Pietro Ramella

La Centrale d'Eysses



Nel proseguire la mia ricerca sulla Retirada1 ho avuto modo, grazie soprattutto alle pagine web create dalla Association pour la Mémoire des Résistants et Déportés du Bataillon Ffi d'Eysses2, di apprendere nei particolari lo sfortunato tentativo d'evasione del febbraio 1944 dal carcere di Villeneuve-sur-Lot, conosciuto come la Centrale (carcere) d'Eysses, e passato alla storia come una delle pagine più fulgide della Resistenza francese.

Cenno storico
Villeneuve-sur-Lot (dipartimento Lot-et-Garonne) fu, con il nome latino di "Excisum", importante colonia romana fondata per controllare le strade che portano da Bordeaux a Cahors e da Périgeux ad Agen. Alfonso di Poitiers nel 1264 vi eresse un castello fortificato. In data non conosciuta fu costruita un'abbazia benedettina, che dopo la Rivoluzione francese fu trasformata in prigione. Diverrà il più importante complesso carcerario della zona, la Centrale d'Eysses, che il governo filotedesco di Vichy con decreto 1 settembre 1940 classificherà come "Maison centrale de force". Attualmente è un carcere di massima sicurezza.

12 ottobre 1943
L'amministrazione penitenziaria centrale, per assicurare una maggiore sorveglianza dei prigionieri politici, decide di trasferire a Villeneuve-sur-Lot quelli rinchiusi nelle carceri della zona libera (Lione, St. Etienne, Nizza, Tolone, Nimes, Nontron, Gaillac, Foix, Tarbes, Montpellier), da tempo insicure per i continui assalti effettuati dai partigiani per liberare i loro compagni di lotta.

15 ottobre
Arrivo dal carcere di Nimes dei primi detenuti alla centrale d'Eysses. Trasferimenti che proseguiranno fino al 9 dicembre, quando la popolazione carceraria toccherà le millecinquecentocento unità3. I francesi sono naturalmente in maggioranza, ma si contano un'ottantina di spagnoli repubblicani, quattordici italiani, due sovietici, alcuni polacchi. Essi sono per la maggior parte detenuti politici, già giudicati e condannati alla prigione o ai lavori forzati, con pene varianti da pochi mesi alla detenzione a vita.
Vi sono inoltre dei detenuti comuni ed un consistente numero d'internati amministrativi, vale a dire elementi imprigionati per le loro idee politiche su decisione di un'autorità amministrativa non supportata da alcun processo giudiziario. I diversi gruppi di prigionieri sono alloggiati in edifici diversi del carcere, non in contatto tra loro.

11 novembre
L'ispettore generale dei campi e centri d'internamento della zona visita la prigione ed è inorridito per quanto vede. Scriverà nella relazione al maresciallo Pétain: "I prigionieri comuni sono in uno stato deplorevole, è una vera 'corte dei miracoli', vi sono dei mutilati, tubercolotici, cardiopatici... Tutti gli infermi sono ammassati in uno stanzone di quaranta metri di lunghezza per quattro di larghezza, che serve da dormitorio e da refettorio. L'aspetto delle persone è deplorevole, nonostante la sporcizia non possono lavarsi a fondo in quanto l'acqua è scarsa, i vestiti sono a brandelli e i parassiti li tormentano. Mancano lenzuola, materassi e coperte, l'alimentazione è buona ma insufficiente".
Quel giorno si celebrava la festa nazionale francese a ricordo della vittoria sulla Germania nella prima guerra mondiale - festa proibita dalle autorità d'occupazione - e l'ispettore è impressionato nel vedere i tricolori che i detenuti espongono alle finestre delle celle e nel sentire il canto della "Marsigliese". Scrive ancora nel suo rapporto: "Occorre comprendere se questo gesto simbolico è una manifestazione collettiva ed opportunistica o se per questi uomini la detenzione rappresenta, a torto o a ragione, la materializzazione di una persecuzione contro dei patrioti".
Sulla base della relazione il governo autorizza delle migliorie, soprattutto ora che la maggioranza dei detenuti è costituita da politici, che hanno cominciato a far valere i loro diritti e ad avanzare specifiche richieste di miglioramento. La prima importante concessione è il riconoscimento di loro rappresentanti per trattare con la direzione, al posto dei detenuti comuni, sovente spie, imposti dalle autorità. Cambiano i rapporti con i guardiani, i prigionieri ottengono rispetto e trattano alla pari i sorveglianti, quindi danno dimostrazione della loro organizzazione tenendo le celle ordinate, i locali della mensa puliti ed ogni domenica pretendono di salutare il tricolore nel corso di una breve manifestazione nel cortile centrale. Le conquiste più importanti sono però l'organizzazione di corsi d'istruzione, che permette loro libertà di riunione e di movimento tra i diversi bracci del carcere, e poter spedire più lettere e ricevere visite in giorni prestabiliti di modo da ridurre i disagi dei propri familiari provenienti da ogni parte della Francia non occupata.
I corsi d'istruzione riguardano argomenti diversi: culturali (lingue o letteratura), politici (la guerra di Spagna o la rivoluzione russa) e permettono di spiegare il funzionamento delle armi (sten e granate) che alcuni sorveglianti, legati alla Resistenza4, hanno fatto entrare nel carcere, celate nel doppiofondo di casse di biscotti.
Un ulteriore passo verso la libertà è stata la costituzione del "Bataillon Ffi d'Eysses" agli ordini dell'ex colonnello dell'esercito repubblicano spagnolo Fernand Bernard5, composto da centocinquantasei detenuti, scelti per la loro preparazione militare, mentre gli altri sono pronti ad affiancarli. Nel frattempo il comitato del Fronte nazionale di Villeneuve-sur-Lot, organo della Resistenza locale, coordina la raccolta di viveri tra gli abitanti per migliorare il vitto carcerario; oltre il 10 per cento della popolazione aderisce all'iniziativa.

3 gennaio 1944
Cinquantaquattro detenuti, politici e comuni, riescono ad evadere dalla porta est, grazie alla complicità di alcune guardie, corrotte con denaro. Il fatto dà motivo all'amministrazione centrale di destituire il direttore Chartroul e di sostituirlo con il colonnello della Milizia Schivo, amico personale di Joseph Darnand6. Il nuovo direttore tenta di eliminare le concessioni ottenute dai prigionieri, ma di fronte alla loro ferma reazione, fa marcia indietro. Apporta però alcune modifiche, quali la chiusura della porta est e di diversi passaggi tra le sezioni del carcere, così da obbligare i detenuti a muoversi in modo controllato. Nei torrioni esterni sono allargate le feritoie per permettere di migliorare il campo di tiro delle mitragliatrici, in modo da controllare i diversi bracci e gli accessi del carcere. Considerate queste aggravanti al piano d'evasione nel frattempo definito, Bernard decide di dare il via all'azione alla prima occasione opportuna.

19 febbraio
L'amministrazione centrale penitenziaria per controllare le migliorie apportate dal nuovo direttore decide di compiere una nuova ispezione al carcere ed invia in loco l'ispettore generale Breton, ufficiale della Legion d'Onore, e l'ispettore Carayon. Al mattino, accompagnati dal direttore, essi visitano alcune celle del settore numero quattro, le cucine e il refettorio; l'ispettore generale interroga alcuni detenuti sulla qualità del cibo, quindi interrompe l'ispezione per il pranzo. Riprende il suo giro verso le quattordici, accompagnato dall'altro ispettore, dal direttore, dal vice direttore Ludacher, dal luogotenente Latapie e dall'economo Fougeroux, visitando il settore numero uno, l'officina del fabbro e la falegnameria, dove i prigionieri fabbricano sedie.
In un locale il direttore nota su un muro un dipinto che rappresenta un gallo al centro della carta della Francia illuminata dai raggi di un sole nascente. Schivo s'inalbera e chiede spiegazioni. "Rappresenta il sole che domani illuminerà la Francia liberata" risponde un detenuto. Vedendo che la situazione sta precipitando il detenuto Heyries dà il segnale convenuto lasciando cadere a terra il suo fazzoletto. Sono le 15. Prima che tocchi il pavimento, i detenuti si lanciano sui sei visitatori, li legano ed imbavagliano rendendo vana ogni resistenza e tentativo d'allarme.
Sono distribuite le armi e si dà il via alla seconda fase del piano, che prevede l'immediata neutralizzazione dei guardiani in tutto il carcere, l'occupazione del posto di guardia interno, controllato dai sorveglianti, e della centrale telefonica e per ultimo la conquista della caserma della Guardia mobile di riserva, nel cortile d'onore da cui si accede al portone d'entrata. Nel passare da un settore all'altro si usa il sotterfugio di chiamare ad alta voce il guardiano: "Monsieur Delpet, il direttore la vuole" e non appena egli lascia il suo posto è afferrato, imbavagliato e legato. Circa settanta sorveglianti sono così catturati e radunati nel settore numero 2, dove sono fatti svestire della divisa, che è indossata dagli insorti.
Ma a questo punto succede l'imprevisto, il classico granello di sabbia che inceppa la macchina. Sono le16 quando un piccolo gruppo di detenuti comuni che ha finito il lavoro di giardinaggio all'esterno del carcere sta rientrando, seguito da un guardiano. Arrivati davanti alla porta della cappella scorgono i detenuti armati; presi dal panico urlano e cercano di ritornare sui loro passi, ma sono bloccati, solo il guardiano riesce a raggiungere la porta blindata del posto di guardia. Sentendo le urla il capitano della Gmr Guillevic ordina di aprire con circospezione il pesante battente ed esce, armi alla mano, per controllare la situazione, ma si trova di fronte alcuni insorti armati. Batte prontamente in ritirata riuscendo a rinchiudere il pesante portone e a dare l'allarme sia alle guardie all'interno che all'esterno del carcere.
Bernard, compreso che il fattore sorpresa è fallito, guida i suoi uomini all'attacco. La centrale telefonica e il posto di guardia sono conquistati, ma egli è ferito al ginocchio e deve ritirarsi per farsi medicare. Le mitragliatrici sui torrioni entrano in azione e consentono alle guardie mobili, prontamente intervenute, di riprendere la centrale telefonica. I patrioti tengono il posto di guardia da cui Bernard steso su una branda continua ad impartire ordini.
Nella parte del carcere occupata dagli insorti la vita è frenetica, i detenuti non impegnati nei combattimenti badano a preparare il vitto e a tenere sotto controllo i loro prigionieri, mentre altri abbattono le barriere fatte costruire da Schivo per consentire una più rapida circolazione fra i bracci e cercare altre vie di fuga. Viene deciso di tentare di occupare uno dei torrioni, da cui poter controbattere il fuoco delle mitragliatrici che mettono in seria difficoltà i patrioti.
Un gruppo scelto si spinge fin sotto uno dei torrioni, fuori del raggio di tiro delle armi pesanti, ma è contrastato da un intenso lancio di granate da parte delle guardie dall'alto. Tuttavia, sfruttando il fatto che i gendarmi sono piuttosto precipitosi, per cui le bombe a mano al contatto con il terreno non esplodono, alcuni insorti le raccolgono e le rilanciano, con scarsi risultati in quanto non riescono a centrare le feritoie. Anzi mettono in pericolo altri detenuti che stanno tentando con picconi di aprire un buco nel muro che circonda la prigione: ma questo resiste, servirebbe della dinamite. Gli attaccanti urlano ai difensori: "Lasciateci passare siamo patrioti". "Noi abbiamo degli ordini" rispondono le guardie. "Ma voi sparate su dei francesi che non vogliono altro che cacciare i tedeschi, liberare il paese!". Gli insorti lamentano diversi feriti, tra questi Louis Alagne, segretario generale del sindacato della Cgt dei prodotti chimici del Rodano, che muore poco dopo.

20 febbraio
Viene tentato un diversivo attaccando dall'infermeria il torrione del settore nord-est: azione affidata ad un gruppo di repubblicani spagnoli comandato da Félix Llanos, ma anche questo tentativo, che costa alcuni feriti, fallisce. Sono le 3.30. Le munizioni sono ormai finite e Bernard capisce che la situazione volge al peggio. Fa rivestire gli ispettori ed il direttore del carcere e urla alle guardie che uscirà facendosi scudo degli ostaggi e che sarà loro la responsabilità se verranno colpiti i loro. L'altra parte non sente ragioni, anzi informa che truppe tedesche si sono disposte tutto attorno al carcere e che se gli insorti non decidono di arrendersi cominceranno a cannoneggiare gli edifici da loro occupati.
Iniziano le trattative per la resa, fa da tramite il colonnello Schivo, che garantisce sulla sua parola d'ufficiale che non vi saranno rappresaglie, in quanto gli ostaggi sono stati messi in condizione di non nuocere ma non sono stati volutamente maltrattati. Le trattative proseguono fino alle 5, quando gli insorti lasciano liberi tutti i sorveglianti catturati e si ritirano nelle loro celle. Dopodiché le guardie mobili riprendono possesso del carcere, tenendo sotto la costante minaccia delle armi i carcerati. Alla sera arriva da Parigi Joseph Darnand, segretario di stato al mantenimento dell'ordine, che smentisce subito gli accordi presi dal colonnello Schivo e dichiara che saranno fucilati cinquanta detenuti. E infatti viene impartito ordine alla falegnameria di preparare altrettante bare.

21 e 22 febbraio
Iniziano gli interrogatori dei prigionieri, che durano due giorni, notti comprese. Le guardie mobili del carcere sono coadiuvate da camerati arrivati da Tolosa e Limoges. Si domanda loro: "Chi comandava il tuo gruppo? Hai partecipato alla rivolta?". La risposta concordata è uguale per tutti: "Io non so niente, ero nella cappella ad attendere gli eventi". Il che scatena la violenza degli inquirenti. Il sorvegliante capo Dupin è il solo delle guardie carcerarie che collabora con i poliziotti ed indica i detenuti che ha notato più attivi. Così cinquanta di loro, tra cui tutti i feriti, vengono separati dagli altri e richiusi nel quartiere cellulare. Solo un giovane detenuto, crollato sotto le percosse, si è lasciato sfuggire qualche nome, il che non gli permetterà di evitare l'orrore della deportazione. Qualche mese più tardi in un commando di Dachau steso su di un tavolaccio in punto di morte confesserà: "Ho vergogna... sto per morire, vorrei che i compagni mi perdonassero". Darnand è ripartito, dopo frenetiche consultazioni con Parigi il numero dei rivoltosi da fucilare è sceso prima a diciotto poi a dodici.

23 febbraio
Alle 7 del mattino nei locali della lavanderia si riunisce una corte marziale che ha lo scopo di scegliere i dodici da destinare al plotone d'esecuzione. Anzitutto sono scelti i feriti, essi sicuramente hanno partecipato ai combattimenti, gli altri sono indicati da sorveglianti che osservano i detenuti da un buco del muro. La corte marziale condanna a morte mediante fucilazione: Auzias Henri, Bernard Fernand, Brun Roger, Chauvet Jean, Guiral Louis, Marqui Baptiste, Pelouze Gabriel, Sarvisse Emil-Félicien, Serot Bernard-Jaime7 (repubblicano spagnolo), Serveto Bertrand (repubblicano spagnolo), Stern Jean-Joseph, Vigne Jean.
Alle 10.50 i condannati sono portati nel cortile della lavanderia dove sono in attesa il curato ed il pastore8, cappellani del carcere; essi rifiutano di confessarsi e di comunicarsi e consegnano ai religiosi delle lettere per le loro famiglie. Le stesse saranno requisite dalle guardie che le consegneranno al direttore Schivo, la cui moglie le strapperà con rabbia, insultando i condannati.
Sono legati ai pali per l'esecuzione, quando Auzias lancia ad alta voce la sua condanna: "Schivo, condannato a morte! Alexandre, condannato a morte! Luogotenente Martin condannato a morte! Dupin, condannato a morte!"9.
Dal quartiere cellulare i trentotto detenuti scampati alla fucilazione comprendono che qualcosa di grave sta succedendo ed intonano la "Marsigliese", subito imitati da tutti gli altri prigionieri rinchiusi nei bracci del carcere. Nonostante le loro proteste ai condannati viene calato un cappuccio sugli occhi, è allora che essi all'unisono intonano la "canzone dell'addio": "La Repubblica ci chiama, / Noi sappiamo vincere o sappiamo morire, / Un Francese deve vivere per Lei. / Per Lei, un Francese deve morire".
Di fronte a loro le guardie mobili su due file, una in ginocchio e l'altra in piedi, sono pronte, quando il luogotenente Martin abbassa la spada, parte la scarica. Questa non è molto precisa, infatti, diverse guardie hanno sbagliato di proposito la mira, le più determinate escono dalle fila e, avvicinatesi ai condannati che legati ai pali si sono piegati sulle ginocchia con la testa pendente, freddamente sparano ad ognuno il colpo di grazia. Il dottor Paul Weil, anche lui carcerato, è fatto sfilare di fronte ai fucilati e quando ritiene che qualcuno non sia morto, fa un cenno, Martin spara un nuovo colpo alla testa.
Mentre tutto ciò avviene i detenuti continuano a cantare.
I corpi vengono staccati dai pali e portati nella lavanderia dove restano fino all'alba del giorno dopo quando sono tumulati nel cimitero di Villeneuve-sur-Lot.

24 febbraio
Dapprima si ordina di sotterrarli tutti in una fossa comune, poi di fronte alla reazione dei sorveglianti, l'ordine viene annullato. La lunga attesa prima della sepoltura è dovuta al fatto che le autorità vichyste temono una manifestazione al momento delle esequie: la notizia dell'esecuzione si è infatti sparsa in un lampo. Una macchina con altoparlante viene fatta girare per la città per annunciare alla popolazione che è vietato recarsi al cimitero per visitare le tombe e portare fiori. Tuttavia prima del crepuscolo i tumuli sono coperti di fiori, che i miliziani strappano e calpestano. Quando il grosso delle forze di polizia, alcuni giorni dopo, lascerà il paese, i cittadini dimostreranno la loro pietà ed ammirazione per i caduti per la libertà della Francia rendendo omaggio alle loro tombe.

18 maggio
I trentotto detenuti superstiti del gruppo, selezionati in precedenza, vengono deportati al campo di sterminio di Dachau, da cui nessuno farà ritorno.

30 maggio
Al mattino presto, soldati tedeschi della divisione SS "Das Reich"10 prendono posizione in tutti i bracci del carcere, nei torrioni, nei camminamenti di ronda, all'ingresso dei corridoi, nel cortile d'onore. Viene dato l'ordine ai detenuti di prepararsi, saranno trasferiti in un'altra struttura carceraria. Non possono portare con se niente di personale, né libri, foto o lettere, tutto deve essere lasciato nelle celle. Alle 10 inizia l'evacuazione del braccio numero 2. I tedeschi fanno uscire i carcerati colpendoli con i calci dei fucili. Nel cortile d'onore sono perquisiti, per ogni foto o ricordo trattenuto piovono calci e pugni. Dall'alto di un balcone, il direttore Schivo indica gli elementi sospetti agli ufficiali tedeschi, quelli segnalati sono divisi dagli altri e bastonati duramente. Lo stesso trattamento è riservato ai detenuti degli altri tre bracci11. Su tutti infierisce la moglie del direttore, che fingendo di compassionarli, li insulta e prende a calci quelli caduti per terra. Completata la suddivisione, i prescelti sono caricati su dei camion per essere trasferiti alla stazione, mezzi che non sono sufficienti a trasportare tutti i circa milleduecento uomini, infatti, un centinaio di loro è rimasto nel cortile. Le SS li inquadrano e, fatto aprire il grande portone blindato, li spingono con urla feroci a passo di corsa, ma non si deve raggiungere la stazione di Villeneuve-sur-Lot, bensì quella di Penne d'Agenais a sette chilometri. I tedeschi imprimono un'infernale cadenza che i malati, i feriti o i più vecchi non riescono a tenere. Ogni cento metri gli aguzzini fermano la colonna e riportano con percosse i ritardatari nel gruppo. "Schnell" e "Hande hoch"12 urlano senza fine in questa bella mattina del giorno di Pentecoste.
Arrivata al crocevia di Tournemolle la colonna viene diretta verso il bosco di Lacapelle, dove alcune settimane prima sono stati fucilati dei resistenti. Quando vengono fatti fermare nei pressi di una radura i prigionieri temono che ora tocchi a loro, ma subito dopo sono fatti ripartire con lo stesso passo di corsa. Senza fiato, un detenuto pestato a sangue il mattino è incapace di tenere il ritmo imposto e stramazza al suolo. I compagni più robusti tentano di aiutarlo, ma le SS sono più veloci, un colpo alla nuca e lo spagnolo Huergas Fierro Ángel non si alzerà più: primo morto del convoglio della deportazione del battaglione d'Eysses.
La stazione di Penne d'Agenais è in vista, gli altri prigionieri sono in attesa sempre con le mani sulle teste, abbruttiti dalle urla e dalle percosse, sotto un sole torrido. A gruppi d'ottanta vengono spinti sui vagoni merci utilizzati di recente per il trasporto di carbone. Quando tutti i prigionieri sono stati caricati i vagoni vengono chiusi ed il treno parte. Dopo circa trecento metri raffiche di mitra colpiscono la locomotiva e quando sta transitando il penultimo vagone esplode una carica di plastico che non ferma il convoglio. La Resistenza ha fallito il suo primo tentativo, un secondo dovrebbe avvenire nei pressi di Villeréal ma l'ordine è pervenuto in ritardo, per cui quando i maquisards raggiungono la strada ferrata il treno è ormai un punto nero all'orizzonte. Nei vagoni i detenuti si organizzano, il viaggio può durare a lungo. Si fa la raccolta del cibo, qualche pezzo di zucchero, dei biscotti... Essi non sanno che la sofferenza maggiore non verrà dalla mancanza di cibo bensì da quella dell'acqua. La polvere di carbone che si alza nell'interno dei vagoni rende la sete ancor più insopportabile, inoltre la gola secca non riesce a far assorbire alcun alimento.

31 maggio
I sabotaggi della Resistenza e i bombardamenti aerei alleati costringono i nazisti ad allungare il percorso, infatti, per raggiungere il Nord il treno è obbligato ad un continuo zigzag per la Gironda, la Turenna, la Normandia e la cintura attorno a Parigi. A Bordeaux i ferrovieri riescono, eludendo la sorveglianza delle SS a fornire un po' d'acqua, altra ne fornisce a Poitiers la Croce Rossa. Il breve tempo che i vagoni restano aperti non serve a liberarli dal fetore.

1 giugno
Dalle fessure dei vagoni i prigionieri riescono a leggere i cartelli della stazione in cui il treno si è fermato: è Tours. Nuovamente in viaggio e nuova sosta a Saint-Pierre des Corps. La frescura della notte porta sollievo, ma gli uomini non possono stendersi e pertanto non riescono a dormire.

2 giugno
Arrivo a Le Mans, sono ormai ventiquattro ore che i prigionieri non bevono. È distribuita una bevanda calda salata, che è tuttavia apprezzata. Transito per Argentan dans l'Orne, Dreux e Versailles, nella cintura di Parigi il treno rallenta, poi si ferma.

3 giugno
All'alba il treno riprende la sua marcia, supera Creil e arriva alla fine del viaggio: Compiégne. Spronati dalle urla dei soldati tutti scendono e si allineano lungo i vagoni. Quasi non si riconoscono, neri di carbone, con la barba lunga, smagriti, gli occhi arrossati, le labbra screpolate. Incolonnati attraversano la città, dove i loro compatrioti manifestano apertamente indignazione per l'inumano trattamento riservato. Arrivati al campo possono finalmente placare la sete, alcuni ricordano di aver bevuto fino a tre litri d'acqua quel giorno. Vengono prestate le prime cure ai malati ed ai feriti, uno di questi, cui è gonfiata la gamba per effetto della cancrena, è trasferito d'urgenza all'ospedale, dove l'arto gli sarà amputato Riuscirà così a sfuggire alla deportazione.

18 giugno
Alle 7 del mattino avviene una perquisizione generale, poi tutti sono trasferiti alla stazione. In ogni vagone sono stivati cento uomini, con una balla di paglia ed un bugliolo. Un ufficiale delle SS pronuncia un breve discorso: "Se tentate di evadere noi stiperemo duecento uomini per vagone; se n'evade uno noi ne fuciliamo dieci, se evadono in dieci tutto il vagone sarà fucilato. Non dimenticate che voi avete agito contro la Germania, noi vi permettiamo di riparare lavorando onestamente per il grande Reich tedesco".
La situazione è peggiore rispetto al viaggio Penne d'Agenais - Compiègne, ma forti di quell'esperienza i patrioti si danno un'organizzazione per sopravvivere, ognuno di loro ha a disposizione uno spazio di 0,25 metri quadri. I più deboli trovano posto davanti alle aperture, da cui entra un flebile soffio d'aria. Per gli altri si stabilisce un turno ogni due ore, metà seduti e metà in piedi appoggiati alle pareti.

19 giugno
Il convoglio arriva e si ferma ad Avricourt, nella Meurthe-et-Moselle, dove le SS sono sostituite da poliziotti, gli Schupos, mentre il servizio d'ordine alla stazione è svolto da militari italiani in camicia nera, che non permettono ai civili di avvicinarsi ai vagoni per portare loro qualche genere di conforto. Nuova sosta a Haguenau, qui una giovane donna, indifferente alle urla dei guardiani, tenta di portare da bere con una brocca, ma è brutalmente fermata e trascinata lontano. Durante il viaggio i detenuti gettano dal treno dei piccoli biglietti scritti a matita, in cui si chiede di informare le famiglie della loro deportazione. Diversi di questi, raccolti dai ferrovieri, arriveranno a destinazione.

20 giugno
Passaggio del Reno, il viaggio prosegue in Germania. A Karlsruhe, gesto inatteso, un ufficiale tedesco fornisce ogni vagone di due bottiglie d'acqua. All'interno del vagone la vita è diventata insopportabile, quelli che stanno peggio sono i malati e gli anziani. Diversi svengono, le esalazioni del bugliolo ammorbano l'aria. Si cambiano le disposizioni, il passaggio sotto le aperture interessa a turno un terzo dei deportati. Gli altri si raggruppano in fondo al vagone di modo che i primi possano sdraiarsi e riposare un paio d'ore. La notte porta come sempre sollievo. Alla stazione d'Ulm, dei prigionieri di guerra francesi che lavorano lungo i binari capiscono che il treno trasporta dei compatrioti e riescono a fornirli d'acqua. Nuova sosta ad Augsburg, i vagoni centrali sono fermi davanti ad una fontana, i prigionieri chiedono ad un ferroviere tedesco di portarne un po', ma anche questo gesto caritatevole è bloccato dai guardiani. Quando il treno transita per Colonia gli sventurati capiscono che sono ormai alla fine di un viaggio di oltre 1.700 chilometri: ultima destinazione Dachau. Piove a dirotto quando il treno si ferma e le porte sono aperte, una scritta su un muro conferma il luogo d'arrivo: Dachau. I deportati possono infine respirare, la loro organizzazione ha funzionato, non un solo morto nei loro vagoni, mentre su quelli che trasportavano i prigionieri del campo A, vi sono stati due decessi.
Il calvario della deportazione in terra tedesca inizia alle ore 14 del 20 giugno 1944. Come si è detto il 60 per cento non tornerà.

Epilogo
Ogni anno in occasione della ricorrenza della tentata evasione i superstiti si riuniscono e onorano i morti lungo il muro dei fucilati. Nel giardino del municipio di Villeneuve-sur-Lot una stele, inaugurata il 20 giugno 2000 (cinquantasei anni dopo) ricorda la tragica determinazione di uomini pronti a tutto pur di riguadagnare la libertà.


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