Giuseppe Rasolo

L'odissea dei prigionieri italiani in Russia durante il secondo conflitto mondiale



1. La cattura e la prigionia

Tra tutti gli scenari di guerra a cui hanno partecipato i militari italiani nel corso del secondo conflitto mondiale, la campagna di Russia è quella che emana senza dubbio il maggior fascino per la sua alta carica di enigmaticità e mistero ancora viva a cinquant'anni dalla fine del conflitto.
Degli oltre duecentomila caduti dell'esercito italiano nel corso della seconda guerra mondiale1 più di un terzo (74.800) sono da riferirsi solo a questo teatro di combattimenti; di gran parte di questi tuttavia è ancora oggi sconosciuta la fine e per molto tempo è stato attribuito loro il triste appellativo di "dispersi". Proprio per comprendere appieno l'evolversi di questa grande tragedia è opportuno soffermarci almeno in partenza sulle peculiarità del conflitto scoppiato nell'Est europeo e che ha coinvolto una decina di divisioni italiane.

Le cause

La guerra combattuta sul fronte orientale tra tedeschi e sovietici, e che vide implicate altre popolazioni (italiani, belgi, rumeni, ungheresi, finlandesi), fu un conflitto differente da tutti gli altri: si trattò essenzialmente di uno scontro ideologico finalizzato al totale sterminio dei contendenti2.
Come ha ammesso lo storico tedesco Andreas Hillgruber, la Russia doveva diventare "una sorta di terreno coloniale per il popolo tedesco e allo stesso tempo un mercato per l'approvvigionamento delle materie prime". Questi stessi pensieri sono alla base delle considerazioni politiche espresse da Adolf Hitler nel suo "Mein Kampf". Il conflitto "doveva essere condotto nell'ambito di una guerra ideologica razziale di annientamento per gratificare definitivamente la Germania"3. I tedeschi in genere consideravano i sovietici e i popoli slavi inferiori e quindi destinati a essere sottomessi alla Grande Germania. Il fatto che Hitler non abbia attaccato immediatamente la Russia può solo essere spiegato con il fatto che i tedeschi non volevano più ripetere l'errore della prima guerra mondiale, durante la quale erano stati impegnati per anni su due fronti senza avere la meglio. I due anni di attesa (dal 1939 al 1941) servivano a Hitler per preparare nei dettagli l'offensiva e per farla risultare vincente.

Partecipazione dell'Italia

Ma quali erano i rapporti tra Italia e Urss? Per quale motivo i due paesi entrarono in conflitto? Fino alla guerra civile spagnola la politica estera di Mussolini non era mai stata antisovietica, anzi, in più di un'occasione (neutralità della "Pravda" in occasione del delitto Matteotti, trattato economico del 1933) vi era stata identità di vedute. Stando così le cose, e seguendo anche le analisi di parecchi storici, sembrerebbe che Mussolini fosse rimasto sorpreso dell'attacco di Hitler all'Urss. In realtà un saggio di Mario Toscano mette in evidenza (sulla base dei "Diari" di Ciano) come questo stato di cose fosse ben presente alla coscienza fascista4 e anche l'Italia si stesse preparando alla guerra. Lo si può notare infatti nei quotidiani italiani dell'epoca: a partire dal 1940 viene preparato lo scontro con l'Urss promuovendo una vera e propria crociata antibolscevica.
La decisione di prendere parte all'avventura russa fu accelerata quando Mussolini e lo Stato maggiore dell'Esercito videro i calcoli approntati dalla Werhmacht: si ipotizzava infatti una vittoria tedesca raggiungibile in sei-otto settimane. La possibilità di sedere a un tavolo di pace così importante allettava non poco il duce e il suo entourage5. I tedeschi invece non vedevano di buon occhio la partecipazione italiana: consideravano l'aiuto militare dell'alleato inconsistente, e le truppe italiane, mal addestrate e mal equipaggiate, potevano essere solo d'intralcio. Lo stesso Hitler pregò in un primo tempo Mussolini di intensificare la presenza italiana in Africa e nel Mediterraneo piuttosto che imbarcarsi nell'avventura russa.
Ma la tenacia del duce fu premiata e il 9 luglio 1941 - a poche settimane dall'entrata in guerra della Germania contro l'Urss (22 giugno) - vennero poste le basi per la costituzione di forze terrestri e aree destinate ad operare sul fronte orientale, che assunsero la denominazione di Corpo di spedizione italiano in Russia (Csir)6. Il Corpo (composto da tre divisioni - "Pasubio", "Celere", "Torino" - per un totale di 62.000 uomini) entrò in azione nel mese di agosto dello stesso anno e si distinse in parecchie azioni di guerra nel bacino del Donetz. L'anno successivo Mussolini volle aumentare la presenza italiana - questa volta anche su pressione del führer, che doveva rimpiazzare le ingenti perdite subite durante il primo anno di campagna (825.000 effettivi in meno). Contrariamente ai suggerimenti del comandante del Csir7, che sconsigliava un allargamento della presenza italiana in un teatro di guerra così difficile vista la cronica mancanza dei materiali e della preparazione, il contingente fu portato a 229.000 unità per una forza d'urto di dieci divisioni (oltre le tre citate in precedenza, il Corpo d'armata alpino, "Sforzesca", "Ravenna", "Cosseria", "Vicenza"). Tale armata, ribattezzata Armir, fu posta alle dirette dipendenze del generale Italo Gariboldi. Questa volta - a differenza dell'anno precedente - l'armata italiana fu mandata in prima linea a far da cuscinetto tra le truppe ungheresi e quelle rumene da sempre in attrito fra di loro.

La disfatta

L'eterogeneo gruppo di divisioni "alleate" (ungheresi, rumene, italiane e tedesche), persa la spinta propulsiva della Wehrmacht, si trovarono a difendere un'area vasta e inospitale addossata alle rive del Don. Insieme alle divisioni rumene la presenza italiana doveva garantire la tenuta del fianco sinistro dello schieramento che stava attaccando Stalingrado. Ma dopo le cocenti disfatte dell'anno precedente i sovietici si erano riorganizzati e stavano per far scattare la controffensiva.
Le prime a subire la reazione furono le truppe rumene sistemate sull'ala destra dello schieramento italiano, che nel corso del novembre 1942 furono scompaginate e distrutte: durante questa operazione fu possibile da parte russa accerchiare e isolare le truppe di von Paulus a Stalingrado. A metà dicembre (l'11) toccò ai nostri reparti subire l'urto sovietico, dopo pochi giorni (il 16) anche questi furono costretti a ritirarsi. L'attacco dell'Armata rossa, che aveva fatto breccia sul fronte tenuto dalle divisioni "Cosseria" e "Ravenna"8, aveva costretto altre tre divisioni a una precipitosa ritirata, che spinse decine di migliaia di soldati italiani a vagare nella neve alla ricerca della salvezza. Il mese successivo (17-31 gennaio) la stessa sorte sarebbe toccata al Corpo d'armata alpino9.
Le pagine della memorialistica riportano decine di passaggi epici di questa ritirata: la forza della disperazione dei singoli, la tenacia del gruppo, l'asprezza del luogo e la crudeltà del nemico. Ma non è intenzione di questo scritto soffermarsi su episodi che fanno ormai parte del nostro bagaglio di conoscenze.

Conto perdite

Alla fine della ritirata mancavano all'appello 84.030 unità delle 229.000 impiegate nella campagna. E così quella che doveva essere una semplice partecipazione alla spartizione di un congruo bottino di guerra si tramutò in un disastro umano e materiale10 di enormi proporzioni. Cominciava a questo punto la triste odissea dei dispersi in Russia. Per decenni non si è mai saputo quale fosse stato il destino dei nostri connazionali; lo stesso elenco nominativo dei dispersi - aggiornato nel 1977 - riportava solo 69.042 nominativi a fronte di un numero complessivo di 74.000. Ma il fatto più assurdo è che a tanti anni di distanza fosse ancora sconosciuta la semplice entità numerica delle forze italiane prima delle battaglie difensive del Don11: un fatto questo che ha sicuramente contribuito ad alimentare il problema dei militari italiani dispersi in Russia. La prima domanda che si pone uno studioso avvicinandosi al problema è quella di definire le cifre: quanti furono coloro che caddero in battaglia e quanti invece perirono nei campi di prigionia o nelle prime settimane di detenzione, quelle necessarie per arrivare ai campi di concentramento? Le relazioni ufficiali non si sbilanciano di certo in questo senso; lo fanno invece gli autori dei testi di memorialistica, differenziandosi nei dati a seconda dell'esperienza e del credo politico. Un calcolo veritiero non potrà mai essere fatto, ma il più plausibile potrebbe essere quello di Carlo Vicentini, che nella sua testimonianza parla di 15.000 deceduti nei combattimenti e di altri 60.000 periti in prigionia12. Negli ultimi anni anche gli stessi russi sembrano avvalorare i dati forniti dalla memorialistica: lo storico sovietico Vanzetti Safranov fin dal 1989 ha ammesso che gli italiani morti in combattimento dovevano essere al massimo 21.000 contro 47.000 deceduti in seguito13.

La cattura

Le relazioni ufficiali dell'esercito italiano - quando prendono in considerazione la ritirata dell'Armir - si soffermano esclusivamente sull'aspetto bellico, esaltando o riportando le manovre dei vari battaglioni. Questi testi non analizzano le perdite parziali, né è dato modo di conoscere le difficoltà dei comandi nel coordinare i vari momenti della ritirata. Anche lo stesso consuntivo finale è carente di alcuni dati fondamentali per giudicare il problema nella sua interezza. Per comprendere com'è avvenuta la cattura dei reparti italiani e la fase iniziale della prigionia bisogna fare affidamento ancora una volta sulla memorialistica, che si dimostra per questo teatro di guerra un'importante fonte conoscitiva alla quale attingere.
Il momento della ritirata che noi conosciamo attraverso questi testi è particolare, non è fatto di aride cifre, di manovre tattiche, è esclusivamente un percorso umano. Dai racconti dei reduci si nota l'assenza di un comando forte che sapesse interpretare le esigenze militari e, di conseguenza, l'incapacità dei comandi di trovare rapide soluzioni ai problemi logistici. Tra i militari italiani in quei giorni serpeggiava la paura di morire, di vivere e di cadere prigionieri; nel crescendo delle difficoltà mutava il rapporto con gli alleati tedeschi, ammirati sotto il profilo bellico, ma disprezzati per la condotta da loro tenuta nei confronti della popolazione e dei prigionieri (che quasi sempre venivano fucilati). Diversi gli scontri (non solo verbali) avvenuti nel corso della ritirata. È sintomatico dell'asprezza di quel periodo quanto scrive Gabriele Gherardini nelle sue memorie: "Tirano avanti con quel poco di forza che loro rimane, si trascinano, alcuni si fermano accoltellati dai congelamenti, si lasciano andare, bestemmiano e infine si addormentano. Non si sveglieranno più. Lo sfinimento li folgora alla sprovvista con la lama gelida del nemico in agguato; sino a ieri, sino a stamane, sino a qualche ora fa non andava male del tutto, si sostenevano ancora bene e dei chilometri ne avrebbero fatti! Il pensiero del tracollo era una cosa vaga, appena apprezzabile, come ciò che si ritiene possa accadere, ma non subito, non oggi, certamente neanche domani"14.
Queste poche terribili righe danno l'idea dello stato di prostrazione in cui si trovavano i militari italiani nel momento in cui vennero fatti prigionieri. La loro cattura non avvenne in modo sistematico: la lunghezza della colonna degli sbandati superava i quaranta chilometri e dal momento che alcuni reparti sovietici erano giunti in profondità, poteva capitare che pattuglie sbandate catturate e lasciate in un'isba venissero liberate dal sopraggiungere del grosso delle truppe in fuga.
La maggior parte degli italiani fu catturata nel gennaio del 1943 nei valloni (in russo balke) di Valuiki. Si trattava di cospicui reparti della "Cuneense", della "Julia" e della "Vicenza". Al momento della cattura i russi erano particolarmente ansiosi di impossessarsi degli effetti personali dei prigionieri, in particolare degli orologi, mentre le fotografie erano distrutte perché considerate un simulacro del capitalismo.
Al momento della cattura i reparti tedeschi erano passati per le armi; stessa sorte toccò anche a parecchi ufficiali italiani e a militari originari dell'Alto Adige15. Il resto degli italiani catturati fu rapidamente spostato all'interno per evitare che rapide controffensive potessero mutare la sorte dei prigionieri.
Prima di proseguire l'analisi occorre fare una riflessione utile per comprendere appieno i motivi per cui si verificò un'ecatombe di prigionieri. Nel corso dell'offensiva scatenata nell'inverno 1942-43 per la prima volta da quando era scoppiata la guerra le truppe sovietiche si trovarono alle prese con il problema dei prigionieri. Essendo il fronte instabile, i russi fecero immediatamente convergere all'interno le truppe catturate; privi di mezzi di trasporto, fecero loro percorrere a piedi la distanza che separava i nodi ferroviari dalla prima linea. In quelle che furono ribattezzate le marce del davai (dall'incessante invito con cui le guardie della scorta pungolavano i ritardatari) non ci si poteva fermare. Quando le forze erano allo stremo un colpo di parabellum metteva fine alle sofferenze del prigioniero: a centinaia caddero così. La neve provvedeva poi a seppellire il corpo dello sfortunato italiano. Ai tormenti della marcia si aggiunse la mancanza di cibo; il più delle volte era la popolazione dei villaggi attraversati che, mossa a pietà, dava agli italiani qualche patata bollita o del pane secco. La notte li accoglieva in gelidi capannoni, a temperature polari, e alla mattina successiva molti non si alzavano più16.
Dopo qualche giorno di marcia i prigionieri arrivarono ai nodi ferroviari: molti credettero di aver posto fine alle sofferenze, ma in realtà si apriva un altro capitolo della tragedia. Gli italiani vennero fatti salire su carri bestiame e qui stipati all'inverosimile, quasi cento ogni vagone; il carro era aperto una volta al giorno e i prigionieri ricevevano un sacco di pane ammuffito e delle aringhe. Nulla da bere era loro offerto, i soldati potevano dissetarsi solo quando il treno si fermava alle stazioni e dai pertugi lasciati fra le assi potevano raccogliere della neve. Ogni mattina i carcerieri, nell'aprire la porta delle carrozze formulavano la solita domanda "Skol'ko kaput?" ("Quanti morti?"). I cadaveri erano perlopiù ammassati sulla massicciata della ferrovia e in qualche caso erano caricati sull'ultimo vagone per essere poi seppelliti alla fine del viaggio. A seconda della destinazione, i prigionieri italiani viaggiarono su questi treni da una settimana a un mese. Ricerche di storici italiani e stranieri hanno messo in luce un diverso modo di interpretare le cause di questa carneficina. Secondo gli italiani la causa era da ricercarsi esclusivamente nel regime fascista: "La responsabilità delle perdite italiane non potrà mai essere attribuita al vincitore, ma rimane su chi con deliberata incoscienza ha inviato gli italiani a combattere, insufficientemente armati e vestiti, in terra straniera per mano altrui"17. Per lo storico Galitzki i colpevoli andavano ricercati nel governo sovietico: "Naturalmente non c'è giustificazione alcuna per il governo stalinista che ha lasciato morire tanti prigionieri italiani, anche se c'è stato chi ha detto che gli italiani non erano stati certo invitati in Russia; c'erano andati di propria iniziativa e pure con le armi in pugno [...]. Una parte notevole dei prigionieri italiani mori nell'inverno 1942-1943 perché furono organizzati male la loro raccolta, il loro sgombero e la loro permanenza nei campi di prigionia"18.

La prigionia

La Russia non aveva una "cultura della prigionia" tanto è vero che non aveva aderito alla Convenzione di Ginevra, la serie di norme giuridiche che garantivano un equo trattamento per i prigionieri di guerra siglata nel 1929. Tuttavia il Commissariato del popolo per gli affari interni (Nkvd) aveva emanato disposizioni interne in merito alla prigionia di stranieri proprio alla vigilia dell'Operazione Barbarossa19.
Nonostante questo gli italiani furono internati in molti lager sparsi su tutto il suolo sovietico. Un censimento vero e proprio di questi campi non è mai stato fatto e gli unici nomi di cui siamo venuti a conoscenza sono quelli ricordati dai reduci, nomi che evocano chiaramente la tragedia di quei momenti, come Susdal, Krinowaja, Oranki, Tambow. Diversi hanno provato a redigere una mappa di quei luoghi, soprattutto nell'immediato dopoguerra al rientro degli italiani sopravvissuti. Un elenco più attendibile è quello realizzato dall'inviato della Rai Pino Scaccia nel corso della sua inchiesta sull'Armir: il cronista conta 103 campi e li numera progressivamente (in questo caso si arriva fino al 510 e ciò attesta la cifra elevata di campi di prigionia).
Valutando la ricostruzione cronologica dell'ubicazione dei campi, si nota come questi fossero disseminati su tutto il suolo sovietico. La tesi della mancata organizzazione sovietica e dell'inesperienza nel settore della prigionia è rilevabile anche nella diversa costituzione fisica dei campi di concentramento.
Analizzandone alcuni si nota come Krinowaja fosse una vecchia scuderia degli zar: i prigionieri erano alloggiati nelle stalle, enormi costruzioni rettangolari ad un solo piano che mancavano completamente di ogni genere di servizi e di assistenza sanitaria. In questa prigione furono alloggiati gli alpini catturati a gennaio, e la mortalità, soprattutto nei primi mesi di prigionia, fu altissima20.
Ad Oranki (campo numero 74) venne riattato un vecchio monastero privo di muri di cinta, con una semplice serie di reticolati a protezione della costruzione. Una chiesa sconsacrata era adibita a deposito delle derrate; fu la prigione degli sbandati delle divisioni "Pasubio" e "Torino". Inusuale il lager di Tambow, in quanto non vi erano costruzioni di superficie: gli alloggi erano dei veri e propri bunker sotterranei, costruiti in prossimità di piste d'atterraggio aeree. Queste abitazioni erano inadatte a ospitare esseri umani, ma in ognuno di questi rifugi alloggiavano una quarantina di persone. Mancava completamente l'illuminazione e l'areazione e un unico ingresso metteva in contatto con il mondo esterno. Importante per essere stata la prigione degli ufficiali era il campo 160 di Susdal. Gli italiani erano alloggiati nelle celle dei monaci dell'ex monastero (Susdal era la città santa degli zar). I locali erano spogli e privi di qualsiasi comodità, ma questa situazione era di gran lunga migliore rispetto alle precedenti descritte.

Prikaz Stalin

La prigionia dei militari italiani in Russia può essere divisa in due fasi: la prima è quella relativa al ricovero nei campi di concentramento, in cui si verificò un'alta mortalità tra gli internati e che si sviluppò soprattutto nei tre mesi successivi alla cattura; la seconda - che durò molto più a lungo e si protrasse ben oltre la fine del conflitto mondiale - in cui i superstiti si ripresero fisicamente, riuscirono a lavorare e furono martellati dalla propaganda sovietica. Come abbiamo detto in precedenza, una volta arrivate ai campi le nostre truppe furono falcidiate da epidemie21 che fecero strage dei sopravvissuti ai combattimenti, alle marce e ai lunghi trasferimenti in treno.
L'alta mortalità dei primi mesi di permanenza nei campi è da ricercarsi in due motivazioni: il soldato italiano aveva combattuto a lungo in condizioni climatiche pessime ed era arrivato alla prigionia stremato. A questo fatto va aggiunto che i sovietici - poco ferrati in materia di prigionia - forse in un primo tempo si auguravano di sbarazzarsi dei prigionieri privandoli di cura e assistenze. In seguito le mutate condizioni atmosferiche unite al fatto che il fronte si spostava sempre più verso nord-ovest e quindi si cominciava ad intravedere una fine (seppur lontana) del conflitto, fece cambiare opinione sull'utilizzo dei prigionieri. Dai calcoli oramai accettati da tutti gli storici e da coloro che hanno vissuto sulla propria pelle l'esperienza della prigionia, non è da escludere che gli italiani arrivati ai campi superassero le 40.000 unità: di questi solo 10.030 torneranno a casa.
La prigionia dei nostri militari migliorò nell'aprile del 1943 grazie ad alcune disposizioni del Nkvd: i prigionieri ribattezzarono il provvedimento "prikaz Stalin" e sotto questa dicitura lo troviamo in numerosi testi di memorialistica22. Il miglioramento fu effettivo proprio sotto l'aspetto della sussistenza e dell'approvvigionamento. Come abbiamo visto in precedenza, anche se non aveva aderito alla Convenzione di Ginevra l'Urss si era data una serie di regole, che però nei primi mesi di guerra erano state disattese a causa dell'asprezza del conflitto. Il regolamento datato 1941 era stato approvato dal Consiglio dei commissari del popolo (Snk)23 e portava la firma del presidente, Josif Stalin. Esso prevedeva il lavoro facoltativo per gli ufficiali, e per chi aderiva vi era la possibilità di ricevere un compenso stabilito dalla Direzione del Commissariato del popolo per gli affari interni, e la separazione tra ufficiali e soldati nei campi (fatto che si verificò puntualmente solo dall'aprile del 1943). In realtà la truppa italiana fu subito utilizzata per alcuni lavori anche pesanti; i prigionieri erano divisi in tre categorie a seconda delle capacità fisiche. Alle volte potevano esserci turni che duravano dodici ore e il compenso era calcolato in base ad una "norma" che veniva stabilita da una commissione apposita.
Attraverso i documenti d'archivio è stato interessante verificare la quantità di regolamenti che il Commissariato del popolo emise in favore dei lavori che dovevano essere svolti dai prigionieri.
Alla fine del conflitto fu poi emesso24 un regolamento circostanziato in base al quale furono stabilite norme precise per il lavoro dei prigionieri. Questi erano seguiti da una Commissione medico lavorativa (Cml) che assegnava e seguiva i lavori; in base a tali ordinanze i prigionieri furono suddivisi in tre categorie di lavoro: quelli atti a lavori pesanti e pesantissimi, quelli idonei a un carico medio-pesante e quelli adatti a opere leggere. Il lavoro doveva in ogni caso essere retribuito con un compenso non superiore ai 200 rubli mensili. Secondo le testimonianze dei prigionieri e dei loro carcerieri, questi lasciarono un buon ricordo nella popolazione locale soprattutto grazie alla qualità dell'opera prestata. Gli italiani infatti erano capaci di ingegnarsi con i più improbabili attrezzi e nel corso della loro detenzione furono impiegati in svariate mansioni: dalla costruzione di tratti stradali, ad alcune opere in falegnameria nei colcos, come contadini e in qualità di taglialegna25 nei boschi.

L'educazione politica

C'è un aspetto rilevante che differenzia la prigionia dei militari italiani in Russia dalla detenzione in altri paesi alleati. Mentre in Francia, Inghilterra e Stati Uniti gli italiani furono trattenuti solo al fine di svolgere mansioni lavorative, quelli detenuti in Urss dovettero subire fin dal primo momento un vero e proprio indottrinamento politico. Seguendo i documenti d'archivio sovietici, quando l'Italia firmò l'armistizio con gli Alleati a Cassibile venne presa dalle alte sfere la decisione di intensificare il lavoro politico tra i prigionieri italiani. La direzione dell'Nkvd redasse una circolare in cui si diceva che: "Bisogna alimentare sentimenti di ostilità verso gli elementi filohitleriani [...], bisogna favorire gli elementi orientati favorevolmente verso l'Unione Sovietica e che siano pronti a sostenere la sua politica al termine del conflitto"26.
L'attività politica nei campi di concentramento, quindi, riveste un'importanza fondamentale nel comprendere i motivi della prigionia dei militari italiani, tutto questo anche alla luce delle polemiche successive al rimpatrio e alla strumentalizzazione del fenomeno attuata in Italia dai due principali schieramenti politici del dopoguerra27.
Quanto detto lo possiamo verificare nella memorialistica: sia i contrari che i favorevoli all'ideologia marxista spesso tralasciano nei loro scritti la descrizione della vita nei campi per dedicarsi con dovizia di particolari all'argomento politico. Nei campi esistevano diversi strumenti di educazione politica: primo per importanza era il giornale che veniva distribuito ai prigionieri. Di seguito venivano i commissari (quasi sempre fuoriusciti politici della stessa nazionalità dei detenuti) e infine la Scuola ufficiali di Mosca attivata presso il campo detentivo numero 2 di Krasnagorsk. Il lavoro politico-educativo tra i prigionieri fu affidato all'apparato politico dell'Nkvd: questo ente si occupava d'altronde già degli affari dei prigionieri di guerra e degli internati. Tutto il lavoro veniva controllato tramite il Comitato esecutivo dell'Internazionale comunista. La supervisione toccava al Capo dell'Ufficio di propaganda politico-militare, Dimitri Manuilskie28. Come si può notare era una struttura ben delineata e operativa; Mosca ha sempre negato - soprattutto quando si è scatenata la polemica sul mancato rimpatrio - di conoscere informazioni dettagliate sui prigionieri, ma la realtà era ben diversa. Infatti per ogni prigioniero vi era una scheda nella quale erano riportati - oltre ai dati anagrafici - il grado di affinità ideologica con l'Urss e anche le singole posizioni nei confronti della monarchia di Badoglio e del fascismo in genere29.
Le alte sfere russe contavano molto sull'aspetto propagandistico e sulla politica; del resto già nei primi mesi del 1943, quando le epidemie continuavano a mietere vittime nei campi, fu organizzata la stampa di un giornale per i prigionieri. Con queste motivazioni per i soldati italiani nasceva "l'Alba", mentre i militari di altre nazionalità disponevano di altri bollettini30. Il primo numero de "l'Alba"31 comparve il 10 febbraio 1943, sotto la direzione di Rita Montagnana (all'epoca compagna di Palmiro Togliatti). La prima pagina del foglio esordiva con un commento sulla situazione militare in Unione Sovietica, mentre un fondo anonimo criticava aspramente il regime fascista operante in Italia. Il giornale usciva ogni dieci giorni e raggiunse in breve una tiratura di settemila copie. Dopo i primi quattro numeri fu diretto da Edoardo D'Onofrio (fino all'agosto del 1944): in seguito tale compito fu assunto da Luigi Amadesi e Paolo Robotti. Il giornale uscì ininterrottamente fino al maggio del 1946 e mentre in un primo tempo si dava parecchio spazio alle attività belliche, in seguito gli articoli erano quasi tutti di ispirazione politica con continui richiami alla situazione italiana. Il giornale non fu accettato da tutti i prigionieri, anzi valutando la memorialistica, sono più i commenti negativi di quelli positivi32.

Commissari e scuola di studi marxisti leninisti

A presentare il giornale nei campi erano i commissari politici, che agivano come interpreti e a volte come coadiuvanti dell'ufficiale sovietico preposto alla propaganda. Le immagini di cui disponiamo di questi commissari sono in gran parte negative, provenendo ovviamente tutte dalla memorialistica e dalla rassegna stampa relativa al Processo D'Onofrio33. I reduci affermano che era obbligatorio per i prigionieri assistere alle conferenze degli istruttori politici. In qualche caso si giunse a episodi di intolleranza sfociati poi nel trasferimento dell'insubordinato in un altro campo di prigionia. La memorialistica ci presenta un'immagine piuttosto scolorita degli effetti che la propaganda esercitò sui destinatari di tali messaggi.
L'opera dei commissari non incontrò mai un'ostilità preconcetta, anzi, nei primi tempi suscitò un sentimento di speranza per un miglioramento delle condizioni di prigionia. I fuoriusciti italiani risultarono alla fine non all'altezza del loro compito e a lungo termine si dimostrarono incapaci di comprendere la psicologia dei prigionieri. Fu anche organizzata una Scuola di studi marxisti-leninisti in una sezione del campo 27 nei dintorni di Mosca. Questa istituzione serviva per preparare istruttori di lavoro politico antifascista che avrebbero poi operato tra i prigionieri. La loro formazione seguiva da vicino i modelli di lavoro politico e di partito nell'Urss. A questa scuola erano inviati alcuni prigionieri e quando questi tornavano nei campi di concentramento collaboravano con le direzioni politiche degli stessi. In ogni campo esisteva anche una biblioteca contenente non solo i classici libri di propaganda marxista, ma anche pubblicazioni di altro genere34.
La propaganda e la politica furono i caratteri dominanti e determinanti della prigionia dei militari italiani in Russia.



2. Il rimpatrio e le polemiche



Lo scenario

Quando fu firmato l'armistizio di Cassibile si cominciò a porre il problema dei prigionieri italiani e il loro successivo utilizzo. Lo stesso Badoglio pensava di poter impiegare militarmente tali truppe nella guerra di liberazione del suolo nazionale dalle truppe tedesche. Questa speranza divenne concreta dal momento in cui all'Italia venne accordato lo status di paese cobelligerante, non appena lo stesso Badoglio dichiarò guerra alla Germania35. In realtà questa situazione non mutò nulla nei rapporti tra gli Alleati e l'Italia, l'unico fatto certo rimaneva quello di avere un nemico in comune. Nel pensare alla costituzione di nuove divisioni, Badoglio si riferiva ai prigionieri in mano americana e inglese, nulla al momento era preventivabile per quelli detenuti in Russia.
L'argomento tornò di attualità nell'aprile 1944 quando il maresciallo, desideroso di avere notizie sulla sorte dei nostri prigionieri, costituì l'Alto commissariato per i prigionieri di guerra, al cui vertice nominò Pietro Gazzera36. La scelta di Gazzera non fu ben vista da certi ambienti politici37. Tuttavia questo fu il primo passo ufficiale compiuto dal governo italiano: in questo modo era possibile censire tutti i militari sparsi nel mondo e prigionieri delle potenze alleate. Prima di questo Commissariato esisteva solo un "Ufficio centrale di assistenza e notizie di prigionieri", che aveva istituito dei centri raccolta a Napoli, Foggia e Aversa; ad usufruire di questi servizi furono i militari catturati sul suolo italiano prima della firma dell'armistizio.
Per quanto riguarda il settore russo sorsero spontanei numerosi comitati e associazioni, il più attivo fu sicuramente "L'Alleanza familiari dispersi e prigionieri di Russia", che si costituì a Parma fin dal dicembre 1942 sotto l'egida dell'esponente cattolico Giuseppe Micheli38. Con la creazione dell'Alto commissariato svanì l'interesse da parte delle sfere militari di creare corpi di combattenti utilizzando i reduci della prigionia. L'attenzione in questo caso si concentrò sul rimpatrio dei militari secondo le più elementari norme della Convenzione di Ginevra. Un passo avanti sulla risoluzione dei problemi fu la ripresa delle relazioni diplomatiche tra l'Italia e le potenze alleate; la prima ad intraprendere tale iniziativa fu proprio l'Unione Sovietica, che, il 14 marzo 1944, riconobbe ufficialmente l'Italia, seguita a ruota in questo da tutte le altre potenze alleate. Gli americani e gli inglesi cominciarono ad avere paura di un'ascesa delle sinistre in Italia, specialmente dopo il ritorno in patria di Palmiro Togliatti. L'arrivo del leader comunista comportò un rimpasto di governo che portò alla cosiddetta coalizione dei sei partiti39.
A margine della crisi politica italiana gli Alleati vollero che il re Vittorio Emanuele III trasferisse i suoi poteri al figlio Umberto, non appena Roma fosse stata liberata. Il 10 giugno 1944 si costituì un nuovo governo sotto la guida di Ivanoe Bonomi (capo del Cln). La mutata situazione italiana non piacque allo stesso Churchill che protestò nei confronti di Roosevelt e Stalin.
Questo il poco rassicurante clima nel quale maturò la questione dei prigionieri in mano sovietica. I primi accenni furono fatti alla fine del 1944; in un articolo de "l'Unità" si metteva in luce il buon trattamento che era stato riservato ai nostri militari in terra sovietica, mentre altri fogli di matrice cattolica cominciavano a interrogarsi sulla consistenza numerica dei nostri prigionieri40.
Lo stesso Bonomi inviò una nota a tutti i comandi alleati per avere informazioni dettagliate. Nel telegramma inviato a Roosevelt, Stalin e Churchill il capo del governo italiano chiedeva che venisse restituito mezzo milione di prigionieri dal momento che l'Italia da un anno sosteneva la guerra al fianco degli Alleati41. I russi risposero che non avrebbero inviato elenchi, adducendo come scusante il fatto che gli italiani nel corso della campagna 1941-43 si erano rifiutati di fornirne. Aggiunsero poi che si doveva aspettare la fine delle ostilità. Bonomi ripresentò l'istanza durante la Conferenza di Yalta.
Nei primi mesi del 1945 le autorità italiane cominciarono a compiere un censimento dei cittadini sovietici residenti in Italia, questo dopo le insistenze dell'ambasciatore Kostylev, che aveva chiesto il rimpatrio dei suoi concittadini, anche di quelli che avevano abbandonato volontariamente l'Urss. Il tutto fu svolto in maniera scrupolosa proprio per evitare attriti.
Quasi tutti i testi di storia che si sono occupati del periodo che precedette la liberazione di gran parte dei prigionieri italiani hanno messo in risalto due particolarità: le autorità sovietiche non riconoscevano norme internazionali di custodia detentiva e avevano una strana concezione dei rapporti umani.
La stampa italiana, soprattutto quella di centro, cominciava a speculare sui continui e reiterati silenzi dell'Unione Sovietica, tanto è vero che dovette intervenire il viceministro degli Esteri Vishinski, che convocò l'ambasciatore italiano notificandogli che "fra poco la questione dei prigionieri sarà risolta, essi torneranno in Italia e diranno come li abbiano trattati e tutta questa montatura cadrà"42. Il mese successivo fu data notizia che di lì a poco sarebbero iniziati i rimpatrii e anche in questo caso l'Urss anticipò gli Alleati.
La notizia ufficiale fu comunicata alla delegazione sindacale in visita a Mosca il 25 agosto43. Qualche giorno dopo il numero complessivo dei prigionieri che sarebbero stati rimpatriati fu stimato in 19.648 unità. Tale cifra era decisamente inferiore alle aspettative italiane. Gli stessi sovietici infatti, subito dopo la disfatta dell'Armir, avevano comunicato un numero sei volte superiore. Ufficialmente il governo italiano ringraziò, ma attraverso i canali diplomatici protestò con le autorità sovietiche. In seguito, non placandosi le polemiche, fu comunicato che in realtà tale cifra non era da definirsi completa, poiché da questa mancava un esiguo numero di militari ritenuti criminali di guerra.
Questo tira e molla sui prigionieri non era certo piacevole da gestire da parte del governo, per questo motivo Parri, neopresidente del Consiglio, il 14 ottobre, parlando da una radio romana, disse che i prigionieri non erano certo stati dimenticati e che sarebbe stato fatto tutto il possibile per farli rimpatriare al più presto44.

Il rimpatrio 1945-1946

Il ritorno dei nostri militari dalla prigionia può essere suddiviso in due fasi: la prima si concluse nel maggio 1946 (secondo stime Onu nel luglio 1946) con il rimpatrio di 21.065 prigionieri (secondo l'Onu 21.193), nella seconda fase, dopo le continue insistenze delle autorità italiane e una trattativa estenuante che durò fino al 1957, si arrivò alla liberazione di poche decine di uomini.
Seguendo la tabella presente nel libretto dell'Onu, edito dall'Ufficio del delegato italiano presso la Commissione speciale per i prigionieri di guerra, i gruppi più consistenti furono fatti rientrare nel dicembre 1945 e furono consegnati dai militari russi ai responsabili dell'esercito americano (17.673 italiani a Shonberg)45. Altre due importanti "consegne" avvennero a San Valentin, in Austria, il 27 marzo del 1946 (1.226 prigionieri), e ad Arnoldstein, il 12 luglio 1946, dove alle autorità americane furono consegnati 749 italiani. Guardando i dati di archivio russi, si nota stranamente che la data di consegna dei prigionieri è il 1947, secondo lo storico sovietico Vladimir Galitzki il rimpatrio fu regolato da delibere del governo dell'Urss, che venivano poi eseguite dal Ministero degli Affari interni46. Le modalità di liberazione erano semplici: ogni gruppo che doveva rientrare era esentato dai lavori pesanti dieci giorni prima della partenza, in quel lasso di tempo si espletavano le formalità burocratiche e si compilava una documentazione speciale, questa era poi inviata al Consiglio dei ministri, che stabiliva la data per il rimpatrio.
Nei documenti ufficiali si è sempre parlato di 21.000 uomini, ma di questi in realtà facevano parte dell'Armir solo 10.030. Una volta che i nostri soldati rimpatriarono, fu fatto un censimento specifico che stabilì le appartenenze ai reparti operanti in Russia. Gli altri italiani, detenuti nei lager nazisti in Polonia, furono liberati nel corso della travolgente avanzata dell'Armata rossa sul fronte orientale. Inutile dire che tale ulteriore suddivisione scatenò un mare di polemiche e, come sempre accade in Italia, tale sentimento di ribellione a questi dati ebbe ripercussioni anche in Parlamento, dove fioccarono interpellanze e interrogazioni47. Alla fine del luglio 1946 il governo italiano comunicò alla Camera che le incongruenze rilevate erano dovute al modo affrettato e disorganizzato con cui l'Unione Sovietica aveva provveduto al rimpatrio dei nostri soldati. Al momento anche se circolavano voci incontrollate di grossi contingenti trattenuti la realtà amara era che solo poche decine di militari dovevano ancora rientrare. ll governo sovietico si difese, annunciando che se si erano verificate discordanze e inefficienze, queste erano da imputare alle autorità italiane e a quelle americane, che avevano preso in consegna i prigionieri.

Il rimpatrio 1947-1958

Il 27 novembre 1946 il governo sovietico emise un comunicato in cui si afferrnava che i rimpatrii dei militari italiani dovevano considerarsi cessati nell'agosto precedente. Per l'Urss la questione era chiusa e a questa nota ufficiale si richiamarono poi tutte quelle successive.
Le iniziative delle autorità italiane per venire a conoscenza della sorte dei prigionieri italiani furono in principio scarse e vennero condotte in tutta segretezza alla luce di precedenti accordi economici e politici. L'opinione pubblica si appassionò al problema in modo discontinuo, inizialmente la pressione popolare non si fece sentire. Divenne invece pressante tra l'estate e l'autunno del 1947, periodo in cui l'argomento acquisì dignità politica. Le domande che si poneva la gente erano essenzialmente due: per quale motivo vi erano stati così tanti dispersi e soprattutto esistevano ancora dei superstiti in Russia? Questi erano quesiti ai quali la popolazione voleva avere delle risposte precise.
L'ambasciatore italiano a Mosca, Manlio Brosio48, svolse un'intensa attività diplomatica per scoprire quale era stata la sorte dei nostri prigionieri, incontrando un atteggiamento sovietico negativo: noi eravamo considerati i perdenti del conflitto, ai quali nulla era dovuto. Le sollecitazioni inviate nel frattempo in patria da Brosio stimolarono il governo italiano, che inviò una nota a quello sovietico l'11 febbraio 1948. In tale documento si chiedeva il rimpatrio dei 34 presunti criminali di guerra e in più si chiedevano notizie dettagliate sulle migliaia di dispersi; si proponeva poi la creazione di un'apposita commissione internazionale per la ricostruzione degli avvenimenti e la ricerca di eventuali dispersi49. La risposta sovietica arrivò solo a fine maggio: Vishinski e Kosuriev (un funzionario del Ministero degli Esteri sovietico) si resero disponibili al dialogo con il nostro rappresentante a Mosca. Questi fecero persino la proposta di uno scambio tra personale diplomatico della Repubblica di Salò con alcuni russi trattenuti in Italia per crimini di guerra. Il ministro degli Esteri Carlo Sforza proponeva invece che lo scambio avvenisse con i 34 presunti criminali. Tale pratica però andava contro un regolamento internazionale, che vietava l'estradizione di persone straniere, firmato dall'Italia e dalle potenze alleate proprio per evitare spiacevoli episodi di rimpatrio forzato. Non passò inosservato poi ai russi l'acceso dibattito scatenatosi in Parlamento. In seguito la stampa sovietica intervenne per denunciare quelle che erano ritenute delle "menzogne", un pretesto per attaccare l'operato dell'Urss. Ma, mentre i giornali e i politici si attaccavano sulle diverse posizioni, i contatti diplomatici proseguivano serrati per una definizione del problema.
Nei giornali sovietici continuavano ad essere pubblicate delle requisitorie contro l'operato delle truppe italiane. Il 20 luglio 1948 il responsabile dell'Ufficio Italia del Ministero degli Esteri sovietico Mihailov comunicò a un responsabile italiano dell'ambasciata che una commissione incaricata dal governo sovietico stava raccogliendo le prove delle atrocità commesse dai soldati italiani durante il conflitto. Sempre in quel periodo (giugno-luglio 1948) la Camera approfondì il discorso sui prigionieri di guerra e sul fronte russo, ma sarà uno spunto per un processo alle intenzioni del fascismo e a un confronto fra i nuovi schieramenti politici piuttosto che non un'effettiva volontà di scoprire le sorti dei militari italiani. Continuava nel frattempo senza soste l'opera di riavvicinamento diplomatico. Nell'ottobre del 1948 il professor Giuseppe Albertario redasse per conto della Presidenza del Consiglio dei ministri una relazione dettagliata. Albertario fece parte della Commissione agricoltura della missione Ugo La Malfa, andata in Russia nel 1948 per stabilire contatti commerciali, e portò alle autorità locali alcune richieste di chiarimenti stilate dal senatore Amor Tartufoli50.
La situazione particolare dei prigionieri internati e la voglia di conoscere con esattezza la sorte degli italiani in Russia continuò a sussistere per tutto il 1948 e il 1949, faceva da sfondo alla vicenda anche il processo D'Onofrio, terminato il quale il dibattito politico giornalistico e d'opinione attraeva sempre più. Questo è il periodo in cui l'argomento ebbe più presa.
Ma tornando al 1948, il problema acquisì anche una valenza internazionale: il 24 novembre 1948 Ergon Schweib, direttore presso la divisione dei Diritti dell'uomo, emise una nota informativa in cui "l'Onu avrebbe preso in considerazione la richiesta di interessarsi alla questione dei prigionieri in Russia"51. La questione venne poi riproposta grazie a un'interpellanza presentata dall'onorevole Braschi (pubblicata dal "Corriere della sera" il 7 settembre 1949); in tale atto era riportata una lista attendibile di prigionieri. Dopo poco vennero liberati i tre generali del corpo d'armata alpino ancora detenuti (Umberto Ricagno, Emilio Battisti, Etevaldo Pascolini), con loro tornavano in patria 30 altoatesini che avevano militato nelle Ss. Si infiammarono nuovamente le polemiche e questa volta il Consiglio dell'Onu votò una risoluzione approvata a maggioranza52. Il documento si divideva in un preambolo e in una parte risolutiva; nell'atto venivano invitati tutti i paesi che ancora detenevano dei prigionieri a restituirli entro e non oltre il 30 aprile successivo.
Nel frattempo fu costituita un'apposita commissione di studio internazionale che esaminò il problema e redigeva dei rendiconti annuali in cui si aggiornava la situazione53. Tale commissione si riunì la prima volta nell'agosto del 1951, suo obiettivo era quello di togliere il problema "dalla piattaforma politica per portarlo su quella umanitaria". Le riunioni continuarono fino al 1957.
Dal 1947 al 1951 rientrarono 26 militari di cui non si sospettava nemmeno l'esistenza, mentre la morte di Stalin (1954) accelerò il rientro dei 34 militari ritenuti criminali di guerra, infine altri 8 rientrarono dopo tale data.
Nel 1958 tale rimpatrio poteva dirsi concluso, rimanevano però ancora inascoltate le richieste del governo italiano e dell'opinione pubblica di conoscere nei dettagli la sorte di coloro che non avevano fatto ritorno.

Le polemiche politiche

Lo scontro politico della primavera del 1948 fu così aspro e carico di veleni che alcune polemiche si trascinarono negli anni. I due schieramenti che si scontrarono furono da una parte il Fronte popolare, che annoverava tra le sue fila tutta la sinistra, e la Democrazia cristiana dall'altra. Com'è facile prevedere anche il problema dei dispersi divenne banco di scontro politico e facile arma elettorale. Da parte democristiana furono sovvenzionate le associazioni dei reduci e si stamparono volantini elettorali inequivocabili che, prendendo spunto dalla prigionia, invitavano a non votare il Partito comunista. La sinistra invece portava ad esempio il modello sovietico.
Il risultato premiò la Democrazia cristiana, ma le polemiche elettorali non si placarono di certo, anzi dai banchi della Camera furono presentate interpellanze e mozioni: la prima di un certo rilievo fu quella del sottosegretario agli Esteri Brusasca, che criticava l'inaffidabilità delle cifre presentate dai sovietici. Il dibattito che ne scaturì fu intenso, ma la discussione si rivolse principalmente alla difesa delle tesi politiche contrapposte. Tra i più accesi deputati si segnalano Bubbio e Tartufoli (Dc), Zingarelli (liberale) e il socialista Sandro Pertini54.
Un nuovo dibattito si accese quando i giornali pubblicarono alcune lettere di Togliatti, in cui il capo del partito dell'opposizione giustificava l'operato del governo sovietico e attaccava quanto fatto dagli italiani in Russia.
Ai primi di luglio del 1948, vista la continua insistenza sul problema, furono presentate tre mozioni: quella del comunista Mario Palermo, quella del democristiano Tartufoli e quella del moderato Braschi.
Al Senato parlò per primo Palermo: il suo intervento fu particolarmente duro con le alte sfere militari che avevano progettato la campagna, lesse poi il contenuto di alcune lettere di dispersi piene di orrore per la guerra. Tartufoli invece disse che non era il caso di fare il processo alle intenzioni, dal momento che la storia aveva già deciso. Ciò che a lui e a decine di migliaia di persone importava era conoscere la sorte dei propri congiunti55. Il moderato Braschi auspicava una commissione d'inchiesta non solo sui dispersi in Russia ma anche su quelli della penisola balcanica. Il parlamentare si dilungò nell'elencare il balletto delle cifre fornite dai russi; secondo i suoi calcoli all'appello mancavano ancora più di trecento prigionieri. Il ministro repubblicano Randolfo Pacciardi, alla fine di un dibattito aspro e battagliero, riportò la calma e analizzò i fatti senza colpevolizzare alcuno, né i russi né gli italiani.
La mozione di Palermo venne respinta e fu così approvato un testo che si avvaleva delle idee avanzate da Tartufoli e da Braschi. Nel documento si chiedeva al governo di intensificare la propria azione nei confronti dei soldati italiani e dei civili prigionieri, di ricostruire le vicende dei dispersi sulla base dei resoconti dei rimpatriati, di disporre e attuare delle oggettive norme e provvidenze in favore delle famiglie di superstiti56. In seguito fu approvata una proposta di legge presentata da Bubbio, Tartufoli e Braschi per agevolare la procedura di morte presunta dei militari dispersi. Il clima generale era così acceso che, non appena si sparse la voce dell'attentato a Togliatti, si disse che l'artefice fosse un reduce. Questo poiché molti avevano fatto propria l'idea della corresponsabilità del Pci e di Togliatti nel destino dei prigionieri italiani in Russia. La chiassosa polemica anticomunista che si sviluppò in seguito non fu mai del tutto avallata dai vertici governativi (Meda Pacciardi). C'era la volontà di trovare un accordo con i sovietici e la missione inviata a Mosca e guidata da La Malfa doveva proprio riuscire a placare gli animi. Il tono acre e polemico non ebbe seguito, l'ultima grande vetrina fu il processo D'Onofrio, che si celebrò solo nel 194957.

Il processo D'Onofrio (16 maggio - 23 luglio 1949)

Il processo fu l'ultima grande occasione attraverso cui fu dibattuta a grande livello la questione dei prigionieri e dei dispersi in Russia. Anche se si svolse nel 1949 in realtà era uno strascico della campagna elettorale del 18 aprile 1948. Durante la consultazione fu dato alle stampe un libretto dal titolo "Russia", nel quale un gruppo di ufficiali reduci dal fronte russo denunciava il comportamento dei sovietici e dei commissari politici tra i quali spiccava Edoardo D'Onofrio. Questi in seguito denunciò per diffamazione tutti gli autori della pubblicazione58.
Come era stato violento e intimidatorio il clima al tempo del dibattito politico alla Camera e al Senato, così al processo l'atmosfera fu molto pesante. La gente si divise in innocentisti e colpevolisti e l'attenzione fu enorme, basti solo vedere lo spazio concesso al dibattimento dai giornali dell'epoca. Il processo si divise in due parti: la prima, che si sviluppò tra il 16 maggio e il 22 giugno, servì per la deposizione dei testi della difesa e dell'accusa, e la seconda parte, che occupò il mese di luglio, in cui dalle testimonianze si passò al vero e proprio dibattimento delle parti con le arringhe dei rispettivi collegi di avvocati. La sentenza fu emessa il 23 luglio. Fu una sentenza di assoluzione per gli imputati e il senatore D'Onofrio fu costretto a pagare le spese processuali; in pratica fu una sconfitta pesante per l'accusatore; come spesso accade in questi processi di diffamazione l'accusatore si trovò sul banco degli imputati.
Il clima dell'epoca lo si trova dipinto magistralmente nei giornali: lo spazio per la cronaca processuale venne quasi sempre preso dalle polemiche politiche59. Il processo D'Onofrio di quell'afosa estate del 1949 rappresentò 1'ultima grande tribuna dalla quale dibattere il problema per la mancata restituzione dei prigionieri; fu infatti un punto topico, superato il quale tutta la problematica specifica e i rapporti politici ad essa connessi finirono di essere di pubblico dominio.

La stampa italiana

Gli organi di informazione sono molto importanti per la comprensione delle polemiche che si verificarono sulla questione dei prigionieri. Con il ritorno della libertà, alla fine della seconda guerra mondiale riprendono ad uscire i giornali: erano gli stessi occupanti alleati a premere per una libera informazione, così come premevano i partiti antifascisti e i maggiori gruppi economici del Paese. Inizialmente i giornali uscirono a due pagine, il prezzo di vendita era basso per allettare i lettori.
Già un anno dopo la fine delle ostilità erano ben 146 le testate presenti e naturalmente cominciò a pesare la loro influenza a livello politico. Da più parti si comprese che il rapporto tra informazioni-stampa-propaganda avrebbe inciso parecchio sul futuro del Paese. Lo stesso Togliatti, presagendo gli scontri politici affermava che "bisogna preparare una seria legge sulla stampa che imponga ai magistrati la difesa dell'opinione dei cittadini e della dignità delle istituzioni repubblicane"60.
La stampa cominciò a interessarsi ai dispersi verso la metà del maggio del 1946: si trattava perlopiù di commenti ai rimpatrii. Entrò invece nel dettaglio della polemica più avanti con pubblicazioni specifiche come "La voce del prigioniero", mentre altri organi di stampa uscirono con edizioni speciali dedicate all'argomento.
Archiviato il processo D'Onofrio, anche la stampa sembrò dimenticarsi dei prigionieri e comunque i dispersi non ebbero più lo spazio avuto prima e durante il processo. Fino alla fine degli anni cinquanta sulla carta stampata si discusse del mancato rimpatrio e del numero dei prigionieri ancora trattenuti, dopo questa data, in concomitanza con la pubblicazione del libretto dell'Onu, si cominciò a parlare della sorte toccata ai nostri connazionali prigionieri deceduti e soprattutto delle cause della loro morte.

La memorialistica

Prima di fare una carrellata sugli ultimi sviluppi della vicenda dei dispersi dagli anni sessanta fino ai giorni nostri, è opportuno soffermarsi su quello che fu un fenomeno letterario di grande richiamo a partire dalla fine degli anni quaranta, ovverossia la memorialistica.
Tutti coloro che hanno partecipato all'avventura russa, e sono ritornati a casa, hanno voluto prima o poi cimentarsi nel resoconto di quella tragedia: un modo per ricordare, ma anche per far rivivere coloro che non erano stati fortunati, un modo anche per ricordare quello che era stato il fenomeno della prigionia. Possiamo anche in questo caso dividere in due categorie coloro che hanno scritto sulla tragedia. Quelli che hanno vissuto solo la ritirata e quelli che sono stati internati nei campi. C'è una sostanziale differenza tra questi due tipi di protagonisti: mentre quelli che hanno preso parte alla ritirata descrivono in maniera dura la loro esperienza, ma vedono all'orizzonte il futuro e la salvezza, più dure e più crude sono le testimonianze di coloro che hanno sofferto le pene della prigionia.
Sul valore storico e documentarista di questa produzione letteraria non tutti sono concordi, lo storico Giorgio Rochat, ad esempio, dà una chiave particolare del successo di questo filone: "L'anticomunismo esasperato degli anni della guerra fredda, la strumentalizzazione della campagna di Russia in chiave di evasione, la crisi dei valori tradizionali provocata dal crollo del fronte del Don e dalla drammatica ritirata"61. La critica di Rochat a questo genere di scritti si spinge anche oltre, affermando che "sul fondo di drammaticità reale ambientano i più logori schemi di patriottismo oleografico, di gallismo casereccio, di effetti melodrammatici e poi di cupa ricerca di effetti nelle descrizioni dei combattimenti e degli eccessi degli sbandati. La produzione sulla campagna di Russia è sostanzialmente letteratura di evasione, che mira a commuovere il lettore con tutti i trucchi del mestiere e rinuncia a una ricerca autentica delle cause della sconfitta dei pensieri dei combattenti, dei drammi vissuti in terra di Russia".
Affermazioni dure e certamente in alcuni casi anche veritiere, se si pensa ad alcuni scritti utilizzati in termini di propaganda, non vale sicuramente per molti altri testi. In questo caso risponde indirettamente quanto scritto da Carlo Vicentini nel suo libro "Noi soli vivi". In tale testimonianza l'autore racconta la propria esperienza nel lager di Tambow: "Chi torna dalla guerra non è più l'uomo di prima, è diverso, è un altro individuo. La sua personalità ne risulta stravolta e manipolata. Ma che tipo di reduce è quello che viene dalla prigionia russa: è un uomo che non è più capace di vere emozioni [...] è un uomo tollerante quasi indifferente [...] è un uomo che non si accalora per nessuna discussione [...] è un uomo che conosce sul serio cosa vuol dire fame e sa leggerla negli occhi. Questo reduce è il prodotto specialissimo di una serie di circostanze eccezionali. Non pretende di costituire un esempio e non vuole insegnare nulla. Tutti sono padroni di giudicarlo e classificarlo come credono"62.

Verso la soluzione del problema

Alla fine degli anni cinquanta e per il ventennio successivo la questione dei prigionieri e dei dispersi in Russia venne abbandonata e cadde in una sorta di oblio. Solo alla fine degli anni settanta, dopo alcuni tentativi fatti dall'allora presidente della Repubblica, Giovanni Leone, alcuni reduci, guidati dall'ex generale Antonio Ricchezza, riuscirono ad ottenere un visto per recarsi sul suolo sovietico e verificare l'esistenza, a distanza di trent'anni, dei cimiteri dei caduti. In realtà non esisteva più nulla a ricordo dei nostri cinquemila caduti prima della controffensiva russa del dicembre del 1942.
All'inizio degli anni ottanta il problema cominciò a trovare una soluzione. Grazie anche alle mutate condizioni politiche e alla distensione si comincia a guardare ai dispersi in un'ottica completamente diversa. Utile è il confronto con gli storici sovietici, che sono i primi a parlare dei numerosi decessi degli italiani nei campi di prigionia, nello stesso periodo scoppia poi anche il caso Leopoli. Secondo il libro del polacco Jacek Wilzcur ("Le tombe dell'Armir"), migliaia di soldati italiani furono trucidati dai tedeschi nel corso della ritirata. Tali affermazioni unitamente a un rinnovato interesse della gente inducono il Ministero della Difesa ad aprire un'inchiesta e a nominare una commissione d'indagine63. Dopo accurate ricerche furono giudicate come improbabili le rivelazioni dell'autore polacco, anche sulla base del fatto che parecchi dei nomi citati o non esistevano oppure appartenevano a persone ancora in vita in Italia.
Ulteriori rivelazioni confermarono invece l'ecatombe di militari italiani e sulla base di quelle dichiarazioni il governo italiano il 23 aprile 1991 firmò un accordo con il governo della Repubblica russa per il recupero delle salme e per alcuni studi da compiersi in territorio sovietico. I primi dati hanno portato all'identificazione di ottomila dispersi e ciò ha consentito agli storici italiani di ritenere il lager di Tambow quello in cui si ebbe il più alto numero di morti a causa di un epidemia di tifo petecchiale.
Il commissario generale dell'Onorcaduti ha svolto in questi ultimi due anni un paziente lavoro di ricerca per l'identificazione completa di 64.400 nominativi di soldati italiani schedati dai russi. Un lavoro che consentirà di avere notizie precise su ogni singolo soldato italiano caduto in Russia.
A oltre cinquant'anni da quei luttuosi avvenimenti esiste quindi la concreta possibilità di conoscere nel dettaglio tutta la verità sulla tragica campagna di Russia e dare finalmente sepoltura ai 74.800 caduti italiani.


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