Pietro Ramella

Gli errori e la sconfitta
della Repubblica spagnola nel 1936-39



Questa ricerca intende evidenziare gli errori politici, militari, economici e sociali, compiuti nella Spagna repubblicana durante la guerra civile, che, uniti all'azione militare dei ribelli e alla calcolata indifferenza delle democrazie occidentali, determinarono la sconfitta del governo, democraticamente eletto, della Repubblica. Saranno esaminati esclusivamente i fatti senza esprimere giudizi di merito, giacché questi necessiterebbero di un approfondimento ben più ampio, punto per punto, ricordando che soprattutto quelli concernenti le scelte politiche, che in primis condizionarono la breve esperienza democratica spagnola, sono tuttora oggetto di vivaci discussioni. Il peccato originale dei repubblicani - e la genesi di tutti gli errori - fu l'aver preteso di governare senza incidere profondamente sulle strutture di base dello stato monarchico, vale a dire l'apparato statale (esercito di casta, amministrazione pubblica reazionaria e forze repressive antipopolari) e le classi conservatrici (oligarchia finanziaria e aristocrazia latifondista), basi del tradizionale compromesso borghesi-proprietari terrieri, che aveva bloccato le rivoluzioni del secolo XIX a scapito delle classi popolari, ora frustrate dalla più pesante crisi economica (1929-1933) di tutta la storia del capitalismo. Il governo repubblicano aveva tentato di ristrutturare l'esercito riducendo il numero degli ufficiali e di limitare il potere della Chiesa; aveva sì inserito nel suo programma la riforma agraria, ma era un provvedimento applicato timidamente, per paura di apparire troppo rivoluzionario e di perdere così l'appoggio delle classi medie che lo avevano votato: il solito problema dei "moderati", la massa grigia - per ricordare De Felice - che, temendo di perdere lo status quo, propugna di cambiare tutto perché tutto resti come prima.
Le classi popolari passarono da un breve periodo d'entusiastica speranza ad uno di profonda delusione, comprendendo che la Repubblica era rimasta alla mercé di un potere monarchico virtuale, vale a dire alla mercé dei suoi nemici. Qui stanno le radici della sollevazione monarchico-clericale-fascista; di qui la genesi dei gravi errori e delle cause profonde del disastro repubblicano.
L'errore più grave compiuto dai governanti spagnoli fu la colpevole inefficienza dimostrata nel non aver stroncato la sollevazione quando questa era nella sua fase preparatoria, nell'aver sottovalutato il pericolo e l'estensione del fenomeno. Essi erano al corrente infatti che, fin dalla vittoria del Frente popular, gli alti ufficiali stavano complottando e conoscevano la circolare dell'aprile 1936 in cui il generale Mola stabiliva i piani per la presa del potere. Anche il suo trasferimento dal Marocco si rivelò in seguito un grave sbaglio, giacché gli si diede modo di portare la sedizione al Nord, nell'inaffidabile Navarra, mentre prima era relegato nell'infida colonia, dove l'Armata d'Africa, Regulares e Tercio de lo Extranieros, era più fedele ai suoi ufficiali che al governo. Mola, in Navarra, poté contare sui tradizionalisti carlisti, cattolici e monarchici, politicamente avversi alla Repubblica e sulla loro organizzazione paramilitare, i requetés, che sin dal marzo 1934 avevano ottenuto finanziamenti ed armi da Mussolini per il loro progetto di ripristinare la monarchia in Spagna.
Raymond Carr, in "Storia della Spagna 1808-1939", sostiene che esisteva un chiaro disegno politico, appoggiato dai presidenti della Repubblica e del Consiglio dei ministri, che, sottovalutando la forza dei rivoltosi, riteneva di poter riuscire a stroncare facilmente la rivolta nella penisola per poi intervenire in Marocco, di modo che, una volta sconfitti i generali faziosi, le forze armate sarebbero state epurate dagli elementi inaffidabili e la Repubblica avrebbe potuto contare su un esercito totalmente fedele. In ogni caso non fu concertato un programma d'azione ed una tattica precisa contro i congiurati; in realtà si temeva sia l'avanzata del fascismo, sia una maggiore presa di potere delle forze popolari. Quando la rivolta scoppiò in Marocco nel pomeriggio del 17 luglio 1936 il primo ministro Casares Quiroga, anziché impartire rapide e decisive disposizioni per stroncare la rivolta, diede le dimissioni, creando, nel momento più difficile, un vuoto di potere. A sua volta il presidente della Repubblica Manuel Azaña, anziché nominare quale sostituto un personaggio deciso e capace, affidò a Martinez Barrio il compito di negoziare un accordo con il generale Mola, offrendogli il Ministero della Guerra. Di fronte al rifiuto del militare e spaventato dalle manifestazioni di piazza che reclamavano la consegna di armi al popolo, anche Martinez Barrio rinunciò al mandato ricevuto. Azaña incaricò allora José Giral Pereira di assumere la presidenza dell'esecutivo in cui fu cambiato un solo ministro, quello degli Interni, e dove non erano presenti esponenti dei partiti della sinistra tradizionale. Giral Pereira, denunciando la preoccupazione di dare armi al popolo per la paura di innestare una controrivoluzione ugualmente pericolosa nella sua visione di repubblicano moderato, amante dell'ordine, tergiversò due giorni e alla fine, quando ormai era troppo tardi, cedette.
L'entusiasmo e il coraggio delle masse popolari, insieme alle unità delle forze di polizia e dell'esercito rimaste fedeli, riuscirono a stroncare i piani dei rivoltosi nelle principali città della Spagna, Madrid e Barcellona, ma intere province erano perdute. La debolezza e l'indecisione del governo e dei suoi organi periferici trasferì il potere, come Giral aveva previsto, in mano a comitati cittadini che subito organizzarono loro milizie e questo anche per il grave errore del governo di sciogliere l'esercito e congedare le truppe, all'inizio della sollevazione, lasciando così il paese senza unità militari organizzate e senza l'infrastruttura indispensabile per una veloce ricostituzione delle forze armate. Il localismo del potere civile e militare impedì l'adozione di contromisure di più ampio respiro, soprattutto fu sottovalutata la decisiva importanza dei porti dell'Andalusia e dello stretto di Gibilterra per i ribelli, da cui la mancata concentrazione del massimo sforzo iniziale - terrestre, aereo e marittimo - per mantenerli sotto il controllo repubblicano. Di lì, infatti, vennero prima i soldati mercenari che avrebbero cambiato il rapporto di forze: marocchini e legionari, poi, lì, l'intervento nazista e fascista concentrerà i suoi maggiori sforzi, con lo sbarco di materiale e truppe. Era sull'Armata d'Africa che i faziosi contavano. Sapevano che nelle città peninsulari occupate avrebbero potuto resistere solo per un tempo limitato, se attaccati in forze. Erano le truppe comandate da Franco che avrebbero fatto pendere la bilancia dalla loro parte, quindi era essenziale trasferirle dal Marocco. Si sarebbe dovuto sin dall'inizio presidiare lo stretto di Gibilterra, in cielo ed in mare, così da bloccare il piccolo ponte aereo, il primo nella storia militare, messo in atto da Franco per mandare rinforzi alle guarnigioni fedeli in Andalusia, dopo la presa di potere del generale Queipo de Llano. Erano pochi aerei lenti che sarebbero stati facile preda degli aerei da caccia in mano ai lealisti, che trasportarono poche centinaia di soldati ma furono sufficienti, con i rivoltosi traghettati per mare (circa cinquecento) - anche questi non intercettati - a mantenere il possesso di Granada, Siviglia, Cordoba e dei porti di Cadice e Algeciras.
Il trasferimento del grosso delle truppe inizierà solo ai primi di agosto, quando Franco avrà ottenuto da Mussolini e Hitler aerei moderni capaci di trasportare molti soldati e di tenere lontane le navi da guerra rimaste fedeli alla Repubblica; passarono quindi due settimane prima che il grosso delle forze nazionaliste sbarcasse in Spagna, ed in tutto questo tempo da parte repubblicana si fu latitanti.
La Repubblica disponeva di circa trecento aerei, anche se obsoleti, e della parte migliore della flotta, dotata di un efficiente Dca, che se impiegati in modo coordinato sarebbero stati in grado di bombardare porti e campi di aviazione in mano ai ribelli ed intercettare navi ed aerei che trasportavano mori e legionari. Gli aerei rimasero a terra mentre le navi - dopo un breve scontro - ritornarono alla fonda a Cartagena, a quasi seicento chilometri dallo stretto di Gibilterra.
Nella confusione dei primi giorni dell'alzamiento, mancando una direzione militare unitaria delle operazioni, tutto fu lasciato all'iniziativa dei comitati locali, che naturalmente si preoccuparono dei fronti a loro più vicini. Da Barcellona si andò a combattere in Aragona, la perdita di Saragozza era per gli anarchici intollerabile; da Madrid si salì sulle sierre o si andò a Toledo dove i ribelli resistevano nell'Alcazar. Non si comprese che il pericolo era più a Sud, si lasciò che le improvvisate formazioni di miliziani inesperti affrontassero i professionisti dell'Armata d'Africa, che in tre mesi percorsero oltre quattrocento chilometri dallo stretto di Gibilterra a Madrid, lasciando dietro di sé una scia di sangue.
Solo alla fine di settembre si procedette alla militarizzazione delle milizie, primo passo per la costituzione di un esercito organizzato, iniziando a porre fine ad una situazione di caos generata dal fatto che ogni gruppo politico o sindacale disponeva di sue unità combattenti e le utilizzava secondo i propri disegni. Il provvedimento è ancora oggi motivo d'accese discussioni, i libertari lo contestano aspramente ritenendo che così fu soffocata la rivoluzione che avrebbe cambiato l'assetto socio-economico della Spagna. L'esercito, creato quasi ex novo, aveva come struttura base le brigate miste; mancò però la predisposizione di un piano generale organico per la conduzione della guerra, che mobilitasse tutte le risorse militari, umane, economiche ed industriali, coordinato da un efficiente comando unico. È sufficiente leggere "Omaggio alla Catalogna" di Orwell, combattente in una colonna del Poum, per comprendere le lacune dell'armata repubblicana: armamento antiquato, un solo pastrano per tre soldati, una disciplina più cameratesca che militare, dove il subalterno trattava alla pari il superiore, ma soprattutto ne discuteva gli ordini. La confusione poi era generata dall'alto.
Aldo Morandi denunciò che i quattro battaglioni che costituivano l'86a brigata mista ai suoi ordini, dipendevano da tre centri di comando differenti: il 20o battaglione internazionale dipendeva dalla sede di Albacete, i due battaglioni di carabineros dipendevano dal Ministero delle Finanze, mentre il battaglione "Iglesias", costituito da anarchici, dipendeva dal Ministero della Guerra, con conseguenti difficoltà di approvvigionamento, sostituzione delle perdite, ecc. I governanti e gli alti comandi militari repubblicani non avevano previsto una guerra di movimento, che si sviluppasse su più fronti, e cercarono di reagire nel corso della stessa, affrontando una situazione d'estrema e sempre crescente complessità, vissuta in un clima politico destabilizzante ed aggravato dal determinante intervento armato esterno e dal blocco dei rifornimenti attuato, nel rispetto del patto di non intervento, solo nei confronti della Repubblica, mentre era sistematicamente violato da Italia, Germania e Portogallo, non dimenticando la Texas Oil Company, che per tutta la durata della guerra fornì a credito ai ribelli quasi due milioni di tonnellate di carburante.
Mancò una concezione moderna della guerra, cioè la capacità di sfruttare gli sviluppi delle offensive o delle controffensive, fondate sulla potenza di fuoco e mobilità delle riserve, nella coordinazione rigorosa delle operazioni terrestri, aeree, e marittime. Si attaccarono posizioni nemiche fortificate con attacchi frontali estremamente sanguinosi con scarso appoggio di artiglieria, carri armati ed aviazione, che pochi agguerriti difensori potevano contenere. Era la stessa concezione della guerra 1914-18 che tanti morti aveva disseminato sui campi d'Europa.
Tra i militari professionisti repubblicani predominava il concetto che il miliziano non era idoneo a combattere, mentre avrebbero dovuto adattarlo alle esigenze della guerra, applicando moderne concezioni operative al nuovo soldato che nasceva per iniziativa popolare. Era ovvio che l'inferiorità organica e tecnica, la mancanza di quadri di comando preparati, così come di una rigorosa disciplina, dovevano essere compensate dalla superiorità numerica nei settori decisivi, creando grandi riserve, per chiudere le brecce, sviluppare le offensive e riconquistare le posizioni perdute, intensificando nel frattempo l'istruzione militare a tutti i livelli, al fronte e nella retroguardia. Invece l'impiego di riserve strategiche in piccoli scaglioni successivi dava modo al nemico di sconfiggerle, senza ampliare il piano delle operazioni. Queste furono condotte senza la dovuta preparazione, che avrebbe dovuto essere basata su un'analisi obiettiva dei fattori (nemico, terreno, proprie truppe), che solo un'efficiente attività d'intelligence poteva fornire. In realtà il servizio di spionaggio fu insufficiente ed inadeguato, incapace di determinare dove il nemico fosse numericamente e materialmente inferiore, così da poter avviare con successo delle iniziative d'attacco. Fu più sviluppato nel fronte interno per scoprire i membri della tanto temuta Quinta colonna. Forse l'esempio più eloquente sarà la seconda offensiva contro Saragozza (ottobre 1937), dove fu ripetuto in un terreno maggiormente fortificato e difeso dai franchisti (Mediana-Fuentes de Ebro), con minor dispiegamento di truppe e mezzi (salvo i tank), lo stesso piano d'operazioni che solo un mese prima era fallito. V'era inoltre la mancanza di un'autentica strategia di linee fortificate nella zona interna, come si era predisposto in altre regioni (Centro, Levante, Ebro). I piani dello stato maggiore centrale si limitavano a determinare una serie d'asperità naturali che non venivano predisposte come linee difensive con il dispiegamento di riserve o campi trincerati nella profondità del territorio, almeno nelle principali direzioni strategiche. Ciò influì pesantemente sullo sviluppo d'alcune campagne (Aragona, Catalogna), ostacolando il passaggio dalla difesa mobile a quella rigida in posizioni predisposte e fortificate in anticipo, e causò le più pesanti sconfitte. Da sottolineare anche la dispersione di forze in operazioni secondarie, come la fallita conquista di Maiorca, quando era in pericolo la difesa del cuneo tra le due zone faziose. Si lasciò solo il Nord e ci si disinteressò del fronte Sud, dove non fu mai preso in considerazione il progetto di un'offensiva che avrebbe consentito di tagliare le linee di rifornimenti del nemico, poiché le navi italiane continuavano a scaricare armi e munizioni nei porti andalusi. Inoltre la tendenza a volersi forti in ogni luogo, frazionando le forze ed i mezzi necessari per le operazioni decisive, fece sì che tutte le grandi battaglie si esaurissero sempre per mancanza di riserve, immobilizzate in altri luoghi e delle quali si sarebbe dovuto fare un rapido uso. Dentro ad un'insufficienza generale di truppe e mezzi, la superiorità delle forze nel luogo e nel momento decisivo poteva unicamente essere conseguita mediante audaci concentramenti successivi nel settore necessario, al prezzo di indebolire al massimo tutti gli altri fronti. Una sola volta, davanti alla minaccia portata dal Corpo truppe volontarie di Mussolini, si sguarnirono le difese di Madrid per concentrare il meglio delle forze repubblicane contro l'incombente nemico e l'esito della battaglia di Guadalajara diede ragione a quest'iniziativa, che poi, però, rimase fine a stessa, mentre si sarebbe dovuto incalzare il nemico e con una manovra a tenaglia minacciare alle spalle i franchisti sulla difensiva in Aragona. La strategia del comando centrale era sempre la stessa: avviare un'offensiva contro un qualche obiettivo nemico quando i ribelli iniziavano un attacco contro un caposaldo repubblicano: si pensi all'offensiva di Brunete nel luglio 1937, mentre i nazionalisti stavano preparandosi ad avanzare al Nord su Santander, o a quella d'Aragona dell'autunno dello stesso anno, mentre Franco puntava sulle Asturie. Anche la più importante, quella che passò alla storia come la battaglia dell'Ebro, avvenne quando i nazionalisti stavano tentando di avanzare nella regione valenciana. L'intento era di distogliere forze nemiche dal loro fronte d'attacco, operazioni che non sortirono mai l'esito sperato.
Altri fattori di debolezza furono l'eccessiva concentrazione di truppe del fronte madrileno (1938-1939), quando il centro di gravità della guerra si era già sviluppato in altri settori: Aragona, Levante, Ebro, Estremadura, Catalogna, sempre scarsi di riserve, e l'assurdità di mantenere le unità sempre vicine ai luoghi di provenienza dei soldati: solo le Brigate internazionali infatti furono in alcune occasioni utilizzate su tutti i fronti. Inoltre fu particolarmente grave, per non spostare truppe nazionali più addestrate, mandare in linea i volontari delle Brigate internazionali dopo un addestramento incompleto ed affrettato, il che comportò pesanti perdite; si pensi allo sbandamento di due battaglioni (il 9o ed il 12o) della 14a brigata in Andalusia nel dicembre 1936 o ai numerosi caduti del battaglione "Lincoln" nella battaglia del Jarama. Ci furono, invece, unità, addestrate da tempo, che dislocate in settori tranquilli di un fronte lungo tremila chilometri, sarebbero state coinvolte in limitate scaramucce o scontri tra pattuglie in tutta la durata della guerra. L'errore fu il non aver attivato dai primi giorni la guerriglia, sotto un comando unico, in tutto il territorio occupato dai ribelli, organizzando gruppi operativi con cui indebolire la forze del nemico, attaccarle alle spalle e bloccare con atti di sabotaggio l'arrivo dei rifornimenti vitali. In pratica si sarebbe dovuta applicare la tattica con cui era stato sconfitto Napoleone un secolo prima.
Da evidenziare anche l'utilizzazione inadeguata, insufficiente e anomala delle forze navali, importanti quanto a numero, capacità di manovra e potenza di fuoco. La loro attività fu praticamente nulla nell'ultimo anno di guerra, salvo alcune missioni di pattugliamento e scorta, fino al ritiro a Biserta, quando abbandonarono alla loro sorte le coste e le acque repubblicane alla vigilia del tradimento di Casado. Da ricordare il mancato sfruttamento coordinato delle risorse, gestite secondo l'ideologia imperante nelle diverse zone repubblicane, dove in alcune era stata collettivizzata la terra, socializzate le imprese, abolita la moneta, privilegiando gli interessi di limitate porzioni della popolazione. La mobilitazione e la riconversione dell'economia repubblicana furono lente e parziali, soprattutto di quella industriale; le risorse alimentari e umane, il commercio estero e la guida del sistema produttivo, non furono armonizzate con le necessità della guerra (armamento, munizioni, viveri ed equipaggiamento principalmente). Si sarebbero dovute utilizzare tutte le risorse umane e materiali, ristrutturare l'industria in chiave bellica sotto la direzione di un coordinamento centrale, nazionalizzando i settori chiave della produzione, concentrare nelle mani dello stato repubblicano tutte le risorse economiche del paese, stabilire il controllo del governo sulle imprese ed il commercio estero, difendere la piccola industria, così come gli interessi dei contadini, istituire un ordine ferreo in tutta la Repubblica ed essere inflessibili con tutti i violatori dello stesso, finché durava il conflitto. Molti dei dirigenti repubblicani non capirono le condizioni né il carattere della guerra che si stava sviluppando, né le regolarità obiettive di tutta la lotta armata, la necessità di un piano e di regole a livello nazionale, l'importanza di una difesa civile efficace e ben coordinata con l'esercito. Per questo mancò una visione politica e strategica congiunta, una valorizzazione adeguata dei piani dell'avversario, come fattori centrali per le grandi decisioni. Da parte repubblicana si sarebbe dovuta concedere l'indipendenza alle colonie marocchine, creando una corrente di nazionalismo tale da fermare l'afflusso di combattenti africani nelle file dei ribelli e fomentare una rivolta che avrebbe costretto Franco ad inviare le sue truppe migliori per far fronte e questa minaccia. Forse non fu fatto per non creare difficoltà al governo del Fronte popolare francese che si trovava alle prese con lo stesso problema propugnato dai comunisti.
Verso la fine del conflitto, quando tutto era perduto, si sarebbe dovuto dichiarare guerra alla Germania, all'Italia ed al Portogallo, che apertamente aiutavano Franco, così da creare una premessa all'imminente guerra mondiale. D'altronde la stessa Unione Sovietica non dichiarò guerra alla Spagna franchista quando il caudillo mandò decine di migliaia di spagnoli della divisione "Azul" a combattere sotto le insegne naziste, tenuto conto che la Spagna era l'unico paese non occupato o controllato dai nazisti ad inviare soldati.
Tutti gli errori menzionati hanno profonde radici storiche, politiche e socio-politiche. Qualsiasi di questi avrebbe posto in grave difficoltà un esercito regolare e ben preparato ed agguerrito; tutti questi uniti resero impossibile che il nascente esercito della Repubblica affrontasse vittoriosamente il triplice attacco dei ribelli, dell'intervento armato straniero e del blocco organizzato delle grandi potenze fasciste e non interventiste. Però tutti questi gravi errori strategici, ed i molti politici che potrebbero enumerarsi - fattori che contribuirono alla sconfitta della Repubblica - impallidiscono davanti alla grandezza della lotta popolare di quasi tre anni per una causa storica e giusta, sostenuta dai repubblicani spagnoli e che diede inizio al confronto armato con il fascismo, contribuì eroicamente alla sconfitta mondiale dello stesso ed al ritorno della democrazia in Europa. La Spagna repubblicana fu in buona misura - nonostante la sconfitta - scuola, culla e madre dell'Europa di oggi, anche se fu in seguito dimenticata. Nei suoi brevi otto anni di esistenza la Repubblica spagnola lottò impugnando le armi contro il fascismo, e cadde in piedi in una battaglia cruenta ed ineguale che fu prologo e prova del "secondo ciclo di guerre e rivoluzioni in Europa", mettendo a nudo la vera faccia di partiti, stati, ideologie e sistemi.