Pietro Ramella

La partecipazione fascista alla guerra di Spagna



Rari sono stati nel dopoguerra i libri sulla partecipazione alla guerra civile spagnola dell'Italia di Mussolini. Il più importante è "I fascisti italiani alla guerra di Spagna"1, dell'americano John F. Coverdale; normalmente l'intervento viene trattato in forma indiretta nel più vasto quadro del conflitto. Ora, due libri usciti verso la fine del 2006 ripropongono l'argomento; si tratta di un'opera di Dimas Vaquero Peláez, pubblicata in Spagna e non ancora tradotta in italiano, "Creer, obedecer, combatir... y morir", edita dalla Institución Fernando El Católico di Saragozza, e del volume "I ragazzi del '36" di Massimiliano Griner, edito da Rizzoli.
L'autore spagnolo suddivide il suo lavoro in capitoli che richiamano il famoso slogan di Mussolini, che è anche il titolo del libro. Nel primo capitolo, "Aggredire per vincere", suddiviso in due sottocapitoli, "Creer" e "Obedecer", esamina le motivazioni che spinsero Mussolini ad impegnarsi in Spagna.
La prima è senz'altro l'aggressività che caratterizzò il fascismo, che si espresse non solo nel disprezzo delle convenzioni internazionali e delle decisioni del Comitato di non intervento, ma anche nei confronti di Francisco Franco che, malgrado fosse contrario all'invio in Spagna di truppe straniere, in quanto già sotto accusa per l'impiego di reparti marocchini, fu posto dal dittatore italiano davanti al fatto compiuto.
La seconda è l'intento di ampliare il controllo del Mediterraneo, denominato dal duce "mare nostrum", in aperto contrasto con la Francia, nonché di bloccare un'eventuale alleanza tra i due governi di Fronte popolare; solo in un secondo tempo, quando cominciarono ad arrivare le prime navi cariche di materiale bellico dalla Russia, l'intervento prese una valenza anticomunista.
Occorre ricordare che il governo repubblicano dell'epoca comprendeva due soli ministri comunisti, che alle ultime elezioni politiche avevano ottenuto alle Cortes 14 seggi su 453. L'autore insinua che i primi aiuti dell'Italia non fossero disinteressati e la componente ideologica non c'entrasse, in quanto vennero prontamente pagati sia con l'oro custodito nella Banca di Spagna dell'isola di Maiorca, in mano ai ribelli, che il 19 agosto 1936 fu trasferito sulla torpediniera "Maestrale" e portato in Italia, sia con 5.000.000 di lire che il finanziere Juan March aveva depositato nella Banca d'Italia di Roma, come testimoniano le ricevute di presa in consegna dell'istituto d'emissione.
Mussolini era all'apice della sua popolarità in patria, la conquista dell'Impero aveva galvanizzato gli italiani, le sanzioni decretate dalla Società delle Nazioni non avevano funzionato, il che aveva aumentato il suo prestigio tra i conservatori europei. Sapeva che Francia e Inghilterra temevano di impegnarsi a favore della democrazia spagnola, paventando un conflitto con Germania ed Italia, alleate di Franco, anzi il governo conservatore inglese vedeva con preoccupazione le riforme previste nel programma del Fronte popolare che potevano ledere i suoi interessi economici in Spagna. Tutto questo indusse Mussolini ad intervenire inizialmente con la fornitura d'aerei e relativi equipaggi che, con quelli forniti dalla Germania, garantirono la copertura aerea indispensabile al trasferimento dell'Armata d'Africa dal Marocco, truppe che cambiarono il rapporto di forza a favore dei golpisti.
Per supponenza il duce sottovalutò gli spagnoli delle due parti; era convinto che solo un intervento di truppe organizzate, che avevano dimostrato la loro capacità combattiva in Abissinia, poteva favorire una rapida conclusione del conflitto. Diede quindi il via libera ad un affrettato arruolamento di un contingente di tremila camicie nere che, dopo un breve periodo di addestramento, furono imbarcate sul piroscafo "Lombardia" con destinazione Spagna, dove sbarcarono il 22 dicembre 1936. Il loro arrivo diede il via ad una serie di contrasti con gli spagnoli, che si sarebbero ripetuti fin dopo la battaglia di Guadalajara.
Gli italiani intendevano costituire unità indipendenti, sotto il loro comando, autonomo nelle decisioni strategiche. Tutto questo irritò Franco, che non voleva che le sorti della guerra fossero decise da soldati stranieri, il che avrebbe diminuito il prestigio che stava faticosamente conquistando tra gli spagnoli. L'essenzialità dei rifornimenti di materiale bellico dell'Italia però, comprese armi chimiche (iprite, granate di arsina e bombe al fosforo, usate in Etiopia, in seguito non utilizzate per timore del negativo impatto sull'opinione pubblica mondiale), lo indussero ad accondiscendere alle pretese italiane.
Con l'arrivo di circa cinquantamila uomini, appoggiati da aerei, cannoni, carri armati ed automezzi, fu costituito il Corpo truppe volontarie (Ctv), al comando del generale Roatta. A molti degli arruolati non era stata specificata la destinazione, tanto che molti ritenevano che avrebbero costituito delle compagnie di lavoro da impiegarsi nell'impero appena conquistato. La chiamata aveva interessato anche militari del regio esercito e della Mvsn; il maggiore Faldella, che sarebbe poi diventato capo di Stato maggiore del Ctv, ricordò che in un'assemblea fu chiaramente proposto l'arruolamento per una destinazione ignota, e che alla stessa risposero prontamente sedici ufficiali e centosessanta soldati. Per questi militari, sicuramente anche motivati politicamente, fu di sprone la prospettiva d'avanzamento di carriera in una guerra che si riteneva breve e con scarsi rischi, dovendo combattere contro milizie di civili impreparati, con l'aggiunta di un'elevata paga e di un'indennità di firma. Un soldato semplice avrebbe percepito un'indennità di 3.000 lire di allora (pari a 1.700 euro) più una paga mensile di 1.200 lire (pari a 700 euro), cifra che spinse ad arruolarsi molti che in Italia erano sottoccupati o disoccupati.
La fretta fu cattiva consigliera, perché nelle selezioni non si andò tanto per il sottile, cosa che si sarebbe in seguito ripercossa sull'andamento delle operazioni belliche. Tra i volontari si contarono infatti uomini d'età avanzata, con malattie croniche o con pendenze con la giustizia. L'importante era partire, partecipare e conseguire una rapida vittoria per una maggior gloria dell'Italia e di Mussolini.
Continuando sul tema dell'aggressività fascista, l'autore ricorda le repressioni compiute nell'isola di Maiorca da Arconovaldo Bonaccorsi, le azioni di pirateria marittima dei sottomarini italiani contro navi di stati neutrali dirette ai porti della Spagna repubblicana, i bombardamenti aerei sulle città indifese. Ma ricorda anche l'agente consolare italiano Tranquillo Bianchi, che si prodigò per strappare alla morte alcune centinaia di cittadini di Malaga implicati nella sanguinosa limpieza messa in atto dai nazionalisti dopo la conquista della città. Agghiacciante la descrizione delle fucilazioni.
Vaquero Peláez ricorda la buona accoglienza riservata dagli spagnoli ai legionari italiani, di cui ammiravano le perfette divise e le scarpe sempre lucide, mentre i loro connazionali non erano così eleganti e avevano calzature di fortuna. Molti italiani fraternizzarono con donne spagnole e nacquero bambini; in molti casi si ebbero matrimoni riparatori, ma molte ragazze si ritrovarono nubili con bebè a carico. La presunzione degli italiani di contribuire a portare a termine la guerra in breve tempo, aumentata dopo la facile conquista di Malaga, fu fatta pagare alla sconfitta di Guadalajara, con canzoni e battute che ricordavano che "gli spagnoli anche se rossi erano valorosi" e l'acronimo Ctv che diventava "Cuando te vas" o "Corren tuto veloce".
Nel secondo capitolo, "Combatir negociar y morir en España", Vaquero Peláez ripercorre gli avvenimenti della battaglia di Guadalajara, mettendo in evidenza le carenze logistiche e le difficoltà che portarono alla sconfitta. Ancora una volta entra in gioco la presunzione e la faciloneria con cui l'offensiva fu preparata e condotta. Troppi furono gli errori compiuti dallo Stato maggiore italiano. Anzitutto non si doveva iniziare l'attacco con un tempo che stava peggiorando, che impediva all'aviazione legionaria di alzarsi in volo e creava alle colonne motorizzate difficoltà di muoversi su un terreno reso infido dalla pioggia. È vero che le avvisaglie di riuscita in un primo tempo erano buone; le linee repubblicane erano state facilmente sfondate ed il paese di Brighuega, primo obiettivo dell'offensiva, occupato, ma a questo punto, considerando il peggioramento delle condizioni atmosferiche, sarebbe stato opportuno trincerarsi ed attendere un miglioramento per riprendere le operazioni.
La distanza tra il Comando e le truppe di prima linea (oltre km 80) fu un altro fattore che contribuì a generare confusione nella trasmissione degli ordini quando, a sorpresa, i repubblicani contrattaccarono con truppe temprate nella difesa di Madrid e dalla battaglia del Jarama, appoggiate da carri armati pesanti, artiglieria e soprattutto da un'aviazione che, partendo da aeroporti vicini, poteva intervenire con continuità. I legionari, bombardati dal cielo e da terra, atterriti dai carri armati e dalla determinazione con cui i repubblicani combattevano, frastornati dalla propaganda trasmessa dagli altoparlanti con cui gli antifascisti italiani li esortavano a disertare, affermando che erano stati ingannati, che erano carne da macello mandata ad uccidere altri proletari come loro, dopo aver tentato coraggiosamente di opporsi alla superiorità nemica, si dispersero, abbandonando armi e materiali e coinvolgendo nella fuga i camerati della riserva mandati in loro aiuto.
L'autore, analizzando le perdite delle due parti, evidenzia come quelle repubblicane fossero state superiori a quelle fasciste, anche perché all'inizio dell'offensiva vennero travolte milizie poco organizzate. Da un esame comparativo tra i diversi scrittori che si sono interessati alla battaglia, derivano dati nettamente divergenti sul numero dei caduti fascisti: vanno dai trecentocinquanta accertati da Vaquero Peláez, avendo come riferimento le tombe curate dall'Archivio commissariato generale onoranze caduti Spagna, ai duemila di Hugh Thomas2. Altro argomento del contendere fu la quantità di materiale perduto nella battaglia, moltiplicato da parte repubblicana, ridotto da parte italiana. Ma la sconfitta, che pure non aveva permesso ai repubblicani di riconquistare tutto il territorio occupato dal nemico, dimostrò che il duce non era invincibile e da ciò ne conseguì anche un mutamento della sua politica nei confronti di Franco: le unità italiane non avrebbero più combattuto autonomamente, ma agli ordini dello Stato maggiore nazionalista. Il Ctv fu riorganizzato, epurandolo di circa tremilasettecento elementi ritenuti inadatti, che furono rimpatriati.
Un aspetto però ignorato dall'autore, come da tutti gli altri storici finora, è quello della sorte dei prigionieri italiani. Si sa che frequentemente i catturati venivano uccisi sia da una parte che dall'altra, ma in questo caso la questione è diversa. Il governo repubblicano presentò alla Società delle Nazioni un libro bianco in cui, in centouno punti, denunciava il diretto intervento del governo italiano, accompagnandolo con un elenco nominativo dei prigionieri, per cui è difficile ritenere che siano stati uccisi, come ipotizzò Lucio Ceva in un articolo in "Italia Contemporanea"3 attingendo a fonti straniere. Da documenti della Croce rossa internazionale, che fece da tramite a scambi di prigionieri, si deduce che nel 1938 furono scambiati 433 prigionieri italiani contro 243 inglesi (esistono loro fotografie scattate prima dello scambio), 87 americani, 68 francesi, 11 svizzeri, 10 danesi, altrettanti svedesi e 4 cileni. Ora, un numero così elevato di italiani non poteva essere stato catturato che nella battaglia di Guadalajara, dove la cifra indicata dai diversi storici oscilla tra i trecento ed i cinquecento, compresi però i dispersi.
Archiviata la battaglia, l'autore denuncia l'ambiguità del governo fascista, che tollerò il contrabbando da parte di privati a favore della Repubblica cioè, mentre sosteneva i ribelli, permetteva di vendere al nemico prodotti quali grano, zucchero, derrate ed anche materiali strategici per l'industria bellica. L'Italia attuò un doppio gioco, attenta a non incorrere nelle ispezioni degli osservatori del Comitato di non intervento. Le navi delle compagnie di navigazione italiane trasportavano soprattutto grano ed orzo dai paesi danubiani, zucchero dall'Italia (si ritiene che l'80 per cento delle importazioni spagnole fossero prodotte in Italia), ma anche elettrodi per forni prodotti dalla Talco Grafite Valchisone, manganese ed altro. Vaquero Peláez elenca nomi di piroscafi e delle rispettive compagnie, porti di carico e scarico, date di partenza e d'arrivo, rotte seguite. Dapprima fu utilizzato il porto di Marsiglia poi, quando l'intenso traffico cominciò a destare sospetti, le navi cambiarono destinazione e toccarono prima porti africani, per poi raggiungere la Francia, da dove le merci venivano trasportate in Spagna. L'autore nelle note riporta a sostegno numerosi telespressi scambiati tra i diversi ministeri italiani coinvolti nel commercio (Affari esteri, Guerra, Marina, Comunicazioni), nonché ambasciate, consolati e legazioni. Un'ulteriore preoccupazione fu quella di controllare gli equipaggi delle navi, che a loro volta contrabbandavano valuta, gioielli o aiutavano disertori dell'esercito nazionalista a lasciare la Spagna.
Altro argomento inedito è quello dell'epurazione attuata nei confronti degli ufficiali ebrei, per effetto delle leggi razziali promulgate nel 1938 dal governo fascista. Una direttiva del Ministero degli Affari esteri disponeva il censimento degli ufficiali del Ctv, per rimpatriare quelli che rientravano nei cosiddetti cittadini di "razza ebraica". Ne furono censiti tre, di cui uno, il tenente colonnello di fanteria Giorgio Morpurgo, capo di Stato maggiore della divisione Frecce verdi, insignito in Spagna di tre medaglie di bronzo, in preda all'angoscia per l'affronto, la notte del 24 dicembre si suicidò, gettandosi dal ponte di Serós; fu decorato di medaglia d'oro alla memoria. Un altro alto ufficiale, che non poté essere rimpatriato, fu il console generale Alberto Liuzzi, comandante dell'11o gruppo della divisione Penne nere, caduto nella battaglia di Guadalajara, insignito anche lui con la medaglia d'oro e sepolto nel Sacrario militare di Saragozza in un settore riservato.
La parte sicuramente più interessante del libro è quella che riguarda la tumulazione delle salme dei soldati italiani del Ctv. Nel capitolo "La morte in cifre", l'autore indica in 3.796 il numero dei caduti, molto prossimo a quello stabilito dal Commissariato generale onoranze caduti del Ministero della Difesa italiano pari a 3.731 caduti, di cui 1.765 della Mvsn e 1.339 dell'esercito, più 133 morti in Italia e 218 dispersi. A dimostrazione del risultato delle sue ricerche presenta una serie di tabelle: a) indicazione dei duecentotrentasei cimiteri dove furono tumulate in un primo tempo le salme, suddividendo la Spagna in tre zone (Nord, Centro e Sud), più le isole Baleari. Interessante questa suddivisione perché dà una visione della maggiore o minore asprezza delle battaglie. Il maggior numero di morti (2.262) si ebbero nel Centro: Guadalajara (376), Ebro (1.074) e Catalogna (495). Quest'ultimo dato smentisce quanti sostennero che i repubblicani non si fossero difesi con accanimento; b) suddivisione dei caduti a seconda delle province di provenienza. Le principali furono: Napoli con 138 caduti, Catanzaro con 125, Bari con 105; c) ospedali italiani dove morirono i 133 feriti rimpatriati; d) suddivisione tra cimiteri militari (almeno cinque salme tumulate in un cimitero municipale), cimiteri di guerra (almeno cinque salme fuori dai cimiteri municipali), località con tombe isolate (meno di cinque salme dentro o fuori dei cimiteri municipali).
L'autore, in un inciso, non perdona agli italiani i bombardamenti aerei effettuati sulle città spagnole e, oltre ai conosciuti attacchi su Barcellona e Guernica, cita quello sulla città di Alcaniz del 3 marzo 1938, che causò, secondo i testimoni, da cinquecento a ottocento morti, cifra difficile da verificare. Inoltre ritorna sulla resa firmata a Santoña il 24 agosto 1937 dove gli italiani, dopo aver accettato la resa dei baschi a patto che la popolazione civile non fosse perseguitata, ai giovani non fosse imposto l'arruolamento nell'esercito di Franco ed i dirigenti politici potessero imbarcarsi su navi inglesi per lasciare la Spagna, rinnegarono i patti e cedettero alle pressioni di Franco, che diede inizio alla solita sanguinosa resa dei conti, non risparmiando, complice l'indifferenza delle autorità ecclesiastiche spagnole, anche sedici sacerdoti. Emilio Faldella, nel suo libro "Venti mesi di guerra in Spagna"4, conferma l'avvenuta accettazione della resa dei "rossi", anche se parla di resa incondizionata.
Vaquero Peláez nell'ultima parte del libro, "Fascismo e morte", ricorda come il governo di Franco, terminato il conflitto, convertisse i morti della sua parte in martiri. Quando la morte viene estratta dalla sfera privata, riservata a congiunti e conoscenti, per assumere l'immagine del sacrificio per una causa, di un atto di abnegazione, entra nell'evocazione popolare e si converte in uno spazio di memoria, una memoria di eroi. Sono ancora visibili in molti cimiteri monumenti, monoliti e targhe dedicati ai "caduti per Dio e per la Spagna", onorati anche in centri abitati e sulle facciate di molte chiese, mentre in angoli abbandonati di molti cimiteri o in zone impervie esistono fosse comuni dei "fucilati per Dio e per la Spagna". L'autore conclude con la presentazione del Sacrario militare della torre ossario di Sant'Antonio in Saragozza, dove sono tumulati i resti di 2.289 soldati del Ctv e quelle di 22 combattenti italiani delle brigate internazionali.
Appena conclusa la guerra il governo italiano fece costruire tra Burgos e Santander il monumento del Puerto del Escudo, dove furono tumulate le salme di 372 soldati caduti sul fronte nord nei combattimenti per la conquista delle province basche (marzo-ottobre 1937). Il monumento è ora in stato d'abbandono, dopo che 268 salme sono state rimpatriate e 104 tumulate a Saragozza. Costruito su un'altura di 1.100 metri, constava di una piramide di pietra a scaloni digradanti, al cui interno vi era una cripta con 360 loculi, ma in cui furono tumulate soltanto dodici salme, mentre le altre vennero sepolte all'esterno, in un cimitero circolare che faceva corona alla piramide. Dato che le salme dei caduti erano disseminate in centinaia di cimiteri sparsi in quasi tutte le province spagnole, il che rendeva difficoltoso aver cura delle tombe, il governo italiano, similmente a quanto era stato fatto per i caduti della prima guerra mondiale, decise di riunire in un unico ossario i morti di Spagna. Nel marzo 1941 una missione militare italiana scelse la città di Saragozza, l'antica colonia romana Cesareaugusta dal nome del suo fondatore, l'imperatore Augusto, in quanto vi sorgeva il Santuario del Pilar, uno dei templi religiosi più venerati della Spagna. Era dunque la sintesi tra la grandezza imperiale di Roma e la fede cristiana per il cui trionfo i legionari avevano combattuto ed erano morti.
Il 3 maggio 1942, alla presenza dell'ambasciatore italiano a Madrid e delle maggiori autorità civili, militari e religiose della città, fu posta la prima pietra della costruzione, che prevedeva una torre ossario con annessa una chiesa e un convento. Nella pietra fu sigillata una pergamena con le parole: "Regnando Vittorio Emanuele III, mentre l'Italia combatte contro i nemici del diritto e della Fede, sotto gli auspici di Mussolini e Franco, con la benedizione del Romano Pontefice Pio XII, quest'opera di pace secondo la tradizione dei padri per la diffusione della religione e la memoria dei legionari italiani caduti in Spagna si costruisce con romana grandezza. Il giorno 3 maggio 1942".
L'ambasciatore nel suo discorso affermò che veniva in nome del duce e dell'Italia a pagare un debito di gratitudine e d'ammirazione ai quattromila eroi suoi compatrioti che all'unità, alla grandezza e alla libertà della Spagna avevano sacrificato la loro vita. Le parole richiamavano quelle di Francisco Franco riportate nel preambolo del decreto del 1 aprile 1940, che stabiliva la costruzione del Mausoleo della Valle dei Caduti, destinato ad onorare "gli eroi ed i martiri della Cruzada". Però, la somma di 3.200.000 pesetas stanziata dall'Italia per coprire le spese dell'intera costruzione si esaurì prima che fosse completata per cui, colla caduta del fascismo, i lavori furono interrotti. All'epoca, la chiesa era praticamente finita; la torre raggiungeva i 20 metri d'altezza contro gli 80 previsti; il convento era costruito fino al primo piano.
I rappresentanti del nuovo governo italiano informarono Roma che secondo loro l'amministratore padre Pietro Bergamini non aveva gestito correttamente i fondi stanziati; la stessa accusa fu formulata dal rappresentante della Repubblica sociale, intervenuto dopo l'armistizio.
Alla fine della guerra il nuovo governo democratico italiano si trovò di fronte all'incongruenza di dover finanziare un'opera del regime fascista celebrante la memoria di caduti per Mussolini; venne allora deciso di dedicare l'opera "a tutti gli italiani caduti in Spagna appartenenti a tutti i partiti" e di reperire i fondi per ultimare la torre, ridotta a 42 metri, vendendo la parte del convento già costruita ed il terreno circostante ai padri cappuccini per la somma di 1.000.000 di pesetas. La torre fu inaugurata il 13 giugno 1945, mentre il 25 luglio dello stesso anno fu consacrata la chiesa. Sopra l'arco principale della cripta venne posta la lapide: "L'Italia a tutti i suoi caduti in Spagna", mentre in un altro lato della stessa un'altra lapide ricorda: "In questa torre ossario sono ricordati 4.183 italiani caduti in terra di Spagna nella guerra del 1936-1939".
Tra loro sono compresi 526 soldati delle Brigate internazionali accorsi per difendere la libertà e la democrazia spagnola.
Il recupero ed il trasporto delle 2.876 salme dei caduti del Ctv fu agevolato dal fatto che, se anche erano disseminati in numerosi cimiteri, al momento dell'inumazione i padri cappuccini incaricati delle sepolture avevano deposto nella fossa una bottiglia contenente l'indicazione di nome, grado, reparto e data della morte. Notevoli difficoltà sorsero nell'individuare le tombe dei brigatisti, definiti "rinnegati" dai fascisti, che in molti casi erano rimasti abbandonati sul luogo della morte o, se fucilati dopo la cattura, interrati in anonime fosse comuni; inoltre gli incaricati dal Commissariato onoranze caduti del recupero di queste salme non furono agevolati dalle autorità spagnole. Molti brigatisti giacevano in tombe anonime avendo, come disse la Pasionaria, "la terra di Spagna come sudario"; infatti, su circa 600 morti, furono solo 22 le salme di antifascisti riconosciute e sepolte nella torre ossario. Tutti gli anni, il 2 novembre, viene celebrata una messa in suffragio dei caduti mentre, in particolari occasioni, delegazioni delle associazioni d'arma delle due parti si recano al Sacrario per rendere loro omaggio con la deposizione di corone di fiori.
La lettura del secondo libro mi ha creato un certo disagio; infatti, mentre nei ringraziamenti ho ritrovato due persone, Luigi Paselli, che conosco personalmente, e Mimmo Franzinelli, di cui ho sempre apprezzato i lavori, vicine al mio pensiero, non mi sono trovato d'accordo su diversi punti del lavoro di Griner, inquadrato nel filone storico sulla guerra di Spagna iniziato da Sergio Romano, la cui pubblicazione dei diari di due combattenti antagonisti della guerra suscitò una feroce polemica.
Mentre, quando si tratta di eccidi o massacri commessi dai ribelli (Guernica, Badajoz) viene sempre evidenziato che i numeri sono stati gonfiati da scrittori favorevoli alla Repubblica, tale rettifica non appare quando vengono riportati eccidi di parte lealista. Ad esempio, nel citare le "pagine illuminanti per precisione e solerzia" di un articolo di Nello Quilici sulle uccisioni di religiosi (11 vescovi, 17.000 preti e centinaia e centinaia di religiosi), non viene precisato che in effetti le vittime furono 6.832, come accertato da una rigorosa ricerca del 1941 del sacerdote Antonio Montero Moreno (4.184 del clero secolare, 2.365 religiosi e 283 religiose), numero accettato dalla Chiesa. Di questi, 471 sono stati elevati agli onori degli altari da papa Giovanni Paolo II, non solo religiosi, ma anche laici uccisi per la loro devozione a Cristo.
Griner afferma che all'aprile 1938 gli italiani arruolati nelle brigate internazionali erano in tutto 2.908 contro i 40-50.000 del Ctv. Certo esiste una netta disparità tra le due cifre, ma occorrerebbe considerare che i garibaldini erano in massima parte emigrati dall'Italia per sfuggire alle persecuzioni fasciste o per cercare lavoro in paesi europei, che quindi costituivano un bacino di poche migliaia di possibili volontari e che agli antifascisti in Italia era estremamente difficile espatriare, dato il rigido controllo delle frontiere; quelli provenienti dalla penisola infatti furono poche centinaia.
La questione che i brigatisti si arruolarono per denaro mi sembra priva di fondamento; infatti percepivano una paga giornaliera di 10 pesetas (contro le 20, più indennità, percepite dai fascisti), delle quali riversavano una parte all'intendenza militare per aiuti alla popolazione spagnola, soprattutto ai bambini. La maggioranza fu senz'altro mossa da motivazioni ideologiche ed è innegabile che nel prosieguo della guerra si ebbero disillusioni e malumori, che portarono anche a tentativi di diserzione.
In tutto questo s'inquadra la correlazione posta dall'autore tra il Lajolo prima fascista e poi antifascista, di cui vengono citati in contrapposizione brani dallo stesso pubblicati prima e dopo il diventare un "voltagabbana". Sono espressioni di due diversi modi di vedere la vita; prima fu un entusiasta fascista poi, deluso dagli sviluppi della politica mussoliniana, si ricredette e cambiò bandiera. Ai giorni nostri sono diversi i politici che hanno militato nel Partito comunista italiano e sono passati al fronte opposto o figli di famosi personaggi della sinistra che, nutriti dal "latte rosso", si sono ricreduti per diventare fieri oppositori degli ideali paterni. L'importante sarebbe spiegare con chiarezza il perché senza rinnegare il passato.
Riguardo ai bombardamenti effettuati dall'aviazione nazifascista mi sembrano giuste due precisazioni. La prima: Guernica era un bersaglio importante, sede di comando, con fabbriche d'armi ed un ponte strategico; peccato però che questi due ultimi obiettivi non furono bombardati, ma tutte le bombe caddero sulla città. Così come l'affermare che le vittime furono meno di duecento è l'accettare il "minimo stimabile", mentre da studi comparativi fatti avendo come riferimento i bombardamenti alleati della seconda guerra mondiale si otterrebbe una cifra di trecento-quattocento morti.
L'affermazione che il bombardamento di Barcellona del 18 marzo 1938, effettuato da aerei italiani di stanza a Maiorca, non causò vittime, viene smentito dai dati ufficiali dell'Esposizione che quest'anno, a Barcellona, ha ricordato le 285 incursioni italiane compiute dal 13 febbraio 1937 al 24 gennaio 1939, causando 2.550 morti. In particolare, dai succitati dati si desume che i bombardamenti del 18, 19 e 20 marzo 1938 fecero 1.300 morti e 22.000 feriti. La città ha voluto ricordare tutte le vittime con un monumento dell'artista Margarita Andreu posto alla confluenza tra la Gran Via e la Rambla de Catalunya. Come successe per il bombardamento di Guernica, di cui la Germania si scusò ufficialmente, donando alla città un centro sportivo, così l'Assessorato alla Cultura del Parlamento catalano ha presentato una mozione per esigere le scuse dell'Italia, mozione che non ha avuto seguito.
La fotografia del miliziano incatenato alla mitragliatrice scattata da un ufficiale del Ctv e largamente divulgata potrebbe essere un falso fotografico con un chiaro intento propagandistico, come quella del famoso miliziano di Robert Capa, come è falsa quella dei marines ad Iwo Jima, presa a modello per il monumento del cimitero di Arlington a Washington. Nel "Corriere della Sera" del 13 febbraio 1938 era apparsa una foto dove "con bestiale ferocia dei bolscevichi spagnoli" esponevano delle teste umane mozzate di prigionieri, ma il falso venne smascherato dimostrando che la foto era stata scattata durante le guerre marocchine ed era già stata riprodotta in un libro pubblicato a Parigi nel 1927. In realtà i massacratori erano legionari del Tercio, la legione straniera spagnola.
Mentre viene giustamente riconosciuto l'intervento umanitario per tentare di limitare i massacri dei franchisti nelle città occupate, si dimenticano i brigatisti italiani uccisi a pugnalate a Guadalajara dalle camicie nere e la brutta figura fatta dagli italiani a Santoña nel corso dell'occupazione dei Paesi baschi, sopra ricordata.
Quanto al fatto che i combattenti fascisti siano caduti nel dimenticatoio, una certa colpa è attribuibile alla loro organizzazione, che pure nel dopoguerra ha sempre partecipato a manifestazioni in Spagna, sia a Saragozza che alla Valle de los Caidos. Non conosco il numero degli iscritti a detta associazione ma, considerando quanti andarono in Spagna, dovrebbe avere avuto migliaia d'iscritti. L'Associazione italiana combattenti volontari antifascisti di Spagna, che ha potuto contare su poche centinaia di reduci ed un limitato numero di simpatizzanti, è riuscita a produrre due volumi, numerosi opuscoli, una pagina web e ad organizzare viaggi in Spagna e manifestazioni commemorative in Italia. Ritengo che i reduci antifascisti dalla Spagna non abbiano mai superato il migliaio, cifra ottenuta sommando ai 749 confinati od incarcerati dal fascismo (meno i 51 morti nella guerra di liberazione) quelli rientrati in Italia dall'esilio.
Infine, definire screditata la concezione che in Spagna vi fu una lotta tra fascismo ed antifascismo non mi sembra giusto; i brigatisti infatti accorsero a difendere una Repubblica il cui governo era stato legalmente eletto e che i generali golpisti insorsero per abbattere. Che la democrazia, con il prosieguo della guerra, fosse da parte lealista limitata è comprensibile, tenuto conto del tragico momento vissuto dalla Repubblica, che aveva contro tutti, stati interventisti e stati cosiddetti neutrali. Che la Spagna divenisse un satellite sovietico è molto improbabile, i futuri satelliti furono tutti confinanti con l'Urss, che in quel preciso contesto storico teneva molto di più ad un accordo con Francia ed Inghilterra in funzione antigermanica, che ad espandere la sua ideologia in Europa occidentale.
Se fu un merito del fascismo quello di arrestare il bolscevismo in Spagna, allora possiamo dedurne che, se Hitler avesse sconfitto l'Urss, lo avrebbe cancellato in tutta Europa e, distrutta l'Armata rossa, avrebbe potuto trasferire le sue divisioni migliori in Occidente ed invadere l'Inghilterra, dopo di che l'intero continente sarebbe diventato nazista ed i forni di Auschwitz avrebbero dovuto essere moltiplicati per eliminare gli antagonisti del Nuovo ordine.
L'ipotesi che la vittoria di Franco abbia impedito alla Spagna di divenire comunista resta da dimostrare, in quanto i seguaci di Stalin erano una minoranza (ancora nel gennaio 1938 Togliatti segnalava al Comintern in duecentomila l'effettiva forza numerica del Partito comunista spagnolo). Infatti, quando essi sostennero la necessità di continuare la guerra dopo la caduta della Catalogna, i militari che controllavano le province centrali si opposero ed appoggiarono il golpe del colonnello Casado.
Gabriele Ranzato, il maggiore storico italiano della guerra di Spagna, nell'introduzione a "L'eclissi della democrazia"5, ritenuto il libro italiano più completo sul conflitto, a proposito dei rapporti tra l'Urss e la Spagna scrive: "Nella seconda fase della guerra, quando la rivoluzione era stata ridimensionata e la Repubblica per diversi mesi fu governata da una coalizione in cui i democratici avevano una posizione di rilievo, l'astensione di Francia ed Inghilterra da qualsiasi intervento che favorisse e incoraggiasse quella componente politica a risolvere la guerra e a consolidarsi nel governo del paese, fu, sotto il profilo della loro vocazione democratica, molto più ingiustificata di quanto non fosse stata nella fase precedente. È vero che nella Spagna repubblicana russi e comunisti continuarono ad avere un ruolo di crescente importanza. Ma tutto ciò che ci è noto induce a credere che essi sarebbero stati ben lieti di lasciare alle potenze democratiche libero il campo, sia militare sia politico, solo se queste avessero voluto".
Resta tuttavia da chiedersi se un eventuale avvento del comunismo in Spagna avrebbe instaurato un regime più sanguinoso di quello di Francisco Franco. Il governo Zapatero, il cui nonno, ufficiale dell'Esercito repubblicano, fu fucilato dai franchisti, ha varato la Ley de Memoria Histórica per onorare i morti lealisti, legge che ha permesso di localizzare duecentottantatré fosse comuni in cui si ritiene siano sepolti i trentamila desaparecidos denunciati dai familiari.
Con la fine della guerra, la Spagna divenne un enorme cimitero (le vittime della repressione furono decine di migliaia) e proliferarono i campi di lavoro forzato, dove i vinti più fortunati, sfuggiti ai plotoni di esecuzione, lavorarono come schiavi alla ricostruzione del paese e ad erigere il mausoleo della Valle dei Caduti. Camminate sull'erba del Fossar della Pedrera a Barcellona e vi sembrerà di sentire le voci di quanti vi furono sepolti, repubblicani uccisi dopo un processo sommario e civili barcellonesi morti nei bombardamenti dell'aviazione legionaria, che tanto contribuì a salvare la Spagna dal comunismo.


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