
E qui troviamo una prima affermazione che, per quanto ci riguarda, non è vera. Sostiene infatti il presidente:
"Abbiamo spiegato a tutte le associazioni che non interverremo a patrocinare iniziative che non abbiano una ricaduta sull'intero
territorio, interessando solo Biella o i singoli paesi". All'Istituto non è mai giunta alcuna comunicazione del genere, anche se si è
convinti di rientrare a pieno titolo nella categoria degli enti che operano a favore di tutto il Biellese.
Ma il cronista è facile profeta nella sua conclusione: "Non mancheranno di sicuro le polemiche quando gli argomenti
in questione vanno a interessare la memoria collettiva di migliaia di persone".
Lo stesso giorno in cui esce l'articolo, la Giunta delibera la revoca dell'adesione all'Istituto. È ancora l' "Eco di Biella"
ad informare, il 5 ottobre: "Dall'idea all'esecuzione sono passati pochi giorni. E giovedì pomeriggio la giunta provinciale
ha sancito lo strappo dall'Istituto storico per la Resistenza. L'esecutivo di centro-destra, non sarà più socio a partire dal
prossimo anno". E riporta una dichiarazione del vicepresidente Nicola Pastorello che, dopo aver premesso che si tratta di "una
scelta assolutamente politica", confida che già quando era all'opposizione, aveva contestato l'attività dell'Istituto che, a suo dire,
"non svolgeva attività storica di studio critico, ma solo esaltazione dell'odio". L'esponente di An mette le mani avanti
affermando di non aver "mai creduto nel fascismo", ma ribadisce che come Provincia non può "finanziare uno strumento che di sicuro
non unisce ma divide".
Due giorni dopo il bisettimanale valsesiano "Notizia Oggi" riporta un passo della motivazione della delibera adottata:
"I programmi culturali proposti dall'Istituto sono strumentali alla conoscenza e alla divulgazione di una filosofia di
pensiero [spesso] lontana da quelli che sono gli indirizzi di politica culturale che la Provincia di Biella intende promuovere, anche
per una diversa visione che vede nelle unioni e non nelle divisioni una corretta evoluzione della civiltà, si ritiene in definitiva
che quel ricordo del passato debba essere valutato in termini positivi e che tutti coloro che hanno pagato di persona il loro
'credo' siano meritevoli di considerazione".
Il bisettimanale riporta poi due "reazioni" di dirigenti dell'Istituto. Luciano Castaldi, che da pochi giorni ha lasciato -
per motivi di lavoro e di salute - l'incarico di presidente, per assumere quello di vice: "Sono molto dispiaciuto della presa di
posizione della Provincia di Biella, anche perché si era creato un valido rapporto. Spero che in futuro il discorso si possa
riprendere". E Gianni Mentigazzi, nuovo presidente: "È una decisione che non può sicuramente farmi piacere. In ogni caso penso
che proveremo a ricucire lo strappo attraverso un incontro con i rappresentanti biellesi in modo da chiarire i motivi di tale scelta".
Nello stesso numero viene ipotizzata la possibilità che anche l'Amministrazione provinciale di Vercelli possa adottare
una decisione analoga a quella della Giunta biellese e che, in questo caso, "l'Istituto sarebbe al collasso".
I dati relativi al bilancio dell'Istituto riportati dai giornali in questi giorni sono inspiegabilmente errati (o forniti errati
più o meno volontariamente da qualcuno?). L' "Eco di Biella" del 5 ottobre ad esempio aveva scritto che se al "forfait
gravissimo" della Provincia di Biella si fosse aggiunto quello della Provincia di Vercelli si sarebbe verificato "il drastico dimezzamento
delle entrate dell'ente, che presenta un bilancio di 127 milioni". A queste imprecisioni porrà rimedio il direttore fornendo i dati
esatti. Tuttavia, per quanto riguarda aspetti finanziari, altre imprecisioni continueranno a comparire nei resoconti giornalistici dei
giorni seguenti.
Le prime reazioni
Intanto si hanno le prime reazioni politiche: l' "Eco di Biella" e "il Biellese" informano della "rabbia da parte
dell'assemblea cittadina dei Ds". I due bisettimanali riportano stralci di una nota stampa del segretario Lorenzo Vassallo in cui si
esprime solidarietà all'Istituto e "si condanna duramente la decisione della giunta del presunto liberale Scanzio che, aderendo ad
una richiesta dei post-fascisti di An, dopo aver dichiarato che 'per i progetti seri si trovano sempre i finanziamenti', poco dopo
il suo insediamento tenta di imbavagliare le voci libere riproponendo dei metodi da regime fascista".
Il 9 ottobre interviene anche il terzo bisettimanale biellese "La Nuova Provincia di Biella". Il redattore Marco Conti,
prima di fare la cronaca della vicenda, si chiede: "La storia può perpetrare divisioni e pregiudiziali?". La risposta: "Secondo gli
storici moderni, da Huizinga a Bloch, parrebbe proprio di no, essendo la ricerca in sé equivalente alla conoscenza. Secondo la
Provincia di Biella invece le cose stanno diversamente".
E prosegue: "Dunque, a pochi mesi dalle elezioni amministrative che hanno visto vincere il centro-destra, si pone un
interrogativo che sembrava un argomento stantio e vagamente stucchevole. Ma evidentemente la storia non è mai finita. La
recente presa di posizione della giunta provinciale biellese sembra anzi rinverdire un altro noto adagio, secondo il quale, la storia
la fanno i vincitori. Ma in questo caso, come in quello che ha visto bruciare il progetto di ricerca sul ruolo delle donne nella
storia del Biellese, si direbbe che siano alcuni temi storiografici a cucire le tasche della Provincia. Il neopresidente dell'Istituto,
Gianni Mentigazzi, eletto pochi giorni fa, è cauto ma non nasconde la sorpresa: 'Esprimo soprattutto il rammarico per questa
decisione, presa senza un colloquio. Credo sia frutto di prevenzione e di equivoci. Ci terremmo a incontrare l'amministrazione
provinciale di Biella. Crediamo sia stata una decisione affrettata e vorremmo quantomeno illustrare i nostri programmi. Siamo di
fronte a un atto unilaterale, frutto di pregiudizi e preconcetti che non hanno ragione di essere. Questa visione della storia è
anacronistica'. Nessuna divisione quindi fra sinistra e destra di ieri e di oggi? 'Gli istituti storici tengono viva una memoria storica
oggettiva vale a dire con una ricerca storicamente corretta, improntata a criteri scientifici' ".
Prosegue l'articolo: "Il direttore dell'Istituto stesso, Piero Ambrosio, autore peraltro di diversi studi, fa notare che l'ente
ha svolto ricerche in ogni ambito storiografico. 'Del resto - aggiunge - bando alle preoccupazioni: l'Istituto non rischia di
rimanere senza soldi, abbiamo una gestione finanziaria che ci consente di vivere e lavorare. [...] L'esecutivo della provincia di Biella
non ha seguito del resto le scelte fatte dalla giunta regionale del Polo che, pochi giorni fa, ha deliberato per l'Istituto Moscatelli
un contributo di 80 milioni. 'Forse la Provincia di Biella non conosce il nostro lavoro - continua Ambrosio - non siamo mai
stati vincolati da problemi ideologici e siamo stati accusati persino di revisionismo'. Proprio questo (il revisionismo) sarà il
tema di un convegno che si terrà entro breve a Vercelli. La presa di posizione della giunta Scanzio annuncia comunque bufera
anche nelle istituzioni biellesi" conclude Conti, riportando un commento del vicepresidente biellese dell'Istituto Vittorio
Barazzotto, assessore alla Cultura del Comune di Biella: "Non posso che stigmatizzare la scelta fatta: si può sostenere tutto ma non si
può accusare l'Istituto di aver fatto ricerche di bandiera... E poi la nostra storia è ricca anche di sangue versato...".
I dirigenti dell'Istituto, intanto, decidono di non rilasciare dichiarazioni ufficiali, in attesa di ricevere formalmente
comunicazione della delibera. Tuttavia, non sfuggono alle richieste dei giornalisti. "Notizia oggi" l'11 ottobre riporta un'intervista
al direttore: "Secondo Ambrosio si sarebbe trattato di una sorta di cronaca di morte annunciata: 'Ce lo aspettavamo, vista
l'ottica in cui si muovono certi politici. In ogni caso ci dispiace: eravamo del parere che fosse possibile collaborare [anche] con
una giunta di centro-destra'. I motivi per i quali la Provincia biellese ha deciso di non far più parte dell'Istituto sono più di
matrice ideologica che pratica", sostiene la cronista, a cui risponde Ambrosio: "Credo sia una motivazione assolutamente
pretestuosa, innanzitutto non è vero che l'Istituto si occupa solo di Resistenza: il campo di ricerca si estende a tutta la storia del
Novecento. Ma d'altro canto non rinnega l'interesse per il fenomeno".
La cronista riferisce poi delle "voci" che "circolano" secondo cui anche la Provincia di Vercelli starebbe pensando alla
revoca dell'adesione: "Secondo lei quanto sono fondate? 'Abbiamo avuto recentemente un incontro con l'assessore Carlo Riva
Vercellotti il quale non ha dato segnali di questo tipo. Insomma staremo a vedere. In ogni caso non finiremo certo sul lastrico,
visto che in bilancio per il '99 ci sono 230 milioni [circa] e non è detto che nel 2000 la cifra [non] aumenti. Non solo, ma
proprio due settimane fa un importante istituto bancario ha erogato una grossa somma a favore degli Istituti piemontesi'. La
sensazione - conclude l'articolo - è che il rammarico della dirigenza dell'Istituto [sia] più per il significato del gesto che per le
conseguenze pratiche".
Tre lettere
"La nuova Provincia di Biella" il 13 ottobre, premettendo che contro la decisione delle Giunta provinciale biellese "si
sono levate alcune voci a cui il giornale dà spazio, nella convinzione che il confronto e non la censura, sia la strada da seguire
per sanare fratture e odii", ospita "due interventi autorevoli". Il primo è dell'ex parlamentare Wilmer Ronzani, presidente
della Federazione Ds biellese.
"Caro Scanzio, la Giunta che tu presiedi ha deciso di dimettersi da socio effettivo e di tagliare il relativo contributo all'Istituto per
la storia della Resistenza e della società contemporanea della nostra provincia. La ragione è politica e non finanziaria. Del resto che si
tratti di una decisione di questa natura lo si evince assai chiaramente dalle motivazioni addotte dalla delibera di giunta, nonché dalle
dichiarazioni rese ai giornali dal vicepresidente Pastorello.[...] L'accusa che viene rivolta all'Istituto è quella di fomentare 'un clima di
odio' e di 'perseguire (cito testualmente un passaggio della delibera) programmi culturali che esprimono una filosofia di pensiero lontana
dagli indirizzi culturali dell'attuale amministrazione'.
Il senso di tale enunciazione è chiarissimo: con il cambio di maggioranza è cambiato anche il giudizio sui fatti che hanno portato
alla liberazione del nostro Paese e alla costruzione dello Stato democratico.
La lotta per la libertà cessa di essere non solo un fatto di popolo al quale hanno contribuito forze e persone diverse per estrazione
sociale, ideale e politica, ma l'evento senza il quale noi oggi non saremmo un paese democratico. Io credo che tutto ciò sia largamente
acquisito nella coscienza collettiva, tanto più nella città e nella provincia medaglia d'oro della Resistenza. Pensavo che tale acquisizione
riguardasse anche gli amministratori della Provincia. Forse così non è. Anzi, così non è.
Se penso a coloro che hanno combattuto e perso la vita, e credimi non è retorica, per consentire alla nostra generazione e a quelle
che verranno di vivere in un paese libero, provo un senso di vergogna. Perché vedi, caro Scanzio, non si possono rovesciare con tanta
disinvoltura i termini della realtà, mettendo sullo stesso piano chi si è battuto per la Libertà con coloro che la Libertà avevano negato. Né
si può sostenere che tenere ben ferma questa ovvia distinzione significhi voler continuare ad alimentare un clima di odio.
Affermarlo vuol dire compiere un falso storico, tanto più grave se lo si commette per compiacenza verso questo o quell'esponente
di maggioranza.
Altra cosa è interrogarsi sulle ragioni che spinsero tanti giovani a schierarsi con il fascismo; provare un sentimento di pietà e di
rispetto nei confronti dei caduti, di tutti i caduti; porsi il problema, attualissimo in questa fase della politica italiana, di costruire insieme una
democrazia nella quale cioè destra e sinistra si contendano il governo del Paese sulla base di progetti alternativi ma nel quadro di
un sistema di valori condivisi.
Questo lo si può fare se si assume la democrazia, e quindi gli eventi storico-politici che l'hanno concretamente resa
possibile: la Liberazione prima e la Costituzione poi, come un vero e proprio spartiacque. È così?
L'Istituto per la storia della Resistenza e dalla società contemporanea compie proprio in questi giorni 25 anni e io credo,
caro Scanzio, che da parte della Provincia tale anniversario non potesse essere celebrato in modo peggiore. [...] Tutti, dico
tutti, indipendentemente dalla propria appartenenza politica dovrebbero valorizzarne l'attività e considerarlo una sorta di fiore
all'occhiello nel campo della ricerca storiografica.
Tutti e a maggior ragione la Provincia, una provincia che ha la storia che sappiamo, la quale resiste a qualsiasi cambio
di maggioranza.
Anche per questo i giudizi espressi nei confronti dell'Istituto, io credo, per partito preso, senza valutarne cioè
concretamente l'operato, non sono soltanto ingenerosi, ma profondamente sbagliati. In questo caso sì, davvero faziosi.
Si vuole che l'Istituto, che ha già tra i suoi compiti quello di studiare la storia della società contemporanea, presti
maggiore attenzione ad episodi successivi alla Resistenza? È una richiesta sensata e legittima. Ma se è questo il problema, perché
non sostenerlo nella sede propria, tanto più che la Provincia dell'Istituto era socio effettivo?
Io credo che da molti la decisione della Provincia sia valutata come uno strappo. Rimediare a tutto ciò non è soltanto
giusto. È necessario. Io confido in questo".
Il secondo è del consigliere provinciale Donato Gentile, dei Democratici e popolari.
"Da tempo penso che alcune pagine della storia contemporanea di questo paese vadano rivisitate e illuminate con il contributo di
fondi diversi, al fine di portare alla ribalta vicende nodali che, oggi, possono essere lette e ponderate con la serenità che ci viene da più di
mezzo secolo di democrazia.
In merito alla scelta della Provincia di Biella di non erogare alcun contributo all'Istituto per la storia della Resistenza, devo
onestamente esprimere dissenso per una decisione assunta senza mezzi termini da un organo ristretto.
Non credo che l'attività culturale dell'Istituto Moscatelli possa alimentare divisioni tra la gente biellese: è sempre stato un centro
di studi con una legittima visione della storia, che va garantita in nome della libertà costituzionale. Ritengo invece maturi i tempi per
considerare anche altre voci, a testimonianza di vicende vissute da tante persone in tempi di grande sofferenza. A titolo di esempio, penso al
travaglio di quei 700.000 militari italiani internati nei campi di concentramento tedeschi e sovietici, ai quali la Storia non ha reso ancora
giustizia - in merito, ho presentato una precisa mozione in consiglio provinciale.
Il 'taglio' all'Istituto della Resistenza doveva, quanto meno, essere discusso in Commissione Cultura-Istruzione e in Consiglio
provinciale.
Ho modo di pensare che anche consiglieri della maggioranza avrebbero gradito un confronto costruttivo, non finalizzato a
spegnere un microfono, ma piuttosto a dar microfono a più soggetti.
Nella sostanza, mi sento in sintonia con quel pensiero politico trasversale che auspica un atteggiamento di rispetto in relazione
al dramma dei diversi schieramenti che si fronteggiarono in Italia dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943: dignità e comprensione a
chi combattè e si sacrificò per una causa ideale, nella onesta consapevolezza di ciò che faceva, trovandosi dalla parte dei vinti o dei
vincitori. Quello che è certo, è che in entrambe le parti ci furono uomini a volte non degni di questo nome.
A più di cinquant'anni di distanza, non mi sembra questo il tempo per imbavagliare qualcuno, ma piuttosto per liberare le bocche
di tutti.
E allora, meglio avrebbe fatto questa Amministrazione provinciale a rimanere sopra le parti, anche perché rappresentativa dei
bisogni e delle aspirazioni di tutte le componenti sociali.
Vengano in Consiglio provinciale i dibattiti aperti sui tempi della storia e la garanzia per la storia di tutti".
Anche il direttore dell'Istituto decide di scrivere al presidente della Provincia: "Egregio signor Presidente, avendo
appreso dalla stampa locale che la revoca dell'adesione dell'Amministrazione provinciale di Biella all'Istituto sarebbe stata
determinata dalla nostra attività di fomentazione di odio e di divisioni, mi permetto un intervento a titolo personale.
[...] Stia pur certo, Signor Presidente, che nella nostra quotidiana attività di ricerca storica, di divulgazione, di contatti
con insegnanti e studenti non esprimiamo sentimenti di odio o di vendetta. E se ha pensato, o se pensa, il contrario non può
che trattarsi di prevenzione o di cattive informazioni. L'odio piuttosto nasce proprio - come ci insegnano i saggi - dalla
mancanza di dialogo, dal contrapporsi anziché, confrontarsi, dal non sentire neppure minimamente l'esigenza di ascoltare le ragioni
altrui. Le vorrei rivelare la mia modesta verità, sperando di non turbare troppo le Sue certezze: lungi da me - da noi - la mancanza
di pietà e di rispetto per tutti i morti. Ma questi sentimenti non devono, non possono far dimenticare a
nessuno che anche nelle guerre civili c'è chi combatte dalla parte giusta e chi da quella sbagliata. Se Lei ci chiede di non 'alimentare odio', Le
assicuro che - in ogni caso - così è e così sarà; se ci chiede di non essere antifascisti la risposta non può che essere: no. Cordialmente.
p.s. [... vorrei] informarLa che, tra le iniziative che potrebbero dimostrare come la Sua conoscenza della nostra attività
sia quanto meno imprecisa, abbiamo avviato (e non la cito, mi creda, nell'alquanto improbabile tentativo di una
captatio benevolentiae) una ricerca - coordinata a livello regionale e patrocinata dall'Associazione ex consiglieri regionali del Piemonte -
sugli archivi dei partiti (nel dopoguerra) e delle personalità politiche. Quale esito ritiene avremo da parte, ad esempio, di
esponenti dell'ex Msi? Io - sinceramente - lo ignoro, ma mi impegno a tenerLa informata".
La lettera viene pubblicata in prima pagina da "Notizia Oggi" il 14 ottobre (e nei giorni seguenti da due bisettimanali biellesi).
La legge e l'arroganza
Nello stesso numero il bisettimanale valsesiano - bene informato - precisa che "per un ritardo burocratico la Provincia di
Biella sarà probabilmente costretta a versare la quota di adesione all'Istituto per la storia della Resistenza e della società
contemporanea. Se la notizia sarà confermata l'ente di ricerca dormirà tra due guanciali. Perlomeno dal punto di vista economico.
Non solo infatti l'Istituto per il prossimo anno potrà contare su considerevoli finanziamenti provenienti da istituzioni pubbliche e
private, ma anche l'ipotesi di veder diminuire il budget dei 30 milioni versati da Biella sembra essere sfumata. Perlomeno
per il prossimo anno. [...] la Provincia avrebbe deliberato la revoca dell'adesione il 30 settembre, ma la comunicazione sarebbe
stata inoltrata con alcuni giorni di ritardo. Pertanto a norma del Codice civile la revoca potrà decorrere solo all'inizio del
prossimo anno".
La notizia viene ripresa dall' "Eco di Biella", che scrive: "È paradossale, ma vero [...] la giunta Scanzio non ha fatto i
conti con la burocrazia e le sue scadenze e la scelta politica di boicottare l'Istituto, rischia di non trovare corrispondenza nella
pratica. [...] Dunque i 30 milioni della discordia possono essere reclamati. Ma verranno reclamati? - si chiede il cronista - Per ora
non c'è risposta".
Nell'articolo viene riportata invece la risposta del vicepresidente della Provincia, che è perentorio: "Se li vogliono
debbono chiederceli con una vertenza. La nostra scelta è irreversibile".
Commenta il cronista: "È duro Nicola Pastorello, l'uomo forte di An in giunta provinciale. Si dice che sia stato lui ad
aver ispirato la decisone contestata".
E in una intervista aggiunge: "Le motivazioni per cui ci siamo dissociati dall'Istituto non riguardano i valori della
Resistenza, ma solo ed esclusivamente l'ente. Ed è infatti dall'Istituto che siamo usciti. Lo dimostra anche il fatto che abbiamo aderito
alla giornata (sic) dei valori della Resistenza e della Costituzione". E prosegue: "La storia la fanno sempre i vincitori. Chi è
morto per un ideale va rispettato, è mancanza di rispetto non ricordare i caduti di una guerra o quelli di un'altra. E lo dice un
liberale che continua ad essere liberale e che crede vada esaltato il valore della libertà. Invece, se non vai al 25 aprile ti
pernacchiano e se vai alla commemorazione di altri caduti, per esempio quelli della Rsi, sei un fascista".
E per concludere ricorda: "Alla fine della scorsa legislatura la precedente amministrazione su mia richiesta fece
un'audizione dell'Istituto. Alla fine ebbi il senso di chi sposava solo una parte della storia della Resistenza che è invece patrimonio di
tutti. Ho sentito l'arroganza di chi tratta la storia con supponenza".
In effetti il 27 aprile i dirigenti dell'Istituto erano stati invitati ad un'"audizione" in Consiglio provinciale. Dopo
un'attesa di parecchie ore, a sera inoltrata il presidente Castaldi e il direttore Ambrosio avevano potuto finalmente esporre, ad un
numero ormai ridotto di consiglieri, l'attività e il bilancio e distribuire una relazione di informazione generale sull'Istituto. Il
consigliere Pastorello si era dichiarato insoddisfatto, adducendo che l'Istituto "fomentava l'odio" tra gli italiani. Commento espresso
nonostante il presidente Castaldi avesse elencato anche innumerevoli iniziative non relative alla Resistenza, anzi platealmente non
tenendo tutto ciò in alcun conto.
E, in un'altra intervista, a proposito della decorrenza dei termini della revoca, il vicepresidente della Provincia afferma:
"È una versione affermata solo da una parte. Questioni giuridiche di questo tipo non ci interessano. La nostra è stata una
scelta politica e quindi non abbiamo nient'altro da dire".
La "politica" al di sopra della legge? Ma allora chi è arrogante?
La "bufera" e la "svolta"
Ma torniamo al 14 ottobre. L' "Eco di Biella", dopo un richiamo in prima pagina con titolo su cinque colonne, dedica
buona parte della seconda alla vicenda, definita "Il fatto del giorno". Titolo su sei colonne: "Resistenza da dimenticare, bufera
su Scanzio". Occhiello: "Il caso. La scelta della Provincia di voltare le spalle all'Istituto storico provoca reazioni sdegnate".
Scrive Roberto Azzoni: "Mezzo secolo dopo la Resistenza spacca ancora Biella [...] I partigiani accusano: 'Giunta
revisionista, Forza Italia vittima dei ricatti di An'. La scelta è stigmatizzata dalla sinistra nel suo insieme, ma anche da esponenti
del centro moderato. [...]. La scelta 'tecnica e politica insieme' ha toccato nel profondo l'anima di una città come Biella
riconosciuta medaglia d'oro al valore, medaglia che il presidente della Repubblica Sandro Pertini appuntò al gonfalone cittadino
nell'ottobre del 1981 in una memorabile visita.
A dare fuoco alle polveri ci ha pensato il vicepresindente della giunta Nicola Pastorello, di An, che ha parlato di 'Istituto
che fomenta l'odio e le divisioni e non la necessaria pacificazione mezzo secolo dopo'. 'La Resistenza è un valore
costituzionale fondativo della Repubblica uscita dal ventennio fascista e dalla guerra voluta da Mussolini - hanno argomentato i
dirigenti dell'Anpi biellese in una riunione dell'altra settimana -, un patrimonio che appartiene ai partigiani, a chi ha lottato altrove,
ai 600 mila nei campi di concentramento in Germania, a quelli che pur di non aderire alla Repubblica di Salò sono morti a
migliaia, ai caduti di Cefalonia'.
Il presidente Scanzio ha promesso che avrebbe dirottato i fondi per sistemare i parchi della Rimembranza 'che ricordano
tutti i caduti'. E poi ieri la svolta. Scanzio e l'assessore alla Cultura Massimo Gioggia hanno informato che la giunta ha
confermato la propria adesione all'annuale concorso di storia contemporanea promosso dal Consiglio regionale per l'affermazione
dei valori della Resistenza e dei principi della Costituzione repubblicana.
'Questo provvedimento - aggiunge il presidente - è la chiara e netta dimostrazione che questa amministrazione non ha
alcuna intenzione di rinnegare il significato che la lotta di Liberazione ha avuto nella storia della nostra Repubblica'.
Non è una marcia indietro, ma un tentativo di voltare le spalle 'solo' all'Istituto storico, reo - secondo la giunta Scanzio -
di 'fare una storia a senso unico', rispetto ad altre iniziative invece meritevoli di sostegno".
L'articolo conclude: "Il nuovo presidente dell'Istituto, Gianni Mentigazzi, dice che cercherà il dialogo. Ma intanto monta
la protesta dal popolo della sinistra, ma anche dal centro moderato".
Nella stessa pagina, accanto alla fotografia del conferimento della medaglia d'oro al gonfalone del Comune di Biella da
parte del presidente Pertini, il bisettimanale riporta due interviste contrapposte: una di Anello Poma, presidente dell'Anpi, e una
del presidente Scanzio.
L'accusa. Parla il leader dei partigiani. Poma: "Scelta inaccettabile. Giunta ricattata da
An": "[È] un'offesa alla gente biellese,
a quella generazione che ha vissuto la Resistenza come la ribellione all'occupazione tedesca.
C'è poco da fare. Forza Italia paga lo scotto della presenza dei fascisti in giunta. Uno può anche guidare un governo di destra ma
non rinnegare la storia del paese.
Una presa di posizione di questo genere significa che l'Msi, diventato An, non ha recuperato l'identità democratica per intero dal
momento che si reclama una decisione che è patrimonio costituzionale.
Se una certa parte, in un certo momento, decise di sposare i nazisti, scelse, per ragioni che non giudico, una posizione di alto
tradimento. Con questo non si vuole infierire sui morti, ma voler porre su uno stesso piano i caduti di Cefalonia, i tanti morti nei lager, i
partigiani ai militi della Repubblica di Salò è inaccettabile.
L'Istituto storico della Resistenza: una storia a senso unico?
È un'interpretazione sbagliata. Nel tempo, poi, ha allargato il discorso ai fenomeni sociali contemporanei. Coltiva la memoria,
fa attività di ricerca. Un parco della rimembranza non mi pare che faccia storia".
La difesa. Parla il presidente provinciale. Scanzio: "L'Istituto è di parte: basta coi Caduti di serie A e
B": "Noi abbiamo fatto una scelta politica unitaria. Quella richiesta era una quota di adesione per noi inaccettabile. Se fosse stato possibile ridurla forse ne avremmo
riparlato. Ma era come pagare il bollino all'Aci'.
Certe cose a 50 anni di distanza si debbono pur dire. Credo che tutti i caduti di guerra debbano ricevere ugual rispetto. Compresi
i militari finiti nei lager nella seconda guerra mondiale come dice il consigliere Donato Gentile. Ci siamo detti: in che modo ricordarli
tutti? Contribuendo a migliorare i parchi della Rimembranza.
[L'Istituto] ha una chiave di lettura del nostro passato ancora troppo di parte. Un atteggiamento che non consente una corretta e
giusta esaltazione dei valori che, invece, sono alla base dei principi di libertà e della necessaria riconciliazione nazionale. Se ci saranno
progetti in linea con questo concetto li sosterremo ben volentieri.
Resistenza da dimenticare come valore?
Nessuno vuol disconoscere il ruolo della Resistenza. Sono il primo ad andare alle ricorrenze: riconosciamo che è stata la base per
la nuova Repubblica.
Anche la Regione in mano al Polo sostiene l'Istituto.
La Regione può fare quello che vuole. La giunta unitaria[mente] ha fatto questa scelta".
Nuovi interventi
Intervengono a questo punto Roberto Pietrobon, della segreteria provinciale di Rifondazione comunista, i consiglieri
comunali Ds di Biella, il consigliere leghista di Cossato Enea Ribatto, il consigliere provinciale Silvio Belletti, del Pdci.
Roberto Pietrobon: "[...] la motivazione di Scanzio è grave perché dà di per sé un giudizio storico-politico. Sancisce di fatto una
rottura con la storia repubblicana nata dalla Resistenza al nazifascismo, sostenendo nei fatti [che] quella storia, o meglio l'atto di rottura
con il ventennio e la guerra fatta dal fascismo, interessò una parte, i partigiani appunto, che vinsero sì ma contro un'altra parte, i
repubblichini, e che ora, a 50 anni di distanza le ragioni degli uni e degli altri sono superate. Ognuno dismette la casacca di appartenenza e si
ricostruisce quello che in cinquant'anni non è stato possibile fare: la vera storia d'Italia 'neutra' con un'interpretazione del fascismo spogliata
da qualsiasi giudizio storico-politico, il fascismo come periodo liberale; eventi di un'unica storia identitaria e nazionale. Basta,
quindi, finanziare un Istituto che alimenta le fratture, che sancisce ancora la possibilità di una storia non neutra ma costruita sulle vetuste
logiche dei carnefici e delle vittime, del giusto e dello sbagliato, degli oppressi e dell'oppressore.
La nostra storia non sarà mai neutra, chi è morto per difendere la libertà non sarà mai uguale a chi è morto per combatterla,
non considerarlo vero ci porterà non a costruire una nuova 'identità nazionale', come sostengono i revisionisti nostrani, ma
semplicemente a non avere più memoria e, un popolo senza memoria è un popolo senza futuro, che corre il rischio di ripetere quella storia che si è
voluta dimenticare".
Mozione dei consiglieri comunali Ds di Biella: "In considerazione del grande contributo dell'Istituto alla promozione e diffusione della memoria e dei valori
della Resistenza su cui è fondata la nostra Costituzione e dell'importante ruolo svolto dall'Istituto stesso nella cultura biellese per lo
studio e la conoscenza della storia della nostra terra, chiediamo di coinvolgere i comuni del Biellese per individuare il miglior modo di
farsi carico della quota associativa venuta meno".
Enea Ribatto: "[...] la Resistenza è un sentimento, un ricordo, che non deve avere colori politici [...] Quello che più mi preoccupa
è che la Provincia si è presa la libertà di decidere per tutti non solo a livello materiale, ma anche a livello sentimentale. Ai biellesi
piace la libertà e sono legati a quel moto spontaneo, e sottolineo spontaneo, del popolo italiano [...]. Mi è capitato di andare a
manifestazioni di ex partigiani: non è vero, come hanno detto in Provincia, che vi siano istigazioni alla violenza. Il problema vero, è che
Alleanza nazionale è ancora legata al cordone ombelicale del fascismo". Segue l'annuncio dell'intenzione di "chiedere al sindaco Scaramal di
farsi portavoce presso gli altri sindaci biellesi: autotassandosi, i Comuni possono scavalcare la Provincia e mettere assieme i trenta milioni
con un contributo di circa 500.000 a testa".
Silvio Belletti: "[...] Il problema non è finanziare un'organizzazione che a suo dire fomenta le divisioni, ma constatare se gli ideali
della Resistenza, di libertà, di democrazia, sono patrimonio comune. Se conveniamo sui principi è indubbio che sulla procedura
possiamo discutere. Io ritengo sia giunto il momento di avviare un processo di pacificazione nazionale che si sostanzi nel riconoscere che i
morti della Resistenza e quelli di Salò meritano entrambi rispetto. Cosa li divide è il giudizio politico; c'è chi quella guerra l'ha
combattuta dalla parte giusta e chi da quella sbagliata. L'Istituto storico non è un carrozzone commemorativo ma una realtà che da anni si
caratterizza per lo studio e l'analisi della storia contemporanea, per il rapporto di collaborazione con le istituzioni, con le scuole. Non
chiudiamo questa esperienza ma lavoriamo per migliorarla. La Provincia commissioni all'Istituto una serie di progetti, ne condizioni gli
obiettivi, diventi interlocutore critico. Caro presidente, non perda questa occasione".
Il 15 ottobre anche "il Biellese" sottolinea la profonda frattura che la decisione della Giunta provinciale ha creato
nell'opinione pubblica.
"Il tema biellese, lo scontro, è lì, nella decisione della Provincia di dire addio all'Istituto storico della Resistenza.
Niente contributo: la lettura è di parte.
E subito si sono creati (o ricreati) schieramenti opposti. È la sinistra, soprattutto, a criticare la scelta della giunta di
Orazio Scanzio".
Lo stesso giorno si occupa del caso anche "La Stampa" nella pagina provinciale. "Non è il caso Kgb, ma un po' gli
assomiglia: anche a Biella si litiga sul passato, ancor più remoto di quello delle presunte spie russe. La giunta provinciale del Polo è
uscita dall'Istituto per la storia della Resistenza. La battaglia politica è subito esplosa. [...]
Orazio Scanzio, per ora, tira diritto. 'La decisione di uscire dall'Istituto è dovuta al fatto che questa istituzione ha una
chiave di lettura del nostro passato ancora troppo di parte'. In contrasto, cioè, 'coi valori che sono alla base della
riconciliazione nazionale' ".
L'articolo riporta poi una dichiarazione del presidente dell'Istituto: "L'Istituto non è un partito, e si occupa di Resistenza
ma anche di società contemporanea. Quindi le motivazioni mi sembrano anacronistiche, e non fanno che innalzare nuovi
steccati. Detto questo, noi rimaniamo sempre disposti al dialogo".
Dialogo... tra sordi?
Il 16 "La nuova Provincia di Biella" dedica ampio spazio alla vicenda, pubblicando nuovi "contributi importanti", tra cui
la risposta del presidente della Provincia al presidente della Federazione dei Ds.
"Caro Ronzani, sarà amaro il compleanno dell'Istituto storico per la Resistenza quanto è amara per me l'attuale situazione
finanziaria dell'ente che rappresento. [...] L'altra sera nel corso di un dibattito televisivo un noto esponente politico, non appartenente alle forze
del Polo, ha detto una cosa che ritengo largamente condivisibile: 'L'Italia è l'unico paese al mondo che non si è accorto della fine della
guerra fredda'. Conseguenza di questa situazione è il fatto che a distanza di più di mezzo secolo dal termine del conflitto, le vittime di
quella tragedia immane continuano ad essere classificate secondo la loro fede politica e ciò è profondamente ingiusto!
Sono perfettamente d'accordo con il capogruppo provinciale dei Comunisti italiani, Silvio Belletti - con il quale nulla mi
accomuna, al di là di una reciproca stima personale - quando afferma: iÈ giunto il momento di avviare un processo di pacificazione nazionale
che si sostanzi nel riconoscere che i morti della Resistenza e quelli della Repubblica di Salò meritano entrambi rispetto'. [...]
Quando abbiamo deciso di uscire dal consiglio dell'Istituto sapevamo che la questione avrebbe scatenato una valanga di
polemiche. Nonostante questo, non torniamo indietro, restiamo convinti della necessità di quella scelta. Come ho detto all'inizio, siamo pronti
a contribuire alla realizzazione di progetti che l'Istituto per la storia della Resistenza vorrà sottoporci, non ho alcun problema di
sorta nell'aprire un dialogo con il direttore Piero Ambrosio, ma non siamo più disponibili ad avallare interpretazioni storiche che, a
nostro modesto e opinabile giudizio, riflettono esclusivamente la versione dei vincenti [...]".
Che la situazione finanziaria della Provincia sia così difficile sembrerebbe smentito da alcune ipotesi di previsioni di
bilancio, che saranno, pochi giorni dopo, oggetto di nuove polemiche: raddoppi degli emolumenti per gli amministratori, compensi
a consulenti di fiducia, spese per l'adeguamento degli uffici di presidenza, acquisto di computer portatili per ogni
consigliere, aggiunti ai maggiori oneri derivanti dall'aumento del numero degli assessori. Il tutto quantificabile, secondo i calcoli del
consigliere Riccardo Valz Gris, in oltre mezzo miliardo.
Se non ci fosse già sorto prima il sospetto che, all'origine della revoca dell'adesione all'Istituto, non ci fossero motivi
meramente economici, forse non saremmo riusciti a trattenerlo a questo punto... Anche perché risulta che qualcuno si sia
chiesto: "Ma qui si fanno i risparmi pure sull'Istituto della Resistenza... per aumentare i gettoni di presenza di assessori,
presidenti, consiglieri e portaborse?".
Nello stesso numero del bisettimanale, nella rubrica "Scorie di fine millennio", compare un arguto corsivo di Giuliano
Ramella.
"Qual è la differenza fra un ex partigiano e un vecchio boiler? Nessuna, perché se ad entrambi togli la resistenza diventano dei
ferrivecchi. È la battuta più gettonata in questi giorni negli ambienti di maggioranza della Provincia di Biella, nella bufera delle
polemiche dopo la decisione di azzerare il contributo all'Istituto storico della Resistenza.
Orazio Scanzio, presidente con espressione da duro da film 'hard-boiled', ha detto che 'l'Istituto ha una chiave di lettura troppo
di parte'. Quindi, in attesa che cambi la chiave o la serratura, niente soldi: se li faccia dare l'Istituto da quella banda di comunisti che lo
usano per costruirsi il proprio monumento. [...] Credo si debba essere grati a Orazio Scanzio e alla sua 'band' per aver reintrodotto, dopo
un lungo periodo di confusione in cui non si capiva più chi stava con chi e perché, un sano e riconoscibile criterio di selezione fra il
bene e il male, il bianco e il nero, i guelfi e i ghibellini, Sodoma e Gomorra, il grano e il loglio, la
rava e la fava. Era tempo che qualcuno ripristinasse categorie dello spirito acconce ad orientare i comportamenti geopolitici. L'Istituto storico della Resistenza è di
sinistra, l'Amministrazione provinciale di Biella è di destra: servono altre spiegazioni? Con una simile cartina di tornasole capire e governare
il mondo diventa un gioco da ragazzi. [...] è abbastanza facile immaginare chi avrà (contributi) e chi no dall'Amministrazione
provinciale di Biella. A proposito: conosco un paio di impiegati della Provincia che fanno pubblica, ancorché discreta, professione di
appartenenza alla sinistra. Bisognerà continuare a darglielo lo stipendio?".
Due giorni dopo "Notizia Oggi" pubblica una lettera aperta del presidente della Provincia di Biella al direttore dell'Istituto.
Dopo aver citato per l'ennesima volta la delibera di partecipazione al concorso indetto dal Consiglio regionale per
respingere "le accuse, piovuteci addosso da più parti, di voler disconoscere e minimizzare il ruolo avuto dalla Resistenza nella
storia repubblicana" e per chiarire "questo concetto, spero definitivamente", conferma l'intenzione della sua amministrazione "di
non voler più aderire all'Istituto". (L'adesione al concorso regionale è stata sbandierata dagli amministratori provinciali in
ogni modo e in ogni luogo possibile. Al di là dell'ovvia considerazione che una tale enfasi ha evidenti fini strumentali, è da
rimarcare che sarebbe stato difficile per la Provincia non aderire ad una proposta della Regione...).
Cita quindi le motivazioni: la prima è la più volte invocata esigenza di cessare l'erogazione dei cosiddetti contributi a
pioggia, e la conseguente partecipazione economica solo a progetti specifici e mirati. "La seconda invece riguarda esclusivamente
le attività dell'Istituto che, a nostro parere, come scritto nella motivazione in calce
(sic) alla nostra delibera, non favoriscono
quel processo di riconciliazione che in molti auspicano. Non accetto più - prosegue la lettera - la classificazione delle vittime
della seconda guerra mondiale in base al credo e alla fede politica; come cristiano ritengo che i morti della Repubblica sociale
debbano avere lo stesso rispetto di quelli della Resistenza. Come ho già scritto all'onorevole Wilmer Ronzani, le posso assicurare
che non ho alcuna remora a condannare fermamente l'esperienza fascista e provare pena per quelle centinaia di migliaia di
giovani italiani che, illusi dal folle sogno mussoliniano, si fecero ammazzare su tutti i fronti. Se è vero dunque che combatterono
dalla 'parte sbagliata', come lei e il capogruppo provinciale del Partito dei comunisti italiani, Silvio Belletti, avete
giustamente sottolineato, mi permetto di far notare che anche quei partigiani che sognavano per l'Italia post fascista la nascita di una
società ispirata al modello sovietico, a mio modesto parere non erano dalla 'parte giusta'. Si batterono e morirono per un ideale,
quindi meritano il più alto rispetto, ma anche loro furono vittime di un'illusione. Certamente lei vede questi uomini ispirati dalla
sete di libertà e democrazia, io invece sono soddisfatto che le loro idee non abbiano trionfato, altrimenti a una dittatura nera si
sarebbe sostituita una di colore diverso; visto che i regimi non democratici sono tutti uguali, penso che l'Italia non sarebbe riuscita
a sopportare un'altra esperienza di questo genere". La conclusione è la stessa della risposta al presidente dei Ds, salvo
piccole varianti di forma.
Sembra che il presidente Scanzio ignori completamente le affermazioni di Ambrosio sul rispetto verso tutti i caduti. Che
fare quindi se non premettere questa considerazione ad ogni altra riflessione e ad ogni altro commento alla "risposta".
Ambrosio replica pertanto: "Egregio Signor Presidente, sono stato per un po' indeciso se continuare questa piacevole corrispondenza,
in cui da un lato io scrivo pacatamente, mentre dall'altro mi pare di intravvedere alcune espressioni ostili e financo un
pochino offensive. [...] Leggo che, dopo avermi 'fatto notare che anche quei partigiani che sognavano la nascita di una società
ispirata al modello sovietico' non erano dalla parte giusta, mi attribuisce (ma su quali basi, di grazia?) una convinzione
schematicamente opposta.
Come Lei certamente saprà i partigiani erano inquadrati nel Corpo volontari della libertà (anche i 'garibaldini', a torto
considerati tutti comunisti, mentre tra di essi molti si riconoscevano in altre correnti di pensiero: non dimenticherà, ad esempio,
che un noto industriale, esponente del Polo, in gioventù militò, appunto, nelle formazioni `garibaldine') e non mi risulta
che questo organismo (comandato dal generale Raffaele Cadorna) avesse nel suo programma la rivoluzione bolscevica... Che
singoli militanti ritenessero invece di 'fare come la Russia' non cambia la realtà delle scelte programmatiche del movimento
partigiano nel suo insieme (e del resto è noto che proprio il Partito comunista - soprattutto - ma anche il Partito socialista -
contribuirono nel dopoguerra a disarmare gruppi di ex partigiani che si erano riarmati, come ad esempio a Santa Libera, nell'Astigiano,
o, da noi, a Curino), ma la questione è troppo complessa per poterla affrontare nel poco spazio che si può chiedere ad un giornale.
In ogni caso - se Le può interessare - sono anch'io convinto che sia stato un bene per l'Italia poter compiere in questi
cinquant'anni il proprio - seppur travagliato - cammino sui sentieri della democrazia. Potrei anche aggiungere - se vuoLe - che
la vittoria del Fronte popolare nelle elezioni del 1948 avrebbe aperto scenari difficili per il nostro Paese, ma queste brevi
schermaglie - francamente - mi sembrano un po' al di sotto di ciò che solitamente può essere considerata un'ampia ed
approfondita riflessione su un periodo storico cruciale come è quello comunemente noto come Resistenza e sugli anni che lo seguirono.
E pertanto mi astengo dall'aggiungere altro.
Affronto invece un altro paio di questioni. Tra le varie dichiarazioni apparse in questi giorni sulla stampa, ho infine letto,
con piacere, che la Giunta da Lei presieduta ha deciso di aderire all'organizzazione del concorso annualmente bandito dalla
Regione, unitamente alle Province ed ai Provveditorati agli studi, per ricerche sulla Resistenza e la deportazione. Resto però
frastornato quando colgo in controluce, qualche riga più avanti, che, in qualche modo, questa iniziativa - giustamente ritenuta 'seria'-
è contrapposta ad altre non meritevoli di sostegno, quali sono - par di capire - quelle da venticinque anni realizzate
dall'Istituto. Nessun commento, solo una precisazione: il concorso regionale in questione è, da sempre, realizzato in collaborazione
con il nostro e gli altri istituti per la storia della Resistenza e della società contemporanea, come è del resto esplicitamente
indicato nelle circolari che lo bandiscono".
Ambrosio a questo punto elenca alcune iniziative in programma, facendo notare che nessuna di esse è di carattere
"resistenzial-reducistico".
"La seconda riguarda la proposta (che personalmente apprezzo molto) del consigliere provinciale Gentile, relativa agli
ex internati. Mi sembra di cogliere in una Sua dichiarazione che, nell'accettarla, intenda nel contempo stigmatizzare un
certo disinteresse sull'argomento: anche su questo punto ritengo utile portare alla Sua conoscenza che da parte dell'Istituto esso
è stato affrontato in vari modi - secondo le modeste competenze, capacità e mezzi a disposizione - cercando soprattutto di
far conoscere questo grande fenomeno agli studenti, così come è stato fatto per quanto concerne la deportazione.
Ciò che, in conclusione, mi sembra non possa non essere rilevato è che si evidenzia - mi permetta di farlo notare - una
insufficiente conoscenza dell'attività dell'Istituto stesso (forse anche a causa della nostra preferenza nell'impegnare le
energie nel lavoro piuttosto che in attività `autopromozionali'), motivo per cui Le rinnovo, umilmente, signor Presidente - mi creda
- l'invito ad informarsi: da parte nostra, come ricorderà, ci siamo, a tal proposito, messi a Sua completa disposizione fin
dal momento della Sua elezione".
La polemica divampa
Il 18 l' "Eco di Biella", dopo aver riportato le citate dichiarazioni "perentorie" dell'assessore Pastorello a proposito
delle conseguenze del ritardo nell'invio della delibera all'Istituto, e dopo aver implicitamente citato la risposta al presidente dei
Ds Ronzani, con la quale "Scanzio getta acqua sul fuoco delle polemiche", scrive che la "vicenda ha scandalizzato la Biella
medaglia d'oro della Resistenza", e che "sul campo di battaglia continuano intanto a piovere lettere-granate da parte della
sinistra ferita".
Nei giorni precedenti erano infatti intervenuti Camilla Ramella, a nome della Sinistra giovanile, la segreteria dei Ds, la
Federazione biellese del Prc.
Camilla Ramella: "L'amministrazione provinciale Scanzio-Pastorello ha gettato la maschera, mostrando il proprio vero volto:
quello di un organismo politico impegnato in un'opera di 'normalizzazione' nei confronti in particolare di ciò che, culturalmente e
storicamente, è in grado di connotare un impegno amministrativo di matrice progressista.
Accampando dapprima risibili motivazioni contabili e, successivamente, svelando le vere motivazioni che sono politiche, la
Provincia ha smantellato e azzerato iniziative che, ancorché discutibili e modificabili, avevano il pregio di collocarsi all'interno di un
dibattito pulsante, conferendo all'istituzione Provincia un ruolo di primo piano in ambito culturale.
In particolare, l'annullamento del progetto 'Patty Smith' e del progetto
'Fumne', insieme ad altre iniziative di particolare rilievo
sociale e culturale, hanno dato la misura di quale e quanta sia l'attenzione della nuova amministrazione provinciale nei confronti di
problematiche che, con stupefacente rozzezza, vengono liquidate come di `parte'.
In questa logica, cioè quella di stabilire prima le 'appartenenze' in base alle quali poi stabilire l'impegno e il disimpegno della
Provincia, si inserisce anche il provvedimento di annullamento del contributo finanziario all'Istituto storico della Resistenza. Il che fa supporre
che la Provincia sarebbe pronta a finanziare ricerche storiche ed iniziative culturali sulla 'Battaglia del grano' e sul contributo dei
coloni biellesi alla bonifica dell'Agro Pontino.[...]
Molte voci autorevoli si stanno già levando per fermare, o porre un freno, a questo processo di imbarbarimento che riporta
indietro l'orologio della Storia e annulla i progressi compiuti dal confronto dialettico fra le parti sui temi che appartengono all'intera società.
Crediamo che le voci debbano tradursi in un movimento ed esprimersi in iniziative concrete di condanna di un metodo che
pensavamo finito insieme alla guerra fredda. Il paternalismo rivestito di logiche ragionieristiche è rozzo e antico. Biella e i biellesi non se lo meritano".
La segreteria Ds: "La scelta della Giunta provinciale di revocare l'adesione all'Istituto storico è un atto politico grave che
offende Biella, città medaglia d'oro della Resistenza, ed offende tutti i biellesi e la loro storia.
Le motivazioni addotte da Scanzio sono confuse e banalmente contraddittorie addicendosi perfettamente al personaggio. Se, come
pure egli afferma, la Resistenza è stata la base per la Repubblica, allora perché l'Istituto deputato allo studio delle nostre radici comuni
(comuni, e non di parte!) deve essere interpretato, in modo insultante, come fomentatore di odio e divisione? Scanzio, dovrebbe revocare
questa scelta proprio traendo le logiche conseguenze delle sue stesse affermazioni.
La pietà per le storie individuali, spesso tragiche, di tutti i caduti, anche di quei giovani che nella temperie di quei tempi aderirono alla
Rsi sulla base di una loro motivazione ideale, non può essere confusa con il giudizio storico e politico: da un lato la democrazia con
le sue idee di libertà, di pace e di eguaglianza, dall'altra l'ideologia della razza, della violenza, la dittatura, Auschwitz, la guerra. È
un giudizio storico e politico che condanna in modo inappellabile il nazismo e il fascismo (Rsi compresa).
È Scanzio che fomenta odio e divisione confondendo i due livelli. Per incapacità e per convenienza (o forse per tutte e due)
Scanzio ha voluto una scelta indifendibile e che ora non è neppure in grado di motivare. Quando partecipa alle ricorrenze (è il primo ad
andarci!) sa che cosa va a commemorare? Il 25 aprile, festa nazionale, è la festa della vittoria sul fascismo: cogliamo l'occasione per ricordarglielo.
Preoccupa quanto pesi nella maggioranza e nella giunta di centro destra una An biellese infarcita di dirigenti camerati nostalgici e
per nulla pentiti di ciò che furono il fascismo e la Rsi e che hanno voluto questo 'atto esemplare' dimostrando così di essere loro i
fomentatori di odio e di divisione e di essere anni luce lontani dalla svolta che Fini ha dato (o avrebbe dovuto dare) a Fiuggi".
Il Partito della Rifondazione comunista con una lettera aperta a tutte le forze politiche democratiche, alle associazioni
partigiane, alle organizzazioni dell'associazionismo e del volontariato, ai sindacati propone di "costruire insieme una forte
protesta contro questa maggioranza provinciale" ed invita i consiglieri provinciali di opposizione "a manifestare fisicamente
durante la seduta del Consiglio provinciale la loro ferma condanna verso questa decisione, con forme che potremmo coordinare
insieme".
Prosegue la lettera: "Sentiamo l'esigenza di andare oltre il 'palazzo' e fuori da questo, magari nella piazza adiacente,
organizzare un sit-in, un presidio o altro, in corrispondenza del 28 ottobre, data purtroppo ancora cara ai 'nostri' governanti
provinciali.
La Resistenza è un valore in sé, indipendentemente dalla casacca che si aveva allora e si ha adesso. La nostra
Repubblica, la nostra Costituzione, la nostra Storia sono legate a quegli eventi. Non permettiamo che il nostro Biellese passi per la
prima provincia che ha 'vinto' la medaglia d'oro nella corsa del gambero".
Il 20 ottobre i consiglieri regionali del Prc Rocco Papandrea e Francesco Moro "interpellano il presidente della Giunta
regionale del Piemonte e l'assessore competente per sapere [...] se non ritengono che questo diniego della Provincia di Biella
nei confronti dell'Istituto possa risultare offensivo soprattutto nei confronti delle popolazioni locali che hanno avuto un
ruolo significativo nella lotta di resistenza pagando un prezzo significativo in termini di martiri e di distruzioni [...]".
Al momento in cui scriviamo è ancora senza risposta.
Sempre il 18 l' "Eco di Biella" pubblica un'intervista a Vittorio Barazzotto, assessore alla Cultura della Città di Biella e
vicepresidente dell'Istituto.
Barazzotto: "L'Istituto fa storia, non si canta Bella
ciao": "L'Istituto storico della Resistenza non mi risulta fazioso. E l'uscita
della Provincia mi ha ferito, è stato un gesto grave". [...] Il Piemonte non ha solo una tradizione nei prodotti tipici cari a Scanzio. Il
Piemonte è fatto anche di storia e la Resistenza è un fatto decisivo. Con quell'uscita la Giunta provinciale ha ottenuto l'effetto boomerang. In
questo modo le divisioni le ha create.
L'accusa: Istituto storico a senso unico?
Non voglio dire che sia tutto giusto o fatto bene, ma l'attività dell'ente è servita a mettere in luce aspetti diversi. Sovente ho
assistito a posizioni di dialettica opposta. Non è che si va a Borgosesia a recitare 'W i partigiani' o a cantare 'Bella ciao'. L'Istituto è una cosa
seria e di fanatismo non ne ho proprio visto. È vero, ci sono tante pagine buie e scure nella Resistenza, ma c'è anche la necessità di fare ricerca.
Ma la storiografia ufficiale fa fatica a raccontare le pagine buie.
Anche se fosse, Scanzio ha effettuato una scelta aprioristica, senza confronto.
I caduti sono divisibili fra serie A e serie B?
Ognuno nella vita risponde alle proprie coscienza e morale. E alla fine fa delle scelte. Ho rispetto di tutti i morti, ma ho una mia
visione della storia: non riesco a metterli sullo stesso piano. Sarebbe qualunquismo".
Dal "fronte opposto" non sono molte le "prese di posizione". L' "Eco di Biella" sottolinea anzi che l"unica favorevole
alla giunta Scanzio" è quella del consigliere comunale di Biella di Forza Italia Alberto Perini, a cui si aggiungono, in verità,
due lettere a "La nuova Provincia di Biella" rispettivamente di Iuri Toniazzo "uomo di fiducia" dell'assessore provinciale alla
Cultura e di tal Andrea Logoteta.
Alberto Perini: "La decisione della Giunta [...] mi trova in perfetta sintonia. Sono direi fin troppo ovvie le polemiche
demagogighe di una certa sinistra, prigioniera più o meno consapevolmente di una mancanza di visione completa della storia contemporanea. Così
come è fin troppo ovvio l'eterno rispetto e gratitudine verso quella generazione di italiani che hanno combattuto e dato inizio alla
democrazia in questo Paese.
Tre riflessioni, a mio parere, andrebbero fatte su questo argomento: la prima è di metodo ed in questo Scanzio è chiaro: in
generale un ente pubblico, per equità e per 'etica' amministrativa, non dovrebbe concedere finanziamenti a pioggia per iniziative prive di un
chiaro progetto culturale. La seconda è tentare di far capire alla sinistra che, ciò che è utile per alimentare all'infinito il proprio progetto politico, non è
detto che sia utile a chi ha un approccio culturale
(sic), a chi è stufo di una egemonia i cui risultati disastrosi sono sotto agli occhi di
tutti: pensiamo per prima alla scuola e a ciò che il ministro Berlinguer ha voluto che fossero i programmi di storia nelle scuole italiane.
La terza è far propria la consapevolezza che al concetto ormai astratto di 'antifascismo' sarebbe storicamente più appropriato
introdurre quello di 'anticomunismo'. Così come ovviamente sono incompatibili fascismo e libertà, altrettanto lo sono comunismo e libertà
[...] ricordiamoci che, dopo il nazismo, c'è stato lo stalinismo, a lungo condiviso dai comunisti italiani; ricordiamoci dei kulaki, degli
ungheresi, dei cecoslovacchi, degli afgani.
Se l'antifascismo è un valore, altrettanto lo è l'anticomunismo; se vogliamo credere nella buona fede di Veltroni non possiamo
che riconoscergli umiltà e intelligenza: le dittature portano guerre e morte, ed è giusto che rimanga il ricordo dei caduti senza
attribuzione di schieramento.
Perché quindi non devolvere fondi pubblici a favore di progetti che indicano, insegnano, aiutano a capire la storia di questo
travagliato secolo e non solo una parte di esso. Verità è presupposto di libertà".
Solo un breve commento, anche se, per forza di cose, sarà banale: sembra di essere tornati agli anni cinquanta. Ma forse
lo scopo è quello di confermare l'assunto del presidente Scanzio a proposito della guerra fredda che non è ancora finita (ma
non è che questi intendesse imputarne le responsabilità ad altri?).
La lettera di Iuri Toniazzo, passato nel giro di pochi anni dall'organizzazione di iniziative sulla Resistenza agli
applausi frenetici all'operato della Giunta di centro-destra (di cui elogia - proprio a proposito della decisione che riguarda l'Istituto
- "l'apertura e la sensibilità") e agli interventi del locale deputato di An è molto lunga, ma l'unico concetto degno di nota, in
un testo in cui l'autore rievoca - a suo modo - una vicenda del 1996, che suscitò polemiche in cui fu coinvolto, suo malgrado,
anche l'Istituto, è il seguente: "Mi sembra salti subito all'occhio come tutta la sinistra tenti invano di mascherare la questione,
meramente economica, dietro il velo dello scontro fra ideologie opposte".
Già: chissà perché ci ostiniamo a pensare ai valori, noi.
Alla lettera risponde il direttore dell'Istituto che, senza entrare nel merito dell'"appassionata difesa d'ufficio
dell'operato della Giunta provinciale [...] non esente da più o meno evidenti secondi fini", si limita a contestare il resoconto della
vicenda, ricostruita con eccessiva disinvoltura e con scivolamenti sul terreno della falsità assoluta.
Andrea Logoteta: "[...] sono d'accordo con la 'difficile' decisione presa dalla giunta Scanzio e vorrei cercare di argomentare tale
mia posizione con la speranza di incorrere in 'sinistre' scomuniche.
Soltanto quattro anni sono passati dalle celebrazioni del cinquantennale della Liberazione e dai fiumi di miliardi che furono spesi
per sostenere gli oltre 60 istituti storici della Resistenza, foraggiati naturalmente anche dagli enti locali. Tali istituti hanno svolto un
ruolo tutt'altro che secondario nel 'condizionamento culturale' degli italiani, a senso unico e... a spese loro. [...] tutto questo fiume di
denaro pubblico cosa ha prodotto? E a quale prezzo?
La storiografia di sinistra, nelle parole di Angelo D'Orsi, docente di Storia delle dottrine politiche presso l'Università di Torino, a
oltre 50 anni dalla fine del fascismo non ha prodotto nessuna opera paragonabile per ampiezza e spessore alla produzione di Renzo De
Felice, e questo nonostante la quarantennale attività di tali Istituti, che invece si sono distinti per analisi altamente politicizzate e ideologizzate.
I dati Censis del '95 erano sconcertanti: il 46.1% non conosceva la Rsi, e il 27.3% ne aveva una idea vaga: erano dunque questi gli
effetti causati da una pseudo-storiografia, ricca di una propaganda spicciola. Mi permetto di dubitare quindi sul metodo e la scientificità
degli studi in questi Istituti, che se un pregio hanno avuto, è stato quello, e solo quello, di produrre volumi interessanti a livello di raccolta
di documenti.
Ricordo le parole di Edgardo Sogno, medaglia d'oro della Resistenza, che sosteneva come 'tali Istituti, diretti da filocomunisti,
hanno messo in luce esclusivamente il versante comunista della Resistenza, glorificandolo oltre ogni lecito, tralasciando le componenti
moderata e militare che erano almeno un terzo del fenomeno complessivo'. Comunismo e libertà, secondo il pentimento tardivo e
interessato di Veltroni, sono inconciliabili: allora se è vero che la condanna del fascismo da parte della storia è incontrovertibile, con
altrettanta schiettezza dobbiamo dire che la Resistenza comunista ha combattuto per l'obiettivo opposto a quello della vera Resistenza, in
quanto mirava ad instaurare un regime peggiore di quello che si combatté durante la guerra civile del biennio '43-45 (gli italiani dell'Istria
ne sanno purtroppo qualcosa...).
Il paradosso è dunque che il fascismo durò 25
(sic) anni, coinvolse nel bene e nel male tutti gli italiani, la Resistenza durò un anno
e mezzo, coinvolse poche migliaia di persone, e nonostante questo, in Italia non esiste un ente incaricato
dallo Stato di studiare l'esperienza del Ventennio.
L'Italia ha dunque bisogno di una 'storiografia adulta', su guerra e dopoguerra, capace di dare conto delle vicende di tutti senza
ostracismi, su un terreno di confronto civile. Per oltre mezzo secolo il 'mito resistenziale' ha resistito tenacemente, provocando divisioni
insanabili tra gli italiani, impedendo una vera dialettica tra governo e opposizione. Soltanto istituti 'super partes' potrebbero
giustificare in futuro finanziamenti pubblici".
Et voila la rivelazione: è il mito della Resistenza che ha provocato "divisioni insanabili tra gli italiani". E pensare che
noi (inguaribili retro) continuavamo a ritenere che la questione fosse un pochino più complessa...
"La nuova Provincia di Biella" che, in questa fase, dedica molto spazio al "confronto tra le diverse correnti di
pensiero" pubblica anche una lettera del consigliere comunale di Mottalciata Gianni Ceria.
"[...] negli ultimi anni, pur essendo io un consigliere di minoranza di un paesino, sono stato delegato dal mio sindaco a
rappresentare il Comune presso l'Istituto ed ho partecipato in rispettoso, ma attento, silenzio, alle ultime riunioni di approvazione del bilancio e
del conto consuntivo [...] l'amministrazione del mio paese, non di sinistra, [ha] contribui[to] sempre all'Istituto storico e
contemporaneamente [ha] onora[to] il ricordo dei giovani fucilati nel maggio 1944 presso il cimitero del nostro paesino. E questo potrebbe essere
un esempio significativo per chi non comprende che avere opinioni politiche diverse non significa negare la storia e dimenticare o
cercare di far dimenticare.
Nelle riunioni dell'Istituto alle quali ho partecipato [...] non si respirava un'aria di parte, non si parlava di politica, non si tramava
contro la democrazia né si esaltavano i totalitarismi: di destra o di sinistra che siano. Per questo mi causa profonda amarezza la decisione
'squisitamente politica' dell'amministrazione provinciale [...]
Rispettiamo i morti, e non parliamo nemmeno male dei vivi, che non se lo meritano. Certe polemiche sono solo stupide e indegne
di un Paese democratico".
Anche "il Biellese" sottolinea che la polemica sul taglio dei fondi all'Istituto "non solo non accenna a placarsi", ma
"sembra essere l'argomento che più appassiona in questi giorni numerosi biellesi. Spingendo a prendere la penna in mano anche i
non addetti ai lavori. Per dire, ognuno, la sua".
Due giorni intensi
25 ottobre. La settimana si apre con tre importanti appuntamenti: il Consiglio direttivo dell'Istituto, il Consiglio provinciale
e il Consiglio comunale di Biella.
Nel pomeriggio di lunedì si riunisce il Consiglio dell'Istituto, che elabora il seguente documento, che viene inviato
l'indomani alla Provincia di Biella.
"Egregio Signor Presidente, dopo averne appresa notizia dai giornali, abbiamo ricevuto la comunicazione e copia della
delibera di revoca dell'adesione all'Istituto.
Premesso che ci atteniamo solamente agli atti ufficiali e non alle dichiarazioni riportate dalla stampa (alcune delle quali
anche offensive), notiamo innanzitutto che, a nostro parere, essendo la delibera di adesione stata adottata dal Consiglio
provinciale, sarebbe stata competenza di questo organismo, e non della Giunta, adottare il provvedimento citato.
Inoltre essendo la comunicazione inviataci datata 6 ottobre u.s., a norma dell'art. 24 del Codice civile, detta revoca non
potrà avere, in ogni caso, effetto con lo scadere dell'anno in corso ma di quello prossimo.
Al di là delle questioni meramente formali, esprimiamo rammarico per la decisione adottata dalla Giunta da Lei
presieduta e stupore poiché, nonostante la nostra piena disponibilità a renderLa edotta sulle attività dell'Istituto - comunicataLe con
nostra del 30 luglio u.s. e da Lei recepita (o almeno così ritenevamo, leggendo nella Sua gradita risposta che non sarebbero
mancate occasioni per incontrarci) - non abbia ritenuto opportuno, prima di adottare la delibera in questione, verificare le
informazioni in Suo possesso relative alla nostra attività.
Riteniamo infatti che le argomentazioni espresse nella delibera siano del tutto immotivate, a partire dal primo punto
della premessa, laddove si sostiene che l'Istituto opera 'nella raccolta dei dati storici connessi alla Resistenza'. Questa
affermazione, unita alla ripetuta definizione imprecisa dell'Istituto stesso come 'Istituto per la storia della
Resistenza' e non con la sua denominazione effettiva di 'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e
Vercelli', è punto di partenza da un lato per disconoscere e non considerare l'intera attività e produzione dell'Istituto, dall'altro per
formulare considerazioni inaccettabili. [...]
Nella delibera si sostiene inoltre che 'tutti i caduti nella guerra del 1943-45 - anche se militanti nelle formazioni della Rsi
- debbano essere meritevoli di considerazione' e che si debba ricercare 'unione e non divisione'.
È ben noto che l'obiettivo di parificazione dei caduti e, più in generale, dei combattenti nella guerra di liberazione
nazionale è in realtà finalizzato ad equiparare le due parti in lotta e quindi - nel nome di una 'pacificazione' che non ha più ragione
di essere invocata, essendo già stata ottenuta con provvedimenti governativi fin dall'immediato dopoguerra - a negare la
supremazia dei valori dell'antifascismo e della Resistenza, come valori fondanti la Repubblica italiana.
Se da parte nostra non vi è alcuna riserva a confermare sentimenti di umana pietà nei confronti di tutti i caduti e di
perdono nei confronti di coloro che si resero responsabili di violenze, non vi è tuttavia alcuna intenzione di venire meno al valore
fondamentale dell'antifascismo. Si esprime quindi preoccupazione per l'affermazione secondo cui l'amministrazione
provinciale di Biella intende promuovere una 'filosofia di pensiero lontana dagli indirizzi di politica culturale' dell'Istituto.
È certamente nelle competenze e nella sensibilità di ogni amministrazione stabilire quali iniziative patrocinare e quali
associazioni finanziare, ma riteniamo che non si possa prospettare una politica culturale che non sia coerente, ma anzi in
contrasto, con il dettato costituzionale.
Dichiarandoci ancora una volta a Sua disposizione qualora intendesse - in ogni caso - conoscere meglio la nostra attività
ed i nostri programmi, cogliamo l'occasione per inviarLe i migliori saluti".
Contemporaneamente al Consiglio direttivo dell'Istituto è riunito il Consiglio provinciale.
Nel corso del dibattito il presidente della Giunta così esordisce: "Vorrei ribattere alle affermazioni diffamanti della
segreteria Ds che mi ha accusato di essere un barbaro. Io sono consapevole che la Resistenza è di tutti, ma noi non paghiamo un
bollino di trenta milioni per rinnovare un'ipotetica tessera. Noi vogliamo dei progetti sui quali discutere".
(Tanto per chiarire: l'Istituto ha sempre presentato annualmente relazioni di attività, bilanci e piani di lavoro a tutti i soci e a tutti gli enti aderenti,
compresa la Provincia di Biella).
Ed aggiunge: "Domani incontrerò i rappresentanti dell'Istituto storico, quelli che la Resistenza l'hanno fatta davvero e
che non sono scesi in polemica con i toni usati dalla segreteria Ds".
Strano: all'Istituto non è giunto alcun invito. Ma il mistero si chiarirà presto.
Intanto alle affermazioni del presidente, che "il Biellese" definirà "dai toni un poco forzati", risponde il capogruppo
dei Democratici di sinistra, Gianni Regis Milano, sostenendo che si sarebbe potuto evitare la polemica se la questione fosse
stata prima dibattuta in Consiglio: "Negli anni passati, alla precedente amministrazione, un'associazione di collocazione ben
diversa rispetto all'Istituto, chiese un sostegno finanziario per avviare ricerche storiche ed il sostegno le venne riconosciuto".
Donato Gentile, confermando il proprio dissenso aggiunge: "A 55 anni dalla conclusione del secondo conflitto
mondiale, ritengo sia possibile una rilettura della storia attraverso le testimonianze e le ricerche di più fonti al fine di approdare
finalmente ad un quadro complessivo".
Il capogruppo di An, Andrea Delmastro, ribadisce "che il tempo dei contributi elargiti a pioggia è ormai passato ma ciò
non significa che l'Istituto non avrà finanziamenti se verrà a proporci un programma specifico. Semplicemente quell'Istituto
non sarà più un interlocutore privilegiato".
(Sempre per chiarire: che l'Istituto sia stato considerato dalla Provincia di Biella
un "interlocutore privilegiato" non è assolutamente vero, anzi, potremmo portare vari esempi che dimostrano il contrario).
Duro il commento di Renato Nuccio, di Rifondazione comunista, che - prima di abbandonare l'aula per protesta - chiede
il ritiro del provvedimento che costituisce "un'offesa alla città di Biella, medaglia d'oro per la Resistenza, ma anche
all'intero Paese che nei valori della Resistenza si riconosce".
Intraprende invece, come previsto, la via del dialogo il capogruppo dei Comunisti italiani, Silvio Belletti: "Perché non
confrontarci su questi temi, con serenità, organizzando un'audizione dei responsabili dell'Istituto? Si tratterebbe di un
momento di dialogo che sicuramente contribuirebbe a chiarire le singole posizioni ed a rinfrancare gli animi".
Quello stesso giorno "Notizia Oggi" dedica nuovamente lo spazio dei "commenti" quasi interamente alla vicenda. Titolo
a tutta pagina: "L'Italia, un paese nato dalla Resistenza". Sottotitolo: "Fu la guerra partigiana che evitò un'umiliante
occupazione militare". Seguono parte della risposta di Ambrosio al presidente Scanzio e un intervento di Gustavo Salsa, consigliere comunale Ds di Borgosesia. Salsa chiede che "si riconosca la storia qual è [...]. La Resistenza risparmiò agli italiani la lunga occupazione militare sofferta
dalla Germania (che subì anche la scissione in due stati). Ma non solo: dai documenti rinvenuti negli archivi londinesi è risultato che
senza le forze della Resistenza, che permisero all'allora presidente del Consiglio, De Gasperi, di presentarsi con il famoso discorso con
assoluta dignità di fronte agli alleati, il nostro Paese avrebbe subito un'umiliante occupazione [...]. La guerra di liberazione, ricordo al
signor Orazio Scanzio, fu la lotta di popolo e ci ha risparmiato tutto questo. Certo mi trovo d'accordo nel rispetto di tutti i morti, compresi
quelli della Repubblica sociale e continuo a credere nell'assunto: 'Non la penso come te ma difenderò con tutte le mie forze la tua facoltà
di poter esprimere la tua opinione'. La storia è questa e siccome la storia esprime anche passioni civili che acquistano spessore
operativo e spirituale, desidero ribadire a gran voce che le donne e gli uomini che fecero la Resistenza erano dalla parte giusta e hanno
contribuito a salvare il Paese dai nazisti".
Il 26 si riunisce il Consiglio comunale di Biella.
In previsione della riunione, l'esponente di An Livia Caldesi ha inviato
ai bisettimanali locali una lettera di approvazione della decisione della Giunta provinciale e di attacco all'Istituto, unito a
considerazioni sulla storia dei paesi dell'Europa dell'Est.
"[...] Sull'argomento sono intervenuti in questi giorni numerosi esponenti politici della nostra città ed appare evidente dalle loro
dichiarazioni l'estrema cautela con cui viene trattato il tema, costituendo indubbiamente un nervo scoperto nella società di questi ultimi
cinquant'anni.
Significative le affermazioni dell'assessore Barazzotto che ammettono ancora l'esistenza di pagine buie nella storia della
Resistenza dalle quali facilmente si può dedurre che dopo oltre mezzo secolo questo Istituto storico non ha raggiunto risultati concreti di studio [...].
Desidero esporre due considerazioni che mi sono sorte spontanee di fronte alla scomposta reazione della sinistra. I democratici
di sinistra nei loro comunicati parlano di libertà. Ora, mi pare che, alla luce di tutto il periodo storico dalla fine della guerra sino alla
caduta del muro di Berlino - l'avvenimento più emblematico del fallimento del comunismo - non si possa affermare che i paesi assegnati
dalla conferenza di Yalta del 1945 alla zona di influenza dell'Unione Sovietica godessero di una democrazia libera quale quella dei
paesi occidentali. [...]
Un'accusa che viene mossa al Fascismo è quella di essersi alleato con il Nazismo e aver quindi condiviso le leggi razziali, la
guerra mondiale. Tengo a precisare che già il Msi Dn aveva sentito l'esigenza della ricerca della verità e degli errori del passato, ma aveva
capito che non si poteva cancellare un periodo di vita di un popolo né si doveva sommergerlo sotto il diluvio della confusione di parole e
delle dimenticanze volute dai comunisti.
[...] Mi domando, infine, se nel suo impegno di scrivere il passato, [l'Istituto] abbia ricercato testimonianze di chi era 'dall'altra
parte della barricata', cosa indispensabile per raggiungere un equo giudizio storico. Certo è che se si parte dal principio che 'anche nelle
guerre civili c'è chi combatte dalla parte giusta e chi combatte dalla parte sbagliata', come afferma il direttore dell'Istituto, non si può
non dubitare che questo sia l'obiettivo che si vuole perseguire".
In merito all'ultima parte della lettera (la sola a cui riteniamo valga forse la pena di rispondere, anche se l'insistenza con
la quale gli esponenti di una destra che non riesce o non vuole prendere le distanze dall'esperienza di Salò rischia di far
calare un fitto velo di noia sull'argomento) ribadiamo che un conto sono la
pietas per i caduti e una distaccata valutazione
storica, un altro dimenticare che gli italiani che combatterono accanto ai camerati tedeschi lo fecero per una causa immonda:
alcuni tratti in inganno, altri in preda alla rassegnazione, altri sicuri di essere nel giusto, fascisti convinti: se avessero vinto oggi
vivremmo in un mondo senza libertà. Né serve tirare in ballo altri regimi totalitari - che noi condanniamo - per inutili
operazioni mistificatorie.
A costo di ripeterci: perdono, pacificazione sì, ma non siamo disposti a seppellire le diversità fra fascismo e
antifascismo. A maggior ragione non siamo disposti a farlo per compiacere qualcuno, neppure se tiene i cordoni della borsa.
Nella stessa pagina de "La nuova Provincia di Biella" in cui è pubblicata la lettera, ne compare un'altra, a firma
Giuseppe Nobile, in cui l'autore, prendendo pretesto da un fatto di cronaca (l'ineleggibilità di un consigliere comunale di An che era
stato inquisito per un attentato) chiede (peraltro in modo contorto e non chiaramente intellegibile) che l'Istituto indaghi - par di
capire - sull'episodio resistenziale per il quale Franco Moranino (oggetto dell'ipotizzato attentato) subì una condanna
all'ergastolo.
Anche questo è uno dei consueti "cavalli di battaglia" della destra nostrana. Purtroppo non ci risulta disponibile la
documentazione inglese, la sola che potrebbe fare nuova luce sulla vicenda.
Il sindaco Gianluca Susta coglie invece l'occasione per una presa di posizione ufficiale, affidata ad un
comunicato stampa: "Ho atteso in silenzio il Consiglio provinciale di ieri prima di intervenire sulla questione della revoca dei contributi
all'Istituto storico della Resistenza, confidando in una resipiscenza del presidente e della Giunta provinciale. Così non è stato e
come sindaco di Biella, città decorata di medaglia d'oro per il contributo dato dalle genti biellesi alla lotta di liberazione,
esprimo il mio rammarico per un gesto che mortifica oltre cinquant'anni di storia democratica.
Nell'auspicare che il Comune di Biella e tutti i comuni biellesi possano ovviare al venir meno di risorse fondamentali per
il funzionamento dell'Istituto, ribadisco che il rispetto che si deve ai caduti di tutte le guerre e di tutte le parti non può far
venir meno il giudizio storico sulla Resistenza che ha rappresentato il fondamento della Costituzione repubblicana e del
rinnovato Stato democratico".
Pare che l'intervento non sia stato molto gradito dal presidente della Provincia.
Intanto, si svolge l'annunciato incontro del presidente della Giunta con "i responsabili dell'Istituto", cioè con... una
delegazione dell'Anpi e del Consiglio federativo della Resistenza biellese, composta da Anello Poma, Leandro Volpini, Luigi
Moranino, Felice Magliola e Sergio Boraine.
Fermiamoci un attimo. Forse un mese fa il presidente Scanzio poteva non conoscere la differenza tra Istituto, Anpi o... i
boiler, ma ritenevamo che, dopo varie lettere, potesse essergli chiaro che l'Istituto non è un'associazione partigiana e che i
partigiani non sono "l'Istituto". O forse si è trattato solo di un espediente di circostanza? Se è così lo scusiamo (ma rimane il fatto che
"i rappresentanti dell'Istituto" sono ancora in attesa di cortese invito).
Il cronista dell' "Eco di Biella" rileverà che, forse un po' inaspettatamente, "i panni dei fanti all'attacco" li hanno
rivestiti proprio i "resistenti di area cattolica e laica" e che la "foga ha colpito Scanzio. Ma anche gli assessori Gioggia, Pastorello
e Monfermoso".
Il bisettimanale informa inoltre che il presidente Scanzio si è scagliato contro "il grande baccano dei media", che non
avrebbero "presentato le cose nella loro luce reale", ma a Poma è bastato leggere le motivazioni della delibera e non ci sono
state scappatoie.
Che fare allora? Per intanto all'incontro è presente, forse non casualmente, un fotografo che ritrae strette di mano che
hanno l'evidente compito di trasmettere un'immagine di "dialogo aperto", per non dire di "pace fatta". Poi "per sgombrare il
campo dagli equivoci", per dimostrare che la Giunta non rinnega "nulla della Resistenza, che è un valore significativo per tutta la
gente biellese", il presidente della Provincia informa la stampa "di essere intenzionato ad avviare la procedura affinché la
Provincia biellese, e non solo Biella città, sia insignita di medaglia d'oro per meriti resistenziali".
È "la svolta", si affretta a scrivere l' "Eco di Biella", che rileva anzi che "il cambio di rotta era nell'aria fin da lunedì
pomeriggio quando il Consiglio provinciale, ognuno rimanendo sulle sue posizioni, ma nel rispetto dei valori della Resistenza,
approvando la mozione di Gentile [...] ha deciso che la Provincia interverrà su progetti mirati dell'Istituto, dopo una discussione con
esso e un'audizione che avverrà in gennaio".
È forse per questo leit
motiv che nessun periodico locale pubblica il comunicato del Consiglio direttivo dell'Istituto?
Tuttavia visto il perdurare dell'equivoco sulla "delegazione" il direttore dell'Istituto si vede costretto a precisare che "I
partigiani guidati da Anello Poma che si sono incontrati martedì scorso con il presidente della Giunta Provinciale di Biella
non costituivano una 'delegazione dell'Istituto', bensì dell'Anpi e del Cfrb. Ci fa piacere che siano stati ricevuti e che il
presidente Scanzio abbia 'spiegato loro le ragioni della cancellazione del contributo' all'Istituto, ma riteniamo opportuno precisare
che a tutt'oggi [...] nessun incontro è avvenuto tra rappresentanti dell'Istituto e l'Amministrazione stessa, né alcun invito ci è
finora pervenuto in tal senso. Avendo tuttavia appreso dalla stampa che avverrà a gennaio, restiamo in fiduciosa attesa che
vengano 'spiegate' anche a noi le ragioni della revoca dell'adesione".
Intanto, mentre Rifondazione comunista organizza l'annunciato
sit-in, il vicepresidente del Consiglio regionale del
Piemonte, Andrea Foco, scrive al presidente Scanzio.
"Egregio Presidente, sono dolorosamente sorpreso dalla decisione assunta dalla Provincia di Biella di 'tagliare' i finanziamenti
all'Istituto per la storia della Resistenza. A prescindere dall'entità del fatto economico, è il valore simbolico della decisione che mi preoccupa.
Nella Resistenza trovano fondamento, radice e significato la Repubblica e la sua Costituzione. In particolare vi si fonda il valore
della libertà. Alla guerra di Liberazione il Piemonte ha dato un contributo decisivo in ogni parte del suo territorio e per iniziativa di tutte
le correnti ideali e politiche attive all'epoca.
La memoria di quelle pagine di storia piemontese e italiana non può quindi, e non deve, essere abbandonata. L'indagine
storiografica peraltro va incoraggiata anche al fine di superare quelle visioni retoriche e mitizzanti, in cui si è talvolta caduti in passato, proprio
per l'assenza di un rigoroso impegno di ricerca.
Esprimo pertanto l'augurio che la Provincia di Biella, nella sua piena autonomia, voglia presto correggere il proprio orientamento,
con iniziative atte a manifestare costante e rinnovata adesione ai valori irrinunciabili di democrazia e libertà, testimoniati nel modo più
limpido e alto dagli uomini della Resistenza".
Questo avviene mentre sul presidente Scanzio piovono nuove critiche: la sua "mossa clamorosa", il suo "contrattacco" e le
sue dichiarazioni lasciano infatti sgomenti.
Che il "segnale forte" sia palesemente strumentale è subito evidente e del resto traspare anche dagli stessi commenti
(ufficiali e non) del presidente: "Di più che posso fare? Stiamo dimostrando per l'ennesima volta che la Provincia non rinnega i
valori della Resistenza". Ed anche: "Così - ha sussurrato a collaboratori e amici il presidente della Provincia - la smetteranno di
dire che per me i valori fondanti della Resistenza sono da gettare in
pattumiera".
L' "Eco di Biella" informa inoltre che "la presidenza è interessata ad affidare un incarico ufficiale per la procedura" e che
"intanto è stato contattato un esperto di araldica milanese". Speriamo che il tutto costi meno di trenta milioni...
Tra i meno "distratti" serpeggia immediatamente stupore: la medaglia d'oro al valor militare per attività partigiana
concessa nel 1980 e appuntata nel 1981 al gonfalone della città di Biella non è infatti - come dovrebbe essere ben noto - una
onorificenza relativa solo alla città ma, come precisa il decreto di conferimento, a tutto il Biellese.
Lo ricorda, tra gli altri, Luigi Squillario, sindaco nel 1981, che commenta: "Che la Provincia voglia la medaglia d'oro mi
pare proprio che sia un fatto inconsistente. Tutte le medaglie d'oro sono conferite al gonfalone della città capoluogo e
vengono appuntante su quel gonfalone. Di questo passo potrebbero rivendicarla tutti i comuni. Mi pare che stiamo discutendo di
cose che travalicano il valore e il significato della Resistenza, una dura guerra di liberazione nella quale il Biellese ha pagato
un grande prezzo, fatto di 667 morti e oltre duemila feriti".
Ricordando gli anni della mobilitazione per la richiesta della medaglia l'ex sindaco ricorda: "Quella fu una bella
stagione, furono anni entusiasmanti: la medaglia d'oro è stata la molla che ha unito forze politiche e sociali e che contribuì a
lanciare con convinzione la campagna per la Provincia di Biella, che si potrebbe proprio dire - e non è solo una battuta - è nata
dalla Resistenza".
Per quanto riguarda la polemica sull'Istituto e sulla Resistenza l'avvocato Squillario commenta: "Si tratta di un ente che
va valorizzato e aiutato e nell'ambito del quale c'è spazio per collaborare. Abbiamo tanti motivi di divisione se ci mettiamo
a ridiscutere pilastri già acquisiti della nostra storia democratica...".
"La bella morte"
Non fosse bastata la medaglia d'oro, a tenere desta la polemica, ci si mette pure l'anniversario della vittoria. "Il
presidente della Provincia nel messaggio rivolto ai biellesi e diramato agli organi di informazione, fa un
excursus dal Risorgimento alla grande guerra, poi giunge sullo scottante terreno della seconda guerra mondiale" e scrive: "Vent'anni dopo altri combattenti,
questa volta povere vittime di un chimerico sogno di grandezza, non si tirarono indietro e fecero fino in fondo l'ingrato
compito che la storia aveva loro assegnato".
Lo rileva il direttore di "Notizia Oggi" che ritiene non chiaro il senso e domanda: "Chi sono coloro che seppero andare
fino in fondo? Quelli che riuscirono a salvare la pelle nelle steppe russe? Quelli che si arruolarono nella Repubblica sociale
italiana? Quelli che salirono in montagna a fare i partigiani? Il dubbio non avrebbe senso, se nella delibera che la Provincia di Biella
ha rivolto all'Istituto storico della Resistenza non fossero scritte quelle parole: 'fomentatori di odio'. Erano necessarie?
Dopo cinquantaquattro anni, i conti non sono chiusi? E dunque quando si chiudono, in Italia?".
Risponde il presidente: "Confermo che il messaggio del 4 novembre voleva, e vuole essere, un giusto tributo a tutti i
combattenti, a tutti coloro che non si tirarono indietro, siano essi vittoriosi o perdenti, a quelli che, uso le sue parole `riuscirono a
salvare la pelle nelle steppe russe o si arruolarono nella Repubblica sociale italiana o salirono in montagna a fare i partigiani'. Alla
sua domanda 'dopo cinquantaquattro anni i conti non sono chiusi?' rispondo telegraficamente: dopo quanto accaduto intorno
alla vicenda dell'Istituto storico per la Resistenza sono convinto che per un'analisi serena, tranquilla, obiettiva di quel periodo
ne saranno necessari altri cinquantaquattro. Purtroppo".
Chissà a chi si riferisce? Sembra di capire che intenda addebitarne le responsabilità a quanti si ostinano a considerare
impossibile mettere sullo stesso piano (politico, militare ed etico) partigiani e nazifascisti. A chi continua a ritenere che chi operò
una scelta tragicamente sbagliata abbia diritto al rispetto, ma che ciò non possa cambiare il giudizio storico, politico e morale.
A chi non si stanca di ripetere che se, durante la guerra per liberare il nostro Paese dal nazismo e dal fascismo e durante la
fase insurrezionale, vi furono partigiani che commisero errori ed anche eccessi, la responsabilità di tutto quel sangue fu di chi
fece crescere quei giovani nell'esaltazione della violenza e alla fine volle quella guerra. A chi chiede di non smettere di
riflettere - nonostante gli anni trascorsi (ma "la bestia è ancora tra noi", ne sono testimonianza palese le espressioni di antisemitismo
che si vedono ogni domenica negli stadi) - su quale sarebbe la realtà dell'Italia e dell'Europa se Hitler e Mussolini avessero vinto.
Epilogo (provvisorio)
Basterebbero forse queste ultime affermazioni del presidente Scanzio per dimostrare che da parte della Provincia si è
cercato di chiudere frettolosamente la polemica sui contributi all'Istituto ma che in realtà le differenze restano profonde. Che
l'Istituto possa avere nei prossimi anni contributi dall'ente biellese - al di là di affermazioni interessate - sarà abbastanza
improbabile. Che possano essere accolti e finanziati nostri progetti sembra assai difficile, soprattutto se la condizione è quella che
abbiano "al primo posto i valori condivisi" dalla Giunta provinciale. Nonostante il gran polverone sollevato è chiaro che non
collimano, che "la riconciliazione" di cui parla il presidente non poggia sulle stesse basi su cui si fonda la nostra e che "la libertà" di
cui parla il vicepresidente non è la stessa a cui facciamo riferimento noi: la nostra è quella della Costituzione.
Che l'Istituto possa accettare contributi per progetti dagli obiettivi "condizionati", che possa cioè rinunciare alla
propria autonomia scientifica non è nemmeno da ipotizzare.
Che altro
aggiungere?Che ci sembra perlomeno strano che non abbia sentito l'esigenza di intervenire l'assessore
alla Cultura (che frattanto ha trovato il modo di occuparsi, tanto per fare qualche esempio, di sesso telematico e di catene di
sant'Antonio via Internet). O forse, no: essendosi trattato solo di una "questione politica", la cultura non c'entra...
Come si conclude (almeno per il momento) questa vicenda? Noi vorremmo farlo riproponendo il ringraziamento che
l'Istituto ha rivolto a quanti - amministratori, insegnanti, studenti,
cittadini - hanno espresso, in vari modi e forme, la loro
solidarietà: "Assicuriamo pubblicamente che, nonostante il mancato contributo, anche economico, dell'Amministrazione provinciale
di Biella, continueremo a svolgere la nostra attività anche a favore di quanti nel Biellese dimostrano e dimostreranno
interesse per la storia contemporanea della loro (e nostra) terra. Confermiamo, anche in risposta a polemiche strumentali, il rispetto
e la pietà umana per tutti i caduti di tutte le guerre, ma nel contempo rivendichiamo orgogliosamente la nostra scelta di
campo antifascista, nella certezza che la stragrande maggioranza degli italiani ha fatto e fa propri questi valori, che sono a
fondamento della Repubblica".
Citando il comunicato, un periodico locale constata che l'Istituto "getta acqua sul fuoco" della polemica.
Chi invece sul fuoco getta benzina è un assessore della Provincia di Vercelli, Francesco Zanotti, di
An: "Nulla vieta che gli ex partigiani
possano ottenere finanziamenti per loro iniziative, ma per
par condicio la stessa opportunità devono avere coloro che vogliono
dare continuità agli ideali della Rsi. Sono passati cinquant'anni ed è giusto dare pari dignità anche a quell'Italia che ha perso e
che difendeva valori non meno nobili di chi ha
vinto".
Ma di questo parleremo eventualmente in un'altra occasione. |