Pietro Ramella

I Lager di Pétain



Nel proseguire la ricerca storica riguardante il successivo uso dei campi di internamento francesi, dove nei primi mesi del 1939 furono rinchiusi cinquecentomila profughi repubblicani in fuga dalla Spagna1, giunsi ad una delle pagine più buie della storia di Francia: la partecipazione del governo collaborazionista di Vichy alla "soluzione finale della questione ebraica".
Argomento ritornato di attualità con il processo, davanti al tribunale di Bordeaux, a Maurice Papon, segretario generale della Prefettura della Gironda negli anni 1942-44, accusato di aver fatto arrestare e trasferire verso il campo di transito di Drancy circa millesettecento ebrei, che poi finirono nelle camere a gas di Auschwitz.
La Francia ha vissuto con malessere questa vicenda, avrebbe preferito lasciarla sepolta nell'oblio del tempo: sono infatti passati oltre cinquant'anni e, mentre i giovani non conoscono gli avvenimenti, una parte di quelli che li vissero ritiene ingiusto processare l'Administration, colonna portante della nazione.

22 giugno 1940
Il governo Pétain firma l'armistizio con i tedeschi, in base al quale la Francia subisce la divisione del territorio nazionale in due grandi zone: quella occupata dai tedeschi, comprendente il Nord, l'Est e Parigi, l'altra cosiddetta libera, comprendente i dipartimenti mediterranei ed il Sud, sotto l'autorità del governo di Pétain, con sede a Vichy; la perdita dell'Alsazia e Lorena; l'asservimento delle risorse tecniche e materiali allo sforzo bellico tedesco; l'avvio di una politica di esclusione contro quelli che Charles Maurras, il teorico de "L'Action française" e de "La révolution nationale", chiamò "l'anti-France": ebrei, apolidi, comunisti, massoni, nomadi e resistenti.
Le considerazioni sulla persecuzione degli ebrei in Francia non possono pertanto prescindere dalla sua divisione in due zone, infatti mentre in quella occupata la presenza dei tedeschi, soprattutto della Gestapo e delle Ss, era incombente ed i funzionari statali erano rigidamente controllati, nella zona libera l'État français godeva di una pur limitata sovranità che i tedeschi dovevano rispettare, per cui, se è condannevole la collaborazione prestata da Papon e da altri che come lui operarono nella Francia occupata, risulta ripugnante quella dei burocrati della zona non occupata, che furono acquiescienti nei confronti della persecuzione: infatti nell'intera tragica storia dell'Olocausto i soli ebrei deportati da un Paese europeo non occupato dai tedeschi provennero dalla Francia di Vichy. I "grands et petits commis" avrebbero potuto non evadere il dossier "internamento, rastrellamento e deportazione" alla stregua di una qualsiasi pratica amministrativa secondo le qualità intrinseche dei funzionari francesi: neutralità politica, competenza e disciplina, qualità che si ritorsero contro gli inermi. Non fu neanche questione di razzismo, quanto di ottusa indifferenza e di malprestata efficienza fondate su un credo: gli ordini superiori non si discutono, anche se inumani. Pochissimi preferirono dimettersi piuttosto che ubbidire. Indifferenza, opportunismo ed efficienza furono le premesse alla tragedia che deportò dalla zona libera ad Auschwitz più di diecimila ebrei "apatrides" (apolidi o stranieri non protetti dalle autorità consolari del paese di origine), parte dei settantaseimila israeliti, francesi e stranieri, che partirono verso l'Est per un viaggio senza ritorno tra il 1942 e il 1944.
In attuazione delle norme dell'armistizio il 3 ottobre 1940 venne promulgato il "Premier Statut des juifs" e il 4 la "Loi sur l'internement des étrangers de race juive".
Ora, mentre per gli ebrei francesi le conseguenze dello statuto comportarono l'allontanamento da alcune professioni, in particolare l'insegnamento pubblico (provvedimento in pratica inattuato), la legge autorizzò i prefetti ad internare gli "apatrides", cioè di massima, gli israeliti che avevano lasciato la Germania dopo la promulgazione delle "leggi di Norimberga", del settembre 1935, e soprattutto dopo la "notte dei cristalli", tra l'8 e il 9 novembre 1938, o quelli che erano fuggiti dall'Austria e Cecoslovacchia dopo l'assorbimento nel grande Reich e dal Belgio, Olanda e Polonia dopo l'occupazione.
I benestanti vennero concentrati negli alberghi delle stazioni termali pirenaiche, mentre quelli privi di mezzi furono raccolti nei campi di internamento, via via aperti nella zona non occupata a: Brens (Tarn), Casseneuil (Lot et Garonne), Gurs2 (Basses Pyrénées), Les Milles (Bouches du Rhône), Le Récébédou (Haute Garonne), Le Vernet (Ariège), Noé (Haute Garonne), Rivesaltes (Pyrénées Orientales), Saint Sulpice (Tarn), Septfonds (Tarn et Garonne), o in strutture di minor importanza sorte nelle località di Caylus, Clairfont, Masseube, Montech.
All'epoca, i nazisti avevano progettato l'espulsione dall'Europa occupata di tutti gli ebrei (esclusi i polacchi) e la loro deportazione nell'isola di Madagascar, colonia francese, dove intendevano creare una "riserva ebraica". Prima tappa il Sud della Francia, da dove, una volta conclusasi vittoriosamente la guerra, avrebbero raggiunto la sistemazione definitiva.
La prima operazione di trasferimento verso la Francia non occupata fu attuata nell'ottobre 1940, quando vi vennero inviati a forza 6.538 ebrei tedeschi vittime dell' "operazione Bürckel": si trattava di uomini, donne e bambini strappati dalla Gestapo alle loro case nel Baden, Palatinato e Sarre, caricati su nove treni composti da vagoni bestiame, che, dopo un viaggio di tre giorni e due notti, giunsero sulla linea di demarcazione tra la zona occupata e quella libera. Il governo di Vichy elevò vibrate proteste alla Commissione di armistizio, ma dopo averli bloccati per un giorno, dovette cedere per l'intervento di Hitler, che in quei giorni incontrava a Montoire il maresciallo Pétain.
Vennero sistemati a Gurs3, nel campo creato l'anno precedente per internare, in 428 baracche, i combattenti spagnoli dell'armata repubblicana, in particolare baschi, aviatori e brigatisti internazionali.
Questa operazione era la prova per la deportazione sempre verso la Francia di altri duecentodiecimila ebrei dal Reich, dalla marca dell'Est e dal protettorato di Boemia-Moravia.
La vita degli internati in campi dislocati in località prossime ai Pirenei, quindi in zone di montagna piovose e fredde, fu subito disumana; anche se non conobbero né i reticolati elettrificati né le sevizie dei guardiani, dovettero sopportare l'isolamento dalla vita civile, la fame, la promiscuità in spazi ristretti, il freddo, l'umidità determinata dalla fanghiglia, la carenza di igiene, la miseria psicologica e morale, alla mercè dei parassiti, in baracche fatiscenti, prive di stufe ma ricche di topi. A tutto ciò si aggiunse l'indifferenza dei servizi amministrativi francesi e delle popolazioni dei paesi circostanti.
Era soprattutto la mancanza di tre elementi fondamentali dell'alimentazione (grassi, albumina e farinacei), che raggiungevano appena un quarto del necessario, a debilitare i prigionieri. Infatti la razione media giornaliera di calorie oscillava tra le 980 e le 1.250, quando un essere umano in riposo totale utilizza da 30 a 32 calorie per chilo di peso, per cui un uomo di 60 chili necessita in media di 1.800 calorie.
Trovare il mezzo di migliorare il vitto dei campi fu una delle preoccupazioni fondamentali degli internati; in alcuni di essi venne creata una "cooperativa di acquisto", funzionante in contatto con le organizzazioni umanitarie, che si fecero carico di alleviare tante sofferenze, quali il Soccorso svizzero ai bambini, il Soccorso protestante, i quaccheri, la Croce rossa francese e, naturalmente, quelle ebraiche.
Il mercato nero ebbe un ruolo fondamentale, se ne conosce l'ampiezza grazie all'esame dei giornali locali su cui non passò settimana senza che vi fosse il resoconto di un processo riguardante i campi celebrato davanti al tribunale correzionale. La maggior parte dei casi riguardava internati puniti per "acquisto di merci contingentate-tesserate", ma numerosi anche i mercanti che, installati nei pressi dei campi, furono perseguiti per "vendita illecita". Vennero condannati anche spagnoli dei Groupements des travailleurs étrangers, che, approfittando della possibilità di uscire dal campo, praticavano il commercio clandestino, o guardiani, perlopiù residenti nei paesi circostanti, accusati di trarre profitto dall'intermediazione tra i reclusi e l'esterno. I prezzi variavano tra il doppio e il decuplo del normale, mentre numerosi pagamenti avvenivano in natura: gioielli, orologi, penne.
La salute fu l'altra grave emergenza; durante l'autunno e l'inverno le intemperie, in zone soggette a forti piogge ed abbondanti nevicate, determinavano un freddo glaciale, che obbligava per diversi mesi gli internati a dimorare nell'esiguo spazio delle baracche; promiscuità che favoriva il rapido propagarsi di malattie, per la cui cura mancavano medicinali specifici.
Nel campo di Gurs nell'ultima settimana di ottobre morirono venti persone, di massima anziani. All'inizio del mese di novembre i medici internati, circa una dozzina, si organizzarono: tutte le mattine uno di loro visitava le baracche per constatare eventuali sintomi ed evitare ulteriori contagi. In ogni raggruppamento di baracche in cui era diviso il campo funzionava un'infermeria con una ventina di letti ove venivano ricoverati i pazienti contagiosi assistiti da un infermiere. Nell'ospedale centrale del campo venivano ricoverati i malati più gravi. Quelli che necessitavano di trattamenti specialistici o di essere operati venivano trasferiti una volta alla settimana negli ospedali delle città vicine. Malgrado questa organizzazione e gli sforzi del personale sanitario i risultati furono irrisori.
Altri gravi problemi derivarono dall'invasione di pulci, cimici e pidocchi, che non era possibile eliminare, e dalle malattie nervose, che colpivano persone facilmente irascibili e suscettibili o soggette a gravi forme di depressione fisica e morale.
Dall'esame dei dossier individuali conservati negli archivi dipartimentali di Pau (questo a merito della burocrazia) è possibile conoscere il destino dei 6.538 internati. Essi risultano: trasferiti in altri campi o strutture esterne (3.588, pari al 54,9 per cento), emigrati negli Usa (943, pari al 14,5 per cento), deportati (1.090, pari al 16,6 per cento), deceduti nel campo (820, pari al 12,5 per cento), liberati o evasi (97, pari all'1,5 per cento).
I trasferimenti dipesero essenzialmente dall'apertura, nel marzo 1941, dei "campi-ospedale" di Noé e Récébédou: non si trattava in effetti di strutture sanitarie, ma semplicemente di campi meglio costruiti, con baracche in pietra, i tetti di lamiera ondulata ed il terreno interno ed esterno praticabile tutto l'anno. Altri, in possesso di disponibilità personali, vennero assegnati a residenze esterne soggette ad una sorveglianza molto blanda. Tuttavia pochi di questi si salvarono dalla deportazione in Germania.
Gli emigranti negli Stati Uniti attendevano l'imbarco, se uomini, nel campo di Les Milles, se donne, negli alberghi "Bompart" o "du Levant" di Marsiglia.
I deportati furono quanti non trovarono il modo di lasciare il campo.
I decessi furono più frequenti nei primi mesi. Durante l'inverno 1940-41 morirono i più deboli, soprattutto anziani, con una media di otto persone al giorno (un massimo di dodici morti nei giorni 4 e 13 dicembre).
I liberati furono quelli che poterono dimostrare di essere stati vittime di un arresto irregolare, gli evasi furono poche decine perché, se per lasciare il campo era sufficiente passare, di notte, sotto i reticolati, era difficile poi non farsi catturare dai gendarmi, magari avvisati da qualche contadino. I pochi che riuscirono a fuggire raggiunsero, attraverso i Pirenei, la vicina Spagna, dove venivano internati nel campo di Miranda de Ebro.
I nazisti pretesero dalla Francia il rispetto delle clausole dell'armistizio per cui imposero la creazione, nel marzo 1941, del Commissariato generale per la Questione ebraica (Cgqj), la promulgazione, il 2 giugno, del "Deuxième Statut des juifs", da cui derivò la legge di arianizzazione dei beni ebrei.
L'Hautpsturmführer Ss Theodore Dannecker, capo del servizio per la questione ebraica della Gestapo in Francia, sollecitò la creazione di campi di raccolta anche nella Francia occupata, sostenuto dall'esperto dell'ambasciata tedesca di Parigi, Zeitschel. Le loro pressioni portarono alla costituzione di due campi a Pithiviers e Beaune-la-Rolande (Loiret), dove vennero internati, a cura della Prefettura di polizia, 3.333 israeliti stranieri. Ma nell'intenzione dei tedeschi questi campi avrebbero dovuto adempiere solo la funzione di campi di transito per il successivo trasferimento degli ebrei nella zona non occupata. Nell'agosto venne aperto il tristemente famoso campo di Drancy nella banlieue di Parigi, con il primo internamento di quattromila ebrei rastrellati in città.
Le eclatanti vittorie in Russia e la conseguente conquista di vasti territori fecero rivedere i piani nazisti circa la costituzione della "riserva ebraica" nel Madagascar a favore di una sua dislocazione ad Est. L'Inghilterra non era ancora vinta e controllava i mari con la sua flotta, per cui era impensabile trasferire gli indesiderabili. Inoltre apparve evidente che anche dopo la fine della guerra si sarebbero incontrate notevoli difficoltà a trasportare tutti gli ebrei dell'Europa occidentale (per quelli dell'Est era già stata programmata l'eliminazione) in quanto il tonnellaggio navale mondiale, fortemente decimato dal conflitto, avrebbe dovuto essere destinato a compiti più urgenti.

20 gennaio 1942
Conferenza di Wannsee (Berlino) presieduta dal Ss Obergruppenführer Reinhard Heydrich, capo dello Ufficio centrale di sicurezza del Reich (Rsha) con la collaborazione del Ss OberSturmbanfhürer Adolf Eichmann, nel corso della quale viene concertata la criminale "soluzione finale", cioè la deportazione per lo sterminio di tutti gli ebrei europei verso i campi all'uopo allestiti all'Est secondo i metodi (gasificazione e cremazione) già sperimentati con russi e polacchi.

4 marzo 1942
Nel corso di una conferenza di lavoro del Rsha, riunita sotto la direzione di Eichmann, Dannecker, riferendo sulla situazione francese, fa presente che per prelevare gli ebrei della zona non occupata si deve ottenere il consenso del governo di Vichy. "Occorre - aggiunge - proporre qualcosa di veramente positivo" per saggiarne la disponibilità a collaborare alle previste deportazioni. Heydrich, che assiste ai lavori della conferenza, si dice d'accordo per la formazione di un primo convoglio dalla Francia occupata previsto per il 27 marzo, parte di quella che la Gestapo classifica come "la quota 1942", nella quale dovranno essere inclusi cinquemila ebrei parigini, perché è nella capitale che la questione ebraica è più urgente, e si impegna egli stesso a risolvere in loco il problema con le autorità francesi.

5 maggio 1942
Heydrich si reca a Parigi per insediarvi il rappresentante personale di Himmler, il generale Karl Albrecht Oberg, quale capo delle Ss e della polizia tedesca, ed incontra il sottosegretario di stato René Bousquet, nuovo capo della polizia del governo di Vichy. Questi è un giovane prefetto di 33 anni, avvocato a 19, insignito della Legion d'honneur a 20, capo di gabinetto del ministro degli Interni a 22. Nel corso dell'incontro viene preso in esame il problema delle deportazioni, Heydrich informa Bousquet che si stanno predisponendo i treni per trasferire gli ebrei apolidi della zona occupata internati a Drancy con destinazione Est, dove saranno impiegati in lavori utili al Reich.
Quasi sorprendendo il suo interlocutore, Bousquet suggerisce ad Heydrich di prelevare anche gli ebrei apolidi internati dopo il 1940 nella zona non occupata. Egli non protesta contro la deportazione, anzi si dichiara disposto a consegnare ai nazisti gli israeliti sotto la giurisdizione di Vichy, lasciando presagire la piena disponibilità della polizia francese. L'inattesa offerta viene lasciata in sospeso per le difficoltà di organizzare i trasporti, infatti al momento le autorità tedesche hanno programmato solo il trasferimento di seimila ebrei tutti dalla zona occupata.

11 giugno 1942
I responsabili della questione ebraica in Francia, Belgio e Olanda sono in riunione con Eichmann a Berlino per dare attuazione all'ordine di Himmler di deportare ad Auschwitz gli ebrei di quei paesi, di età compresa tra i sedici e i quarant'anni, adatti al lavoro. È con questo "camouflage" del lavoro che egli ha deciso le quote da deportare dai paesi occupati: centomila dalla Francia, quindicimila dal Belgio e diecimila dall'Olanda. La quota francese è stata suggerita da Dannecker che, imprudentemente, ha previsto un contingente così elevato contando anche sugli ebrei internati nella zona libera, senza considerare l'attuale scarsa collaborazione del governo di Vichy, che tra l'altro procrastina la promulgazione della legge che impone agli ebrei di portare la stella gialla. Dannecker ha dato mandato al Rsha perché si metta in contatto con il servizio trasporti ferroviari su queste basi: stazione di destinazione: Auschwitz; data inizio partenze: 13 luglio 1942; convogli ferroviari: tre alla settimana, per un totale di cento treni in otto mesi; provenienza deportati: Parigi (circa trentaduemila), dipartimenti occupati (circa quindicimila), zona libera (cinquantamila).
Rientrato a Parigi, Dannecker incontra Louis Darquier, commissario francese per la questione ebraica, per coordinare le operazioni di arresto, ma questi gli fa presente che come massimo potrà contare su trentamila ebrei della zona occupata ed un imprecisato numero di alcune migliaia della zona non occupata. Egli vede così drasticamente ridimensionato il suo programma di deportazione da centomila persone a poco più di quarantamila. Se così fosse, sulla base di tre treni alla settimana, il programma verrebbe a essere liquidato in poco più di tre mesi. I responsabili nazisti pretendono allora di conoscere dalle autorità francesi l'esatto numero di internati della zona non occupata, la loro suddivisione per età, per sesso e nazionalità. Essi puntano a farsi consegnare gli ebrei internati da più di diciotto mesi, che nel maggio Bousquet si era spontaneamente offerto di consegnare in quanto apolidi, probabilmente considerando che essi erano stati trasferiti in Francia senza l'autorizzazione del governo francese ed inoltre, poiché erano in prevalenza di nazionalità tedesca, la questione poteva configurarsi come un affare interno del Reich.

12 giugno 1942
Eichmann informa telegraficamente Dannecker che il Ministero dei Trasporti ha predisposto i convogli per trasferire gli ebrei dalla Francia. Con grande imbarazzo questi è costretto a precisare al suo superiore che al momento non è in grado di garantire più di quarantamila partenze. Ma poiché risultano sbagliate per difetto le previsioni circa le deportazioni dal Belgio e dall'Olanda, aumentate da diecimila a sedicimila nel primo Stato e da quindicimila a trentaseimila nel secondo, risultano compensate le deficienze francesi ed i programmi possono essere rispettati.
Iniziano le deportazioni al campo di Auschwitz di quarantamila ebrei dalla Francia occupata e di cinquantamila dal Belgio e dall'Olanda. Dannecker contatta Jean Legauy, delegato di Bousquet a Parigi, ma poiché questi al momento può mettere a disposizione solo i tremila internati nei campi della zona occupata, gli impone di predisporre il rastrellamento di altri trentamila ebrei nella Francia occupata, di cui ventiduemila nel Grand Paris (il 40 per cento costituito da francesi). Agli arresti deve collaborare in modo massiccio la polizia francese, in quanto quella nazista non è in grado di eseguire retate di tale portata e non si può contare sull'esercito di occupazione, già restio a fornire le scorte ai convogli.
Legauy obietta che sarebbe meglio rastrellare un maggior numero di ebrei stranieri nella zona libera. Non protesta per un'operazione così detestabile, ma cerca di facilitare il compito al governo di Vichy, stornando la minaccia dagli ebrei francesi. Tuttavia prende tempo, dovendo informare Bousquet, che a sua volta fa sapere che deve conferire con il capo del governo Laval. Dannecker si arrabbia per questa perdita di tempo, ma soprattutto perché il potere di decisione circa la partecipazione della polizia francese alle operazioni resta attribuito al governo francese. Egli dichiara che non si può discutere della evacuazione degli ebrei dalla zona occupata perché si tratta di una decisione tedesca a cui la polizia francese deve cooperare anche in assenza di disposizioni del suo governo. Per la zona libera mitiga i termini, facendo presente che si tratta di un'offerta tedesca per sbarazzare i francesi da decine di migliaia di indesiderabili, gravosi per il bilancio dello Stato.

26 giugno 1942
Laval sottopone la questione al Consiglio dei ministri, presieduto dal maresciallo Pétain, facendo presente che se la Germania aveva risolto in maniera estremamente severa la questione ebraica, la stessa non era sentita in termini così drastici dall'opinione pubblica francese. Per cui, davanti alle richieste tedesche di maggior coercizione, dichiara che si deve agire con la massima prudenza, suggerendo di fare un censimento in modo da distinguere gli ebrei francesi da quelli stranieri o apolidi. Leguay informa Laval della promessa fatta ad Heydrich da Bousquet circa la consegna di diecimila ebrei della zona libera e della richiesta di utilizzare la polizia francese nelle retate previste nella zona occupata. Riguardo alla prima notizia Laval cade letteralmente dalle nuvole, circa la seconda precisa: "Risponderò negativamente io stesso". Legauy riporta queste decisioni a Dannecker, che, furioso, dichiara che si metterà direttamente in contatto con il prefetto di polizia di Parigi perché vengano posti ai suoi ordini duemilacinquecento uomini in uniforme al giorno per circa due settimane, anche senza l'autorizzazione delle autorità francesi. Imprudentemente egli non informa i suoi superiori, Oberg ed Helmut Knochen (capo dei servizi di sicurezza tedeschi), per cui in caso di rifiuto del prefetto verrebbe ad essere messa in gioco la credibilità ed il prestigio della potenza occupante.

2 luglio 1942
Incontro tra Oberg e Knochen da una parte e Bousquet dall'altra, in cui quest'ultimo ripete ai tedeschi le istruzioni ricevute dal governo francese: nessuna interferenza sugli arresti nella zona occupata, a cui però la polizia francese non deve partecipare, e nessuna decisione al momento circa la consegna di diecimila internati nella zona libera. Per Knochen è un disastro, egli assolutamente non può impiegare la polizia tedesca per la progettata operazione di arresti, essa è numericamente insufficiente per una operazione di tale ampiezza, il che vuol dire mettere a repentaglio l'intera operazione. Bousquet spiega che da parte francese non c'è nessuna obiezione contro gli arresti stessi, è solo l'esecuzione da parte di poliziotti francesi che è "genante" (Knochen nella sua relazione ai superiori usa il termine francese). A questo punto i nazisti replicano in tono minaccioso, contrapponendo alle decisioni del governo francese la volontà del führer circa l'assoluta necessità di una soluzione definitiva della questione ebraica anche in Francia. Bousquet allora cede; poiché non si parla di arrestare ebrei di nazionalità francese, a cui Pétain si è dichiarato contrario, accetta di "arrestare in un'azione di polizia unificata su tutto il territorio francese il numero di ebrei stranieri che i tedeschi desiderano". Egli si piega, più che di fronte alle minacce sottintese di Knochen, ad un calcolo politico. Laval gli aveva certamente concesso un certo spazio di manovra nel caso che egli giudicasse che la sorte del suo governo venisse messa in pericolo da un irrigidimento tedesco, ma Bousquet, da freddo tecnocrate, intravede, pur nel momento in cui il prestigio del governo francese viene gravemente sminuito, nell'intervento della polizia unificata il suo riconoscimento quale capo della stessa su tutto il territorio nazionale.
Nei due giorni seguenti Laval fa il punto sulla situazione davanti a Pétain e ai ministri, chiede cioè l'approvazione all'operato di Bousquet. Per lui la distinzione fondamentale è tra ebrei francesi e "rifiuti mandati dai tedeschi", suddivisione accettata dal maresciallo, che la ritiene condivisibile anche dall'opinione pubblica, così da aumentare la sua popolarità per la protezione assicurata dal suo governo agli ebrei francesi, anche se a spese di un vile baratto con loro correligionari.
Dopo le grandi retate Knochen scriverà a Bousquet: "Vi confermo che la polizia francese ha svolto un compito degno di elogio".

4 luglio 1942
Nuova riunione tra Knochen, al cui fianco riappare Dannecker, tenuto in disparte per le sue intempestive affermazioni, e Bousquet. I tedeschi a questo punto avanzano la pretesa di visitare i campi di internamento della zona non occupata per rendersi conto della situazione e predisporre i trasferimenti. In un primo tempo Bousquet è contrario: verrebbe sminuita la sovranità della Repubblica francese. Dannecker replica che la Germania è spinta esclusivamente da spirito di collaborazione verso la Francia per sbarazzarla degli ebrei nell'ambito della soluzione della questione a livello europeo e che tutte le operazioni sarebbero rimaste di pertinenza dell'autorità francese. Bousquet, consultato Laval, accetta. Dannecker telegrafa ad Eichmann il positivo risultato degli incontri, che stabiliscono: partecipazione della polizia francese alle retate e possibilità di arrestare tutti gli ebrei apolidi nelle due zone. Tace naturalmente sugli ebrei francesi, ma, una cosa per volta, sembra sottintendere. Sappiamo che i tedeschi erano al tempo interessati solo a persone tra i sedici ed i quarant'anni, e qui nuovamente interviene la cecità di Laval, che propone ai tedeschi di prelevare le famiglie intiere. Egli al Consiglio dei ministri spiega: "Per un principio umanitario ho ottenuto, contrariamente alle prime intenzioni dei tedeschi, che i figli, compresi quelli minori di sedici anni, siano autorizzati ad accompagnare i genitori".

16-17 luglio 1942
Retate a Parigi e nei dipartimenti occupati eseguite dalla polizia francese agli ordini di funzionari francesi sotto il controllo delle autorità di occupazione.
Questa collaborazione viene ricordata il 16 luglio di ogni anno sui principali quotidiani dalla comunità ebraica in occasione della "giornata di commemorazione dei crimini di Vichy" per denunciare l'arresto di "13.152 esseri umani perché nati ebrei, di cui 4.115 bambini, 5.919 donne, 3.118 uomini.
Essi vennero internati al Vel d'Hiv, a Drancy, Pithiviers, Beaune-la-Rolande, consegnati agli occupanti tedeschi, che li deportarono ad Auschwitz, dove furono gasati e bruciati nei forni crematori".
La denuncia si chiude con l'esortazione: "Francese, ricordati di questa ignominia perpetrata con la complicità criminale del regime di Vichy."
Negli stessi giorni Dannecker visita i campi della zona libera di Les Milles, Rivesaltes e Gurs; qui resta profondamente deluso per i soli 2.247 ebrei deportabili, lontani dai diecimila su cui contava, per cui pretende una nuova grande retata in tutti i dipartimenti sotto la sovranità di Vichy.
Legauy per mitigare l'irritazione dei tedeschi li informa che circa quattromila ebrei, di cui milleduecento incorporati nelle Gte, denominati dall'amministrazione Groups des travailleurs palestiniens, raggiungeranno Drancy tra il 7 ed il 13 agosto provenienti da Gurs, Noé, Récébédou, Le Vernet e Rivesaltes. Dannecker, poco dopo sostituito dal suo vice Rothke, accusa ricevuta di quello che chiama "questo primo piccolo acconto".

25 agosto 1942
Nel Sud della Francia viene organizzata dalle autorità petainiste, con l'impiego di forze di polizia locali, una grande retata, che dà però risultati deludenti con "soli" 6.584 arresti, che diventeranno 7.100 il 1 settembre.
Infatti i censimenti degli ebrei e dei loro beni erano stati fatti con molta superficialità per cui molti non furono trovati per aver cambiato residenza o perché precedentemente avvertiti.
In generale solo il 40 per cento del previsto viene catturato. Unico a compiacersi il prefetto del Tarn: la sua percentuale è la migliore con il 60 per cento di arresti. Dall'agosto all'ottobre 1942 una dozzina di convogli trasporteranno ad Auschwitz diecimilacinquecento israeliti provenienti dalla zona libera. Questo mentre sarebbe stato possibile far espatriare in Spagna gli israeliti; infatti le autorità franchiste, che respingevano i fuoriusciti politici, avevano un occhio di riguardo per i prigionieri di guerra e gli aviatori alleati, per ognuno dei quali si disse che la Spagna ricevesse "un sac de blé" (un sacco di grano), e gli ebrei.
Resta difficile da spiegare questo comportamento del cattolicissimo Franco nei loro confronti, tenuto conto che ben settemila di loro combatterono nelle Brigate internazionali e che la "cruzada" era rivolta contro "il marxismo, la massoneria ed il giudaismo". Il giornalista spagnolo José Antonio Lisbona nel suo libro "Ritorno a Sefárad" sostiene che tale comportamento dipese, oltre che dalla - sempre negata - origine ebrea del Caudillo, dal fatto che alcune banche di famiglie ebree del Marocco e di Gibilterra avevano finanziato le forze franchiste fin dall'inizio della guerra civile.
A seguito delle rimostranze dei tedeschi per il limitato numero di arresti, Laval e Bousquet si giustificano facendo presenti le resistenze del clero ed in particolare del cardinale di Lione, che nasconde i ricercati in conventi e luoghi sacri, e con il crescere della protesta dell'opinione pubblica. Risulta chiaro in ogni caso che non sarà possibile riempire un treno al giorno (mille persone) dal 15 al 30 settembre. Oberg e Knochen comprendono che non è il caso di insistere troppo: la questione ebraica può passare in secondo ordine, è prioritario conservare la docilità della Francia, essenziale per gli interessi economici e strategici del Reich e per la tranquillità delle forze di occupazione garantita dalla polizia agli ordini di Bousquet. Ma Rothke non demorde, cerca di ottenere altri passeggeri forzati per i convogli di metà ottobre. Dispone al momento di quattromila internati nella zona occupata, per cui programma di rastrellare tutti gli ebrei di nazionalità baltica, jugoslava, bulgara, romena, greca e prepara una minuziosa lista di 5.129 influenti ebrei francesi che prevede di rastrellare il 22 settembre. Ma Knochen blocca tutto e riferisce a Himmler come ciò può determinare seri problemi alla politica collaborazionista di Laval. Il Reichcsführer accetta tale tesi e ferma i suoi uomini. Il 22 ottobre arrivano a Drancy da Rivesaltes 106 ebrei, gli ultimi consegnati dai francesi.

11 novembre 1942
I tedeschi, in seguito allo sbarco alleato nei territori francesi del Nord Africa, occupano la zona libera, Pétain e il suo governo perdono ogni autonomia e i funzionari francesi continueranno a collaborare ma, e non è una scusante, sotto diretto controllo dei tedeschi.

Dopo la Liberazione vennero intentati numerosi processi a questi solerti "servitori dello Stato" e in alcuni casi i dibattimenti si conclusero con la pena di morte; altri erano già stati giustiziati dai partigiani, ma le condanne si basarono più sulle operazioni anti-maquis che sulle deportazioni degli ebrei. Molti riuscirono a dimostrare di aver collaborato anche con i seguaci di De Gaulle e non furono perseguiti. Dei maggiori responsabili del governo di Vichy conosciamo la sorte: ergastolo per Pétain, pena di morte per Laval; René Bousquet, processato nel 1949, fu assolto; sarà assassinato da uno squilibrato nel 1991. Ma i prefetti, i sottoprefetti, i burocrati grandi e piccoli, i guardiani dei campi riuscirono a sfuggire alla resa dei conti, mancò la volontà politica di perseguirli: a De Gaulle, alle prese con una Resistenza forte e soprattutto di sinistra, premeva di più la continuità dello Stato. I campi chiusero uno dopo l'altro: nell'ottobre 1942 Récébédou, nel novembre 1943 Gurs e nel giugno 1944 Vernet d'Ariège. Gli altri dopo la Liberazione divennero "centri di soggiorno sorvegliato", dove furono internati i collaborazionisti ma, con l'agosto 1945, anche questi si vuotarono. Poi la Francia ufficiale stese un pietoso velo sul suo passato. Sono occorsi più di cinquant'anni perché Barbie e Papon affrontassero il giudizio degli uomini.

Considerando come l'ottusa efficienza dei funzionari francesi ebbe tragiche conseguenze per gli ebrei, fu certo preferibile un'amministrazione meno strutturata, come quella italiana, dove i dipendenti erano più accessibili alla compassione, alla solidarietà o forse anche alla corruzione. Un fatto poco conosciuto avvenne nel mio paese natale, Castellamonte (nel Canavese), dove dal dicembre 1941 al settembre 1943 trovarono ospitalità cinquanta ebrei fuggiti da Belgrado. All'armistizio, aiutati dalla famiglia Olivetti, essi riuscirono a raggiungere la Svizzera e quando, dopo la guerra, alcuni di loro ritornarono per ringraziare quanti li avevano aiutati, con loro grande sorpresa vennero invitati a presentarsi in comune per ritirare gli arretrati del sussidio quotidiano (8 lire per capofamiglia, 5 per la moglie e 3 per ogni bambino, più 50 lire mensili per l'affitto), che non avevano più percepito dal settembre 1943.


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