Raoul Pupo

Le foibe giuliane 1943-45




Le foibe come uno dei simboli più eloquenti e laceranti della difficile transizione della Venezia Giulia fra guerra e dopoguerra: è questa certo una delle immagini più frequentate nella storiografia e, più ancora, nella pubblicistica sull'argomento, e che in effetti giustifica la scelta di collocare la presentazione critica del problema delle foibe nella sezione del convegno dedicata al dopoguerra; e ciò in quanto le manifestazioni più consistenti del fenomeno storico che stiamo esaminando si sono senza dubbio verificate a guerra finita.
Detto questo, però va subito precisato che una periodizzazione del tipo guerra/dopoguerra è solo limitatamente significativa, non solo perché lo stato di guerra si protrae nell'immediato retroterra di Trieste per tutta la prima decade di maggio, ma soprattutto in quanto gli episodi di violenza di massa ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia - che di solito vengono sinteticamente ricordati con il nome di foibe - si sono prodotti in due momenti ben distinti: il primo momento è rappresentato dal settembre-ottobre del 1943, e la zona interessata è l'Istria interna; il secondo momento è costituito invece dal maggio-giugno del 1945, e le aree colpite sono soprattutto quelle di Trieste e Gorizia.
Le correlazioni che esistono fra i due periodi sono abbastanza trasparenti, e danno ragione anche della diversa collocazione dell'epicentro della crisi sul territorio della regione. In entrambi i casi infatti abbiamo a che fare con il crollo di una struttura di potere e di oppressione: quella dello Stato fascista nel 1943, quella nazifascista del Litorale adriatico nel 1945. In entrambi i casi vi è un breve periodo in cui si produce il tentativo di sostituire all'ordine appena abbattuto un nuovo ordine, alternativo rispetto al precedente in termini sia politici che nazionali: in altre parole, si assiste, seppure in termini diversi, alla presa del potere da parte del movimento di liberazione jugoslavo. In entrambi i casi questo tentativo si conclude con un fallimento.
Un inquadramento del genere offre già le coordinate di fondo per una collocazione unitaria del fenomeno foibe in uno spazio storico ben definito, che è quello del trapasso cruento di potere fra regimi contrapposti, fieramente combattutisi per anni in uno scontro che ha coinvolto senza risparmio l'intera società giuliana, esaltandone divisioni e contrapposizioni. Un trapasso quindi - come spesso accade in questi casi - nel corso del quale la cessazione formale delle ostilità fra gli eserciti è ben lungi dal sedare le conflittualità profonde, ed anzi, segna il momento in cui la violenza - una violenza che è divenuta lo strumento d'elezione per la risoluzione dei contrasti, per la difesa degli assetti esistenti e per la creazione di nuovi ordinamenti - sembra talvolta sfuggire anche al controllo di chi è deputato a guidarne l'uso istituzionalizzato, e si frammenta negli abusi personali, si alimenta di brutali semplificazioni - come l'equivalenza italiano/fascista - concede spazio all'inserimento della criminalità comune, e talvolta sembra colpire con tragica e quasi incredibile casualità.
Tuttavia, pur all'interno di un quadro generale abbastanza nitido, permangono alcuni problemi interpretativi non indifferenti, che si possono ricondurre a due motivazioni di fondo. In primo luogo la compresenza, nel fenomeno foibe, di spinte diverse, di natura ideologica, nazionale e sociale, che si sovrappongono e si potenziano reciprocamente.
Che una tale interazione vi sia, può apparire di per sé abbastanza scontato e tutt'altro che peculiare alle vicende giuliane, ma di fatto, stabilire un rapporto convincente fra i diversi piani si è rivelato assai disagevole, e la radice di tale difficoltà va con tutta probabilità fatta risalire al secondo dei fattori in gioco nella costruzione del giudizio storico sul problema, vale a dire, l'influenza primaria esercitata dal dibattito politico e dalle sue esigenze, nella definizione dei criteri di lettura dell'accaduto. Un'influenza cosi rilevante da far sì che per molti aspetti il nucleo del confronto sul piano interpretativo abbia finito per risultare costituito più dal mito delle foibe che dalla concretezza, per quanto controversa, dei fatti storici.
Pertanto, quando noi oggi in sede storiografica parliamo di foibe, dobbiamo tenere presenti contemporaneamente entrambe le dimensioni - quella dei fatti e quella della memoria - il cui intreccio in questo caso assume una caratteristica abbastanza significativa: e ciò in quanto il secondo elemento - quello appunto della memoria e della sua rielaborazione - ha seguito per lungo tempo itinerari propri, largamente dipendenti da istanze di natura polemico-politica, fino a consolidarsi come uno dei nuclei fondanti e tuttora operanti della consapevolezza storica della comunità giuliana, sostanzialmente negli stessi termini in cui si è strutturato a cavaliere degli anni cinquanta.
Per andare più a fondo nel discorso, passiamo dunque rapidamente in rassegna alcuni dei nodi interpretativi centrali della questione.
Il primo problema riguarda la denominazione stessa del fenomeno di cui stiamo parlando. "Foibe" è termine simbolico, e il suo uso appare certamente legittimo, in quanto si tratta di un'espressione sintetica e consolidata nella memoria storica, ma solo a patto di non prenderlo alla lettera. È noto infatti che la maggior parte delle vittime non finì i suoi giorni sul fondo delle cavità carsiche, ma incontrò la morte lungo la strada verso la deportazione, ovvero nelle carceri o nei campi di concentramento jugoslavi.
È un'avvertenza che sembra ovvia, ma non lo è poi tanto, né sul piano del ricordo, né su quello della riflessione sul passato. Nel ricordo infatti l'immagine che copre la sorte di tutti gli scomparsi, dall'autunno del 1943 fino ai primi anni cinquanta in Istria, è una sola: quella della morte orrenda in una voragine della terra, che diventa la rappresentazione stessa di una violenza oscura e barbarica, sempre incombente come potenziale destino di un'intera comunità. È questa l'immagine che si fissa nella memoria dei contemporanei, che diviene un'ossessione nei momenti di incertezza nazionale e politica, e che ha la forza di condizionare in maniera avvertibile anche scelte di massa, come quella compiuta dagli istriani che decidono di esodare dai territori passati sotto sovranità jugoslava1.
Anche sul piano interpretativo, peraltro, l'equivoco è tutt'altro che infrequente, e spesso consapevole: è quanto ad esempio è avvenuto tutte le volte in cui si è giocato sull'ambiguità del termine "infoibati", per contrapporre polemicamente le cifre degli esumati, che sono piuttosto basse, a quelle degli scomparsi, che sono invece assai superiori.
Quest'ultimo accenno introduce direttamente il secondo dei nodi da affrontare quando ci si accosta allo studio delle foibe, vale a dire, il problema della quantificazione delle vittime2. È questo il terreno sul quale in sede interpretativa si sono verificati gli scontri più aspri ed anche più urtanti, perché spesso irrispettosi della tragedia comunque connessa a quegli elenchi di morti. Ed in effetti, arrivare all'accertamento contabile dei numeri della strage non sembra particolarmente significativo, mentre invece ciò che importa è fissarne l'ordine di grandezza, che risulta determinante per capire il senso dell'accaduto: che le vittime siano centinaia, o migliaia, o alcune decine di migliaia, è infatti una differenza che conduce a spostare sostanzialmente il tiro sul piano interpretativo.
Venendo al merito, la situazione è abbastanza definita per quanto riguarda il 1943, ed il computo delle vittime conduce a cifre che vanno dalle cinquecento alle seicento unità3. Problemi assai più rilevanti presenta invece il 1945, in primo luogo per una serie di ragioni obiettive, che vanno dalla precarietà e contraddittorietà degli elenchi disponibili - fondati spesso su dichiarazioni rese da parenti e conoscenti degli scomparsi e comunque privi della possibilità di riscontro sui dati in possesso delle autorità jugoslave - alla difficoltà degli incroci tra diverse fonti e dei confronti con gli elenchi dei rientrati dalla detenzione (non sempre motivati a dar spontaneamente conto della propria condizione), allo stesso incrociarsi, negli anni del dopoguerra, di flussi diversi di rimpatrio dalla Jugoslavia, riguardanti sia gli arrestati nella primavera del 1945, sia alcune migliaia di soldati italiani appartenenti alle unità operanti nei Balcani prima dell'8 settembre 1943 e successivamente caduti prigionieri dei tedeschi o nascostisi in varie parti del Paese.
Certamente però - ed è questo il dato significativo - al di là delle difficoltà tecniche, profondamente diversi sono stati nel tempo i criteri usati nelle rilevazioni, e che hanno condotto a proporre, di volta in volta, stime al ribasso, fondate cioè sul conteggio dei soli esumati oppure, all'opposto, totali assai elevati, dell'ordine delle dieci-dodicimila vittime, che rappresenta la cifra più diffusa nell'opinione corrente, anche in sede politica, ma cui si arriva soltanto conteggiando fra gli infoibati anche i morti e dispersi in combattimento. In alcune sedi vengono tuttora ripetute cifre ancora più alte - venti-trentamila infoibati - ma il loro valore è puramente propagandistico. Le stime più attendibili si attestano invece sull'ordine delle quattro-cinquemila vittime, mentre una recente ricerca condotta dall'Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione abbassa ulteriormente tale soglia, ma non copre l'intera area interessata dal fenomeno4.
Evidentemente, oscillazioni così ampie vanno rapportate ad alcune ipotesi interpretative ben precise. Così, il tentativo di ridurre al minimo l'entità delle stragi è stato esperito allo scopo di corroborare il giudizio espresso da parte del governo jugoslavo fin dal 1945 e riassumibile nell'affermazione che gli infoibati non erano altro che "fascisti caduti o scomparsi a fianco dei tedeschi nel corso di combattimenti con i partigiani e di operazioni dell'esercito jugoslavo, o criminali di guerra dei quali il popolo stesso ha disposto all'atto della liberazione5.
Quella della generale colpevolezza dei morti è naturalmente una tesi tutta politica, nata come argomento polemico - anche se poi si è consolidata come verità di Stato per tutta la durata del regime jugoslavo nonostante la sua consistenza sia apparsa subito assai fragile. La tipologia proposta corrisponde infatti solo in minima parte a quella degli scomparsi e non spiega - solo per fare un esempio - le ragioni dell'accanimento persecutorio nei confronti dei membri dei Cln di Trieste e Gorizia piuttosto che contro i leader del fascismo repubblichino e del collaborazionismo giuliano. Ma certamente una spiegazione tutta giocata sul concetto di "giustizia sommaria" nei confronti di criminali politici risulta incompatibile con l'immagine di una strage compiuta su larga scala: di conseguenza, sul piano dei conteggi, la strage viene negata.
Sul versante opposto, le palesi esagerazioni nel numero dei caduti appaiono anch'esse manifestamente strumentali al sostegno di una tesi, speculare alla precedente, che per stare in piedi ha bisogno di grandi cifre. È la tesi del "genocidio nazionale", espressione questa che in tempi recenti è stata in genere sostituita da quella di "pulizia etnica"6. È anche questa una tesi politica, che riprende alcuni dei temi-guida del nazionalismo italiano: la perennità del conflitto fra Italia e Slavia, la "barbarie balcanica", contrassegno evidente di un'umanità inferiore e selvaggia, lo sciovinismo slavo, teso a cogliere ogni occasione per estendere la sua dominazione sulle macerie dell'italianità e, nel caso specifico, impegnato ad assestare con ogni mezzo un'ultima, brutale, spallata alle posizioni italiane nella regione.
Caratteristica di tale interpretazione è la pretesa di isolare unilateralmente uno degli elementi che certamente hanno giocato un ruolo importante negli episodi del 1943 e del 1945 - e cioè lo scontro nazionale fra italiani e slavi - per costruirvi attorno una spiegazione compatta e compiuta che non consente di distinguere l'intreccio di piani - politico-ideologici, etnici, sociali e di potere - che sta alla radice delle uccisioni di massa.
Ad ogni modo, perché di sterminio etnico a danno degli italiani si possa parlare in termini plausibili, - uso il presente, perché affermazioni del genere sono ancora frequenti - occorre che le dimensioni delle violenze siano tali da renderle un unicum rispetto agli altri episodi di brutalità di cui sono costellati gli anni di guerra e, ancor prima, quelli del fascismo: e un risultato del genere viene ottenuto sommando tutti i "caduti per mano slava" a partire dal 1943, fino a comporre una sorta di generale "martirologio delle genti adriatiche", oppure, più semplicemente, inventando delle cifre di sana pianta.
Le forzature presenti nelle ipotesi di cui abbiamo fin qui parlato sono così macroscopiche, che non varrebbe certo la pena di dedicarvi spazio in sede critica se non fosse per un dato, che riveste un'importanza tutt'altro che secondaria anche sul piano degli studi. Sono proprio queste letture semplificatorie e di sapore scopertamente politico-propagandistico infatti, che hanno costituito per decenni - vale a dire fino agli anni ottanta - il punto di riferimento obbligato del dibattito interpretativo sul problema delle foibe e che, come tali, non solo hanno orientato in misura determinante i giudizi della pubblica opinione, ma hanno in qualche misura condizionato anche i tentativi di analisi più seri e rigorosi che pur sono stati compiuti in ambito storiografico.
È questo ad esempio il caso di un grappolo di contributi prodotti a partire dagli anni settanta, nell'ambito dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, e che hanno condotto ad una serie di acquisizioni che senza dubbio costituiscono un punto fermo nella ricostruzione delle ragioni dell'accaduto7. L'elemento di fondo messo in luce dalle ricerche di Galliano Fogar e dagli interventi di Giovanni Miccoli è rappresentato dalla necessità di inserire gli episodi del 1943 e del 1945 all'interno di una più lunga storia di sopraffazioni e di violenze, iniziata con il fascismo e con la sua politica di oppressione della minoranza slovena e croata proseguita con l'aggressione italiana alla Jugoslavia e culminata con gli orrori della repressione nazifascista contro il movimento partigiano.
Si tratta evidentemente di uno dei nuclei centrali di tutto il confronto interpretativo: le esplosioni di violenza dell'autunno del 1943 e della primavera del 1945 non risultano infatti pienamente comprensibili se non le si pone in rapporto con l'accumulo di tensioni verificatosi negli anni del fascismo e giunto al parossismo durante il periodo bellico, attraverso lo scontro senza quartiere fra guerriglia ed antiguerriglia.
Muovendo da tale osservazione, si può essere quindi indotti a leggere in ultima analisi le foibe come un fenomeno di reazione, come una resa dei conti brutale e spesso indiscriminata compiuta da parte di popolazioni oppresse e stremate nei confronti dei loro persecutori.
Un'analisi del genere ha consentito da un lato di recuperare lo spessore storico degli eventi descritti, dall'altro di mettere in luce un aspetto, quello della "risposta", sicuramente ben presente e operante fra le spinte che stanno alla radice delle uccisioni su larga scala. Tuttavia, interpretare complessivamente il fenomeno delle foibe come prodotto di un eccesso di reazione, è una scelta che presenta alcuni limiti di non poco conto e che in trasparenza rivela anch'essa come nella costruzione del giudizio storico abbiano pesato istanze ed urgenze interne agli sviluppi del dibattito politico a Trieste, a cominciare dalla preoccupazione, comune a tutta la cultura democratica giuliana, per la sistematica strumentalizzazione della memoria delle foibe compiuta dalla destra triestina, ed in particolare per i tentativi di equiparazione fra Resistenza e fascismo condotti senza soste dagli ambienti del nazionalismo giuliano.
Esempio tipico di tale tendenza sono gli accostamenti semplificatori fra le foibe e il lager della risiera di San Sabba, tesi spesso a proporre una sorta di concorrenzialità fra i morti di una parte ed i morti dell'altra. Di fronte a tali forzature si è posta perciò come prioritaria la necessità di richiamare quella distinzione fra aggrediti ed aggressori, che rimane tuttora fondamentale per l'intelleggibilità storica degli episodi del 1943 e del 1945.
La volontà di opporsi alle molte esagerazioni ed alle patenti falsificazioni diffuse da parte nazionalista ha finito peraltro per condurre ad una sottolineatura unilaterale della "spontaneità" popolare che avrebbe contraddistinto le esplosioni di violenza, ed alla negazione quindi dell'esistenza, a monte delle uccisioni su larga scala, di qualsiasi disegno organico di persecuzione politica. Ad accentuare gli aspetti spontanei, il carattere di irrazionale vendetta degli episodi del 1943 e del 1945 ha concorso però, con tutta verosimiglianza, anche uno scrupolo di natura diversa, probabilmente connesso all'ammirazione a lungo nutrita per l'esperienza, e per il modello, resistenziale jugoslavo: e cioè, lo scrupolo di evitare generalizzazioni, ritenute indebite, delle aspre critiche suscitate dall'oscura pagina del maggio-giugno 1945, attraverso lo sforzo di circoscriverne la portata a quella di un passaggio doloroso ed esecrabile, ma tutto sommato marginale, nell'ambito del processo di costruzione - considerato per molti versi esemplare - del nuovo stato socialista jugoslavo.
Così facendo però, venivano sostanzialmente obliterati tutta una serie di dati di fatto - dalla caccia scatenata contro i componenti del Cln giuliano, alle retate di probabili oppositori del nuovo regime, anche se non compromessi con il fascismo, fino alla prosecuzione delle condanne e delle uccisioni nei campi di concentramento fino a tutto il 1946 - che non sembrano in verità riconducibili all'improvviso fiammeggiare di una vampata di furore, ma che si configurano piuttosto come passaggi essenziali di una ponderata strategia di annichilimento del dissenso.
Con la produzione storiografica degli anni settanta - che di fatto si è prolungata sino alla metà dello scorso decennio - si è pervenuti quindi ad una storicizzazione a metà del fenomeno delle foibe, che se lumeggia bene il suo carattere di anello di una lunga catena di sopraffazioni, non riesce d'altro canto a cogliere un altro dei suoi aspetti di fondo, vale a dire, il suo essere parte integramte di un processo più generale - che nella Venezia Giulia assume certo un significato particolare, data l'esistenza di una questione nazionale aperta - ma la cui dimensione travalica ampiamente i confini regionali. Questo processo è l'assunzione del potere in Jugoslavia da parte del movimento partigiano a guida comunista, che avviene per via rivoluzionaria, attraverso una guerra di liberazione che è anche guerra civile, condotta ad un livello di intensità non comparabile con la situazione italiana ed i cui echi, in termini di scontri armati e di uccisioni di massa, si prolungano fino al 1946.
È proprio questo nesso tra vicende giuliane e modalità di costruzione del comunismo in Jugoslavia, che è stato invece posto al centro degli interventi degli ultimi anni, che hanno messo particolarmente in luce come i comportamenti assunti nella Venezia Giulia da parte dell'esercito popolare di liberazione jugoslavo non si discostassero molto da quelli tenuti nel medesimo periodo in altre zone della Jugoslavia appena liberate dai tedeschi, e parimenti diretti sia allo smantellamento accelerato delle strutture istituzionali e politiche del precedente regime, sia al preventivo annientamento dei nuclei attorno ai quali avrebbero potuto coagularsi eventuali movimenti di opposizione.
Sotto questo profilo pertanto, il nocciolo della crisi della primavera del 1945 - e, su scala più circoscritta ed in termini meno lineari, anche di quella del settembre 1943 - va individuato nell'ondata rivoluzionaria che copre la Venezia Giulia e che costituisce il contesto entro il quale si collocano non soltanto le azioni repressive esplicitamente mirate, ma anche la varietà - certo non programmabile ma in qualche misura scontata - degli episodi e delle responsabilità. In questo senso perciò, anche la distinzione - a lungo dibattuta - fra violenza spontanea e violenza di regime, cessa di essere significativa, in quanto appare esprimere non già due moduli d'intervento fra loro alternativi, bensì due facce della medesima esperienza politica8.
Nel 1945 quindi Trieste era, non solo geograficamente, ben più vicina a Lubiana che a Reggio Emilia, e questa osservazione, se da una parte consente di orientarsi meglio fra i molti percorsi di un fenomeno complesso come quello delle foibe, che rimanda contemporaneamente a contesti diversi - come peraltro è tipico di tutta la storia giuliana del Novecento - dall'altra parte offre anche un possibile terreno di confronto con le prime riflessioni prodotte in sede critica dalla nuova storiografia slovena, che è appunto impegnata a riconsiderare modalità e conseguenze dell'affermazione del regime di Tito9.
Sempre da parte slovena, le aperture archivistiche, consentite dall'instaurazione nel Paese di un regime democratico dopo la proclamazione dell'indipendenza, e le nuove indagini, rese possibili dalla disponibilità di una mole assai cospicua di documentazione relativa agli anni di guerra e del dopoguerra, offrono pure nuovi ed importanti motivi di conferma alle valutazioni cui gli storici italiani sono pervenuti nei primi anni novanta riprendendo e sviluppando una serie di indicazioni che erano in parte già presenti nella precedente produzione storiografica ed in particolare nella riflessione di Diego De Castro ed Elio Apih10. Ben s'intende, siamo oggi soltanto agli inizi di un lungo percorso di ricerca, ma un dato di fondo sembra già abbastanza chiaro. A monte della repressione di maggio sta un disegno politico preciso, elaborato ai massimi livelli decisionali e ben espresso nelle indicazioni impartite nella primavera del 1945 da Franc Leskovsek nel corso di una seduta del Comitato centrale del Partito comunista sloveno: "Preparare per Trieste il personale qualificato - la polizia. In ventotto ore bisogna mettere in funzione tutto l'apparato, prelevare i reazionari e condurli qui, qui giudicarli - là non fucilare" e nei dispacci inviati da Edvard Kardelj ai capi sloveni: "È necessario imprigionare tutti gli elementi nemici e consegnarli all'Ozna per processarli. [ ... ] Epurare subito, ma non sulla base della nazionalità, bensì su quella del fascismo"11.
Si tratta di un programma assai esplicito, la cui sostanza politica è resa evidente dall'individuazione del nemico da eliminare: non certo gli "italiani" - come vorrebbero i sostenitori della tesi dello "sterminio etnico" - ma i "reazionari", termine che nel linguaggio dei comunisti sloveni del tempo (lo stesso avviene anche in area croata) si sovrappone spesso a quello di "fascisti" e copre tutte le posizioni politiche non riconducibili a quelle del Fronte di liberazione (Osvobodilna Fronta, d'ora in poi Of), con particolare riferimento al nodo annessione alla Jugoslavia/costruzione del socialismo. Da questo punto di vista, per i comunisti sloveni "reazionaria" è l'intera Resistenza italiana non comunista, secondo una valutazione che emerge ad esempio con grande chiarezza dai rapporti inviati dall'Italia da Anton Vratusa (rappresentante del Pcs presso il Pci dall'autunno del 1943 alla primavera del 1945) e che, se rimane teorica quand'è riferita ai membri del Clnai, diviene invece criterio operante di discriminazione e persecuzione nei confronti dei Cln di Trieste e Gorizia12.
Oggi quindi siamo sicuramente di fronte ad un allargarnento del campo di indagine e ad un affinamento degli strumenti di analisi; tutto ciò ha indubbiamente portato ad un arricchimento delle prospettive di ricerca, ma può condurre anche a qualche sbilanciamento. In particolare - e questo è già stato fatto nei contributi più avvertiti - il riferimento prioritario al processo rivoluzionario in corso in Jugoslavia va in ogni caso integrato con la considerazione del ruolo di moltiplicatore degli odii politici svolto nella Venezia Giulia dallo scontro nazionale: se per un verso infatti il nazionalismo rimane un elemento di valutazione essenziale per la comprensione del significato e dei contraccolpi dell'esperienza fascista nella regione, per l'altro verso, la centralità rivestita dal problema delle nazionalità nell'edificazione del nuovo Stato jugoslavo, si riverbera anche nelle scelte compiute nello specifico della situazione giuliana, dove il tentativo del gruppo dirigente stretto attorno a Tito di offrire nuove risposte ad una serie di questioni che avevano condotto alla catastrofe la precedente compagine nazionale, passava anche attraverso il massiccio recupero del nazionalismo sloveno e croato nei confronti dell'Italia.
Anche quest'ultima griglia di lettura del fenomeno delle foibe non va assunta quindi in termini schematici, ma piuttosto come un filo conduttore, attorno al quale è possibile comporre un quadro interpretativo sufficientemente organico ed articolato.
Al riguardo, proviamo ad esempio ad esaminare più da vicino gli avvenimenti della primavera 1945. Appena giunte nelle città della Venezia Giulia - Fiume, Gorizia, Trieste - spesso prima ancora che i combattimenti siano cessati, le truppe jugoslave (partigiani del IX Korpus ed unità regolari della IV armata) procedono al disarmo ed all'internamento di tutti i militari che portano indosso la divisa della repubblica di Salò, secondo una prassi correntemente messa in atto da un esercito vittorioso nei confronti degli avversari in armi. Tutt'altro che scontato - anche se non privo di precedenti nel corso del conflitto - e contrario ad ogni norma internazionale, è invece il trattamento riservato ai prigionieri (italiani o tedeschi che siano), costretti ai lavori forzati e molti dei quali periranno di stenti e malattie nei campi di concentramento e lungo la strada che conduce ai luoghi di detenzione13.
Particolarmente grave sotto questo profilo appare la situazione creatasi nel campo di Borovnica, non lontano da Lubiana, dove alcune migliaia di prigionieri, fra i quali vi sono anche civili, vengono reclusi in condizioni disumane e praticamente privi di alimentazione, e dove la mortalità risulterà altissima. Le condizioni di detenzione miglioreranno leggermente dopo il mese di agosto, quando l'amministrazione del campo passerà dalle competenze delle autorità militari a quelle del Ministero dell'Interno14. La deportazione peraltro è preceduta da un certo numero di esecuzioni sommarie (nell'ordine presumibile di alcune centinaia), compiute in genere subito dopo la cattura e decise non solo senza previo accertamento, ma talvolta anche senza lo scrupolo della ricerca di effettive responsabilità personali in atti criminosi a conferma di come ciò che in sostanza conta, nel caso dei militari, non è tanto il riconoscimento individuale di responsabilità, quanto la colpa collettiva. In altre parole, appartenere alle forze armate fasciste significa di per sé essere considerati rei di morte, anche se poi l'esecuzione di una condanna che ha scarso bisogno di formalizzazioni - sono, del resto, momenti in cui si può uccidere senza burocrazia - dipende da mille fattori imponderabili, dal volere spesso inesplicabile di autorità disparate, quando non dalla casualità, com'è testimoniato dalla grande varietà nella gestione dei prigionieri.
Nei giorni di maggio del 1945 non aver commesso alcun crimine non è dunque una ragione sufficiente per poter vivere, a fronte di una spinta politica ben più pressante: lo dimostra, ad esempio, la sorte dei finanzieri della legione di Trieste, che non hanno mai concorso ad azioni antipartigiane, che hanno collaborato con il Cln e partecipato all'insurrezione finale, ma che ciononostante vengono prelevati ed eliminati in massa.
Il punto è - in questo ed in altri casi, come quello della Guardia civica - che aver combattuto contro i tedeschi negli ultimi giorni di guerra sotto il comando del Cln non costituisce affatto per gli jugoslavi un titolo di merito, anzi viene considerato come la prova del preciso intento delle stesse forze che già hanno sostenuto i fascisti di continuare a svolgere la loro funzione antislava mutando bandiera: e ciò non fa che aggravare, spesso irrimediabilmente, la situazione15. Espliciti al riguardo sono gli ordini impartiti dal comitato centrale del Pcs alla vigilia della marcia su Trieste: "Tutte le unità tedesche e l'intero apparato di polizia e di amministrazione di Trieste vanno considerati nemici e occupatori. Impedite che si proclami qualsiasi potere che si definisca antitedesco. Tutti gli elementi italiani di questo tipo possono soltanto consegnarsi e capitolare all'armata jugoslava di liberazione. Tutto ciò che agisca contro di essa è esercito di occupazione"16.
Ciò che vale per i militari quindi, vale a maggior ragione per gli appartenenti alle forze di polizia - o perlomeno per i quadri intermedi ed inferiori, posto che i funzionari di rango più elevato, a cominciare dal questore, vengono in genere lasciati in pace - per i quali la presunzione di colpevolezza discende direttamente dall'inserimento nell'apparato repressivo, tanto che i procedimenti nei loro confronti - nei casi in cui non si ricorre alla giustizia sommaria - assumono una valenza più simbolico-politica che giudiziaria, svolgono cioè la funzione di collegare la spontaneità del furor popolare che invoca una vendetta pronta ed appariscente, con l'intervento organizzato delle autorità militari, che compiono gli arresti, istruiscono i processi con la partecipazione determinante della popolazione dei borghi carsici ed eseguono materialmente le condanne17.
Ci si potrebbe a questo punto attendere che un'azione altrettanto sistematica di quella lanciata contro l'insieme della struttura militare e repressiva del passato regime venga impostata anche nei confronti degli esponenti politici fascisti attivi vuoi nel partito, vuoi nelle istituzioni. Le cose invece vanno in maniera abbastanza diversa. L'impressione infatti è che gli organi di sicurezza jugoslavi dedichino solo limitata attenzione ai caporioni del fascismo giuliano - molti dei quali del resto e pur con qualche significativa eccezione, come quella del senatore Gigante, ucciso a Fiume, hanno preso per tempo la fuga - come anche ai leader collaborazionisti, che non vengono seriamente molestati. Ciò non vuol dire che un numero considerevole di quadri intermedi e minori macchiatisi di crimini prima e dopo la guerra - ex squadristi, professionisti della violenza, protagonisti di rappresaglie e sevizie, assieme a spie, anche slovene e croate, ed aguzzini dell'Ispettorato speciale di pubblica sicurezza - o semplicemente invisi alla popolazione per gli atteggiamenti tenuti durante il ventennio, vengano ovunque possibile raggiunti e giustiziati; ma certo, per quanto riguarda le gerarchie del Partito fascista e del collaborazionismo giuliano, private ormai di ogni ruolo politico, non è questa una delle priorità alte della repressione e non vale probabilmente la pena di sprecare per loro tempo ed energie più urgenti altrove.
La direttrice di fondo dell'azione repressiva è infatti un'altra e muove dalla consapevolezza, che permea dirigenti e quadri del movimento di liberazione jugoslavo, secondo la quale la vittoria militare non conclude la lotta contro il fascismo, ma la fa semplicemente entrare in una fase diversa: il nemico infatti si è trasformato, ma non è scomparso, non è più l'occupatore da combattere armi alla mano, ma chiunque con i suoi intrighi cerchi di vanificare gli esiti della lotta appena conclusa, chiunque cioè si opponga all'instaurazione della società socialista, vale a dire - l'equazione è assiomatica - all'annessione dell'intera regione alla Jugoslavia.
In questa prospettiva, di fronte alla prevedibile ampiezza ed alla potenziale pericolosità dei dissensi, sembra indispensabile accompagnare i provvedimenti di tipo politico assunti in positivo fin dai primi giorni dell'occupazione del territorio - sul piano istituzionale ed amministrativo, della mobilitazione di massa e della propaganda - con una vasta opera di "epurazione preventiva" della società giuliana che metta fuori gioco, prima ancora che si manifestino, le possibili opposizioni al nuovo regime, annichilendo fin dal primo momento le forze che con maggior credibilità - e quindi pericolosità - potrebbero fungere da coagulo per insoddisfazioni e contrarietà diffuse.
Così a Fiume i primi ad essere colpiti sono gli esponenti del movimento autonomista zanelliano, che a cavallo degli anni venti si era battuto contro i fascisti per lo Stato libero di Fiume e che durante il periodo dell'occupazione tedesca si era mostrato capace di aggregare vasti consensi fra la popolazione cittadina, anche se non era riuscito a tradurre la propria influenza politica sul piano dell'organizzazione resistenziale, egemonizzata dal Partito comunista croato. Fino ai primi giorni di maggio perciò alcuni leader storici del movimento vengono trucidati ed altri costretti alla fuga, e nel giro di pochi mesi la possibilità che rimanga latente un polo di aggregazione alternativo rispetto a quelli previsti dal regime, viene radicalmente estirpata18.
Nel capoluogo quarnerino oltre agli autonomisti la persecuzione colpisce anche gli esponenti del Cln, secondo una linea che trova ampio riscontro anche a Trieste e Gorizia: numerosi sono infatti nelle tre città gli arresti e le deportazioni di aderenti alle formazioni della Resistenza italiana, e degli scomparsi solo alcuni faranno ritorno dai campi di concentramento dopo lunghi periodi di detenzione, mentre ancora nel 1946 - e quindi ben lungi dai momenti delle esplosioni di ira popolare - risulteranno comminate da parte jugoslave condanne capitali contro reclusi accusati di aver fatto parte dei Cln19.
In questo caso, la scelta repressiva compiuta dalle autorità jugoslave appare del tutto conseguente alle sue premesse, dal momento che sul piano politico il Cln - definito dalla propaganda "criminale e famigerato" - si presenta come un'organizzazione direttamente concorrenziale rispetto a quelle ufficiali, delle quali è ben in grado di contestare l'esclusiva rappresentatività degli antifascisti giuliani: pertanto, dal punto di vista del movimento di liberazione jugoslavo appare come l'avversario più pericoloso, sia perché potenzialmente in grado di porsi come punto di riferimento per i giuliani contrari all'annessione al nuovo Stato jugoslavo, sia in quanto l'eventuale accoglimento in sede internazionale - siamo nel pieno della contesa diplomatica fra la Jugoslavia e le potenze occidentali per la definizione delle rispettive zone di occupazione nella Venezia Giulia - della sua istanza di riconoscimento quale legittima espressione della Resistenza italiana, farebbe cadere uno dei pilastri principali su cui si regge l'edificio dei poteri popolari appena costituiti nella regione da parte jugoslava, vale a dire la pretesa di rappresentare la totalità delle forze democratiche ed antifasciste, senza distinzione di nazionalità20.
Dal punto di vista operativo - stando a quanto si è potuto finora capire, ma il quadro attende ancora di venir completato - nei primi giorni di maggio gli arresti vengono compiuti in parte direttamente dall'Ozna (la polizia politica partigiana), ma soprattutto dai reparti militari - regolari e partigiani, comprese le unità italiane inserite nell'esercito di liberazione jugoslavo - dipendenti dal Comando della IV armata e dai comandi locali, responsabili del mantenimento dell'ordine, sempre sulla base di liste fornite dai servizi di sicurezza, che hanno già da tempo provveduto a redigere lunghi elenchi di "nemici del popolo" servendosi di un'estesa rete di confidenti, italiani e sloveni21. Una testimonianza questa, sia dell'elevata capacità di penetrazione nelle diverse articolazioni della società giuliana mostrata dall'organizzazione clandestina facente capo all'Of, sia della lungimiranza dei suoi dirigenti, che pianificano accuratamente i passaggi chiave della presa del potere: ai primi di maggio le autorità jugoslave possono così disporre di un'accurata mappatura della realtà triestina, sotto il profilo politico ed amministrativo, che consente loro di selezionare i propri interlocutori mettendo in opera una serie di interventi che vanno dall'offerta di collaborazione all'eliminazione.
A partire dalla seconda metà di maggio all'Ozna ed alle unità militari si affianca nei compiti repressivi anche la Guardia del popolo, forza di polizia dipendente dalle autorità civili create da parte jugoslava nel corso del mese di maggio, ed alle quali le autorità militari trasmettono parte dei loro poteri. Nello stesso periodo viene costituito pure un Tribunale del popolo per i reati fascisti, che però riesce a celebrare solo due processi prima del ritiro delle truppe jugoslave da Trieste e Gorizia; la competenza per i crimini di guerra rimane invece affidata ai tribunali militari, che operano con procedure assai spedite.
A proposito del comportamento tenuto dall'esercito iugoslavo nella regione vi è però ancora un dato che va sottolineato, e che contrasta nettamente con l'immagine di barbarica ferocia spesso disegnata da certa parte della pubblicistica italiana, secondo un cliché che non consente in realtà di capire fino in fondo il contesto ed il clima nazionale e politico in cui si svolgono i fatti tragici della primavera del 1945. Nei riguardi della popolazione civile della Venezia Giulia le truppe jugoslave non si comportano affatto come un esercito occupante un territorio nemico: nulla nelle loro azioni ricorda le indiscriminate violenze cui i soldati dell'armata rossa si lasciano andare in Germania, anzi, la loro disciplina sembra per certi versi superiore anche a quella delle unità angloamericane presenti a Trieste e Gorizia. Fra tale correttezza di atteggiamenti - largamente attestata dalle fonti - e l'ampiezza dell'azione repressiva non vi è peraltro contraddizione: semplicemente, le unità della IV armata protagoniste di una durissima campagna per la liberazione delle terre fino all'Isonzo, nella regione si sentono non in terra straniera ma a casa propria e sono fermamente impegnate a mettervi ordine, seguendo una prassi brutale e sperimentata.
Così, negli stessi giorni in cui nei pressi di Kocevje, nel cuore della Slovenia, vengono massacrati migliaia di oppositori del nuovo regime, a Trieste, a Gorizia e in Istria trovano la morte, accanto agli italiani, non pochi sloveni e croati anticomunisti; e l'impegno mostrato da parte delle autorità e dei servizi di sicurezza jugoslavi nell'eliminazione di soggetti sloveni, o considerati di origine slovena, accusati di collaborazionismo e di simpatie per il movimento dei domobranzi - un impegno che le fonti oggi accessibili confermano particolarmente intenso, specialmente nel Goriziano22 - suona ad ulteriore confutazione della tesi dello "sterminio etnico".
Non tutto peraltro è lineare nelle vicende di quei giorni: contraddizioni, conflitti di competenze e sensibilità diverse sono facilmente percepibili all'interno della stessa amministrazione jugoslava23, ma in sede di ricostruzione critica il problema è quello di intenderne il significato. Infatti, gli aspetti contraddittori della repressione non rimandano alla presenza di disegni strategici diversi, bensì ai vari piani sui quali si muove l'azione rivolta ad un unico fine, vale a dire il controllo totale del territorio giuliano. Per ottenere tale risultato, il movimento di liberazione sloveno ha messo in atto una serie di iniziative che, nella ricerca della massima efficacia, combinano costantemente due elementi: la mobilitazione delle risorse locali e gli interventi impositivi dall'esterno. Così a Trieste la liberazione dai tedeschi è avvenuta per opera di due spinte: l'insurrezione di Unità operaia organizzata in città concorre Cln e la "marcia su Trieste" compiuta dal IX Korpus e dalla IV armata in competizione con l'VIII armata britannica. L'affermazione del potere si fonda pure su di una duplicità di interventi: l'organizzazione delle masse e la repressione. Protagonisti della prima sono i poteri popolari, costituiti a tempo di record, anche nell'ipotesi di un loro mantenimento in funzione dopo un eventuale ritiro delle unità militari imposto dalle pressioni angloamericane. Protagonista della seconda è invece l'Ozna, che agisce in base a preciso mandato politico conferito dal Comitato centrale del Pcs - secondo uno schema di intervento indicato da Kardelj fin dall'agosto del 1944 come il più adatto a garantire il controllo di tutti i maggiori centri urbani della Slovenia "Lubiana, Trieste, Gorizia, Celovec"24 - ma che è portata ad interpretarlo nella maniera più radicale - provvedendo ad esempio arbitrariamente ad un gran numero di liquidazioni sul posto - e, soprattutto, agendo in piena autonomia dai neocostituiti organi dell'amministrazione civile. Sul piano tattico quindi le divergenze sono pressoché inevitabili, quanto a finalità specifiche ed a scelta dei metodi d'azione, fra le autorità civili, cui è affidato il compito di mobilitare il consenso attorno al regime ed ai suoi obiettivi rivoluzionari ed annessionistici, e l'Ozna, intenzionata ad applicare i sistemi più efficaci e sbrigativi per eliminare gli avversari del nuovo ordine, come pure per saccheggiare le risorse locali, nell'imminenza dell'abbandono della città.
Dal punto di vista della popolazione di sentimenti italiani, la risultante delle diverse spinte che governano la politica jugoslava a Trieste disegna un'immagine di paurosa incertezza, segnata da un'ondata di violenza che sembra abbattersi talvolta in maniera indiscriminata e imprevedibile. In effetti, anche in sede analitica, all'individuazione degli interventi mirati contro precisi soggetti, militari e politici, si accompagna la rilevazione di una gran massa di arresti di civili privi di particolari qualifiche e trascorsi, che risulta più difficile ricondurre ad una logica esplicita. Vero è che, a guardar bene i profili individuali delle vittime - nei pochi casi in cui studi specifici consentono di farlo25 - è possibile scoprire che la definizione di "civile" utilizzata nei primi elenchi di scomparsi redatti in base alle denunce dei familiari, va talvolta integrata da ulteriori precisazioni riguardanti ad esempio l'impiego presso le organizzazioni sociali e politiche fasciste ovvero la passata militanza in associazioni a sfondo patriottico. Naturalmente, l'inserimento in una struttura capillare e pletorica come quella del regime fascista, di per sé non implicava affatto, nella maggioranza dei casi, l'assunzione di qualsiasi responsabilità perseguibile neanche nella logica del più rigoroso antifascismo e d'altra parte, ancora una volta, i dati di cui siamo finora in possesso sembrano indicare come l'accertamento di colpe oggettive e la stessa formulazione di precisi capi di imputazione, svolgessero un ruolo decisamente secondario nella definizione della sorte dei prigionieri26. Peraltro, se pur tutto ciò concorre a rendere impossibile qualsiasi giustificazione delle stragi, può aiutare a comprendere i criteri degli arresti, soprattutto se il quadro viene integrato dall'ulteriore elemento - che comunque differenzia in parte la situazione giuliana da quella delle limitrofe Slovenia e Croazia - costituito dal ben noto sentimento di rivalsa nazionale contro gli italiani massicciamente presente nelle componenti slovene e croate della popolazione, esasperate dall'oppressione fascista, come pure nei quadri partigiani, reduci da una lotta senza quartiere contro i nazifascisti. È questo uno stato d'animo, immediatamente percepito da chiunque abbia respirato l'aria di quei giorni, che porta a limitare gli scrupoli, a calcare la mano sugli italiani, comunque sospetti, a trasformare automaticamente in bersagli della repressione preventiva tutti coloro da cui per un'infinità di ragioni - dalle tradizioni di famiglia agli ideali patriottici notoriamente professati, dalla partecipazione come volontario irredento alla grande guerra agli incarichi ricoperti nel corso del ventennio in qualcuna delle tante organizzazioni di massa del regime fascista, e così via - è lecito attendersi un atteggiamento di opposizione ai nuovi poteri o, come minimo, un sicuro dissenso verso le ipotesi annessioniste.
Tuttavia, passione nazionale e intolleranza politica non sono le uniche ragioni per cui nel maggio del 1945 a Trieste come a Gorizia, a Fiume come in Istria, si può scomparire talvolta per sempre. In molti casi basta assai poco per decidere la sorte di un individuo, come del resto avviene di frequente nel vivo di grandi tragedie collettive: l'esito di un regolamento di conti, in cui le motivazioni politiche sfumano in quelle personali; l'effetto di una delle innumerevoli delazioni, piaga diffusasi a macchia d'olio durante l'occupazione tedesca e proseguita poi senza soluzione di continuità; l'atto criminale di una banda di malfattori inseritasi per qualche tempo nelle pieghe della repressione; la parentela con una delle vittime delle foibe istriane dell'autunno del 1943 (che suggerisce di far sparire dalla circolazione scomodi testimoni) o la semplice conoscenza della personalità già inquisita; l'eccesso di zelo di una guardia del popolo che interpreta malevolmente atteggiamenti e situazioni27. Così per alcune settimane nella Venezia Giulia le logiche di violenza si incrociano al punto che, mentre un numero considerevole di cattolici sloveni e croati scompare nelle foibe, l'indignazione per il passato conduce anche sacerdoti sloveni già perseguitati dal fascismo a negare i conforti religiosi ad alcuni condannati italiani perché "hanno ampiamente meritato la loro sorte''28. È uno dei momenti di arrivo, nella dimensione locale, del processo generale di imbarbarimento dei rapporti politici che raggiunge il suo culmine in Europa nella prima metà degli anni quaranta.
Ecco dunque, che dietro l'apparente caoticità delle situazioni e degli interventi sembra possibile discernere con una certa chiarezza le spinte fondamentali dell'onda di violenza politica che spazza la regione, fino a ricostruire le linee essenziali di una proposta interpretativa generale, che certo andrà vagliata ed integrata alla luce dei nuovi apporti documentari, ma i cui connotati di fondo appaiono già delineati in maniera sufficientemente nitida. Ciò non significa, beninteso, che tutti i problemi siano risolti, né sul piano della ricerca storica, né su quello della memoria collettiva e del suo utilizzo pubblico, perché certo la dimensione politica del problema delle foibe non è scomparsa assieme alla Jugoslavia ed all'impero sovietico, e può anzi favorire sia la generazione di nuovi miti, sia la ripresa di quelli che - almeno sul piano storiografico - fino a qualche anno fa credevamo ormai dissolti. Non si tratta peraltro di una condanna inesorabile, perché è pur vero che a cavallo degli anni novanta la ripresa di interesse per il tema delle foibe, che è avvenuta prima in campo politico che in quello storiografico, è stata gestita quasi insperatamente in modo da lasciare spazi reali al riavvio della ricerca storica29. È un'occasione da non sprecare.


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