Rosella Prezzo
La seconda guerra mondiale sul filo della memoria
Memoria e soggettività rammemorante
Il fondo "La mia guerra"
"l'impegno", a. XIII, n. 1, aprile 1993
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Guerra / esperienza / memoria
Se "la guerra è il modo normale in cui la Storia incontra le
microstorie"1, ciò è tanto più
drammaticamente vero per le due guerre mondiali a causa delle dimensioni e dei profondi effetti traumatici che le
hanno caratterizzate. L'estensione e il coinvolgimento abnorme e inusuale di luoghi, popolazioni e
soggettività differenti hanno fatto assumere alla narrazione e alla memoria della guerra, soprattutto dell'ultima,
una dimensione immediatamente corale, collettiva, plurale, ma nello stesso tempo frantumata e dispersa.
Gli eventi bellici hanno invaso in profondità anche il territorio mentale, sconvolgendo fondamentali
aspetti delI'Io, dell'essere-nel-mondo degli individui e delle loro rappresentazioni simboliche: il rapporto con
la morte, col linguaggio, col progresso e la tecnica, la civiltà e la barbarie, l'identità e l'alterità. Vissuti
informulabili, come la morte anonima e di massa, lo sterminio scientificamente e tecnicamente organizzato, la
minaccia dell'annientamento della specie quale possibilità della storia - racchiusi emblematicamente nei nomi
di Auschwitz e Hiroshima - si rivelano sempre di più essere la pietra di paragone della storia del Novecento.
Tutto ciò ha fatto subire all'esperienza e alla memoria stessa una torsione tale da imporre
all'attenzione, anche della storiografia, la necessità di un ripensamento del nesso oblio/memoria e della sinonimia
acquisita fra storia e memoria. È, in ultima analisi, il rapporto con le dimensioni del passato e del futuro, di cui
la memoria è garante quale "ponte" della temporalità e atto di narrazione individuale e sociale, a
ripresentarsi problematicamente in forme del tutto inusitate. Non è più la storia che si cerca nel continuo di una
memoria, ma la memoria che si proietta nel discontinuo e nella rottura della storia.
La guerra del 1914-18 ha significato innanzitutto per la sensibilità collettiva, come ha rilevato Walter
Benjamin, il momento in cui si è manifestato nella maniera più tremenda l'espropriazione e il polverizzarsi
dell'esperienza propria dell'età moderna. Quando "masse umane, gas, energie elettriche sono state gettate in campo,
correnti ad alta frequenza hanno attraversato le campagne, nuovi astri sono sorti nel cielo, spazio aereo e
abissi marini hanno risuonato di motori, e da ogni parte si sono scavate nella madre terra fosse
sacrificali"2, l'esperienza individuale - quale capacità di raccontare a sé e agli altri la propria storia - si è dissolta in
un "bagno di acido solforico". Ciò si esprime eloquentemente proprio nell'ammutolimento attonito dei
reduci dal fronte. Di quell'evento Benjamin ha colto l'essenziale in queste frasi: "Una cosa è chiara: le
quotazioni dell'esperienza sono cadute e questo in una generazione che, nel 1914-1918, aveva fatto una delle
più mostruose esperienze della storia mondiale. Forse questo non è così strano come sembra. Non si poteva
già allora constatare che la gente se ne tornava dal fronte ammutolita? Non più ricca, ma più povera di
esperienza? Ciò che poi, dieci anni dopo, si sarebbe riversato nella fiumana dei libri di guerra, era tutt'altro
che esperienza che scorre dalla bocca all'orecchio. No, non era strano. Poiché mai esperienze sono state
smentite più a fondo di quelle strategiche attraverso la guerra di posizione, di quelle economiche
attraverso l'inflazione, di quelle corporali attraverso la fame. Una generazione che era ancora andata a scuola col
tram a cavalli, si trovava, sotto il cielo aperto, in un paesaggio in cui nulla era rimasto immutato tranne le
nuvole, e nel centro - in un campo di forza di esplosioni e di correnti distruttrici - il minuto e fragile corpo
umano"3. La memoria può allora registrare solo la sparizione di un mondo, quel "mondo di ieri" su cui si
attarda nostalgicamente Stefan Zweig. Il primo conflitto, mondiale perché in esso "ciascuno ha perso un
mondo" (Robert Musil), è sentito come il luogo comune di una perdita irreparabile e l'emergere di un mondo
altro dove i contenuti trasmessi e i punti di riferimento non hanno più valore né significato. Il soggetto si
trova disarmato di fronte a uno choc cosmico. Si spezza cioè, traumaticamente, l'articolazione fra
percezione, esperienza e memoria. L'esperienza si dà infatti nella rete che viene intessuta fra il materiale del
proprio vissuto e la sua rielaborazione di senso, la quale si appoggia a sua volta sulla condivisione con altri di
quadri sociali e mentali incorporati nella memoria. Il vissuto abnorme resta un fatto bruto e indicibile,
percezione muta inassimilabile nella rete di significati acquisiti che possono dare senso all'esperienza, sia pure quella
di una guerra nelle forme ancora tradizionali.
L'entusiasmo, che aveva colto i più, intellettuali e non, in tutti i paesi belligeranti, allo scoppio della
guerra, si decompone nella "democrazia della morte". La guerra, immaginata e vagheggiata come la
massima espressione di esperienza autentica e di fuoruscita dalle soffocanfi quotidianità materiali verso una
dimensione di superiorità spirituale, si rivela il luogo in cui ogni destino individuale naufraga nella "terra
di nessuno" e nell'indifferenza di un processo
anonimo4. Nel monumento al Milite Ignoto, che non può
corrispondere ad alcun ricordo né evocare alcun volto in nessuna memoria, si esprime emblematicamente
la maschera impersonale del carnaio bellico.
Come Ernst Jünger avrebbe osservato nel 1930, l'esperienza reale della guerra si sarebbe rivelata non
lontana dal lavoro di fabbrica, dal 'preciso ritmo di lavoro di una turbina alimentata col
sangue"5, in cui gli uomini ridotti a "materiale umano" sono resi disponibili alla "mobilitazione totale". Sotto il segno di
questa categoria si pone anche l'assimilazione definitiva di pace e guerra, preludio di una cronica guerra
civile come prospettiva. Partito per le "tempeste d'acciaio" con la febbre del giovane guerriero germanico,
Jünger avrebbe finito per precisare, ma anche per estetizzare, ciò che rendeva radicalmente diversa la guerra
del 1914-18 "dalle altre guerre che la storia ci ha tramandato". Nella grande catastrofe "il genio della guerra
si era compenetrato con lo spirito del
progresso"6, e la tradizionale immagine della guerra come azione
armata era stata riassorbita rapidamente "nella più vasta immagine di un gigantesco processo
lavorativo"7, per la distruzione. La morte in battaglia, persa la sua aura eroico-individuale, veniva messa al lavoro.
L'esperienza del fronte è l'assurdo per eccellenza, che non può essere rielaborato individualmente, cioè
reso materia di esperienza quotidiana, e in quanto tale della memoria narrata. Come è stato più volte
evidenziato, nella narrazione delle testimonianze dei reduci o nelle memorie
autobiografiche viene dato, infatti, grande spazio al tempo precedente l'invio al fronte, all'ospedalizzazione, alla prigionia, oppure alla fine e al
ritorno a casa; mentre il tempo delle trincee è totalmente oscurato, bloccato,
inespresso8. Saranno piuttosto la rievocazione letteraria e la finzione cinematografica a trovare linguaggio ed espressione, a fissare le
immagini "spettacolari" del tempo di morte.
Ma ciò che non può essere rielaborato consapevolmente nel ricordo, è destinato facilmente ad essere
mitizzato. Il sacrificio e la perdita possono allora venire sacralizzati e l'esperienza della guerra trasformata nel
"mito dell'esperienza della guerra"
come ben ha evidenziato George Mosse - che guardava al conflitto come
ad un evento carico di senso, positivo, e anzi
sacro"9. Il mito, cancellando l'orrore e il senso di
impotenza, accentua la straordinarietà e la gloria: così "l'immagine dei morti e dei feriti
sbiadiva di fronte all'esaltazione della giovane virilità temprata dalla vita di
trincea''10. Saranno soprattutto il fascismo e il
nazismo, attraverso la simbologia e la rimitizzazione della morte, a fornire senso, valore e linguaggio - all'interno
di un nuovo quadro ideologico, politico e sociale - proprio a quell'esperienza. La comunità di guerra che
ruota attorno alla morte e al sacrificio, al sangue e alla terra, incorporandosi in un organismo unito dallo
stesso "destino", diventerà il modello dell'intera società. L'esperienza comunitaria del 1914, come
nettamente contrapposta non solo agli interessi materiali ma anche alla "razionalità" borghese e alla decadenza
effeminata, sarà alla base dell'ideologia nazista delle masse. Nel 1934 Joseph Goebbels celebra, infatti, i
combattenti tedeschi come coloro che "portano con sé dalle trincce un nuovo modo di pensare", avendo vissuto
fra sacrifici e pericoli "un nuovo tipo di comunità, che mai avrebbero potuto sperimentare in periodi di
felicità"; dall'esperienza della morte e dell' "uguaglianza" dinnanzi ad essa ne deriva l'impegno solenne a non
tollerare che, soprattutto in "tempi di pericolo", si apra una crepa in seno al
popolo11. Ci sono già tutte le
premesse per la cancellazione della distinzione fra militari e civili, fra fronte interno e linea del fuoco. La comunità
del popolo, infatti, grazie a questo suo carattere intrinsecamente guerresco, si identifica col "cameratismo"
e l'esperienza virile. Nel 1936 verrà anche coniata una nuova parola:
Frontgemeinschaft, "comunità del
fronte", che trova il suo fondamento nello "spirito del milite del fronte" e dell' "educazione del fronte".
La memoria spezzata
Se il primo conflitto mondiale segna una lacerazione profonda nell'esperienza e una successiva
ridefinizione di essa nella memoria pubblica, è soprattutto a partire dal 1945 che il passato si blocca in un
impasse, in un "passato che non passa", dove l'intero discorso sulla memoria assume una valenza inimmaginabile in
precedenza e una dimensione dal carattere universale fino allora
sconosciuta12. Se, infatti, l'esperienza
emblematica della grande guerra è l'esperienza del fronte e della trincea; quella che congela in sé la memoria collettiva
del secondo conflitto mondiale è l'esperienza del lager. Il termine stesso di "reduci" non si adatta più
agli uomini e alle donne che da esso hanno fatto ritorno. Essi sono i "sopravvissuti". "La realtà
concentrazionaria - scrive Maurice Blanchot - è un assoluto che ha interrotto la
storia''13.
Ma questo evento rimane come un paradosso della memoria individuale e storica: impossibile da
dimenticare e di cui risulta nello stesso tempo impossibile la testimonianza. Il testimone è, per definizione, colui
che ha visto, sentito, in una parola che ha vissuto ed esperito in prima persona e può raccontare, dar voce
agli eventi destinati, altrimenti, a restare muti e incomunicabili. Ma il testimone dello sterminio, colui che
è rimasto, non è un vero testimone: il "salvato" non può parlare fino in fondo al posto del "sommerso". Ce
lo dice Primo Levi: "Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che,
per loro prevaricazione, abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la
Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro [...], i sommersi, i testimoni integrali, coloro
la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l'eccezione.[...] Noi
toccati dalla sorte abbiamo cercato, con maggiore o minore sapienza, di raccontare non solo il nostro destino,
ma anche quello degli altri, dei sommersi, appunto: ma è stato un discorso 'per conto di terzi', il racconto
di cose viste da vicino, non sperimentate in proprio. La demolizione condotta a termine, l'opera compiuta,
non l'ha raccontata nessuno, come nessuno è mai tornato a raccontare la sua morte. I sommersi, anche se
avessero avuto carta e penna, non avrebbero testimoniato, perché la loro morte era cominciata prima di
quella corporale. Settimane e mesi prima di spegnersi, avevano già perduto la virtù di osservare,
ricordare, commisurare ed
esprimersi''14.
Impellente, tuttavia, è in chi torna l'esigenza della parola; la "follia" del racconto s'impone con forza
invincibile, ma essa è accompagnata da una scoperta sconvolgente, da una dolorosa sorpresa. Cosė si
esprime Robert Antelme nel suo straordinario "L'espèce humaine": "Due anni fa, subito dopo il nostro ritorno
siamo stati tutti, credo, in preda a un vero delirio. Volevamo parlare ed essere finalmente ascoltati. Ci dissero
che il nostro aspetto fisico era di per sé abbastanza eloquente. Ma si tornava allora, riportavamo nella carne
la memoria della nostra viva esperienza, sentendo un bisogno frenetico di dirla cosi com'era. Si capė
subito però che ci sarebbe stato impossibile colmare la distanza che si andava scoprendo, tra il linguaggio di
cui disponevamo e l'esperienza che quasi tutti stavamo ancora inseguendo dentro di noi. Ma come
rassegnarci al tentativo di spiegare in che modo si era arrivati a quel punto, immersi come ancora vi si era? Eppure
era impossibile. Appena si cominciava a parlarne, subito si soffocava. A noi stessi allora quello che si aveva
da dire, cominciò a sembrare
inimmaginabile''15. Rispetto all'ammutolimento dei reduci dal fronte, qui il
sopravvissuto, al contrario, è preso dal delirio della parola che rimane però strozzata in gola. Impossibile
parlare senza soffocare. Che cosa impedisce di parlare, di ricordare qualcosa che segna ancora la carne? Certo
un abisso si apre fra il linguaggio disponibile e l'esperienza senza nome del luogo della morte, fra il "qui"
del campo e il "laggiù" dei rimasti liberi. Tuttavia non è solo l'enormità dell'esperienza a rivelare una
difficoltà intrinseca ad essere trasmessa: la difficoltà vera è la scoperta terribile che quell'esperienza, che il
"salvato" era certo aver vissuto in prima persona, non può più dirla sua. Nel tentativo di parlare, nel delirio del
voler dire, la sua esperienza gli si rivela "come staccata in blocco da lui": non la possiede, sentendosi "ormai
in preda a una conoscenza infinita,
intrasmettibile''16: la verità di
Auschwitz. Non può più anteporre al
racconto quell'io che lo legittimerebbe come un testimone attendibile, quale soggetto titolare dell'esperienza.
È l'impossibilità stessa del testimone ad impedire la comunicazione. L'esperienza vissuta si vanifica
apparendo "inimmaginabile" al testimone stesso, una volta ritornato nel mondo dei vivi. L'esperienza del campo
si compie infatti in un assoluto impersonale, in una perdita irreversibile del vissuto e con essa della
possibilità di dire io, di raccontare: spazio grigio che si è impresso nella memoria, come si esprime Primo Levi,
"nella forma di un film sfuocato e frenetico, pieno di fracasso e di furia e privo di significato: un tramestio
di personaggi senza nome né volto annegati in un continuo assordante rumore di fondo, su cui tuttavia la
parola umana non affiorava. Un film in grigio e nero, sonoro ma non
parlato''17.
In questo spazio grigio la presenza della soggettività è ridotta a indigenza radicale, "ad esistenza pura
e semplice vissuta come mancanza a livello del bisogno", a puro "egoismo senza
ego''18. Il testo di Antelme è martellato dal "si" anonimo e indefinito, campana a morto per ogni singolarità, che scandisce
l'annientamento dell' "io" e del nome proprio, non permettendo più a se stessi di riconoscersi né di avere più il
diritto ad essere lì in persona. L'interdetto a non avere nulla di proprio è pronunciato nel momento stesso
della proclamazione del nome, durante l'appello nel lager: "Le SS arrivano [...]. Prima contano, poi un
Lagerschutz chiama i nomi storpiandoli. Anche il mio c'è tra i nomi polacchi e russi. Risata sul mio nome al
quale rispondo 'presente'. Il mio nome mi ha colpito all'orecchio come un barbarismo, tuttavia l'ho
riconosciuto. Per un attimo, sono dunque stato indicato direttamente, hanno chiamato me solo, hanno in modo particolare
sollecitato me, insostituibile! Qualcuno si è trovato a rispondere 'sì', a quello strano suono che però
corrispondeva altrettanto bene all'uomo che era lì. E bisognava dire 'sì' per risprofondare nella notte, per
tornare ad essere la pietra di una faccia senza nome. Se non avessi risposto, mi avrebbero cercato e prima di
avermi ritrovato gli altri non sarebbero partiti. Ci avrebbero di nuovo contato appena si fossero accorti che uno
non aveva detto 'sì', che lui non voleva essere lui. E dopo avermi scoperto, le SS mi avrebbero pestato la
faccia fino a farmi ammettere che, lì, io ero ben io, fino a farmi entrare in testa questa logica che io ero ben io,
quel niente che corrispondeva al nome che avevano
letto''19.
Nel racconto-diario di Marguerite Duras, allora moglie di Robert Antelme, "Le douleur", il qui/laggiù
è simmetricamente capovolto. Nella Parigi liberata, Marguerite attende il ritorno dal campo del marito
Robert, in un'attesa simile al delirio. Poi, il lentissimo tempo della convalescenza così vicino ad un'agonia
per un corpo ridotto a fame ed evacuazione, murato in un silenzio in cui la guerra è ancora presente. Infine,
il pensiero inconfessabile, terribile, su cui si chiude il racconto: "Io lo sapevo che lui sapeva, che a ciascun
ora di ciascun giorno lo pensavo: 'non è morto nel campo di concentramento'
"20. Se di qualcosa sarà
allora testimone lo sarà solo di questo: non essere morto nel campo - come gli altri; essere ciò che resta di
un soggetto, la sua sopravvivenza. Da qui la rivendicazione infinita di parlare e l'impossibilità quasi fisica
di farlo: un soffocamento. Eppure si deve raccontare, ma dove al raccontare si lega ormai
intrinsecamente l'impossibilità del racconto, alla necessità della parola il silenzio e l'afasia del dolore, al
rammemorare l'impossibilità del ricordo, al discorso la
cenere21, nel tentativo disperato di "ritagliare un senso entro
l'insensato"22.
Il riemergere della memoria e la memoria femminile
Ma al di qua dell'esperienza-limite del lager, la guerra è comunque qualcosa che non si dimentica, che
non si può dimenticare per chi l'ha attraversata o è stato attraversato da essa. E dopo un periodo di latenza,
che segna spesso l'andamento della memoria, stiamo assistendo in questi ultimi anni non solo a un
riemergere dei ricordi di guerra ma anche a un progressivo allargarsi a macchia d'olio che strappa all'oblio
territori, vissuti individuali e collettivi, situazioni, aspetti, spesso scomodi e contraddittori, che la
memoria istituzionalizzata o ideologicamente cristallizzata aveva perlopiù rimosso o non aveva permesso di
cogliere. Il passato, infatti, non si riversa nel presente come un fiume bensì come tanti rivoli: alcuni di essi vi
arrivano tortuosamente, altri si insabbiano, altri sommersi riemergono perché possono trovare significatività in
un nuovo orizzonte di domande e ripensamento del presente, che non si riduce mai alla pura
presenza23. Se poi lunghe tradizioni si interrompono o si alterano, se identità ideologiche e collettive vanno perdute - come
si dà nel "crollo del comunismo" , anche i più solidi criteri di selezione del passato
crollano24. Il passato può allora liberare il presente in esso custodito e rimasto allo stato di latenza in attesa di diverse selezioni
a venire. L'esercizio della memoria, personale e storica, può pertanto riattivarsi e il passato può essere
riformulato non tanto negli eventi puntuali quanto nel loro senso.
Per quanto riguarda in modo particolare gli anni di guerra, insieme a una rimeditazione storiografica
non unicamente centrata sulla dicotomia politica fascismo/antifascismo o
consenso/resistenza25, un'altra prospettiva ha sconvolto la dialettica del ricordo e dell'oblio, fornendo nuove chiavi di lettura e offrendo
nuovi territori alla riflessione e alla memoria. Alludo alla ormai consolidata storia delle donne e alla storiografia
di genere che, sull'onda di una consapevolezza acquisita attraverso i movimenti femministi, ha rivendicato
un doppio diritto per le donne, quello di "essere nella storia" e quello di "avere una
storia"26.
La storiografia ha mantenuto un lungo silenzio e una cecità sull'universo femminile in quanto
considerato estraneo alla storia e, in modo particolare, alla guerra quale ambito prettamente maschile. Una cecità
che persiste anche di fronte ad un evento qual è la seconda guerra mondiale che,
per la prima volta nella storia e come sua caratteristica fondamentale, ha la popolazione civile come obiettivo strategico in sé, in cui
le vittime civili superano il numero di quelle militari e in cui i soggetti femminili sono coinvolti a vario
titolo in tutti i campi e presenti nel teatro stesso della guerra. Eppure il fatto di essere di fronte, proprio per
questi elementi, a qualcosa di radicalmente nuovo, e sconvolgente convinzioni e fedi, è percepito chiaramente
da molti militari sin dai primi anni di guerra, come dimostrano alcune loro testimonianze. Ne riporto solo
due a titolo di esempio. "...E noi non si poteva far a meno di pensare: - dice il capitano Aldo Giadoso,
catturato il 10 settembre 1943 dai tedeschi in Grecia e deportato a Muiberg - Maledizione, ma che razza di
guerra gloriosa è mai questa, dove c'entrano i vecchi con un piede nella fossa, dove c'entrano i bambini e
le donne..."27. Per l'aviatore inglese Richard Hillary, che nella guerra vede inizialmente - come leggiamo
nel suo diario - soprattutto un'occasione per la sua generazione di provare nei fatti la "ripugnanza per gli sfoghi
di sentimentalismo organizzati e il patriottismo diretto dall'alto, [...] di provare che eravamo all'altezza
della gioventù hitleriana, anche se non conoscevamo alcuna disciplina", la visione di una donna morta sotto
i bombardamenti ha qualcosa di profondamente disvelante. Qualcosa che lo mette a confronto con se
stesso segnando il "punto di svolta di una concezione del mondo e di una visione della vita maturate a
Oxford prima della guerra". A Londra, dove si trova in licenza nell'autunno del 1940, assiste infatti a un
bombardamento che provoca il crollo di un edificio sotto le cui macerie rimangono sepolte alcune persone,
alle quali cerca di portare soccorso. "E cosi trovammo la donna. Dapprima vedemmo i piedi [...] Non era
del tutto ricoperta e attraverso due travi potemmo vedere che era ancora in vita. Dapprima tirammo fuori
il bambino. L'uomo del servizio antincendio ce lo porse con delicatezza, con un gesto rispettoso, quasi
grottesco: ma era già morto; lei doveva averlo avuto nel letto accanto a sé quando era caduta la bomba. [...]
Stavo presso la testata del letto e quando abbassai lo sguardo su quel viso stanco, rigato di sangue e consumato
dal lavoro, fui preso da un senso di assoluta irrealtà. Presi la bottiglia di cognac dalla tasca della mia giacca
e gliela appoggiai alle labbra. [...] Aprì gli occhi e
con un gesto istintivo cercò il bambino. Poi incominciò
a piangere. In silenzio, senza singhiozzare, alzò gli occhi verso di me mentre le lacrime le correvano lungo
le guance... La morte di questa donna in quelle precise condizioni era una cosa tanto tremenda che era
impossibile non trarne delle conclusioni logiche sconvolgenti. Si trattava di sollevare il velo su possibilità che
si trovano ben al di là del pensiero umano. Qui non si trattava più di bombe tedesche o di aviazione tedesca,
e neppure della mentalità tedesca - si trattava della sensazione di avere a che fare con l'incarnazione di ciò
che nega la vita, di qualcosa che in parole non era più
esprimibile"28.
Ma il lungo silenzio della storiografia sull'universo femminile è stato un silenzio condiviso e avallato
anche dalle donne29. In particolare la guerra, ogni guerra, ripropone la primitiva divisione dei sessi: gli uomini
che "vanno" a difendere armi in pugno la propria terra, le donne che "restano" a tutelare i sentimenti e la vita.
E così, in questa originaria rappresentazione che si è perpetuata - attraverso due immagini che si tengono
la mano l'un l'altra nei tempi tenacemente lunghi dell'immaginario, che tacita lo stesso disconoscimento del reale - si è perpetuato anche il "luogo comune" (sia da parte maschile che femminile) che la guerra è
un affare di e da uomini. Ciò ha indotto spesso le donne o a vivere l'insignificanza storica delle proprie vite
in una subalternità resa solo più drammatica dall'evento catastrofico della guerra; oppure a tentare un
mimetismo maschile che facesse dimenticare la propria "debolezza" femminile, magari da riassumere una volta finito
il tempo dell'emergenza; o ancora a barricarsi dietro un'estraneità da "anime
belle"30 rivendicando un
connaturato e quasi biologico pacifismo.
Ora, la storiografia femminile non solo ha reso visibile la partecipazione e il coinvolgimento delle
donne nella guerra, ma può fornire - anche attraverso la categoria relazionale di genere - elementi
indispensabili per la comprensione del suo significato sociale, antropologico, psicologico, simbolico e mentale. Tale
sguardo ha, in particolare per le donne, come scrive Anna Bravo, "vari significati in più, e tutti centrali; mostra
che alla base dei comportamenti c'è una contrattazione ininterrotta, in cui anche l'inerzia non collaborativa
ha un suo ruolo; che dunque le norme e i poteri non sono onnipotenti, mentre chi è più debole non è
necessariamente una vittima assoluta. E per questa via contribuisce da un lato ad oltrepassare il
paradigma dell'oppressione-dominio [...] D'altro lato ridefinisce il rapporto tra donne e evento non più in termini di
un braccio di ferro eroico o di un eterno subire, ma calandolo in un contesto di relazioni e di mediazioni,
in primo luogo quelle femminili: una concezione meno militante, forse, ma anche meno
militare"31.
Definire un soggetto storico, come quello femminile, significa dargli presenza e voce, storia e
memoria, partendo anche dal vissuto e dalle condizioni quotidiane. Ciò deve portare non tanto a giustapporre
una storia e una memoria delle donne come scena totalmente altra, ma a riconsiderare il senso e la
complessità degli eventi storici: complessità con cui la storia generale (composta non solo di forze economiche,
politiche, sociali o militari ma da una rete di codici culturali, retaggi simbolici, immaginario sessuale)
attraversa e tiene insieme gli uomini e le donne che di volta in volta
si trovano a "farla". La grande attenzione che,
in questa cornice interpretativa, è stata prestata al versante della soggettività si presenta allora come un
itinerario, talora impervio, che può consentire di risalire ai movimenti, spesso altrimenti inesplicabili,
dell'agire individuale e collettivo.
Un esempio di ciò è il libro di Christa Wolf, "Trama d'infanzia", uscito nel 1976 e ora tradotto anche
in italiano. Il viaggio che la protagonista compie, insieme al fratello, al marito e alla figlia, nella città natale
di Landsberg, allora tedesca, ora polacca, abbandonata a sedici anni all'arrivo dell'esercito sovietico, è
uno scavo nella memoria personale e collettiva, nei suoi oblii e schermi. Ma più che un libro di memorie,
questo della Wolf, è un' "evocazione" e un' "invocazione" del passato. Il faticoso movimento a ritroso nel
tempo provoca uno stupore interrogante in chi si accorge che la liscia superficie della storiografia ufficiale non reca
traccia della complessità dei processi individuali; che la definizione del nazismo come fenomeno
esterno alla Rdt formulata dopo il 1945, che ha delegato alla Germania federale la continuità col passato e
assunto per sé l'immagine della legittima erede della tradizione antinazista, è una "protezione dagli abissi del
ricordo". È qui che si innesta la riflessione determinando quello scarto narrativo orientato sul presente che
si pone come riscrittura del passato, per indagare "l'orribile segreto degli uomini di questo secolo": "Come
sia possibile essere presenti e contemporaneamente non
esserci"32. L'operazione attraverso il viaggio nel
paese dell'infanzia, che in quegli anni "si spostava quasi naturalmente all'ombra dei forni di
Auschwitz"33, è una via alla ricerca del sé bambina vissuto sotto il segno del nazismo, ma che è ormai un'irraggiungibile
"terza persona" del pronome "io" che nel dialogo della memoria si decentra in un "tu". La scrittura della
memoria non può avere la certezza del ritrovamento. E alla fine le domande rimangono ancora tutte lì, - ma con
un rinnovato senso: "La bambina che stava acquattata dentro di me - è uscita fuori? Oppure, spaventata, si
è cercata un nascondiglio più profondo e inaccessibile? La memoria ha fatto il suo dovere? O si è prestata
a dimostrare, col raggiro, che è possibile sfuggire al peccato capitale di quest'epoca: non voler conoscere
se stessi? E il passato, che poteva ancora disporre di regole grammaticali e scindere la prima persona in
una seconda e in una terza - la sua egemonia è spezzata? Si calmeranno le voci? Non lo
so"34. Ma la memoria è contemporaneamente per Christa Wolf un "atto morale che si
ripete"35. La trama in cui è iscritta la
propria infanzia è una trama più ampia fatta di piccoli gesti, parole e non-detti, comuni vissuti che,
attraverso frammenti di ricordi ricuciti con faticosa riflessione, si collegano alla responsabilità di chi sapeva e
ha taciuto, di tutti "coloro che in seguito sostennero di non aver mai saputo niente del campo di
concentramento", ma "avevano totalmente dimenticato che la notizia della sua istituzione stava sul
giornale"36. Allora non si può "fare a meno di richiamare l'attenzione sul fatto che in questo paese è l'età l'unità di misura
quasi infallibile
dell'innocenza"37. La frase pronunciata senza collera ma con disperata stanchezza dal
sopravvissuto al lager, alla madre che dopo averlo rifocillato gli chiedeva se fosse un comunista, brucia ancora
nella memoria della scrittrice: "Dove siete vissuti tutti
quanti"38. Storia al singolare, dunque, quella della
piccola Nelly, ma che non ha nulla di singolare, essendo la quotidianità della gente comune in cui orrore e
banale normalità hanno convissuto in un quotidiano nazismo.
La seconda guerra mondiale è anche una guerra in cui il genocidio non ha particolare pietà per il
sesso femminile e, anzi, stermina le donne ebree in quanto madri o possibili madri di una generazione
futura39, e in cui la repressione delle donne nemiche o "del nemico" si fa spesso specificatamente sessuata, come è
il caso di teste rasate e stupri.
Proprio sugli stupri di massa in Germania, argomento a lungo soffocato politicamente da un tabù
assoluto, è stato presentato all'ultimo Festival di Berlino un film-documentario della regista tedesca Helke Sander
dal titolo "I liberatori-Le liberate". I "liberatori" sono i soldati dell'Armata rossa, ma anche i francesi e
gli americani; le "liberate" sono le donne tedesche. I primi hanno sancito l'occupazione di Berlino e
della Germania, stuprando le liberate. Il documentario, che propone venti testimonianze su cento raccolte, si
apre con un primo piano sui capelli bianchi di una dottoressa che, prendendo una serie di cartelle
impolverate dall'archivio dell'ospedale in cui lavora e lavorava al tempo di guerra, dice con voce piana: "Il 3,7 per
cento delle donne tedesche sono state violentate dai russi, il 2,7 per cento dai francesi e dagli americani".
Ciò significa: milioni di donne violentate a Berlino, nella Turingia e in quella che oggi è la Polonia; centomila
a Berlino solo nei mesi di maggio e di giugno. Le donne dell'Armata rossa, eroine decorate con molte
medaglie, "non hanno visto, non hanno sentito, non hanno saputo". L'uomo anziano con tanti denti d'oro
ammette, sorridendo alle domande della Sander: "L'uomo ha più esigenze sessuali della donna, come si sa: lo
si vede anche negli animali. E poi allora erano altri tempi: per le donne occidentali di oggi lo stupro è
un problema; per noi, all'epoca, non lo
era quasi per niente... I soldati russi hanno violentato per bisogno
di sesso, non per vendetta: gli uomini vogliono rimanere uomini, anche in guerra. E quanto alle donne
che sono andate con loro, anche se costrette, sono state considerate patriote: hanno aiutato i russi...".
Helke Sander domanda ancora, seria e severa. Una donna che è nata nel 1946, figlia di uno stupro su sua
madre compiuto, insieme, da due ufficiali francesi, racconta: "Avevo quattordici anni, quando l'ho saputo. Era
di Carnevale, volevo uscire, mia madre non voleva, e mi ha inseguito urlando 'sei un maiale, come tuo
padre...'. Ho chiesto, e mi ha raccontato: molto poco però. Non gliela perdono ancora oggi la rabbia con
la quale mi ha comunicato quella verità... Quanto a mio padre, me lo immagino francese, ufficiale,
imbecille, con tante medaglie...".
L'emergere della memoria femminile della guerra, spontanea o sollecitata che sia, assume di per sé
una rilevanza storica e contemporaneamente fornisce, attraverso i mille rivoli con cui affiora, elementi e
percorsi di lettura a una ridefinizione storiografica del quadro sociale del periodo bellico. Specularmente se si vuole
tracciare una storia sociale della seconda guerra mondiale non si può fare a meno di interrogare la
memoria femminile.
Il fondo "La mia guerra"
La memoria della guerra passa anche attraverso i canali televisivi. Nella primavera 1990 è stata
realizzata dalla Terza rete della Rai una trasmissione che rievocava la seconda guerra mondiale attraverso le
testimonianze dei protagonisti. Le circa tredicimila lettere a "La mia guerra" costituiscono ora, grazie
anche all'interessamento di Giovanni De Luna, un fondo versato dalla Rai all'Istituto nazionale per la storia
del movimento di liberazione in Italia, presso il quale ho potuto prenderne visione. Dall'ingente e
diversificato materiale inviato alla redazione televisiva - comprendente, oltre a "memorie d'occasione", brani di
diario, documentazione fotografica, poesie e racconti letterari, memoriali redatti nel corso del tempo - è
stato ricavato anche un libro dalla curatrice della trasmissione Anna
Amendola40, che ha scelto, ordinandole
per temi (la fame, l'amore, i bombardamenti, i tedeschi, gli alleati, i divertimenti, i braccati, frammenti
di esistenza), circa duecento lettere. Su di queste è intervenuto lo stesso De Luna il quale ha individuato
molto opportunamente, oltre agli elementi di "esistenza collettiva" che il tempo di guerra evidenzia, soprattutto
ciò che del presente questi scritti
testimoniano41.
Le motivazioni della scrittura
L'adesione massiccia alla trasmissione ha stupito e disorientato gli stessi promotori. Che cosa spinge
infatti così tante persone dei più diversi strati sociali ed età - da quelli che, allora giovanissimi o bambini,
hanno avuto gli anni di guerra come apprendistato alla vita a quelli che, ormai vecchi, hanno solo la memoria
come orizzonte - a rispondere da tutta Italia a uno spot televisivo che invitava a inviare i ricordi di
cinquant'anni fa? Certo, la potenza del mezzo televisivo e la seduzione dello spettacolo è risaputa: se vai alla
televisione acquisti valore, hai il tuo momento di gloria, i parenti e gli amici ti possono vedere; andare alla TV è
sempre un'occasione buona, la TV ti può sempre offrire delle possibilità, non si sa mai; alla TV si può chiedere
di farti avere la pensione di guerra, sottoporre una sceneggiatura per un film, farti ritrovare una persona
amica o rimasta sconosciuta. E sicuramente in queste lettere c'è anche questo, come ci sono retoriche di guerra
e di pace, luoghi comuni e stereotipi. Ma la TV dà soprattutto l'occasione e
l'input, fornisce la giustificazione e l'autorizzazione a mettere sulla carta per la prima volta eventi ed emozioni che spesso l'immediatezza
del vissuto sconvolto dalla guerra o la successiva fretta di dimenticare non avevano avuto possibilità di dirsi,
ma solo di essere registrati e incorporati; o a dare libero corso a manoscritti, memorie e diari - in alcuni casi
di grande interesse storico42 - giacenti da tempo in un cassetto. La TV assume cioè la funzione di
catalizzatore di una memoria dispersa, latente, inconfessata o per altri versi irraggiungibile.
Le lettere de "La mia guerra" potrebbero, d'altra parte, essere assimilate alle "lettere ai potenti". Esse
sono infatti rivolte, in questo caso, a un ente vissuto spesso come detentore di grandi poteri con tutte le
ambiguità che ciò comporta: come l'interpretare e assecondare le richieste altrui, il finalizzare paradossalmente
quanto si scrive a qualcosa d'altro dalla "autenticità" della testimonianza richiesta. Una lettera in particolare
denuncia, in modo duro e risentito, proprio il pericolo e il rifiuto di un'espropriazione del vissuto doloroso e
della sua trasformazione in intrattenimento: "Non voglio riparlare di quegli anni, non voglio sentirne parlare,
non ho voglia di vedere sullo schermo di questa insulsa tv facce melense e voci di circostanza. Perché?
Perché c'è qualcuno che sanguina dentro e non si vede niente e non è vero che si cicatrizza la ferita, che si
chiudono a chiave i cassetti, che si 'rimuove', che bella parola. Si finge: fingi perché non sei più giovane, perché
non vuoi essere guardata con sopportazione, tanto ormai che ne parli a fare, sono passati tanti anni, devi
dimenticare eccetera eccetera e pensi che dovresti piantarla di ricordare... e invece sanguini sempre dentro,
lento inavvertito stillicidio, mentre dei tizi seduti su comode poltroncine intervistano persone chiacchieranti
e sorridenti in un salotto fasullo che raccontano storielline da oratorio e intanto passano carta vetrata e
sale sulla tua anima di adolescente ferita, chiusa nel nucleo più profondo dell'io. [...] in fondo voi che siete lì
non c'entrate per niente con le vostre buone intenzioni ma volete farmi ricordare che non potrò mai mettere
le mani su chi mi ha defraudata di un diritto sacrosanto, il diritto a una adolescenza normale, mi ha derubata
e in cambio mi ha dato cinque anni di paura freddo fame, di angoscia, di pochi brutti vestiti fatti di
robaccia che non scaldava e pendeva da tutte le parti, di geloni dolorosi e di pelle screpolata dai freddo, di
fornellini Meta a scuola per scaldare le mani e poter scrivere, di pane di saggina e di stomaco vuoto, cinque anni
di povertà, di sirene di rifugi di bombe di stramaledetti nazisti e altrettanto stramaledetti fascisti, di compiti
fatti a letto con cappotto sciarpa guanti e la boule dell'acqua calda [...] ho rubato il pane bianco dal
cestino sul tavolo delle suore (loro ne avevano) e nascosta in una stradina mi sono ingozzata fino a soffocare...
e l'otto settembre avevo la casa piena di soldati disperati che non sapevano cosa fare e nessuno consolava
me; ero io a rassicurare loro e ho dovuto anche togliere la pistola di mano a un ufficiale che voleva uccidersi
e sono andata con mia madre dal vescovo per avere abiti da sacerdote per travestirli e farli tornare a casa e
poi non ho mai saputo se è servito a qualcosa questo nostro rischiare di farci mitragliare dai tedeschi
che pattugliavano le strade. E poi la repubblica di Salò e le SS e le brigate nere e il coprifuoco e inciampare
e cadere al buio su un partigiano fucilato con il cartello 'banditen!'. E poi finalmente la liberazione e
ancora paura e ancora tanti morti e urla per le strade e pallottole da tutte le parti e sempre a stomaco vuoto, e
donne rapate a zero sui carretti e vendette personali tipo: quello li è un fascista!
E finalmente l'americano mi porge dalla jeep un pezzo di cioccolato e io non sapevo che sapore avesse.
Per tutto questo e altro ancora non posso perdonare
non posso perdonare per me stessa e per i miei amici scomparsi, per la mia adolescenza negata, per Ghita
e i miei compagni d'infanzia vaporizzati nelle camere a gas
non posso perdonare nemmeno voi che cancellate la donna matura, il medico affermato, la madre
appagata e fate riemergere l'adolescente spaurita e angosciata, sperduta in un mondo ostile e feroce, che
piange qualche volta ancora di notte, mentre sulle scale risuonano stivali... tump tump... e qualcuno picchia
alla porta con il calcio del mitra... Però ho deciso di mandarvi queste righe, leggetele, cestinatele e
dimenticatele insieme a queste cose che scrivo quando la vita duole e non vuole parlarne con nessuno: sono belle e
pagate a caro prezzo. Però, non so perché alla fine ho deciso di scrivere".
Chi scrive, qui, lo fa quasi con la stessa violenta resistenza che si può avere nei confronti di un analista
che ingiunge al ricordo di un passato doloroso; lo rivela il finale, quel "non posso perdonare nemmeno voi
che cancellate la donna matura, il medico affermato, la madre appagata e fate riemergere l'adoloscente
spaurita e angosciata". Eppure Annachiara Morrica ha scritto anche se con rabbia, e in una sorta di affanno
sintattico ha fornito una testimonianza vivissima del vissuto di quegli anni.
Se la trasmissione andata in onda ha oscillato il più delle volte fra il frivolo e il patetico nel canone
ormai consolidato de "il privato è televisivo", le testimonianze di cui disponiamo non si esauriscono in essa.
Se infatti la lettera è indirizzata alla Rai, è poi a se stessi che si parla e la scrittura, quale mezzo di
rivisitazione del passato, prende totalmente il campo in un corpo a corpo con quel sé lontano rimasto sprofondato
nell'io. Lo dice esplicitamente Gerda Huther, nata a Monaco nel 1935 e che in Germania ha vissuto la guerra:
"Alla fine non scrivevo più per te, cara Rai, ma scrivevo unicamente per me stessa, per liberarmi una volta
per sempre di questi ricordi spettri".
Lo scrivere alla televisione diventa anche un modo per sgravarsi del peso della memoria, di fare uscire
allo scoperto e muovere un passato raggrumato: "Era l'epoca remota di una guerra che ancora mi si
nasconde dentro e solo adesso trovasse la forza, dall'attonito stupore di una volta, di venir fuori" (Marisa
Criscuolo, Napoli). "Scrivere la mia storia, anche se piccola parte di essa, mi è sembrato uno scoglio
insormontabile per vari aspetti, dei quali l'emotività il più importante, trattandosi di un passato doloroso stagnante
nel tempo.[...] messo a verbale è stato un atto di esorcizzazione" (Eleonora Ban, Venezia).
La lettera può assumere poi il tono della vera e propria confessione. Tutelati dall'anonimato e
comunque rinfrancati dal fatto che, a differenza dell'intervista, si è una voce rivolta a tutti e a nessuno all'interno di
una coralità, si ha il coraggio di dire ciò che non si è mai detto nemmeno alle persone più prossime.
Esemplare è il caso di una donna che, sorpresa a dare aiuto ai partigiani, viene obbligata dai tedeschi a scegliere fra
la deportazione in Germania e la prostituzione. Sceglie di prostituirsi ai militari tedeschi. Questa
decisione, che determinerà per sempre un profondo senso di colpa, le impedirà di sposarsi e di avere una normale
vita affettiva. Tutto ciò lo racconta per la prima volta.
Altrettanto anonima e inquietante è la testimonianza di un allora giovane fascista. Nato nel 1926,
allo scoppio della guerra non ha ancora quattordici anni. "Con la testa imbottita di retorica patriottarda",
nel 1939 conosce Starace che lo prende a benvolere e nel 1942 scrive a Mussolini e a Corrado Ricci con
tale insistenza da ottenere di essere inviato in Africa settentrionale. Qui si trova in una situazione ben diversa
da quella fantasticata, ma la sua fede fascista non crolla. Rimpatriato perché ferito da una scheggia, riprende
a Roma a malincuore gli studi. Gli avvenimenti del luglio 1943 lo lasciano "sbigottito, annichilito,
distrutto", ma dopo 1'8 settembre è uno dei primi ad arruolarsi nella guardia nazionale repubblicana e fa parte, per
un breve periodo, della famigerata banda Bardi-Pollastrini insediatasi a Palazzo Braschi. Quindi ottiene,
in seguito a una richiesta indirizzata all'allora prefetto di Sondrio, il trasferimento al Nord per combattere
i partigiani. Viene destinato in Emilia, dove partecipa "alle azioni sull'Appennino tosco-emiliano unitamente
a un battaglione di SS del maggiore Reader nella valle di Setta e sul monte Caprara, sul monte Sole,
a Grizana e nella valle del Reno": a tutti questi eventi allude solamente, come a "cose orribili che non
riesco a dimenticare". Il racconto si fa invece esplicita confessione quando le vicende orribili e violente non
sono più inquadrabili direttamente in una fede ideologico-politica. La morte inferta diventa allora vendetta
non politica e palesemente assassinio. In Emilia infatti, all'età di diciassette anni, stringe amicizia con
una ragazza quindicenne. "Una sera unitamente a due commilitoni ci ritrovammo lungo una strada provinciale
in libera uscita e la povera ragazza ebbe la sfortuna di incontrarci e fermarsi a parlare con noi. Qualcuno
gettò una bomba nel mezzo del gruppo [. . .] l'unica a riportare ferite allo stomaco e alla testa fu la povera
ragazza [...] mi spirò tra le braccia. Qualcosa successe entro di me, un odio profondo e un desiderio di vendetta
si istallò nel mio animo.
Durante una operazione sugli Appennini emiliani io ed un mio compagno d'armi ci distaccammo dal
gruppo e cautamente ci avvicinammo a una cascina, ad un certo punto sentii una raffica di mitra e come un
pazzo con il mio mitragliatore sparai centinaia di colpi verso il casale. Visto che nessuno rispondeva al fuoco
mi avvicinai cautamente mentre il mio compagno urlava qualcosa che non riuscivo a capire. Entrato
nella cascina, nella stanza a piano terra uno spettacolo terrificante si presentò ai miei occhi, 11 cadaveri,
quattro di persone anziane, tre donne e quattro bambini giacevano in un lago di sangue maciullati dai colpi del
mio mitragliatore. Il mio compagno si affacciò sulla porta della cascina uriando 'cretino sono stato io a
sparare la raffica di mitra, ti denuncerò al comando', puntai il mitragliatore e feci partire un ulteriore raffica
contro il mio compagno, aveva 19 anni appena.
Quando mi resi conto di ciò che avevo fatto mi misi a correre come impazzito mentre le lagrime mi
cadevano copiose dagli occhi. Caddi in mezzo a un gruppo di partigiani che mi catturarono, dissi a loro di
essere fuggito perché avevo ucciso un commilitone colpevole di aver fatto una strage in una cascina.
Stranamente venni creduto e dopo due mesi venni consegnato agli alleati che mi inviarono al campo di
concentramento di Coltano. [...] Dopo un certo periodo nulla risultando a mio carico venni discriminato e ripresi la vita
civile portando con me il ricordo tremendo di quei momenti. Nessuno sa di questi orribili episodi accaduti
nella mia gioventù. Solo entro di me ho il tragico ricordo di quei giorni di sangue".
Nell'intera narrazione non c'è una sola parola contro i nemici di allora; al contrario, l'odio è tutto per il
suo "idolo" traditore: "E ben fecero i partigiani a fucilarlo unitamente alla sua baldracca". Ciò che
scandisce ripetutamente il racconto è la sottolineatura della giovane età; le uniche figure, vittime o carnefici,
che prendono corpo in questa memoria sono di adolescenti. Il che dà agli eventi una tragicità più grande,
ma nello stesso tempo fornisce un'attenuante alla colpa: "Il mio tremendo carico di delitti non mi dà pace,
ma di chi fu la vera colpa? Ero solo un ragazzo".
La scrittura diventa anche il luogo in cui il soggetto si fa specchio di altre vite e di altre storie, in un atto
di omaggio alla memoria altrui o di riconoscenza verso una figura parentale, nel racconto corale di una
piccola comunità di paese o nella rievocazione di vicende singolari passate di bocca in bocca e che hanno
quasi assunto il sapore della leggenda.
Ma cosa ricordano della guerra queste testimonianze, quali immagini ne serbano; attraverso quali
cartografie e cronologie mentali vengono significati gli anni di guerra; quali condizioni materiali della vita sociale
si trovano più o meno travestiti nella memoria; quale concordanza o discordanza si profila tra la
situazione oggettiva degli individui, le immagini illusorie in cui spesso hanno trovato conforto e giustificazione e
i comportamenti vissuti come riti collettivi? Queste domande che un tale tipo di fonti di per sé solleva
non possono non comprendere un dato imprescindibile: la stragrande maggioranza di queste memorie,
soprattutto se si tiene conto solo di quelle "civili", sono di donne. Ciò marca delle differenziazioni non solo
per quanto riguarda il "che cosa" viene ricordato, ma le stesse modalità del ricordare. Inizierò quindi
con l'evidenziare alcuni motivi comuni per poi sottolineare differenze o correlazioni speculari fra
memorie femminili e maschili.
Tempi e luoghi di guerra; tempi e luoghi di memoria
Per non cadere in indebite generalizzazioni o all'opposto in minimalismi storiografici, occorre tener
presenti - oltre al particolare contesto all'interno del quale queste fonti si collocano - sia i meccanismi
attraverso cui opera la memoria individuale che la specificità del caso italiano.
Sul territorio italiano, infatti, la seconda guerra mondiale è stata l'epilogo del fascismo e il repentino
cambiamento dell'identificazione del nemico, ma ha significato anche, con grosse sfasature e differenze
rispetto alle zone coinvolte, l'occupazione tedesca e quella angloamericana, la progressiva e lenta risalita del fronte
e la guerra civile. Se nel Sud la permanenza dei tedeschi come nemici e occupanti fu brevissima mentre
la presenza prolungata di un esercito straniero vincitore determinò in modo capillare il comportamento
della popolazione, al Centro e al Nord il passaggio del fronte e la lotta partigiana hanno segnato i momenti
più drammatici. Ciò porta, all'interno del tempo di guerra comune, a una cronologia e a una topologia
del vissuto estremamente differenziata.
Ci sono poi gli aspetti legati alle modalità con cui la memoria setaccia il materiale dell'esperienza.
La memoria individuale non segue infatti il calendario unico della Storia: trasferisce con difficoltà i
propri ricordi dalla curva soggettiva del tempo al loro posto oggettivo nella cronologia; è soggetta essa stessa
alla deriva temporale. E ciò che è registrato come importante nella contemporaneità degli eventi non lo è più
col trascorrere degli anni, e viceversa. Ricordare non è mai neutro: comprende sempre il ricordo dei
sentimenti che si sono provati, l'unità drammatica di azione, avvenimento, sentimento e percezione; i dati di
memoria sono un impasto di realtà, costruzione artificiale ed elaborazione cognitiva. Il passato è quindi qualcosa
di ben diverso dal semplice atto di ritornare con la mente a un tempo e a un luogo precedenti: il movimento
è quello di un processo osmotico tra ciò che resta del passato nel vissuto individuale e ciò che ogni
individuo fa del proprio passato.
Anche queste memorie oscillano sovente fra "primi piani", dove una scena particolare assurge a una
dimensione simbolica tale da coagulare il senso dell'intera esperienza bellica ("flash senza storia e storie
che possono condizionare una vita"), e "campi lunghi" o lunghissimi in cui tempo e spazio si dilatano e
ristagnano ("passato doloroso stagnante nel tempo") perdendo la
propria abituale funzione di coordinate di
individuazione.
Tali considerazioni non vogliono certo portare a concludere che la memoria individuale è un puro
labirinto di specchi che riflettono solo chi si muove nel labirinto, ma devono indurci quanto meno a non
leggere queste fonti come "cronistorie in differita" o pure "fonti d'informazioni" (di cui per altro esse sono
ricche: molto viene detto infatti sul tipo di alimentazione, sul vestiario, sui bombardamenti e i rifugi, sugli
sfollamenti, sui tedeschi e gli alleati). Le memorie de "La mia guerra" costituiscono piuttosto una memoria polifonica
in cui si delinea una fenomenologia "civile" dell'evento bellico,
visto soprattutto attraverso gli occhi delle
donne43. Ciò che emerge più di ogni altra cosa è la psicologia individuale e collettiva, la vita mentale
e affettiva, sono le emozioni e le loro manifestazioni: una storia dei sentimenti, quale "sentire" privato
e pubblico in tempo di guerra44.
Ci sono comunque due aspetti significativi, correlati fra loro e oggettivamente rilevabili, che
accomunano queste testimonianze: la memoria dei primi anni di guerra e la quasi totale assenza, nei ricordi,
dell'apparato statale quale filtro di mediazione e organizzazione fra il singolo e la guerra.
Gli anni che sono ricordati, esplicitamente o implicitamente, come reali anni di guerra sono
generalmente gli ultimi due. Moltissimi rievocano l'inizio ufficiale del conflitto: la dichiarazione di guerra pronunciata
da Mussolini e ascoltata nelle piazze o in casa incollati alla radio. In ciò si dà soprattutto un effetto di
ritorno della memoria pubblica su quella personale: le immagini e le parole del duce dal balcone di Palazzo
Venezia hanno costituito infatti un topos nelle rievocazioni e rappresentazioni successive dell'Italia in guerra. Poi
la memoria scivola via o si oscura, rifocalizzandosi a partire dalla fine del 1942 quando iniziano i
bombardamenti massicci con la conseguente dispersione sul territorio dovuta agli sfollamenti e il grave
problema degli approvvigionamenti. Molte testimonianze datano esplicitamente i loro ricordi più vivi a partire
dal 1943, dichiarando come il periodo precedente sia stato poco drammatico e gli effetti della guerra
ancora marginali. "Allo scoppio della guerra avevo solo diciotto anni. L'annuncio ci lasciò tutti un po' scioccati,
ma dopo i primi bombardamenti a Milano la vita continuò quasi normalmente, a parte l'oscuramento.
Tutto proseguì così fino ai bombardamenti dell'agosto '43, quando la casa mi fu quasi distrutta e si dovette
per forza sfollare. Poi venne 1'8 settembre e si cominciò veramente a sentire il peso della guerra"
(Ambrogina Arnaboldi, Milano). "La guerra per noi nel Veneto cominciò dopo 1'8 settembre. Prima le vicende
belliche erano vissute attraverso i resoconti della radio e dei giornali, il racconto di qualche reduce, qualche
allarme aereo ma senza conseguenze, tanto che non ci si nascondeva nemmeno nei rifugi" (Artemisia Rossi,
Vicenza). "Sembrava di vivere in un limbo senza passioni durante la guerra a Vignano d'Istria. Ci sentivamo
coinvolti nella turbinosa vicenda solo per le cartoline precetto che richiamavano i giovani al fronte, per la
tessera annonaria che razionava i viveri e per le tristi notizie che ci recava il giornale radio. [...] Tutto però
cambiò in un giorno di metà agosto 1943" (Gabriella Turina, Trieste). "Quando la guerra (nel 1943) ha
cominciato a produrre le prime ripercussioni su noi civili, è cominciata la 'mia' battaglia per capire ed affrontare
il mondo esterno" (Anna Panero, Roma). "Giornate intere erano destinate per imposizione paterna al
lavoro negli orti diventati 'di guerra' e a giochi di guerra organizzati in quegli orti promossi per la circostanza in
campi di battaglia sui quali trionfavano immancabilmente l'Italia e il suo Duce. Ma questo finì quando il
19 luglio '43 la guerra vera, quella guerra sempre vagheggiata e sempre lontana, ci infranse ogni mito e
ogni credo di gloria e d'eroismo fino all'olocausto: le bombe sganciate sull'Urbe, immortale e invincibile,
e cadute nei pressi delle nostre abitazioni ci avevano fatto scoprire la paura: la tremenda paura di
perdere, miserabile che fosse, quella vita che fino al giorno prima eravamo pronti a sacrificare sprezzanti di
ogni pericolo" (Romano Balducci, Roma).
Nei primi anni la guerra è sentita così lontana e contemporaneamente inserita nella politica nazionale che
la si può anche dimenticare in una quotidianità che ritrova distrazioni e ritmi del tempo di pace.
"Eravamo quasi alla fine del luglio 1943 e la guerra che divampava allora su tutta Europa, aveva fatto rinunciare per
la prima volta alla mia famiglia alla classica vacanza marina sulle spiagge romagnole" (Bruno
Contarini, Lugo). "Eravamo fermi al periodo della guerra pacioccona (per dirla alla maniera del 'Marc'Aurelio',
rivista satirica dell'epoca). Solo dopo lo sbarco alleato, i bombardamenti americani su Roma, che
producono distruzioni e morti, rendono assurde e spettrali le strade che, fino a poche ore prima erano immerse
nella quotidiana routine di lavoro e di esistenza, nel ripetersi di gesti e consuetudini usuali" (Augusto
Loreto, Roma). "Ero la terza figlia e dopo di me ne vennero altri sei. [A Torre del Greco]
nel 1940 avevo appena finito la scuola tecnica commerciale. [...] Nei due [primi] anni la vita nella nostra famiglia proseguì,
nonostante tutto, in modo abbastanza normale. Si lavorava, ci si organizzava per sopravvivere, si andava a
scuola" (Maddalena Destri, Milano).
Chi invia poi pagine di diario dell'epoca sceglie, evidentemente come più significative a dire la
guerra, quelle scritte negli anni 1943-44. E coloro che parlano di fame, orrori e sofferenze patite "durante la
guerra" rievocano poi principalmente avvenimenti riconducibili all'ultimo periodo del conflitto. Tutto ciò
conferma il fatto che per la seconda guerra mondiale si ricorda più come se ne esce che come vi si
entra45. Ma questo non solo e non tanto per un'amnesia interessata rispetto agli anni della "guerra fascista". I primi anni
sono perlopiù vissuti, quando non in una partecipazione attiva alle speranze e alle illusioni della vita nazionale,
in un sentimento diffuso di abitudine, rassegnazione, apatia: in una sorta di "limbo senza passioni", secondo
la felice espressione di Gabriella Turina. In fondo c'era già stata l'Etiopia, la Spagna e la guerra era un
capitolo della politica estera del regime. "A nove anni credevo che il significato della parola 'guerra' non mi fosse
più ambiguo: ne avevo sentito parlare da
mia madre che ricordava quella del 1915-18, e poi c'erano state
le guerre di Etiopia e di Spagna, con fotografie sui giornali e scene riprese dal vero nei film luce.
Nelle 'adunate' del sabato pomeriggio ci addestravano a fare la guerra, ma era come uno stupido gioco. E
adesso quest'altra. Sulla salita che mi portava verso
casa, quel discorso di Mussolini che annunziava una
nuova guerra [e che gli giunge dalle finestre aperte delle case mentre in bicicletta percorre strade quasi deserte]
mi sembrava un'altra puntata di una storia iniziata qualche tempo prima" (Enzo D'Ambrosio, Napoli).
Una guerra quindi accettata dalla maggioranza come un male necessario e con fatalistica
rassegnazione, mista anche all'illusione della sua brevità e alla speranza di ricavarne un guadagno. Una guerra che per
altro, nei primi anni, non si rivela neanche particolarmente gravosa.
La fine del 1942 fa cadere il velo di apatia o di illusione, segnando per i più il passaggio - in
forma traumatica ma più spesso strisciante - dalla guerra come avvenimento del mondo a vita da impiegare.
In Italia essa diventa totale non già per una reale mobilitazione dell'intera popolazione nello sforzo bellico
(in queste memorie non c'è nessun indicatore in questo senso, al di là di una retorica agitatoria di
regime)46, ma quando diventa dimensione totale e interiore dell'esistenza. Quando gli effetti dei bombardamenti
diventano sempre più devastanti e gli allarmi più frequenti; gli sfollamenti dalle zone a rischio si moltiplicano
determinando lo sradicamento dal territorio; l'approvvigionamento comporta file sempre più estenuanti e
ricerche rese infinite dallo sconvolgimento della rete dei trasporti. Allora vengono intaccate alla radice,
producendo la reale percezione della guerra, le "forme a priori della sensibilità": lo spazio e il tempo, come senso
esterno e senso interno.
"lo vedo (o dovrei dire) sento la guerra più come un territorio che come una pagina di storia",
spiegava Elizabeth Bowen nella prefazione a una sua raccolta di racconti scritti nella Londra distrutta dai
bombardamenti47. È infatti la stabilità territoriale dei soggetti la prima ad essere messa in causa. Il "fuori" e
il "dentro" si sconvolgono confondendosi in una terra di nessuno ostruita da macerie, materiali e
simboliche, dove ciascuno deve ormai ridisegnare mappe di un possibile orientamento recuperando frammenti di
sè. L'immagine del palazzo sventrato dai bombardamenti è emblematica di questo sentimento: "Dentro
eravamo vuoti come le case bombardate" (Tullia Todeschini, Arcuri - Ve). "La mia casa, o meglio ciò che ne
era rimasto, aveva un aspetto sinistro, era divisa da un enorme squarcio, i pianerottoli erano scomparsi e, ai
lati di un gran buco, muri completamente aperti mostravano porzioni di stanze; patetiche intimità bruscamente
violate" (Maria Buscaldi, Torino).
Succede alle esistenze individuali ciò che accade alle case bombardate: crollata la parete divisoria fra
fronte guerreggiato e fronte interno, fra scena familiare e scena pubblica, l'interno viene catapultato nel
fuori diventando estraneo ma anche più visibile a se stessi e il fuori mostra la sua interiorità, si intimizza.
Insieme a ciò viene travolta, quale originario schema di orientamento
e di senso, l'usuale partizione, spaziale e simbolica, fra cielo, terra e sottosuolo. Al cielo non si rivolge più lo sguardo in un moto di
contemplazione, elevazione, incantamento, ma si tende piuttosto l'orecchio per riuscire a cogliere prima
delle sirene i rombi che annunciano l'inferno, per cercare di capire se le "fortezze volanti" sono ancora cariche
di bombe o se la morte è caduta altrove. L'immagine, anche retorica, del cielo, ritorna spesso a segnare la
fine della guerra. Specularmente il sottosuolo da luogo dei
morti, dell'al di là, diventa il mondo dove si
cerca riparo, salvezza e sopravvivenza. Rifugi, gallerie, grotte, caverne, cimiteri, buche nella terra sono i luoghi
in cui molte di queste moderne "memorie del sottosuolo" si ambientano e che a volte ricordano le immagini
di trincea della prima guerra mondiale. "[Albazia (Fiume), autunno 1944] Cominciava così il calvario
delle molte ore nei rifugi sotterranei, grandi, bui, umidi, affollati da migliaia di persone,
maleodoranti di cavoli e fagioli; stavamo giornate in piedi, senza far nulla, se ci riusciva appoggiati a una parete gocciolante.
Le nostre scarpe sfondate sguazzavano nel bagniaticcio che pioveva dalle volte a botte dove già si formavano
le stalattiti bianche. I rifugi erano enormi tunnel scavati nella roccia carsica sotto le colline. L'aspetto
generale era quello delle bolge infernali dantesche; tutta quella umanità mal ridotta, nella fioca luce delle
scarse deboli lampade, era simile a ombre di dannati; ovunque una risonanza di voci ampliata dall'eco delle
volte generava un rumore ossessivo e continuo" (Marina Cerri, Firenze). "Entrammo in quella specie di
trincea senza cielo che già, intorno a noi, le prime bombe deflagravano..." (Maria Buscaldi, Torino). "Ci
eravamo ridotti a vivere negli ultimi mesi, con le poche persone rimaste a Palermo, sotto una galleria dove
avevamo portato qualche masserizia, per rendere meno primitiva la vita nella caverna. [...] La nostra casa era
stata distrutta, come tante. Come tutte. Non ci restava che la vita nella caverna" (Teresita Garibaldi, Roma).
In mezzo, la terra: non più mondo dell'abitare, del radicamento o del viaggio, della costruzione o
del cambiamento, ma luogo di fuga e di sfollamento, di clandestinità, di estenuante ricerca e di spietata caccia.
La stessa scansione temporale è ora data paradossalmente dai momenti di azzeramento e di sincope
del tempo: la temporalità è lacerata dall'urlo delle sirene o dal sibilo delle bombe, dagli ordini gridati in
lingua straniera, dal bussare violento alla porta di casa; o risucchiata dall'attesa che l'allarme finisca, che la
lettera arrivi, che qualcuno torni: "In quel periodo - scrive Linda Bergnani (Firenze) - molto imparai della morte
e assai poco della vita. La guerra mi aveva impedito di comprendere che la vita non è l'attesa di un
cessato allarme". È parallelamente evidenziato, nelle testimonianze femminili, un tentativo di sottrazione
continua al tempo terroristico di guerra per cercare di ricomporre, quasi in un rituale antico, quella quotidianità che
la guerra distrugge: "La guerra era feroce, incalzante; i giorni, i mesi invece erano lenti a scorrere, le
giornate 'tranquille' qualcosa di statico, di attesa. Eppoi non si sapeva di che: di catastrofe o di quiete improvvisa?
Si viveva cosi, sospesi, occupati di piccole cose, dando loro l'importanza di riti, come forse facevano le
bisnonne, per il bisogno di tener vivo qualche cosa con la speranza che questo attaccamento vincesse
lo sfacelo imminente" (Giuseppina Montuschi, Villa Gelada - Bo).
È quindi in rapporto a questa frattura insuperabile, e che ora risulta quotidianamente percepibile, fra
tempo monumentale della storia e tempo mortale del singolo, che si inscrive la propria esperienza. La
guerra, cambiando il paesaggio dei fondamentali significati vitali e dei più consolidati schemi simbolici e
distruggendo ogni articolazione coerente dell'esperienza, ridisegna altre cartografie e cronografie evidenziate
dalla scansione interna di queste memorie.
Modalità e contenuti della memoria femminile
Ciò che, a questo punto, mi preme più mettere in luce sono gli elementi caratterizzanti la memoria
femminile della guerra. Quali sono, infatti, le figure, i simboli, le immagini di sé attorno a cui la trama
della memoria stringe i suoi nodi e che servono alle donne per definire la natura della propria esperienza
in guerra?
Ovviamente per le donne la guerra non muta lo
status da civile a militare, all'interno del quale - pur con
le sue varianti di combattente, prigioniero, occupante, partigiano - si ripartisce la vittoria e la sconfitta.
Da questo punto di vista, esse sono quello che erano prima e quello che saranno dopo la guerra, nella
continuità dell'elemento antropologico; al più saranno riconosciute come "vedove di guerra". Anche per le
partigiane, che pur rappresentano un fattore di assoluta novità e dissonanza, la condizione di donna ha perlopiù il
sopravvento nella vita e nella memoria pubblica. La stessa storiografia ha presentato la
partecipazione femminile al movimento di liberazione, come ha sottolineato Laura Mariani, quale "contributo
prezioso dichiarandone il valore e immediatamente relegandola su un piano di inferiorità, come accessorio a
qualche cosa di esistente per sé: gli uomini non hanno contribuito alla Resistenza, sono la
Resistenza"48. Per le donne è mancata la ritualizzazione e la memorializzazione dell'esperienza di guerra quale è stata invece per
gli uomini nell'ambito anche di associazioni di reduci, internati, deportati, partigiani. La memoria, che non è
mai puramente individuale, si può rafforzare solo in un rimando intersoggettivo, in una rete di
riconoscimento reciproco delle peculiarità di una comune identità. E i soggetti che si presentano alla memoria o sono
stati interrogati dalla memoria storica della guerra sono in genere quelli che possono esibire una carta
d'identità fornita loro dalla guerra stessa. È il fronte, la prigionia, la deportazione, la lotta armata a dare a
posteriori (per chi ha vissuto queste esperienze) o a priori (per chi interroga i testimoni) l'unità di senso degli
eventi ricordati. Per le donne, perlopiù generiche "donne comuni", è mancato un senso individuato che
unificasse e coagulasse le esperienze in una trama coerente e più immediatamente leggibile. Per esse era necessario - come già precedentemente sottolineato - un altro sguardo nella lettura storica e una nuova
consapevolezza che superasse il disconoscimento o l'azzeramento della loro esperienza e memoria.
Anche le memorie femminili de "La mia guerra" evidenziano questi aspetti che si ricollegano a una
condizione più generale. A differenza degli uomini, che tendono a presentarsi alla rievocazione storica con
le "carte in regola", fornendo date, producendo attestati al merito per le imprese compiute, esibendo
documenti e insistendo sulla "verità storica" dei fatti narrati, le donne allegano a volte al proprio scritto solo
delle fotografie risalenti agli anni di guerra e sottolineano con forza che ciò che raccontano è stato
"veramente vissuto". Per gli uomini il tempo è la storia, per le donne è soprattutto il dipanarsi e l'intricarsi del
vissuto. Così pure il racconto di vita assume sovente la modalità di una memoria famigliare di cui la donna
è porta-parola o cassa di risonanza, in una continuità storica che l'ha vista tradizionalmente delegata,
per convenzione e posizione, a una memoria semi-ufficiale: delle cose, del privato, dei racconti
famigliari49.
Ma c'è ormai in molte anche la chiara percezione di aver rivelato capacità ed energie inaspettate,
come scrive da Torino Tina Lassandro a proposito di sua madre: "E fu il momento di mia madre... Questa
donna schiva, timida, rassegnata, stanca, fissata in un ruolo di madre, casalinga, moglie. Ruoli che le donne il
più delle volte subiscono, accettano come se questo fosse il loro destino, alternando il gran daffare del
pranzo, con il vociare dei figli anche violento quando sono più di uno; alla solitudine di pomeriggi e mattine
quando la casa rimane vuota. Ebbene mia madre, in tempo di guerra, stravolge totalmente la sua figura, e come
se avesse atteso la sua occasione diventa protagonista, forte, coraggiosa, importante per me; risplende di
una luce nuova. Ed in quel periodo l'ho amata tanto, di più, l'ho consolata, abbiamo riso e pianto insieme".
Si evidenzia l'intimo convincimento di aver combattutto una guerra in prima linea sul fronte interno,
di essere state protagoniste anche se anonime: "Le donne italiane ebbero il loro fronte nel quotidiano
della vita" (Tullia Todeschini, Arcuri - Ve). "Le
donne allora furono veramente il fronte interno" (Vera
Valpiani, Bologna). "Non sono stata né una partigiana, né ho compiuto gesti o atti eroici; la mia storia non
fece scalpore, fui solo protagonista anonima della storia di quegli anni" (Anna Maria Mengaroni, Fano).
Oscillazioni simili, tra adeguamento e scollamento dalla tradizione dei ruoli secolari, subiscono anche
le autorappresentazioni attraverso cui la scena della memoria si anima. Storicamente, infatti, le donne
sono state rappresentate più di quanto si siano rappresentate, aderendo e introiettando ritratti di sé visti
dall'altro; le immagini attraverso cui pensarsi sono state quelle legate al corpo, alla sessualità e alla maternità,
alla riproduzione della specie e al lavoro ausiliare della cura, alla cultura materiale e all'economia
domestica, alle figure occupate nella struttura famigliare. La guerra non fa altro che radicalizzare queste immagini;
il regime fascista fa appello alle donne per la "difesa materiale e morale della nazione" affinché,
attraverso austerità di costume e schiettezza autarchica, esercitino fino in fondo, in uno stato di emergenza, il
proprio ruolo, definito dall'essere-per-l'altro, anche quando sono chiamate a sostituire nel lavoro gli uomini
al fronte. I primi anni costituiscono in generale per le donne italiane il proseguimento, con altri mezzi,
delle pratiche di sempre. La figura della madre domina incontrastata, quale luogo perennemente immaginato
e simbolizzato delle sicurezze e degli affetti rispetto agli sconvolgimenti della guerra. E questo fino al
limite del parossismo, come rivela il ricordo di Amedeo Donati che nel 1941, di rientro in congedo a Milano
da Pola, sente in una piazza della città gli altoparlanti diffondere comunicati inneggianti alla guerra lampo
e alla rapida avanzata tedesca intervallati dalla canzone "Mamma" cantata da Beniamino Gigli.
Le cose mutano di segno quando i legami (materiali, famigliari, affettivi, percettivi, categoriali e
simbolici) che tengono insieme la propria esistenza e il proprio orientamento nel mondo si sciolgono o si
spezzano brutalmente; quando cioè si è costrette ad uscire dalla domesticità, affrontare situazioni limite, assumersi
responsabilità e rischi in prima persona, operare scelte di campo. Ciò tuttavia non comporta un salto
nella modernizzazione da parte delle donne, né fa della guerra una "guerra
femminile"50. Molto più
semplicemente, ma anche attraverso vie psicologicamente ben più complesse e contraddittorie, la guerra dà a
quegli stessi atti, gesti, pratiche usuali alle donne e alla loro condizione, così come al rapporto uomo-donna,
un significato diverso, pubblico e socialmente visibile, un'importanza messa a nudo dagli eventi stessi e
non più solamente retorica. Questo, e non il presunto sentimento di acquistate libertà, è il motivo
fondamentale che porta molte donne a conservare un ricordo per sé positivo di quegli anni pur difficili e gravosi. E che
le ricondurrà quasi "naturalmente", una volta finito il tempo dell'emergenza, a rioccupare perlopiù la
struttura più nascosta e tenacemente più arcaica di una società che la guerra aveva per un momento investito di
una funzione pubblica.
Come ha ben evidenziato Anna
Bravo51, durante gli anni di guerra la maternità deborda dall'ambito
domestico diventando un vero e proprio
"maternage di massa" dopo 1'8 settembre, quando le donne, non
più madri solo del proprio figlio né solamente le madri, rivestono in abiti civili, danno accoglienza,
nascondono migliaia di uomini allo sbando, prendendone la tutela della vita nelle proprie mani; si fanno quindi
"pubblicamente" madri dell'altra metà del genere umano. Le immagini degli uomini, braccati, allo sbando o che
si nascondono travestiti da donna in una sorta di tragica festa carnescialesca sono immagini ricorrenti:
di fronte allo spettacolo dell'impotenza maschile scatta allora specularmente la compensazione forte del
polo femminile attraverso l'esercizio del potere materno. Il racconto di Dinora Pellegrini è simile a quello
di molte altre. All'8 settembre, il marito rimpatriato dal fronte greco-albanese cade in uno stato di
totale incapacità di azione cui essa ripara con la propria prontezza d'intervento. "Riesco a trovare un vestito
per mio marito, mentre il resto ci viene prestato da una vicina. Scaviamo una fossa in giardino per
nascondere armi e divisa. Mio marito è talmente giù di morale che non reagisce ed allora prendo in mano la
situazione: con uno stratagemma lo faccio riparare in un paesino a circa due ore di distanza da Treviso. Prima
della partenza mi accordo con un maresciallo del reparto per scambiarci notizie sulla situazione, che va
sempre peggiorando, per mezzo di messaggi cifrati, imparati a memoria. Altro bando: la pena di morte viene
estesa anche ai familiari e a chiunque ospiti i militari. Devo avvisare mio marito: la padrona di casa non
vuole correre rischi e ha ragione. A piedi mi avvio verso il paese [...] Arrivata a destinazione cerco di
capire qualcosa dai paesani: tutti sanno che un ufficiale è rifugiato lì e sono preoccupati per le conseguenze.
Trovo mio marito triste e sfiduciato: dopo tanti sacrifici viene considerato alla stregua di un traditore! [...]
Raggiungiamo Treviso; il tempo stringe: la scadenza del bando è vicina. Mio marito decide di presentarsi
al comando tedesco. [...] Io non sono d'accordo e lo convinco a seguire un mio piano". Così, prima si
introduce nella caserma sorvegliata da due soldati tedeschi per far sparire i documenti del marito, poi si procura
una falsa carta d'identità: "Ho ancora viva nella memoria - scrive - la tristezza del suo viso, quando in
un giardino nei pressi del Comune un fotografo ambulante lo ritrae per la foto necessaria al documento,
mentre a poca distanza un grosso autocarro tedesco porta via i militari rastrellati". Poi la fuga in treno confusi fra
gli sfollati diretti ad Ancona e sul treno riesce a convincere molti giovani ad uscire dai finestrini
all'approssimarsi delle stazioni, complici i macchinisti.
Il materno esprime poi tutta la sua forza arcaica di simbolo nel racconto di Antonietta Dimacco. Il
marito, ufficiale, arriva ad Agnone (in provincia di Isernia), dove lei è sfollata, per vedere il bambino nato da
pochi mesi. Dopo poche ore sopraggiungono i tedeschi che stanno iniziando i rastrellamenti. In un moto
spontaneo e a prima vista irrazionale ("non sapevo quel che facevo, perché nascondermi io se i tedeschi
non cercavano le donne?"), ma in realtà dettato da un'istintiva certezza, Antonietta fa sedere il marito
vestito ancora della divisa mettendogli il bambino fra le braccia, quindi si nasconde. Il tedesco che spalanca la
porta si trova di fronte una immagine di maternità pur se paradossale ("un ufficiale con un bambino
piccolo piccolo in braccio"); e dopo aver chiesto se la madre fosse morta ed aver ricevuto risposta
affermativa dall'uomo, se ne va dicendo ai suoi commilitoni di cercare altrove.
Mentre il ruolo di sorella rievoca a volte la figura tragica di Antigone, uno dei luoghi più consolidati
dell'immaginario occidentale52. È il caso emblematico di Teresa Colia (Nocera Umbra) che recupera il
corpo del fratello partigiano fucilato dai tedeschi "Mi recai sul posto portando con me una bara e disseppellii
mio fratello. Lo adagiai nella cassa dopo averlo pulito dalla terra e la chiusi facendomi aiutare da
due uomini che erano venuti con me". Ma in altri casi è la figura che esprime meglio il sentimento di un rapporto
paritetico con l'uomo: "In autunno le sorelle nascondevano i fratelli dai nazisti e in primavera i fratelli
proteggevano le sorelle dai marocchini", riassume significativamente Maria Zarmati (Roma).
Ma per molte la guerra evidenzia piuttosto una comune condizione femminile. Per Antonietta Borgese
è quasi un destino che si ripete, da madre in figlia. Ricorda infatti come, nel luglio del 1942, in seguito ai
bombardamenti su Palermo, decide di abbandonare la città insieme alla nonna e la sua bambina per
raggiungere Salemi, dove si trovava il marito richiamato alle armi. Inizia così il suo viaggio pieno di
pericoli: "Avevo solo ventidue anni [...] Ora una pena tremenda mi stringeva il cuore, lasciavo tutto la mia casa,
tutte le cose molto care: a che cosa andavo incontro? Venti anni prima alla fine del 1918 un'altra fanciulla
della mia stessa età con una bambina di un anno in collo e un figlio quasi pronto in seno, aveva lasciato i
genitori, la sua casa e dalla Sicilia era partita per raggiungere lo sposo ufficiale in zona di operazioni...
Quella fanciulla era mia madre: di essa non mi resta neppure il ricordo, il suo secondo bimbo non vide la luce".
Per Matilde Pontorieri la guerra si è fissata nella sua memoria attraverso la scena emblematica del rifugio
del reparto di ginecologia dell'ospedale in cui ha appena partorito: "Anno 1943: ero incinta e non ho
voluto sfollare come tanti altri perché volevo far nascere mio figlio a Milano. È il 7 febbraio, vengo ricoverata
per l'imminenza del parto al reparto maternità dell'ospedale di Niguarda (stanza privata a pagamento). Il
mattino del giorno 8 nasce il mio primo bambino e vengo portata in camera con la culla del bambino.
Trattamento ottimo, privilegiato. Nell'armadio i miei indumenti e la mia pelliccia di agnello sardo. Dico questo
perché nella corsia dei mutuati (gratuita) non si potevano tenere gli indumenti privati e bisognava indossare
la vestaglia dell'ospedale. La sera dopo grande allarme [...] Indosso la pelliccia, l'infermiera avvolge
nella copertina della culla il bambino e scendiamo nel rifugio in cantina [...] la scena apocalittica si presentò
ai miei occhi: un grande stanzone pochissimo illuminato con tante panche e tante donne dei reparti
ostetricia e ginecologia avvolte nelle bianche coperte di lana dei loro letti. Volti sofferenti e spaventati, pallidi
di puerpere e operate. Alcune mormoravano il rosario, altre gemevano. In un angolo alcune sedie a sdraio
per le 'private' coperte dalle loro pellicce finte o meno e i bambini in braccio alle madri che non avevano
quasi la forza di reggerli. Attigua a questa sala, la sala parto di emergenza, poiché i bambini nascevano
anche durante i bombardamenti. A tratti si udiva un fischio poi il colpo di una bomba e immancabilmente ad
ogni scoppio rispondeva un vagito".
Vive sono poi le immagini o i racconti delle donne rapate, alla fine della guerra. Assistendo alla
fucilazione di una "tedescofila" Luisa Zanni, pur antifascista, sente qualcosa che l'accomuna all'altra: "[Liberazione
di Torino] Assistetti dal balcone del mio ufficio ad una fucilazione, sembrava un ragazzo, invece era una
bella ragazza a cui avevano rasato i capelli. Quando le spararono, sebbene fossi antifascista, sentii quei
colpi diretti al mio cuore".
Particolarmente drammatica è la rievocazione di M. C. che chiede l'anonimato, "perché mio figlio - dice
è un medico conosciuto e mi dispiace che si venga a sapere questa cosa". Nel marzo del 1945 ha tredici
anni; sua sorella di ventidue, madre di una bambina, il cui marito è deportato in Germania, aveva trovato
lavoro come inserviente di cucina in un ex istituto salesiano occupato dai tedeschi e trasformato in ospedale
militare. Alla liberazione di Torino, la sorella la convince ad andare all'istituto per fare incetta di viveri
abbandonati nelle cucine. Qui vengono aggredite a calci e insulti da alcune donne. "Mentre noi facevamo la
fame, voi stavate a fare i festini coi tedeschi!", urlano. Sopraggiungono due partigiani ("laceri, senza
scarpe, stanchi") che le prendono in consegna e a cui viene detto che sono delle repubblichine, delle spie
tedesche. "E da quel momento inizia la nostra via crucis. Corso Giulio Cesare [...] quella mattina tutti i
torinesi aspettavano l'entrata dei partigiani e ai lati del corso c'erano due ali di folla che al nostro apparire,
tremanti come foglie con i fucili puntati alla schiena, si sono avvicinate a noi e hanno cominciato a schiaffeggiarci:
ci sputavano in faccia, ci insultavano, chiedevano la nostra morte. Credo che Gesù
non abbia avuto di più nella sua via crucis. Ricordo che indossavo un cappottino fatto da un pastrano militare tinto di marrone con
il collettino di velluto, avevo due codini e un viso tanto pulito, innocente. Come poteva tutta quella
gente farmi questo. Ricordo solo una donna che, dopo avermi schiaffeggiata e sputato sul viso, alle mie
parole disperate 'io non ho fatto niente!' mi ha pulito il viso col suo fazzoletto e mi ha detto: 'Ti credo, ti
credo'. Intanto che camminavamo la folla voleva linciarci e a mala pena i due partigiani riuscivano a farci
proseguire dicendo a tutti 'Quando arriviamo alla piazza le fucileremo'. [...] Alla fine arrivammo alla piazza ma
con noi arrivò anche una camionetta con alcuni capi partigiani. Fra di loro, per nostra fortuna, c'era anche
un amico del marito di mia sorella, che, appena ci vede si mette a urlare alla folla come impazzita: 'Vi
sbagliate! Questa ragazza la conosco io è una brava ragazza!' ma la folla non ragiona allora lui prende una
bomba a mano che portava alla cintura e minaccia la folla di lanciarla se non si allarga. Si fa un cerchio intorno a
noi [...] lui ci porta in una casa lì vicino (ancora la ricordo) e chiede ai proprietari di farci entrare poi scappa via".
Con la guerra la violenza entra prepotentemente anche nella vita delle donne, non perché di per sé esse
ne siano esenti ma perché è una violenza in forme per loro inusuali. Violenza non solo subita ma agita
anche attraverso l'uso delle armi e che suscita imbarazzo, fastidio, profonda vergogna o che si vuole
esorcizzare contrapponendole un'immagine tipicamente femminile. È questo, della violenza, un punto su cui l'analisi
delle stesse donne ha steso un velo di oblio o di pudore censurandosi una riflessione spassionata. "Sì,
odio, si odiavano, tedeschi, fascisti, quelli che ci avevano fatto tanto male. E voglio narrare anche questo
episodio. [Alla fine della guerra] dovevamo ricostruire tutto ed in campagna bisognava rimettere in ordine le
terre, zapparle e pulirle dalle macerie. Noi donne andavamo a zappare. Un giorno abbiamo trovato il cadavere
di un tedesco abbandonato lì nel campo, senza sepoltura, abbiamo cominciato a picchiare quei poveri resti.
Poi ci siamo guardate, avevamo tutte le lacrime agli occhi. Ci siamo dette 'cosa stiamo facendo!'. Abbiamo
poi seppellito i poveri resti" (Romana Ferrotti, Ravenna). "[Alla fine della guerra] al funerale dei dodici
ragazzi trucidati [dai fascisti] tre sorelle seguivano il feretro del fratello, una di loro impugnava una pistola. Non
ne ho capito il significato, ma nella mia mente di bambina quell'arma rappresentava ancora la violenza
che credevo spenta per sempre. [...] In quel contesto, quell'arma era fuori luogo, strideva troppo: tra le
mani della signorina mi sarebbe piaciuto vedere stringere un mazzolino di fiori" (Iolanda Olivieri, Milano).
Vorrei concludere questa galleria di memorie femminili di guerra col racconto di Lea Piani (Grosseto)
che lascio senza commento. Esso ricompone come in un mosaico molti degli aspetti dell'esperienza e del
vissuto femminile in tempo di guerra, ma segna anche le "tappe forzate" di un processo di maturazione
individuale che apre un altro capitolo nella storia italiana.
"Mio marito appena sposati era partito per la guerra. Era un bravo ragazzo, a cui però io volevo bene
come a un fratello. L'unione era stata decisa dalle famiglie quando eravamo piccoli. Anche i miei fratelli erano
in guerra, chi in Africa, chi imbarcati in un sottomarino e il mio caro fratello Leo in Russia. A noi donne
sole non restava altro da fare che sperare [...] Questo periodo sebbene il più buio della mia vita, io lo
considero anche il periodo più importante della mia vita. Esso la influenzò e la determinò tutta. [...] Ma il periodo
più terribile della mia guerra iniziò quando un mattino i tedeschi iniziarono a tirare alti fili spinati lungo
la spiaggia del mio paese; ciò ci impediva di pescare; non solo, ci impediva di raccogliere le alghe, che
bollite divenivano un buon piatto quando non c'era altro da mangiare. Ci ordinarono di evacuare il paese entro
tre giomi, poiché quella era diventata zona di guerra. Anche la mia famiglia dovette trovare un posto
dove andare, mia sorella Leda prese con sé mia madre e mia sorella. Essendo già in quattro ed avendo poco
posto, io e la mia bambina dovemmo separarci da loro. Ero perduta! Avevo sempre vissuto fuori dal mondo,
le uniche cose che sapevo le avevo lette sui libri. Venimmo a sapere che a Massa Marittima si poteva
occupare le scuole [...] con in collo la mia bambina lasciai la casa e con lei parte di me stessa. Mi trovai così sola
per la strada di Massa Marittima con sole dieci lire. [...] Lì le scuole erano piene di gente, gente
affamata, disperata, addossata l'una all'altra, coperta di stracci, ma soprattutto terrorizzata dal continuo passare
degli aerei. [...] a Capanne, un paesino poco lontano, c'erano vicino a una miniera delle casette appena
terminate e se io avevo il coraggio di entrarvi senza autorizzazione, potevo occuparne una. [...] scaricai la mia
roba proprio nell'ultima casa, proprio vicino alla macchia. [.. ] Io e la mia bambina eravamo salve,
pensai. Uscivamo dalla casetta solo per fare la legna e cercare albatre [...] Passò il tempo ed arrivò 1'8
settembre, arrivò anche mio marito, ma il giorno dopo era già partito in cerca dei partigiani poiché temeva che
i tedeschi lo cercassero. Io ero di nuovo sola. [...] La guerra si faceva sempre più brutta. La paura e la
fame bestie terribili. Un piccolo pezzo di pane nero e duro era la razione che spettava a persona. Ormai
avevo venduto tutto ciò che avevo: i tappeti, le pentole di rame lucente, tutto venduto per piccoli pezzi di pane
o bicchieri di olio. Gli uomini venivano portati via dai tedeschi. I tedeschi erano sempre più inferociti,
parlavano del nostro tradimento. [...] Un giorno ero nella macchia a raccogliere legna, quando vidi arrivare da
un viottolo una bella ragazza con la bicicletta e due grosse sporte. Era bionda di carnato rosato, con
capelli lunghi legati a crocchia e denti bianchissimi. Con fare deciso mi si avvicinò e mi disse di chiamarsi
Norma e mi regalò una pagnotta di pane. Non avevo visto da molto tempo tanto pane tutto insieme. Sapeva tutto
di me, della mia famiglia, di mio fratello in mano alla Ghestapo in via Tasso, della morte atroce di mia
sorella, di mio padre che ogni domenica era costretto dai fascisti a bere bicchieri di olio di ricino. Io ero allibita.
Che cosa voleva da me? Lo seppi subito. Mi disse che in giro c'erano delle armi che dovevano essere messe in
un posto sicuro. La mia casa era risultata la più adatta e io la più idonea. Acconsentii. La notte stessa arrivò
un carico di armi, fu sistemato nella stanza dietro la cucina e le coprimmo con le fascine. Da quel momento
in poi per molte sere le armi entrarono in casa mia; e per molte sere Orologio (questo era il suo nome
da partigiano) veniva a prenderle nelle ore più fonde. La mia bambina [...] povera piccola, povero topolino
così buona e dolce. Alle volte quando la stringevo a me, pensavo ai rischi che correva anche lei. Se
venivamo scoperte per noi era la morte sicura, ma guardandola sembrava che anche lei capisse che ciò che facevo
era giusto per far terminare quelle atrocità. [...] Una sera [...] sentii qualcosa strusciare alla porta, i
brividi percorsero tutta la colonna vertebrale. Secondo i patti era dalla finestrella che dava alla macchia che
quei fruscii sarebbero dovuti venire. Aprii piano piano la porta, non c'era nessuno, ma nel richiuderla notai
biancheggiare su di essa una croce bianca. Cercai di pulirla, ma la tinta era appiccicosa. Non sapevo che
fare, la paura mi aveva paralizzato; poi con la mente lucida e la più grande freddezza di chi sa che è ormai
giunta la sua ora, vestii la mia bambina e attesi. Sarebbero venuti i partigiani, pensavo. Loro mi avrebbero
detto cosa fare. Ed accadde. Era quasi l'alba, quando rumore di carri armati e comandi tedeschi invasero la
piccola piazza. Tra le persiane guardavo, ombre di uomini venivano verso la mia casa. Ad un tratto, nella più
grande disperazione, compresi: la croce bianca era la mia condanna a morte. Ero stata scoperta. Come un
automa misi il cappotto a mia figlia, mi coprii le spalle con un pezzo di coperta e attesi. Non appena il calcio
del fucile bussò alla mia porta, io aprii. Stavo in silenzio ed anche i tedeschi erano silenziosi, mentre
andavano a prendere le armi, diretti e sicuri, nel posto in cui noi le avevamo nascoste. [...] L'ufficiale non mi aveva
mai guardata. Ad un tratto si preparò a uscire ed io incominciai a seguirlo insieme alla mia bambina. Fu a
questo punto che si girò e mi guardó, non disse nulla, ma il suo sguardo gelido parlava per lui; spinse il suo
frustino contro di me con tanta forza da farmi cadere e se ne andó. Dopo pochi minuti, l'inferno. Dalla finestra
della camera il fuoco del lanciafiamme entrò nella mia casa. Incominciai ad urlare, a chiedere aiuto. L'odore
dei miei capelli che bruciavano mi scosse, adesso sapevo cosa fare. Mi gettai attraverso le fiamme con Paola
tra le braccia e raggiunta la finestrella la gettai giù; poi anch'io mi gettai. La coperta con cui l'avevo
avvolta l'aveva salvata. La roba che avevo addosso bruciava, me la strappai di dosso terrorizzata. Come Dio volle
fui salva. Mi misi a correre come una pazza con la mia piccola tra le braccia, verso la macchia, la vecchia,
nera folta macchia che mi accolse come una madre. Mi trovarono dopo due giorni i partigiani. Mi
credevano morta ed in un primo momento non credettero ai loro occhi. Mi dettero un paio di pantaloni ed una
giacca di un tedesco ed anche un giaccone grande caldo per la mia piccola. Mi raccontarono che della mia casa
non c'era rimasto più nulla, nessuno del paese aveva visto nulla e nessuno aveva udito le mie grida. Per tutti io
e la mia bambina eravamo morte. 'Meglio così', dissero, almeno non ci avrebbero più cercate. I
rastrellamenti continuavano, ed io e la mia bambina dovevamo continuamente camminare e sempre da sole; i
partigiani non ci volevano con loro. Una donna e una bambina intralciavano i
loro movimenti e potevano essere scoperti. Un giorno mi avvicinai a un casolare, la gente che ci abitava mi prese a sassate, sapevano chi
ero, ma soprattutto sapeva che cosa sarebbe successo loro se mi avessero aiutato. [...] Ritornai alla macchia
sola con la mia bambina, un fucile e cattiva come una bestia, ma soprattutto diffidente. Era proprio la
diffidenza a farci sopravvivere, come quel giorno in cui giunta sopra un poggio notai che tra i partigiani c'erano
dei nuovi arrivati. Erano repubblichini, avevano armi, molta roba da mangiare. Questo arrivo di nuove
forze, animò un po' i nostri animi amareggiati dalla morte cui avevamo assistito il giorno avanti; il morto
era Orologio. L'avevano preso, buttato per terra e il resto lo aveva fatto un carro armato passandoci
sopra. Eravamo pochi, e con le lacrime agli occhi guardavamo da una collina senza poter reagire. I
partigiani avevano accettato i repubblichini, e poiché non avevo nessuna autorità nel gruppo, non avevo altro da
fare che osservare le loro facce. La mia attenzione fu attirata da un uomo che aveva una gran furia di andare
via. Mi ricordava qualcuno. Come lui fece la mossa di andare via, io lo rincorsi e più correva più la sua faccia
mi era nota. Era colui che aveva consegnato mio fratello Lido ai tedeschi. Lo raggiunsi, cominciai a
morderlo, a prenderlo a calci, a colpirlo col calcio del fucile. Ero una belva, volevo sbranarlo, me lo tolsero che
era quasi morto. Mi vergognai di ciò che avevo fatto, mi ero comportata come coloro che tanto
combattevo. Quando l'uomo sotto le mie accuse ammise la sua colpa, tutti mi elogiarono e mi dettero un nome
'Bruna'. Capivo di essere diventata una bestia, ma in quel momento volevo solo vendicare mio fratello, Orologio e
la nostra bella partigiana Norma. Norma era stata presa dai tedeschi ed io lontana dai partigiani, ma vicino
al casello dove l'avevano portata, l'avevo sentita urlare tutta la notte. La mattina, non appena i tedeschi
lasciarono il casello, io vi entrai. È troppo atroce raccontare lo scempio eseguito nel suo corpo, ciò che
più terrorizzava in quella vista era il taglio che avevano eseguito ai capezzoli di Norma, dal quale usciva unito
al sangue il latte, che la bella partigiana avrebbe dovuto dare al suo piccino, al rientro del suo giro
quotidiano. Anche a me sono state fatte molte sevizie [...] ma di questo non voglio parlarne, questa è la parte
segreta della mia guerra, una delle parti della guerra che durante la notte mi fa gridare o passare notti insonni.
Il tempo passava, arrivarono gli americani e ci liberarono. Venni a sapere che mio marito era a
Grosseto. Sebbene nutrissi per lui solo affetto fraterno, compresi che era giusto raggiungerlo; perlomeno avrei
avuto un tetto. [...] I miei capelli erano ricresciuti ma ero ugualmente in uno stato pietoso, anche mia figlia
era ancora vestita da tedesco. Nel vedermi mio marito rimase molto deluso. Rifiutai la bella casa che mi
avevano destinato; poiché pensavo che quando sarebbero tornati i padroni, fascisti o no, sarebbe stato giusto
che avessero ritrovato la loro casa, sapevo fin troppo bene che cosa voleva dire perderla. Trovai due stanze
vuote e le occupai. Mio marito già parlava di raggiungere gli americani per creare un corpo di liberazione
italiano. Lui partì e io restai a combattere la mia guerra privata".
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