Raoul Pupo
Le foibe giuliane 1943-45
"l'impegno", a. XVI, n. 1, aprile 1996
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Le foibe come uno dei simboli più eloquenti e laceranti della difficile transizione della Venezia Giulia
fra guerra e dopoguerra: è questa certo una delle immagini più frequentate nella storiografia e, più ancora,
nella pubblicistica sull'argomento, e che in effetti giustifica la scelta di collocare la presentazione critica
del problema delle foibe nella sezione del convegno dedicata al dopoguerra; e ciò in quanto le
manifestazioni più consistenti del fenomeno storico che stiamo esaminando si sono senza dubbio verificate a guerra finita.
Detto questo, però va subito precisato che una periodizzazione del tipo guerra/dopoguerra è
solo limitatamente significativa, non solo perché lo stato di guerra si protrae nell'immediato retroterra di
Trieste per tutta la prima decade di maggio, ma soprattutto in quanto gli episodi di violenza di massa ai danni
della popolazione italiana della Venezia Giulia - che di solito vengono sinteticamente ricordati con il nome
di foibe - si sono prodotti in due momenti ben distinti: il primo momento è rappresentato dal
settembre-ottobre del 1943, e la zona interessata è l'Istria interna; il secondo momento è costituito invece dal
maggio-giugno del 1945, e le aree colpite sono soprattutto quelle di Trieste e Gorizia.
Le correlazioni che esistono fra i due periodi sono abbastanza trasparenti, e danno ragione anche
della diversa collocazione dell'epicentro della crisi sul territorio della regione. In entrambi i casi infatti
abbiamo a che fare con il crollo di una struttura di potere e di oppressione: quella dello Stato fascista nel 1943,
quella nazifascista del Litorale adriatico nel 1945. In entrambi i casi vi è un breve periodo in cui si produce
il tentativo di sostituire all'ordine appena abbattuto un nuovo ordine, alternativo rispetto al precedente
in termini sia politici che nazionali: in altre parole, si assiste, seppure in termini diversi, alla presa del potere
da parte del movimento di liberazione jugoslavo. In entrambi i casi questo tentativo si conclude con un
fallimento.
Un inquadramento del genere offre già le coordinate di fondo per una collocazione unitaria del
fenomeno foibe in uno spazio storico ben definito, che è quello del trapasso cruento di potere fra regimi
contrapposti, fieramente combattutisi per anni in uno scontro che ha coinvolto senza
risparmio l'intera società giuliana, esaltandone divisioni e contrapposizioni. Un trapasso quindi - come spesso accade in questi casi - nel
corso del quale la cessazione formale delle ostilità fra gli eserciti è ben lungi dal sedare le conflittualità
profonde, ed anzi, segna il momento in cui la violenza - una violenza che è divenuta lo strumento d'elezione per
la risoluzione dei contrasti, per la difesa degli assetti esistenti e per la creazione di nuovi ordinamenti -
sembra talvolta sfuggire anche al controllo di chi è deputato a guidarne l'uso istituzionalizzato, e si frammenta
negli abusi personali, si alimenta di brutali semplificazioni - come l'equivalenza italiano/fascista - concede
spazio all'inserimento della criminalità comune, e talvolta sembra colpire con tragica e quasi incredibile casualità.
Tuttavia, pur all'interno di un quadro generale abbastanza nitido, permangono alcuni problemi
interpretativi non indifferenti, che si possono ricondurre a due motivazioni di fondo. In primo luogo la
compresenza, nel fenomeno foibe, di spinte diverse, di natura ideologica, nazionale e sociale, che si sovrappongono e
si potenziano reciprocamente.
Che una tale interazione vi sia, può apparire di per sé abbastanza scontato e tutt'altro che peculiare
alle vicende giuliane, ma di fatto, stabilire un rapporto convincente fra i diversi piani si è rivelato assai
disagevole, e la radice di tale difficoltà va con tutta probabilità fatta risalire al secondo dei fattori in gioco
nella costruzione del giudizio storico sul problema, vale a dire, l'influenza primaria esercitata dal dibattito
politico e dalle sue esigenze, nella definizione dei criteri di lettura dell'accaduto. Un'influenza cosi rilevante
da far sì che per molti aspetti il nucleo del confronto sul piano interpretativo abbia finito per risultare
costituito più dal mito delle foibe che dalla concretezza, per quanto controversa, dei fatti storici.
Pertanto, quando noi oggi in sede storiografica parliamo di foibe, dobbiamo tenere presenti
contemporaneamente entrambe le dimensioni - quella dei fatti e quella della memoria - il cui intreccio in questo
caso assume una caratteristica abbastanza significativa: e ciò in quanto il secondo elemento - quello
appunto della memoria e della sua rielaborazione - ha seguito per lungo tempo itinerari propri,
largamente dipendenti da istanze di natura polemico-politica, fino a consolidarsi come uno dei nuclei fondanti e tuttora
operanti della consapevolezza storica della comunità giuliana, sostanzialmente negli stessi termini in cui si è
strutturato a cavaliere degli anni cinquanta.
Per andare più a fondo nel discorso, passiamo dunque rapidamente in rassegna alcuni dei nodi
interpretativi centrali della questione.
Il primo problema riguarda la denominazione stessa del fenomeno di cui stiamo parlando. "Foibe"
è termine simbolico, e il suo uso appare certamente legittimo, in quanto si tratta di un'espressione sintetica
e consolidata nella memoria storica, ma solo a patto di non prenderlo alla lettera. È noto infatti che la
maggior parte delle vittime non finì i suoi giorni sul
fondo delle cavità carsiche, ma incontrò la morte lungo la
strada verso la deportazione, ovvero nelle carceri o nei campi di concentramento jugoslavi.
È un'avvertenza che sembra ovvia, ma non lo è poi tanto, né sul piano del ricordo, né su quello
della riflessione sul passato. Nel ricordo infatti l'immagine che copre la sorte di tutti gli scomparsi,
dall'autunno del 1943 fino ai primi anni cinquanta in Istria, è una sola: quella della morte orrenda in una voragine
della terra, che diventa la rappresentazione stessa di una violenza oscura e barbarica, sempre incombente
come potenziale destino di un'intera comunità. È questa l'immagine che si fissa nella memoria dei
contemporanei, che diviene un'ossessione nei momenti di incertezza nazionale e politica, e che ha la forza di
condizionare in maniera avvertibile anche scelte di massa, come quella compiuta dagli istriani che decidono
di esodare dai territori passati sotto
sovranità jugoslava1.
Anche sul piano interpretativo, peraltro, l'equivoco è tutt'altro che infrequente, e spesso consapevole:
è quanto ad esempio è avvenuto tutte le volte in cui si è giocato sull'ambiguità del termine "infoibati",
per contrapporre polemicamente le cifre degli esumati, che sono piuttosto basse, a quelle degli scomparsi,
che sono invece assai superiori.
Quest'ultimo accenno introduce direttamente il secondo dei nodi da affrontare quando ci si accosta
allo studio delle foibe, vale a dire, il problema della quantificazione delle
vittime2. È questo il terreno sul
quale in sede interpretativa si sono verificati gli scontri più aspri ed anche più urtanti, perché spesso
irrispettosi della tragedia comunque connessa a quegli elenchi di morti. Ed in effetti, arrivare all'accertamento
contabile dei numeri della strage non sembra particolarmente significativo, mentre invece ciò che importa è
fissarne l'ordine di grandezza, che risulta determinante per capire il senso
dell'accaduto: che le vittime siano centinaia, o migliaia, o alcune decine di migliaia, è infatti una differenza che conduce a spostare
sostanzialmente il tiro sul piano interpretativo.
Venendo al merito, la situazione è abbastanza definita per quanto riguarda il 1943, ed il computo
delle vittime conduce a cifre che vanno dalle cinquecento alle seicento
unità3. Problemi assai più rilevanti
presenta invece il 1945, in primo luogo per una serie di ragioni obiettive, che vanno dalla precarietà e
contraddittorietà degli elenchi disponibili - fondati spesso su dichiarazioni rese da parenti e conoscenti degli
scomparsi e comunque privi della possibilità di riscontro sui dati in possesso delle autorità jugoslave - alla
difficoltà degli incroci tra diverse fonti e dei confronti con gli elenchi dei rientrati dalla detenzione (non
sempre motivati a dar spontaneamente conto della propria condizione), allo stesso incrociarsi, negli anni del
dopoguerra, di flussi diversi di rimpatrio dalla Jugoslavia, riguardanti sia gli arrestati nella primavera del
1945, sia alcune migliaia di soldati italiani appartenenti alle unità operanti nei Balcani prima dell'8
settembre 1943 e successivamente caduti prigionieri dei tedeschi o nascostisi in varie parti del Paese.
Certamente però - ed è questo il dato significativo - al di là delle difficoltà tecniche, profondamente
diversi sono stati nel tempo i criteri usati nelle rilevazioni, e che hanno condotto a proporre, di volta in volta,
stime al ribasso, fondate cioè sul conteggio dei soli esumati oppure, all'opposto, totali assai elevati,
dell'ordine delle dieci-dodicimila vittime, che rappresenta la cifra più diffusa nell'opinione corrente, anche in
sede politica, ma cui si arriva soltanto conteggiando fra gli infoibati anche i morti e dispersi in combattimento.
In alcune sedi vengono tuttora ripetute cifre ancora più alte - venti-trentamila infoibati - ma il loro valore
è puramente propagandistico. Le stime più attendibili si attestano invece sull'ordine delle
quattro-cinquemila vittime, mentre una recente ricerca condotta dall'Istituto friulano per la storia del movimento di
liberazione abbassa ulteriormente tale soglia, ma non copre l'intera area interessata dal
fenomeno4.
Evidentemente, oscillazioni così ampie vanno rapportate ad alcune ipotesi interpretative ben precise.
Così, il tentativo di ridurre al minimo l'entità delle stragi è stato esperito allo scopo di corroborare il
giudizio espresso da parte del governo jugoslavo fin dal 1945 e riassumibile nell'affermazione che gli infoibati
non erano altro che "fascisti caduti o scomparsi a fianco dei tedeschi nel corso di combattimenti con i
partigiani e di operazioni dell'esercito jugoslavo, o criminali di guerra dei quali il popolo stesso
ha disposto all'atto della liberazione5.
Quella della generale colpevolezza dei morti è naturalmente una tesi tutta politica, nata come
argomento polemico - anche se poi si è consolidata come verità di Stato per tutta la durata del regime jugoslavo
nonostante la sua consistenza sia apparsa subito assai fragile. La tipologia proposta corrisponde infatti
solo in minima parte a quella degli scomparsi e non spiega - solo per fare un esempio - le ragioni dell'accanimento persecutorio nei confronti dei membri dei Cln di Trieste e Gorizia piuttosto che contro i leader
del fascismo repubblichino e del collaborazionismo giuliano. Ma certamente una spiegazione tutta giocata
sul concetto di "giustizia sommaria" nei confronti di criminali politici risulta incompatibile con l'immagine
di una strage compiuta su larga scala: di conseguenza, sul piano dei conteggi, la strage viene negata.
Sul versante opposto, le palesi esagerazioni nel numero dei caduti appaiono anch'esse
manifestamente strumentali al sostegno di una tesi, speculare alla precedente, che per stare in piedi ha bisogno di
grandi cifre. È la tesi del "genocidio nazionale", espressione questa che in tempi recenti è stata in genere
sostituita da quella di "pulizia
etnica"6. È anche questa una tesi
politica, che riprende alcuni dei temi-guida del
nazionalismo italiano: la perennità del conflitto fra Italia e Slavia, la "barbarie balcanica", contrassegno
evidente di un'umanità inferiore e selvaggia, lo sciovinismo slavo, teso a cogliere ogni occasione per estendere la
sua dominazione sulle macerie dell'italianità e, nel caso specifico, impegnato ad assestare con ogni
mezzo un'ultima, brutale, spallata alle posizioni italiane nella regione.
Caratteristica di tale interpretazione è la pretesa di isolare unilateralmente uno degli elementi che
certamente hanno giocato un ruolo importante negli episodi del 1943 e del 1945 - e cioè lo scontro nazionale
fra italiani e slavi - per costruirvi attorno una spiegazione compatta e compiuta che non consente di
distinguere l'intreccio di piani - politico-ideologici, etnici, sociali e di potere - che sta alla radice delle uccisioni
di massa.
Ad ogni modo, perché di sterminio etnico a danno degli italiani si possa parlare in termini plausibili, -
uso il presente, perché affermazioni del genere sono ancora frequenti - occorre che le dimensioni delle
violenze siano tali da renderle un unicum rispetto agli altri episodi di brutalità di cui sono costellati gli anni di
guerra e, ancor prima, quelli del fascismo: e un risultato del genere viene ottenuto sommando tutti i "caduti
per mano slava" a partire dal 1943, fino a comporre una sorta di generale "martirologio delle genti
adriatiche", oppure, più semplicemente, inventando delle cifre di sana pianta.
Le forzature presenti nelle ipotesi di cui abbiamo fin qui parlato sono così macroscopiche, che non
varrebbe certo la pena di dedicarvi spazio in sede critica se non fosse per un dato, che riveste
un'importanza tutt'altro che secondaria anche sul piano degli studi. Sono proprio queste letture semplificatorie e di
sapore scopertamente politico-propagandistico infatti, che hanno costituito per decenni - vale a dire fino agli
anni ottanta - il punto di riferimento obbligato del dibattito interpretativo sul problema delle foibe e che,
come tali, non solo hanno orientato in misura determinante i giudizi della pubblica opinione, ma hanno in
qualche misura condizionato anche i tentativi di analisi più seri e rigorosi che pur sono stati compiuti in
ambito storiografico.
È questo ad esempio il caso di un grappolo di contributi prodotti a partire dagli anni settanta,
nell'ambito dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, e che
hanno condotto ad una serie di acquisizioni che senza dubbio costituiscono un punto fermo nella
ricostruzione delle ragioni
dell'accaduto7. L'elemento di fondo messo in luce dalle ricerche di Galliano Fogar e
dagli interventi di Giovanni Miccoli è rappresentato dalla necessità di inserire gli episodi del 1943 e del
1945 all'interno di una più lunga storia di sopraffazioni e di violenze, iniziata con il fascismo e con la sua
politica di oppressione della minoranza slovena e croata proseguita con l'aggressione italiana alla Jugoslavia
e culminata con gli orrori della repressione nazifascista contro il movimento partigiano.
Si tratta evidentemente di uno dei nuclei centrali di tutto il confronto interpretativo: le esplosioni
di violenza dell'autunno del 1943 e della primavera del 1945 non risultano infatti pienamente comprensibili
se non le si pone in rapporto con l'accumulo di tensioni verificatosi negli anni del fascismo e giunto al
parossismo durante il periodo bellico, attraverso lo scontro senza quartiere fra guerriglia ed antiguerriglia.
Muovendo da tale osservazione, si può essere quindi indotti a leggere in ultima analisi le foibe come
un fenomeno di reazione, come una resa dei conti brutale e spesso indiscriminata compiuta da parte di
popolazioni oppresse e stremate nei confronti dei loro persecutori.
Un'analisi del genere ha consentito da un lato di recuperare lo spessore storico degli eventi
descritti, dall'altro di mettere in luce un aspetto, quello della "risposta", sicuramente ben presente e operante fra
le spinte che stanno alla radice delle uccisioni su larga scala. Tuttavia, interpretare complessivamente il
fenomeno delle foibe come prodotto di un eccesso di reazione, è una scelta che presenta alcuni limiti di non
poco conto e che in trasparenza rivela anch'essa come nella costruzione del giudizio storico abbiano
pesato istanze ed urgenze interne agli sviluppi del dibattito politico a Trieste, a cominciare dalla
preoccupazione, comune a tutta la cultura democratica giuliana, per la sistematica strumentalizzazione della memoria
delle foibe compiuta dalla destra triestina, ed in particolare per i tentativi di equiparazione fra Resistenza e
fascismo condotti senza soste dagli ambienti del nazionalismo giuliano.
Esempio tipico di tale tendenza sono gli accostamenti semplificatori fra le foibe e il lager della risiera
di San Sabba, tesi spesso a proporre una sorta di concorrenzialità fra i morti di una parte ed i morti
dell'altra. Di fronte a tali forzature si è posta perciò come prioritaria la necessità di richiamare quella distinzione
fra aggrediti ed aggressori, che rimane tuttora fondamentale per l'intelleggibilità storica degli episodi del
1943 e del 1945.
La volontà di opporsi alle molte esagerazioni ed alle patenti falsificazioni diffuse da parte nazionalista
ha finito peraltro per condurre ad una sottolineatura unilaterale della "spontaneità" popolare che
avrebbe contraddistinto le esplosioni di violenza, ed alla negazione quindi dell'esistenza, a monte delle uccisioni
su larga scala, di qualsiasi disegno organico di persecuzione politica. Ad accentuare gli aspetti spontanei,
il carattere di irrazionale vendetta degli episodi del 1943 e del 1945 ha concorso però, con tutta
verosimiglianza, anche uno scrupolo di natura diversa, probabilmente connesso all'ammirazione a lungo nutrita per
l'esperienza, e per il modello, resistenziale jugoslavo: e cioè, lo scrupolo di evitare generalizzazioni,
ritenute indebite, delle aspre critiche suscitate dall'oscura pagina del maggio-giugno 1945, attraverso lo sforzo
di circoscriverne la portata a quella di un passaggio doloroso ed esecrabile, ma tutto sommato
marginale, nell'ambito del processo di costruzione - considerato per molti versi esemplare - del nuovo stato
socialista jugoslavo.
Così facendo però, venivano sostanzialmente obliterati tutta una serie di dati di fatto - dalla caccia
scatenata contro i componenti del Cln giuliano, alle retate di probabili oppositori del nuovo regime, anche se
non compromessi con il fascismo, fino alla prosecuzione delle condanne e delle uccisioni nei campi
di concentramento fino a tutto il 1946 - che non sembrano in verità riconducibili all'improvviso
fiammeggiare di una vampata di furore, ma che si configurano piuttosto come passaggi essenziali di una ponderata
strategia di annichilimento del dissenso.
Con la produzione storiografica degli anni settanta - che di fatto si è prolungata sino alla metà dello
scorso decennio - si è pervenuti quindi ad una storicizzazione a metà del fenomeno delle foibe, che se
lumeggia bene il suo carattere di anello di una lunga catena di sopraffazioni, non riesce d'altro canto a cogliere un
altro dei suoi aspetti di fondo, vale a dire, il suo essere parte integramte di un processo più generale - che
nella Venezia Giulia assume certo un significato particolare, data l'esistenza di una questione nazionale aperta - ma la cui dimensione travalica ampiamente i confini regionali. Questo processo è l'assunzione del potere
in Jugoslavia da parte del movimento partigiano a guida comunista, che avviene per via rivoluzionaria,
attraverso una guerra di liberazione che è anche guerra civile, condotta ad un livello di intensità non
comparabile con la situazione italiana ed i cui echi, in termini di scontri armati e di uccisioni di massa, si prolungano
fino al 1946.
È proprio questo nesso tra vicende giuliane e modalità di costruzione del comunismo in Jugoslavia, che
è stato invece posto al centro degli interventi degli ultimi anni, che hanno messo
particolarmente in luce come i comportamenti assunti nella Venezia Giulia da parte dell'esercito popolare di liberazione jugoslavo non
si discostassero molto da quelli tenuti nel medesimo periodo in altre zone della Jugoslavia appena liberate
dai tedeschi, e parimenti diretti sia allo smantellamento accelerato delle strutture istituzionali e politiche
del precedente regime, sia al preventivo annientamento dei nuclei attorno ai quali avrebbero potuto
coagularsi eventuali movimenti di opposizione.
Sotto questo profilo pertanto, il nocciolo della crisi della primavera del 1945 - e, su scala più
circoscritta ed in termini meno lineari, anche di quella del settembre 1943 - va individuato nell'ondata
rivoluzionaria che copre la Venezia Giulia e che costituisce il contesto entro il quale si collocano non soltanto le
azioni repressive esplicitamente mirate, ma anche la varietà - certo non programmabile ma in qualche
misura scontata - degli episodi e delle responsabilità. In questo senso perciò, anche la distinzione - a lungo
dibattuta - fra violenza spontanea e violenza di regime, cessa di essere significativa, in quanto appare esprimere
non già due moduli d'intervento fra loro alternativi, bensì due facce della medesima esperienza
politica8.
Nel 1945 quindi Trieste era, non solo geograficamente, ben più vicina a Lubiana che a Reggio Emilia,
e questa osservazione, se da una parte consente di orientarsi meglio fra i molti percorsi di un
fenomeno complesso come quello delle foibe, che rimanda contemporaneamente a contesti diversi - come peraltro
è tipico di tutta la storia giuliana del Novecento - dall'altra parte offre anche un possibile terreno di
confronto con le prime riflessioni prodotte in sede critica dalla nuova storiografia slovena, che è appunto impegnata
a riconsiderare modalità e conseguenze dell'affermazione del regime di
Tito9.
Sempre da parte slovena, le aperture archivistiche, consentite dall'instaurazione nel Paese di un
regime democratico dopo la proclamazione dell'indipendenza, e le nuove indagini, rese possibili dalla
disponibilità di una mole assai cospicua di documentazione relativa agli anni di guerra e del dopoguerra, offrono pure
nuovi ed importanti motivi di conferma alle valutazioni cui gli storici italiani sono pervenuti nei primi
anni novanta riprendendo e sviluppando una serie di indicazioni che erano in parte già presenti nella
precedente produzione storiografica ed in particolare nella riflessione di Diego De Castro ed Elio
Apih10. Ben s'intende, siamo oggi soltanto agli inizi di un lungo percorso di ricerca, ma un dato di fondo sembra già
abbastanza chiaro. A monte della repressione di maggio sta un disegno politico preciso, elaborato ai massimi
livelli decisionali e ben espresso nelle indicazioni impartite nella primavera del 1945 da Franc Leskovsek nel
corso di una seduta del Comitato centrale del Partito comunista sloveno: "Preparare per Trieste il personale
qualificato - la polizia. In ventotto ore bisogna mettere in funzione tutto l'apparato, prelevare i reazionari
e condurli qui, qui giudicarli - là non fucilare" e nei dispacci inviati da Edvard Kardelj ai capi sloveni:
"È necessario imprigionare tutti gli elementi nemici e consegnarli all'Ozna per processarli. [ ... ]
Epurare subito, ma non sulla base della nazionalità, bensì su quella del
fascismo"11.
Si tratta di un programma assai esplicito, la cui sostanza politica è resa
evidente dall'individuazione del nemico da eliminare: non certo gli "italiani" - come vorrebbero i sostenitori della tesi dello
"sterminio etnico" - ma i "reazionari", termine che nel linguaggio dei comunisti sloveni del tempo (lo stesso
avviene anche in area croata) si sovrappone spesso a quello di "fascisti" e copre tutte le posizioni politiche
non riconducibili a quelle del Fronte di liberazione (Osvobodilna Fronta, d'ora in poi Of), con particolare
riferimento al nodo annessione alla Jugoslavia/costruzione del socialismo. Da questo punto di vista, per i
comunisti sloveni "reazionaria" è l'intera Resistenza italiana non comunista, secondo una valutazione che
emerge ad esempio con grande chiarezza dai rapporti inviati dall'Italia da Anton Vratusa (rappresentante del
Pcs presso il Pci dall'autunno del 1943 alla primavera del 1945) e che, se rimane teorica quand'è riferita
ai membri del Clnai, diviene invece criterio operante di discriminazione e persecuzione nei confronti dei
Cln di Trieste e Gorizia12.
Oggi quindi siamo sicuramente di fronte ad un allargarnento del campo di indagine e ad un
affinamento degli strumenti di analisi; tutto ciò ha indubbiamente portato ad un arricchimento delle prospettive di
ricerca, ma può condurre anche a qualche sbilanciamento. In particolare - e questo è già stato fatto nei
contributi più avvertiti - il riferimento prioritario al processo rivoluzionario in corso in Jugoslavia va in ogni
caso integrato con la considerazione del ruolo di moltiplicatore degli odii politici svolto nella Venezia
Giulia dallo scontro nazionale: se per un verso infatti il nazionalismo rimane un elemento di valutazione
essenziale per la comprensione del significato e dei contraccolpi dell'esperienza fascista nella regione, per
l'altro verso, la centralità rivestita dal problema delle nazionalità nell'edificazione del nuovo Stato jugoslavo,
si riverbera anche nelle scelte compiute nello specifico della situazione giuliana, dove il tentativo del
gruppo dirigente stretto attorno a Tito di offrire nuove risposte ad una serie di questioni che avevano condotto
alla catastrofe la precedente compagine nazionale, passava anche attraverso il massiccio recupero del
nazionalismo sloveno e croato nei confronti dell'Italia.
Anche quest'ultima griglia di lettura del fenomeno delle foibe non va assunta quindi in termini
schematici, ma piuttosto come un filo conduttore, attorno al quale è possibile comporre un quadro interpretativo
sufficientemente organico ed articolato.
Al riguardo, proviamo ad esempio ad esaminare più da vicino gli avvenimenti della primavera
1945. Appena giunte nelle città della Venezia Giulia - Fiume, Gorizia, Trieste - spesso prima ancora che i
combattimenti siano cessati, le truppe jugoslave (partigiani del IX Korpus ed unità regolari della IV
armata) procedono al disarmo ed all'internamento di tutti i militari che portano indosso la divisa della repubblica
di Salò, secondo una prassi correntemente messa in atto da un esercito vittorioso nei confronti degli
avversari in armi. Tutt'altro che scontato - anche se non privo di precedenti nel corso del conflitto - e contrario ad
ogni norma internazionale, è invece il trattamento riservato ai prigionieri (italiani o tedeschi che siano),
costretti ai lavori forzati e molti dei quali periranno di stenti e malattie nei campi di concentramento e lungo la
strada che conduce ai luoghi di
detenzione13.
Particolarmente grave sotto questo profilo appare la situazione creatasi nel campo di Borovnica,
non lontano da Lubiana, dove alcune migliaia di prigionieri, fra i quali vi sono anche civili, vengono reclusi
in condizioni disumane e praticamente privi di alimentazione, e dove la mortalità risulterà altissima. Le
condizioni di detenzione miglioreranno leggermente dopo il mese di agosto, quando
l'amministrazione del campo passerà dalle competenze delle autorità militari a quelle del Ministero
dell'Interno14. La deportazione peraltro è preceduta da un certo numero di esecuzioni sommarie (nell'ordine presumibile di alcune
centinaia), compiute in genere subito dopo la cattura e decise non solo senza previo accertamento, ma
talvolta anche senza lo scrupolo della ricerca di effettive responsabilità personali in atti criminosi a conferma
di come ciò che in sostanza conta, nel caso dei militari, non è tanto il riconoscimento individuale di responsabilità, quanto la colpa collettiva. In altre parole, appartenere alle forze armate fasciste significa di per
sé essere considerati rei di morte, anche se poi l'esecuzione di una condanna che ha scarso bisogno
di formalizzazioni - sono, del resto, momenti in cui si può uccidere senza burocrazia - dipende da mille
fattori imponderabili, dal volere spesso inesplicabile di autorità disparate, quando non dalla casualità, com'è
testimoniato dalla grande varietà nella gestione dei prigionieri.
Nei giorni di maggio del 1945 non aver commesso alcun crimine non è dunque una ragione sufficiente
per poter vivere, a fronte di una spinta politica ben più pressante: lo dimostra, ad esempio, la sorte dei
finanzieri della legione di Trieste, che non hanno mai concorso ad azioni antipartigiane, che hanno collaborato con
il Cln e partecipato all'insurrezione finale, ma che ciononostante vengono prelevati ed eliminati in massa.
Il punto è - in questo ed in altri casi, come quello della Guardia civica - che aver combattuto contro i
tedeschi negli ultimi giorni di guerra sotto il comando del Cln non costituisce affatto per gli jugoslavi un titolo
di merito, anzi viene considerato come la prova del preciso intento delle stesse forze che già hanno
sostenuto i fascisti di continuare a svolgere la loro funzione antislava mutando bandiera: e ciò non fa che
aggravare, spesso irrimediabilmente, la
situazione15. Espliciti al riguardo sono gli
ordini impartiti dal comitato centrale del Pcs alla vigilia della marcia su Trieste: "Tutte le unità tedesche e l'intero apparato di polizia e di
amministrazione di Trieste vanno considerati nemici e occupatori. Impedite che si proclami qualsiasi potere che
si definisca antitedesco. Tutti gli elementi italiani di questo tipo possono soltanto consegnarsi e
capitolare all'armata jugoslava di liberazione. Tutto ciò che agisca contro di essa è esercito di
occupazione"16.
Ciò che vale per i militari quindi, vale a maggior ragione per gli appartenenti alle forze di polizia -
o perlomeno per i quadri intermedi ed inferiori, posto che i funzionari di rango più elevato, a cominciare
dal questore, vengono in genere lasciati in pace - per i quali la presunzione di colpevolezza discende
direttamente dall'inserimento nell'apparato repressivo, tanto che i procedimenti nei loro confronti - nei casi in cui
non si ricorre alla giustizia sommaria - assumono una valenza più simbolico-politica che giudiziaria,
svolgono cioè la funzione di collegare la spontaneità del furor popolare che invoca una vendetta pronta ed
appariscente, con l'intervento organizzato delle autorità militari, che compiono gli arresti, istruiscono i processi con
la partecipazione determinante della popolazione dei borghi carsici ed eseguono materialmente le
condanne17.
Ci si potrebbe a questo punto attendere che un'azione altrettanto sistematica di quella lanciata
contro l'insieme della struttura militare e repressiva del passato regime venga impostata anche nei confronti
degli esponenti politici fascisti attivi vuoi nel partito, vuoi nelle istituzioni. Le cose invece vanno in
maniera abbastanza diversa. L'impressione infatti è che gli organi di sicurezza jugoslavi dedichino solo
limitata attenzione ai caporioni del fascismo giuliano - molti dei quali del resto e
pur con qualche significativa eccezione, come quella del senatore Gigante, ucciso a Fiume, hanno preso per tempo la fuga - come
anche ai leader collaborazionisti, che non vengono seriamente molestati. Ciò non vuol dire che un numero
considerevole di quadri intermedi e minori macchiatisi di crimini prima e dopo la guerra - ex squadristi,
professionisti della violenza, protagonisti di rappresaglie e sevizie, assieme a spie, anche slovene e croate,
ed aguzzini dell'Ispettorato speciale di pubblica sicurezza - o semplicemente invisi alla popolazione per
gli atteggiamenti tenuti durante il ventennio, vengano ovunque possibile raggiunti e giustiziati; ma certo,
per quanto riguarda le gerarchie del Partito fascista e del collaborazionismo giuliano, private ormai di
ogni ruolo politico, non è questa una delle priorità alte della repressione e non vale probabilmente la pena
di sprecare per loro tempo ed energie più urgenti altrove.
La direttrice di fondo dell'azione repressiva è infatti un'altra e muove dalla consapevolezza, che
permea dirigenti e quadri del movimento di liberazione jugoslavo, secondo la quale la vittoria militare non
conclude la lotta contro il fascismo, ma la fa semplicemente entrare in una fase diversa: il nemico infatti si è
trasformato, ma non è scomparso, non è più l'occupatore da combattere armi alla mano, ma chiunque con i
suoi intrighi cerchi di vanificare gli esiti della lotta appena conclusa, chiunque cioè si opponga
all'instaurazione della società socialista, vale a dire - l'equazione è assiomatica - all'annessione dell'intera regione alla
Jugoslavia.
In questa prospettiva, di fronte alla prevedibile ampiezza ed alla potenziale pericolosità dei dissensi,
sembra indispensabile accompagnare i provvedimenti di tipo politico assunti in positivo fin dai primi
giorni dell'occupazione del territorio - sul piano istituzionale ed amministrativo, della mobilitazione di massa
e della propaganda - con una vasta opera di "epurazione preventiva" della società giuliana che metta
fuori gioco, prima ancora che si manifestino, le possibili opposizioni al nuovo regime, annichilendo fin dal
primo momento le forze che con maggior credibilità - e quindi pericolosità - potrebbero fungere da coagulo
per insoddisfazioni e contrarietà diffuse.
Così a Fiume i primi ad essere colpiti sono gli esponenti del movimento autonomista zanelliano, che a
cavallo degli anni venti si era battuto contro i fascisti per lo Stato libero di Fiume e che durante il
periodo dell'occupazione tedesca si era mostrato capace di aggregare vasti consensi fra la popolazione
cittadina, anche se non era riuscito a tradurre la propria influenza politica sul piano dell'organizzazione
resistenziale, egemonizzata dal Partito comunista croato. Fino ai primi giorni di maggio perciò alcuni leader storici
del movimento vengono trucidati ed altri costretti alla fuga, e nel giro di pochi mesi la possibilità che
rimanga latente un polo di aggregazione alternativo rispetto a quelli previsti dal regime, viene radicalmente
estirpata18.
Nel capoluogo quarnerino oltre agli autonomisti la persecuzione colpisce anche gli esponenti del
Cln, secondo una linea che trova ampio riscontro anche a Trieste e Gorizia: numerosi sono infatti nelle tre città
gli arresti e le deportazioni di aderenti alle formazioni della Resistenza italiana, e degli scomparsi solo
alcuni faranno ritorno dai campi di concentramento dopo lunghi periodi di detenzione, mentre ancora nel 1946 -
e quindi ben lungi dai momenti delle esplosioni di ira popolare - risulteranno comminate da parte
jugoslave condanne capitali contro reclusi accusati di aver fatto parte dei
Cln19.
In questo caso, la scelta repressiva compiuta dalle autorità jugoslave appare del tutto conseguente alle
sue premesse, dal momento che sul piano politico il Cln -
definito dalla propaganda "criminale e
famigerato" - si presenta come un'organizzazione direttamente concorrenziale rispetto a quelle ufficiali, delle quali è
ben in grado di contestare l'esclusiva rappresentatività degli antifascisti giuliani: pertanto, dal punto di vista
del movimento di liberazione jugoslavo appare come l'avversario più pericoloso, sia perché potenzialmente
in grado di porsi come punto di riferimento per i giuliani contrari all'annessione al nuovo Stato jugoslavo,
sia in quanto l'eventuale accoglimento in sede internazionale - siamo nel pieno della contesa diplomatica fra
la Jugoslavia e le potenze occidentali per la definizione delle rispettive zone di occupazione nella
Venezia Giulia - della sua istanza di riconoscimento quale legittima espressione della Resistenza italiana,
farebbe cadere uno dei pilastri principali su cui si regge l'edificio dei poteri popolari appena costituiti nella
regione da parte jugoslava, vale a dire la pretesa di rappresentare la totalità delle forze democratiche ed
antifasciste, senza distinzione di
nazionalità20.
Dal punto di vista operativo - stando a quanto si è potuto finora capire, ma il quadro attende ancora di
venir completato - nei primi giorni di maggio gli arresti vengono compiuti in parte direttamente dall'Ozna
(la polizia politica partigiana), ma soprattutto dai reparti militari - regolari e partigiani, comprese le
unità italiane inserite nell'esercito di liberazione jugoslavo - dipendenti dal Comando della IV armata e dai
comandi locali, responsabili del mantenimento dell'ordine, sempre sulla base di liste fornite dai servizi
di sicurezza, che hanno già da tempo provveduto a redigere lunghi elenchi di "nemici del popolo"
servendosi di un'estesa rete di confidenti, italiani e
sloveni21. Una testimonianza questa, sia dell'elevata capacità
di penetrazione nelle diverse articolazioni della società giuliana mostrata dall'organizzazione clandestina
facente capo all'Of, sia della lungimiranza dei suoi dirigenti, che pianificano accuratamente i passaggi chiave
della presa del potere: ai primi di maggio le autorità jugoslave possono così disporre di un'accurata
mappatura della realtà triestina, sotto il profilo politico ed amministrativo, che consente loro di selezionare i
propri interlocutori mettendo in opera una serie di interventi che vanno dall'offerta di collaborazione
all'eliminazione.
A partire dalla seconda metà di maggio all'Ozna ed alle unità militari si affianca nei compiti
repressivi anche la Guardia del popolo, forza di polizia dipendente dalle autorità civili create da parte jugoslava
nel corso del mese di maggio, ed alle quali le autorità militari trasmettono parte dei loro poteri. Nello
stesso periodo viene costituito pure un Tribunale del popolo per i reati fascisti, che però riesce a celebrare solo
due processi prima del ritiro delle truppe jugoslave da Trieste e Gorizia; la competenza per i crimini di
guerra rimane invece affidata ai tribunali militari, che operano con procedure assai spedite.
A proposito del comportamento tenuto dall'esercito iugoslavo nella regione vi è però ancora un dato
che va sottolineato, e che contrasta nettamente con l'immagine di barbarica ferocia spesso disegnata da
certa parte della pubblicistica italiana, secondo un
cliché che non consente in realtà di capire fino in fondo
il contesto ed il clima nazionale e politico in cui si svolgono i fatti tragici della primavera del 1945.
Nei riguardi della popolazione civile della Venezia Giulia le
truppe jugoslave non si comportano affatto come
un esercito occupante un territorio nemico: nulla nelle loro azioni ricorda le indiscriminate violenze cui
i soldati dell'armata rossa si lasciano andare in Germania, anzi, la loro
disciplina sembra per certi versi superiore anche a quella delle unità angloamericane presenti a Trieste e Gorizia. Fra tale correttezza
di atteggiamenti - largamente attestata dalle fonti - e l'ampiezza dell'azione repressiva non vi è peraltro
contraddizione: semplicemente, le unità della IV armata protagoniste di una durissima campagna per la
liberazione delle terre fino all'Isonzo, nella regione si sentono non in terra straniera ma a casa propria e
sono fermamente impegnate a mettervi ordine, seguendo una prassi brutale e sperimentata.
Così, negli stessi giorni in cui nei pressi di Kocevje, nel cuore della Slovenia, vengono massacrati
migliaia di oppositori del nuovo regime, a Trieste, a Gorizia e in Istria trovano la morte, accanto agli italiani,
non pochi sloveni e croati anticomunisti; e l'impegno mostrato da parte delle autorità e dei servizi di
sicurezza jugoslavi nell'eliminazione di soggetti sloveni, o considerati di origine slovena, accusati di
collaborazionismo e di simpatie per il movimento dei
domobranzi - un impegno che le fonti oggi accessibili
confermano particolarmente intenso, specialmente nel
Goriziano22 - suona ad ulteriore confutazione della tesi
dello "sterminio etnico".
Non tutto peraltro è lineare nelle vicende di quei giorni: contraddizioni, conflitti di competenze e
sensibilità diverse sono facilmente percepibili all'interno della stessa amministrazione
jugoslava23, ma in sede di ricostruzione critica il problema
è quello di intenderne il significato. Infatti, gli aspetti contraddittori della
repressione non rimandano alla presenza di disegni strategici diversi, bensì ai vari piani
sui quali si muove l'azione rivolta ad un unico fine, vale a dire il controllo totale del territorio giuliano. Per ottenere
tale risultato, il movimento di liberazione sloveno ha messo in atto una serie di iniziative che, nella ricerca
della massima efficacia, combinano costantemente due
elementi: la mobilitazione delle risorse locali e gli
interventi impositivi dall'esterno. Così a Trieste la liberazione dai tedeschi è avvenuta per opera di due
spinte: l'insurrezione di Unità operaia organizzata in città concorre Cln e la "marcia su Trieste" compiuta dal
IX Korpus e dalla IV armata in competizione con l'VIII armata britannica. L'affermazione del potere si
fonda pure su di una duplicità di interventi: l'organizzazione delle masse e la
repressione. Protagonisti della prima sono i poteri popolari, costituiti a tempo di record, anche nell'ipotesi di un loro mantenimento in
funzione dopo un eventuale ritiro delle unità militari imposto dalle pressioni angloamericane. Protagonista
della seconda è invece l'Ozna, che agisce in base a preciso mandato politico conferito dal Comitato centrale
del Pcs - secondo uno schema di intervento indicato da Kardelj fin dall'agosto del 1944 come il più adatto
a garantire il controllo di tutti i maggiori centri urbani della Slovenia "Lubiana, Trieste, Gorizia,
Celovec"24 - ma che è portata ad interpretarlo nella maniera più radicale - provvedendo ad esempio arbitrariamente ad
un gran numero di liquidazioni sul posto - e, soprattutto, agendo in piena autonomia dai neocostituiti
organi dell'amministrazione civile. Sul piano tattico quindi le divergenze sono pressoché inevitabili, quanto
a finalità specifiche ed a scelta dei metodi d'azione, fra le autorità civili, cui è affidato il compito di
mobilitare il consenso attorno al regime ed ai suoi obiettivi rivoluzionari ed annessionistici, e l'Ozna, intenzionata
ad applicare i sistemi più efficaci e sbrigativi per eliminare gli avversari del nuovo ordine, come pure
per saccheggiare le risorse locali, nell'imminenza dell'abbandono della città.
Dal punto di vista della popolazione di sentimenti italiani, la risultante delle diverse spinte che
governano la politica jugoslava a Trieste disegna un'immagine di paurosa incertezza, segnata da un'ondata di
violenza che sembra abbattersi talvolta in maniera indiscriminata e imprevedibile. In effetti, anche in sede
analitica, all'individuazione degli interventi mirati contro precisi soggetti, militari e politici, si accompagna la
rilevazione di una gran massa di arresti di civili privi di particolari qualifiche e trascorsi, che risulta più difficile
ricondurre ad una logica esplicita. Vero è che, a guardar bene i profili individuali delle vittime - nei pochi casi
in cui studi specifici consentono di
farlo25 - è possibile scoprire che la definizione di "civile" utilizzata
nei primi elenchi di scomparsi redatti in base alle denunce dei familiari, va talvolta integrata da
ulteriori precisazioni riguardanti ad esempio l'impiego presso le organizzazioni sociali e politiche fasciste ovvero
la passata militanza in associazioni a sfondo patriottico. Naturalmente, l'inserimento in una struttura
capillare e pletorica come quella del regime fascista, di per sé non implicava
affatto, nella maggioranza dei casi, l'assunzione di qualsiasi responsabilità perseguibile neanche nella logica del più rigoroso antifascismo
e d'altra parte, ancora una volta, i dati di cui siamo finora in possesso sembrano indicare come
l'accertamento di colpe oggettive e la stessa formulazione di precisi capi di imputazione, svolgessero un ruolo
decisamente secondario nella definizione della sorte dei
prigionieri26. Peraltro, se pur tutto ciò concorre a rendere
impossibile qualsiasi giustificazione delle stragi, può aiutare a comprendere i criteri degli arresti, soprattutto se
il quadro viene integrato dall'ulteriore elemento - che comunque differenzia in parte la situazione giuliana
da quella delle limitrofe Slovenia e Croazia - costituito dal ben noto sentimento di rivalsa nazionale contro
gli italiani massicciamente presente nelle componenti slovene e croate della popolazione, esasperate
dall'oppressione fascista, come pure nei quadri partigiani, reduci da una lotta senza quartiere contro i
nazifascisti. È questo uno stato d'animo, immediatamente percepito da chiunque abbia respirato l'aria di quei giorni,
che porta a limitare gli scrupoli, a calcare la mano sugli italiani, comunque sospetti, a trasformare
automaticamente in bersagli della repressione preventiva tutti coloro da cui per un'infinità di ragioni - dalle
tradizioni di famiglia agli ideali patriottici notoriamente professati, dalla partecipazione come volontario
irredento alla grande guerra agli incarichi ricoperti nel corso del ventennio in qualcuna delle tante organizzazioni di
massa del regime fascista, e così via - è lecito attendersi un atteggiamento di opposizione ai nuovi poteri
o, come minimo, un sicuro dissenso verso le ipotesi annessioniste.
Tuttavia, passione nazionale e intolleranza politica non sono le uniche ragioni per cui nel maggio del
1945 a Trieste come a Gorizia, a Fiume come in Istria, si può scomparire talvolta per sempre. In molti casi
basta assai poco per decidere la sorte di un individuo, come del resto avviene di frequente nel vivo di
grandi tragedie collettive: l'esito di un regolamento di conti, in cui le motivazioni politiche sfumano in
quelle personali; l'effetto di una delle innumerevoli delazioni, piaga diffusasi a macchia d'olio durante
l'occupazione tedesca e proseguita poi senza soluzione di continuità; l'atto criminale di una banda di
malfattori inseritasi per qualche tempo nelle pieghe della repressione; la
parentela con una delle vittime delle foibe istriane dell'autunno del 1943 (che suggerisce di far sparire dalla circolazione scomodi testimoni) o
la semplice conoscenza della personalità già inquisita; l'eccesso di zelo di una guardia del popolo che
interpreta malevolmente atteggiamenti e
situazioni27. Così per alcune settimane nella Venezia Giulia le logiche
di violenza si incrociano al punto che, mentre un numero considerevole di cattolici sloveni e croati
scompare nelle foibe, l'indignazione per il passato conduce anche sacerdoti sloveni già perseguitati dal fascismo
a negare i conforti religiosi ad alcuni condannati italiani perché "hanno ampiamente meritato la loro
sorte''28. È uno dei momenti di arrivo, nella dimensione locale, del processo generale di imbarbarimento dei
rapporti politici che raggiunge il suo culmine in Europa nella prima metà degli anni quaranta.
Ecco dunque, che dietro l'apparente caoticità delle situazioni e degli interventi sembra possibile
discernere con una certa chiarezza le spinte fondamentali dell'onda di violenza politica che spazza la regione, fino
a ricostruire le linee essenziali di una proposta interpretativa generale, che certo andrà vagliata ed
integrata alla luce dei nuovi apporti documentari, ma i cui connotati di fondo appaiono già delineati in
maniera sufficientemente nitida. Ciò non significa, beninteso, che tutti i problemi siano risolti, né sul piano
della ricerca storica, né su quello della memoria collettiva e del suo utilizzo pubblico, perché certo la
dimensione politica del problema delle foibe non è scomparsa assieme alla Jugoslavia ed all'impero sovietico, e può
anzi favorire sia la generazione di nuovi miti, sia la ripresa di quelli che - almeno sul piano storiografico - fino
a qualche anno fa credevamo ormai dissolti. Non si tratta peraltro di una condanna inesorabile, perché è
pur vero che a cavallo degli anni novanta la ripresa di interesse per il tema delle foibe, che è avvenuta prima
in campo politico che in quello storiografico, è stata gestita quasi insperatamente in modo da lasciare
spazi reali al riavvio della ricerca
storica29. È un'occasione da non sprecare.
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