Pietro Ramella
I Lager di Pétain
"l'impegno", a. XVIII, n. 3, dicembre 1998
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Nel proseguire la ricerca storica riguardante il successivo uso dei campi di internamento francesi, dove nei
primi mesi del 1939 furono rinchiusi cinquecentomila profughi repubblicani in fuga dalla
Spagna1, giunsi ad una delle pagine più buie della storia di Francia: la partecipazione del governo collaborazionista di Vichy alla "soluzione
finale della questione ebraica".
Argomento ritornato di attualità con il processo, davanti al tribunale di Bordeaux, a Maurice Papon,
segretario generale della Prefettura della Gironda negli anni 1942-44, accusato di aver fatto arrestare e trasferire verso il
campo di transito di Drancy circa millesettecento ebrei, che poi finirono nelle camere a gas di Auschwitz.
La Francia ha vissuto con malessere questa vicenda, avrebbe preferito lasciarla sepolta nell'oblio del tempo:
sono infatti passati oltre cinquant'anni e, mentre i giovani non conoscono gli avvenimenti, una parte di quelli che li
vissero ritiene ingiusto processare
l'Administration, colonna portante della nazione.
22 giugno 1940
Il governo Pétain firma l'armistizio con i tedeschi, in base al quale la Francia subisce la divisione del
territorio nazionale in due grandi zone: quella occupata dai tedeschi, comprendente il Nord, l'Est e Parigi, l'altra
cosiddetta libera, comprendente i dipartimenti mediterranei ed il Sud, sotto l'autorità del governo di Pétain, con sede a
Vichy; la perdita dell'Alsazia e Lorena; l'asservimento delle risorse tecniche e materiali allo sforzo bellico tedesco;
l'avvio di una politica di esclusione contro quelli che Charles Maurras, il teorico de "L'Action française" e de "La
révolution nationale", chiamò
"l'anti-France": ebrei, apolidi, comunisti, massoni, nomadi e resistenti.
Le considerazioni sulla persecuzione degli ebrei in Francia non possono pertanto prescindere dalla sua
divisione in due zone, infatti mentre in quella occupata la presenza dei tedeschi, soprattutto della Gestapo e delle Ss, era
incombente ed i funzionari statali erano rigidamente controllati, nella zona libera
l'État français godeva di una
pur limitata sovranità che i tedeschi dovevano rispettare, per cui, se è condannevole la collaborazione prestata da
Papon e da altri che come lui operarono nella Francia occupata, risulta ripugnante quella dei burocrati della zona non
occupata, che furono acquiescienti nei confronti della persecuzione: infatti nell'intera tragica storia dell'Olocausto i soli
ebrei deportati da un Paese europeo non occupato dai tedeschi provennero dalla Francia di Vichy. I
"grands et petits commis" avrebbero potuto non evadere il dossier "internamento, rastrellamento e deportazione" alla stregua di una
qualsiasi pratica amministrativa secondo le qualità intrinseche dei funzionari francesi: neutralità politica, competenza e
disciplina, qualità che si ritorsero contro gli inermi. Non fu neanche questione di razzismo, quanto di ottusa
indifferenza e di malprestata efficienza fondate su un credo: gli ordini superiori non si discutono, anche se inumani.
Pochissimi preferirono dimettersi piuttosto che ubbidire. Indifferenza, opportunismo ed efficienza furono le premesse alla
tragedia che deportò dalla zona libera ad Auschwitz più di diecimila ebrei
"apatrides" (apolidi o stranieri non
protetti dalle autorità consolari del paese di origine), parte dei settantaseimila israeliti, francesi e stranieri, che partirono
verso l'Est per un viaggio senza ritorno tra il 1942 e il 1944.
In attuazione delle norme dell'armistizio il 3 ottobre 1940 venne promulgato il "Premier Statut des juifs" e il 4
la "Loi sur l'internement des étrangers de race juive".
Ora, mentre per gli ebrei francesi le conseguenze dello statuto comportarono l'allontanamento da alcune
professioni, in particolare l'insegnamento pubblico (provvedimento in pratica inattuato), la legge autorizzò i prefetti
ad internare gli "apatrides", cioè di massima, gli israeliti che avevano lasciato la Germania dopo la promulgazione
delle "leggi di Norimberga", del settembre 1935, e soprattutto dopo la "notte dei cristalli", tra l'8 e il 9 novembre
1938, o quelli che erano fuggiti dall'Austria e Cecoslovacchia dopo l'assorbimento nel grande Reich e dal Belgio,
Olanda e Polonia dopo l'occupazione.
I benestanti vennero concentrati negli alberghi delle stazioni termali pirenaiche, mentre quelli privi di mezzi
furono raccolti nei campi di internamento, via via aperti nella zona non occupata a: Brens (Tarn), Casseneuil (Lot et
Garonne), Gurs2 (Basses Pyrénées),
Les Milles (Bouches du Rhône), Le Récébédou (Haute Garonne),
Le Vernet (Ariège), Noé (Haute Garonne),
Rivesaltes (Pyrénées Orientales), Saint Sulpice (Tarn),
Septfonds (Tarn et Garonne), o in strutture di minor importanza sorte nelle località di Caylus, Clairfont, Masseube, Montech.
All'epoca, i nazisti avevano progettato l'espulsione dall'Europa occupata di tutti gli ebrei (esclusi i polacchi) e
la loro deportazione nell'isola di Madagascar, colonia francese, dove intendevano creare una "riserva ebraica".
Prima tappa il Sud della Francia, da dove, una volta conclusasi vittoriosamente la guerra, avrebbero raggiunto la
sistemazione definitiva.
La prima operazione di trasferimento verso la Francia non occupata fu attuata nell'ottobre 1940, quando vi
vennero inviati a forza 6.538 ebrei tedeschi vittime dell' "operazione Bürckel": si trattava di uomini, donne e bambini
strappati dalla Gestapo alle loro case nel Baden, Palatinato e Sarre, caricati su nove treni composti da vagoni bestiame,
che, dopo un viaggio di tre giorni e due notti, giunsero sulla linea di demarcazione tra la zona occupata e quella
libera. Il governo di Vichy elevò vibrate proteste alla Commissione di armistizio, ma dopo averli bloccati per un
giorno, dovette cedere per l'intervento di Hitler, che in quei giorni incontrava a Montoire il maresciallo Pétain.
Vennero sistemati a
Gurs3, nel campo creato l'anno precedente per internare, in 428 baracche, i combattenti
spagnoli dell'armata repubblicana, in particolare baschi, aviatori e brigatisti internazionali.
Questa operazione era la prova per la deportazione sempre verso la Francia di altri duecentodiecimila ebrei
dal Reich, dalla marca dell'Est e dal protettorato di Boemia-Moravia.
La vita degli internati in campi dislocati in località prossime ai Pirenei, quindi in zone di montagna piovose e
fredde, fu subito disumana; anche se non conobbero né i reticolati elettrificati né le sevizie dei guardiani, dovettero sopportare
l'isolamento dalla vita civile, la fame, la promiscuità in spazi ristretti, il freddo, l'umidità determinata dalla
fanghiglia, la carenza di igiene, la miseria psicologica e morale, alla mercè dei parassiti, in baracche fatiscenti, prive di
stufe ma ricche di topi. A tutto ciò si aggiunse l'indifferenza dei servizi amministrativi francesi e delle popolazioni dei
paesi circostanti.
Era soprattutto la mancanza di tre elementi fondamentali dell'alimentazione (grassi, albumina e farinacei),
che raggiungevano appena un quarto del necessario, a debilitare i prigionieri. Infatti la razione media giornaliera di
calorie oscillava tra le 980 e le 1.250, quando un essere umano in riposo totale utilizza da 30 a 32 calorie per chilo
di peso, per cui un uomo di 60 chili necessita in media di 1.800 calorie.
Trovare il mezzo di migliorare il vitto dei campi fu una delle preoccupazioni fondamentali degli internati; in
alcuni di essi venne creata una "cooperativa di acquisto", funzionante in contatto con le organizzazioni umanitarie, che
si fecero carico di alleviare tante sofferenze, quali il Soccorso svizzero ai bambini, il Soccorso protestante, i
quaccheri, la Croce rossa francese e, naturalmente, quelle ebraiche.
Il mercato nero ebbe un ruolo fondamentale, se ne conosce l'ampiezza grazie all'esame dei giornali locali su
cui non passò settimana senza che vi fosse il resoconto di un processo riguardante i campi celebrato davanti al
tribunale correzionale. La maggior parte dei casi riguardava internati puniti per "acquisto di merci
contingentate-tesserate", ma numerosi anche i mercanti che, installati nei pressi dei campi, furono perseguiti per "vendita illecita".
Vennero condannati anche spagnoli dei Groupements des travailleurs étrangers, che, approfittando della possibilità di
uscire dal campo, praticavano il commercio clandestino, o guardiani, perlopiù residenti nei paesi circostanti, accusati
di trarre profitto dall'intermediazione tra i reclusi e l'esterno. I prezzi variavano tra il doppio e il decuplo del
normale, mentre numerosi pagamenti avvenivano in natura: gioielli, orologi, penne.
La salute fu l'altra grave emergenza; durante l'autunno e l'inverno le intemperie, in zone soggette a forti
piogge ed abbondanti nevicate, determinavano un freddo glaciale, che obbligava per diversi mesi gli internati a
dimorare nell'esiguo spazio delle baracche; promiscuità che favoriva il rapido propagarsi di malattie, per la cui cura
mancavano medicinali specifici.
Nel campo di Gurs nell'ultima settimana di ottobre morirono venti persone, di massima anziani. All'inizio del
mese di novembre i medici internati, circa una dozzina, si organizzarono: tutte le mattine uno di loro visitava le
baracche per constatare eventuali sintomi ed evitare ulteriori contagi. In ogni raggruppamento di baracche in cui era diviso
il campo funzionava un'infermeria con una ventina di letti ove venivano ricoverati i pazienti contagiosi assistiti da
un infermiere. Nell'ospedale centrale del campo venivano ricoverati i malati più gravi. Quelli che necessitavano
di trattamenti specialistici o di essere operati venivano trasferiti una volta alla settimana negli ospedali delle città
vicine. Malgrado questa organizzazione e gli sforzi del personale sanitario i risultati furono irrisori.
Altri gravi problemi derivarono dall'invasione di pulci, cimici e pidocchi, che non era possibile eliminare, e
dalle malattie nervose, che colpivano persone facilmente irascibili e suscettibili o soggette a gravi forme di
depressione fisica e morale.
Dall'esame dei dossier individuali conservati negli archivi dipartimentali di Pau (questo a merito della
burocrazia) è possibile conoscere il destino dei 6.538 internati. Essi risultano: trasferiti in altri campi o strutture esterne
(3.588, pari al 54,9 per cento), emigrati negli Usa (943, pari al 14,5 per cento), deportati (1.090, pari al 16,6 per
cento), deceduti nel campo (820, pari al 12,5 per cento), liberati o evasi (97, pari all'1,5 per cento).
I trasferimenti dipesero essenzialmente dall'apertura, nel marzo 1941, dei "campi-ospedale" di Noé e
Récébédou: non si trattava in effetti di strutture sanitarie, ma semplicemente di campi meglio costruiti, con baracche in
pietra, i tetti di lamiera ondulata ed il terreno interno ed esterno praticabile tutto l'anno. Altri, in possesso di
disponibilità personali, vennero assegnati a residenze esterne soggette ad una sorveglianza molto blanda. Tuttavia pochi di
questi si salvarono dalla deportazione in Germania.
Gli emigranti negli Stati Uniti attendevano l'imbarco, se uomini, nel campo di Les Milles, se donne, negli
alberghi "Bompart" o "du Levant" di Marsiglia.
I deportati furono quanti non trovarono il modo di lasciare il campo.
I decessi furono più frequenti nei primi mesi. Durante l'inverno 1940-41 morirono i più deboli, soprattutto
anziani, con una media di otto persone al giorno (un massimo di dodici morti nei giorni 4 e 13 dicembre).
I liberati furono quelli che poterono dimostrare di essere stati vittime di un arresto irregolare, gli evasi furono
poche decine perché, se per lasciare il campo era sufficiente passare, di notte, sotto i reticolati, era difficile poi non
farsi catturare dai gendarmi, magari avvisati da qualche contadino. I pochi che riuscirono a fuggire raggiunsero,
attraverso i Pirenei, la vicina Spagna, dove venivano internati nel campo di Miranda de Ebro.
I nazisti pretesero dalla Francia il rispetto delle clausole dell'armistizio per cui imposero la creazione, nel
marzo 1941, del Commissariato generale per la Questione ebraica (Cgqj), la promulgazione, il 2 giugno, del
"Deuxième Statut des juifs", da cui derivò la legge di arianizzazione dei beni ebrei.
L'Hautpsturmführer Ss Theodore Dannecker, capo del servizio per la questione ebraica della Gestapo in
Francia, sollecitò la creazione di campi di raccolta anche nella Francia occupata, sostenuto dall'esperto dell'ambasciata
tedesca di Parigi, Zeitschel. Le loro pressioni portarono alla costituzione di due campi a Pithiviers e
Beaune-la-Rolande (Loiret), dove vennero internati, a cura della Prefettura di polizia, 3.333 israeliti stranieri. Ma nell'intenzione
dei tedeschi questi campi avrebbero dovuto adempiere solo la funzione di campi di transito per il successivo
trasferimento degli ebrei nella zona non occupata. Nell'agosto venne aperto il tristemente famoso campo di Drancy nella
banlieue di Parigi, con il primo internamento di quattromila ebrei rastrellati in città.
Le eclatanti vittorie in Russia e la conseguente conquista di vasti territori fecero rivedere i piani nazisti circa
la costituzione della "riserva ebraica" nel Madagascar a favore di una sua dislocazione ad Est. L'Inghilterra non
era ancora vinta e controllava i mari con la sua flotta, per cui era impensabile trasferire gli indesiderabili. Inoltre
apparve evidente che anche dopo la fine della guerra si sarebbero incontrate notevoli difficoltà a trasportare tutti gli
ebrei dell'Europa occidentale (per quelli dell'Est era già stata programmata l'eliminazione) in quanto il tonnellaggio
navale mondiale, fortemente decimato dal conflitto, avrebbe dovuto essere destinato a compiti più urgenti.
20 gennaio 1942 Conferenza di Wannsee (Berlino) presieduta dal Ss Obergruppenführer Reinhard Heydrich, capo dello
Ufficio centrale di sicurezza del Reich (Rsha) con la collaborazione del Ss OberSturmbanfhürer Adolf Eichmann, nel
corso della quale viene concertata la criminale "soluzione finale", cioè la deportazione per lo sterminio di tutti gli
ebrei europei verso i campi all'uopo allestiti all'Est secondo i metodi (gasificazione e cremazione) già sperimentati
con russi e polacchi.
4 marzo 1942
Nel corso di una conferenza di lavoro del Rsha, riunita sotto la direzione di Eichmann, Dannecker, riferendo
sulla situazione francese, fa presente che per prelevare gli ebrei della zona non occupata si deve ottenere il consenso
del governo di Vichy. "Occorre - aggiunge - proporre qualcosa di veramente positivo" per saggiarne la disponibilità
a collaborare alle previste deportazioni. Heydrich, che assiste ai lavori della conferenza, si dice d'accordo per la
formazione di un primo convoglio dalla Francia occupata previsto per il 27 marzo, parte di quella che la Gestapo
classifica come "la quota 1942", nella quale dovranno essere inclusi cinquemila ebrei parigini, perché è nella capitale
che la questione ebraica è più urgente, e si impegna egli stesso a risolvere
in loco il problema con le autorità francesi.
5 maggio 1942
Heydrich si reca a Parigi per insediarvi il rappresentante personale di Himmler, il generale Karl Albrecht
Oberg, quale capo delle Ss e della polizia tedesca, ed incontra il sottosegretario di stato René Bousquet, nuovo capo
della polizia del governo di Vichy. Questi è un giovane prefetto di 33 anni, avvocato a 19, insignito della
Legion d'honneur a 20, capo di gabinetto del ministro degli Interni a 22. Nel corso dell'incontro viene preso in esame il problema
delle deportazioni, Heydrich informa Bousquet che si stanno predisponendo i treni per trasferire gli ebrei apolidi della
zona occupata internati a Drancy con destinazione Est, dove saranno impiegati in lavori utili al Reich.
Quasi sorprendendo il suo interlocutore, Bousquet suggerisce ad Heydrich di prelevare anche gli ebrei
apolidi internati dopo il 1940 nella zona non occupata. Egli non protesta contro la deportazione, anzi si dichiara
disposto a consegnare ai nazisti gli israeliti sotto la giurisdizione di Vichy, lasciando presagire la piena disponibilità
della polizia francese. L'inattesa offerta viene lasciata in sospeso per le difficoltà di organizzare i trasporti, infatti al
momento le autorità tedesche hanno programmato solo il trasferimento di seimila ebrei tutti dalla zona occupata.
11 giugno 1942
I responsabili della questione ebraica in Francia, Belgio e Olanda sono in riunione con Eichmann a Berlino per
dare attuazione all'ordine di Himmler di deportare ad Auschwitz gli ebrei di quei paesi, di età compresa tra i sedici e
i quarant'anni, adatti al lavoro. È con questo
"camouflage" del lavoro che egli ha deciso le quote da deportare dai
paesi occupati: centomila dalla Francia, quindicimila dal Belgio e diecimila dall'Olanda. La quota francese è stata
suggerita da Dannecker che, imprudentemente, ha previsto un contingente così elevato contando anche sugli ebrei
internati nella zona libera, senza considerare l'attuale scarsa collaborazione del governo di Vichy, che tra l'altro
procrastina la promulgazione della legge che impone agli ebrei di portare la stella gialla. Dannecker ha dato
mandato al Rsha perché si metta in contatto con il servizio trasporti ferroviari su queste basi: stazione di destinazione:
Auschwitz; data inizio partenze: 13 luglio 1942; convogli ferroviari: tre alla settimana, per un totale di cento treni
in otto mesi; provenienza deportati: Parigi (circa trentaduemila), dipartimenti occupati (circa quindicimila), zona
libera (cinquantamila).
Rientrato a Parigi, Dannecker incontra Louis Darquier, commissario francese per la questione ebraica, per
coordinare le operazioni di arresto, ma questi gli fa presente che come massimo potrà contare su trentamila ebrei
della zona occupata ed un imprecisato numero di alcune migliaia della zona non occupata. Egli vede così
drasticamente ridimensionato il suo programma di deportazione da centomila persone a poco più di quarantamila. Se così
fosse, sulla base di tre treni alla settimana, il programma verrebbe a essere liquidato in poco più di tre mesi. I
responsabili nazisti pretendono allora di conoscere dalle autorità francesi l'esatto numero di internati della zona non
occupata, la loro suddivisione per età, per sesso e nazionalità. Essi puntano a farsi consegnare gli ebrei internati da più di
diciotto mesi, che nel maggio Bousquet si era spontaneamente offerto di consegnare in quanto apolidi, probabilmente
considerando che essi erano stati trasferiti in Francia senza l'autorizzazione del governo francese ed inoltre, poiché
erano in prevalenza di nazionalità tedesca, la questione poteva configurarsi come un affare interno del Reich.
12 giugno 1942
Eichmann informa telegraficamente Dannecker che il Ministero dei Trasporti ha predisposto i convogli per
trasferire gli ebrei dalla Francia. Con grande imbarazzo questi è costretto a precisare al suo superiore che al momento
non è in grado di garantire più di quarantamila partenze. Ma poiché risultano sbagliate per difetto le previsioni circa
le deportazioni dal Belgio e dall'Olanda, aumentate da diecimila a sedicimila nel primo Stato e da quindicimila a
trentaseimila nel secondo, risultano compensate le deficienze francesi ed i programmi possono essere rispettati.
Iniziano le deportazioni al campo di Auschwitz di quarantamila ebrei dalla Francia occupata e di
cinquantamila dal Belgio e dall'Olanda. Dannecker contatta Jean Legauy, delegato di Bousquet a Parigi, ma poiché questi al
momento può mettere a disposizione solo i tremila internati nei campi della zona occupata, gli impone di
predisporre il rastrellamento di altri trentamila ebrei nella Francia occupata, di cui ventiduemila nel Grand Paris (il 40 per
cento costituito da francesi). Agli arresti deve collaborare in modo massiccio la polizia francese, in quanto quella
nazista non è in grado di eseguire retate di tale portata e non si può contare sull'esercito di occupazione, già restio a
fornire le scorte ai convogli.
Legauy obietta che sarebbe meglio rastrellare un maggior numero di ebrei stranieri nella zona libera. Non
protesta per un'operazione così detestabile, ma cerca di facilitare il compito al governo di Vichy, stornando la minaccia
dagli ebrei francesi. Tuttavia prende tempo, dovendo informare Bousquet, che a sua volta fa sapere che deve conferire
con il capo del governo Laval. Dannecker si arrabbia per questa perdita di tempo, ma soprattutto perché il potere di
decisione circa la partecipazione della polizia francese alle operazioni resta attribuito al governo francese. Egli
dichiara che non si può discutere della evacuazione degli ebrei dalla zona occupata perché si tratta di una decisione
tedesca a cui la polizia francese deve cooperare anche in assenza di disposizioni del suo governo. Per la zona libera
mitiga i termini, facendo presente che si tratta di un'offerta tedesca per sbarazzare i francesi da decine di migliaia di
indesiderabili, gravosi per il bilancio dello Stato.
26 giugno 1942
Laval sottopone la questione al Consiglio dei ministri, presieduto dal maresciallo Pétain, facendo presente che
se la Germania aveva risolto in maniera estremamente severa la questione ebraica, la stessa non era sentita in
termini così drastici dall'opinione pubblica francese. Per cui, davanti alle richieste tedesche di maggior coercizione,
dichiara che si deve agire con la massima prudenza, suggerendo di fare un censimento in modo da distinguere gli ebrei
francesi da quelli stranieri o apolidi. Leguay informa Laval della promessa fatta ad Heydrich da Bousquet circa la
consegna di diecimila ebrei della zona libera e della richiesta di utilizzare la polizia francese nelle retate previste nella
zona occupata. Riguardo alla prima notizia Laval cade letteralmente dalle nuvole, circa la seconda precisa:
"Risponderò negativamente io stesso". Legauy riporta queste decisioni a Dannecker, che, furioso, dichiara che si metterà
direttamente in contatto con il prefetto di polizia di Parigi perché vengano posti ai suoi ordini duemilacinquecento
uomini in uniforme al giorno per circa due settimane, anche senza l'autorizzazione delle autorità francesi.
Imprudentemente egli non informa i suoi superiori, Oberg ed Helmut Knochen (capo dei servizi di sicurezza tedeschi), per cui in
caso di rifiuto del prefetto verrebbe ad essere messa in gioco la credibilità ed il prestigio della potenza occupante.
2 luglio 1942
Incontro tra Oberg e Knochen da una parte e Bousquet dall'altra, in cui quest'ultimo ripete ai tedeschi le
istruzioni ricevute dal governo francese: nessuna interferenza sugli arresti nella zona occupata, a cui però la polizia
francese non deve partecipare, e nessuna decisione al momento circa la consegna di diecimila internati nella zona libera.
Per Knochen è un disastro, egli assolutamente non può impiegare la polizia tedesca per la progettata operazione di
arresti, essa è numericamente insufficiente per una operazione di tale ampiezza, il che vuol dire mettere a repentaglio
l'intera operazione. Bousquet spiega che da parte francese non c'è nessuna obiezione contro gli arresti stessi, è solo
l'esecuzione da parte di poliziotti francesi che è "genante" (Knochen nella sua relazione ai superiori usa il termine
francese). A questo punto i nazisti replicano in tono minaccioso, contrapponendo alle decisioni del governo francese
la volontà del führer circa l'assoluta necessità di una soluzione definitiva della questione ebraica anche in
Francia. Bousquet allora cede; poiché non si parla di arrestare ebrei di nazionalità francese, a cui Pétain si è dichiarato
contrario, accetta di "arrestare in un'azione di polizia unificata su tutto il territorio francese il numero di ebrei
stranieri che i tedeschi desiderano". Egli si piega, più che di fronte alle minacce sottintese di Knochen, ad un calcolo
politico. Laval gli aveva certamente concesso un certo spazio di manovra nel caso che egli giudicasse che la sorte del
suo governo venisse messa in pericolo da un irrigidimento tedesco, ma Bousquet, da freddo tecnocrate, intravede,
pur nel momento in cui il prestigio del governo francese viene gravemente sminuito, nell'intervento della polizia
unificata il suo riconoscimento quale capo della stessa su tutto il territorio nazionale.
Nei due giorni seguenti Laval fa il punto sulla situazione davanti a Pétain e ai ministri, chiede cioè
l'approvazione all'operato di Bousquet. Per lui la distinzione fondamentale è tra ebrei francesi e "rifiuti mandati dai
tedeschi", suddivisione accettata dal maresciallo, che la ritiene condivisibile anche dall'opinione pubblica, così da
aumentare la sua popolarità per la protezione assicurata dal suo governo agli ebrei francesi, anche se a spese di un vile
baratto con loro correligionari.
Dopo le grandi retate Knochen scriverà a Bousquet: "Vi confermo che la polizia francese ha svolto un
compito degno di elogio".
4 luglio 1942
Nuova riunione tra Knochen, al cui fianco riappare Dannecker, tenuto in disparte per le sue intempestive
affermazioni, e Bousquet. I tedeschi a questo punto avanzano la pretesa di visitare i campi di internamento della zona non
occupata per rendersi conto della situazione e predisporre i trasferimenti. In un primo tempo Bousquet è contrario:
verrebbe sminuita la sovranità della Repubblica francese. Dannecker replica che la Germania è spinta esclusivamente da
spirito di collaborazione verso la Francia per sbarazzarla degli ebrei nell'ambito della soluzione della questione a
livello europeo e che tutte le operazioni sarebbero rimaste di pertinenza dell'autorità francese. Bousquet, consultato
Laval, accetta. Dannecker telegrafa ad Eichmann il positivo risultato degli incontri, che stabiliscono: partecipazione
della polizia francese alle retate e possibilità di arrestare tutti gli ebrei apolidi nelle due zone. Tace naturalmente sugli
ebrei francesi, ma, una cosa per volta, sembra sottintendere. Sappiamo che i tedeschi erano al tempo interessati solo a
persone tra i sedici ed i quarant'anni, e qui nuovamente interviene la cecità di Laval, che propone ai tedeschi di prelevare
le famiglie intiere. Egli al Consiglio dei ministri spiega: "Per un principio umanitario ho ottenuto, contrariamente
alle prime intenzioni dei tedeschi, che i figli, compresi quelli minori di sedici anni, siano autorizzati ad
accompagnare i genitori".
16-17 luglio 1942
Retate a Parigi e nei dipartimenti occupati eseguite dalla polizia francese agli ordini di funzionari francesi
sotto il controllo delle autorità di occupazione.
Questa collaborazione viene ricordata il 16 luglio di ogni anno sui principali quotidiani dalla comunità ebraica
in occasione della "giornata di commemorazione dei crimini di Vichy" per denunciare l'arresto di "13.152 esseri
umani perché nati ebrei, di cui 4.115 bambini, 5.919 donne, 3.118 uomini.
Essi vennero internati al Vel d'Hiv, a Drancy, Pithiviers, Beaune-la-Rolande, consegnati agli occupanti
tedeschi, che li deportarono ad Auschwitz, dove furono gasati e bruciati nei forni crematori".
La denuncia si chiude con l'esortazione: "Francese, ricordati di questa ignominia perpetrata con la complicità
criminale del regime di Vichy."
Negli stessi giorni Dannecker visita i campi della zona libera di Les Milles, Rivesaltes e Gurs; qui resta
profondamente deluso per i soli 2.247 ebrei deportabili, lontani dai diecimila su cui contava, per cui pretende una nuova grande
retata in tutti i dipartimenti sotto la sovranità di Vichy.
Legauy per mitigare l'irritazione dei tedeschi li informa che circa quattromila ebrei, di cui milleduecento
incorporati nelle Gte, denominati dall'amministrazione Groups des travailleurs palestiniens, raggiungeranno Drancy
tra il 7 ed il 13 agosto provenienti da Gurs, Noé, Récébédou, Le Vernet e Rivesaltes. Dannecker, poco dopo
sostituito dal suo vice Rothke, accusa ricevuta di quello che chiama "questo primo piccolo acconto".
25 agosto 1942
Nel Sud della Francia viene organizzata dalle autorità petainiste, con l'impiego di forze di polizia locali, una
grande retata, che dà però risultati deludenti con "soli" 6.584 arresti, che diventeranno 7.100 il 1 settembre.
Infatti i censimenti degli ebrei e dei loro beni erano stati fatti con molta superficialità per cui molti non
furono trovati per aver cambiato residenza o perché precedentemente avvertiti.
In generale solo il 40 per cento del previsto viene catturato. Unico a compiacersi il prefetto del Tarn: la sua
percentuale è la migliore con il 60 per cento di arresti. Dall'agosto all'ottobre 1942 una dozzina di convogli
trasporteranno ad Auschwitz diecimilacinquecento israeliti provenienti dalla zona libera. Questo mentre sarebbe stato
possibile far espatriare in Spagna gli israeliti; infatti le autorità franchiste, che respingevano i fuoriusciti politici,
avevano un occhio di riguardo per i prigionieri di guerra e gli aviatori alleati, per ognuno dei quali si disse che la
Spagna ricevesse "un sac de blé" (un sacco di grano), e gli ebrei.
Resta difficile da spiegare questo comportamento del cattolicissimo Franco nei loro confronti, tenuto conto
che ben settemila di loro combatterono nelle Brigate internazionali e che la
"cruzada" era rivolta contro "il
marxismo, la massoneria ed il giudaismo". Il giornalista spagnolo José Antonio Lisbona nel suo libro "Ritorno a Sefárad"
sostiene che tale comportamento dipese, oltre che dalla - sempre negata - origine ebrea del Caudillo, dal fatto che
alcune banche di famiglie ebree del Marocco e di Gibilterra avevano finanziato le forze franchiste fin dall'inizio della
guerra civile.
A seguito delle rimostranze dei tedeschi per il limitato numero di arresti, Laval e Bousquet si giustificano
facendo presenti le resistenze del clero ed in particolare del cardinale di Lione, che nasconde i ricercati in conventi e
luoghi sacri, e con il crescere della protesta dell'opinione pubblica. Risulta chiaro in ogni caso che non sarà possibile
riempire un treno al giorno (mille persone) dal 15 al 30 settembre. Oberg e Knochen comprendono che non è il caso
di insistere troppo: la questione ebraica può passare in secondo ordine, è prioritario conservare la docilità della
Francia, essenziale per gli interessi economici e strategici del Reich e per la tranquillità delle forze di occupazione
garantita dalla polizia agli ordini di Bousquet. Ma Rothke non demorde, cerca di ottenere altri passeggeri forzati per i
convogli di metà ottobre. Dispone al momento di quattromila internati nella zona occupata, per cui programma di
rastrellare tutti gli ebrei di nazionalità baltica, jugoslava, bulgara, romena, greca e prepara una minuziosa lista di 5.129
influenti ebrei francesi che prevede di rastrellare il 22 settembre. Ma Knochen blocca tutto e riferisce a Himmler come ciò
può determinare seri problemi alla politica collaborazionista di Laval. Il Reichcsführer accetta tale tesi e ferma i
suoi uomini. Il 22 ottobre arrivano a Drancy da Rivesaltes 106 ebrei, gli ultimi consegnati dai francesi.
11 novembre 1942
I tedeschi, in seguito allo sbarco alleato nei territori francesi del Nord Africa, occupano la zona libera, Pétain e
il suo governo perdono ogni autonomia e i funzionari francesi continueranno a collaborare ma, e non è una
scusante, sotto diretto controllo dei tedeschi.
Dopo la Liberazione vennero intentati numerosi processi a questi solerti "servitori dello Stato" e in alcuni casi
i dibattimenti si conclusero con la pena di morte; altri erano già stati giustiziati dai partigiani, ma le condanne
si basarono più sulle operazioni
anti-maquis che sulle deportazioni degli ebrei. Molti riuscirono a dimostrare di
aver collaborato anche con i seguaci di De Gaulle e non furono perseguiti. Dei maggiori responsabili del governo di
Vichy conosciamo la sorte: ergastolo per Pétain, pena di morte per Laval; René Bousquet, processato nel 1949, fu
assolto; sarà assassinato da uno squilibrato nel 1991. Ma i prefetti, i sottoprefetti, i burocrati grandi e piccoli, i guardiani
dei campi riuscirono a sfuggire alla resa dei conti, mancò la volontà politica di perseguirli: a De Gaulle, alle prese
con una Resistenza forte e soprattutto di sinistra, premeva di più la continuità dello Stato. I campi chiusero uno
dopo l'altro: nell'ottobre 1942 Récébédou, nel novembre 1943 Gurs e nel giugno 1944 Vernet d'Ariège. Gli altri
dopo la Liberazione divennero "centri di soggiorno sorvegliato", dove furono internati i collaborazionisti ma, con
l'agosto 1945, anche questi si vuotarono. Poi la Francia ufficiale stese un pietoso velo sul suo passato. Sono occorsi più
di cinquant'anni perché Barbie e Papon affrontassero il giudizio degli uomini.
Considerando come l'ottusa efficienza dei funzionari francesi ebbe tragiche conseguenze per gli ebrei, fu
certo preferibile un'amministrazione meno strutturata, come quella italiana, dove i dipendenti erano più accessibili
alla compassione, alla solidarietà o forse anche alla corruzione. Un fatto poco conosciuto avvenne nel mio paese
natale, Castellamonte (nel Canavese), dove dal dicembre 1941 al settembre 1943 trovarono ospitalità cinquanta ebrei
fuggiti da Belgrado. All'armistizio, aiutati dalla famiglia Olivetti, essi riuscirono a raggiungere la Svizzera e quando,
dopo la guerra, alcuni di loro ritornarono per ringraziare quanti li avevano aiutati, con loro grande sorpresa vennero
invitati a presentarsi in comune per ritirare gli arretrati del sussidio quotidiano (8 lire per capofamiglia, 5 per la moglie e
3 per ogni bambino, più 50 lire mensili per l'affitto), che non avevano più percepito dal settembre 1943.
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