Giuseppe Rasolo
L'odissea dei prigionieri italiani in Russia durante il secondo conflitto mondiale
"l'impegno", a. XV, n. 2, agosto 1995 e n. 3, dicembre 1995
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
1. La cattura e la prigionia
Tra tutti gli scenari di guerra a cui hanno partecipato i militari italiani nel corso del secondo
conflitto mondiale, la campagna di Russia è quella che emana senza dubbio il maggior fascino per la sua alta
carica di enigmaticità e mistero ancora viva a cinquant'anni dalla fine del conflitto.
Degli oltre duecentomila caduti dell'esercito italiano nel corso della seconda guerra
mondiale1 più di un terzo (74.800) sono da riferirsi solo a questo teatro di combattimenti; di gran parte di questi tuttavia è
ancora oggi sconosciuta la fine e per molto tempo è stato attribuito loro il triste appellativo di "dispersi".
Proprio per comprendere appieno l'evolversi di questa grande tragedia è opportuno soffermarci almeno in
partenza sulle peculiarità del conflitto scoppiato nell'Est europeo e che ha coinvolto una decina di divisioni
italiane.
Le cause
La guerra combattuta sul fronte orientale tra tedeschi e sovietici, e che vide implicate altre
popolazioni (italiani, belgi, rumeni, ungheresi, finlandesi), fu un conflitto differente da tutti gli altri: si trattò
essenzialmente di uno scontro ideologico finalizzato al totale sterminio dei
contendenti2.
Come ha ammesso lo storico tedesco Andreas Hillgruber, la Russia doveva diventare "una sorta di
terreno coloniale per il popolo tedesco e allo stesso tempo un mercato per l'approvvigionamento delle
materie prime". Questi stessi pensieri sono alla base delle considerazioni politiche espresse da Adolf Hitler nel
suo "Mein Kampf". Il conflitto "doveva essere condotto nell'ambito di una guerra ideologica razziale
di annientamento per gratificare definitivamente la
Germania"3. I tedeschi in genere consideravano i
sovietici e i popoli slavi inferiori e quindi destinati a essere sottomessi alla Grande Germania. Il fatto che Hitler
non abbia attaccato immediatamente la Russia può solo essere spiegato con il fatto che i tedeschi non
volevano più ripetere l'errore della prima guerra mondiale, durante la quale erano stati impegnati per anni su
due fronti senza avere la meglio. I due anni di attesa (dal 1939 al 1941) servivano a Hitler per preparare
nei dettagli l'offensiva e per farla risultare vincente.
Partecipazione dell'Italia
Ma quali erano i rapporti tra Italia e Urss? Per quale motivo i due paesi entrarono in conflitto? Fino
alla guerra civile spagnola la politica estera di Mussolini non era mai stata antisovietica, anzi, in più di
un'occasione (neutralità della "Pravda" in occasione del delitto Matteotti, trattato economico del 1933) vi era stata
identità di vedute. Stando così le cose, e seguendo anche le analisi di parecchi storici, sembrerebbe che
Mussolini fosse rimasto sorpreso dell'attacco di Hitler all'Urss. In realtà un saggio di Mario Toscano mette in
evidenza (sulla base dei "Diari" di Ciano) come questo stato di cose fosse ben presente alla coscienza
fascista4 e anche l'Italia si stesse preparando alla guerra. Lo si può notare infatti nei quotidiani italiani dell'epoca: a
partire dal 1940 viene preparato lo scontro con l'Urss promuovendo una vera e propria crociata antibolscevica.
La decisione di prendere parte all'avventura russa fu accelerata quando Mussolini e lo Stato
maggiore dell'Esercito videro i calcoli approntati dalla Werhmacht: si ipotizzava infatti una vittoria tedesca
raggiungibile in sei-otto settimane. La possibilità di sedere a un tavolo di pace così importante allettava non poco il
duce e il suo entourage5.
I tedeschi invece non vedevano di buon occhio la partecipazione italiana:
consideravano l'aiuto militare dell'alleato inconsistente, e le truppe italiane, mal addestrate e mal equipaggiate,
potevano essere solo d'intralcio. Lo stesso Hitler pregò in un primo tempo Mussolini di intensificare la
presenza italiana in Africa e nel Mediterraneo piuttosto che imbarcarsi nell'avventura russa.
Ma la tenacia del duce fu premiata e il 9 luglio 1941 - a poche settimane dall'entrata in guerra della
Germania contro l'Urss (22 giugno) - vennero poste le basi per la costituzione di forze terrestri e aree destinate
ad operare sul fronte orientale, che assunsero la denominazione di Corpo di spedizione italiano in
Russia (Csir)6. Il Corpo (composto da tre divisioni - "Pasubio", "Celere", "Torino" - per un totale di 62.000
uomini) entrò in azione nel mese di agosto dello stesso anno e si distinse in parecchie azioni di guerra nel bacino
del Donetz. L'anno successivo Mussolini volle aumentare la presenza italiana - questa volta anche su pressione
del führer, che doveva rimpiazzare le ingenti perdite subite durante il primo anno di campagna
(825.000 effettivi in meno). Contrariamente ai suggerimenti del comandante del
Csir7, che sconsigliava un allargamento della presenza italiana in un teatro di guerra così difficile vista la cronica mancanza dei materiali e
della preparazione, il contingente fu portato a 229.000 unità per una forza d'urto di dieci divisioni (oltre le
tre citate in precedenza, il Corpo d'armata alpino, "Sforzesca", "Ravenna", "Cosseria", "Vicenza"). Tale
armata, ribattezzata Armir, fu posta alle dirette dipendenze del generale Italo Gariboldi. Questa volta - a
differenza dell'anno precedente - l'armata italiana fu mandata in prima linea a far da cuscinetto tra le truppe
ungheresi e quelle rumene da sempre in attrito fra di loro.
La disfatta
L'eterogeneo gruppo di divisioni "alleate" (ungheresi, rumene, italiane e tedesche), persa la spinta
propulsiva della Wehrmacht, si trovarono a difendere un'area vasta e inospitale addossata alle rive del Don. Insieme
alle divisioni rumene la presenza italiana doveva garantire la tenuta del fianco sinistro dello schieramento
che stava attaccando Stalingrado. Ma dopo le cocenti disfatte dell'anno precedente i sovietici si erano
riorganizzati e stavano per far scattare la controffensiva.
Le prime a subire la reazione furono le truppe rumene sistemate sull'ala destra dello schieramento
italiano, che nel corso del novembre 1942 furono scompaginate e distrutte: durante questa operazione fu possibile
da parte russa accerchiare e isolare le truppe di von Paulus a Stalingrado. A metà dicembre (l'11) toccò ai
nostri reparti subire l'urto sovietico, dopo pochi giorni (il 16) anche questi furono costretti a ritirarsi.
L'attacco dell'Armata rossa, che aveva fatto breccia sul fronte tenuto dalle divisioni "Cosseria" e
"Ravenna"8, aveva costretto altre tre divisioni a una precipitosa ritirata, che spinse decine di migliaia di soldati italiani a
vagare nella neve alla ricerca della salvezza. Il mese successivo (17-31 gennaio) la stessa sorte sarebbe toccata
al Corpo d'armata alpino9.
Le pagine della memorialistica riportano decine di passaggi epici di questa ritirata: la forza della
disperazione dei singoli, la tenacia del gruppo, l'asprezza del luogo e la crudeltà del nemico. Ma non è intenzione
di questo scritto soffermarsi su episodi che fanno ormai parte del nostro bagaglio di conoscenze.
Conto perdite
Alla fine della ritirata mancavano all'appello 84.030 unità delle 229.000 impiegate nella campagna. E
così quella che doveva essere una semplice partecipazione alla spartizione di un congruo bottino di guerra
si tramutò in un disastro umano e
materiale10 di enormi proporzioni. Cominciava a questo punto la
triste odissea dei dispersi in Russia. Per decenni non si è mai saputo quale fosse stato il destino dei
nostri connazionali; lo stesso elenco nominativo dei dispersi - aggiornato nel 1977 - riportava solo 69.042
nominativi a fronte di un numero complessivo di 74.000. Ma il fatto più assurdo è che a tanti anni di distanza
fosse ancora sconosciuta la semplice entità numerica delle forze italiane prima delle battaglie difensive del
Don11: un fatto questo che ha sicuramente contribuito ad alimentare il problema dei militari italiani dispersi
in Russia. La prima domanda che si pone uno studioso avvicinandosi al problema è quella di definire le
cifre: quanti furono coloro che caddero in battaglia e quanti invece perirono nei campi di prigionia o nelle
prime settimane di detenzione, quelle necessarie per arrivare ai campi di concentramento? Le relazioni
ufficiali non si sbilanciano di certo in questo senso; lo fanno invece gli autori dei testi di memorialistica,
differenziandosi nei dati a seconda dell'esperienza e del credo politico. Un calcolo veritiero non potrà mai essere fatto, ma
il più plausibile potrebbe essere quello di Carlo Vicentini, che nella sua testimonianza parla di 15.000
deceduti nei combattimenti e di altri 60.000 periti in
prigionia12. Negli ultimi anni anche gli stessi russi
sembrano avvalorare i dati forniti dalla memorialistica: lo storico sovietico Vanzetti Safranov fin dal 1989 ha
ammesso che gli italiani morti in combattimento dovevano essere al massimo 21.000 contro 47.000 deceduti in
seguito13.
La cattura
Le relazioni ufficiali dell'esercito italiano - quando prendono in considerazione la ritirata dell'Armir -
si soffermano esclusivamente sull'aspetto bellico, esaltando o riportando le manovre dei vari battaglioni.
Questi testi non analizzano le perdite parziali, né è dato modo di conoscere le difficoltà dei comandi nel
coordinare i vari momenti della ritirata. Anche lo stesso consuntivo finale è carente di alcuni dati fondamentali
per giudicare il problema nella sua interezza. Per comprendere com'è avvenuta la cattura dei reparti italiani e la
fase iniziale della prigionia bisogna fare affidamento ancora una volta sulla memorialistica, che si
dimostra per questo teatro di guerra un'importante fonte conoscitiva alla quale attingere.
Il momento della ritirata che noi conosciamo attraverso questi testi è particolare, non è fatto di aride cifre,
di manovre tattiche, è esclusivamente un percorso umano. Dai racconti dei reduci si nota l'assenza di
un comando forte che sapesse interpretare le esigenze militari e, di conseguenza, l'incapacità dei comandi
di trovare rapide soluzioni ai problemi logistici. Tra i militari italiani in quei giorni serpeggiava la paura
di morire, di vivere e di cadere prigionieri; nel crescendo delle difficoltà mutava il rapporto con gli
alleati tedeschi, ammirati sotto il profilo bellico, ma disprezzati per la condotta da loro tenuta nei confronti
della popolazione e dei prigionieri (che quasi sempre venivano fucilati). Diversi gli scontri (non solo
verbali) avvenuti nel corso della ritirata. È sintomatico dell'asprezza di quel periodo quanto scrive Gabriele
Gherardini nelle sue memorie: "Tirano avanti con quel poco di forza che loro rimane, si trascinano, alcuni si
fermano accoltellati dai congelamenti, si lasciano andare, bestemmiano e infine si addormentano. Non si
sveglieranno più. Lo sfinimento li folgora alla sprovvista con la lama gelida del nemico in agguato; sino a ieri, sino
a stamane, sino a qualche ora fa non andava male del tutto, si sostenevano ancora bene e dei chilometri
ne avrebbero fatti! Il pensiero del tracollo era una cosa vaga, appena apprezzabile, come ciò che si ritiene
possa accadere, ma non subito, non oggi, certamente neanche
domani"14.
Queste poche terribili righe danno l'idea dello stato di prostrazione in cui si trovavano i militari italiani
nel momento in cui vennero fatti prigionieri. La loro cattura non avvenne in modo sistematico: la
lunghezza della colonna degli sbandati superava i quaranta chilometri e dal momento che alcuni reparti sovietici
erano giunti in profondità, poteva capitare che pattuglie sbandate catturate e lasciate in
un'isba venissero liberate dal sopraggiungere del grosso delle truppe in fuga.
La maggior parte degli italiani fu catturata nel gennaio del 1943 nei valloni (in russo
balke) di Valuiki. Si trattava di cospicui reparti della "Cuneense", della "Julia" e della "Vicenza". Al momento della cattura
i russi erano particolarmente ansiosi di impossessarsi degli effetti personali dei prigionieri, in
particolare degli orologi, mentre le fotografie erano distrutte perché considerate un simulacro del capitalismo.
Al momento della cattura i reparti tedeschi erano passati per le armi; stessa sorte toccò anche a
parecchi ufficiali italiani e a militari originari dell'Alto
Adige15. Il resto degli italiani catturati fu rapidamente
spostato all'interno per evitare che rapide controffensive potessero mutare la sorte dei prigionieri.
Prima di proseguire l'analisi occorre fare una riflessione utile per comprendere appieno i motivi per cui
si verificò un'ecatombe di prigionieri. Nel corso dell'offensiva scatenata nell'inverno 1942-43 per la
prima volta da quando era scoppiata la guerra le truppe sovietiche si trovarono alle prese con il problema
dei prigionieri. Essendo il fronte instabile, i russi fecero immediatamente convergere all'interno le truppe
catturate; privi di mezzi di trasporto, fecero loro percorrere a piedi la distanza che separava i nodi ferroviari
dalla prima linea. In quelle che furono ribattezzate le marce del
davai (dall'incessante invito con cui le
guardie della scorta pungolavano i ritardatari) non ci si poteva fermare. Quando le forze erano allo stremo un
colpo di parabellum metteva fine alle sofferenze del prigioniero: a centinaia
caddero così. La neve provvedeva poi a seppellire il corpo dello sfortunato italiano. Ai tormenti della marcia si aggiunse la mancanza di cibo;
il più delle volte era la popolazione dei villaggi attraversati che, mossa a pietà, dava agli italiani qualche
patata bollita o del pane secco. La notte li accoglieva in gelidi capannoni, a temperature polari, e alla
mattina successiva molti non si alzavano
più16.
Dopo qualche giorno di marcia i prigionieri arrivarono ai nodi ferroviari: molti credettero di aver posto
fine alle sofferenze, ma in realtà si apriva un altro capitolo della tragedia. Gli italiani vennero fatti salire su
carri bestiame e qui stipati all'inverosimile, quasi cento ogni vagone; il carro era aperto una volta al giorno e
i prigionieri ricevevano un sacco di pane ammuffito e delle aringhe. Nulla da bere era loro offerto, i
soldati potevano dissetarsi solo quando il treno si fermava alle stazioni e dai pertugi lasciati fra le assi
potevano raccogliere della neve. Ogni mattina i carcerieri, nell'aprire la porta delle carrozze formulavano
la solita domanda "Skol'ko
kaput?" ("Quanti morti?"). I cadaveri erano perlopiù ammassati sulla
massicciata della ferrovia e in qualche caso erano caricati sull'ultimo vagone per essere poi seppelliti alla fine
del viaggio. A seconda della destinazione, i prigionieri italiani viaggiarono su questi treni da una settimana a
un mese. Ricerche di storici italiani e stranieri hanno messo in luce un diverso modo di interpretare le cause
di questa carneficina. Secondo gli italiani la causa era da ricercarsi esclusivamente nel regime fascista:
"La responsabilità delle perdite italiane non potrà mai essere attribuita al vincitore, ma rimane su chi con
deliberata incoscienza ha inviato gli italiani a combattere, insufficientemente armati e vestiti, in terra straniera
per mano altrui"17. Per lo storico Galitzki i colpevoli andavano ricercati nel governo sovietico:
"Naturalmente non c'è giustificazione alcuna per il governo stalinista che ha lasciato morire tanti prigionieri italiani, anche
se c'è stato chi ha detto che gli italiani non erano stati certo invitati in Russia; c'erano andati di
propria iniziativa e pure con le armi in pugno [...]. Una parte notevole dei prigionieri italiani mori
nell'inverno 1942-1943 perché furono organizzati male la loro raccolta, il loro sgombero e la loro permanenza nei
campi di prigionia"18.
La prigionia
La Russia non aveva una "cultura della prigionia" tanto è vero che non aveva aderito alla Convenzione
di Ginevra, la serie di norme giuridiche che garantivano un equo trattamento per i prigionieri di guerra
siglata nel 1929. Tuttavia il Commissariato del popolo per gli affari interni (Nkvd) aveva emanato
disposizioni interne in merito alla prigionia di stranieri proprio alla vigilia dell'Operazione
Barbarossa19.
Nonostante questo gli italiani furono internati in molti lager sparsi su tutto il suolo sovietico. Un
censimento vero e proprio di questi campi non è mai stato fatto e gli unici nomi di cui siamo venuti a conoscenza
sono quelli ricordati dai reduci, nomi che evocano chiaramente la tragedia di quei momenti, come Susdal,
Krinowaja, Oranki, Tambow. Diversi hanno provato a redigere una mappa di quei luoghi, soprattutto
nell'immediato dopoguerra al rientro degli italiani sopravvissuti. Un elenco più attendibile è quello realizzato
dall'inviato della Rai Pino Scaccia nel corso della sua inchiesta sull'Armir: il cronista conta 103 campi e li
numera progressivamente (in questo caso si arriva fino al 510 e ciò attesta la cifra elevata di campi di prigionia).
Valutando la ricostruzione cronologica dell'ubicazione dei campi, si nota come questi fossero
disseminati su tutto il suolo sovietico. La tesi della mancata organizzazione sovietica e dell'inesperienza nel settore
della prigionia è rilevabile anche nella diversa costituzione fisica dei campi di concentramento.
Analizzandone alcuni si nota come Krinowaja fosse una vecchia scuderia degli zar: i prigionieri
erano alloggiati nelle stalle, enormi costruzioni rettangolari ad un solo piano che mancavano completamente
di ogni genere di servizi e di assistenza sanitaria. In questa prigione furono alloggiati gli alpini catturati
a gennaio, e la mortalità, soprattutto nei primi mesi di prigionia, fu
altissima20.
Ad Oranki (campo numero 74) venne riattato un vecchio monastero privo di muri
di cinta, con una semplice serie di reticolati a protezione della costruzione. Una chiesa sconsacrata era adibita a deposito delle
derrate; fu la prigione degli sbandati delle divisioni "Pasubio" e "Torino". Inusuale il lager di Tambow, in quanto
non vi erano costruzioni di superficie: gli alloggi erano dei veri e propri
bunker sotterranei, costruiti in
prossimità di piste d'atterraggio aeree. Queste abitazioni erano inadatte a ospitare esseri umani, ma in ognuno di
questi rifugi alloggiavano una quarantina di persone. Mancava completamente l'illuminazione e l'areazione e
un unico ingresso metteva in contatto con il mondo esterno. Importante per essere stata la prigione degli
ufficiali era il campo 160 di Susdal. Gli italiani erano alloggiati nelle celle dei monaci dell'ex monastero (Susdal
era la città santa degli zar). I locali erano spogli e privi di qualsiasi comodità, ma questa situazione era di
gran lunga migliore rispetto alle precedenti descritte.
Prikaz Stalin
La prigionia dei militari italiani in Russia può essere divisa in due fasi: la prima è quella relativa al
ricovero nei campi di concentramento, in cui si verificò un'alta mortalità tra gli internati e che si sviluppò
soprattutto nei tre mesi successivi alla cattura; la seconda - che durò molto più a lungo e si protrasse ben oltre la fine
del conflitto mondiale - in cui i superstiti si ripresero fisicamente, riuscirono a lavorare e furono martellati
dalla propaganda sovietica. Come abbiamo detto in precedenza, una volta arrivate ai campi le nostre
truppe furono falcidiate da epidemie21 che fecero strage dei sopravvissuti ai combattimenti, alle marce e ai
lunghi trasferimenti in treno.
L'alta mortalità dei primi mesi di permanenza nei campi è da ricercarsi in due motivazioni: il soldato
italiano aveva combattuto a lungo in condizioni climatiche pessime ed era arrivato alla prigionia stremato. A
questo fatto va aggiunto che i sovietici - poco ferrati in materia di prigionia - forse in un primo tempo si
auguravano di sbarazzarsi dei prigionieri privandoli di cura e assistenze. In seguito le mutate condizioni
atmosferiche unite al fatto che il fronte si spostava sempre più verso nord-ovest e quindi si cominciava ad intravedere
una fine (seppur lontana) del conflitto, fece cambiare opinione sull'utilizzo dei prigionieri. Dai calcoli
oramai accettati da tutti gli storici e da coloro che hanno vissuto sulla propria pelle l'esperienza della prigionia,
non è da escludere che gli italiani arrivati ai campi superassero le 40.000 unità: di questi solo 10.030
torneranno a casa.
La prigionia dei nostri militari migliorò nell'aprile del 1943 grazie ad alcune disposizioni del Nkvd: i
prigionieri ribattezzarono il provvedimento
"prikaz Stalin" e sotto questa dicitura lo troviamo in
numerosi testi di memorialistica22. Il miglioramento fu effettivo proprio sotto l'aspetto della sussistenza
e dell'approvvigionamento. Come abbiamo visto in precedenza, anche se non aveva aderito alla
Convenzione di Ginevra l'Urss si era data una serie di regole, che però nei primi mesi di guerra erano state disattese
a causa dell'asprezza del conflitto. Il regolamento datato 1941 era stato approvato dal Consiglio dei
commissari del popolo (Snk)23 e portava la firma del presidente, Josif Stalin. Esso prevedeva il lavoro facoltativo per
gli ufficiali, e per chi aderiva vi era la possibilità di ricevere un compenso stabilito dalla Direzione
del Commissariato del popolo per gli affari interni, e la separazione tra ufficiali e soldati nei campi (fatto che
si verificò puntualmente solo dall'aprile del 1943). In realtà la truppa italiana fu subito utilizzata per
alcuni lavori anche pesanti; i prigionieri erano divisi in tre categorie a seconda delle capacità fisiche. Alle
volte potevano esserci turni che duravano dodici ore e il compenso era calcolato in base ad una "norma"
che veniva stabilita da una commissione apposita.
Attraverso i documenti d'archivio è stato interessante verificare la quantità di regolamenti che il
Commissariato del popolo emise in favore dei lavori che dovevano essere svolti dai prigionieri.
Alla fine del conflitto fu poi
emesso24 un regolamento circostanziato in base al quale furono stabilite
norme precise per il lavoro dei prigionieri. Questi erano seguiti da una Commissione medico lavorativa (Cml)
che assegnava e seguiva i lavori; in base a tali ordinanze i prigionieri furono suddivisi in tre categorie di
lavoro: quelli atti a lavori pesanti e pesantissimi, quelli idonei a un carico medio-pesante e quelli adatti a
opere leggere. Il lavoro doveva in ogni caso essere retribuito con un compenso non superiore ai 200 rubli
mensili. Secondo le testimonianze dei prigionieri e dei loro carcerieri, questi lasciarono un buon ricordo
nella popolazione locale soprattutto grazie alla qualità dell'opera prestata. Gli italiani infatti erano capaci
di ingegnarsi con i più improbabili attrezzi e nel corso della loro detenzione furono impiegati in
svariate mansioni: dalla costruzione di tratti stradali, ad alcune opere in falegnameria nei
colcos, come contadini e in qualità di
taglialegna25 nei boschi.
L'educazione politica
C'è un aspetto rilevante che differenzia la prigionia dei militari italiani in Russia dalla detenzione in
altri paesi alleati. Mentre in Francia, Inghilterra e Stati Uniti gli italiani furono trattenuti solo al fine di
svolgere mansioni lavorative, quelli detenuti in Urss dovettero subire fin dal primo momento un vero e
proprio indottrinamento politico. Seguendo i documenti d'archivio sovietici, quando l'Italia firmò l'armistizio
con gli Alleati a Cassibile venne presa dalle alte sfere la decisione di intensificare il lavoro politico tra i
prigionieri italiani. La direzione dell'Nkvd redasse una circolare in cui si diceva che: "Bisogna alimentare sentimenti
di ostilità verso gli elementi filohitleriani [...], bisogna favorire gli elementi orientati favorevolmente
verso l'Unione Sovietica e che siano pronti a sostenere la sua politica al termine del
conflitto"26.
L'attività politica nei campi di concentramento, quindi, riveste un'importanza fondamentale nel
comprendere i motivi della prigionia dei militari italiani, tutto questo anche alla luce delle polemiche successive al
rimpatrio e alla strumentalizzazione del fenomeno attuata in Italia dai due principali schieramenti politici
del dopoguerra27.
Quanto detto lo possiamo verificare nella memorialistica: sia i contrari che i favorevoli all'ideologia
marxista spesso tralasciano nei loro scritti la descrizione della vita nei campi per dedicarsi con dovizia di
particolari all'argomento politico. Nei campi esistevano diversi strumenti di educazione politica: primo per
importanza era il giornale che veniva distribuito ai prigionieri. Di seguito venivano i commissari (quasi sempre
fuoriusciti politici della stessa nazionalità dei detenuti) e infine la Scuola ufficiali di Mosca attivata presso il
campo detentivo numero 2 di Krasnagorsk. Il lavoro politico-educativo tra i prigionieri fu affidato
all'apparato politico dell'Nkvd: questo ente si occupava d'altronde già degli affari dei prigionieri di guerra e
degli internati. Tutto il lavoro veniva controllato tramite il Comitato esecutivo dell'Internazionale comunista.
La supervisione toccava al Capo dell'Ufficio di propaganda politico-militare, Dimitri
Manuilskie28. Come si può notare era una struttura ben delineata e operativa; Mosca ha sempre negato - soprattutto quando si
è scatenata la polemica sul mancato rimpatrio - di conoscere informazioni dettagliate sui prigionieri, ma
la realtà era ben diversa. Infatti per ogni prigioniero vi era una scheda nella quale erano riportati - oltre ai
dati anagrafici - il grado di affinità ideologica con l'Urss e anche le singole posizioni nei confronti della
monarchia di Badoglio e del fascismo in
genere29.
Le alte sfere russe contavano molto sull'aspetto propagandistico e sulla politica; del resto già nei primi
mesi del 1943, quando le epidemie continuavano a mietere vittime nei campi, fu organizzata la stampa di
un giornale per i prigionieri. Con queste motivazioni per i soldati italiani nasceva "l'Alba", mentre i militari
di altre nazionalità disponevano di altri
bollettini30. Il primo numero de
"l'Alba"31 comparve il 10
febbraio 1943, sotto la direzione di Rita Montagnana (all'epoca compagna di Palmiro Togliatti). La prima pagina
del foglio esordiva con un commento sulla situazione militare in Unione Sovietica, mentre un fondo
anonimo criticava aspramente il regime fascista operante in Italia. Il giornale usciva ogni dieci giorni e raggiunse
in breve una tiratura di settemila copie. Dopo i primi quattro numeri fu diretto da Edoardo D'Onofrio
(fino all'agosto del 1944): in seguito tale compito fu assunto da Luigi Amadesi e Paolo Robotti. Il giornale
uscì ininterrottamente fino al maggio del 1946 e mentre in un primo tempo si dava parecchio spazio alle
attività belliche, in seguito gli articoli erano quasi tutti di ispirazione politica con continui richiami alla
situazione italiana. Il giornale non fu accettato da tutti i prigionieri, anzi valutando la memorialistica, sono più
i commenti negativi di quelli
positivi32.
Commissari e scuola di studi marxisti leninisti
A presentare il giornale nei campi erano i commissari politici, che agivano come interpreti e a volte
come coadiuvanti dell'ufficiale sovietico preposto alla propaganda. Le immagini di cui disponiamo di
questi commissari sono in gran parte negative, provenendo ovviamente tutte dalla memorialistica e dalla
rassegna stampa relativa al Processo
D'Onofrio33. I reduci affermano che era obbligatorio per i prigionieri
assistere alle conferenze degli istruttori politici. In qualche caso si giunse a episodi di intolleranza sfociati poi
nel trasferimento dell'insubordinato in un altro campo di prigionia. La memorialistica ci presenta
un'immagine piuttosto scolorita degli effetti che la propaganda esercitò sui destinatari di tali messaggi.
L'opera dei commissari non incontrò mai un'ostilità preconcetta, anzi, nei primi tempi suscitò un
sentimento di speranza per un miglioramento delle condizioni di prigionia. I fuoriusciti italiani risultarono alla fine
non all'altezza del loro compito e a lungo termine si dimostrarono incapaci di comprendere la psicologia
dei prigionieri. Fu anche organizzata una Scuola di studi marxisti-leninisti in una sezione del campo 27
nei dintorni di Mosca. Questa istituzione serviva per preparare istruttori di lavoro politico antifascista che
avrebbero poi operato tra i prigionieri. La loro formazione seguiva da vicino i modelli di lavoro politico e di
partito nell'Urss. A questa scuola erano inviati alcuni prigionieri e quando questi tornavano nei campi
di concentramento collaboravano con le direzioni politiche degli stessi. In ogni campo esisteva anche
una biblioteca contenente non solo i classici libri di propaganda marxista, ma anche pubblicazioni di altro
genere34.
La propaganda e la politica furono i caratteri dominanti e determinanti della prigionia dei militari italiani
in Russia.
2. Il rimpatrio e le
polemiche
Lo scenario
Quando fu firmato l'armistizio di Cassibile si cominciò a porre il problema dei prigionieri italiani e il
loro successivo utilizzo. Lo stesso Badoglio pensava di poter impiegare militarmente tali truppe nella guerra
di liberazione del suolo nazionale dalle truppe tedesche. Questa speranza divenne concreta dal momento in
cui all'Italia venne accordato lo status di paese cobelligerante, non appena lo stesso Badoglio dichiarò
guerra alla Germania35. In realtà questa situazione non mutò nulla nei rapporti tra gli Alleati e l'Italia, l'unico
fatto certo rimaneva quello di avere un nemico in comune. Nel pensare alla costituzione di nuove
divisioni, Badoglio si riferiva ai prigionieri in mano americana e inglese, nulla al momento era preventivabile
per quelli detenuti in Russia.
L'argomento tornò di attualità nell'aprile 1944 quando il maresciallo, desideroso di avere notizie sulla
sorte dei nostri prigionieri, costituì l'Alto commissariato per i prigionieri di guerra, al cui vertice nominò
Pietro Gazzera36. La scelta di Gazzera non fu ben vista da certi ambienti
politici37. Tuttavia questo fu il primo
passo ufficiale compiuto dal governo italiano: in questo modo era possibile censire tutti i militari sparsi nel
mondo e prigionieri delle potenze alleate. Prima di questo Commissariato esisteva solo un "Ufficio centrale
di assistenza e notizie di prigionieri", che aveva istituito dei centri raccolta a Napoli, Foggia e Aversa;
ad usufruire di questi servizi furono i militari catturati sul suolo italiano prima della firma dell'armistizio.
Per quanto riguarda il settore russo sorsero spontanei numerosi comitati e associazioni, il più attivo
fu sicuramente "L'Alleanza familiari dispersi e prigionieri di Russia", che si costituì a Parma fin dal
dicembre 1942 sotto l'egida dell'esponente cattolico Giuseppe
Micheli38. Con la creazione dell'Alto
commissariato svanì l'interesse da parte delle sfere militari di creare corpi di combattenti utilizzando i reduci della
prigionia. L'attenzione in questo caso si concentrò sul rimpatrio dei militari secondo le più elementari norme
della Convenzione di Ginevra. Un passo avanti sulla risoluzione dei problemi fu la ripresa delle
relazioni diplomatiche tra l'Italia e le potenze alleate; la prima ad intraprendere tale iniziativa fu proprio
l'Unione Sovietica, che, il 14 marzo 1944, riconobbe ufficialmente l'Italia, seguita a ruota in questo da tutte le
altre potenze alleate. Gli americani e gli inglesi cominciarono ad avere paura di un'ascesa delle sinistre in
Italia, specialmente dopo il ritorno in patria di Palmiro Togliatti. L'arrivo del
leader comunista comportò un
rimpasto di governo che portò alla cosiddetta coalizione dei sei
partiti39.
A margine della crisi politica italiana gli Alleati vollero che il re Vittorio Emanuele III trasferisse i
suoi poteri al figlio Umberto, non appena Roma fosse stata liberata. Il 10 giugno 1944 si costituì un
nuovo governo sotto la guida di Ivanoe Bonomi (capo del Cln). La mutata situazione italiana non piacque
allo stesso Churchill che protestò nei confronti di Roosevelt e Stalin.
Questo il poco rassicurante clima nel quale maturò la questione dei prigionieri in mano sovietica. I
primi accenni furono fatti alla fine del 1944; in un articolo de "l'Unità" si metteva in luce il buon trattamento
che era stato riservato ai nostri militari in terra sovietica, mentre altri fogli di matrice cattolica cominciavano
a interrogarsi sulla consistenza numerica dei nostri
prigionieri40.
Lo stesso Bonomi inviò una nota a tutti i comandi alleati per avere informazioni dettagliate. Nel
telegramma inviato a Roosevelt, Stalin e Churchill il capo del governo italiano chiedeva che venisse restituito
mezzo milione di prigionieri dal momento che l'Italia da un anno sosteneva la guerra al fianco degli
Alleati41. I russi risposero che non avrebbero inviato elenchi, adducendo come scusante il fatto che gli italiani nel corso
della campagna 1941-43 si erano rifiutati di fornirne. Aggiunsero poi che si doveva aspettare la fine delle
ostilità. Bonomi ripresentò l'istanza durante la Conferenza di Yalta.
Nei primi mesi del 1945 le autorità italiane cominciarono a compiere un censimento dei cittadini
sovietici residenti in Italia, questo dopo le insistenze dell'ambasciatore Kostylev, che aveva chiesto il rimpatrio
dei suoi concittadini, anche di quelli che avevano abbandonato volontariamente l'Urss. Il tutto fu svolto
in maniera scrupolosa proprio per evitare attriti.
Quasi tutti i testi di storia che si sono occupati del periodo che precedette la liberazione di gran parte
dei prigionieri italiani hanno messo in risalto due particolarità: le autorità sovietiche non riconoscevano norme
internazionali di custodia detentiva e avevano una strana concezione dei rapporti umani.
La stampa italiana, soprattutto quella di centro, cominciava a speculare sui continui e reiterati
silenzi dell'Unione Sovietica, tanto è vero che dovette intervenire il viceministro degli Esteri Vishinski, che
convocò l'ambasciatore italiano notificandogli che "fra poco la questione dei prigionieri sarà risolta, essi
torneranno in Italia e diranno come li abbiano trattati e tutta questa montatura
cadrà"42. Il mese successivo fu data
notizia che di lì a poco sarebbero iniziati i rimpatrii e anche in questo caso l'Urss anticipò gli Alleati.
La notizia ufficiale fu comunicata alla delegazione sindacale in visita a Mosca il 25
agosto43. Qualche giorno dopo il numero complessivo dei prigionieri che sarebbero stati rimpatriati fu stimato in 19.648 unità.
Tale cifra era decisamente inferiore alle aspettative italiane. Gli stessi sovietici infatti, subito dopo la
disfatta dell'Armir, avevano comunicato un numero sei volte superiore. Ufficialmente il governo italiano
ringraziò, ma attraverso i canali diplomatici protestò con le autorità sovietiche. In seguito, non placandosi le
polemiche, fu comunicato che in realtà tale cifra non era da definirsi completa, poiché da questa mancava un
esiguo numero di militari ritenuti criminali di guerra.
Questo tira e molla sui prigionieri non era certo piacevole da gestire da parte del governo, per questo
motivo Parri, neopresidente del Consiglio, il 14 ottobre, parlando da una radio romana, disse che i prigionieri
non erano certo stati dimenticati e che sarebbe stato fatto tutto il possibile per farli rimpatriare al più
presto44.
Il rimpatrio 1945-1946
Il ritorno dei nostri militari dalla prigionia può essere suddiviso in due fasi: la prima si concluse nel
maggio 1946 (secondo stime Onu nel luglio 1946) con il rimpatrio di 21.065 prigionieri (secondo l'Onu
21.193), nella seconda fase, dopo le continue insistenze delle autorità italiane e una trattativa estenuante che
durò fino al 1957, si arrivò alla liberazione di poche decine di uomini.
Seguendo la tabella presente nel libretto dell'Onu, edito dall'Ufficio del delegato italiano presso
la Commissione speciale per i prigionieri di guerra, i gruppi più consistenti furono fatti rientrare nel
dicembre 1945 e furono consegnati dai militari russi ai responsabili dell'esercito americano (17.673 italiani
a Shonberg)45. Altre due importanti "consegne" avvennero a San Valentin, in Austria, il 27 marzo del
1946 (1.226 prigionieri), e ad Arnoldstein, il 12 luglio 1946, dove alle autorità americane furono consegnati
749 italiani. Guardando i dati di archivio russi, si nota stranamente che la data di consegna dei prigionieri è
il 1947, secondo lo storico sovietico Vladimir Galitzki il rimpatrio fu regolato da delibere del governo
dell'Urss, che venivano poi eseguite dal Ministero degli Affari
interni46. Le modalità di liberazione erano
semplici: ogni gruppo che doveva rientrare era esentato dai lavori pesanti dieci giorni prima della partenza, in
quel lasso di tempo si espletavano le formalità burocratiche e si compilava una documentazione speciale,
questa era poi inviata al Consiglio dei ministri, che stabiliva la data per il rimpatrio.
Nei documenti ufficiali si è sempre parlato di 21.000 uomini, ma di questi in realtà facevano parte
dell'Armir solo 10.030. Una volta che i nostri soldati rimpatriarono, fu fatto un censimento specifico che stabilì
le appartenenze ai reparti operanti in Russia. Gli altri italiani, detenuti nei lager nazisti in Polonia,
furono liberati nel corso della travolgente avanzata dell'Armata rossa sul fronte orientale. Inutile dire che
tale ulteriore suddivisione scatenò un mare di polemiche e, come sempre accade in Italia, tale sentimento
di ribellione a questi dati ebbe ripercussioni anche in Parlamento, dove fioccarono interpellanze e
interrogazioni47. Alla fine del luglio 1946 il governo italiano comunicò alla Camera che le incongruenze rilevate
erano dovute al modo affrettato e disorganizzato con cui l'Unione Sovietica aveva provveduto al rimpatrio
dei nostri soldati. Al momento anche se circolavano voci incontrollate di grossi contingenti trattenuti la
realtà amara era che solo poche decine di militari dovevano ancora rientrare. ll governo sovietico si
difese, annunciando che se si erano verificate discordanze e inefficienze, queste erano da imputare alle
autorità italiane e a quelle americane, che avevano preso in consegna i prigionieri.
Il rimpatrio 1947-1958
Il 27 novembre 1946 il governo sovietico emise un comunicato in cui si afferrnava che i rimpatrii dei
militari italiani dovevano considerarsi cessati nell'agosto precedente. Per l'Urss la questione era chiusa e a
questa nota ufficiale si richiamarono poi tutte quelle successive.
Le iniziative delle autorità italiane per venire a conoscenza della sorte dei prigionieri italiani furono
in principio scarse e vennero condotte in tutta segretezza alla luce di precedenti accordi economici e
politici. L'opinione pubblica si appassionò al problema in modo discontinuo, inizialmente la pressione popolare non
si fece sentire. Divenne invece pressante tra l'estate e l'autunno del 1947, periodo in cui l'argomento
acquisì dignità politica. Le domande che si poneva la gente erano essenzialmente due: per quale motivo vi
erano stati così tanti dispersi e soprattutto esistevano ancora dei superstiti in Russia? Questi erano quesiti ai
quali la popolazione voleva avere delle risposte precise.
L'ambasciatore italiano a Mosca, Manlio
Brosio48, svolse un'intensa attività diplomatica per scoprire
quale era stata la sorte dei nostri prigionieri, incontrando un atteggiamento sovietico negativo: noi
eravamo considerati i perdenti del conflitto, ai quali nulla era dovuto. Le sollecitazioni inviate nel frattempo in
patria da Brosio stimolarono il governo italiano, che inviò una nota a quello sovietico l'11 febbraio 1948. In
tale documento si chiedeva il rimpatrio dei 34 presunti criminali di guerra e in più si chiedevano notizie
dettagliate sulle migliaia di dispersi; si proponeva poi la creazione di un'apposita commissione internazionale per
la ricostruzione degli avvenimenti e la ricerca di eventuali
dispersi49. La risposta sovietica arrivò solo a
fine maggio: Vishinski e Kosuriev (un funzionario del Ministero degli Esteri sovietico) si resero disponibili
al dialogo con il nostro rappresentante a Mosca. Questi fecero persino la proposta di uno scambio tra
personale diplomatico della Repubblica di Salò con alcuni russi trattenuti in Italia per crimini di guerra. Il
ministro degli Esteri Carlo Sforza proponeva invece che lo scambio avvenisse con i 34 presunti criminali. Tale
pratica però andava contro un regolamento internazionale, che vietava l'estradizione di persone straniere,
firmato dall'Italia e dalle potenze alleate proprio per evitare spiacevoli episodi di rimpatrio forzato. Non
passò inosservato poi ai russi l'acceso dibattito scatenatosi in Parlamento. In seguito la stampa sovietica
intervenne per denunciare quelle che erano ritenute delle "menzogne", un pretesto per attaccare l'operato
dell'Urss. Ma, mentre i giornali e i politici si attaccavano sulle diverse posizioni, i contatti diplomatici
proseguivano serrati per una definizione del problema.
Nei giornali sovietici continuavano ad essere pubblicate delle requisitorie contro l'operato delle
truppe italiane. Il 20 luglio 1948 il responsabile dell'Ufficio Italia del Ministero degli Esteri sovietico
Mihailov comunicò a un responsabile italiano dell'ambasciata che una commissione incaricata dal governo
sovietico stava raccogliendo le prove delle atrocità commesse dai soldati italiani durante il conflitto. Sempre in
quel periodo (giugno-luglio 1948) la Camera approfondì il discorso sui prigionieri di guerra e sul fronte
russo, ma sarà uno spunto per un processo alle intenzioni del fascismo e a un confronto fra i nuovi
schieramenti politici piuttosto che non un'effettiva volontà di scoprire le sorti dei militari italiani. Continuava nel
frattempo senza soste l'opera di riavvicinamento diplomatico. Nell'ottobre del 1948 il professor Giuseppe
Albertario redasse per conto della Presidenza del Consiglio dei ministri una relazione dettagliata. Albertario fece
parte della Commissione agricoltura della missione Ugo La Malfa, andata in Russia nel 1948 per stabilire
contatti commerciali, e portò alle autorità locali alcune richieste di chiarimenti stilate dal senatore Amor
Tartufoli50.
La situazione particolare dei prigionieri internati e la voglia di conoscere con esattezza la sorte degli
italiani in Russia continuò a sussistere per tutto il 1948 e il 1949, faceva da sfondo alla vicenda anche il
processo D'Onofrio, terminato il quale il dibattito politico giornalistico e d'opinione attraeva sempre più. Questo è
il periodo in cui l'argomento ebbe più presa.
Ma tornando al 1948, il problema acquisì anche una valenza internazionale: il 24 novembre 1948
Ergon Schweib, direttore presso la divisione dei Diritti dell'uomo, emise una nota informativa in cui "l'Onu
avrebbe preso in considerazione la richiesta di interessarsi alla questione dei prigionieri in
Russia"51. La questione venne poi riproposta grazie a un'interpellanza presentata dall'onorevole Braschi (pubblicata dal
"Corriere della sera" il 7 settembre 1949); in tale atto era riportata una lista attendibile di prigionieri. Dopo
poco vennero liberati i tre generali del corpo d'armata alpino ancora detenuti (Umberto Ricagno, Emilio
Battisti, Etevaldo Pascolini), con loro tornavano in patria 30 altoatesini che avevano militato nelle Ss. Si
infiammarono nuovamente le polemiche e questa volta il Consiglio dell'Onu votò una risoluzione approvata a
maggioranza52. Il documento si divideva in un preambolo e in una parte risolutiva; nell'atto venivano invitati tutti i paesi
che ancora detenevano dei prigionieri a restituirli entro e non oltre il 30 aprile successivo.
Nel frattempo fu costituita un'apposita commissione di studio internazionale che esaminò il problema
e redigeva dei rendiconti annuali in cui si aggiornava la
situazione53. Tale commissione si riunì la prima
volta nell'agosto del 1951, suo obiettivo era quello di togliere il problema "dalla piattaforma politica per
portarlo su quella umanitaria". Le riunioni continuarono fino al 1957.
Dal 1947 al 1951 rientrarono 26 militari di cui non si sospettava nemmeno l'esistenza, mentre la morte
di Stalin (1954) accelerò il rientro dei 34 militari ritenuti criminali di guerra, infine altri 8 rientrarono dopo
tale data.
Nel 1958 tale rimpatrio poteva dirsi concluso, rimanevano però ancora inascoltate le richieste del
governo italiano e dell'opinione pubblica di conoscere nei dettagli la sorte di coloro che non avevano fatto ritorno.
Le polemiche politiche
Lo scontro politico della primavera del 1948 fu così aspro e carico di veleni che alcune polemiche
si trascinarono negli anni. I due schieramenti che si scontrarono furono da una parte il Fronte popolare,
che annoverava tra le sue fila tutta la sinistra, e la Democrazia cristiana dall'altra. Com'è facile prevedere
anche il problema dei dispersi divenne banco di scontro politico e facile arma elettorale. Da parte
democristiana furono sovvenzionate le associazioni dei reduci e si stamparono volantini elettorali inequivocabili
che, prendendo spunto dalla prigionia, invitavano a non votare il Partito comunista. La sinistra invece portava
ad esempio il modello sovietico.
Il risultato premiò la Democrazia cristiana, ma le polemiche elettorali non si placarono di certo, anzi
dai banchi della Camera furono presentate interpellanze e mozioni: la prima di un certo rilievo fu quella
del sottosegretario agli Esteri Brusasca, che criticava l'inaffidabilità delle cifre presentate dai sovietici. Il
dibattito che ne scaturì fu intenso, ma la discussione si rivolse principalmente alla difesa delle tesi politiche
contrapposte. Tra i più accesi deputati si segnalano Bubbio e Tartufoli (Dc), Zingarelli (liberale) e il socialista
Sandro Pertini54.
Un nuovo dibattito si accese quando i giornali pubblicarono alcune lettere di Togliatti, in cui il capo
del partito dell'opposizione giustificava l'operato del governo sovietico e attaccava quanto fatto dagli italiani
in Russia.
Ai primi di luglio del 1948, vista la continua insistenza sul problema, furono presentate tre mozioni:
quella del comunista Mario Palermo, quella del democristiano Tartufoli e quella del moderato Braschi.
Al Senato parlò per primo Palermo: il suo intervento fu particolarmente duro con le alte sfere militari
che avevano progettato la campagna, lesse poi il contenuto di alcune lettere di dispersi piene di orrore per
la guerra. Tartufoli invece disse che non era il caso di fare il processo alle intenzioni, dal momento che la
storia aveva già deciso. Ciò che a lui e a decine di migliaia di persone importava era conoscere la sorte dei
propri congiunti55. Il moderato Braschi auspicava una commissione d'inchiesta non solo sui dispersi in Russia
ma anche su quelli della penisola balcanica. Il parlamentare si dilungò nell'elencare il balletto delle cifre
fornite dai russi; secondo i suoi calcoli all'appello mancavano ancora più di trecento prigionieri. Il
ministro repubblicano Randolfo Pacciardi, alla fine di un dibattito aspro e battagliero, riportò la calma e analizzò
i fatti senza colpevolizzare alcuno, né i russi né gli italiani.
La mozione di Palermo venne respinta e fu così approvato un testo che si avvaleva delle idee avanzate
da Tartufoli e da Braschi. Nel documento si chiedeva al governo di intensificare la propria azione nei
confronti dei soldati italiani e dei civili prigionieri, di ricostruire le vicende dei dispersi sulla base dei resoconti
dei rimpatriati, di disporre e attuare delle oggettive norme e provvidenze in favore delle famiglie di
superstiti56. In seguito fu approvata una proposta di legge presentata da Bubbio, Tartufoli e Braschi per agevolare
la procedura di morte presunta dei militari dispersi. Il clima generale era così acceso che, non appena si
sparse la voce dell'attentato a Togliatti, si disse che l'artefice fosse un reduce. Questo poiché molti avevano
fatto propria l'idea della corresponsabilità del Pci e di Togliatti nel destino dei prigionieri italiani in Russia.
La chiassosa polemica anticomunista che si sviluppò in seguito non fu mai del tutto avallata dai vertici
governativi (Meda Pacciardi). C'era la volontà di trovare un accordo con i sovietici e la missione inviata a Mosca
e guidata da La Malfa doveva proprio riuscire a placare gli animi. Il tono acre e polemico non ebbe
seguito, l'ultima grande vetrina fu il processo D'Onofrio, che si celebrò solo nel
194957.
Il processo D'Onofrio (16 maggio - 23 luglio 1949)
Il processo fu l'ultima grande occasione attraverso cui fu dibattuta a grande livello la questione dei
prigionieri e dei dispersi in Russia. Anche se si svolse nel 1949 in realtà era uno strascico della campagna elettorale
del 18 aprile 1948. Durante la consultazione fu dato alle stampe un libretto dal titolo "Russia", nel quale
un gruppo di ufficiali reduci dal fronte russo denunciava il comportamento dei sovietici e dei
commissari politici tra i quali spiccava Edoardo D'Onofrio. Questi in seguito denunciò per diffamazione tutti gli
autori della pubblicazione58.
Come era stato violento e intimidatorio il clima al tempo del dibattito politico alla Camera e al Senato,
così al processo l'atmosfera fu molto pesante. La gente si divise in innocentisti e colpevolisti e l'attenzione
fu enorme, basti solo vedere lo spazio concesso al dibattimento dai giornali dell'epoca. Il processo si divise
in due parti: la prima, che si sviluppò tra il 16 maggio e il 22 giugno, servì per la deposizione dei testi della
difesa e dell'accusa, e la seconda parte, che occupò il mese di luglio, in cui dalle testimonianze si passò
al vero e proprio dibattimento delle parti con le arringhe dei rispettivi collegi di avvocati. La sentenza
fu emessa il 23 luglio. Fu una sentenza di assoluzione per gli imputati e il senatore D'Onofrio fu costretto
a pagare le spese processuali; in pratica fu una sconfitta pesante per l'accusatore; come spesso accade
in questi processi di diffamazione l'accusatore si trovò sul banco degli imputati.
Il clima dell'epoca lo si trova dipinto magistralmente nei giornali: lo spazio per la cronaca
processuale venne quasi sempre preso dalle polemiche
politiche59. Il processo D'Onofrio di quell'afosa estate del
1949 rappresentò 1'ultima grande tribuna dalla quale dibattere il problema per la mancata restituzione dei
prigionieri; fu infatti un punto topico, superato il quale tutta la problematica specifica e i rapporti politici ad
essa connessi finirono di essere di pubblico dominio.
La stampa italiana
Gli organi di informazione sono molto importanti per la comprensione delle polemiche che si
verificarono sulla questione dei prigionieri. Con il ritorno della libertà, alla fine della seconda guerra mondiale
riprendono ad uscire i giornali: erano gli stessi occupanti alleati a premere per una libera informazione, così
come premevano i partiti antifascisti e i maggiori gruppi economici del Paese. Inizialmente i giornali uscirono
a due pagine, il prezzo di vendita era basso per allettare i lettori.
Già un anno dopo la fine delle ostilità erano ben 146 le testate presenti e naturalmente cominciò a pesare
la loro influenza a livello politico. Da più parti si comprese che il rapporto tra
informazioni-stampa-propaganda avrebbe inciso parecchio sul futuro del Paese. Lo stesso Togliatti, presagendo gli scontri politici
affermava che "bisogna preparare una seria legge sulla stampa che imponga ai magistrati la difesa dell'opinione
dei cittadini e della dignità delle istituzioni
repubblicane"60.
La stampa cominciò a interessarsi ai dispersi verso la metà del maggio del 1946: si trattava perlopiù
di commenti ai rimpatrii. Entrò invece nel dettaglio della polemica più avanti con pubblicazioni
specifiche come "La voce del prigioniero", mentre altri organi di stampa uscirono con edizioni speciali
dedicate all'argomento.
Archiviato il processo D'Onofrio, anche la stampa sembrò dimenticarsi dei prigionieri e comunque i
dispersi non ebbero più lo spazio avuto prima e durante il processo. Fino alla fine degli anni cinquanta sulla
carta stampata si discusse del mancato rimpatrio e del numero dei prigionieri ancora trattenuti, dopo questa
data, in concomitanza con la pubblicazione del libretto dell'Onu, si cominciò a parlare della sorte toccata ai
nostri connazionali prigionieri deceduti e soprattutto delle cause della loro morte.
La memorialistica
Prima di fare una carrellata sugli ultimi sviluppi della vicenda dei dispersi dagli anni sessanta fino ai
giorni nostri, è opportuno soffermarsi su quello che fu un fenomeno letterario di grande richiamo a partire
dalla fine degli anni quaranta, ovverossia la memorialistica.
Tutti coloro che hanno partecipato all'avventura russa, e sono ritornati a casa, hanno voluto prima o
poi cimentarsi nel resoconto di quella tragedia: un modo per ricordare, ma anche per far rivivere coloro che
non erano stati fortunati, un modo anche per ricordare quello che era stato il fenomeno della prigionia.
Possiamo anche in questo caso dividere in due categorie coloro che hanno scritto sulla tragedia. Quelli che
hanno vissuto solo la ritirata e quelli che sono stati internati nei campi. C'è una sostanziale differenza tra questi
due tipi di protagonisti: mentre quelli che hanno preso parte alla ritirata descrivono in maniera dura la
loro esperienza, ma vedono all'orizzonte il futuro e la salvezza, più dure e più crude sono le testimonianze
di coloro che hanno sofferto le pene della prigionia.
Sul valore storico e documentarista di questa produzione letteraria non tutti sono concordi, lo storico
Giorgio Rochat, ad esempio, dà una chiave particolare del successo di questo filone: "L'anticomunismo
esasperato degli anni della guerra fredda, la strumentalizzazione della campagna di Russia in chiave di evasione, la
crisi dei valori tradizionali provocata dal crollo del fronte del Don e dalla drammatica
ritirata"61. La critica di Rochat a questo genere di scritti si spinge anche oltre, affermando che "sul fondo di drammaticità
reale ambientano i più logori schemi di patriottismo oleografico, di gallismo casereccio, di effetti
melodrammatici e poi di cupa ricerca di effetti nelle descrizioni dei combattimenti e degli eccessi degli sbandati. La
produzione sulla campagna di Russia è sostanzialmente letteratura di evasione, che mira a commuovere il lettore
con tutti i trucchi del mestiere e rinuncia a una ricerca autentica delle cause della sconfitta dei pensieri dei
combattenti, dei drammi vissuti in terra di Russia".
Affermazioni dure e certamente in alcuni casi anche veritiere, se si pensa ad alcuni scritti utilizzati in
termini di propaganda, non vale sicuramente per molti altri testi. In questo caso risponde indirettamente
quanto scritto da Carlo Vicentini nel suo libro "Noi soli vivi". In tale testimonianza l'autore racconta la
propria esperienza nel lager di Tambow: "Chi torna dalla guerra non è più l'uomo di prima, è diverso, è un
altro individuo. La sua personalità ne risulta stravolta e manipolata. Ma che tipo di reduce è quello che viene
dalla prigionia russa: è un uomo che non è più capace di vere emozioni [...] è un uomo tollerante quasi
indifferente [...] è un uomo che non si accalora per nessuna discussione [...] è un uomo che conosce sul serio cosa
vuol dire fame e sa leggerla negli occhi. Questo reduce è il prodotto specialissimo di una serie di
circostanze eccezionali. Non pretende di costituire un esempio e non vuole insegnare nulla. Tutti sono padroni di
giudicarlo e classificarlo come
credono"62.
Verso la soluzione del problema
Alla fine degli anni cinquanta e per il ventennio successivo la questione dei prigionieri e dei dispersi
in Russia venne abbandonata e cadde in una sorta di oblio. Solo alla fine degli anni settanta, dopo
alcuni tentativi fatti dall'allora presidente della Repubblica, Giovanni Leone, alcuni reduci, guidati dall'ex
generale Antonio Ricchezza, riuscirono ad ottenere un visto per recarsi sul suolo sovietico e verificare l'esistenza,
a distanza di trent'anni, dei cimiteri dei caduti. In realtà non esisteva più nulla a ricordo dei nostri
cinquemila caduti prima della controffensiva russa del dicembre del 1942.
All'inizio degli anni ottanta il problema cominciò a trovare una soluzione. Grazie anche alle mutate
condizioni politiche e alla distensione si comincia a guardare ai dispersi in un'ottica completamente diversa. Utile è
il confronto con gli storici sovietici, che sono i primi a parlare dei numerosi decessi degli italiani nei campi
di prigionia, nello stesso periodo scoppia poi anche il caso Leopoli. Secondo il libro del polacco Jacek
Wilzcur ("Le tombe dell'Armir"), migliaia di soldati italiani furono trucidati dai tedeschi nel corso della ritirata.
Tali affermazioni unitamente a un rinnovato interesse della gente inducono il Ministero della Difesa ad
aprire un'inchiesta e a nominare una commissione
d'indagine63. Dopo accurate ricerche furono giudicate
come improbabili le rivelazioni dell'autore polacco, anche sulla base del fatto che parecchi dei nomi citati o
non esistevano oppure appartenevano a persone ancora in vita in Italia.
Ulteriori rivelazioni confermarono invece l'ecatombe di militari italiani e sulla base di quelle
dichiarazioni il governo italiano il 23 aprile 1991 firmò un accordo con il governo della Repubblica russa per il
recupero delle salme e per alcuni studi da compiersi in territorio sovietico. I primi dati hanno portato
all'identificazione di ottomila dispersi e ciò ha consentito agli storici italiani di ritenere il lager di Tambow quello in cui si
ebbe il più alto numero di morti a causa di un epidemia di tifo petecchiale.
Il commissario generale dell'Onorcaduti ha svolto in questi ultimi due anni un paziente lavoro di ricerca
per l'identificazione completa di 64.400 nominativi di soldati italiani schedati dai russi. Un lavoro che
consentirà di avere notizie precise su ogni singolo soldato italiano caduto in Russia.
A oltre cinquant'anni da quei luttuosi avvenimenti esiste quindi la concreta possibilità di conoscere
nel dettaglio tutta la verità sulla tragica campagna di Russia e dare finalmente sepoltura ai 74.800 caduti italiani.
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