Pietro Ramella (a cura di)

La guerra di Spagna sui fronti meridionali
Brani inediti del diario di Aldo Morandi



Aldo Morandi1 nelle sue memorie definisce come "fronti secondari" quelli dell'Andalusia e dell'Estremadura, dove fu prima capo di stato maggiore della 14a brigata internazionale, quindi comandante della 86a brigata mista. Furono senz'altro fronti meno importanti di quelli che comportavano la conquista da parte franchista o la difesa da parte repubblicana di Madrid. Purtuttavia, anche nelle zone meridionali della Spagna si svolsero avvenimenti bellici che ebbero il loro peso nello sviluppo complessivo della guerra (si pensi che questi territori resteranno in mano repubblicana fino alla caduta di Madrid nel marzo 1939): tra questi la tragica epopea del 9o battaglione della 14a brigata internazionale o l'utilizzo di formazioni di "guerrilleros" nelle operazioni militari.
Il 9o battaglione, anche detto "delle nove nazioni", era formato da volontari provenienti da ben dodici paesi europei. Il comandante, Stomatov, era bulgaro, il commissario politico, Petrovic, jugoslavo, il capo della sanità francese, i comandanti di compagnia, italiano, jugoslavo, tedesco e polacco.
La 14a brigata internazionale era stata costituita in tutta fretta perché il pericolo franchista si stava sviluppando anche dal Sud. L'impreparazione del comandante, un operaio che aveva combattuto nella prima guerra mondiale come soldato semplice, la difficoltà di comunicare tra i reparti, date le differenze linguistiche, l'addestramento insufficiente, durato pochi giorni, furono le cause della disfatta del 9o battaglione.
Luigi Longo giustificherà il suo sacrificio con le parole: "Dei seicento uomini che, alla partenza da Albacete, costituivano il 9o battaglione, dopo queste tragiche giornate, solo poco più di duecento si ritrovano alla fine ad Andujar. Tutti gli altri sono andati dispersi in ogni direzione o caduti, forse per tradimento, sotto il fuoco fascista. Per quanto queste perdite siano gravi e dolorose, non si può dire che il sacrificio e il martirio del 9o battaglione internazionale siano stati vani. Gettandosi di traverso le colonne fasciste avanzanti, esso ne ha spezzato lo slancio offensivo e ha dato tempo a tutta la 14a brigata internazionale e agli altri rinforzi spagnoli di arrivare sul campo di battaglia e di elevarvi una barriera insormontabile"2.
L'impiego dei "guerrilleros", termine coniato un secolo prima per definire i combattenti senza divisa che ostacolarono la conquista napoleonica della Spagna, trova scarso riscontro nei libri di storia sulla guerra. Solo gli americani, poiché in questi reparti operarono dei loro connazionali, diedero un certo rilievo alle azioni dietro le linee nemiche. Le principali furono: deragliamento di un treno carico di specialisti italiani dell'aviazione nei pressi di Cordoba, che causò un centinaio di morti; distruzione di un ponte sul Guadalaviar ad Albarracin (Teruel), operazione che Hemingway riprenderà in "Per chi suona la campana", dove l'americano Milton Wolf diverrà Robert Jordan; liberazione di oltre trecento prigionieri dalla fortezza di Motril (Andalusia); cattura, durante la battaglia dell'Ebro, dell'intero stato maggiore di una divisione franchista.

La tragica vicenda del 9o battaglione

22 dicembre
Nel pomeriggio il battaglione arrivò in treno a Linares (in Andalusia vicino a Jaén), di lì il comandante del settore, colonnello Sarabia, dispose che fosse trasferito a mezzo di camion a Villa del Rio, dove lo stato maggiore avrebbe messo il capitano Stomatof al corrente della situazione del fronte. Qui gli ufficiali conversarono tra loro con difficoltà in francese dato che nessuno degli Internazionali parlava lo spagnolo.
Il capitano fu informato che il nemico con sei battaglioni avanzava da Sud verso Est con l'obiettivo di tagliare la strada Madrid-Cadice, il che avrebbe messo in pericolo Jaén e tutto il fronte di Cordoba. Le ultime notizie erano preoccupanti, le milizie repubblicane non riuscivano a contenere l'avanzata tanto che sembrava che i ribelli avessero già occupato il villaggio di Bujalance e puntassero su Montoro e Villa del Rio. Dapprima fu riferito che Montoro era stata abbandonata dai lealisti ma che non era ancora stata presa dal nemico, era terra di nessuno. Poi delle staffette che andavano e venivano dalla linea del fuoco riferirono che era stata di nuovo occupata dalla milizia, ma richiedevano rinforzi per resistere. Era un susseguirsi di notizie spesso contraddittorie, il che generava confusione. Stomatof, Petrovich e Locatelli ascoltarono perplessi e sconcertati.
L'unico dato certo fu l'ordine proveniente da Andujar: il battaglione doveva occupare e tenere una posizione a Sud Sud-Est del Monte telegrafico. La posizione venne loro indicata su una carta topografica, appesa al muro, che era piena di frecce: blu quelle che indicavano l'avanzata nemica, rosse quelle dei ripiegamenti della milizia. Lo Stato maggiore non poteva fornire nessuna carta topografica al comando di battaglione, l'unica in loro possesso era quella appesa al muro. Si sarebbe sopperito con delle guide, abitanti del posto che conoscevano bene la zona, inoltre un ufficiale spagnolo li avrebbe accompagnati.

23 dicembre
Gli uomini riposarono, avevano avuto rancio caldo a mezzogiorno ed alla sera. Merito di Petrovich, dopo che tutto il materiale era stato scaricato dai camion, aveva fatto mettere in funzione le cucine da campo.
Egli propose a Stomatof di far eseguire una verifica di tutte le armi, sezione per sezione. Fu un disastro, delle trentasei mitragliatrici ne funzionavano solo nove, quelle che erano state utilizzate per l'istruzione agli uomini. Si fece appello agli "armaioli", i quattro esperti per mettere a punto le armi inefficienti. Non tutte erano nuove, benché ingrassate a dovere, diverse risultano essere residuati della guerra mondiale 1914-1918, vendute dopo diciotto anni al governo repubblicano. Le mitragliatrici furono smontate per ricercare il difetto che le faceva inceppare, il tempo incalzava, si doveva andare in linea. Fu segnalato il fatto allo stato maggiore spagnolo che mandò il solo armaiolo esperto che aveva, un soldato del 6o reggimento di Jaén, che fu di grande aiuto. A notte inoltrata erano riusciti a rendere efficienti ventotto mitragliatrici, le restanti sarebbero rimaste a Villa del Rio per la riparazione.
Anche la compagnia Fucilieri controllò i suoi fucili, parecchi non funzionavano, ce n'erano che avevano la canna otturata da un proiettile rimastovi da chissà quanti anni, anche questi furono resi funzionanti. Ma le sorprese non erano finite, una volta aperte le cassette si scoprì che i nastri per le mitragliatrici erano vuoti, senza proiettili. Petrovich si ricordò che alla partenza da Albacete gli avevo raccomandato le "macchinette" per caricare i nastri. Ma non si trovavano, solo la 1a compagnia n'aveva due in dotazione.
Era impossibile caricare i nastri a mano in quanto essendo nuovi erano molto rigidi cosicché non si riusciva a sistemare perfettamente le cartucce: o troppo indietro o troppo fuori e le mitragliatrici s'inceppavano. Inoltre ci si scorticava le mani senza ottenere alcun risultato. Si sopperì con le due macchinette, ma ci volle del tempo.

24 dicembre
All'alba ventotto mitragliatrici erano funzionanti e tutti i nastri erano caricati, ma gli uomini non avevano potuto riposare. Arrivarono i camion ed il battaglione fu trasferito alle posizioni assegnate sul Monte telegrafico. Gli ordini erano di prendere posizione, fortificarsi e sostenere l'assalto nemico senza cedere.
L'ufficiale di stato maggiore, tenente Ortega, incaricato di accompagnare il battaglione, dopo che i camion ebbero lasciata la strada principale per percorrere un lungo tratto di un sentiero sassoso egli fermò la colonna ed indicò le posizioni da occupare. A sinistra una collina coperta di piante di ulivi fu destinata alla 3a compagnia, la polacca, mentre le altre occupavano un'altura di fronte: la 1a a destra, la 2a a sinistra con la compagnia Fucilieri al centro. I camion fecero ritorno a Villa del Rio, sulla strada restarono il treno di combattimento, le cucine da campo, e l'autoambulanza.
Mentre Stomatof e Petrovich iniziavano l'ispezione delle trincee che gli uomini stavano scavando, il tenente Ortega salutò e si apprestò a rientrare allo stato maggiore. Sceso dalla collina, sparì nella direzione da cui erano arrivati, quando ad un tratto si udirono degli spari. Petrovich prese con sé alcuni uomini e corse a vedere cosa succedeva e vide Ortega a terra e più avanti degli armati in uniforme che stanno avanzando, il commissario ebbe un attimo di esitazione, da quella parte non doveva esserci nessuno. Urlò: "Republicanos?", quelli risposero sparando.
Ortega, che nel frattempo si era rialzato, non era né morto né ferito, si era gettato a terra per salvarsi, corse verso i nostri urlando: "El nemigo, el nemigo!". I nostri rispondendo al fuoco si ritirarono verso la collina. Era una pattuglia nemica in avanscoperta, che precedeva una compagnia. Autoambulanza, camion con il treno di combattimento e cucine, tutto cadde in mano al nemico. Gli autisti, i cuochi, il medico e gli infermieri si salvarono raggiungendo di corsa le nostre posizioni. Aspettavano il nemico da Sud Sud-Est e se lo trovavano alle spalle, Ortega non sapeva spiegarselo.
Il nemico ora sparava da tutte le posizioni, gli uomini non si raccapezzavano più, il che generava confusione e disorientamento. Ma Stomatof riprese in mano la situazione, fece voltare le mitragliatrici della 2a compagnia e ordinò di aprire il fuoco. Quindi mandò la 1a compagnia ad occupare una fattoria sulla destra e v'insediò il suo posto di comando, di lì dominava il sentiero da cui il nemico stava tentando di aggirare la collina. La compagnia lo lasciò avvicinare poi quando fu a tiro aprì il fuoco. La compagnia Fucilieri aprì a sua volta il fuoco su un'altra colonna nemica che avanzava lungo un valloncello. Ma i fucili avevano poca efficacia, il nemico continuava ad avanzare, allora Petrovich prelevata una mitragliatrice dalla 1a compagnia riuscì a farli arretrare. Stomatof decise di contrattaccare, voleva mettere in fuga i ribelli che occupavano la collina di fronte alla fattoria. L'attacco sarebbe stato sferrato dalla compagnia Fucilieri e da una parte della 2a. L'assalto fu deciso, in un'ora il nemico venne messo in fuga.
Durante l'attacco Petrovich rimase ferito da un proiettile di striscio al naso, il medico lo tamponò. Si erano persi i collegamenti con la 3a compagnia, si sentiva che i polacchi sparavano. Apparvero in cielo degli aerei, che passarono più volte a volo radente a mitragliare. Ortega indicò degli altri aeroplani che volavano più alti, erano repubblicani ma non intervennero, forse erano bombardieri non adatti ad un combattimento aereo. Ci furono diversi caduti e molti feriti, di questi, quelli che riuscivano a camminare raggiunsero con i propri mezzi il posto di soccorso che il medico aveva impiantato nella fattoria. I portaferiti raccolsero i fucili dei caduti e si trasformarono in soldati.
La situazione era drammatica, il nemico premeva su due fronti da Nord-Est e da Sud-Est, ma tuttavia si tenne duro, il momento di panico era passato.
Scendeva la sera e nelle ultime luci del giorno s'intravedevano dei soldati a cavallo: erano marocchini, un senso di freddo pervase gli uomini, i mori erano tristemente famosi per la loro crudeltà. Dallo stato maggiore giunse un altro ufficiale che portava un ordine laconico: "Sganciarsi, ripiegare su Montoro, il nemico sta per completare l'accerchiamento"; avrebbe fatto da guida Ortega.
Vennero ripristinati i collegamenti con la 3a compagnia, quindi fu deciso il piano per la ritirata. Prima la 2a compagnia agli ordini di Stomatof, a seguire le altre con Petrovich. Si abbandonò tutto l'equipaggiamento, eccetto armi e munizioni, gli uomini erano stanchi, non mangiavano dalla sera del giorno prima, non avevano neppure viveri secchi perché si era pensato di poter mettere in funzione le cucine.
Alle diciassette partì Stomatof, Petrovich seguì mezz'ora dopo, la compagnia Fucilieri agli ordini di Birot era di retroguardia. Si marciava in fila indiana, uomo dietro uomo, in assoluto silenzio. Ortega aveva spiegato: "Si tratta di sfilare alla destra del nemico, aggirare le sue posizioni e puntare diritto su Montoro". Due sezioni della 1a compagnia con due mitragliatrici vennero lasciate di copertura, dovevano poi raggiungere il battaglione, che proseguiva la marcia. Intravidero delle ombre, che si muovevano con cautela, Petrovich rischiò e prese contatto a voce, prima in spagnolo, poi in italiano, tedesco, ungherese e serbo. Risposero in questa lingua, erano uomini della 2a compagnia "la balcanica", l'avanguardia. Stomatof sotto un ulivo cercava di fare il punto della situazione con i due ufficiali spagnoli, avevano perso l'orientamento.

25 dicembre
Orientandosi con il sole si riprese la marcia e si arrivò ad un fiume, il Guadalquivir, tutto il battaglione era sul greto. Occorreva attraversarlo, sull'altra sponda si era in salvo. Non si vedevano ponti, alcuni soldati provarono a scendere in acqua per passare a nuoto, ma desistettero, era gelida e la corrente impetuosa.
Utilizzando dei tronchi d'albero fu costruita una piccola zattera, vi prese posto Stomatof con due soldati. Riuscì a raggiungere la riva opposta e sparì. Quelli rimasti sulla riva opposta si chiesero: sarà andato a cercare un passaggio o è fuggito? A questo punto un senso d'angoscia s'impadronì degli uomini, si sentirono abbandonati. Il nemico poteva arrivare da un momento all'altro e davanti a loro avevano una barriera invalicabile, il fiume.
Ortega disse che a valle c'era una centrale elettrica, si poteva tentare laggiù. Ora il battaglione, o meglio ciò che ne restava, non esisteva più, le compagnie si erano frammischiate non era più un'unità inquadrata, ma una massa d'uomini sbandati. Su di un'altura si videro nuovamente degli uomini a cavallo. Ortega intuì: "Villa del Rio è caduta, siamo circondati da tre lati". L'unica via di salvezza restava il fiume. Si arrivò alla centrale elettrica, era tutta illuminata. Una pattuglia fu inviata in esplorazione, gli altri si gettarono a terra, pronti a far fuoco. La centrale era vuota, le luci erano state lasciate accese dagli operai che erano scappati all'avvicinarsi del nemico. Nella fuga avevano manomesso le valvole che regolavano le chiuse, non potevano essere aperte per abbassare il livello dell'acqua, anche di lì non si passava.
Ortega propose di fortificarsi nella centrale mentre venivano costruite delle zattere, ma poco dopo un furioso fuoco di fucileria fece capire che le due sezioni della 1a compagnia di retroguardia erano state attaccate, tra poco il nemico sarebbe arrivato. Si sapeva che a Montoro c'era un ponte, bisognava costeggiare il fiume e ci si arrivava. Ortega sconsigliò il progetto: "Montoro deve già essere stata occupata dal nemico. Il ponte sarà presidiato, meglio rimanere e costruire le zattere". Il miraggio del ponte fece precipitare la situazione, come un branco sbandato una parte degli uomini si mosse lungo il fiume. Altri ancora disciplinati agli ordini di Petrovich si portarono verso il bosco, raggiunsero la ferrovia e la percorsero in direzione di Montoro, raggiunto un gruppo di case trovarono alcuni uomini che salutavano. Petrovich con tre italiani ed un albanese si fece loro incontro, mentre gli altri si acquattavano dietro i binari. Dall'altra parte si gridava: "Salud!". Era il saluto dei repubblicani, Petrovich e i suoi uomini avanzarono sollevati: dei compagni. Quando furono a pochi passi al grido di: "Arriba España" venne aperto il fuoco contro di loro. I repubblicani risposero retrocedendo con la soddisfazione di vedere cadere alcuni nemici.
Si riprese la marcia lungo il fiume. Sulla sponda apposta, tra le canne s'intravide una barca, un tedesco si gettò in acqua e la raggiunse, si sedette ai remi e riattraversò il fiume. Poteva portare al massimo dieci uomini, Petrovich ed Ortega riuscirono a ripristinare la disciplina e gli uomini dieci per volta furono traghettati dall'altra parte. Appena arrivato sulla sponda ogni gruppo se n'andava per proprio conto, senza aspettare gli altri, non sapevano dove andare, ma per loro l'importante era allontanarsi dal fiume. Ultimi passarono Petrovich ed Ortega che si diressero verso Andujar.

26 dicembre
Al loro arrivo ad Andujar Ortega e Petrovich raccontarono per filo e per segno quanto era avvenuto e sopra riportato. Comunicai loro l'arrivo di Stomatof, mi guardarono ma non dissero nulla. Gli uomini del 9o battaglione continuavano ad arrivare alla spicciolata, tra questi il tenente Birot e l'alferez Zaccaria della 1a compagnia. Birot raccontò: "Eravamo alla centrale elettrica senza alcuna possibilità di attraversare il fiume, dei soldati polacchi assicurarono che a Montoro c'era un ponte. Gli uomini della mia compagnia decisero di scendere lungo le rive del fiume per raggiungerlo. Cercai di impormi, non bisognava dividerci, si doveva andare con gli altri che erano andati lungo la ferrovia. Non ci fu niente da fare ormai erano in preda al panico, decisi di non abbandonarli, vogliono andare lungo il fiume così sia, li guiderò lungo il fiume.
Arrivammo al ponte, purtroppo non ci accorgemmo che il nemico si era già fortificato sull'altra sponda, ci lasciò uscire allo scoperto e quando non fummo più protetti dalle case aprì il fuoco: molti furono colpiti, gli altri si ritirarono. Mi trovai accanto al dottor Arager, ferito si appoggiava ad un muro. Tentai di soccorrerlo, ma non volle, mi disse che per lui era finita. Non l'ho più rivisto.
Scesi sul greto del fiume, incontrammo un gruppo d'italiani con Zaccaria, erano i superstiti delle due sezioni di mitragliatrici lasciate di retroguardia. Attaccati da una forte colonna nemica si erano difesi ma alla fine erano stati sopraffatti. Il comandante della compagnia era morto e il commissario Locatelli doveva esser stato fatto prigioniero. Lui con pochi era riuscito a sganciarsi ed a raggiungere il fiume dove si erano uniti al nostro gruppo. Continuammo ad allontanarci dal ponte da cui il nemico ci sparava finché trovammo due barche nascoste sotto gli alberi. A quel punto ripristinai la disciplina, bisognava attraversare il fiume con ordine, quindici uomini per barca. Così riuscimmo tutti a passare. Appena raggiunta la riva, la disciplina cessava ed ognuno se n'andava per proprio conto". Birot aveva impiegato tre giorni per arrivare ad Andujar.

I "guerrilleros"

Nei combattimenti sostenuti sul fronte andaluso di Pozoblanco nell'aprile 1937, quasi tutte le pattuglie inviate a prendere contatto con il nemico o a raccogliere informazioni sul dislocamento delle forze avversarie ed i piazzamenti delle armi automatiche erano composte da soldati del 4o battaglione Ferrovieri.
Era questa un'unità particolare, composta in massima parte da operai delle ferrovie, gente dell'Extremadura, dove si era battuta duramente per poi ripiegare in Andalusia. Molti di loro, tra cui il comandante, avevano combattuto a Badajoz, era stato uno scontro impari tra le truppe addestrate dell' "esercito africano" e milizie raccogliticce, male armate e soprattutto inesperte. A Badajoz, mi raccontarono, all'entrata delle truppe falangiste era seguita una vera carneficina. La Cattedrale era piena di cadaveri, il sangue ricopriva tutto il pavimento su cui galleggiavano i cappelli degli uccisi. Altri massacri furono eseguiti davanti alla chiesa e nella "Plaza de Toros". Una colonna di fuggiaschi, che era stata respinta alla frontiera portoghese, fu ricondotta in città e massacrata. In un solo giorno le esecuzioni erano state più di mille duecento. Si calcola che in totale esse superarono le quattromila, fu la prima azione di "limpieza"3, in seguito praticata dai franchisti in tutta la Spagna, man mano che veniva conquistata.
Era un'unità "originale" perché non tutti indossavano l'uniforme, ma tutti portavano il cappello cordovese. Un'unità assai bizzarra, anche nell'armamento, tutti avevano un fucile e granate a mano, ma soprattutto una gran quantità di cartucce di dinamite con il "mecero" sempre acceso. Retaggio del fatto che tra loro oltre agli operai delle ferrovie vi erano molti minatori.
Considerando la particolarità del reparto mi venne l'idea di costituire un'unità speciale di "guerrilleros", perciò feci acquartierare il battaglione alla periferia di Blázquez e li armai di moschetto, arma meno ingombrante del fucile ed iniziai delle lezioni affinché tutti sapessero leggere una carta topografica. Specificai quali sarebbero stati i loro compiti: informazioni militari in generale, sulle truppe in linea e di riserva, loro consistenza numerica e tipo, posti di comando, depositi di materiale e munizioni, ed informazioni sulla popolazione e vie di comunicazione. Le azioni che dovevano effettuare: attacchi a posti di comando e depositi di munizioni, sabotaggio di ponti ferroviari e stradali. Avevano un campo piuttosto ampio dove operare, tutto era buono. Dovevano inoltre prendere contatto con i partigiani che operavano sulle Sierre sin dall'inizio della guerra, sapere dove si nascondevano, capire come si potevano utilizzare per operazioni coordinate. Non necessitavano d'istruzione militare.
Il battaglione si divise in gruppi di tre, quattro o cinque uomini. Ogni guerrillero portava alla cintola, sotto la camicia, una cintura di loro creazione piena di cartucce di dinamite la cui accensione poteva essere provocata a strappo per mezzo di una cordicella. Spiegarono: "Non vogliamo cadere prigionieri, se ci prendono è la morte dopo la tortura, morire per morire, uno strappo alla corda e saltiamo noi e tutti quelli che ci stanno intorno". Dicevano così come se dovessero mangiare una porzione di formaggio, con calma fredda, d'uomini determinati a tutto. Non vi era nulla da obiettare o da rispondere.
Ai primi di giugno due gruppi, di tre uomini ciascuno, penetrarono in territorio nemico dalle parti della Sierra Herrera. Non fu fissata nessuna data per il loro ritorno.
Il primo gruppo rientrò dopo dieci giorni, il 15 giugno. Portava notizie interessanti. Si era spinto sino alla Sierra Turidia a Puerto de las Marismas, sulla strada Siviglia-Merida. La strada aveva un traffico alquanto intenso d'auto e camion di truppa e non era sorvegliata. Il passo sarebbe potuto essere minato e fatto saltare ma non avevano sufficienti cartucce di dinamite. Inoltre l'accensione delle mine doveva essere fatta a distanza con detonatori e non con miccia a combustione. All'inizio incontrarono qualche difficoltà con i contadini, ma poi furono aiutati, nutriti e nascosti.
Il gruppo si era mosso di solito di notte, avevano visto pattuglie della Guardia Civil di sei o sette uomini. Avevano poche notizie dei partigiani sulla Sierra Morena, né dove avevano le loro basi, né quanti fossero.
Il secondo gruppo non rientrò, erano ormai passati venti giorni, nessuna notizia, nessun segno. Doveva spingersi in direzione di Villanueva de la Serena, riferire sulla strada Cordoba-Merida, trovare i punti vulnerabili come i ponti, studiare la sorveglianza, rientrare senza però compiere sabotaggi. Il loro mancato rientro innervosì gli altri.
Partì un terzo gruppo dopo otto giorni fu di ritorno, si era spinto fino al villaggio di Malapartida de la Serena e aveva saputo da contadini che tre "anarchici" erano stati catturati da una pattuglia di dieci guardie civili all'alba del 16 giugno sulla strada di Castuera, uno era ferito. Abitanti del villaggio di Malapartida, dove erano stati portati, raccontarono che una volta sulla piazza i militi si fecero loro addosso con i calci del fucile per colpirli, allora ci fu un'esplosione, poi un gran polverone e pezzi umani da ogni parte. Dodici uomini morirono sul colpo, una guardia rimasta ferita morì in seguito. I guerriglieri, conosciuta la sorte toccata ai loro compagni, la accettarono con serenità.
I gruppi continuarono a penetrare nelle linee nemiche. Portarono i cinturoni di una pattuglia della Guardia Civil che avevano annientata, o informazioni sul nemico: presenza di Requetés, di Tabor marocchini, di pezzi anticarro nella zona di Fonte-Ovejuna. Spostamenti di truppe nemiche verso la stessa zona.
Nel corso di un'azione era stato distrutto un ponte della ferrovia Siviglia-Merida, poco prima del villaggio di Llerena. Ai primi d'ottobre un gruppo rientrò dopo quindici giorni d'incursione in territorio nemico, portava come trofeo cinque cappelli d'ufficiali italiani: uno di capitano di fanteria, gli altri di tenenti d'artiglieria. I guerrilleros avevano notato che sul calare della notte una vettura con ufficiali percorreva la strada secondaria, che da Siviglia porta a Fuente-Ovejuna transitando per le gole della Sierra Morena. La macchina non aveva scorta e faceva ritorno di mattino. Lungo la strada vi erano delle pattuglie a cavallo, specie dove la strada faceva una grand'ansa ed era attraversata dalla ferrovia, ma in altri punti la sorveglianza era casuale.
Dopo giorni d'appostamento i guerrilleros, che si erano proposti di interrompere la strada e la ferrovia, decisero di far saltare anche l'auto con gli ufficiali. Al sopraggiungere dell'auto fecero cadere dei massi per bloccarla esattamente nel punto dove prima avevano collocato delle mine, come questa si fermò gli occupanti scesero e spararono con le pistole d'ordinanza, ma furono ridotti al silenzio da un nutrito lancio di cartucce di dinamite, mentre contemporaneamente le mine scoppiavano. Saltarono la strada, la ferrovia e tutti gli ufficiali morirono. I guerrilleros usciti dai loro nascondigli non si preoccuparono di raccogliere documenti o altro, dai cadaveri o dalla vettura sventrata, ma raccolsero i cappelli e si eclissarono su per la montagna.
Un altro gruppo prese contatto sempre sulla Sierra Morena con una trentina di partigiani che vivevano asserragliati in grotte, i più erano lì dalla caduta di Malaga, altri dall'inizio della guerra. Erano stati tagliati fuori e non avevano potuto raggiungere la "zona leal".
Non compivano alcun'azione contro i franchisti, scendevano al piano per procurarsi del cibo poi ritornavano ai loro nascondigli, limitandosi ad un attento servizio di vigilanza per non essere sorpresi. Erano in contatto con un gruppo poco più numeroso con cui s'incontravano di tanto in tanto. Una volta, avevano teso un'imboscata ad una pattuglia di falangisti ed avevano massacrato sia uomini sia cavalli, ma poi erano stati costretti ad abbandonare il rifugio perché i fascisti avevano mandato un intero squadrone di cavalleria a cercarli per eliminarli. Dopo quella volta non fecero più nulla. Attendevano il "momento buono".
Molti gruppi non fecero ritorno, di alcuni si seppe che erano stati catturati, ma nessuno era stato preso vivo, la cintura di dinamite funzionava sempre, di altri non si seppe mai nulla. Le loro azioni erano approvate dal tenente colonnello Perez Sales che talvolta assegnava loro dei compiti specifici. Gli proposi di far passare a piccoli gruppi tutto il battaglione alle spalle del nemico, quindi di attaccarlo frontalmente mentre i guerrilleros lo prendevano da tergo. La proposta era un po' fantastica, ma interessò il colonnello.
Tra le diverse visite di reporter ai reparti, ce ne fu una di cinque giornalisti che chiese di incontrare espressamente gli uomini del 4o battaglione Ferrovieri. Erano informati delle loro gesta e volevano conoscerli. Furono colpiti dalla totale mancanza d'uniforme e dai cappelli cordovesi, li definirono un "battaglione di straccioni".
Tra loro ce ne fu uno che s'interessò in modo particolare alle loro azioni di sabotaggio: era Ernest Hemingway. Io non lo conoscevo come scrittore, per me era un giornalista americano. Scambiò con me, cosa che mi sorprese, poche parole in italiano, mentre con i soldati parlava in spagnolo. Seppi poi, alla fine della guerra a Lione, che era uno scrittore famoso che aveva apertamente sostenuto la Repubblica spagnola. Mi chiese il permesso di passare la sera e la notte con i guerrilleros, questi erano molto loquaci, ci tenevano a far conoscere le loro imprese ad un "extranjero que hablava español". Il mattino dopo rividi Hemingway, piuttosto soddisfatto dei colloqui, aveva tratto degli spunti interessanti dai racconti dei soldati per un suo romanzo.
S'interessarono a loro anche dei consiglieri militari sovietici, mi ricordo di uno di nome Anreief. Poi il 29 giugno 1937 venne l'ordine di far partire l'intero battaglione per utilizzarlo su altri fronti, e divenne la "Divisione invisibile".


note