Pietro Ramella
Gli errori e la sconfitta
della Repubblica spagnola nel 1936-39
"l'impegno", a. XXII, n. 2, dicembre 2002
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Questa ricerca intende evidenziare gli errori politici, militari, economici e sociali, compiuti nella Spagna
repubblicana durante la guerra civile, che, uniti all'azione militare dei ribelli e alla calcolata indifferenza delle
democrazie occidentali, determinarono la sconfitta del governo, democraticamente eletto, della Repubblica. Saranno
esaminati esclusivamente i fatti senza esprimere giudizi di merito, giacché questi necessiterebbero di un
approfondimento ben più ampio, punto per punto, ricordando che soprattutto quelli concernenti le scelte politiche, che
in primis condizionarono la breve esperienza democratica spagnola, sono tuttora oggetto di vivaci discussioni. Il peccato
originale dei repubblicani - e la genesi di tutti gli errori - fu l'aver preteso di governare senza incidere
profondamente sulle strutture di base dello stato monarchico, vale a dire l'apparato statale (esercito di casta, amministrazione
pubblica reazionaria e forze repressive antipopolari) e le classi conservatrici (oligarchia finanziaria e aristocrazia
latifondista), basi del tradizionale compromesso borghesi-proprietari terrieri, che aveva bloccato le rivoluzioni del
secolo XIX a scapito delle classi popolari, ora frustrate dalla più pesante crisi economica (1929-1933) di tutta la storia
del capitalismo. Il governo repubblicano aveva tentato di ristrutturare l'esercito riducendo il numero degli ufficiali e
di limitare il potere della Chiesa; aveva sì inserito nel suo programma la riforma agraria, ma era un
provvedimento applicato timidamente, per paura di apparire troppo rivoluzionario e di perdere così l'appoggio delle classi
medie che lo avevano votato: il solito problema dei "moderati", la massa grigia - per ricordare De Felice - che, temendo
di perdere lo status quo, propugna di cambiare tutto perché tutto resti come prima.
Le classi popolari passarono da un breve periodo d'entusiastica speranza ad uno di profonda delusione,
comprendendo che la Repubblica era rimasta alla mercé di un potere monarchico virtuale, vale a dire alla mercé dei
suoi nemici. Qui stanno le radici della sollevazione monarchico-clericale-fascista; di qui la genesi dei gravi errori e
delle cause profonde del disastro repubblicano.
L'errore più grave compiuto dai governanti spagnoli fu la colpevole inefficienza dimostrata nel non aver
stroncato la sollevazione quando questa era nella sua fase preparatoria, nell'aver sottovalutato il pericolo e
l'estensione del fenomeno. Essi erano al corrente infatti che, fin dalla vittoria del
Frente popular, gli alti ufficiali stavano
complottando e conoscevano la circolare dell'aprile 1936 in cui il generale Mola stabiliva i piani per la presa del
potere. Anche il suo trasferimento dal Marocco si rivelò in seguito un grave sbaglio, giacché gli si diede modo di
portare la sedizione al Nord, nell'inaffidabile Navarra, mentre prima era relegato nell'infida colonia, dove
l'Armata d'Africa, Regulares e Tercio de lo
Extranieros, era più fedele ai suoi ufficiali che al governo. Mola, in
Navarra, poté contare sui tradizionalisti carlisti, cattolici e monarchici, politicamente avversi alla Repubblica e sulla
loro organizzazione paramilitare, i
requetés, che sin dal marzo 1934 avevano ottenuto finanziamenti ed armi da
Mussolini per il loro progetto di ripristinare la monarchia in Spagna.
Raymond Carr, in "Storia della Spagna 1808-1939", sostiene che esisteva un chiaro disegno politico,
appoggiato dai presidenti della Repubblica e del Consiglio dei ministri, che, sottovalutando la forza dei rivoltosi, riteneva
di poter riuscire a stroncare facilmente la rivolta nella penisola per poi intervenire in Marocco, di modo che, una
volta sconfitti i generali faziosi, le forze armate sarebbero state epurate dagli elementi inaffidabili e la Repubblica
avrebbe potuto contare su un esercito totalmente fedele. In ogni caso non fu concertato un programma d'azione ed una
tattica precisa contro i congiurati; in realtà si temeva sia l'avanzata del fascismo, sia una maggiore presa di
potere delle forze popolari. Quando la rivolta scoppiò in Marocco nel pomeriggio del 17 luglio 1936 il primo
ministro Casares Quiroga, anziché impartire rapide e decisive disposizioni per stroncare la rivolta, diede le dimissioni,
creando, nel momento più difficile, un vuoto di potere. A sua volta il presidente della Repubblica Manuel Azaña,
anziché nominare quale sostituto un personaggio deciso e capace, affidò a Martinez Barrio il compito di negoziare
un accordo con il generale Mola, offrendogli il Ministero della Guerra. Di fronte al rifiuto del militare e
spaventato dalle manifestazioni di piazza che reclamavano la consegna di armi al popolo, anche Martinez Barrio rinunciò
al mandato ricevuto. Azaña incaricò allora José Giral Pereira di assumere la presidenza dell'esecutivo in cui fu
cambiato un solo ministro, quello degli Interni, e dove non erano presenti esponenti dei partiti della sinistra
tradizionale. Giral Pereira, denunciando la preoccupazione di dare armi al popolo per la paura di innestare una
controrivoluzione ugualmente pericolosa nella sua visione di repubblicano moderato, amante dell'ordine, tergiversò due giorni
e alla fine, quando ormai era troppo tardi, cedette.
L'entusiasmo e il coraggio delle masse popolari, insieme alle unità delle forze di polizia e dell'esercito
rimaste fedeli, riuscirono a stroncare i piani dei rivoltosi nelle principali città della Spagna, Madrid e Barcellona, ma
intere province erano perdute. La debolezza e l'indecisione del governo e dei suoi organi periferici trasferì il potere,
come Giral aveva previsto, in mano a comitati cittadini che subito organizzarono loro milizie e questo anche per il
grave errore del governo di sciogliere
l'esercito e congedare le truppe, all'inizio della sollevazione, lasciando così il
paese senza unità militari organizzate e senza l'infrastruttura indispensabile per una veloce ricostituzione delle forze
armate. Il localismo del potere civile e militare impedì l'adozione di contromisure di più ampio respiro,
soprattutto fu sottovalutata la decisiva importanza dei porti dell'Andalusia e dello stretto di Gibilterra per i ribelli, da cui
la mancata concentrazione del massimo sforzo iniziale - terrestre, aereo e marittimo - per mantenerli sotto il
controllo repubblicano. Di lì, infatti, vennero prima i soldati mercenari che avrebbero cambiato il rapporto di forze:
marocchini e legionari, poi, lì, l'intervento nazista e fascista concentrerà i suoi maggiori sforzi, con lo sbarco di
materiale e truppe. Era sull'Armata d'Africa che i faziosi contavano. Sapevano che nelle città peninsulari
occupate avrebbero potuto resistere solo per un tempo limitato, se attaccati in forze. Erano le truppe comandate da
Franco che avrebbero fatto pendere la bilancia dalla loro parte, quindi era essenziale trasferirle dal Marocco. Si
sarebbe dovuto sin dall'inizio presidiare lo stretto di Gibilterra, in cielo ed in mare, così da bloccare il piccolo ponte
aereo, il primo nella storia militare, messo in atto da Franco per mandare rinforzi alle guarnigioni fedeli in
Andalusia, dopo la presa di potere del generale Queipo de Llano. Erano pochi aerei lenti che sarebbero stati facile preda
degli aerei da caccia in mano ai lealisti, che trasportarono poche centinaia di soldati ma furono sufficienti, con i
rivoltosi traghettati per mare (circa cinquecento) - anche questi non intercettati - a mantenere il possesso di Granada,
Siviglia, Cordoba e dei porti di Cadice e Algeciras.
Il trasferimento del grosso delle truppe inizierà solo ai primi di agosto, quando Franco avrà ottenuto da
Mussolini e Hitler aerei moderni capaci di trasportare molti soldati e di tenere lontane le navi da guerra rimaste fedeli
alla Repubblica; passarono quindi due settimane prima che il grosso delle forze nazionaliste sbarcasse in Spagna, ed
in tutto questo tempo da parte repubblicana si fu latitanti.
La Repubblica disponeva di circa trecento aerei, anche se obsoleti, e della parte migliore della flotta, dotata di
un efficiente Dca, che se impiegati in modo coordinato sarebbero stati in grado di bombardare porti e campi di
aviazione in mano ai ribelli ed intercettare navi ed aerei che trasportavano mori e legionari. Gli aerei rimasero a
terra mentre le navi - dopo un breve scontro - ritornarono alla fonda a Cartagena, a quasi seicento chilometri dallo
stretto di Gibilterra.
Nella confusione dei primi giorni
dell'alzamiento, mancando una direzione militare unitaria delle operazioni,
tutto fu lasciato all'iniziativa dei comitati locali, che naturalmente si preoccuparono dei fronti a loro più vicini. Da
Barcellona si andò a combattere in Aragona, la perdita di Saragozza era per gli anarchici intollerabile; da Madrid
si salì sulle sierre o si andò a Toledo dove i ribelli resistevano nell'Alcazar. Non si comprese che il pericolo era più
a Sud, si lasciò che le improvvisate formazioni di miliziani inesperti affrontassero i professionisti dell'Armata
d'Africa, che in tre mesi percorsero oltre quattrocento chilometri dallo stretto di Gibilterra a Madrid, lasciando dietro di
sé una scia di sangue.
Solo alla fine di settembre si procedette alla militarizzazione delle milizie, primo passo per la costituzione di
un esercito organizzato, iniziando a porre fine ad una situazione di caos generata dal fatto che ogni gruppo politico
o sindacale disponeva di sue unità combattenti e le utilizzava secondo i propri disegni. Il provvedimento è
ancora oggi motivo d'accese discussioni, i libertari lo contestano aspramente ritenendo che così fu soffocata la
rivoluzione che avrebbe cambiato l'assetto socio-economico della Spagna. L'esercito, creato quasi
ex novo, aveva come struttura base le brigate miste; mancò però la predisposizione di
un piano generale organico per la conduzione
della guerra, che mobilitasse tutte le risorse militari, umane, economiche ed industriali, coordinato da un efficiente
comando unico. È sufficiente leggere "Omaggio alla Catalogna" di Orwell, combattente in una colonna del
Poum, per comprendere le lacune dell'armata repubblicana: armamento antiquato, un solo pastrano per tre soldati,
una disciplina più cameratesca che militare, dove il subalterno trattava alla pari il superiore, ma soprattutto ne
discuteva gli ordini. La confusione poi era generata dall'alto.
Aldo Morandi denunciò che i quattro battaglioni che costituivano l'86a brigata mista ai suoi ordini,
dipendevano da tre centri di comando differenti: il
20o battaglione internazionale dipendeva dalla sede di Albacete, i due
battaglioni di carabineros dipendevano dal Ministero delle Finanze, mentre il battaglione "Iglesias", costituito da
anarchici, dipendeva dal Ministero della Guerra, con conseguenti difficoltà di approvvigionamento, sostituzione
delle perdite, ecc. I governanti e gli alti comandi militari repubblicani non avevano previsto una guerra di
movimento, che si sviluppasse su più fronti, e cercarono di reagire nel corso della stessa, affrontando una situazione
d'estrema e sempre crescente complessità, vissuta in un clima politico destabilizzante ed aggravato dal determinante
intervento armato esterno e dal blocco dei rifornimenti attuato, nel rispetto del patto di non intervento, solo nei
confronti della Repubblica, mentre era sistematicamente violato da Italia, Germania e Portogallo, non dimenticando
la Texas Oil Company, che per tutta la durata della guerra fornì a credito ai ribelli quasi due milioni di tonnellate
di carburante.
Mancò una concezione moderna della guerra, cioè la capacità di sfruttare gli sviluppi delle offensive o delle
controffensive, fondate sulla potenza di fuoco e mobilità delle riserve, nella coordinazione rigorosa delle
operazioni terrestri, aeree, e marittime. Si attaccarono posizioni nemiche fortificate con attacchi frontali estremamente
sanguinosi con scarso appoggio di artiglieria, carri armati ed aviazione, che pochi agguerriti difensori potevano
contenere. Era la stessa concezione della guerra 1914-18 che tanti morti aveva disseminato sui campi d'Europa.
Tra i militari professionisti repubblicani predominava il concetto che il miliziano non era idoneo a
combattere, mentre avrebbero dovuto adattarlo alle esigenze della guerra, applicando moderne concezioni operative al
nuovo soldato che nasceva per iniziativa popolare. Era ovvio che l'inferiorità organica e tecnica, la mancanza di quadri
di comando preparati, così come di una rigorosa disciplina, dovevano essere compensate dalla superiorità
numerica nei settori decisivi, creando grandi riserve, per chiudere le brecce, sviluppare le offensive e riconquistare le
posizioni perdute, intensificando nel frattempo l'istruzione militare a tutti i livelli, al fronte e nella retroguardia. Invece
l'impiego di riserve strategiche in piccoli scaglioni successivi dava modo al nemico di sconfiggerle, senza
ampliare il piano delle operazioni. Queste furono condotte senza la dovuta preparazione, che avrebbe dovuto essere
basata su un'analisi obiettiva dei fattori (nemico, terreno, proprie truppe), che solo un'efficiente attività
d'intelligence poteva fornire. In realtà il servizio di spionaggio
fu insufficiente ed inadeguato, incapace di determinare dove il
nemico fosse numericamente e materialmente inferiore, così da poter avviare con successo delle iniziative
d'attacco. Fu più sviluppato nel fronte interno per scoprire i membri della tanto temuta Quinta colonna. Forse l'esempio più
eloquente sarà la seconda offensiva contro Saragozza (ottobre 1937), dove fu ripetuto in un terreno
maggiormente fortificato e difeso dai franchisti (Mediana-Fuentes de Ebro), con minor dispiegamento di truppe e mezzi (salvo
i tank), lo stesso piano d'operazioni che solo un mese prima era fallito. V'era inoltre la mancanza di
un'autentica strategia di linee fortificate nella zona
interna, come si era predisposto in altre regioni (Centro, Levante, Ebro).
I piani dello stato maggiore centrale si limitavano a determinare una serie d'asperità naturali che non venivano
predisposte come linee difensive con il dispiegamento di riserve o campi trincerati nella profondità del territorio,
almeno nelle principali direzioni strategiche. Ciò influì pesantemente sullo sviluppo d'alcune campagne
(Aragona, Catalogna), ostacolando il passaggio dalla difesa mobile a quella rigida in posizioni predisposte e fortificate
in anticipo, e causò le più pesanti sconfitte. Da sottolineare anche la dispersione di forze in operazioni
secondarie, come la fallita conquista di Maiorca, quando era in pericolo la difesa del cuneo tra le due zone faziose. Si
lasciò solo il Nord e ci si disinteressò del fronte Sud, dove non fu mai preso in considerazione il progetto di
un'offensiva che avrebbe consentito di tagliare le linee di rifornimenti del nemico, poiché le navi italiane continuavano a
scaricare armi e munizioni nei porti andalusi. Inoltre la tendenza a volersi forti in ogni luogo, frazionando le forze ed
i mezzi necessari per le operazioni decisive, fece sì che tutte le grandi battaglie si esaurissero sempre per
mancanza di riserve, immobilizzate in altri luoghi e delle quali si sarebbe dovuto fare un rapido uso. Dentro ad
un'insufficienza generale di truppe e mezzi, la superiorità delle forze nel luogo e nel momento decisivo poteva
unicamente essere conseguita mediante audaci concentramenti successivi nel settore necessario, al prezzo di indebolire al
massimo tutti gli altri fronti. Una sola volta, davanti alla minaccia portata dal Corpo truppe volontarie di Mussolini,
si sguarnirono le difese di Madrid per concentrare il meglio delle forze repubblicane contro l'incombente nemico
e l'esito della battaglia di Guadalajara diede ragione a quest'iniziativa, che poi, però, rimase fine a stessa, mentre
si sarebbe dovuto incalzare il nemico e con una manovra a tenaglia minacciare alle spalle i franchisti sulla
difensiva in Aragona. La strategia del comando centrale era sempre la stessa: avviare un'offensiva contro un qualche
obiettivo nemico quando i ribelli iniziavano un attacco contro un caposaldo repubblicano: si pensi all'offensiva di
Brunete nel luglio 1937, mentre i nazionalisti stavano preparandosi ad avanzare al Nord su Santander, o a quella
d'Aragona dell'autunno dello stesso anno, mentre Franco puntava sulle Asturie. Anche la più importante, quella che
passò alla storia come la battaglia dell'Ebro, avvenne quando i nazionalisti stavano tentando di avanzare nella
regione valenciana. L'intento era di distogliere forze nemiche dal loro fronte d'attacco, operazioni che non sortirono
mai l'esito sperato.
Altri fattori di debolezza furono l'eccessiva concentrazione di truppe del fronte madrileno (1938-1939),
quando il centro di gravità della guerra si era già sviluppato in altri settori: Aragona, Levante, Ebro, Estremadura,
Catalogna, sempre scarsi di riserve, e l'assurdità di mantenere le unità sempre vicine ai luoghi di provenienza dei
soldati: solo le Brigate internazionali infatti furono in alcune occasioni utilizzate su tutti i fronti. Inoltre fu
particolarmente grave, per non spostare truppe nazionali più addestrate, mandare in linea i volontari delle Brigate
internazionali dopo un addestramento incompleto ed affrettato, il che comportò pesanti perdite; si pensi allo sbandamento di
due battaglioni (il 9o ed il
12o) della 14a brigata in Andalusia nel dicembre 1936 o ai numerosi caduti del
battaglione "Lincoln" nella battaglia del Jarama. Ci furono, invece, unità, addestrate da tempo, che dislocate in settori
tranquilli di un fronte lungo tremila chilometri, sarebbero state coinvolte in limitate scaramucce o scontri tra
pattuglie in tutta la durata della guerra. L'errore fu il non aver attivato dai primi giorni la guerriglia, sotto un comando
unico, in tutto il territorio occupato dai ribelli, organizzando gruppi operativi con cui indebolire la forze del nemico,
attaccarle alle spalle e bloccare con atti di sabotaggio l'arrivo dei rifornimenti vitali. In pratica si sarebbe
dovuta applicare la tattica con cui era stato sconfitto Napoleone un secolo prima.
Da evidenziare anche l'utilizzazione inadeguata, insufficiente e anomala delle forze navali, importanti quanto
a numero, capacità di manovra e potenza di fuoco. La loro attività fu praticamente nulla nell'ultimo anno di
guerra, salvo alcune missioni di pattugliamento e scorta, fino al ritiro a Biserta, quando abbandonarono alla loro sorte
le coste e le acque repubblicane alla vigilia del tradimento di Casado. Da ricordare il mancato sfruttamento
coordinato delle risorse, gestite secondo l'ideologia imperante nelle diverse zone repubblicane, dove in alcune era stata
collettivizzata la terra, socializzate le imprese, abolita la moneta, privilegiando gli interessi di limitate porzioni
della popolazione. La mobilitazione e la riconversione dell'economia repubblicana furono lente e parziali, soprattutto
di quella industriale; le risorse alimentari e umane, il commercio estero e la guida del sistema produttivo, non
furono armonizzate con le necessità della guerra (armamento, munizioni, viveri ed equipaggiamento principalmente).
Si sarebbero dovute utilizzare tutte le risorse umane e materiali, ristrutturare l'industria in chiave bellica sotto la
direzione di un coordinamento centrale, nazionalizzando i settori chiave della produzione, concentrare nelle mani
dello stato repubblicano tutte le risorse economiche del paese, stabilire il controllo del governo sulle imprese ed il
commercio estero, difendere la piccola industria, così come gli interessi dei contadini, istituire un ordine ferreo in
tutta la Repubblica ed essere inflessibili con tutti i violatori dello stesso, finché durava il conflitto. Molti dei
dirigenti repubblicani non capirono le condizioni né il carattere della guerra che si stava sviluppando, né le regolarità
obiettive di tutta la lotta armata, la necessità di un piano e di regole a livello nazionale, l'importanza di una difesa civile
efficace e ben coordinata con l'esercito. Per questo mancò una visione politica e strategica congiunta, una
valorizzazione adeguata dei piani dell'avversario, come fattori centrali per le grandi decisioni. Da parte repubblicana
si sarebbe dovuta concedere l'indipendenza alle colonie marocchine, creando una corrente di nazionalismo tale
da fermare l'afflusso di combattenti africani nelle file dei ribelli e fomentare una rivolta che avrebbe costretto
Franco ad inviare le sue truppe migliori per far fronte e questa minaccia. Forse non fu fatto per non creare difficoltà
al governo del Fronte popolare francese che si trovava alle prese con lo stesso problema propugnato dai comunisti.
Verso la fine del conflitto, quando tutto era perduto, si sarebbe dovuto dichiarare guerra alla Germania,
all'Italia ed al Portogallo, che apertamente aiutavano Franco, così da creare una premessa all'imminente guerra
mondiale. D'altronde la stessa Unione Sovietica non dichiarò guerra alla Spagna franchista quando il caudillo mandò
decine di migliaia di spagnoli della divisione "Azul" a combattere sotto le insegne naziste, tenuto conto che la Spagna
era l'unico paese non occupato o controllato dai nazisti ad inviare soldati.
Tutti gli errori menzionati hanno profonde radici storiche, politiche e socio-politiche. Qualsiasi di questi
avrebbe posto in grave difficoltà un esercito regolare e ben preparato ed agguerrito; tutti questi uniti resero impossibile
che il nascente esercito della Repubblica affrontasse vittoriosamente il triplice attacco dei ribelli, dell'intervento
armato straniero e del blocco organizzato delle grandi potenze fasciste e non interventiste. Però tutti questi gravi
errori strategici, ed i molti politici che potrebbero enumerarsi - fattori che contribuirono alla sconfitta della Repubblica
- impallidiscono davanti alla grandezza della lotta popolare di quasi tre anni per una causa storica e giusta,
sostenuta dai repubblicani spagnoli e che diede inizio al confronto armato con il fascismo, contribuì eroicamente alla
sconfitta mondiale dello stesso ed al ritorno della democrazia in Europa. La Spagna repubblicana fu in buona misura
- nonostante la sconfitta - scuola, culla e madre dell'Europa di oggi, anche se fu in seguito dimenticata. Nei
suoi brevi otto anni di esistenza la Repubblica spagnola lottò impugnando le armi contro il fascismo, e cadde in piedi
in una battaglia cruenta ed ineguale che fu prologo e prova del "secondo ciclo di guerre e rivoluzioni in Europa",
mettendo a nudo la vera faccia di partiti, stati, ideologie e sistemi.
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