Franco Ramella
Biografia di un operaio antifascista: Adriano Rossetti Ipotesi per una storia sociale dell'emigrazione
politica*
"l'impegno", a. VII, n. 2, agosto 1987
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Emigrazione politica ed emigrazione economica
È noto il ruolo che la Francia ebbe per l'emigrazione politica italiana fra le due guerre. Anche se non tutti
i "fuorusciti" scelsero questo Paese come "terra d'asilo", fu a Parigi e in alcune delle principali
regioni francesi che gruppi dirigenti, singole personalità e semplici militanti antifascisti italiani ebbero modo
di operare, ricostituendo o fondando ex novo
partiti e movimenti politici che il regime aveva soppresso
e dissolto. Le ragioni che portarono l'emigrazione antifascista italiana a dirigersi soprattutto verso la
Francia sono molteplici: fra queste, certamente, il mito - saldamente radicato nella cultura italiana - della
Francia come terra di libertà; e anche, indubbiamente, la realtà di un Paese in cui un ampio schieramento
politico progressista poteva garantire - come in effetti garantì - aiuti e protezione. Tuttavia, come recentemente
ha notato Pierre Milza1, uno dei motivi che probabilmente contribuirono in modo decisivo a fare della
Francia il punto di riferimento del "fuoruscitismo", e di Parigi la capitale dell'antifascismo, fu la presenza di
una importante colonia italiana. Centinaia di migliaia di emigrati erano giunti per ragioni economiche
dall'Italia negli anni venti: essi rappresentavano una base formidabile per un lavoro politico di riorganizzazione
dei partiti che il fascismo aveva distrutto.
Questa considerazione può apparire scontata, ma è in realtà importante. Essa infatti porta l'attenzione su
una questione di metodo che, nello studio del "fuoruscitismo", è spesso ignorata: l'esigenza di non
trascurare l'analisi di una delle componenti fondamentali del contesto in cui l'antifascismo in esilio operò,
appunto l'emigrazione economica. Ma vi è di più: è noto che una delle caratteristiche originali
dell'emigrazione antifascista italiana in Francia fu che essa non rimase ristretta a singole personalità della politica o
della cultura o ai gruppi dirigenti dei partiti democratici e operai, per quanto ampi potessero essere, ma si
rivelò un fenomeno di vastissima entità anche sotto il profilo puramente numerico. Lo sottolineò con forza
il primo importante lavoro storico sul "fuoruscitismo", uscito nel
19532: l'autore, Aldo Garosci, usò il
termine di "emigrazione di massa" per distinguere il fenomeno sia da altri analoghi che si registrarono nello
stesso tormentato periodo della storia d'Europa, sia da altri movimenti di esuli che a partire dal Risorgimento
segnarono la storia d'Italia.
Ora, l'emigrazione antifascista fu di massa non solo perché la violenza e la repressione fasciste colpirono
in modo spietato le zone rosse del Paese, ma anche perché motivazioni di carattere politico e motivazioni
di carattere economico si sovrapposero in settori consistenti del movimento migratorio che, dopo la
parentesi della guerra, aveva ripreso a dirigersi verso i mercati del lavoro d'Europa e d'America. In particolare
negli anni venti, prima che il regime bloccasse l'emigrazione per poi riaprire temporaneamente le frontiere
nel 19303, proprio per disfarsi - favorendone l'espatrio - di sovversivi pericolosi per l'ordine interno, migliaia
di operai antifascisti si riversarono soprattutto in Francia, sia per tradizioni familiari di emigrazione in
quella direzione, sia per la forte domanda di manodopera esistente in questo Paese all'indomani della guerra,
sia infine perché le porte di altri mercati del lavoro nel mondo si chiusero. Proprio la presenza di costoro fece
sì che l'emigrazione politica assumesse in Francia i connotati di un movimento di massa.
Ma, allora, come distinguere - all'interno di un movimento migratorio imponente - l'emigrato politico
da quello economico, dal momento che spesso si tratta della stessa persona, cioè di un operaio dalle
convinzioni antifasciste che giunge in Francia per lavorarvi? Naturalmente, non si può certo sostenere che
tutta l'emigrazione economica italiana fosse su posizioni contrarie al regime: essa non solo fu l'oggetto di
una propaganda intensa da parte degli agenti fascisti ma espresse anche, al suo interno, gruppi organizzati
attivi nell'iniziativa a favore del regime. Tuttavia su quella rilevante componente dell'emigrazione economica
che fornì le basi e i quadri dell'antifascismo sappiamo ancora troppo poco, mentre sappiamo molte cose
sui "fuorusciti", cioè sui gruppi dirigenti che impersonarono i partiti e movimenti antifascisti italiani in
Francia e sulla loro azione politica (il che non esclude che la ripresa della ricerca in questo campo possa aprire
nuove prospettive di conoscenza).
Fare qualche passo nella direzione dell'approfondimento del tema dell'emigrazione politica di massa
potrebbe significare l'acquisizione di elementi di novità capaci di illuminare aspetti insondati e sconosciuti
dell'intero fenomeno dell'antifascismo in esilio e delle linee che in esso si elaborarono e si scontrarono. Ma soprattutto
imporrebbe di fare i conti con quella questione di metodo a cui abbiamo accennato prima: lo
studio dell'emigrazione politica di massa può infatti rappresentare l'anello di saldatura oggi mancante
tra "fuoruscitismo" e emigrazione economica.
Come affrontare il problema? Allo stato attuale delle conoscenze, le difficoltà non sono poche. Una
fitta nebbia avvolge questi uomini e queste donne oscure, e la nebbia che li circonda spesso non è solo il
risultato delle omissioni degli storici ma anche dell'apologetica della memorialistica politica.
Chi erano costoro? E anche, in primo luogo: in che senso il loro essere contemporaneamente
emigrati politici e emigrati economici può indicare percorsi di ricerca atti a produrre conoscenze sia sull'uno
che sull'altro fenomeno?
Rispondere a queste domande richiederebbe di costruire una storia sociale dell'emigrazione politica
di massa in Francia fra le due guerre, un progetto molto ambizioso e di lunga lena, che esige l'impegno
di numerose energie. In questa sede non si può fare altro che enunciare il problema e impostare alcune linee
di approccio molto generali.
A questo riguardo, qualche spunto di un certo interesse può venire dal tentativo di percorrere una strada
di ricerca un po' inusuale ma che ha il grande pregio di porre in termini estremamente concreti il problema
che abbiamo enunciato, consentendoci di avvicinarci ad esso, per così dire,
dall'interno: questa strada di
ricerca è quella di ricomporre e di analizzare le vicende (o meglio: gli spezzoni di vita che riusciamo a
ricostruire) di uno di questi operai antifascisti, uno dei tanti, scelto in base alla documentazione che su di lui è
disponibile, una documentazione d'altronde non eccezionale per cui l'esperienza potrebbe essere
generalizzata4. L'utilità di un lavoro di questo genere sta soprattutto nelle indicazioni di metodo che fornisce, in quanto
impone l'adozione di un'ottica di analisi fondata sull'interazione stretta tra vicende tipiche dell'emigrazione
politica e quelle tipiche dell'emigrazione economica.
Un caso emblematico
Di Adriano Rossetti - questo il suo nome - la cronaca non ci dice molto: tuttavia - come per molti
altri militanti antifascisti che, emigrati in Francia, presero parte alla guerra di Spagna - possiamo trovare
alcuni elementi utili a tracciarne la figura nelle pubblicazioni sui volontari italiani delle Brigate
internazionali5. Veniamo così a conoscere qualche cenno biografico essenziale: piemontese, muratore, arrestato e
processato dal Tribunale speciale nel 1927; nel 1930 emigra in Francia; nel 1936 è sul fronte spagnolo, dove viene
ferito nella battaglia di Guadalajara; rientra in Francia; nel 1943 ritorna in Italia; arrestato alla frontiera, è
condannato al confino; dopo l'8 settembre partecipa alla Resistenza. Così come appare da questi dati, la sua vicenda
non è molto diversa da quella di numerosissimi altri suoi compagni. Il cliché è unico, spesso un po'
stereotipato: gli ideali antifascisti, la persecuzione del regime, l'esilio, il ritorno in patria per prendere parte alla lotta
di liberazione. Rimangono senza risposta tutti quegli interrogativi che lo studio dell'emigrazione politica
di massa in Francia fra le due guerre come componente dell'emigrazione economica ci pone.
Utilizzando le carte del Casellario politico centrale di Roma - in cui sono meticolosamente schedati i
militanti antifascisti (e, prima del fascismo, i "sovversivi" giudicati pericolosi per lo Stato liberale) - e altre fonti
di varia natura, tra le quali alcune preziose testimonianze orali, possiamo tentare una ricostruzione più
analitica di alcuni aspetti della sua vicenda: questi documenti infatti ci consentono di collocare Adriano nel
suo contesto sociale, restituendoci qualche tratto specifico della famiglia e del paese da cui proveniva,
dell'ambiente e della vita di lavoro, della sua stessa formazione e attività politica di militante di base.
L'emigrazione come tradizione
Adriano6 nasce nel 1894 a Mongrando, in una zona cioè, molto caratterizzata dal punto di vista
della specializzazione professionale degli uomini. In questa località e in decine di altre del circondario che
sorgono tra la montagna e la collina - così come in numerose località di tutto l'arco prealpino dell'Italia
settentrionale e delle pendici dell'Appennino - tutti i maschi validi tradizionalmente sono occupati nell'edilizia e nei
lavori pubblici: muratori e manovali,
peintres-platrier, cementieri e carpentieri, tagliapietre e selciatori, ecc.
I mestieri che praticano li portano necessariamente a spostarsi in località lontane dal luogo di residenza;
ciò significa che questi uomini, proprio per il tipo di lavoro in cui sono esperti, da generazioni sono
degli emigranti. I redditi che guadagnano fuori casa integrano le fonti di sussistenza e di reddito esistenti nei
paesi di origine: tutti piccoli proprietari agricoli, la terra che posseggono e affittano - molto frazionata e
lavorata esclusivamente dalle donne, dai bambini e dai vecchi - serve a mantenere la famiglia durante le loro assenze,
più o meno prolungate, accanto alle rimesse che essi inviano.
Anche il padre di Adriano, naturalmente, lavora nell'edilizia e anche lui, dunque, è un emigrante;
all'epoca dell'infanzia e dell'adolescenza del figlio, è un cementiere stagionale che ogni anno trascorre otto,
nove mesi nei dipartimenti alpini francesi, con centinaia e migliaia di compagni di lavoro che provengono
dalla sua stessa zona e dei quali sono note le convinzioni socialiste e anarchiche non meno che la perizia
del mestiere. È negli ultimi decenni dell'Ottocento che i flussi migratori dalla regione piemontese da cui
è originaria la famiglia di Adriano si sono potenziati nella direzione di questi dipartimenti, in relazione
al forte impulso dato dall'edilizia pubblica e privata, alle opere militari e alla costruzione di infrastrutture.
Ma questi itinerari stranieri sono praticati e conosciuti già da generazioni: oltre alla Savoia, le località
del Delfinato e della valle del Rodano costituiscono nel corso di tutto l'Ottocento (e probabilmente
anche prima) - assieme al Piemonte - un'unica grande area geografica che gli uomini di questa zona, e di
altre simili, percorrono per lavoro, senza avvertire sensibili differenze nell'attraversare le frontiere. Molti di
loro si sono stabiliti con le famiglie al di là del confine; alcuni sono divenuti impresari e hanno ottenuto
la naturalizzazione francese; altri, come il padre di Adriano, sono lavoratori temporanei e stagionali. I
legami che li uniscono, sulla base della stessa origine geografica - e che spesso sono legami molto stretti di
parentela e di amicizia - sono fitti e sono ulteriormente rafforzati dalla comune appartenenza al medesimo mestiere.
È questa trama forte ed estesa di relazioni che li collegano a spiegare la loro concentrazione in alcune città
e località dell'Isère, della Savoia, delle Hautes Alpes e della grande regione lionese, perché è lungo i fili
che compongono questa trama che passano le informazioni sulle opportunità di
lavoro7.
Quando dunque Adriano comincia a 12 anni, come tutti i suoi coetanei, la sua vita di lavoro, il suo
futuro non solo professionale ma anche di emigrante è già in qualche modo tracciato: come garzone muratore,
che deve imparare il mestiere, prende anche lui la strada della Francia, prima affidato a uomini del paese,
poi insieme al padre, che nel frattempo è divenuto capo-cantiere e che - nei ricordi familiari - in ogni
campagna di lavoro porta con sé numerosi ragazzi.
Nel 1909, quando Adriano ha 15 anni, la sua famiglia decide di trasferirsi tutta a Grenoble e il padre
cessa di fare lo stagionale: anche la sorella più giovane, Maria, è giunta all'età di lavoro (ha 12 anni) e
potrà garantire una piccola entrata supplementare di salario; di conseguenza la madre - che dovrà accudire solo
al piccolo Mario, il terzo figlio, di 9 anni - può lasciare anch'essa il paese e il lavoro agricolo. Danno in
affitto la terra che possiedono (senza venderla, ciò che fa pensare ad una volontà di ritorno) e partono per
la Francia. La famiglia segue gli spostamenti del padre sul territorio francese: Grenoble, poi Chalon sur
Saône, poi Le Crensot, poi di nuovo Grenoble - dove nel 1913 nasce l'ultimo figlio, Bruno - poi la Savoia.
Nel 1914, l'imminenza minacciosa della guerra li costringe - come migliaia di connazionali - a
rientrare precipitosamente a Mongrando.
Il sovrapporsi della componente politica
È solo dopo la lunga parentesi della guerra che Adriano - mentre in un clima sociale sempre più teso
matura le posizioni politiche che lo porteranno nel 1921 ad uscire dal partito socialista e ad entrare in
quello comunista sotto l'influenza, molto forte in Piemonte, del gruppo di Gramsci del' "Ordine Nuovo"
torinese - riprende la strada temporaneamente interrotta dell'emigrazione in Francia. Nuove possibilità di
occupazione si sono ora aperte per gli operai dell'edilizia e dei lavori pubblici di questa zona nelle aree francesi
più colpite dalle devastazioni della guerra: con il padre si dirige verso Reims, mentre il resto della
famiglia rimane questa volta al paese.
Nel 1922 anche il fratello
Mario8, dopo aver finito il servizio militare, vuole raggiungerli. Al tempo in
cui tutta la famiglia si era trasferita a Grenoble, egli aveva frequentato per alcuni anni la scuola in
Francia. Durante la guerra, poi - ricorda - aveva continuato al paese ad esercitarsi nella lingua con gli amici
che avevano vissuto la sua stessa esperienza. Aveva
cominciato ad imparare il mestiere del fabbro nella
zona, non seguendo dunque la professione del padre e di Adriano. Quindi, non appena aveva potuto, aveva
deciso di partire. Pur non avendo ottenuto il visto sul passaporto, riesce senza difficoltà a passare la frontiera
grazie all'intervento benevolo dei doganieri francesi che evidentemente avevano l'ordine in quegli anni di
non andare troppo per il sottile quando si trattava di accogliere giovani disposti a lavorare in
Francia9.
È utile soffermarsi brevemente sulle motivazioni che sembrano aver spinto Mario ad emigrare, perché
portano in luce un aspetto importante ma troppo spesso ignorato dell'emigrazione, quando essa si sviluppa in
contesti come quello di cui stiamo parlando. Mario, come si è detto, era fabbro e avrebbe potuto occuparsi
nella zona, dove era possibile trovare lavoro nelle officine meccaniche. Ma per lui, come per moltissimi altri suoi
conterranei, l'esperienza dell'emigrazione era parte integrante dell'ambiente in cui era cresciuto; e
proprio per questo motivo, egli poteva far riferimento in Francia ai familiari, agli amici e ai conoscenti che
vi lavoravano o si erano là stabiliti. Tutto ciò faceva sì che le possibilità di vita su cui egli era in grado di
contare non si restringessero ai confini della zona o della provincia di cui era originaria la sua famiglia, ma
si allargassero ad un mercato del lavoro ben più ampio, definito dalle precedenti esperienze migratorie del
suo villaggio. Sotto questo profilo, la prospettiva dell'emigrazione - qualora il fenomeno abbia da una
determinata regione una tradizione alle spalle o sia comunque in atto in modo massiccio - può essere considerata
come una opportunità in più concretamente aperta nel ventaglio delle scelte possibili degli individui, che
dispongono nel Paese verso cui si dirigono dei punti di appoggio utili a ridurre al minimo i rischi, in quanto
garantiscono l'assistenza necessaria all'inserimento. "Avevo visto, quand'ero a Grenoble, che in Francia stavano
bene; volevo andare" - ricorda Mario. E, varcata la frontiera, raggiunge il padre e il fratello a Reims, dove
tramite loro trova il suo primo lavoro da emigrato.
La vita in Francia e l'espulsione
Ma torniamo ad Adriano che, nel 1923, rientra al paese per sposarsi. Il matrimonio avviene in febbraio:
la moglie, Giuseppina, chiamata affettuosamente
Fifina10, è anche lei una Rossetti, perché suo padre e il
padre di Adriano sono cugini. La storia della famiglia di Fifina è molto simile a quella della famiglia del
marito. Lei era nata a Saint André de Maurienne, in Savoia, nel 1899, dove il padre - muratore - si era trasferito
con la moglie. Si erano poi spostati ad Annecy, dove era nata una seconda figlia, Aurora, e dove la madre
teneva una pensione frequentata da quei compagni di lavoro del padre che avevano la famiglia a
Mongrando. Ricorda Fifina che la pensione della madre - che "lavava, stirava, cuciva e faceva da mangiare" per
questi uomini - era periodicamente visitata dalla polizia: quei muratori "erano tutti socialisti e anarchici" e il
padre, Francesco, era molto noto per le sue posizioni politiche. Nel 1907, dopo che erano riusciti ad
acquistare terra e casa al paese con i risparmi di lavoro, erano ritornati tutti a Mongrando e Francesco aveva ripreso
la via della Francia come stagionale. Fifina, dopo qualche anno di scuola, era poi riuscita ad avere un
impiego alle Poste; nel 1923, infine, come si è detto, si sposa.
Con Adriano parte immediatamente dopo il matrimonio; il giorno successivo raggiungono la regione
parigina e si stabiliscono a Aulnay sous Bois, dove nel frattempo Adriano, "seguendo il mestiere", era
approdato dopo aver lasciato la zona di Reims. La cittadina è divenuta a quell'epoca un centro
importante dell'emigrazione da Mongrando e dai villaggi vicini, e in generale dal Piemonte. I lavoratori
dell'edilizia provenienti dalla regione di cui sono originari Adriano e Fifina, che prima della guerra prediligevano
i dipartimenti alpini, dopo il conflitto si sono indirizzati verso Parigi, dove i muratori italiani vanno
sostituendo in questo settore l'emigrazione interna francese, gli uomini del Limousin e della Creuse, che
avevano tradizionalmente il monopolio del mercato del lavoro nelle costruzioni della
capitale11.
A Aulnay sous Bois, Adriano - che diventerà nel 1924 padre di una bambina - è molto attivo
nell'azione politica e sindacale, in un periodo in cui la vittoria del
Cartel des gauches apre grandi speranze di
mutamento. Partecipa a scioperi e manifestazioni e il suo nome comincia ad essere noto alla polizia. Viene fermato
nel corso di una manifestazione e poi rilasciato; ma un mandato di espulsione è emesso nei suoi
confronti. Siamo nel dicembre del 1924: Adriano è costretto a rimandare Fifina e la figlia di pochi mesi a
Mongrando; e quindici giorni dopo ripassa anche lui la frontiera. Si chiude così la prima fase della vicenda di
emigrazione di Adriano, che ritorna al paese con l'amico e compagno di lavoro e di partito Giovanni
Calligaris12, anch'egli colpito da espulsione e anch'egli di famiglia di Mongrando, pur essendo nato in Francia, a Belfort, dove
il padre si era trasferito per lavoro.
Adriano ha trent'anni: gli eventi che segnano il consolidamento del fascismo al potere e la sua
trasformazione in regime - nel 1925 e 1926 - li vive dunque in Italia. Ha trovato lavoro nella zona e continua
l'attività politica, mentre la repressione si fa sempre più pesante. In questa regione la polizia colpisce duramente
la rete organizzativa comunista e manda decine di militanti antifascisti di fronte all'appena costituito
Tribunale speciale che, nel volgere di pochi mesi, decreterà contro di loro condanne per complessivi 138 anni
di carcere13. Anche Adriano e alcuni del gruppo di Mongrando di cui fa parte vengono arrestati: oltre a
lui, sono deferiti al Tribunale speciale il padre Francesco, la sorella Aurora e una zia di Fifina, Giorgina,
il fidanzato di quest'ultima, Marino Graziano, e quel Giovanni Calligaris che era stato espulso dalla
Francia alla fine del 1924. L'accusa è di aver redatto, stampato e diffuso stampa clandestina: Giorgina Rossetti
e Marino Graziano vengono riconosciuti colpevoli e condannati a diciotto anni di carcere
ciascuno14; ma Adriano e gli altri riescono fortunatamente a cavarsela con pochi mesi di prigione e, alla fine del 1927, sono
rilasciati.
Adriano ritorna a Mongrando e può riprendere a lavorare presso lo stesso impresario che, pur
essendo fascista, lo apprezzava come uomo e come esperto muratore e aveva testimoniato a suo favore al
processo. Ma, naturalmente, essendo sorvegliato strettamente dalla polizia, anche se continua a mantenere
contatti clandestini con il partito, non si espone.
Nuovamente in Francia
È nel 1930 che si presenta la possibilità di emigrare: Mussolini dà disposizioni ai prefetti di alcune
regioni di concedere per un breve periodo di tempo passaporti per l'estero a chi ne faccia
richiesta15. Adriano è tra questi. Non vi sono motivazioni di carattere economico che lo inducono a farlo, ma il fatto che egli al
paese e nella zona è politicamente "bruciato". Per svolgere una qualsiasi attività politica con la prospettiva di
non essere subito arrestato, è necessario emigrare. Tuttavia, va anche detto che nella vita di Adriano - come
in quella di altri militanti del suo gruppo o della sua regione o di altre regioni d'Italia che avevano le
stesse tradizioni migratorie - un reale elemento di frattura era intervenuto quando, con l'espulsione dalla Francia
e successivamente con la chiusura delle frontiere, egli aveva dovuto forzatamente interrompere
l'emigrazione che, come sappiamo, ne aveva caratterizzato l'esistenza fin dall'età in cui aveva cominciato a lavorare.
All'estero, Adriano poteva basarsi sulle relazioni che egli aveva con familiari, amici, compagni di lavoro
e, fra di loro, con molti compagni di militanza che avevano condiviso le sue stesse esperienze politiche.
Tutti questi legami - che, come si è visto per il fratello Mario, spiegano le logiche interne
dell'emigrazione economica - egli li avrebbe sapientemente utilizzati per il suo trasferimento in Francia nelle sue
nuove condizioni di sorvegliato dalla polizia. Se ne serve innanzitutto per confondere le sue tracce al momento
di varcare la frontiera: Adriano intendeva stabilirsi nella regione parigina, ma nella richiesta per ottenere
il passaporto egli è in grado di dichiarare un'altra direzione, con il risultato di rendere difficile agli
agenti fascisti - per un periodo non breve - di seguirlo in Francia. Esibisce infatti un contratto di lavoro da
muratore che uno zio della moglie, Annibale Rossetti, gli ha procurato nella città dell'Haut Rhin in cui si trova in
quel periodo a lavorare: Mulhouse. Egli si recherà effettivamente in questa località, ma vi resterà solo il
tempo necessario per ottenere, tramite Annibale, i documenti di soggiorno, in modo da regolarizzare la sua
posizione. Subito dopo si dirigerà nella regione parigina. Per la polizia fascista, invece, Adriano si è stabilito a
Mulhouse. Quando, nel giugno del 1931 la moglie Fifina - che era rimasta a Mongrando - chiede per sé e per
la figlioletta un passaporto temporaneo "per visitare l'Esposizione coloniale di Parigi", e il ministero
dell'Interno le concede il benestare malgrado sia anch'essa schedata come sovversiva (il che conferma la politica
del regime di non impedire l'espatrio di antifascisti ormai messi nella condizione di non nuocere), il
consolato generale italiano della capitale francese viene informato del prossimo arrivo della donna: si chiede che
sia "esercitata su di lei la necessaria vigilanza" e si comunica che il marito, noto comunista, è a Mulhouse.
Nel frattempo, d'altronde, Roma aveva sollecitato il console di Strasburgo a dare notizie di Adriano, e
quattro mesi dopo giunge da Mulhouse il suo presunto indirizzo nella città dell'Haut Rhin: un granchio degli
agenti del consolato che hanno individuato nessun altro che un omonimo o uno dei tanti Rossetti muratori
di Mongrando che lavorano in Francia, scambiandolo per Adriano, che ormai da tempo ha lasciato
quella località.
Solo nel gennaio del 1932, quando la prefettura di Vercelli farà compiere indagini in paese dai carabinieri,
si riuscirà a sapere che Adriano non è a Mulhouse: ma verrà fornito al ministero un indirizzo errato, perché
è quello di uno stabile di Parigi in cui egli ha lavorato come muratore e non quello in cui abita. Ci vorrà
ancora tempo prima che venga individuato con esattezza. È nel dicembre del 1933 che gli agenti
fascisti dell'ambasciata di Parigi riescono infine a scovare Adriano: è nel piccolo borgo di Villeparisis dove
era giunto direttamente da Mulhouse più di due anni prima -, vicino ad Aulnay sous Bois, la cittadina
della regione parigina che egli aveva già conosciuto al tempo della sua espulsione nel 1924.
Antifascismo e tessuto sociale locale
Ma oltre a depistare con successo la polizia, Adriano è anche riuscito a nascondere il suo lavoro
clandestino antifascista in Francia: nella lettera in cui l'ambasciata comunica il suo vero indirizzo, infatti, viene
dichiarato perentoriamente che egli lavora come muratore e se ne sta in disparte. Insomma, non risulta
"esplicare attività politica". Sarà solo nel maggio del 1934, quando a Mongrando verranno intercettati dai
carabinieri opuscoli sovversivi indirizzati a numerose famiglie del paese e provenienti da Parigi, che cominceranno i
primi sospetti nei suoi confronti. La Prefettura di Vercelli scriverà al ministero che non le "consta
che all'estero, apparentemente", Adriano "svolga attività sovversiva". "Comunque - aggiunge l'attento
funzionario - si hanno fondati sospetti" che egli "non tralascerebbe di svolgere attività contraria al Regime Fascista".
Ma bisognerà ancora attendere fino al luglio del 1935 - cioè addirittura poco meno di cinque anni
dall'espatrio - perché la polizia accerti che Adriano è in realtà, oltre che un onesto muratore che si guadagna la vita per
sé e per la sua famiglia, anche un militante antifascista attivo nella clandestinità: lo comunica a Roma,
sulla base di nuove informazioni questa volta sicure, l'ambasciata italiana di Parigi.
Tutto questo non è dovuto naturalmente soltanto all'abilità di Adriano e al suo rispetto rigoroso delle
regole del lavoro illegale, ma anche alla scelta della località in cui risiedere, molto adatta - come vedremo - al
tipo di attività politica che egli svolge; una scelta che egli ha potuto fare grazie all'intervento del fratello
Mario che era emigrato nel 1922 in Francia e vi era restato.
La località - lo sappiamo - è Villeparisis: poche case, a quell'epoca, circondate dalla foresta di Bondy
e collegate con la ferrovia a Parigi; non c'è stazione di polizia sul posto e, a differenza di Aulnay sous Bois,
gli emigrati italiani sono qui pochi, soprattutto emiliani e qualche veneto, mentre non ci sono
piemontesi. Nessuno quindi conosce i suoi precedenti politici. Dei legami che egli invece ha nella vicina Aulnay
sous Bois con i muratori e gli impresari di Mongrando e della sua zona, egli si serve per il suo mestiere:
lavorerà infatti in un primo tempo con il padre e altri piemontesi per una ditta francese; poi, con l'ultimo
fratello Bruno e il cognato Arialdo Zanotti (marito della sorella di Fifina), a cui accenneremo più avanti,
anch'essi arrivati nella regione parigina, in un'impresa edile a Parigi; quindi per un impresario che risulta essere
un lontano cugino ma che non manifesta alcun sentimento antifascista.
Ma Aulnay sous Bois, se è una città che offre grandi possibilità per lo sviluppo di una proficua
azione politica e sindacale legale tra gli emigrati italiani e gli operai dell'edilizia, può invece essere pericolosa
- proprio per la grande presenza di conterranei - per un'attività illegale che, come quella di Adriano,
richiede di essere rigorosamente clandestina. Come in tutte le località in cui vi è una consistente colonia
italiana, anche in questa città della banlieu
il consolato ha i suoi informatori, e si tratta di gente ben inserita
nel tessuto sociale locale. Adriano, a differenza degli anni venti in cui era stato attivo nell'azione di massa, è
ora un militante che deve evitare per quanto possibile di essere scoperto come tale dagli agenti fascisti.
Villeparisis, quindi, è una località ideale.
Come si è detto, egli vi è giunto attraverso il fratello Mario. Questi, dopo essere stato a Reims con il
padre e con Adriano, si era diretto anche lui a Aulnay sous Bois, dove si trovava nel 1924 quando il fratello
era stato espulso. Lavorava come operaio fabbro, aveva a quell'epoca 24 anni ed era celibe. Deciso a farsi la
sua strada in Francia, aveva progettato di mettersi in proprio e a questo scopo si era messo in contatto con
un cugino del padre, che faceva a quell'epoca l'impresario edile nella zona di Le Mans, Letizio - che,
prima della guerra, aveva a lungo lavorato a Grenoble quando anche i genitori di Mario si erano trasferiti
nel capoluogo dell'Isère, e che anche per questo motivo Mario chiamava "zio" - gli aveva assicurato il
suo appoggio. Egli era partito con l'amico Lorenzo Calligaris, fratello del compagno di Adriano, Giovanni, e
in un primo tempo avevano deciso di stabilirsi nel villaggio in cui abitava Letizio. Ma questo borgo era
troppo piccolo e non garantiva continuità di lavoro e quindi si erano spostati in un comune non lontano ma
più grande: lo zio Letizio - tramite il suo socio che aveva un fratello residente in quella località - li
aveva indirizzati ai gestori di una locanda del paese, che avevano affittato loro una stalla per impiantarvi
una piccola officina. Lorenzo aveva così fatto venire la moglie e la madre e si era trovato una casa in paese,
e Mario era rimasto a pensione presso la locanda. Aveva cominciato ad intendersela con la figlia dei
gestori, ma gli affari non andavano più bene come all'inizio. È curioso come Mario, nei suoi ricordi, giustifichi
il fallimento della sua attività in proprio in quella località: all'amico Lorenzo - egli racconta - piaceva
molto cacciare, ma purtroppo aveva l'abitudine di vantarsi in paese dei suoi successi di cacciatore. Aveva
così suscitato la gelosia dei contadini del posto che avevano cominciato a "boicottarli" sul lavoro. In
sostanza, erano state le vanterie di Lorenzo ad averli danneggiati.
L'interpretazione della vicenda da parte di Mario, come si è detto, è curiosa ma è anche indicativa:
la diffidenza dei locali nei confronti dei nuovi venuti (oltre che, sicuramente, l'ostilità degli altri fabbri
della zona) viene attribuita da lui ai comportamenti spavaldi dell'amico e socio Lorenzo in tema di caccia.
Mario, in effetti, è l'emigrato che si è integrato e che fin dal primo momento ha voluto fermamente integrarsi.
E, d'altronde, come vedremo, è proprio questa sua posizione a conferirgli un ruolo particolarmente utile
nel quadro dell'attività politica di Adriano, quando egli giunge nella regione parigina.
Sospeso il lavoro nell'officina, mentre nel frattempo anche la locanda dei genitori della fidanzata
aveva dovuto chiudere, Mario alla fine del 1927 si sposa. Si trasferisce poi nuovamente nel villaggio in cui abita lo
zio Letizio, che gli ha fatto da testimone alle nozze, e quindi, dopo qualche tempo, ritorna alla base da
cui era partito quattro anni prima, Aulnay sous Bois. Qui riprende il lavoro presso il suo vecchio padrone
e quando, poco dopo, attraverso le sue conoscenze, ha l'occasione di occuparsi come
serrurier presso un'officina di Villeparisis decide subito di trasferirsi nel piccolo borgo con la famiglia. Siamo nel 1928: quando
Adriano da Mongrando gli farà sapere del suo prossimo arrivo in Francia e delle sue esigenze, Mario lo
rassicurerà: "Vieni pure, starai tranquillo", e gli troverà una grande casa nella stessa strada in cui lui stesso abita.
L'attività clandestina antifascista
La casa di Adriano a Villeparisis negli anni trenta non è soltanto un rifugio sicuro per lui e per la
sua famiglia: diventa una vera e propria base logistica per i numerosissimi antifascisti con cui egli entra in
contatto attraverso la direzione della sua organizzazione a Parigi. Per questo motivo, nei ricordi familiari e
dell'ambiente dell'emigrazione politica, la figura e il lavoro illegale di Adriano e i locali della sua abitazione di
Villeparisis, "con tanti letti e tante stanze", si identificheranno. Passeranno dalla sua casa, oltre a molti
importanti personaggi del centro estero comunista, un gran numero di compagni, spesso clandestini, che
verranno ospitati chi per una notte chi addirittura per settimane e per mesi. Nei ricordi di Fifina, la casa era "un
porto di mare". "Venivano con una lettera del partito e la sera Adriano parlava con loro e poi ripartivano il
giorno dopo". Quando - soprattutto ai tempi del fronte popolare e della guerra di Spagna - "arrivava qualcuno
in paese con la valigia", Fifina "sapeva già che veniva da noi". E, come sua madre nell'emigrazione
economica ad Annecy trent'anni prima, anche lei faceva da mangiare e accudiva a questi uomini - di cui il più delle
volte non conosceva niente - con la differenza, naturalmente, che la sua "pensione" non era a pagamento.
Intanto, intorno ad Adriano, si ricostituisce e si amplia nel piccolo centro di Villeparisis la vecchia
rete organizzativa dei tempi dell'arresto e del processo del Tribunale speciale, attraverso le solide catene
dei legami familiari e di gruppo e sulla base delle esperienze di emigrazione che sono comuni a tutti.
Riappare così Giovanni Calligaris, che aveva condiviso con Adriano le lotte di Aulnay sous Bois negli anni venti e
la repressione a Mongrando: anche Giovanni, di professione decoratore, era riuscito a riprendere la
via dell'emigrazione nel 1930, con le stesse motivazioni ufficiali delle "ragioni di lavoro". La sua presenza
era stata segnalata nel Jura e nell'Ain fino al luglio del 1931, poi se ne erano perse le tracce, perché - sosterrà
poi la polizia fascista - egli aveva posto "ogni cura nel nascondere il suo recapito". Anche Giovanni aveva
due fratelli a Aulnay sous Bois: quel Lorenzo, che - come si ricorderà - aveva lavorato come fabbro con
Mario negli anni venti, e un secondo che faceva l'impresario edile.
Arriva la sorella di Fifina,
Aurora16, nell'agosto del 1932, preceduta dal marito Arialdo
Zanotti17 alla fine del 1931, che andranno ad abitare dallo stesso Adriano. Arialdo, che in Italia faceva il panettiere, si
occupa con Adriano come manovale, facendogli da aiutante sul lavoro, Aurora si impegnerà a fondo
nell'attività politica, e verrà poi individuata dagli agenti fascisti come una delle dirigenti del movimento
femminile comunista, che ne segnalerà la presenza in numerosi congressi.
Anche l'ultimo fratello di Adriano,
Bruno18, che era nato a Grenoble nel 1913, giungerà nel 1931 a
Villeparisis. Come Fifina e sua figlia, egli era riuscito ad ottenere un passaporto temporaneo in occasione
dell'Esposizione di Parigi. Non aveva a quel tempo ancora compiuto i diciotto anni e non aveva quindi ancora fatto il
servizio militare: il documento di espatrio che gli era stato concesso aveva validità per soli quindici giorni, e
alla frontiera egli aveva assicurato alla polizia, che gli aveva controllato il passaporto con diffidenza, che
sarebbe ritornato di lì a poco. Naturalmente non era rientrato e, essendo nato in Francia da genitori stranieri,
aveva potuto optare alla maggiore età per la nazionalità francese. Ricorda Bruno che sua madre, che si trovava
con il padre in quegli anni a Aulnay sous Bois, aveva protestato; anche il fratello Mario, nel frattempo,
aveva ottenuto la naturalizzazione e la donna, all'annuncio della decisione di Bruno, aveva esclamato: "Ohò... ce
n'è già uno [Mario] che è francese! Non vedrò più neanche te!". Ma Bruno si era mostrato fermo: "Era già
due o tre anni che ero qui [in Francia] - racconta - ed ero abituato qui; avevo soldi, avevo lavoro. Che cosa
sarei ritornato a fare in Italia?".
Lavorando con il padre e con Adriano aveva imparato la lingua e il mestiere ed era così divenuto
ravaleur, che era la stessa specializzazione del fratello. Essendo naturalizzato, non correva rischi particolari -
né quello di essere denunciato dagli agenti fascisti del consolato né quello di incorrere in mandati di
espulsione da parte della polizia francese. La sua azione politica era quindi del tutto legale: mentre Adriano
operava nella più rigorosa discrezione, Bruno poteva invece agire apertamente ed era un militante della
Cgtu (Conféderation général du travail unitaire) attivo in particolare fra gli operai italiani dell'edilizia della regione
parigina.
Due fra i compiti primari di Adriano e del suo gruppo erano quelli di procurare documenti e lavoro
ai compagni che venivano loro indirizzati o che giungevano direttamente dall'Italia. Costoro spesso - come
del resto era accaduto agli stessi fratelli di Adriano in epoche diverse - non avevano passaporti regolari o non
li avevano del tutto, né avevano contratti di lavoro che permettevano loro di ottenere i documenti di
soggiorno; a volte erano del tutto privi di mezzi.
Il ruolo di Mario a Villeparisis per farsi rilasciare con l'aiuto di funzionari comunali compiacenti le carte
e i documenti di identità necessari era particolarmente prezioso. Mario era molto ben inserito nella vita
del piccolo borgo: preferiva frequentare soprattutto francesi, con molti dei quali aveva non solo rapporti
di lavoro ma anche di amicizia; faceva parte della banda musicale locale e quindi era sempre presente
nelle occasioni grandi e piccole di socialità del villaggio. Oltre a lavorare come fabbro aveva una seconda
attività che lo poneva in contatto con molte persone: la domenica, infatti, andava a fare il cameriere nel
caffè del paese. Le relazioni molto estese di Mario a Villeparisis, che egli coltivava proprio perché, fin dal
momento in cui era emigrato clandestinamente nel 1922, il suo obiettivo - come abbiamo visto - era stato quello
di integrarsi nel Paese di adozione, erano assai utili nel quadro dell'attività politica del gruppo di
Adriano. Avere o non avere documenti apparentemente in regola poteva significare per un antifascista italiano
la prospettiva di sistemarsi in Francia o all'opposto quella dell'espulsione a breve termine.
Il lavoro
Quanto al lavoro, il mondo dell'edilizia in cui Adriano e chi gli stava intorno erano inseriti attraverso
ampie relazioni personali con numerosi impresari e semplici
tâcherons di Aulnay sous Bois e di altre località
della regione parigina, offriva molte opportunità, che si sarebbero ristrette solo con la crisi che investirà anche
il settore delle costruzioni ma con qualche anno di ritardo e con minore virulenza rispetto ad altri
settori produttivi. Queste opportunità non esistevano solo per coloro che erano emigrati legalmente, ma anche
per gli stessi clandestini. È utile accennare brevemente al come e al perché questo si verificasse, in base
alle informazioni di Bruno: ne emerge infatti uno spaccato del mondo dell'emigrazione italiana dell'epoca di
un certo interesse. Come si è accennato, l'edilizia a Parigi e nella regione parigina era all'epoca una vera
e propria "nicchia" occupazionale degli emigrati italiani. Il fenomeno non può essere spiegato
troppo semplicisticamente con la constatazione che il settore poteva offrire posti di lavoro non qualificati e a
basso salario, e quindi per lavoratori emigrati. In realtà, come sappiamo, numerosi erano gli impresari di
origine italiana e buona parte della manodopera, oltre ad avere forti tradizioni di emigrazione e di lavoro in
Francia, era esperta, e ricercata, nelle varie specializzazioni del mestiere. Piuttosto, la concentrazione di
lavoratori italiani nell'edilizia (o meglio: di uomini originari di determinate zone del Paese) era la conseguenza
di forme e meccanismi di reclutamento largamente fondati sulle relazioni personali, e quindi sui legami
che univano gli emigrati sulla base delle provenienze geografiche. Va tuttavia aggiunto che questo settore
aveva una struttura organizzativa particolare che favoriva in molti aspettative di mobilità sociale a breve
termine: in sostanza, nell'edilizia, forse più che in altre attività produttive, la speranza di fare fortuna "dal
nulla" poteva trovare alimento.
Com'è noto, il sistema dei subappalti era dominante. Impresari grandi e meno grandi affidavano
l'esecuzione di piccole porzioni dei lavori che essi stessi avevano spesso subappaltato, ad una miriade di capisquadra
che operavano autonomamente, i cosiddetti
tâcherons. Costoro - che a volte erano muratori intraprendenti
che all'occorrenza si improvvisavano tâcherons
per poi ritornare, se le cose non erano andate per il verso
giusto, a fare i salariati - contrattavano con gli impresari un compenso globale, ricevevano i materiali e gestivano
in proprio il lavoro, pagando essi stessi direttamente gli operai che assumevano a termine. I
tâcherons non erano quindi nient'altro che organizzatori di uomini, che non disponevano di capitali: essi
fornivano esclusivamente il lavoro proprio e della squadra che mobilitavano. Il profitto che essi traevano dalla
loro attività dipendeva non soltanto dalla loro abilità imprenditoriale, ma anche (e per i più spregiudicati,
soprattutto) dalla possibilità di contenere la quota da pagare in salari, che detraevano a lavoro finito dal
compenso ricevuto dagli impresari. Fare il tâcheron
era il primo gradino lungo la scala che poteva condurre da
una condizione di muratore a quella di proprietario di un'impresa edile.
Ora, era proprio questa caratteristica dell'edilizia a farne un catalizzatore di emigrati clandestini. Molti fra
i tâcherons, infatti, avevano tutto l'interesse ad assumere lavoratori irregolari: in questo modo era più
facile imporre, in cambio di un'occasione ambita di occupazione, salari più bassi, orari più lunghi, lavoro
nero ecc. Si creava in sostanza una convergenza di interessi e una sorta di complicità - il cui corollario erano gli
abusi di cui si è detto - tra
tâcherons, piccoli e grandi impresari e emigrati clandestini
Ma, ciò che è più interessante, questa situazione di illegalità permanente che caratterizzava parte del
mondo dell'emigrazione italiana dell'edilizia presentava anche il rovescio della medaglia. La presenza a tutti nota
di lavoratori irregolari diventava, nelle ricorrenti tensioni che si creavano tra padroni e salariati, un fattore
di rafforzamento del potere contrattuale della categoria: era infatti un'arma di pressione che si fondava
sulla minaccia della denuncia alle autorità francesi di quegli impresari e di quei
tâcherons italiani che violavano la legge, sia con l'assunzione di emigrati senza documenti, sia con il mancato rispetto del tetto del 10
per cento di lavoratori stranieri, quando questa norma con la crisi venne applicata anche
all'edilizia19. Non solo, ma questa situazione era anche utilizzata per lo stesso reclutamento sindacale dei lavoratori clandestini
e, durante gli scioperi, per premere su di loro perché vi partecipassero; in questo caso, chi era minacciato
di essere denunciato era lo stesso emigrato senza carte.
Così come emerge da questo quadro dell'edilizia parigina, il fronte dell'emigrazione italiana non
appare certo compatto: è un mondo attraversato da forti tensioni e lacerato da conflitti acuti, molto
stratificato socialmente. Una verità ovvia, ma forse a volte non sempre tenuta nel debito conto.
Verso la seconda guerra mondiale
Ma riprendiamo il filo, che abbiamo momentaneamente interrotto, delle vicende di Adriano, che
nella seconda metà degli anni trenta sono fortemente condizionate dai drammatici avvenimenti internazionali
che sfoceranno nel conflitto mondiale. Siamo nel 1936: lo scoppio della guerra di Spagna vede Adriano e
molti del suo gruppo arruolarsi nelle brigate internazionali: partono anche - di quelli che abbiamo citato - il
marito di Aurora, Arialdo; Giovanni Calligaris e il fratello Lorenzo; Bruno, fratello di Adriano. Chi rimane
organizza gli aiuti alle famiglie dei volontari, con attività molteplici, favorite dal nuovo clima politico del
Fronte popolare.
È nel marzo del 1937 che Adriano viene gravemente ferito, guadagnandosi una decorazione sul
campo. Pochi mesi dopo è trasportato a Parigi, dove trascorre molti mesi di ospedale. Guarito, può riprendere la
sua attività politica e, essendo ormai noto agli agenti fascisti, si trasferisce su indicazione del partito a
Montreuil, ad un nuovo indirizzo che deve rimanere segreto. Ma gli eventi che porteranno alla guerra e
all'invasione nazista incalzano. Adriano resta nella regione parigina ancora fino al 1943, anche perché nel frattempo
il cognato Arialdo, che ha subito l'amputazione di un braccio nella guerra di Spagna, ha contratto la
tubercolosi in ospedale ed è assistito da Fifina, perché Aurora era dovuta rientrare in Italia. Subito dopo la morte
di Arialdo, Adriano parte per Modane, chiudendo così la sua vicenda di emigrato politico in Francia.
Alla frontiera - come si è detto - è arrestato e condannato al confino, e successivamente combatterà
nella Resistenza in Piemonte e nella Valle d'Aosta, dove avrà compiti importanti di comando. Morirà a
Mongrando nel 1963.
Emigrazione: un fenomeno complesso che richiede modelli interpretativi nuovi
La storia di Adriano è certamente irripetibile, come la storia di ciascun individuo. E tuttavia è
possibile ricavarne alcune indicazioni utili per tracciare le linee generali di un approccio di storia sociale al
tema dell'emigrazione politica di massa.
L'esigenza di collocare il fenomeno - per comprenderlo storicamente - nel contesto dell'emigrazione
economica pone una questione fondamentale, che viene messa sul tappeto proprio per la particolare angolazione
di studio che il nostro tema ci costringe ad adottare. Questa questione fondamentale riguarda i
modelli interpretativi e gli strumenti analitici con cui ci accostiamo al fenomeno migratorio nel suo complesso,
e comporta in primo luogo una riflessione critica su di essi.
Particolarmente negli studi italiani hanno prevalso in passato schemi che, pur con diverse sfumature
e accentuazioni, hanno in genere fondato l'interpretazione dei movimenti migratori sull'utilizzazione -
spesso rigida e a volte rozzamente economicistica - del concetto di
push-pull, cioè sull'idea che alla base
della mobilità della popolazione esistano dei potenti fattori espulsivi - di carattere economico - nelle società
di partenza, collegati ad altrettanto potenti fattori attrattivi nelle società di arrivo. L'enfasi esclusiva posta
su questi elementi - che pure ovviamente esistono e richiedono di essere analizzati ma che non possono
essere assunti come fattori monocausali e onniesplicativi - ha orientato la ricerca in una direzione che ha
accreditato e imposto un'immagine dei movimenti migratori in cui le masse degli emigranti appaiono spinte da
oscure forze impersonali ed esterne20.
Tutto ciò ha avuto effetti negativi sulla ricerca: queste impostazioni hanno infatti finito per porre in
ombra l'aspetto della scelta dell'emigrazione e della
progettualità di coloro che emigrano, cioè le decisioni e
le strategie - individuali, familiari, di gruppo - che, collocate nel contesto di vincoli e possibilità di
natura economica, sociale, culturale, costituiscono l'aspetto più sconosciuto e meno studiato del fenomeno.
In effetti, ci troviamo oggi - malgrado la grande tradizione italiana di studi sull'emigrazione - pressoché
disarmati sul piano degli strumenti analitici per affrontarlo.
Molto giustamente è stato posto in risalto che uno dei miti costruiti, a
volte inconsciamente, dagli studiosi che hanno enfatizzato il modello del
push-pull per spiegare l'emigrazione, è quello di una società
umana statica, che implica che la condizione naturale
dell'uomo sia la sedentarietà e che il movimento, la
partenza dal luogo natale per trasferirsi in altri luoghi, sia concepito come una attività deviante che nasce
dalla disgregazione sociale21.
Come hanno dimostrato gli storici dell'età moderna, la mobilità della popolazione non è per nulla
una caratteristica esclusiva della società industriale; ma nel caso italiano, la tendenza a ridurre la
mobilità all'emigrazione all'estero e l'esplicarsi di questa al momento in cui lo Stato comincia a rilevarla, ha
portato spesso ad ignorare ai fini analitici, a maggior ragione per il Novecento, un tratto cruciale dei
movimenti migratori, cioè la loro riproduzione nel tempo.
Dal punto di vista degli emigranti, delle loro scelte e delle loro strategie, questo fatto è
estremamente rilevante: l'accumularsi attraverso le generazioni di esperienze sociali di mobilità può costituire - qualora
si creino le condizioni - un incentivo ad emigrare. Ma non si tratta soltanto di accertare la presenza di
una "cultura della mobilità": ciò che va valutato in tutto il suo peso è che la preesistenza nell'ambiente
di esperienze migratorie comporta per chi è rimasto la possibilità di disporre di fonti di informazioni di
prima mano sulle opportunità di lavoro e di vita all'estero. L'esistenza di itinerari di emigrazione già
tracciati significa infatti che, a partire da villaggi solo apparentemente ripiegati su se stessi, si dipanano in
più direzioni fili sotterranei e invisibili ma saldamente impiantati in una miriade di località oltre frontiera.
Essi costituiscono la trama forte di reti di relazioni sociali che, quando è il momento, rendono possibili i
movimenti migratori con aspettative di rischio ridotte, forniscono decisivi punti di appoggio, garantiscono protezione
e aiuto materiale e psicologico, favoriscono l'inserimento dei singoli e delle famiglie nel tessuto sociale
dei paesi di destinazione.
Ciò che colpisce dell'emigrazione italiana in Francia negli anni venti e trenta è la continuità, dal punto
di vista delle regioni di origine, delle ondate migratorie di quel periodo rispetto alle ondate precedenti:
da un'analisi molto sommaria dei dati statistici italiani sull'emigrazione risulta infatti che - ad esclusione
di alcune zone delle Venezie - sono soprattutto le regioni dell'Italia del nord-ovest e del centro a continuare
ad inviare emigrati al di là delle Alpi. In effetti, dopo la chiusura della porta dell'America del nord durante
la prima metà degli anni venti, la grande emigrazione dell'Italia del sud (che si era diretta in particolare,
come è noto, verso questo continente e che aveva poche tradizioni di emigrazione europea) non prende la via
della Francia fino agli anni successivi alla seconda guerra mondiale. Si aggiunga che - contrariamente a quanto
si verifica per i polacchi, ad esempio - non esiste una politica di reclutamento massiccio da parte di
agenzie francesi in Italia e d'altro canto non vi è una vera politica di assistenza dello Stato italiano
all'emigrazione neppure prima che il fascismo divenga regime. Tutto ciò mette in luce i meccanismi prevalenti nei
movimenti migratori verso la Francia nel periodo: l'emigrazione si alimenta soprattutto
dal basso, utilizzando ampiamente le catene di legami personali che mettono in comunicazione immigrati che si sono già stabiliti oltre
confine e individui in Italia che vogliono emigrare e che appunto utilizzano questi legami per emigrare.
Come abbiamo cercato di porre in evidenza nella storia di Adriano, le stesse logiche sociali che reggono
e orientano l'emigrazione economica possono costituire un campo di analisi per studiare l'emigrazione
politica di massa. Non tutti gli emigrati politici - come anche d'altronde non tutti gli emigrati economici -
disponevano alla partenza dall'Italia delle risorse rappresentate da un patrimonio di relazioni all'estero
sufficientemente estese e articolate. In che misura e in quale direzione la presenza o la carenza di relazioni in Francia
influì sulla loro decisione di emigrare in questo Paese, ne influenzò il comportamento del nuovo spazio sociale
in cui si trovarono ad agire, favorì o meno l'inserimento e, per molti, l'integrazione nella società che li accolse?
È una prospettiva di ricerca e nel contempo una ipotesi di lavoro sull'emigrazione politica di massa
che varrebbe la pena di percorrere e di approfondire.
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