Corso di formazione/aggiornamento
"I sentieri della libertà"



L'Istituto ha organizzato, tra febbraio e maggio 2007, tre corsi di formazione/aggiornamento sul tema "I sentieri della libertà", proseguendo l'attività avviata nell'ambito del progetto interreg III "La memoria delle Alpi", promosso dal Consiglio regionale del Piemonte e dal Comitato della Regione Piemonte per l'affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della Costituzione repubblicana, con l'intento di valorizzare la conoscenza di itinerari ricchi di suggestioni ambientali, di testimonianze della cultura alpina e subalpina, di luoghi in cui si verificarono significativi eventi storici relativi alla seconda guerra mondiale.
I percorsi che sono stati presentati hanno riguardato distintamente le aree valsesiana, biellese e vercellese.

I sentieri della libertà in Valsesia

Il corso incentrato sui sentieri della libertà in Valsesia, giunto alla seconda edizione e articolato in sei lezioni, si è tenuto a Varallo, nella sede dell'Istituto, con il patrocinio della Comunità montana "Valsesia".
Relatore della prima lezione, dal titolo "Le prime bande partigiane (Varallo e dintorni)", svoltasi giovedì 22 febbraio, è stato Enrico Pagano, condirettore dell'Istituto e coordinatore del progetto, che ha fatto rivivere, attraverso immagini e testimonianze di protagonisti dei due fronti e di civili, il periodo di formazione dei primi gruppi di resistenza partigiana a Varallo e dintorni. Pagano ha ricostruito il drammatico clima di quegli ultimi mesi del 1943, individuando i tre momenti più significativi nella costituzione del Comitato di Resistenza (embrione del futuro Cln) e della prima banda di partigiani all'alpe Piane di Cervarolo, impegnati a fornire aiuto e assistenza ai prigionieri alleati in fuga verso la Svizzera, nello scontro a fuoco di Varallo del 2 dicembre '43 tra fascisti e partigiani di Moscatelli e nella battaglia di Camasco del 30 dicembre '43, che portò alla rappresaglia fascista del 31 e al devastante incendio dell'albergo Caula e di numerose abitazioni della frazione. Dal racconto di questi eventi sono emersi la determinazione e il coraggio di persone anche molto diverse tra loro per storia individuale, estrazione sociale e cultura politica, che però, accomunate dall'antifascismo, hanno combattuto, con o senza le armi, per il raggiungimento di uno stesso obiettivo.
La seconda lezione del corso ,"Le rappresaglie, le stragi, la memoria", è stata tenuta lunedì 26 febbraio dal direttore dell'Istituto, Piero Ambrosio, ed ha avuto come oggetto gli eccidi avvenuti tra la fine del 1943 e l'estate del 1944 a Borgosesia e Quarona.
Ambrosio ha introdotto l'argomento facendo cenno all'antifascismo valsesiano, che era già stato oggetto di repressione da parte dei carabinieri e dell'Ovra nel 1938: nell'estate di quell'anno, infatti, erano stati effettuati numerosi arresti, sfociati in provvedimenti di ammonizione e diffida, in cinque condanne al confino e altrettante al carcere, comminate dal Tribunale speciale.
Dopo l'8 settembre 1943, l'intensa attività della rete antifascista borgosesiana, che nell'ottobre liberò dalla caserma dei carabinieri il comandante partigiano Cino Moscatelli, richiamò l'attenzione delle autorità della Repubblica sociale. Il 21 dicembre 1943 giunse a Borgosesia il 63o battaglione della Gnr, al comando di Merico Zuccari, che fu responsabile dell'eccidio del 22 dicembre. Per la fucilazione dei dieci ostaggi nessuno pagò con un solo giorno di reclusione: quando il processo fu concluso, nel 1952, infatti, l'unico riconosciuto colpevole, Zuccari, era latitante e successivamente l'amnistia gli consentì di rimpatriare.
Nell'estate del 1944, la rioccupazione della valle, dopo la parentesi della "zona libera" (10 giugno-2 luglio), costò un grande prezzo in vite umane: dopo l'eccidio di Alagna del 14 luglio, il 18 le truppe nazifasciste fucilarono sei partigiani al cimitero di Borgosesia e il giorno seguente a Rozzo, Lovario e Marasco fucilarono sedici civili.
Il relatore si è poi soffermato su uno dei luoghi più crudamente interessati dalla guerra di Resistenza, il ponte della Pietà di Quarona dove, nell'agosto 1944, furono impiccati cinque partigiani. Nell'aprile del '44 quel luogo era già stato teatro di un attacco partigiano a un camion nemico proveniente da Varallo, in cui avevano perso la vita venti soldati della Rsi.
Ambrosio ha posto l'attenzione sulla difficoltà di reperire e interpretare le fonti, tra loro spesso discordanti, e ha valorizzato le testimonianze orali (anche con la proiezione di due filmati), che, sebbene a volte imprecise, ben riflettono la gravità e l'angoscia di quel contesto storico.
Nel terzo incontro del corso, svoltosi lunedì 5 marzo, Piero Ambrosio ha affrontato il tema "Scambi di prigionieri: luoghi e percorsi tra bassa e alta Valsesia". Al centro della lezione è stata la vicenda della cattura, il 3 febbraio 1944, dell'austriaco Hans Poppovic, dirigente della sezione "Carta e cellulosa" della Ruk, l'organizzazione che si occupava nella Germania e nei paesi occupati di armamenti e produzione bellica, e di due suoi collaboratori, nei pressi della Cartiera di Serravalle, da parte di Cino Moscatelli e altri partigiani.
I tedeschi richiesero l'immediata liberazione dei prigionieri e minacciarono di incendiare per rappresaglia il paese. La tensione salì fino a domenica 6 febbraio, quando il comando generale tedesco acconsentì, in cambio del rilascio dei prigionieri (che erano custoditi alle Piane di Viera dal distaccamento partigiano "Matteotti"), alla liberazione degli antifascisti detenuti in carcere a Vercelli. Dopo varie vicissitudini lo scambio avvenne il 9 febbraio a mezzogiorno, alla salita del Loreto, a sud di Varallo, dove intervenne anche padre Russo, del santuario della Madonna di Rado, di Gattinara, che da allora continuò a svolgere il ruolo di intermediario fino alla fine della guerra.
Nella seconda parte dell'incontro, Laura Manione, direttrice dell'Archivio fotografico Luciano Giachetti-Fotocronisti Baita di Vercelli, ha introdotto, in un più ampio contesto relativo alla lettura e all'uso della fotografia come strumento didattico, l'esperienza del vercellese Luciano Giachetti. "Lucien" lasciò un imponente corpus dedicato alla vita delle formazioni partigiane di cui egli stesso faceva parte, una documentazione unica in Italia, sia per il valore narrativo di alcune sequenze fotografiche, che sono una vera e propria fonte storiografica, sia per le istantanee scattate nei momenti di svago e negli incontri dei partigiani con la popolazione, che rappresentano uno spaccato di interesse sociale e culturale.
Giovedì 15 marzo si è svolta la quarta lezione del corso, concentrata su Rassa e sugli eventi tragici di cui fu protagonista nel marzo del 1944, argomenti sviluppati dalle relazioni di Lorena Chiara, studiosa delle culture alpine, e Alessandro Orsi, dirigente scolastico dell'Istituto alberghiero "Pastore" di Varallo e storico.
Lorena Chiara, servendosi di numerose immagini, ha compiuto un viaggio alla scoperta delle bellezze paesaggistiche e artistiche del paese e ha mostrato la ricchezza di testimonianze del passato che Rassa conserva, a ricordo dell'importanza che il paese ha rivestito nel corso dei secoli, soprattutto grazie al fatto di essere posto alla confluenza tra val Gronda e val Sorba, in una posizione particolarmente favorevole per i collegamenti e gli scambi, tanto con la Valle d'Aosta che con il Biellese.
Il percorso proposto si è snodato tra i cantoni di Rassa, dal ponte seicentesco sul torrente Gronda, alla chiesa parrocchiale dedicata alla Santa Croce, alla segheria del Seicento, tappa del sentiero etnografico del legno inserito all'interno del progetto di ecomuseo di Rassa, fino ad arrivare allo straordinario patrimonio boschivo dell'alpe Sorba e dell'alpe Selvaccia e alla cava di marmo dell'alpe Massucco. Il viaggio si è concluso alla cappelletta di San Maurizio nella frazione Birch, che ancora porta i segni del colpo di cannone sparato dai tedeschi il 12 marzo del 1944, e alla lapide al cimitero a ricordo dei partigiani caduti.
Alessandro Orsi ha ricostruito gli eventi dell'inverno '44, quando l'attacco condotto a metà febbraio dai nazifascisti contro i distaccamenti partigiani del Biellese costrinse i comandi ad operare lo sganciamento di oltre duecento uomini (tra cui giovani disarmati renitenti alla leva da poco unitisi ai partigiani) verso la Valsesia, a Rassa in particolare, considerata luogo sicuro e facilmente raggiungibile. Alle iniziali difficoltà di approvvigionamento, si aggiunse un'inaspettata nevicata alla fine di febbraio, che trasformò in una trappola quello che fino ad allora era stato un rifugio. Quando, il 12 marzo, decine di autocarri di truppe tedesche e fasciste si diressero verso Rassa per sferrare un attacco, i partigiani combattenti, dopo aver indicato ai disarmati la via di fuga per il Biellese attraverso la val Sorba, riuscirono a respingere il nemico. I militi, fermatisi a Rassa, il giorno successivo attaccarono i partigiani in fuga, che avevano imboccato erroneamente il sentiero verso la val Gronda e avevano perso i contatti con i compagni diretti verso il Biellese. Undici di loro, tra cui una donna, furono catturati e fucilati al cimitero di Rassa.
In conclusione Orsi ha esposto un interessante ed evocativo parallelo tra i drammatici fatti di Rassa e le vicende di fra' Dolcino e degli apostolici, che, nel marzo del 1306, attaccati dalle truppe vescovili, compirono una marcia di arretramento dalla Parete Calva al Biellese, simile a quella compiuta dai partigiani oltre sette secoli dopo.
La quinta lezione si è svolta lunedì 19 marzo, con l'intervento di Luca Perrone, docente, che, coadiuvato da Marco Veziaga, ha raccontato, avvalendosi anche di numerose immagini d'epoca e ambientali, l'impatto che la guerra e la Resistenza ebbero sulle comunità della val Sermenza, restituendo un quadro vivo della vita della popolazione, dagli anni venti e trenta fino al drammatico periodo del conflitto.
La valle, interessata da un lento ma progressivo calo demografico e con un'economia caratterizzata in prevalenza dall'attività agro-pastorale (con la significativa eccezione di Rima, in cui dominava l'arte del marmo finto, conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo), si era dimostrata sostanzialmente impermeabile alla penetrazione del fascismo, che aveva avuto un'influenza superficiale sulle popolazioni del luogo, per la maggior parte prive di un'idea politica definita. Lo scoppio della guerra incise sulla vita della gente in particolare riversando sulle donne, data la partenza degli uomini per il fronte, la fatica del lavoro quotidiano, ma il maggiore coinvolgimento della popolazione locale si ebbe all'indomani dell'8 settembre '43, quando molti militari allo sbando, cui si aggiunsero ex prigionieri alleati in fuga verso la Svizzera e giovani renitenti, si rifugiarono negli alpeggi e riuscirono, grazie alla solidarietà dei residenti, a ottenere rifornimento di viveri e vestiario.
Dal racconto di alcuni drammatici episodi degli anni della Resistenza è emerso il ruolo fondamentale svolto da coloro che contribuirono a sostenere il movimento partigiano e a difendere le comunità locali, quali don Daniele Bianchi, parroco di Carcoforo che nascose e curò Eraldo Gastone "Ciro", ferito nei pressi di Ferrate durante la ritirata dalla valle di Roj attraverso il passo del Cardone, il podestà di Boccioleto Alessandro Preti, che collaborò con i partigiani fornendo loro le divise, Albert Axerio, il cui intervento di mediazione salvò Rima dalla furia dei georgiani (arruolati dai tedeschi tra le loro fila), che intendevano saccheggiare e bruciare il paese, e la staffetta Daniela Dell'Occhio, che da Balmelle, frazione di Rimasco, manteneva i collegamenti con i partigiani rifugiati nella base logistica di Piè di Morello e all'alpe Sellaccio.
I relatori sono riusciti nell'intento di restituire il clima di quel periodo e il forte impatto che eventi tragici, quali la fucilazione al cimitero di Rimasco di due partigiani catturati dai fascisti all'alpe Mazzuccone, ebbero sulla coscienza collettiva, filtrandoli attraverso i ricordi e i racconti dei testimoni.
Giovedì 22 marzo il corso si è concluso con la lezione di Alberto Lovatto, consigliere scientifico dell'Istituto e di Mauro Bettini e Tito Princisvalle, guardiaparco del Parco naturale del monte Fenera.
Lovatto, dopo aver evidenziato la molteplicità di aspetti paesaggistici dell'area del Fenera, costituita da un sistema di colline che gradualmente si innalzano fino a culminare nella montagna vera e propria, si è soffermato sullo stretto legame col territorio delle formazioni partigiane dislocate nella zona, in particolare l'82a brigata "Osella", e sulla figura carismatica del suo comandante Mario Vinzio "Pesgu". Il monte Fenera, negli anni della Resistenza, fu un'area particolarmente densa di eventi (l'episodio di Cavagliasche del marzo '44, in cui morirono quattro partigiani e altri tre furono catturati e fucilati a Novara; la presenza del Comando zona Valsesia di Moscatelli a Valduggia dall'aprile '44; la battaglia dei primi di luglio '44, che concluse l'esperienza della zona libera valsesiana e culminò con la strenua resistenza dei partigiani nella frazione Bertagnina), che si sono impressi nella memoria collettiva, suscitando nel tempo una spontanea domanda di conoscenza da parte della popolazione locale.
I due guardiaparco del Parco naturale del monte Fenera (che copre il territorio di Borgosesia, Valduggia, Grignasco, Cavallirio, Prato Sesia, Boca e Maggiora) si sono soffermati sugli aspetti naturalistici dell'area e hanno illustrato, oltre alle mansioni di conservazione del territorio di loro competenza (azioni di controllo sul taglio degli alberi, abbattimento dei cinghiali, pulizia dei terreni, attività antincendio, contrasto agli abusi edilizi e agli scavi illegali alle grotte del Fenera, ripristino di strade e sentieri, cura della fauna e della flora e organizzazione di attività didattiche), un importante progetto ancora allo stadio embrionale: la creazione di un sentiero polifunzionale e tematico legato alla fuga degli ex prigionieri alleati verso la Svizzera dopo l'8 settembre.
Il "sentiero degli inglesi", della durata complessiva di 25 chilometri, ma organizzato in moduli di più comoda percorrenza, intende ricostruire, attraversando i comuni di Grignasco, Valduggia e Borgosesia e toccando le frazioni di Ara, Colma, Maretti, Castagnola, Rasco, Fenera Annunziata e Cascina Cesare, gli eventi degli ultimi mesi del 1943, quando i prigionieri inglesi alloggiati al mulino Jannetti e utilizzati come forza lavoro alla cava Colombino, dopo essere rimasti nascosti nelle frazioni della zona per qualche tempo, furono condotti in salvo in Svizzera, affrontando un pericoloso percorso che da Varallo portava ad Alagna, alla Grand Alt, al col d'Olen, alla capanna Gnifetti e da qui, attraverso il colle del Lys e il ghiacciaio del Grenz, fino a Zermatt.
Con la realizzazione di questo ambizioso progetto l'Ente Parco intende dare il proprio contributo alla conservazione della memoria di eventi storici così significativi e ricordare l'intervento solidale della popolazione, in particolare di Aldo De Paulis, che organizzò la traversata degli ex prigionieri esponendosi in prima persona.

I sentieri della libertà nel Vercellese

Il corso "I sentieri della libertà nel Vercellese", organizzato in quattro incontri, si è tenuto a Vercelli, nell'aula magna dell'Istituto tecnico industriale.
Martedì 20 marzo, nella lezione inaugurale, Enrico Pagano, dopo aver illustrato le finalità del progetto "La memoria delle Alpi", si è concentrato sul tema dei prigionieri alleati (australiani, neozelandesi, nordafricani) che, dopo l'8 settembre '43, in fuga dai campi di concentramento, cercarono di mettersi in salvo raggiungendo la Svizzera, o decisero di unirsi al movimento partigiano, o rimasero imboscati fino alla fine della guerra. In particolare, a Vercelli operò il campo di prigionia Pg 106, attivo dal marzo del '43 e ospitante, in numerosi sottocampi, oltre milleseicento prigionieri, spesso utilizzati per il lavoro agricolo. Risolti i problemi pratici di orientamento e vestiario grazie all'aiuto di comitati spontanei sorti a questo scopo (i futuri Cln), i prigionieri che intendevano fuggire in Svizzera raggiungevano Alagna, e di qui Macugnaga e il passo del monte Moro o seguivano altre direttrici, quali il passo di Baranca e il passo della Dorchetta in val Mastallone.
Nella seconda parte della lezione, incentrata sulla partecipazione dei vercellesi al movimento resistenziale, Pagano, servendosi di dati numerici relativi alla suddivisione dei resistenti per qualifiche, età, aree di provenienza, professioni, nonché ai periodi di più intensa adesione alle formazioni, al loro colore politico e alla partecipazione femminile, ha tracciato un preciso quadro del partigianato, da cui emerge in particolare la giovane età dei resistenti (per la maggior parte tra i 18 e i 21 anni), la presenza rilevante di appartenenti a formazioni autonome (ferma restando la prevalenza di garibaldini), il maggiore afflusso nel mese di giugno del '44, data la scadenza a fine maggio dei bandi di arruolamento della Rsi, e una percentuale significativa di donne resistenti, perlopiù provenienti dal mondo dell'industria e del terziario. L'incontro si è concluso con la presentazione dei sentieri della libertà fino ad ora allestiti in Valsesia nell'ambito del progetto "La memoria delle Alpi", corredati lungo il percorso da pannelli illustrativi degli aspetti naturalistici, storici e resistenziali che li caratterizzano e particolarmente rilevanti da un punto di vista didattico.
Il secondo incontro del corso si è svolto venerdì 23 marzo. Arnaldo Colombo, ex docente, storico, affrontando l'argomento dei luoghi e percorsi della Resistenza nella baraggia vercellese, ha messo in evidenza lo stretto rapporto tra partigiani e territorio mostrando, anche grazie alla preziosa testimonianza delle immagini del partigiano e fotografo Luciano Giachetti "Lucien", l'integrazione che in queste zone si venne a determinare tra resistenti e popolazione civile.
Nella primavera del '44, con la pianurizzazione delle formazioni partigiane, la baraggia divenne il fulcro di attività della 50a brigata "Garibaldi". Servendosi del legname recuperato dai capannoni Fiat abbandonati nella zona di Lenta e Roasio, adibiti alla produzione di veicoli militari prima e a semplici magazzini di deposito poi, i partigiani costruirono baracche in cui trovare rifugio e riparo. Inoltre, per procurarsi viveri in un'area ricca di riso, grano e altri cereali, istituirono il reparto intendenza, i cui agenti avevano il compito di contrattare con gli industriali risieri e i piccoli agricoltori della zona le quantità di alimenti di cui rifornire le formazioni. Pur non mancando episodi di prelievi forzosi di cibo, i partigiani cercarono sempre di mantenere con la popolazione delle cascine un rapporto fondato sulla correttezza, in modo da poter contare sulla loro fondamentale collaborazione.
Colombo ha inoltre ricordato, oltre alle importanti figure dei religiosi padre Giuseppe Russo, intermediario tra partigiani e tedeschi per gli scambi di prigionieri, e don Mario Casalvolone "Macario", aggregato alla 50a brigata, le violente rappresaglie nazifasciste verificatesi nell'area della baraggia: a Mottalciata nella primavera del '44, durante un attacco fascista a sorpresa, furono uccisi tre partigiani e altri diciassette furono fucilati al cimitero del paese; a Roasio nell'agosto '44, per vendicare l'uccisione di due soldati tedeschi, le Ss fucilarono undici civili inermi, impiccarono ai balconi del paese cinque prigionieri provenienti da Biella e ne appesero altri sei ai pali della luce sulla strada che da Gattinara conduce a Biella; a Buronzo, nel marzo del '45, dodici partigiani, per rappresaglia nei confronti di un'azione della 50a brigata che aveva portato alla morte di alcuni soldati tedeschi, furono prelevati dalle carceri di Torino e fucilati alla Garella.
A conclusione della lezione, la proiezione delle fotografie di Luciano Giachetti "Lucien", commentate dal relatore e da Teresio Pareglio, ex partigiano della 109a brigata, ha mostrato la quotidianità delle formazioni dall'interno: dalla costruzione delle baracche, alla macellazione degli animali, dai rapporti amichevoli con la popolazione, all'attività ludica nel tempo libero, tutti momenti della vita partigiana significativi tanto quanto gli aspetti più strettamente militari.
Venerdì 30 marzo si è tenuta la terza lezione, in cui Piero Ambrosio, concentrandosi su Vercelli in guerra, in particolare sui giorni dell'insurrezione e della liberazione della città, ha ricostruito la presenza sul territorio delle truppe fasciste e tedesche, soffermandosi in particolare sulle vicende del 63o battaglione della Guardia nazionale repubblicana, divenuto poi legione "Tagliamento", in seguito alla fusione con il battaglione "Camilluccia". Il reparto, comandato dal seniore Merico Zuccari, giunse a Vercelli il 19 dicembre del 1943 e vi rimase, stanziato nella Caserma Trombone, fino al 10 giugno del 1944, rendendosi responsabile di alcuni degli eccidi più efferati avvenuti in provincia (Borgosesia, Rassa, Curino, Mottalciata).
I dati sulla presenza fascista e tedesca nell'allora provincia di Vercelli, intorno alla metà di aprile del 1945 (quattromilacinquecento uomini fortemente armati, a cui vanno aggiunti i circa mille dislocati in Valsesia) sono approssimativi, data l'impossibilità di consultare le fonti militari e quindi la difficoltà di stilare elenchi precisi delle formazioni nazifasciste presenti sul territorio. Nello stesso periodo, a pochi giorni dall'attuazione del piano insurrezionale, le forze partigiane presenti nella I zona Cvl "Biellese" (comprendente anche il Vercellese) erano organizzate in sei brigate "Garibaldi", inquadrate della V e nella XII divisione, una brigata "Giustizia e libertà", una brigata di polizia e due brigate Sap, per un totale di circa cinquemila uomini, con un armamento notevolmente inferiore.
Liberata Biella il 24 aprile e Santhià la sera del 25, la liberazione di Vercelli avvenne il 26, grazie all'azione congiunta della 182a brigata, della XII divisione e della brigata Sap "Boero", che costrinsero i tedeschi alla resa e i fascisti alla fuga, bloccata poi dai partigiani valsesiani a Castellazzo Novarese nella notte tra il 27 e il 28 aprile.
Le fotografie di Luciano Giachetti "Lucien" e Adriano Ferraris "Musik", commentate da Laura Manione, hanno fornito una testimonianza diretta dell'arrivo dei partigiani a Vercelli, della loro permanenza in città e delle sfilate del 1 e del 13 maggio 1945, a Liberazione ormai avvenuta, quando la popolazione poté esercitare, per la prima volta dopo decenni, il proprio diritto di partecipazione a libere manifestazioni.
Manione ha posto l'accento sulla spontaneità e libertà dello sguardo dei fotografi, che ben si comprende mettendo a confronto la novità linguistica delle loro immagini (invadenza dei primi piani, utilizzo ricorrente del mosso e dello sfocato) con le ingessate fotografie della propaganda di regime, e ha evidenziato come l'unicità del corpus fotografico resistenziale di Giachetti consista nell'intrecciarsi di rappresentazione e autorappresentazione, essendo egli fotografo e partigiano insieme, quindi spettatore e allo stesso tempo attore degli eventi che ritrae.
Martedì 3 aprile si è tenuta la lezione conclusiva del corso, sul tema "I sentieri della libertà tra Po, Dora Baltea e Monferrato", con interventi di Alessandra Cesare e Marilena Vittone, docenti e ricercatrici storiche.
Alessandra Cesare ha evidenziato il rilievo naturalistico e storico del territorio di confine compreso tra Po, Dora Baltea e Monferrato, rivalutato grazie ad un progetto mirante ad educare ai luoghi soprattutto le giovani generazioni. La valorizzazione di itinerari che, a partire da Crescentino, toccano i vicini comuni di Saluggia nel Vercellese, di Gabiano, Moncestino e Villamiroglio in provincia di Alessandria, di Verrua Savoia e Brusasco in provincia di Torino, di Robella d'Asti in provincia di Asti, agevolmente percorribili a piedi, a cavallo, in mountain bike e, in alcuni casi, anche in canoa, rende possibile il recupero di una zona fino ad ora esclusa dai circuiti escursionistici più noti, molto varia e interessante dal punto di vista della fauna e della flora. La presenza sul territorio di enti quali l'Ecomuseo della Pietra da Cantoni, il Parco fluviale del Po alessandrino e il Parco fluviale del Po torinese, oltre alla creazione del progetto "Biomonf", che ha l'obiettivo di compiere una completa catalogazione della biodiversità nell'area delle colline del basso Monferrato, dimostra la molteplicità di possibilità offerte da un paesaggio estremamente ricco e diversificato.
Marilena Vittone, ricostruendo gli eventi che hanno interessato il territorio di confine tra le province di Vercelli, Torino, Alessandria e Asti durante gli anni della Resistenza, ha ricordato la presenza, all'indomani dell'8 settembre, di molti soldati sbandati e giovani renitenti, sottrattisi ai bandi di arruolamento della Rsi, nonché di prigionieri alleati in fuga dai campi di prigionia del Vercellese. In questo contesto si costituì una rete di solidarietà tra le popolazioni contadine del luogo ed emerse il ruolo fondamentale di don Mario Casalvolone, vice parroco di Crescentino, poi partigiano della 50a brigata "Garibaldi", e del vescovo Angrisani di Casale Monferrato, impegnato attivamente nell'intervento a favore degli ebrei in fuga dalla persecuzione e dalla deportazione.
Nella primavera del 1944 si delineò in quest'area una presenza cospicua di brigate partigiane, in prevalenza formazioni autonome (VII divisione "Monferrato", XI divisione "Patria") impegnate in azioni di sabotaggio alle vie di comunicazione quali ponti e ferrovie.
Si trattava di militari badogliani, monarchici e di orientamento democristiano, a testimonianza del fatto che la Resistenza non fu un fenomeno privo di sfumature, ma ebbe al suo interno, pur nella cornice di un comune obiettivo, formazioni caratterizzate da diversi gradi di politicizzazione.
Vittone ha poi ricordato il tributo di vite umane che Crescentino pagò in quei difficili anni di guerra (la fucilazione di nove persone l'8 settembre 1944, in conseguenza della rappresaglia per l'uccisione di un soldato tedesco da parte dei partigiani e il successivo incendio e saccheggio del paese il 19 settembre, che causò la morte di due civili) e ha sottolineato l'importanza di un censimento delle lapidi e dei monumenti sul territorio che recuperi la memoria dei numerosi tragici episodi di quel periodo.

I sentieri della libertà nel Biellese

Le sei lezioni del corso "I sentieri della libertà nel Biellese", iniziativa patrocinata dalla Provincia di Biella, si sono svolte nella sala stampa e nella sala Becchia della Provincia.
Lunedì 23 aprile si è tenuto il primo incontro, in cui Enrico Pagano, con una relazione sugli itinerari e i luoghi della memoria della Resistenza nel Biellese, ha tratteggiato un quadro del fenomeno resistenziale biellese mediante un'attenta considerazione dei dati numerici relativi alle qualifiche di partigiano, patriota o benemerito attribuite ai resistenti, all'area in cui operarono i combattenti, alle loro classi di età, alla professione esercitata, al colore politico delle formazioni, al periodo di maggiore adesione ad esse. Dall'analisi sono emerse una forte presenza della Resistenza armata nell'area biellese, di molto superiore a quella registrata nel Vercellese, e una figura di resistente in prevalenza tra i 18 e i 20 anni, proveniente dalla classe operaia e militante nelle brigate "Garibaldi", che aderì alla lotta in maggior misura nel giugno del 1944, in concomitanza con lo scadere dei bandi di arruolamento della Rsi.
Pagano ha poi affrontato il tema dei prigionieri di guerra alleati in fuga dai campi di concentramento (in particolare il campo di prigionia Pg 106 di Vercelli) dopo l'8 settembre '43, già trattato nella lezione inaugurale del corso sui sentieri della libertà nel Vercellese, a cui si rimanda.
In conclusione Pagano ha ripercorso i tragici episodi che sconvolsero la provincia di Vercelli nel sanguinoso periodo 1944-45: le stragi di Santhià e Cavaglià del 29-30 aprile 1945, compiute dai tedeschi in ritirata, che videro la morte di oltre cinquanta persone tra partigiani e civili; l'episodio efferato della fucilazione a Salussola di venti partigiani della 109a brigata "Garibaldi" il 9 marzo '45, dopo una notte di sevizie e torture; l'eccidio di Mottalciata del 17 maggio '44, in cui trovarono la morte venti uomini del distaccamento "Bandiera", sorpresi dai fascisti grazie ad una delazione; la fucilazione per rappresaglia, il 15 marzo '45, nella zona della Garella, di dodici partigiani prigionieri dei tedeschi; la brutale rappresaglia nazista contro la popolazione civile di Roasio l'8 agosto '44, che vide la fucilazione di undici persone e l'impiccagione di altri undici giovani ai balconi delle case e ai pali della luce lungo la Gattinara-Biella; infine l'episodio di Curino, ossia lo scontro a fuoco tra i fascisti della "Tagliamento" e i partigiani di Francesco Moranino "Gemisto", in cui trovarono la morte otto giovani resistenti e tre civili.
Questo tragico itinerario delle stragi offre una drammatica testimonianza del tributo di sangue che il territorio della provincia di Vercelli pagò negli anni della Resistenza e dell'elevato sacrificio di vite umane tanto tra i partigiani quanto tra la popolazione civile.
Venerdì 27 aprile Alessandro Orsi e Lorena Chiara hanno riproposto a Biella la lezione su Rassa e gli eventi drammatici di cui fu protagonista nel marzo del 1944, già tenuta a Varallo, per il cui breve resoconto si rimanda alla parte relativa al corso "I sentieri della libertà in Valsesia".
La terza lezione del corso si è svolta venerdì 4 maggio, con l'intervento di Giuseppe Pidello, coordinatore dell'Ecomuseo Valle Elvo e Serra, che ha presentato il documentario "Serra e Libertà. Viaggio nei paesaggi della Resistenza", da lui realizzato in occasione del 60o anniversario della Liberazione in collaborazione con Maurizio Pellegrini.
Il film, seguendo da un lato il cammino solitario sui sentieri della Serra di un anziano ex partigiano e, dall'altro, i passi di un ragazzo alla ricerca delle tracce della guerra di liberazione nello stesso territorio, intreccia al percorso del recupero della memoria di chi ha vissuto quegli eventi, il viaggio di chi li scopre per la prima volta.
Così, mentre Dino Cesale Ros "Bambo", ritorna alla cascina Varnej, dove nell'autunno-inverno del 1943 si rifugiò il distaccamento "Nino Bixio", prima formazione partigiana della valle Elvo, che diede in seguito origine alle brigate "Garibaldi" 75a e 76a, il giovane Mattia ascolta, dalla voce dell'unico sopravvissuto, Sergio Canuto Rosa "Pittore", il racconto drammatico dell'eccidio di Salussola del 9 marzo 1945 ed entrambi, dopo un percorso a tappe che tocca, tra l'altro, il monumento ai caduti della VII divisione "Garibaldi" di Lace (Donato) nel gennaio del 1945, si ritrovano a Sala, importantissimo centro della Resistenza nel Biellese.
Sede di comandi partigiani, dell'emittente radiofonica clandestina "Radio Libertà" e di diversi episodi della guerra di liberazione, Sala è il luogo ideale in cui può avvenire il passaggio del testimone dalla vecchia alla nuova generazione. Aprendosi all'ascolto dei ricordi e delle esperienze di guerra degli anziani riuniti nel bar del paese, Mattia (e, per suo tramite, tutti i suoi coetanei) diventa depositario di una memoria da custodire e conservare e dalla quale, nello stesso tempo, far germogliare un futuro di pace.
La realizzazione del documentario si inserisce nell'ambito delle iniziative legate al progetto dell'Ecomuseo Valle Elvo e Serra, a sua volta facente parte del più ampio Ecomuseo del Biellese, nel quale sono coinvolti enti locali e istituzioni culturali del territorio biellese, impegnati nella realizzazione di cellule ecomuseali che conservino la memoria dei luoghi e ne recuperino la storia e le tradizioni.
Lunedì 7 maggio si è svolta la quarta lezione del corso, nella quale Claudio Martignon, esperto della storia e delle tradizioni valsesserine, con il racconto della storia di Postua e delle sue bellezze artistiche e naturalistiche, e Alessandro Orsi, con un intervento incentrato sulla Resistenza a Postua, hanno ricostruito gli eventi storici più significativi vissuti dalla Valsessera, in particolare durante i difficili anni della seconda guerra mondiale.
Martignon ha illustrato come Postua, facente parte dal Rinascimento del Marchesato di Crevacuore, conservi sul suo territorio numerose tracce di una religiosità che, innestatasi sui culti celtici, li assorbì a poco a poco, realizzando edifici religiosi che mantennero inizialmente i simboli precristiani, per poi affrancarsene nel corso dei secoli.
Teatro nel Seicento di rivolte popolari contro i signori della famiglia Fieschi e coinvolta nella guerra di successione del Monferrato tra i duchi di Savoia e gli spagnoli di Milano, Postua vide nascere nel Settecento ed intensificarsi nell'Ottocento un flusso migratorio che portò boscaioli e carbonai prima e manodopera specializzata poi, verso la Svizzera e la Francia, fino ad arrivare all'insediamento all'estero, in particolare nella Francia occidentale, di abili imprenditori edili come i fratelli Novello, impresari del cemento originari della frazione Roncole.
Orsi ha sottolineato il forte radicamento nel territorio di Postua di un socialismo dal volto pacifico e riformista e la scarsa influenza che il fascismo ebbe in Valsessera, nonostante il tentativo degli squadristi di Quarona di imporlo con la violenza delle distruzioni e dei saccheggi. All'indomani dell'8 settembre, i giovani renitenti che si ritrovarono in montagna per sottrarsi ai bandi della Rsi, figli dei vecchi socialisti crevacuoresi e postuesi perseguitati dal regime con il carcere o l'esilio, si stabilirono prima a Noveis e poi in val Strona e, sotto l'esperta guida di Francesco Moranino "Gemisto", cominciarono a dare vita ad un embrione di movimento resistenziale, organizzandosi nel distaccamento "Pisacane".
Nel dicembre 1943, con l'arrivo dei fascisti del 63o battaglione della Guardia nazionale repubblicana, divenuto poi legione "Tagliamento", la popolazione della Valsessera, che fino a quel momento aveva avuto limitati contatti con i gruppi di resistenti che si stavano organizzando sulle montagne, venne duramente colpita. Il 25 gennaio del 1944, nel tentativo di porre fine alla prima esperienza di governo partigiano, insediatosi a Postua dalla fine del mese di dicembre '43, i nazifascisti attaccarono il paese e, dopo aver costretto i partigiani a ritirarsi, lo sottoposero a un pesante rastrellamento, conclusosi con la devastazione di molte case, arresti, uccisioni di civili e la deportazione di tre persone (due delle quali non tornarono) nel campo di concentramento di Mauthausen.
Col racconto di questi e altri episodi drammatici svoltisi nei mesi successivi, Orsi ha ricordato la lotta silenziosa e tenace contro la violenza fascista combattuta dalle comunità in guerra della Valsessera (a cominciare dai parroci e dalle suore che si schierarono con la Resistenza), che pagarono con un elevato tributo di sangue e sofferenza il proprio coinvolgimento.
Nella quinta lezione del corso, svoltasi venerdì 11 maggio, Giuseppe Pidello e Marco Neiretti, consigliere scientifico dell'Istituto, hanno fornito un quadro della situazione della valle Elvo nel periodo della seconda guerra mondiale e, in particolare, del paese di Sordevolo.
Dopo la proiezione fatta da Pidello del filmato "La Resistenza a Sala", un'intervista a Elio Parlamento "Varzi" che, dopo l'8 settembre, decise di sottrarsi ai bandi di arruolamento della Rsi e fu tra i fondatori di uno dei primi distaccamenti del Biellese, il "Nino Bixio", con sede alla cascina Varnej, Marco Neiretti ha affrontato il caso dell'elevata percentuale di deportati che si registrò nel comune di Sordevolo.
Nel paese, a carattere prevalentemente operaio, data la presenza delle Officine meccaniche fondate negli anni dieci del Novecento da Felice Pedrazzo e poi consolidate e ampliate negli anni venti, nelle quali si era formata una manodopera specializzata altamente politicizzata, il fascismo non aveva avuto una agevole penetrazione.
Nella primavera del 1943 gli operai delle Officine parteciparono massicciamente all'ondata di scioperi che coinvolse tutto il Nord Italia e, a queste prime agitazioni, ne seguirono altre in agosto e in dicembre. Celeste Nicolo, un comunista ritornato dalla Francia, in contatto con i quadri rivoluzionari del Pci clandestino, e Alfonso Pedrazzo, mazziniano, entrambi di Sordevolo, espostisi nei giorni degli scioperi di massa e pertanto considerati pericolosi agitatori, furono arrestati dai fascisti, insieme a Placido Comotto di Occhieppo Inferiore, e deportati nei campi di Mauthausen e Gusen, da cui non fecero più ritorno.
Neiretti ha evidenziato come la violenza della deportazione colpì a Sordevolo, accanto a operai delle Officine, anche gruppi di antifascisti clandestini che, traditi da spie infiltrate nel movimento, furono oggetto di rastrellamenti e arresti (nel dicembre 1943 furono arrestati Gioacchino e Danilo Nicola, Giacinto Pugno e Mario Monticelli); membri dell'alta borghesia sordevolese, quali l'avvocato Flaminio Bona, vicepresidente dell'Ordine degli avvocati di Torino, probabilmente punito per avere denunciato gli illeciti compiuti da Pietro Peraldo, podestà di Sordevolo, nonché membro del Tribunale speciale di Novara, e altri abitanti del paese che avevano manifestato simpatie antifasciste.
Senza dimenticare l'importanza del movimento partigiano nella zona, costituito per la maggior parte da giovani appartenenti alla classe operaia organizzatisi nel distaccamento "Bixio", sotto il comando di Bruno Salza "Mastrilli", che, nel mese di febbraio del 1944, subì la perdita di quattro uomini in un agguato fascista nei pressi di Sordevolo, Neiretti ha però sottolineato il fatto che la particolarità di questa comunità della valle Elvo fu un'opposizione al fascismo prevalentemente non armata, pagata duramente dalla popolazione con la deportazione di diciotto persone su un totale di millequattrocento abitanti.
Venerdì 18 maggio si è tenuta la sesta ed ultima lezione del corso, in cui Marcello Vaudano, vicepresidente dell'Istituto, ha tratteggiato un quadro della città di Biella durante la guerra, mettendo in evidenza, con l'aiuto dei giornali dell'epoca e di fonti bibliografiche sull'argomento, l'impatto che il conflitto ebbe sulla vita della popolazione in quegli anni difficili e fornendo molteplici spunti da approfondire ed elaborare in un più ampio lavoro di ricostruzione degli aspetti della vita cittadina e dei luoghi più significativi della città in guerra che l'Istituto sta progettando.
Biella, che conobbe un dirompente incremento demografico nei decenni a cavallo tra Ottocento e Novecento, vide in quello stesso periodo crescere notevolmente il proprio peso economico grazie allo sviluppo della dominante industria laniera e all'espansione del commercio e dei servizi pubblici, e andò modificando nel tempo anche il proprio assetto urbanistico. Ampliatasi notevolmente intorno all'asse centrale rappresentato da via Umberto I (oggi via Italia), Biella si sviluppò ulteriormente durante gli anni del fascismo grazie ad un'intensa attività edilizia, le cui consistenti tracce si conservano tuttora (stazione Biella S. Paolo, stadio La Marmora, Itis di via Fratelli Rosselli, Casa dell'Unione fascista degli industriali, ecc.) accanto ai segni di una capillare opera di fascistizzazione della toponomastica.
Durante il ventennio Biella era riuscita a mantenere una vivace vita artistica ed un intenso dibattito culturale, che si rifletteva nelle pagine delle riviste "Illustrazione biellese" e "Rivista biellese", pubblicate in quegli anni accanto a "Il popolo biellese", giornale di regime e "Il Biellese", organo di stampa della Curia, a testimonianza di una censura fascista ancora non particolarmente soffocante.
La guerra, alla quale la popolazione venne preparata con largo anticipo mediante la costruzione di rifugi antiaerei e la diramazione di precise istruzioni cui attenersi in caso di bombardamenti, si ripercosse sulla vita quotidiana dei biellesi con il razionamento dei viveri, il coprifuoco, il divieto di ascoltare trasmissioni radio che non fossero dell'Eiar e le limitazioni alla libera circolazione delle persone, restrizioni intensificatesi con il procedere del conflitto, in particolare dopo l'8 settembre 1943, con l'arrivo dei tedeschi in città, e i primi attacchi partigiani (il 7 dicembre del 1943 la prima azione partigiana in città, a carattere dimostrativo, comportò la distruzione della tipografia Sateb).
La svolta drammatica, che nessuno avrebbe potuto immaginare dopo la giornata di festa del 26 luglio 1943, quando i biellesi scesero in piazza per festeggiare la caduta di Mussolini, si ebbe con gli eccidi del 22 dicembre 1943 e del 4 giugno 1944, quando furono fucilati rispettivamente sette partigiani in piazza San Cassiano (oggi San Giovanni Bosco) e ventidue giovani (tredici partigiani e nove civili) in piazza Quintino Sella (ora piazza Martiri), i cui corpi furono lasciati esposti per tre giorni.
Vaudano ha infine ricordato, tra gli altri luoghi della città particolarmente significativi negli anni della guerra e della Resistenza, Villa Schneider, luogo di efferate torture compiute sui partigiani da membri delle Ss italiane che, pur riconosciuti responsabili di almeno due omicidi e condannati a lunghe pene detentive, nei primi anni cinquanta ritornarono in libertà.