La relazione del Comando di zona Cvl
sulla Resistenza nel Biellese
"l'impegno", a. I, n. 0, aprile 1981
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Gli estensori della presente, nella loro qualità di Comandante, Commissario e Vice Comandante
delle formazioni partigiane operanti nella zona Biellese, nell'arco di tempo che va dall'ottobre 1943 al 2
maggio 1945, prima ancora di esporre le vicende dell'attività politico-militare, ritengono doveroso dare risalto
all'opera di solidarietà ed anche di partecipazione diretta alla Resistenza svolta dalla popolazione della città
e principalmente dei paesi delle vallate del Biellese.
Tale azione nacque, soprattutto agli inizi, da quello slancio entusiastico e pieno di spirito di sacrificio di
cui in talune circostanze storiche le popolazioni sono capaci, ancorché non siano sollecitate da un organo direttivo.
Nondimeno, essa fu sostenuta dalla presenza attiva del Comitato del Fronte Nazionale d'azione già
esistente prima dell'8 settembre, e poi del Comitato di Liberazione Nazionale, che agì quale organo coordinatore
e dirigente della Resistenza nel Biellese. Questa solidarietà organizzata fu la condizione essenziale
e indispensabile della creazione delle formazioni partigiane e dello sviluppo dell'azione militare.
Assistenza ai militari italiani e agli ex prigionieri degli eserciti alleati
A testimonianza della vasta opera di solidarietà verso i militari dell'esercito italiano e dei prigionieri
alleati, si debbono ricordare almeno questi fatti:
Nei giorni seguenti l'8 settembre 1943, un treno carico di soldati prigionieri dei tedeschi transitava
dalla stazione di Santhià ed ivi sostava qualche tempo. Malgrado la scorta di militari tedeschi ai vagoni
piombati in cui erano stipati i prigionieri, fu possibile l'audace iniziativa di un gruppo di operai e tecnici biellesi
e locali delle officine Magliola di Santhià, che aprirono i vagoni, dai quali fuggirono in varie direzioni
ben 1.800 soldati. Quando i tedeschi, riavutisi dalla sorpresa, cercarono di padroneggiare la situazione, il
treno era vuoto e fu resa vana la loro ricerca dei fuggiaschi.
Il C.L.N. di Biella prese decisamente posizione per proteggere i militari biellesi, che riuscirono a
raggiungere le loro famiglie o comunque a trovare lavoro nelle fabbriche locali, dopo lo scioglimento dell'esercito
regio. Il C.L.N. fece pervenire ai proprietari delle aziende tessili e delle altre industrie formale diffida
contro chiunque si rendesse colpevole di denunciare la presenza di questi ex militari e contro quanti rifiutavano
la riassunzione dei loro vecchi dipendenti tornati alle loro case.
Larga e continua fu l'opera di assistenza agli ex prigionieri inglesi, australiani e neozelandesi, fuggiti
dal campo di concentramento di Salussola-Brianco. Molti di essi furono avviati ai valichi alpini e
accompagnati fino al territorio svizzero. Il C.L.N. versava alle guide alpine un compenso "una tantum" per ogni unità
che giungeva a destinazione. Molti altri furono ospitati per tutto il periodo dell'occupazione tedesca
presso famiglie biellesi. Alcuni entrarono nelle formazioni partigiane. Una statistica pur non completa,
calcolata dalle autorità alleate in Piemonte dopo la Liberazione fornisce questo prospetto: nel settembre 1943 vi
erano in tutto il Piemonte 1.800 prigionieri; nel marzo 1944 ne restavano 1.000 così distribuiti: 300 in provincia
di Torino, 150 in quelle di Asti e Alessandria, 150 in quelle di Cuneo e Aosta, 400 in quella di Vercelli;
nel novembre 1944 ne restavano 400 dei quali 100 nel Monferrato, 50 nel Canavese, 250 nel Biellese e
nella Valsesia. Chiaro indizio che le zone alpine della provincia di Vercelli erano le più sicure, ma anche
quelle dove era più facile trovare un rifugio e ospitalità. Ciò non sarebbe stato possibile se, attorno alle famiglie
che ospitarono a loro rischio e pericolo questi prigionieri, anche per tutta la durata della guerra, non vi
fosse stata una vasta partecipazione e completa solidarietà delle popolazioni delle valli.
La costituzione dei distaccamenti partigiani
Accanto a questa Resistenza, per così dire passiva, si sviluppò dal novembre 1943 quella attiva, con
la costituzione dei primi distaccamenti partigiani. Essa interpretò anche il rifiuto dei giovani che
venivano chiamati alle armi dalla repubblica mussoliniana e diede una risposta valida al tentativo di asservire il
paese e la popolazione all'esercito occupante. Caratteristica delle prime unità partigiane fu la saldatura tra la
loro azione militare e quella operaia contro la politica di affamamento che le spogliazioni dei tedeschi e
la conseguente vertiginosa ascesa dei prezzi provocavano. La prima vera azione di guerra, ad esempio,
ebbe luogo il 10 dicembre a Tollegno dove, a seguito di uno sciopero alla Filatura omonima, la polizia
fascista tentava di prelevare un gruppo di operai per deportarli. I partigiani, appostati nelle vicinanze dello
stabilimento, sorprendevano i fascisti mentre accompagnavano gli operai al camion e con una nutrita fucileria li mettevano
in fuga. Questa azione fu la premessa di un più deciso e vasto intervento dei partigiani in appoggio e
a protezione dello sciopero generale delle maestranze di tutto il Biellese e della vicina Valsesia, che si
effettuò con successo il 21 dicembre. Le imboscate partigiane causarono la perdita di tre tedeschi e di alcuni
fascisti alle porte di Biella e in Valsessera. Questi, dopo aver proclamato il coprifuoco, seppero solo scatenare
feroci rappresaglie contro partigiani e soprattutto civili: sei persone furono fucilate a Biella il 22, quattro a
Cossato, tre a Valle Mosso, e altri morti vi furono nella valle d'Andorno e nella Valsessera.
Gli scioperi nelle fabbriche continuarono tuttavia nel gennaio seguente e non si arrestò neppure il
processo di crescita delle formazioni partigiane. Il 15 gennaio i sei distaccamenti già operanti nel Biellese
vennero inquadrati in una sola unità militare che prese il nome di Brigata "Biella", la seconda Brigata
"Garibaldi" che si costituiva in Italia. Ad essa fu aggregato provvisoriamente il distaccamento valsesiano
"Antonio Gramsci" comandato da Vincenzo Moscatelli.
I sanguinosi combattimenti del primo inverno
Il duro inverno 1943-44 e la successiva primavera furono contrassegnati da continui attacchi e
rastrellamenti di tedeschi e fascisti per distruggere le unità partigiane che erano riuscite perfino ad occupare paesi,
come nel caso di Postua. Dopo alcune rapide puntate nelle valli dell'Elvo e di Andorno e in Valsessera,
per individuare e localizzare le basi, il 20 febbraio 1944 si sviluppava un attacco in forze che investiva le
zone centrali delle valli d'Andorno e di Mosso e le montagne sovrastanti, dove avevano sede i
distaccamenti "Piave", "Fratelli Bandiera" e "Mameli". Oltre a reparti fascisti venivano impiegate formazioni
alpine tedesche, gli Alpenjager. Si combatté per l'intera giornata e solo a sera le forze attaccanti potevano
raggiungere le basi dei distaccamenti, ritenute dai partigiani non più difendibili, per la sproporzione delle forze e il
quasi totale esaurimento delle munizioni. L'asprezza del combattimento, anche ravvicinato, risulta evidente
dalle durissime perdite: i partigiani ebbero undici morti, per lo più fucilati dopo la cattura, oltre a diversi
feriti, mentre restarono imprecisate, perché difficilmente controllabili, ma certamente superiori, le perdite
del nemico.
I distaccamenti uscirono assai provati dai combattimenti ma nonostante le perdite (cui si deve
aggiungere quella di poco posteriore del comandante della Brigata Piero Paietta "Nedo" a cui fu in seguito concessa
la medaglia d'oro alla memoria) mantennero la loro coesione. Solo il sopraggiungere di forti nevicate e
l'affluire di centinaia di nuove reclute che preferirono la via della montagna e la milizia partigiana, piuttosto
che aderire alla chiamata dell'esercito fascista (il cosiddetto bando Graziani) impose l'abbandono
momentaneo della zona e lo spostamento nella Valle di Rassa in Valsesia che in quel momento godeva di
maggiore tranquillità. Era necessario favorire l'acclimatamento dei nuovi venuti, delle classi 1924-25 e
perciò giovanissimi, e non esporli subito ai colpi delle continue puntate nazifasciste. Purtroppo dopo alcune
settimane le formazioni vennero investite da un rastrellamento che aveva come obiettivo la Valsesia, e il 17
marzo attaccate in Val di Rassa. Il combattimento cui non poterono sottrarsi fu sostenuto validamente e costò
serie perdite al nemico, ma nella successiva ritirata, proprio per le difficoltà e i ritardi causati dalla protezione
dei molti disarmati, trovarono la morte diciassette partigiani, anche questi per lo più fucilati dopo la cattura.
Rientrati nel Biellese dopo dure e faticose peripezie, i distaccamenti ripresero ben presto la loro attività e
la primavera, creando condizioni favorevoli alla guerriglia, consentì una rapida ripresa. Il tributo di sangue
fu ancora oneroso e le perdite più ingenti si ebbero a Curino in Valsessera l'8 maggio, ove nove
partigiani morirono in combattimento, a Mottalciata, il 17 dello stesso mese, dove venti partigiani caduti
prigionieri furono fucilati, ed infine a Biella il 4 giugno ventuno di essi catturati in un rastrellamento nella
valle dell'Elvo furono fucilati nella piazza principale della città. Ma anche il nemico pagò un duro prezzo con
uno stillicidio di perdite e alcune gravi sconfitte, come quella subita sulla collina della Serra il 25 maggio.
Una colonna tedesca che vi transitava cadde in un'imboscata ed ebbe venti morti, tra cui quattro ufficiali
che saltarono in aria con la loro macchina, ed una cinquantina di feriti.
La discesa a valle dei partigiani e i combattimenti di Crevacuore
L'estate segnò un ulteriore accrescimento degli effettivi per l'accorrere di nuovi giovani di leva, ma
anche per l'inizio delle diserzioni dall'esercito fascista dei giovani che non avevano potuto o saputo sottrarsi
subito alla chiamata alle armi. Esse furono sollecitate dall'intensa propaganda di disgregazione svolta da agenti
dei partigiani biellesi presso le caserme di Vercelli, sede del Centro di costituzione delle grandi unità
dell'esercito della repubblica di Salò, che diede ampi risultati.
Grazie allo sviluppo numerico e ai progressi della loro capacità operativa, i partigiani biellesi
cominciarono nell'estate ad occupare stabilmente e per lunghi periodi zone intere tra cui l'industriosa Valsessera. E
quivi seppero con successo far fronte a impegni civili a favore degli operai e della popolazione,
organizzando l'invio, in questa e altre zone pressoché prive di produzione agricola, di forti quantitativi di grano e
altri generi che riuscivano a sottrarre alla consegna degli ammassi, e ciò in stretta collaborazione con i
contadini della bassa vercellese. Venne pure occupato provvisoriamente il Santuario di Oropa, ma prontamente
evacuato come era stato promesso al Vescovo di Biella per non esporre il luogo e le sue opere d'arte ad atti
di distruzione minacciati dai tedeschi.
I frequenti interventi e la costante vicinanza crearono una stretta fusione tra unità combattenti e
popolazione, che non venne meno neanche nei momenti più difficili. Se ne ebbe una prova evidente in occasione
dei combattimenti di Crevacuore del 5, 6 e 7 luglio. Nel rastrellamento compiuto da forti contingenti di
truppe fasciste e tedesche contro la Valsesia che era stata per alcune settimane presidiata dai partigiani,
venne interessata anche la vicina Valsessera. I partigiani biellesi opposero resistenza alla avanzata dei tedeschi
e nelle vicinanze di Crevacuore si combatté per tre giorni. Per la prima volta all'imboscata e allo
scontro frontale si unì l'uso del contrattacco, che fu anche vittorioso. La popolazione fu partecipe di quella
prolungata resistenza all'occupazione della Valle al pari dei partigiani combattenti del Battaglione "Carlo
Pisacane". Tale esempio fu più tardi seguito dalle popolazioni della valle di Andorno, della valle dell'Elvo e
soprattutto della Serra.
Questo fatto nuovo favorì la proliferazione dei Comitati di Liberazione Nazionale, i quali assunsero
la gestione di molti compiti civili, specie nel campo della pubblica amministrazione, operando quali organi
di potere democratico. Già è stata ricordata la costituzione e l'attività del C.L.N. di Biella fin dai primi
giorni della Resistenza. Occorre aggiungere che nell'estate esso divenne un organo funzionante in permanenza e
fu uno dei più efficienti del Piemonte. Da allora il C.L.N. di Biella e quello delle Valli, si assunsero
interamente l'onere di reperire, attraverso la tassazione delle persone abbienti, i fondi occorrenti alle formazioni e
vi provvidero in modo continuo fino alla Liberazione, quasi senza scompensi. Si calcola che il solo C.L.N.
di Biella raccolse e distribuì fondi per un ammontare di circa 120.000.000 di lire. L'entità della cifra e
l'autorità del C.L.N. risalta maggiormente se comparata a quanto ottennero le "autorità" fasciste, con la
loro sottoscrizione per "armi alla Patria". Lanciata nell'estate 1944, la somma sottoscritta nella Provincia
di Vercelli superò appena i 3.000.000 di lire, delle quali meno di 100.000 erano state raccolte nel Biellese.
L'attacco ai presidi della valle di Gressoney
L'attività militare dell'estate e dell'autunno non fu limitata agli attacchi di pattuglie e alle imboscate,
peraltro le più fruttuose di successi e le meno costose quanto a perdite, ma si pose anche obiettivi più ambiziosi,
di attacco in forze a grosse unità fasciste e ai loro presidi, tentativi veri e propri di liberare parte del
territorio occupato, o quanto meno per far pendere tale minaccia e costringere quindi l'esercito nemico ad un
impegno più consistente.
In questo disegno rientrava l'operazione preparata dalle formazioni del Biellese occidentale, una delle
quali, il Battaglione "Adriano Caralli" sdoppiatosi dal Battaglione "Nino Bixio", cominciava ad operare
stabilmente nella zona di Ivrea e della Bassa Valle d'Aosta, tanto da diventare una delle più agguerrite di quel
settore. L'azione mirava a liberare la valle del Lys o di Gressoney e fu naturalmente concordata con le forze
autonome valdostane e di Giustizia e Libertà presenti nella zona. Purtroppo, nonostante accordi precisi, una serie
di contrattempi rese impossibile la partecipazione del grosso di queste formazioni e toccò principalmente
alle forze dei battaglioni biellesi con il solo ausilio dei distaccamenti autonomi di Perloz e di Arnaz,
condurre l'operazione. Il "Caralli" attaccò a sud risalendo la valle, avendo come obiettivo il presidio di Lillianes,
il "Bixio" più a nord discendendo dai monti biellesi per espugnare il presidio di Issime e chiudere ogni
ritirata ai fascisti e tedeschi di stanza a Gressoney la Trinité.
Forzato il posto di blocco di Pont St. Martin con alcuni camion di viveri che dovevano servire a sopperire
ai bisogni immediati della popolazione, qualora la valle fosse rimasta isolata per qualche giorno, il
"Caralli" attaccò Lillianes. Dopo accaniti combattimenti il presidio era sul punto di arrendersi, quando
sopraggiunsero ai fascisti rinforzi provenienti da Ivrea, che costrinsero i partigiani a ritirarsi. Più fortunata fu l'azione
del "Bixio" che, impegnando anch'esso duri combattimenti ottenne la resa del presidio, a patto di lasciar
liberi i fascisti di andarsene dopo aver consegnato le armi, preda ambitissima per i partigiani. Il bottino fu
ingente per quei tempi: tre fucili mitragliatori e una quarantina di armi individuali.
Le perdite in uomini furono contenute nonostante l'asprezza del combattimento, sia durante l'attacco che
nella ritirata: tre caduti contarono i distaccamenti valdostani, cinque il "Caralli", tre il "Bixio" e una
decina di feriti. Questa azione, come i combattimenti difensivi sostenuti nella valle d'Andorno e in
Valsessera, diedero la misura dei progressi compiuti dalle formazioni biellesi. Proprio per questo e non tanto per
l'aumento degli effettivi fu decisa la promozione a Brigata dei tre battaglioni operanti nella zona: il "Pisacane"
divenne la 50a Brigata "Nedo" col nome del prestigioso comandante della
2a Brigata caduto in febbraio; il
"Bandiera" costitui la 2a Brigata, intitolata a "Ermanno Angiono" uno dei primi comandanti di distaccamento caduto
in febbraio; il "Bixio" costituì la
75a Brigata intitolata ad un altro comandante caduto, Boni Piemonte
("Piero Maffei"). Il "Caralli" pure si costituì in brigata, la
76a, ma da allora operò stabilmente nella bassa
valle d'Aosta, uscendo quindi dalla giurisdizione biellese e dalle competenze del Comando della Divisione
che raggruppava le tre Brigate biellesi.
L'arrivo delle missioni militari alleate e la preparazione dei piani insurrezionali e di difesa
delle fabbriche
Il riconoscimento più significativo del valore e del peso che cominciava ad assumere la Resistenza
nel Biellese, nell'ambito di quella piemontese, sia nella sua componente militare che in quella politica si
ebbe con l'invio da parte del Comando Alleato di una missione militare. Questa discese nella zona della Serra
in agosto e fu accolta dai distaccamenti garibaldini e da uno di Giustizia e Libertà venuto appositamente
dal Canavese, il quale doveva da allora insediarsi nella zona ed assumere ben presto le dimensioni di una
Brigata, la "Carlo Cattaneo". La missione, composta da ufficiali italiani, la "Bamon", recò con sé un
discreto quantitativo di armi ed esplosivo ad alto potenziale distruttivo, che consentì di sviluppare
maggiormente l'attività di sabotaggio nelle vie di comunicazione, della quale i membri della missione furono
preziosi collaboratori ed esperti insegnanti.
Il riconoscimento di fatto pervenuto dagli Alleati non fu il solo: esso si impose anche ai comandi tedeschi
e fascisti, e si manifestò tra l'altro nell'accettazione degli scambi di prigionieri, fino a poco tempo
prima sistematicamente negata. Dal settembre 1944 si avviano le prime trattative tra i rispettivi comandi che
hanno esito positivo e saranno continuate fino alla Liberazione. A questo compito umanitario, che risparmiava
vite umane, prestarono la loro opera il clero della Curia vescovile di Biella e saltuariamente i sacerdoti
delle parrocchie locali. Essi agirono come tramite tra i partigiani e il Comando tedesco e più raramente
quello fascista.
Intanto dal Comando generale del Corpo volontari della libertà, erano giunte le direttive per la
preparazione dei piani operativi insurrezionali per contribuire alla liberazione dell'Italia del Nord che, con
ottimistica previsione dovuta allo sbarco alleato in Francia e alla liberazione di Roma, pareva dovesse avvenire
prima dell'inverno. Le formazioni partigiane biellesi, oltre all'obiettivo della liberazione di Biella e Vercelli,
si posero quello assai importante di salvare il patrimonio industriale della zona, che era forse il solo ad
essere interamente risparmiato dalle calamità della guerra. Il piano redatto dal Comando militare con la
collaborazione del C.L.N., assunse addirittura, per l'importanza dell'obiettivo, carattere prioritario.
Un ulteriore passo nello sviluppo delle formazioni lo si ebbe, a partire da settembre, con la costituzione
di un Comando unico della zona biellese che agiva come organo coordinatore delle forze garibaldine,
che avevano raggiunto gli effettivi di due Divisioni, e della Brigata G.L. "Cattaneo". D'altro canto l'arrivo
di una missione militare britannica, la "Cherokee" comandata dal Maggiore Alastair Mac Donald, e il clima
di collaborazione che si stabilì con essa, ebbero come frutto nuovi e più ingenti lanci di materiale
bellico.
La collaborazione con gli ufficiali alleati ebbe espressione particolarmente significativa
nell'impostazione di un'ambiziosa operazione coordinata, della quale i lanci costituivano la premessa.
A causa delle pressioni cui erano soggetti le formazioni e il C.L.N. valdostano da parte delle autorità
militari francesi, che avevano ripreso il controllo della frontiera con l'Italia, per una collaborazione operativa
che comportasse anche l'impiego di truppe francesi in territorio italiano, il C.L.N. della zona fece presente
a quello regionale e all'incaricato militare alleato in Piemonte le sue preoccupazioni per gli sviluppi che
tale forrna di collaborazione poteva avere nel futuro. Poiché erano noti gli appetiti territoriali dei francesi
verso la Valle d'Aosta, il Comando alleato della zona liberata ne venne prontamente informato. Di qui
l'incarico alla missione "Cherokee" di approntare un piano per la liberazione della Valle d'Aosta, che doveva
comprendere la partecipazione di 400 paracadutisti con materiale pesante, assieme alle formazioni partigiane più
vicine, delle quali quelle biellesi erano considerate quelle di più sicuro affidamento. L'operazione non ebbe
luogo, perché con ogni probabilità, la questione che ne aveva motivato la preparazione venne risolta per
via diplomatica in altra sede.
La scorreria di Natale a Cigliano e lo spettacolare lancio del 26 dicembre
La missione inglese, la cui giurisdizione era estesa, oltre che al Biellese, alla Valle d'Aosta e al
Canavese, dispose l'effettuazione di un grande lancio di materiale nella Valsessera, per meglio dotare i partigiani
di mezzi di difesa e di offesa, in vista dei duri combattimenti invernali che si preannunciavano. È così che
nella giornata del 26 dicembre, al riparo della protezione dei reparti della XII Divisione e della
2a Brigata, si effettuò nella frazione di Baltigati di Soprana il più grandioso e, dato che si svolse in pieno giorno in
una splendida giornata di sole, anche spettacolare lancio che si sia visto in Piemonte. Vi parteciparono
24 apparecchi, che lasciarono cadere armi e materiali che furono interamente ricuperati e distribuiti alle
formazioni delle varie zone operative a cui erano destinati.
I biellesi ebbero naturalmente la parte maggiore, ma essi non facevano affidamento soltanto sui lanci
per accrescere il loro arsenale. Proprio il giorno precedente, il 25 dicembre, la
75a Brigata, che era rimasta libera da impegni per la protezione del lancio realizzava una brillante operazione offensiva nel paese di
Cigliano. Approfittando della festività del Natale, reparti di questa Brigata, guidati da partigiani del luogo e
valendosi di informatori fidati, fecero irruzione nel paese e, mentre una parte bloccava i militari del R.A.P. nei
vari luoghi di ritrovo ove erano stati segnalati, altri dopo aver vinto la debole difesa di quanti restavano
nel presidio, vi facevano cinquanta prigionieri e ingente bottino di armi tra cui tre mortai da 81 con
relative munizioni, due mitragliatrici pesanti americane con 25.000 colpi, armi che gli stessi fascisti si erano
procurate recuperando un lancio destinato a partigiani del basso Monferrato, ed ancora una mitragliatrice "Breda"
e numerose arrni automatiche individuali e fucili. Di questa operazione, compiuta in modo fulmineo,
che costò solo tre feriti non gravi, diedero notizia le radio di Londra e di Mosca.
L'abile resistenza alla offensiva invernale nazifascista e la battaglia manovrata di Sala del 1 febbraio
La stasi invernale sul fronte della linea gotica e il programma del generale inglese Alexander,
comandante delle truppe sul fronte italiano, che invitava i partigiani a svernare a casa, mise in crisi diverse formazioni
e favorì il piano dei tedeschi e dei fascisti, che scatenarono dai primi di gennaio una violenta offensiva
contro le basi delle unità rimaste attive e operanti. Il Biellese, le cui formazioni avevano mantenuto la loro
saldezza, confortate dal positivo apprezzamento della Missione inglese, venne investito in pieno dal
rastrellamento che doveva durare ben due mesi.
Facendo tesoro della bruciante esperienza del primo inverno, le formazioni non si fecero sorprendere.
Anziché ripiegare verso la montagna come erroneamente avevano fatto altre volte, fecero il vuoto di fronte
all'avanzare dei tedeschi e dei fascisti e le perdite subite in uomini e materiali furono modeste. Tra le più gravi ai
fini operativi immediati, risultò la cattura del comandante della Missione inglese, Mac Donald, che addolorò
i partigiani per la stima che questi aveva saputo cattivarsi. Egli fu sostituito non molto tempo dopo
dal Maggiore Robert Readhead. Per contro, efficaci puntate in pianura contro posti di blocco e alle vie
di comunicazione compensarono largamente i pochi rovesci che non si erano potuti evitare negli scontri
in montagna. Intensa fu l'attività di sabotaggio, dove si distinsero ancora una volta i membri della Missione
e con essi i nuclei di guastatori e pattuglie della Brigata G. L. e della
50a e 75a Garibaldi. Questa azione
delle pattuglie assunse tale consistenza da costituire una sorta di controffensiva che giunse fino alla periferia
di Vercelli. Numerosi posti di blocco vennero catturati nella città ed anche parecchi piccoli presidi nei
paesi, con tutto il loro armamento. I tedeschi si sentirono così insicuri che sostituirono con propri uomini i
fascisti nei posti di controllo.
Giunse tuttavia il momento in cui i Comandi ritennero opportuno accettare il combattimento aperto,
anche per smentire le false voci fatte circolare dai fascisti di distruzione e annientamento dei reparti partigiani.
Il 1 febbraio si ebbe il grande confronto che va sotto il nome di battaglia di Sala. Sulla Serra si erano
ritrovate, dopo molti spostamenti, la
75a, la 182a Brigata recentemente costituita dalla V Divisione, la Brigata G. L.
e la 76a Valdostana rientrata anch'essa provvisoriamente nelle sue basi originarie. Si combatté duramente
per una intera giornata lungo un esteso fronte, impegnando tutte le formazioni presenti. Attacchi e
contrattacchi fecero più volte cambiare di mano le posizioni strategiche importanti. Solo a sera tutte le unità
partigiane ripiegarono oltre il paese di Sala, per ripartire nella notte e, passando tra le maglie dell'accerchiamento
del nemico, discendere nella pianura del Canavese e del Vercellese. Le perdite partigiane furono minime
mentre i fascisti pagarono un prezzo molto alto e del tutto sproporzionato all'insignificante risultato raggiunto.
Il comportamento della popolazione di Sala che fu al centro del dispositivo partigiano e dove a sera e nella
notte sostarono i fascisti, fu esemplare. Dopo aver sostenuto i combattenti durante lo scontro, provvide
con rapidità incredibile a far sparire ogni traccia della loro presenza nelle case, all'occultamento di materiale
e soprattutto dei feriti che non potevano essere evacuati.
Questo combattimento determinò il rifluire della pressione nemica contro le formazioni, che dovevano
ben presto prendere l'iniziativa e conservarla fino alle giornate radiose, se pure ancora cruente, della
liberazione della provincia.
I reparti usciti da Sala peregrinarono ancora un paio di settimane nel Canavese e nel Vercellese,
sostenendo altri vittoriosi scontri. Tra questi bisogna segnalare quello al Castello di Masino contro un reparto di
fascisti del battaglione Bir el Gobi, potentemente armati. Da attaccanti questi furono ridotti a difendersi e un
plotone, costretto a rinserrarsi nel castello, fu fatto prigioniero con tutto l'armamento. La magnanimità dei
partigiani meravigliò questi ragazzi la maggior parte dei quali chiese ed ottenne di essere arruolata. Poco dopo
le Brigate rientrarono nelle loro sedi per non abbandonarle fino ai giorni della discesa per la liberazione
dei centri principali.
I partigiani della XII Divisione occupavano nuovamente la Valsessera, e cominciavano sempre più
audacemente a spingersi nella Valle di Mosso e fino a Cossato, nonostante la presenza di due forti presidi. Ma quel
che colpì di più i tedeschi e i fascisti fu l'occupazione temporanea di Andorno, a soli 5 km da Biella, da parte
di alcuni distaccamenti della 2a Brigata. Fascisti e tedeschi non potevano tollerare uno scacco simile e subito
fu concentrato il grosso delle forze disponibili contro i partigiani, i quali abbandonarono il paese per
non esporre la popolazione e il centro abitato a rappresaglie, ma impegnarono gli assalitori per un giorno
in scontri prolungati e durissimi.
Le divisioni alpine "Littorio" e "Monterosa" si disgregano
Il ritorno dei partigiani nella Serra e nella Valle d'Andorno fu subito avvertito per le conseguenze che
ebbe nelle divisioni alpine dell'esercito fascista, la "Littorio" e la "Monterosa". I partigiani combatterono
contro di esse molto più con la propaganda che non con le armi. I risultati si fecero ben presto sentire. A gruppi
gli alpini raggiungevano i reparti partigiani, tanto da costringere i comandi fascisti a ritirare i contingenti
che erano di stanza nella zona di Andorno e di Mongrando. Ancora più vistosi furono i risultati nella zona
di Ivrea dove risiedeva il grosso delle Divisioni alpine. Fu un succedersi di atti di diserzione che non ebbe
soste fino alla Liberazione e contro il quale i Comandi fascisti furono del tutto impotenti. Le formazioni
partigiane si giovarono dell'apporto di questi nuovi combattenti militarmente bene addestrati, giacché avevano fatto
la loro istruzione in Germania, e che giungevano equipaggiati ed armati di tutto punto.
A questa azione di propaganda contribuì potentemente l'emittente partigiana "Radio Libertà". Con
un apparecchio trasmittente I.N.C.A. che era stato smontato da un aeroplano italiano nell'aeroporto di
Ghemme, impostato sulle lunghezze d'onda di mt. 42,5, e 21,5 si giunse a coprire un discreto raggio di
diffusione. "Radio Libertà" si propose di contrastare l'opera di disinformazione nazista, compiuta a mezzo di
un'altra emittente "Radio Baita" che aveva iniziato le trasmissioni fin dal tardo autunno. La radio partigiana
vinse questa battaglia: essa doveva smentire le notizie contrarie ai partigiani, specialmente quando alla fine
di febbraio si tentava di accreditare la distruzione di due Brigate, rassicurando i familiari sulla sorte dei
giovani saliti in montagna trasmettendo ogni sera messaggi di partigiani ai loro
congiunti. Poi attaccava il morale dei fascisti e soprattutto quello dei tedeschi, con la diffusione nella loro lingua di notiziari terrificanti
sulla distruzione di città in Germania e sulle sconfitte dell'esercito nazista sui diversi fronti. Conquistato un
largo uditorio, "Radio Libertà" decise di anticipare le trasmissioni, che iniziavano alle 21,30, all'ora della
rivale che venne facilmente sopraffatta. Infine, come si è detto, essa realizzò una intensa propaganda di
persuasione e di conquista nei confronti degli alpini. La sua diffusione e autorità divenne tanto grande che, in
occasione dell'ultimo eccidio di 21 partigiani fucilati dai fascisti a Salussola il 9 marzo, il C.L.N. di Biella
tramite l'emittente partigiana, trasmise l'ordine di uno sciopero generale di protesta, che si effettuò imponente
in tutte le fabbriche del Biellese.
L'insurrezione e la liberazione di Biella e Vercelli
Il mese di aprile fu un susseguirsi di scontri e di preparativi affannosi per organizzare la difesa delle
fabbriche e partecipare all'ultima e definitiva fase di liberazione. Nel tentativo di mantenere sgombre le vie
della ritirata, fascisti e tedeschi compirono frequenti puntate contro le Brigate partigiane fino al giorno 23.
Nella serata i tedeschi lasciarono la città subito seguiti dai fascisti, incalzati da presso dai partigiani che ne
disturbarono la ritirata infliggendo loro gravi perdite. A tarda sera del 23 Biella, prima fra le città del
nord, era praticamente libera e, quel che più conta, le truppe in ritirata non poterono abbandonarsi ad atti
di saccheggio e non corsero pericoli le aziende industriali che uscirono così completamente indenni ed in
piena efficienza dalla guerra.
Il 24 era libero anche il centro ferroviario di Santhià, mentre le Brigate partigiane circondavano
Vercelli, dove era ancora di stanza un contingente tedesco di 500 uomini. Dopo intenso scambio di fuoco i tedeschi
si arresero abbandonando i fascisti in fuga che caddero nelle mani dei partigiani valsesiani. Il 26 la città
di Vercelli era libera, ma le vicende belliche non erano finite. All'alba del 28 giunse un telegramma dal
Comando regionale, che informava di una grossa colonna di tedeschi e fascisti in ritirata da Torino verso Milano,
con l'ordine di bloccarla. Intanto le avanguardie di questa colonna entravano già in urto con nostri reparti
a Cigliano e Tronzano, e un'altra colonna era ferma ad Ivrea e nel Canavese e si temeva che prendesse la
stessa direzione. Furono proposte trattative di resa e vi fu un incontro tra membri del C.L.N. di Vercelli e
ufficiali tedeschi, ma senza esito. I partigiani fecero allora saltare il ponte sul canale Cavour tra Tronzano e
S. Germano Vercellese. I tedeschi, non potendo proseguire, dilagarono nella pianura fino a Cavaglià,
dove uccisero tre partigiani, e Salussola, compiendo rapine e devastazioni. La situazione si fece più grave di
ora in ora. Il 29 i tedeschi entrarono in Santhià uccidendo il Presidente del C.L.N. e tre garibaldini. All'alba
del giorno dopo entrarono in contatto con un distaccamento ingannandolo con la bandiera bianca e poi
l'assalirono. Nel combattimento caddero 15 partigiani e 17 civili abitanti delle cascine dove si trovarono i partigiani,
più altri tre che morirono in ospedale. Giornate di sangue furono queste ultime e per giunta inutili, poiché
la colonna, appoggiatasi alfine sulle colline di Viverone, accettava la resa dopo che la missione alleata
aveva minacciato di far intervenire l'aviazione. Lo stesso fecero le forze del Canavese per un totale di circa 25
mila uomini. Il 2 maggio venne firmata a Biella la resa e la guerra fu veramente finita. I partigiani
biellesi avevano versato molto sangue, gli alleati non ebbero bisogno di sparare un colpo.
Nel concludere questa relazione, ci è doveroso ricordare anche la presenza di numerosi biellesi nelle
forze partigiane jugoslave e nel Corpo Italiano di Liberazione. Con essi le centinaia di militari che
preferirono marcire nei campi di concentramento piuttosto che aderire all'esercito della repubblica di Salò, e tanti
dei quali più non tornarono; essi vanno accomunati nel ricordo ai circa 500 caduti partigiani nella guerra
di liberazione e ad almeno 200 civili; inoltre il numero dei deportati, civili e politici, pochi dei quali
sopravvissero alla guerra, ammonta a parecchie centinaia. Infine, a corollario di questa prova d'assieme di combattenti e
di popolazione, emerge il riconoscimento già avvenuto di quanti seppero elevarsi per ardimento e
dedizione. Quattro medaglie d'oro, delle quali tre alla memoria: Ennio Carando, Ugo Macchieraldo, il già citato
Piero Pajetta e la medaglia d'oro vivente Edgardo Sogno.
IL COMANDANTE MILITARE Domenico Marchisio
Ulisse
IL COMMISSARIO POLITICO Anello Poma
Italo
IL VICE COMANDANTE Felice Mautino
Monti
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