Angela Regis

Il dopoguerra in una comunità valsesiana: scelte politiche e amministrative



Alcuni anni or sono, nelle pagine di questa rivista, è stata pubblicata parte di una mia ricerca dal titolo "Boccioleto nella seconda guerra mondiale: la memoria dei militari"1, che, partendo dal rapporto tra fascismo e comunità, metteva in luce, oltre ad altri aspetti, il rapporto che vi è stato tra la seconda guerra mondiale e la piccola comunità della val Sermenza (valle laterale dell'alta Valsesia).
Dalle testimonianze è emerso che il fascismo venne accettato dalla comunità perché era impossibile opporvisi, tanto che non si ribellarono neppure coloro che avevano una fede politica contraria: i vecchi socialisti del paese, infatti, rimasero sempre isolati ed impotenti. Il fascismo però venne accettato non in quanto sistema politico, ma perché rappresentava l'autorità costituita, che, in quanto tale, deteneva il potere. E coloro che detenevano il potere erano individui che avevano un ruolo da tutti riconosciuto e rispettato all'interno della comunità, non in quanto rappresentanti del governo fascista, ma in quanto elementi portanti della compagine sociale del paese. Il fascismo restò sempre in superficie e non penetrò mai nel profondo del tessuto sociale, perché questo aveva una struttura solida, ma elastica, capace di assorbire le sollecitazioni provenienti dall'esterno senza doversi modificare più di tanto. Furono pochi i fascisti convinti: molti di coloro che tali si dichiaravano, in realtà non facevano nient'altro che usare il fascismo per mantenere, o per ottenere, i posti di potere.
Se il rapporto tra comunità e fascismo si basava sull'accettazione dell'autorità costituita, grazie a coloro che ne erano i rappresentanti, allo stesso modo il rapporto tra guerra e comunità si basava sull'accettazione, da parte della maggioranza degli individui, di ciò che l'autorità costituita imponeva: furono accettate le partenze della prima fase della guerra (1940-1943) e furono accettate, in larga parte, anche le partenze della seconda fase (1943-1945), sebbene la realtà avesse assunto caratteri ben diversi.
Quando i reduci tornarono a casa, con il loro bagaglio di dolore, di rabbia, di delusione, di amarezza e di sensi di colpa, trovarono ad attenderli una comunità che non era stata segnata dalla guerra come lo erano stati i singoli combattenti, perché non aveva subito atrocità, perché era stata capace di sopportare i disagi, perché aveva mantenuto una certa stabilità, una comunità quindi propensa a dimenticare il conflitto e desiderosa di riconquistare la tranquillità perduta. La guerra, tragico avvenimento per i tanti combattenti, non era stata per il paese un evento dirompente, così come non lo era stato il fascismo, perché la comunità aveva saputo adattarsi a tutto ciò che proveniva dall'esterno grazie al suo resistente tessuto sociale, la cui rete strutturale si mantenne forte e inalterata a lungo. Per questo si può parlare di continuità tra fascismo, guerra e dopoguerra, sia per quanto riguarda la struttura sociale del paese, sia per quanto riguarda la gestione della cosa pubblica.
I tanti reduci, ex combattenti del regio esercito ed ex combattenti dell'esercito repubblicano, incapaci di contrastare coloro che da anni rappresentavano il potere e, nel contempo, desiderosi di ricominciare una vita normale, accettarono le regole che la comunità imponeva, compresa l'esclusione dalla vita amministrativa.

L'amministrazione comunale

Finita la guerra, a detta dei testimoni, a Boccioleto si continuò a vivere "un secondo periodo un po' come prima". In effetti i dati oggettivi confermano quanto emerge dalle testimonianze: ripercorrendo la storia dell'amministrazione comunale del dopoguerra ci si accorge che in paese poco o nulla era cambiato.
La storia dell'amministrazione inizia il 30 aprile del 1945, quando "il commissario politico straordinario dell'alta Valsesia sig. Buzzi Pino ha proceduto all'insediamento del Comitato comunale di liberazione"2. Furono nominati membri del Comitato comunale di liberazione: Alberti Alfonso, Glisenti Giulio, Guagnini Otello, Pianta Umberto, Robichon Enrico (classe 1913) e Rudoni Maria.
"Il commissario Pino ha illustrato ai convocati l'importanza delle loro funzioni, la delicatezza del compito loro affidato e l'ammonizione di servire la causa con tutta dedizione invitando a mettersi subito al lavoro con serenità, cognizione di causa"3. Il Cln comunale si mise subito al lavoro e procedette alla nomina della giunta municipale. Furono nominati: Perona Giuseppe sindaco; Preti Giovanni Camillo vicesindaco; Cagna Pasquale, Cerini Tito e Corsi Giuseppe assessori.
La giunta municipale procedette quindi "alla nomina dei consiglieri municipali che vengono pure approvati dal Comitato di liberazione e che sono i seguenti"4: Conti Ernesto, Lancia Ernesto, Nino Giovanni e Tapella Ermete per il capoluogo; Antonietti Pietro e Canova Giulio per la frazione Fervento; Antonietti Florido per la frazione Ronchi; Calzone Venanzio per la frazione Oro; Giordani Bartolomeo per la frazione Solivo; Pianta Attilio per la frazione Piaggiogna; Rotta Angelo per la frazione Genestreto; Sasselli Camillo per la frazione Palancato.
Per dare un volto a questo primo consiglio, forse è sufficiente focalizzare l'attenzione sui due personaggi chiave: il sindaco e il vicesindaco.
Il sindaco, Giuseppe Perona, scultore che aveva lavorato a lungo all'estero, era di estrazione socialista; il vicesindaco, Giovanni Camillo Preti, ricevitore postale del paese, fratello del precedente podestà, era stato durante la guerra vicesegretario politico del direttorio del fascio di Boccioleto.
La scelta del Cln appare anomala: era probabilmente dovuta all'esigenza di avere in ambito amministrativo un personaggio nuovo e il desiderio, o la necessità, di mantenere un legame con il passato, o meglio, con coloro che, al di là delle scelte politiche, nel passato avevano avuto un ruolo primario all'interno della comunità. La scelta del Cln si rivelò comunque poco felice, perché la giunta non riuscì ad amministrare senza scontrarsi con la popolazione. Questo almeno è quanto si legge in un articolo pubblicato sul "Corriere Valsesiano" il 4 gennaio 1946: "Anche noi dunque siamo in piena crisi. Veramente si era già capito che fra giunta e popolazione ci fosse, diciamo così, dell'incomprensione [...]. Ora la crisi è aperta e di essa se n'è avuta un'eco anche nel recente congresso provinciale socialista di Vercelli, nel quale furono precisate le ragioni della crisi e la necessità che la giunta venga cambiata e nominata (come già fatto a Rimasco e a Scopello) col sistema democratico della scelta fatta liberamente dai capi famiglia"5.
Quali furono "le ragioni della crisi", che vennero "precisate" al congresso provinciale socialista di Vercelli, non mi è dato sapere con certezza. Si dice che le incomprensioni fra giunta e popolazione derivassero dal fatto che il sindaco, Giuseppe Perona, fosse poco propenso all'utilizzo dei lotti boschivi comunali e per questo si fosse inimicato i tanti commercianti di legname (non dimentichiamo che i boschi erano una delle poche fonti di reddito della zona), e che invece il vicesindaco, Giovanni Camillo Preti, fosse di parere contrario. Fra sindaco e vicesindaco nacquero così delle incomprensioni, dovute sicuramente soprattutto alla forte personalità dei due e alle loro diverse opinioni politiche.
A causa di questa crisi, il Comitato comunale di liberazione di Boccioleto scrisse un manifesto, che affisse sia a Boccioleto che a Fervento, in cui diceva: "Il Cln di Boccioleto, sicuro interprete della volontà della popolazione, chiede che la giunta comunale che regge le sorti del paese sia rinnovata e venga nominata col sistema democratico della designazione fatta dai capi famiglia"6.
Finalmente il 31 marzo 1946 si arrivò alle elezioni amministrative. Si presentarono quattro liste7.
La lista numero uno aveva come simbolo lo scudo crociato e raggruppava dodici persone. Il capolista era Alfonso Alberti, già membro del Comitato comunale di liberazione; seguivano: Cucciola Serafino, Conti Ernesto, consigliere della precedente amministrazione, Preti Giovanni Camillo, vicesindaco della precedente amministrazione, Robichon Enrico (classe 1917), unico ex combattente della seconda guerra mondiale, Cunaccia Amedeo, Rotta Angelo, consigliere della precedente amministrazione, Carrara Giovanni, Rotta Pietro, Viani Albino, Viani Carlo, Antonietti Florido, consigliere della precedente amministrazione. Fra i presentatori della lista figuravano anche Alessandro Preti, ex podestà, Bartolomeo Rameletti, ex segretario politico del fascio di combattimento di Boccioleto e Luigi Zoppetti, ex istruttore del fascio. Entrarono in consiglio tutti i dodici candidati.
La lista numero due era composta da sole cinque persone: Cagna Giuseppe, Antonietti Federico, Sasselli Federico, Cucciola Ernesto, Carrara Enrico. La lista si ridusse a quattro persone, perché il capolista, Giuseppe Cagna, fu cancellato per aver ricoperto la carica di ispettore federale del fascio. Entrò in consiglio solo Antonietti Federico. Questa lista può essere considerata a tutti gli effetti la lista dei reduci, perché contava al suo interno tre ex combattenti (Antonietti, Carrara, Sasselli, che tornarono in paese solo dopo la Liberazione) e otto ex combattenti (la maggioranza dei quali aveva vissuto la guerra dall'inizio alla fine) fra gli undici presentatori; si presentò però con il contrassegno "Ind" (indipendenti).
La lista numero tre, contrassegnata dalla scritta "Apo" (apolitici), presentò undici candidati. Il capolista era Giovanni Nino, personaggio di spicco del fascismo locale, già consigliere della precedente amministrazione; seguivano: Conti Giuseppe, Lancia Ernesto, consigliere della precedente amministrazione, Sottile Emo e Fioroni Eugenio, ex combattenti, richiamati per un periodo abbastanza breve, Antonietti Pietro e Tapella Ermete, consiglieri della precedente amministrazione, Sasselli Pietro, Cucciola Giuseppe (classe 1898), Calzone Giuseppe Venanzio e Giordani Bartolomeo, consiglieri della precedente amministrazione. In consiglio entrarono Emo Sottile e Bartolomeo Giordani.
La lista numero quattro, che si presentava con un contrassegno raffigurante un sole nascente, due mani incrociate, un'incudine, un libro, una vanga ed una spiga, chiari simboli delle sinistre, presentò otto candidati: Cagna Carlo, Corsi Giuseppe, assessore della precedente amministrazione, Glisenti Francesco, Passerini Albino, Pianta Attilio, consigliere della precedente amministrazione, Rameletti Giuseppe, ex combattente, Rotta Pietro, Robichon Mario, ex combattente. In consiglio entrò Pietro Rotta.
Analizzando le quattro liste che si presentarono alle prime elezioni amministrative, si può dedurre innanzitutto che vi era fra la popolazione la voglia di prendere parte alla vita pubblica dopo i lunghi anni della dittatura: trentasei uomini, su una popolazione di quasi settecento persone, si candidarono per la gestione della cosa pubblica. Un secondo elemento interessante è l'assoluta assenza delle donne: compaiono solo come presentatrici di lista. Da non sottovalutare è poi l'aspetto generazionale: pochissimi i giovani al di sotto dei trent'anni (di questi uno solo entrò in consiglio), molti i candidati con più di cinquant'anni.
È interessante anche il fatto che si candidarono dodici componenti della precedente amministrazione: quattro nella lista numero uno, sei nella lista numero tre, due nella lista numero quattro: il che significa che coloro che avevano amministrato il paese subito dopo la guerra avevano ancora voglia di gestire la vita pubblica. Di questi, a parte Bartolomeo Giordani della lista numero tre, entrarono in consiglio solo i quattro candidati della lista numero uno. Invece l'ex sindaco, Giuseppe Perona, non si candidò: stanco dei contrasti con l'avversa parte politica che avevano segnato la sua esperienza amministrativa, decise di lasciare ad altri la gestione della cosa pubblica.
Ciò che invece risulta difficile capire sono i criteri seguiti nella formazione delle liste: in alcune liste si presentarono affiancati candidati con idee politiche contrastanti.
La lista numero uno aveva tutte le carte in regola per vincere: si riconosceva nel partito più forte del momento; aveva al suo interno persone di età matura, con una certa esperienza; aveva tra i suoi candidati una delle persone di maggior peso in seno alla comunità, colui che verrà eletto sindaco. Infatti vinse. Entrarono in consiglio tutti i dodici candidati. Delle altre tre liste entrarono in consiglio solo quattro candidati.


Risultati delle elezioni amministrative del 1946
elettilista classe voti
Preti Giovanni 1 1901 179
Alberti Alfonso 1 l890 156
Cucciola Serafino 1 1871 156
Cunaccia Amedeo 1 1890 131
Antonietti Florido 1 1893 129
Robichon Enrico 1 1917 126
Carrara Giovanni 1 1896 122
Conti Ernesto 1 1909 121
Rotta Angelo 1 1910 115
Viani Albino 1 1901 114
Viani Carlo 1 1908 114
Rotta Pietro 4 1902 105
Sottile Emo 3 1911 57
Antonietti Federico 2 1921 56
Giordani Bartolomeo 3 1876 50

Il nuovo consiglio si riunì per la prima volta il 7 aprile 1946: fu convocato con i rintocchi della campana maggiore, come voleva l'antica usanza8. Il consiglio elesse sindaco Giovanni Camillo Preti con quattordici voti, "un capo del Comune veramente espresso dal popolo, che riversò su lui la maggioranza dei suoi voti: ed egli continua così, come del resto già in passato, l'attività civica di cui fu sempre esemplarmente animatrice la sua famiglia"9. Alfonso Alberti e Federico Antonietti furono eletti assessori effettivi, mentre Florido Antonietti e Serafino Cucciola assessori supplenti.
La scelta degli assessori fu anomala poiché Federico Antonietti non apparteneva al gruppo di maggioranza, essendo un candidato della lista numero due.
Comunque sia, il nuovo consiglio e la nuova giunta riuscirono a far fronte ai bisogni del paese, visto che il "Corriere Valsesiano", nel novembre del 1946, pubblicava un articolo in cui si diceva: "Da qualche tempo notiamo con compiacimento che il nostro Comune va incontro alle necessità del paese con opere pubbliche, che per interessamento del nostro sindaco sig. Preti Giovanni Camillo trovano attuazione immediata, con soddisfazione di tutti. Infatti dopo i lavori di ripulitura e sistemazione della strada che conduce a Seccio - lavori che si sono ritenuti necessari, anche perché tale strada è di accesso alle frazioni Ronchi e Solivo - è ora la volta della costruzione di un acquedotto che convoglierà le acque delle sorgenti di Seccio, con diramazioni alle adiacenti località abitate, fino a giungere in paese [...].
Con tale opera, che segna l'inizio di un programma di costruzioni, il nostro Comune dimostra di seguire l'imperativo dei momenti critici attuali: costruire, per dare lavoro e benessere alla sua gente"10.
In quel periodo il Comune poté portare avanti parecchi lavori perché nelle sue casse entravano i soldi ricavati dallo sfruttamento dei numerosi boschi cedui (come risulta dai verbali della giunta municipale).
Fino alla fine del 1946 la giunta mantenne la sua formazione iniziale, ma con il nuovo anno le cose cambiarono. Il 5 gennaio 1947 si riunì il consiglio e il sindaco, Giovanni Camillo Preti, presentò le proprie dimissioni "per motivo di incompatibilità rispetto al proprio impiego di ricevitore postale di questo Comune"11. Si procedette subito all'elezione del nuovo sindaco: ottenne la maggioranza dei voti Alfonso Alberti, che era stato fino a quel momento vicesindaco (Alfonso Alberti: 12 voti; Serafino Cucciola: 3 voti). Alberti mantenne la carica di sindaco fino al 1951, mentre vicesindaco divenne Giovanni Camillo Preti. Si dice in paese che in realtà Alfonso Alberti fosse sindaco solo di nome, ma non di fatto, e che le decisioni importanti continuasse a prenderle il vicesindaco, e il povero Alberti, troppo debole per contrastare la volontà dell'altro (e forse incapace di competere con lui), subì passivamente per anni la situazione.
Il 9 novembre 1950 il consiglio comunale, riunitosi in adunanza straordinaria, prese atto delle dimissioni degli assessori Federico Antonietti, effettivo, e Florido Antonietti, supplente, il primo "intendendo egli dedicarsi all'attività commerciale di compravendita legname all'ingrosso e segheria, non esclusa quindi la contrattazione di lotti boschivi del proprio Comune, il che è incompatibile colla carica che ricopre in seno all'amministrazione comunale"12; il secondo "per motivi personali specifici e giustificabili"13. Vennero eletti così: assessore effettivo, al posto di Federico Antonietti, Serafino Cucciola (già assessore supplente) e assessori supplenti Giovanni Carrara e Amedeo Cunaccia.
La giustificazione di Federico Antonietti potrebbe apparire del tutto plausibile in una situazione di normalità; tenuto conto del fatto che da consigliere di minoranza venne eletto assessore, con tutto ciò che questo cambiamento di fronte poteva comportare, le sue dimissioni suscitano qualche dubbio.
Per quanto riguarda le dimissioni di Florido Antonietti, di fronte alla sua motivazione si rimane un po' perplessi. Forse i "motivi personali" di Florido nulla avevano a che fare con questioni amministrative, però il dubbio sorge, sia perché, a detta dei testimoni, non andava per nulla d'accordo con Giovanni Preti, sia perché si dice che gli assessori in quegli anni poco contassero nella gestione della cosa pubblica e l'unico ad avere voce in capitolo fosse il vicesindaco. Se si tiene conto anche del fatto che nella stessa seduta vennero dichiarati decaduti i consiglieri Bartolomeo Giordani e Carlo Viani, che "senza giustificato motivo non intervennero ad una intera sessione ordinaria"14, i dubbi prendono consistenza: evidentemente qualcosa nel consiglio non funzionava a dovere.
Nel maggio del 1951 si rinnovò il consiglio comunale. Si presentarono due sole liste.
La lista numero uno presentava dodici candidati, cinque dei quali avevano già fatto parte del precedente consiglio; aveva come capogruppo Alfonso Alberti, il sindaco della precedente amministrazione; seguivano: Fioroni Eugenio, Carrara Giovanni, Sasselli Federico, Conti Edmondo, Robichon Enrico, Pianta Attilio, Vittone Renato, Pugnetti Innocente, Rotta Angelo, Preti Lino, Sottile Emo. Vennero eletti tutti i dodici candidati.
La lista numero due presentava sette candidati; aveva come capogruppo Giovanni Camillo Preti, il vicesindaco della precedente amministrazione; seguivano: Zanetti Pierino, Carrara Enrico, ex combattente, il più giovane della lista, Lazzari Elio, Cucciola Giuseppe, Conti Ernesto, Rudoni Pietro. Entrarono in consiglio i primi tre della lista.

Risultati delle elezioni amministrative del 1951
elettilistaclassevoti
Alberti Alfonso 1 1890 189
Preti Lino 1 1926 160
Fioroni Eugenio 1 1913 154
Conti Edmondo 1 1902 143
Carrara Giovanni 1 1896 132
Sottile Emo 1 1911 130
Robichon Enrichetto 1 1917 123
Preti Giovanni Camillo 2 1901 118
Rotta Angelo 1 1910 109
Sasselli Federico 1 1917 106
Vittone Renato 1 1925 106
Pugnetti Innocente 1 1924 98
Pianta Attilio 1 1907 89
Zanetti Pierino 2 1870 72
Carrara Enrico 2 1919 70

Fra i consiglieri si contavano alcuni ex combattenti del regio esercito: Fioroni Eugenio e Robichon Enrico, che già avevano fatto parte del precedente consiglio, Carrara Enrico e Sasselli Federico; si contava anche un ex combattente dell'esercito repubblicano: Pugnetti Innocente.
Alcuni nuovi eletti erano candidati non eletti nelle precedenti elezioni. Nel complesso il consiglio si presentava più giovane del precedente.
Furono eletti sindaco Alfonso Alberti, che aveva avuto la maggioranza dei voti, e vicesindaco Giovanni Camillo Preti. Si ripresentò quindi una situazione analoga a quella della precedente amministrazione.
Vennero eletti assessori: effettivo, oltre a Giovanni Camillo Preti, Giovanni Carrara; supplenti, Eugenio Fioroni e Renato Vittone.
Nel gennaio del 1954 cambiarono gli assessori perché il 28 dicembre 1953 Giovanni Carrara diede le dimissioni "per motivi di salute"15 e il 14 gennaio 1954 le diede anche Eugenio Fioroni, inoltrandole direttamente al prefetto di Vercelli e solo per conoscenza al sindaco di Boccioleto, "adducendo il motivo che ha dovuto ignorare nel periodo compreso fra le due riunioni ordinarie del consiglio (primavera ed autunno) tutte le iniziative prese dall'amministrazione, e che di conseguenza non può disimpegnare il proprio mandato con serena coscienza civica". "Ritenuto di dover senz'altro accettare le sue dimissioni non fosse altro per l'atto di sfiducia da lui dato all'amministrazione comunale"16, il consiglio elesse assessore effettivo Renato Vittone, già assessore supplente, ed assessori supplenti Edmondo Conti e Angelo Rotta.
Di fronte alla dichiarazione di Eugenio Fioroni tutte le supposizioni espresse a proposito della precedente amministrazione si trasformano in qualcosa di più concreto e il quadro dell'amministrazione comunale di Boccioleto prende forme più precise.
Le elezioni amministrative del 1956 non portarono grandi novità. Si presentarono due liste: nella prima vi erano sindaco, vicesindaco, assessori ed alcuni consiglieri della precedente amministrazione; nella seconda tre nuovi candidati. Entrarono in consiglio tutti i candidati delle due liste.

Risultati delle elezioni amministrative del 1956
eletti lista classevoti
Alberti Alfonso 1 1890 229
Preti Giovanni 1 1901 226
Preti Lino 1 1926 214
Conti Edmondo 1 1902 184
Carrara Enrico 1 1919 182
Rameletti Bartolomeo 1 1895 180
Robichon Enrico 1 1917 175
Cucciola Giuseppe 1 1898 166
Rotta Angelo 1 1910 165
Sasselli Federico 1 1917 163
Vittone Renato 1 1925 163
Cagna Gabriele 1 1925 158
Carrara Gottardo 2 1907 45
Isonni Ernesto 2 1899 26
Cucciola Valentino 2 1912 25

Fra i nuovi eletti ritroviamo un vecchio protagonista del fascio boccioletese: Bartolomeo Rameletti, che fu a lungo segretario del fascio e vicecomandante Gil.
All'interno del consiglio vennero rieletti sindaco Alfonso Alberti, vicesindaco Giovanni Camillo Preti, assessore effettivo Renato Vittone, assessore supplente Edmondo Conti. L'unica novità, nell'ambito della giunta, fu l'elezione di Enrico Carrara ad assessore supplente.
In dieci anni molti amministratori si avvicendarono all'interno dei vari consigli, anche se pochi mantennero la loro carica per tre mandati, però la gestione della cosa pubblica restò sempre salda nelle mani di Giovanni Camillo Preti. Era un uomo dal carattere forte, autoritario, che in paese si era guadagnato il soprannome "il duce". L'autorità, la posizione economica e sicuramente le capacità avevano formato una miscela vincente per Giovanni Camillo Preti, che era riuscito così a conquistarsi i posti che contavano all'interno del paese: non solo era amministratore, ma anche ricevitore postale e ricopriva una carica importante nell'ambito della cooperativa alimentare. La gente provava verso di lui sentimenti contrastanti: lo temeva e lo ammirava nello stesso tempo. E continuò a votarlo: per timore, per rispetto e perché era convinta che nessun'altro potesse occuparsi altrettanto bene della cosa pubblica. "La gente brontolava, brontolava, ma senza il Preti non faceva niente" (Valentino Tapella).
Secondo alcune testimonianze, dalla sua parte aveva anche il parroco: questi, in un primo momento (arrivò in paese nel 1942), stentò ad accettare l'egemonia della famiglia Preti, poi capì che senza il suo appoggio poco o nulla avrebbe potuto fare e, suo malgrado, si adeguò alla situazione.
Nel 1960 Giovanni Camillo Preti lasciò il suo lavoro di ricevitore postale e andò in pensione, presentandosi così alle elezioni libero da ogni tipo di vincolo: ottenne la maggioranza dei voti e fu eletto sindaco. Alfonso Alberti, che era stato sindaco per tanti anni, diventò assessore supplente.
Per uno strano scherzo del destino, le due persone che avevano retto l'amministrazione del paese per quasi vent'anni, morirono a meno di due mesi di distanza l'uno dall'altro: Alfonso Alberti il 26 novembre 1963, Giovanni Camillo Preti il 18 gennaio 1964. La carica di sindaco fu ricoperta da Gabriele Cagna, già vicesindaco, fino alla fine del 1964, quando ci furono le nuove elezioni.
Alle elezioni del 1964 fu eletto sindaco un milanese, Franco Bertolini, ed in consiglio entrarono molti personaggi nuovi, che non avevano mai fatto parte delle precedenti amministrazioni. Facevano parte del consiglio anche alcuni ex combattenti, due dei quali, che già avevano fatto parte della precedente amministrazione, divennero assessori.
Il sindaco "era una brava persona, ma ha fatto poco per Boccioleto, ha pagato solo debiti. Era capace di amministrare, però ci umiliava, diceva che non eravamo all'altezza di amministrarci da noi. Veniva su e si pavoneggiava - veniva solo il sabato e la domenica - e si vantava: 'Vado su ad amministrare i miei bifolchi'..." - racconta Amato Tapella. "Era un milanese un po' spaccone. A questo punto io, d'accordo con altri, ho detto: 'Ma porca miseria! Ci lasciamo sbeffeggiare da uno neanche del paese?! Facciamo una lista noi'. E l'abbiamo fatta. E la gente ci ha votati".
Erano le elezioni del 1970, che portarono alla carica di sindaco Amato Tapella, che visse la guerra prima da internato civile, poi da combattente, infine da prigioniero.
"In quei periodi lì noi si cominciava a lottare, perché non avevamo più i ricordi della disfatta e ci sentivamo più forti.
Abbiamo accettato il simbolo della Dc - anche senza tessera - e ci hanno votato. Abbiamo fatto cinque anni [...]. Passati i primi cinque anni ci siamo presentati di nuovo e la gente ci ha votato di nuovo" (Amato Tapella).
La gestione della pubblica amministrazione passava così nelle mani di coloro che per anni avevano subito in silenzio la volontà di una parte del paese, quella meno giovane ma più forte, moralmente troppo stanchi per poter protestare. I nuovi amministratori erano ormai uomini maturi, che, con il passare del tempo, si erano scrollati di dosso il loro fardello di delusione, di amarezza, di rabbia e di sensi di colpa e cercavano di conquistarsi un ruolo attivo all'interno della comunità.
Ormai la guerra era abbastanza lontana perché non si sentissero soltanto dei reduci.

Le scelte politiche

Per comprendere ancor meglio la realtà di Boccioleto, diventa interessante dare uno sguardo anche alle scelte politiche degli anni del dopoguerra.
Dopo le elezioni amministrative della primavera, gli abitanti di Boccioleto furono ancora chiamati alle urne il 2 giugno 1946, per eleggere l'Assemblea costituente e per scegliere la forma istituzionale attraverso il referendum.
In paese vi erano 459 elettori, ma solo 370 si recarono alle urne. Fra questi, un'alta percentuale preferì lasciare agli altri il peso della scelta: furono infatti 42 le persone che non seppero decidere se dare il proprio voto alla repubblica oppure alla monarchia e 56 coloro che non vollero dare il loro voto ad alcun partito. Quasi un terzo degli elettori si astenne da qualsiasi scelta; gli altri optarono per la monarchia come forma istituzionale e diedero la maggioranza dei voti alla Democrazia cristiana per quanto riguarda l'Assemblea costituente.
È interessante confrontare i risultati elettorali di Boccioleto con quelli degli altri paesi della val Sermenza17.

Risultati della Costituente e del referendum in val Sermenza
abcdeftot.
elettori iscritti 459 176 233 219 121 83 1.291
votanti 370 163 188 177 95 79 1.072
percentuale 81 93 81 81 78 95
Partito liberale 23 23 17 35 8 31 137
Democrazia cristiana 207 39 109 64 42 34 495
Partito socialista 57 51 21 34 29 1 193
Partito comunista 7 4 2 4 6 1 24
Partito repubblicano 2 2
Blocco della libertà 1 2 3 6 2 1 15
Concentraz. democr. repubbl. 6 2 1 1 10
Partito dei contadini 3811
Uomo qualunque 2 2 1 3 1 9
Partito d'azione 6 2 4 3 1 1 17
monarchia 244 72 129 122 49 58 674
repubblica 84 83 37 34 42 14 294
legenda: a: Boccioleto; b: Balmuccia; c: Rossa; d: Rimasco;
e: Rima San Giuseppe; f: Carcoforo

Non solo a Boccioleto, ma anche a Rossa, a Rimasco e a Rima San Giuseppe circa il 20 per cento degli elettori iscritti non si presentò alle urne. Diversa la situazione a Balmuccia e a Carcoforo, dove i non votanti rappresentavano una percentuale decisamente minore.
Fra coloro che si presentarono alle urne, non solo a Boccioleto, ma anche negli altri paesi, ci furono elettori che non diedero alcun voto ai partiti e che non seppero, o non vollero, scegliere la forma istituzionale. Si trattava però di scelte che non necessariamente andavano di pari passo (il totale di voti ai partiti e la somma dei voti alla monarchia e alla repubblica non collimano). A questo proposito, il dato più eclatante è quello di Balmuccia: ben un quarto degli elettori non diede alcun voto ai partiti.
Nell'ambito della scelta istituzionale, fu ancora Balmuccia a differenziarsi dagli altri paesi: fu l'unico paese in cui prevalse la scelta repubblicana. Negli altri paesi prevalse invece la scelta monarchica: ad ampia maggioranza a Boccioleto, Rossa, Rimasco e Carcoforo, con uno scarto di pochi voti a Rima San Giuseppe.
Per quanto riguarda il voto per l'Assemblea costituente, la Democrazia cristiana ottenne ovunque, tranne a Balmuccia, il maggior numero di voti, seppur con percentuali diverse; le percentuali più alte furono raggiunte a Boccioleto e a Rossa.
Boccioleto, Rossa e Rimasco, i tre paesi posti al centro della valle, fecero scelte politiche molto simili, anche se Rimasco espresse una percentuale maggiore di voti in favore del Partito liberale, rispetto agli altri tre paesi, e Boccioleto espresse una percentuale maggiore di voti in favore del Partito socialista.
È interessante notare la diversità di scelta fra i due paesi dell'alta valle: a Carcoforo i voti si divisero quasi equamente fra Democrazia cristiana e Partito liberale, mentre i partiti di sinistra non furono quasi presi in considerazione; a Rima San Giuseppe, invece, più di un terzo dei voti andò alle sinistre.
Diverse le scelte di Balmuccia: qui il Partito socialista ottenne la maggioranza dei voti.
I risultati del referendum della val Sermenza sono molto simili a quelli della val Grande e della val Mastallone: ovunque, a parte nel Comune di Scopa e in quello di Cervatto, dove gli elettori si espressero a favore della repubblica, prevalse a larga maggioranza la scelta monarchica.
Le scelte degli elettori della val Semenza, riguardo al voto per l'Assemblea costituente, si avvicinarono a quelle degli elettori della val Mastallone; si differenziarono invece da quelle degli elettori della val Grande, soprattutto dei paesi dell'alta valle, dove le sinistre e il Partito liberale ottennero una forte percentuale di voti.
Anche a Varallo, principale centro di riferimento dell'alta Valsesia, i cittadini si espressero a favore della monarchia e diedero la maggioranza dei voti alla Dc, pur esprimendo un'alta percentuale di voti a favore delle sinistre.
Diversa si presentava la situazione nei due principali centri della bassa valle, Borgosesia e Serravalle: lì il maggior numero di voti andò alla repubblica relativamente alla scelta istituzionale, e al Partito socialista per quanto riguardava l'Assemblea costituente.
Per capire la diversità delle scelte politiche fra i paesi dell'alta valle e quelli della bassa valle, è di grande aiuto quanto scrive Enrico Pagano: "L'elettorato valsesiano [...] si distribuisce in 27 comuni di alta e media montagna e di collina. La repubblica vince in 9 di essi: Balmuccia, Borgosesia, Breia, Cellio, Cervatto, Quarona, Scopa, Serravalle, Valduggia. A parte i tre comuni dell'alta valle già menzionati, la prevalenza della monarchia ha contorni molto netti, che rispondono ad antiche distinzioni operanti fin dall'epoca della dominazione milanese fra l'Alta e la Bassa Corte, imperniate sui due comuni principali, Varallo e Borgosesia.
Le due subaree hanno caratteristiche culturali e vocazioni economiche diversificate: nell'alta valle non ci sono tracce di industrializzazione, prevale la subcultura tipica di gruppi chiusi con una fortissima emigrazione e un intenso senso dell'appartenenza locale; l'esperienza resistenziale, benché abbia coinvolto tutto il territorio, è stata vissuta come un fenomeno esterno (sono infatti quantitativamente ridottissimi gli apporti della popolazione locale al partigianato, se si esclude Varallo); il radicamento partitico è minimo, inversamente proporzionale al ruolo del clero e dei piccoli potentati locali, costituiti da gruppi familiari numerosi, spesso in lite fra loro, ma unanimi nel respingere o nel rallentare le novità. La scelta democristiana e monarchica rappresenta una forma di difesa contro il cambiamento, con la garanzia del mantenimento dello status quo fornita dal parroco e dalle gerarchie familiari.
La bassa valle ha invece un impianto sociale ed economico più moderno e la sua caratterizzazione demografica risente degli effetti di un'immigrazione legata al primo sviluppo industriale; le sue comunità hanno avuto un ruolo più attivo nei recenti avvenimenti di guerra, la presenza dei partiti è consolidata, pur mantenendosi le difficoltà nel fare politica a causa delle ataviche tendenze localistiche"18.
Nel quadro delineato da Enrico Pagano per l'alta valle, si rispecchia perfettamente la situazione di Boccioleto: "La scelta democristiana e monarchica rappresentava una forma di difesa contro il cambiamento". Fu infatti una scelta conservatrice, coerente con quella fatta tre mesi prima alle elezioni amministrative. Sarebbe interessante sapere chi furono gli ottantaquattro elettori che si espressero a favore della repubblica, cioè quegli stessi che per la Costituente votarono i partiti della sinistra. Alcuni forse erano coloro che i testimoni ricordano come i "vecchi socialisti" (alle elezioni del 1919 risultano quarantasei voti ai socialisti), ma per i restanti è difficile avere notizie certe. Forse una parte di quegli ottantaquattro voti alla repubblica furono l'espressione di alcuni ex militari, forse di coloro che al re associavano il fascismo, Mussolini e tanti anni sprecati a combattere una guerra inutile. Non si può andare oltre le supposizioni.
Il 18 aprile 1948 gli italiani furono nuovamente chiamati alle urne per eleggere il Parlamento: la Democrazia cristiana vinse clamorosamente, ottenendo, a livello nazionale, il 48,5 per cento dei voti.
"In pratica - dice Giorgio Candeloro - durante quella rovente campagna elettorale, rimasta famosa per il fanatismo da crociata con cui fu condotta, l'alleanza delle sinistre, in particolare il Partito comunista, si trovò di fronte la Chiesa stessa, cioè la grande maggioranza del clero e dei cattolici praticanti che al grido di 'O con cristo o contro Cristo' e con altri slogan del genere riuscirono a mobilitare non solo i gruppi sociali e professionali tradizionalmente legati al movimento cattolico, ma anche masse vastissime di elettori non politicizzati e socialmente dispersi, ma abituati da secoli a seguire le direttive ideologiche e morali indicate dalla Chiesa"19.
A Boccioleto la Dc ottenne la maggioranza dei voti: l'81 per cento al Senato (303 voti su 374 voti validi) e il 69 per cento dei voti alla Camera (293 voti su 424 voti validi).
Alla Camera i risultati delle elezioni furono i seguenti: Fronte democratico popolare, 8 voti; Partito contadini d'Italia: nessun voto; Blocco nazionale (costituito da Partito liberale, Uomo qualunque, Unione nazionale per la ricostruzione): 36 voti; Partito cristiano sociale: 2 voti; Fronte degli italiani: 1 voto; Unità socialista: 65 voti; Partito repubblicano italiano: 3 voti; Partito demolaburista italiano: nessun voto; Concentrazione nazionale combattenti uniti: nessun voto; Democrazia cristiana: 293 voti; Movimento sociale italiano: 2 voti; Partito nazionale monarchico: 14 voti; Movimento nazionalista per la democrazia sociale: nessun voto.
Al Senato i risultati videro prevalere la Democrazia cristiana con 303 voti, seguita dal Blocco nazionale con 58 voti e dal Fronte democratico popolare con 13 voti.
La Dc ottenne più voti al Senato (81 per cento) che alla Camera (69 per cento) ed anche il Blocco nazionale (15,5 per cento al Senato, 8,4 per cento alla Camera).
Il Fronte democratico popolare ottenne il 3,47 per cento dei voti al Senato e l'1,8 per cento alla Camera.
Alla Camera i voti della sinistra andarono all'Unità socialista con il 15,3 per cento dei voti.
Nel complesso il voto espresso per il Senato fu un voto più conservatore rispetto a quello espresso per la Camera; sicuramente ciò era dovuto al fatto che vi era per la Camera un maggior numero di elettori di giovane età.
Anche negli altri paesi della val Sermenza la Dc ottenne la maggioranza dei voti, mentre le sinistre subirono una grossa sconfitta. L'intera Valsesia espresse il maggior numero dei voti in favore della Democrazia cristiana.
Il "Corriere Valsesiano", che aveva portato avanti una campagna elettorale contro le sinistre e a favore del Blocco nazionale, il 23 aprile 1948 così commentava i risultati elettorali: "Il fronte socialdemocratico è praticamente crollato e vuoti paurosi si sono prodotti anche in quelle che erano considerate le piazzeforti dell'esercito rosso.
Dappertutto, al Nord e al Sud, le masse contadine e operaie hanno scelto la strada della libertà. Dappertutto gli elettori hanno fatto massa perché la vittoria fosse ancora più vistosa e ancora più sonante. E non importa se moltissimi hanno abdicato alle loro idee per rifugiarsi tra le file della Democrazia cristiana, se migliaia di liberali, di monarchici, di repubblicani hanno votato per lo scudo crociato. Si doveva votare per un partito italiano, per un partito forte, per un argine che avesse già le fondamenta sicure e incrollabili"20.
Il partito democristiano mise davvero fondamenta sicure e incrollabili in alcuni paesi della Valsesia; Boccioleto fu uno di questi: dal 1946 fino al 1968 ottenne sempre due terzi dei voti e anche di più, sia alla Camera che al Senato. Negli anni settanta (elezioni del 1972, 1976, 1979) cominciò a subire un leggero calo: la percentuale raggiunta oscillava fra la metà dei voti e i due terzi. Con questi risultati si arrivò fino agli anni ottanta.
Le scelte in ambito politico erano lo specchio delle scelte in ambito amministrativo: tutte le liste vincenti, a partire dal 1946 fino a tempi recenti, hanno sempre portato il simbolo dello scudo crociato, anche quelle che hanno rappresentato un elemento di rottura rispetto al vecchio sistema amministrativo.

Le scelte politiche del periodo prefascista

È interessante, a questo punto, fare qualche passo indietro per vedere quali furono le scelte politiche degli abitanti di Boccioleto nel periodo precedente la dittatura fascista.
Le elezioni del 12 aprile 1924 non sono di grande aiuto per capire le tendenze politiche del momento, perché "la campagna elettorale si svolse in un clima di violenze e intimidazioni contro tutti gli oppositori, ma specialmente contro socialisti e comunisti, con l'aperta complicità delle autorità dello Stato"21.
È significativo però il fatto che a Boccioleto, su 302 iscritti alle liste elettorali, si siano presentati alle urne 118 elettori: fra questi, 78 votarono per la "lista nazionale", seguendo forse i consigli del "Corriere Valsesiano" che scriveva a grandi lettere: "Elettore di Valsesia! Confronta l'Italia di venti mesi fa con quella di oggi: la prima, in preda al profondo sconvolgimento della guerra, era ad un passo dall'anarchia; la seconda vive tranquilla e fiorente in mezzo ad un'attività ordinata e rigogliosa. Ora a chi si deve tutto questo miglioramento? A quel grande animatore e disciplinatore di energie nazionali che è Benito Mussolini. Se tu vuoi dunque che il Paese lo segua in questo ideale ed in quest'opera di restaurazione spirituale e politica della Nazione, vota a favore della Lista nazionale, che ha per contrassegno il fascio littorio. Soltanto la vittoria di questa lista darà prova sicura della saggezza e dell'amore di ordine del grande popolo italiano"22.
Per una valutazione politica attendibile bisogna prendere in considerazione le elezioni del 1913, le prime elezioni a suffragio universale maschile, e quelle del 1919.
Alle elezioni del 26 ottobre 1913 si presentarono i seguenti partiti: conservatori cattolici, conservatori liberali, liberali costituzionali, radicali, repubblicani, socialisti riformisti, socialisti ufficiali.
Nel collegio di Varallo si candidarono: Carlo Caron, liberale costituzionale; Giorgio Angelino, socialista; Carlo Fuselli, radicale.
"L'intervento per la prima volta della quasi totalità degli adulti sulla scena elettorale - scrive Massimo L. Salvadori - preoccupò i liberali, privi di una organizzazione capace di mobilitare le masse e di una struttura partitica moderna, che solo i socialisti possedevano". Così "in soccorso dei liberali [...] vennero i cattolici, gli unici in grado di contrapporre alla rete delle sezioni socialiste la rete capillare delle parrocchie e delle proprie organizzazioni particolarmente forte nelle campagne. Il presidente dell'Unione elettorale cattolica, conte Ottorino Gentiloni, invitò i candidati liberali (i cattolici non presentarono proprie liste) a sottoscrivere un Patto (detto perciò "Patto Gentiloni), in cui si chiedeva, in cambio del voto, di opporsi nella nuova Camera a ogni legge [...] che potesse ledere gli interessi cattolici"23. In questo modo Carlo Caron ebbe l'appoggio dei cattolici.
"Il Monte Rosa", il giornale cattolico locale, elencando i candidati che "hanno l'appoggio delle rispettive direzioni diocesane"24, scriveva: "Quindi i cattolici della provincia hanno il dovere di dare il loro voto ai detti candidati costituzionali"25.
A Boccioleto gli elettori (119 su 225 iscritti alle liste elettorali) diedero la maggioranza dei voti a Carlo Caron. Parecchi voti (34) prese anche il candidato radicale, Carlo Fuselli, il quale però non superò la prima tornata elettorale. Il candidato socialista ottenne solo 18 voti.
L'elettorato dell'intero collegio di Varallo, come quello di Boccioleto, diede il maggior numero di voti a Carlo Caron, appoggiato dai cattolici, ma, a differenza di quello di Boccioleto, eliminò il candidato radicale, preferendo il candidato socialista Giorgio Angelino. Caron e Angelino andarono così al ballottaggio.
Sempre "Il Monte Rosa", il giorno prima della seconda tornata elettorale, scriveva: "La scorsa settimana abbiamo pubblicato il comunicato della D. D. che dichiarava tolto il 'non expedit' per i cattolici del Collegio politico di Varallo che votavano in favore del candidato costituzionale cav. Carlo Caron.
Ora mons. Vescovo con la lettera di ieri ci autorizza a pubblicare che il permesso è mantenuto per il ballottaggio di domenica, in favore del candidato costituzionale.
La via pertanto è nettamente tracciata ai cattolici valsesiani: '[scritto a grandi lettere, ndr] sospeso per concessione della Santa Sede il non expedit su domanda dell'Autorità diocesana, è un preciso dovere l'accorrere alle urne a favore di quel candidato che fu designato dalla locale Unione elettorale cattolica'.
Quindi per l'elettore cattolico non può essere questione di personale preferenza o giudizio, ma bensì assoluta disciplina di milite fedele"26.
Il 2 novembre l'elettorato di Boccioleto rispose in questo modo: aumentò il numero dei votanti (da 119 passò a 131), aumentarono i voti in favore del candidato socialista (da 18 passarono a 39), ma aumentarono ancor di più i voti in favore del candidato Caron (da 67 passarono a 92).
Il candidato Caron vinse le elezioni con un numero di voti di poco superiore a quello dell'avversario: 6.199 voti a Caron, 5.237 ad Angelino. Senza l'appoggio della Chiesa probabilmente Carlo Caron non avrebbe vinto le elezioni.
Anche a Boccioleto l'influenza delle autorità ecclesiastiche si fece sentire, soprattutto nella seconda tornata elettorale. Non bisogna però sottovalutare i voti espressi a favore del candidato socialista: pochi se vengono messi a confronto con quelli espressi dall'elettorato della bassa valle, ma abbastanza se vengono messi a confronto con quelli degli altri paesi della val Sermenza. Rimasco, Rima San Giuseppe e Carcoforo diedero ad Angelino prima 4 voti su 96 votanti, poi 5 voti su 115 votanti; Rossa diede al candidato socialista prima 1 voto su 65 votanti, poi 11 voti su 66 votanti.
Alle elezione del novembre 1919 il maggior numero di voti andò proprio ai socialisti. Su 279 elettori iscritti nel Comune di Boccioleto, 147 furono i votanti: 41 voti andarono ai riformatori e combattenti, 22 ai giolittiani, 36 ai popolari e 46 ai socialisti. La percentuale di voti raggiunta a Boccioleto dai socialisti è conforme a quella raggiunta a livello nazionale, cioè 31,86 per cento.
I risultati elettorali, del 1913 e ancor di più quelli del 1919, confermano quindi quanto dicevano alcuni testimoni a proposito della presenza di una tradizione socialista in paese: "Dicevano che i vecchi qui erano quasi tutti socialisti" (Enrico Carrara).
La crisi liberale si faceva sentire ovunque e i risultati elettorali parlavano chiaro: nel collegio di Varallo i socialisti ottennero 3.061 voti su 6.478 votanti.
Il "Corriere Valsesiano", di tendenza liberale, così spiegava i risultati elettorali: "Anche in Valsesia la percentuale dei votanti è stata estremamente esigua: ha superato a mala pena il 50 per cento, e perciò non c'è da scandalizzarsi se pure la nostra vecchia terra, che serba illibata le sue antiche tradizioni di fede e che possiede un patrimonio di cultura, di spirito e di coscienza, ha permesso che i socialisti uscissero in maggioranza dalle urne. Come in quasi tutta Italia la borghesia ha dormito [...] ed è andata a votare in piccola parte"27.
Quella cultura socialista, così viva a Boccioleto prima del ventennio fascista, unica voce forte della sinistra in tutta la val Sermenza, durante i vent'anni di dittatura rimase radicata solo in quei vecchi di fede convinta, quei vecchi "che si trovavano sempre nell'osteria della Netta", quei vecchi che parlavano poco "e se c'era qualcuno di quelli che a loro non andava, non parlavano" (E. Carrara). Durante la dittatura la loro influenza non si fece sentire perché "erano talmente pochi!", e tanti si dovettero piegare al volere dei più forti: "Tanti socialisti li ho visti mettere la camicia nera, per forza" (Umberto Preti).
Quella cultura socialista per vent'anni non poté gettare alcun seme, per cui, finita la dittatura, non colse alcun frutto. Infatti, nel dopoguerra pochi voti andarono alle sinistre perché una nuova cultura politica era arrivata in paese: quella democristiana, che in breve tempo entrò in quasi tutte le case e vi restò per quasi mezzo secolo.


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