Bruno Pozzato

1922: la caduta delle "giunte rosse" nel Biellese



Il capitolo dello scioglimento delle "giunte rosse" nel Biellese è ancora tutto da scoprire, e forse può riservare molte sorprese al ricercatore, non ultima quella di consentire - attraverso un'opera di scavo paziente e sistematico fra i documenti d'archivio, le testimonianze orali e le cronache del tempo - l'emergere di quelle peculiarità di cui si è tanto parlato. Basta scorrere con un minimo di attenzione le pagine dei giornali dell'epoca per rendersi immediatamente conto di due cose: la prima, che le maggioranze consiliari popolari cedettero alla violenza nera soltanto dopo il cedimento di tutte le altre municipalità rosse della regione e della provincia1, sicché il Biellese venne a configurarsi, ad un certo punto, come una "fortezza isolata"2, una realtà sociale, culturale e politica assediata da forze esterne3; la seconda, che, in ogni modo, le amministrazioni popolari rosse biellesi non si arresero tanto alla violenza squadristica quanto alla pressione dello Stato "nascente" (si era a poche settimane dalla "marcia su Roma" del 28 ottobre 1922) che quella violenza usava strumentalmente, sacrificando anche le ultime parvenze di democrazia formale4.
Certo, la caduta delle giunte rosse non si configurò come una serie di episodi pacifici. Benché Secchia fosse del parere che nel Biellese il fascismo non avesse avuto quelle connotazioni di violenza evidenti altrove (Parma, Livorno, Trieste, Sarzana, Ancona, ecc.) e benché pensasse che "noi eravamo una specie di isolotto in cui, rispetto ad altre realtà, si stava abbastanza bene: il fascismo c'era e non c'era; doveva affluire da altre parti, dal Monferrato, dalla Lomellina, da zone in cui era fortissimo"5, non si deve credere che la "resa" qui fosse avvenuta senza resistenze e senza momenti di alta e drammatica tensione. Il crollo di uno Stato (di uno Stato di diritto), anche là dove più labili sono le sue radici nella società, non è mai un evento di "ordinaria amministrazione" come può essere la crisi di un governo o di un partito. Sono fatti che incidono profondamente la storia e che segnano epoche intere.
Furono i fascisti biellesi stessi ed i loro temporanei alleati dell'Unione democratica a confermare con orgoglio il carattere niente affatto pacifico dell' "assalto" squadrista alle giunte rosse. "Oltre cinquanta sono i comuni della nostra provincia - informava trionfante "La Tribuna Biellese" - nei quali si è vittoriosamente riaffermata la conquista del tricolore. Le più agguerrite bicocche dei rossi bastioni del feudalesimo indigeno, che si erano da se stesse messe fuori dalla legge e da ogni diritto, crollano l'una dopo l'altra sotto le irruenti ondate della giovinezza d'Italia votatasi generosamente all'opera di risanamento e di ricostruzione del paese"6. Il 30 agosto i fascisti proclamavano sul loro giornale: "Nonostante il maltempo, le nostre superbe squadre hanno continuato l'azione in ogni parte del circondario. I comuni di Trivero, Ponderano, Borriana, Sandigliano, Gaglianico, Netro, Donato, Camburzano e i centri massimi del bolscevismo biellese: Coggiola e Flecchia sono caduti davanti al nostro impeto purificatore"7; e pochi giorni dopo: "Le nostre camicie nere si sono prodigate infaticabilmente, giorno e notte, come delle buone e vere truppe d'assalto"8, coadiuvate dagli "ascari"9 di Vercelli con alla testa il notaio Primo Grea, per abbattere "la cricca social-pussista"10.
Crollate le principali roccheforti rosse di Biella, Cossato, Candelo, Trivero dopo un lungo assedio fatto di violenze, calunnie e provocazioni d'ogni genere, crollarono successivamente, fra la fine di agosto e la fine di settembre, tutte le altre amministrazioni popolari conquistate - secondo i cronisti della "Tribuna" - nel 1919-1920 "in un eccezionalissimo periodo di collettiva ubriacatura plebea"11.
Il primo bastione sovversivo a cadere fu quello comunista di Andorno Micca, il cui Consiglio venne sciolto con decreto ministeriale nel marzo del 1922 sotto l'infamante quanto inconsistente accusa di "non poche né lievi irregolarità"12 amministrative. Esentare i più poveri dal pagamento delle tasse, far pagare invece i ricchi evasori, istituire sussidi per i disoccupati, affidare alle cooperative la costruzione di case popolari: furono queste le "irregolarità" che s'imputavano a quasi tutte le giunte rosse, impegnate da tre anni ad amministrare le pubbliche risorse nell'interesse degli strati meno abbienti della popolazione. Irregolarità, inoltre, scrivevano i cronisti del "Corriere", "riscontrabili in tutti i comuni del Regno" che amministrassero con un minimo di giustizia perequativa. Per i redattori del giornale socialista non c'erano dubbi: il Consiglio comunale di Andorno era stato sciolto dalla volontà della "reazione" e della "violenza bianca"13 e poi - come si legge su "Il Popolo Biellese" - "in seguito allo svolgersi dell'azione fascista"14.
Con il fallimento dello sciopero generale politico del 1921 e più ancora con gli ultimi sussulti seguiti ai fatti di Novara: scioperi del 18 agosto in Piemonte, del 19 in Lombardia; sciopero generale cosiddetto "legalitario" del 1 agosto in tutta Italia, proclamato dall'Alleanza del lavoro (in conseguenza dei quali gli industriali biellesi approfittarono per sbarazzarsi degli attivisti e dei collettori delle leghe più combattivi, licenziandoli)15, anche il movimento operaio biellese non sembrava più in condizioni di resistere alla marea reazionaria e fascista che saliva. Le forti leghe operaie di Crocemosso, di Coggiola, di Cossato e di Andorno, prive com'erano di indicazioni precise circa gli orientamenti da seguire e le cose da fare (le proposte dei comunisti, i cosiddetti "puri", apparivano in quel momento velleitarie e poco credibili), non erano in grado di offrire alle masse obiettivi concreti, mobilitanti, che non fossero vaghe speranze nel futuro o piagnucolosi e sterili appelli ora alla ragione e ora alla fede.
Le lotte intestine al movimento sindacale, al Psi e al Pcd'I, esacerbate sino alla rissa, al sospetto, all'odio dalla scissione di Livorno dell'anno precedente, non consentivano una valutazione realistica ed obiettiva del momento e, quindi, la capacità di coglierne tutta la gravità. Da una parte e dall'altra si ragionava per schemi, sulla base di una visione moralistica della realtà. Per il "Corriere Biellese" il "fenomeno" fascista non era che una "vampata", un "colpo di vento passeggero", sicché non restava che aspettare e nel frattempo avvalersi delle leggi dello Stato e delle sue forze dell'ordine per difendere la legalità minacciata dall'assalto reazionario alle istituzioni popolari. "Dopo la tempesta - si scriveva ancora sul giornale socialista - ritornerà a risplendere il sole, il quale, coi suoi raggi abbaglianti di luce, illuminerà le vie di un domani di giustizia vera per tutti"16. Per "Il Bolscevico" era in pratica la stessa cosa, anche se, come ricorda Mario Coda17, i comunisti continuarono a proporre l'organizzazione di squadre armate di autodifesa. In quelle circostanze il Pcd'I fu infatti il solo partito ad avere una posizione coerente. "Bisogna tener conto - confermava in proposito Secchia - che allora soltanto noi comunisti eravamo per rispondere alla violenza con la violenza"18. Il ragionamento dei militanti comunisti biellesi appariva molto semplice: poiché è impensabile chiedere l'intervento e la protezione dello Stato borghese, primo responsabile di quanto stava accadendo, e tantomeno servirsi dei suoi vituperati strumenti di repressione (polizia, carabinieri, esercito) senza contraddire i propri principi ideologici e morali, delle due l'una: o si organizzavano dei gruppi armati di autodifesa e per la protezione delle istituzioni popolari, oppure era la sconfitta generale, la capitolazione. "Quando lo Stato si dimostra incapace di difendere la democrazia e la legalità - affermava ancora Secchia nel 1973, riflettendo su quelle lontane esperienze - noi dicevamo: ci devono pensare gli operai, ci devono pensare i lavoratori, decidendo di rispondere alla violenza con la violenza"19. Ma se gli operai "non ci pensano", perché male orientati e peggio diretti, allora è la sconfitta.
Ovviamente i massimi dirigenti socialisti locali non condividevano questa impostazione e questa "logica", che ritenevano settaria e tale da fare il gioco dei fascisti; essi erano perciò portati ad enfatizzare il carattere transitorio e del tutto eccezionale del fenomeno fascista, così da giustificare come necessario e inevitabile il ricorso agli organi dello Stato perché imponessero al fascismo il rispetto della legalità. Si giunse persino a teorizzare (come fece Giacomo Matteotti prima di essere assassinato) "il coraggio della viltà", per non cadere nelle provocazioni squadristiche. Di qui l'acuirsi dei contrasti fra comunisti e socialisti, come ad Andorno, dove questi ultimi uscirono dalla maggioranza consiliare facendo in tal modo il gioco delle destre e dei fascisti del luogo, sino a consentire lo scioglimento del Consiglio comunale; e a Candelo, dove la proposta dei comunisti di organizzare la resistenza e difendere il Comune venne respinta. E così il 6 settembre di quel burrascoso 1922 cadde anche la deputazione provinciale, amministrata da cinquanta socialisti (sei erano comunisti).
Le proposte del Pcd'I erano motivate soprattutto da questioni di principio (oltre che da intransigenza morale) più che da reali possibilità di spuntarla attraverso la difesa armata delle istituzioni; e i dirigenti (Secchia, Brizzolari, Roasio, Angiono) mostravano di averne coscienza: "Se avessimo voluto avremmo rioccupato tutte le nostre sedi in poche ore - ricordava Pietro Secchia - ma le avremmo riperse nel giro di quarantotto ore, a quel punto della situazione". Nell'impossibilità di vincere la battaglia con la lotta, lo spirito con cui i militanti più impegnati si muovevano era quello di "farla pagare cara". Di fronte a questa ostinazione e a questa "intransigenza rivoluzionaria", le posizioni socialiste finirono per apparire più realistiche, più ragionevoli; e, a quel punto della situazione, certamente lo erano. Contemporaneamente, però, questo atteggiamento di "dignitosa rassegnazione" e di "coraggio della viltà" (e in attesa che il sole ritornasse a risplendere), metteva a nudo l'abissale distacco che separava il loro chiasso ideologico e propagandistico dalla pratica sostanzialmente riformistica che avallava la tesi del fascismo "fuoco di paglia" destinato a spegnersi ben presto.
È evidente che una situazione del genere non poteva non ripercuotersi negativamente all'interno degli enti locali: i comuni, la Provincia, le case del popolo, le leghe sindacali, i circoli operai, le sedi dei partiti di sinistra. Sottoposte al fuoco di fila di una intensissima campagna di calunnie - nella quale faceva spicco il ruolo subalterno della "Tribuna" e dell'Unione democratica - le giunte rosse finirono per cadere una dopo l'altra.
Il deputato novarese Ezio Maria Gray, un nazionalista eletto nelle liste dell'Unione democratica e che più tardi confluì nel Partito nazionale fascista, svolse nella nostra provincia una sistematica campagna di denuncia contro "il parassitismo amministrativo dei socialisti"20, facendo leva sul divario tra i programmi con cui le giunte popolari "avevano promesso il paradiso in terra" e la realtà rappresentata da una politica finanziaria "di stampo giacobino" e classista. Certo non fu questo tipo di iniziativa - del resto non limitata al solo Biellese - a minare la resistenza dei comuni rossi; consentì tuttavia di fornire pretesti all'azione ben più consistente, violenta e demolitrice delle squadre fasciste, e allo Stato per intervenire a sostegno di queste.
Nel marzo del 1922 Ezio Maria Gray svolse alla Camera una vera e propria requisitoria contro la "scandalosa" politica tributaria socialcomunista. Dopo avere descritto "l'impressionante quadro della distribuzione ed il crescendo dei tributi a Novara, dove il Municipio socialista ha iscritto 31.000 abitanti su 57.000 nell'elenco dei poveri o dove la sovrimposta complessiva sale a sette volte l'importo statale"21, il parlamentare novarese accusò gli amministratori rossi della provincia di avere istituito, in diversi comuni da loro diretti (quello di Serravalle denunciato alla magistratura viene citato ad esempio) "sussidi di disoccupazione" o "speciali privilegi a favore delle cooperative rosse". Concluse il suo discorso in Parlamento chiedendo al governo di intervenire con energia per "riprendere il suo rigido controllo sulla gestione dei bilanci"22. Come s'è detto, fu lui, attraverso una serie di comizi e di conferenze che tenne nel Biellese per conto dell'Unione democratica, a fornire agli squadristi gli argomenti propagandistici e demagogici, le chiavi di lettura delle possibili malversazioni amministrative da imputare alle giunte rosse biellesi.
Infatti le squadre d'azione fasciste (provenienti quasi sempre da Novara, Vercelli, persino Milano23 e capitanate personalmente dal segretario provinciale del Pnf, cavalier Amedeo Belloni) non si muovevano a caso, secondo i capricci di questo o di quel gerarca. Anche se accanto alle "spedizioni punitive" propriamente dette (quelle dell'olio di ricino e del manganello), accanto al tentativo dei giovani dell'Unione democratica di mettere in piedi proprie squadre d'azione, le cosiddette "camicie stellate"24, avevano spazio vere e proprie scorrerie banditesche non sempre controllabili (tanto da indurre la sezione biellese del Pnf a pubblicare diffide sui giornali locali, una delle quali rivolta ad albergatori e trattori sulla ricezione di fascisti nei loro esercizi)25, queste squadre obbedivano chiaramente ad un disegno strategico preciso, in cui fascisti, tutori dell'ordine (pubblica sicurezza, carabinieri, guardie regie, persino esercito) e apparati dello Stato (magistratura, prefetture, commissariati vari) avevano il loro ruolo specifico, facevano parte di un complesso "gioco delle parti". In più occasioni, come nel luglio del 1922, il "Corriere Biellese" non esitò a denunciare "le forze preponderanti della reazione coalizzata, sapientemente organizzata, con una divisione di lavoro fra quelle legali ed extralegali, che agiscono per la difesa dei privilegi vigenti"26. Per Secchia questo connubio appariva concretamente e in modo semplificato: "Da una parte l'esercito e tutte le forze armate, dall'altra la povera gente, che al massimo aveva una pistola per la difesa personale, in tasca"27.
Questa storia del "connubio" tra fascismo, classi sociali reazionarie e burocrazia dello Stato si evidenzierà chiaramente quando vedremo, sia pure rapidamente, alcuni episodi di scioglimento delle giunte rosse. Il Biellese fu una delle poche zone in cui emerse così chiaramente il paradosso di uno Stato tanto debole da essere costretto ad agire con un piede nell'illegalità per difendere e imporre il proprio claudicante dominio; e, per altro verso, le grandi potenzialità che sarebbero state disponibili per una larga e forse vincente mobilitazione antifascista, se il movimento operaio avesse potuto contare su una corretta analisi della situazione, una conseguente direzione sindacale e politica, si fosse mosso al momento giusto28.

Le "giunte rosse" nelle pagine de "Il Biellese"

"Il Biellese" testimonia come il mondo cattolico locale assistesse pressoché impassibile alla dissoluzione della democrazia sotto i colpi congiunti dello Stato (con la sua forza pubblica) e dello squadrismo; una impassibilità che, da una parte, era compiacimento e adesione obiettiva agli "eventi nuovi" ritenuti i soli in grado di riportare l'ordine nel Paese, ma, dall'altra, tradiva ancora qualche barlume di preoccupazione per quelli che sarebbero stati considerati gli "eccessi" del fascismo.
In un'apposita rubrica che restò in vita per alcune settimane, intitolata "I fascisti", venivano registrate con cura le "dimissioni" delle giunte popolari, insieme a notizie di violenze e di abbattimenti di lapidi dei caduti o di invasioni di circoli operai, cooperative, sezioni "rosse", ora pubblicando gli imbaldanziti manifesti delle camicie nere, ora riportando opinioni e notizie da altri giornali e ora facendo proprio il linguaggio "rivoluzionario" de "Il Popolo Biellese". Troviamo così notizie riguardanti i misfatti dei fascisti Vincenzo Tencone, Carlo Catto detto Porta e Alberto Aguzzi a Cavaglià29, che "sforniti di quattrini [...] busseranno a varie porte chiedendo denaro per sussidiare il fascio"30, accanto al "comunicato di guerra" affisso a Biella dai fascisti con cui s'informava la cittadinanza della caduta di diversi comuni amministrati da socialisti e comunisti nonché dei "centri massimi del bolscevismo biellese: Coggiola e Flecchia"31. Oppure, come nel caso di Cossato, si sottolineavano le coraggiose e "pepate risposte" del sindaco agli squadristi che avevano invaso la sede municipale, informando più sotto che "L'Ordine Nuovo" del giorno prima "avvisa che i comunisti biellesi sono tutti mobilitati a disposizione dei capi zona"32.
Complessivamente (obtorto collo o meno sarebbe da approfondire) l'organo della diocesi appare schierato dalla parte delle nuove autorità, del "nuovo ordine" (cinque esponenti del Partito popolare, infatti, sedevano in Consiglio comunale a Palazzo Oropa insieme ai fascisti, ai neofascisti, ai combattenti e ai liberali)33, ma senza entusiasmo, cercando anzi - con un colpo al cerchio e un colpo alla botte -, di accreditarsi una posizione neutrale. Ora, in determinate circostanze anche le non scelte finiscono per diventare vere e proprie scelte. Certo, quella de "Il Biellese" fu un'adesione condizionata, del tutto provvisoria, volta a sostenere i fascisti, ma non a confondersi con essi, sino a quando la loro azione coincise con le esigenze dell' "ordine". Qui possiamo constatare come la politica della Chiesa alla periferia avesse delle caratteristiche che ne accentuavano l'ambiguità.

Andorno Micca e i comuni della valle del Cervo sciolti con regio decreto

"Non abbiamo ancora elementi sufficienti per esprimere chiaramente il nostro pensiero sullo scioglimento del consiglio comunale comunista di Andorno"34, ma i consiglieri della maggioranza comunale sottoscrissero una cronaca da Andorno per il "Corriere" in cui si sosteneva che "la reazione e la violenza bianca" erano responsabili di avere "imposto" lo scioglimento del Consiglio comunale, con la pretestuosa motivazione di "gravi irregolarità amministrative"35. Era l'inizio di aprile 1922 e il clima politico aveva raggiunto livelli di acutezza eccezionali. Le squadre fasciste scorrazzavano, incontrastate dalla "forza pubblica", per tutta la provincia a intimidire, a manganellare, a sparare, a incendiare, a depredare. Contro i "rossi" tutto sembrava consentito e giustificato. Era una fase della lotta in cui più chiaramente appariva il connubio fra apparati repressivi dello Stato e fascismo.
In maggio "La Tribuna Biellese" pubblicò il documento ufficiale di scioglimento dell'amministrazione rossa di Andorno. Era un documento governativo che portava la data del 3 marzo 1922 e forniva - legalizzata - la versione ufficiale del grave provvedimento antidemocratico: "L'Amministrazione Comunale di Andorno non è più in grado di funzionare regolarmente essendo di fatto attualmente ridotta, per dimissioni e altre cause, a 9 consiglieri soltanto su venti assegnati per legge al Comune. Un'inchiesta disposta dal Prefetto di Novara, nel novembre scorso, in seguito al reclamo presentato da numerosi cittadini, ha messo in luce, d'altro canto, non poche né lievi irregolarità, specialmente nelle spese e nella esecuzione dei lavori pubblici, nella compilazione dei crediti locali, sicché il Prefetto dovette provvedere d'ufficio alla formazione del ruolo della tassa di famiglia. Questi ed altri addebiti furono constatati nell'Amministrazione, ma le giustificazioni presentate non risultarono tali da modificare sostanzialmente la consistenza degli addebiti. In tale situazione - scrive il ministro dell'Interno - ravvisandosi necessario un periodo di gestione straordinaria che possa convenientemente provvedere al riassetto della civica azienda, mi onoro sottoporre all'augusta firma della M. V. l'unito schema di decreto con cui su conforme parere espresso dal Consiglio di Stato in adunanza 3 marzo 1922, si fa luogo allo scioglimento del Consiglio Comunale e alla conseguente nomina di un regio commissario"36. La proposta di scioglimento portava la firma del sottoprefetto di Biella Carlo Danzi.
Si trattava, chiaramente, di motivazioni completamente inventate. "Nei pochi mesi di sua gestione - affermavano i consiglieri dimissionati - l'Amministrazione ha saputo dare un soffio di vita e di modernità all'azienda comunale, e più specialmente si è adoperata con vero amore al miglioramento delle condizioni degli umili e dei poveri, adottando diversi provvedimenti. Quali: la refezione scolastica, l'estensione dell'assistenza sanitaria e il sussidio agli indigenti inabili al lavoro"37. Ma la più grave "irregolarità amministrativa" commessa dai consiglieri comunisti, secondo il sottoprefetto Danzi, consisteva nei criteri con cui l'amministrazione sovversiva intendeva "consolidare" il bilancio; criteri fondati su una più severa e maggiore giustizia perequativa: "In quest'opera di vera ricostruzione (forse perché rappresentava uno strappo al suo programma politico)", s'incontrarono i maggiori ostacoli e si comprende bene il perché se pensiamo che i "rossi" avrebbero voluto far pagare le tasse a chi si era abituato ad evaderle. Erano mesi, infatti, che le forze moderate, reazionarie e fasciste locali s'erano mobilitate contro la maggioranza. Esse svilupparono una vera e propria campagna di calunnie, basata sull'uso combinato dell'opposizione ufficiale (rappresentata dall'Unione democratica) e delle squadracce che s'erano assunte il compito di intimidire e terrorizzare gli amministratori, ma anche sull'uso spregiudicato degli strumenti dello Stato che avrebbero dovuto garantire la legalità e si prestarono invece alla "legalizzazione" della sopraffazione.
Andorno e la sua valle rappresentavano un punto di forza del movimento operaio e democratico biellese. Non c'era soltanto il comune di Andorno nelle mani dei comunisti, c'era anche quello di Tavigliano ma, soprattutto la potente lega tessile diretta da Mario Leonildo Vietti, uno dei principali protagonisti del Gomirc vent'anni più tardi; e c'erano i comuni di Sagliano e Miagliano amministrati dai socialisti. Assestare un duro colpo ad Andorno significava dunque creare le premesse per un cedimento del resto delle amministrazioni locali nella vallata e nel Biellese. Per questo lo Stato intervenne direttamente nella vicenda del comune di Andorno e non esitò a colpirlo con un decreto ministeriale di scioglimento.

Ad eccezione di Andorno e Tavigliano, le amministrazioni socialiste di Miagliano e Sagliano erano molto legate a Biella e alla federazione del Psi. Era pertanto "logico" che i drammatici avvenimenti della città si ripercuotessero immediatamente nella valle d'Andorno. Tanto più che proprio qui e contro l'amministrazione comunista del capoluogo di vallata era stato adottato il più duro e odioso provvedimento di scioglimento.
Sul finire del mese di agosto il corrispondente inviava al "Corriere Biellese" la seguente corrispondenza: "Allo scopo di evitare incresciosi incidenti l'amministrazione comunale socialista di Miagliano appena fu a conoscenza delle imposte dimissioni alla consorella di Biella, rassegnò compatta le dimissioni, senza che da alcuno fossero richieste"38. Si potrebbe pensare ad una situazione di panico dilagante, ma non fu così: era invece la conseguenza naturale di una politica di capitolazione divenuta irreversibile. Qualche debole tentativo di resistenza si ebbe invece a Tavigliano dove l'amministrazione comunista si dimise, ma solo "dietro la pressione della sezione demofascista locale"39, mentre del tutto particolare apparve l'atteggiamento degli amministratori di Sagliano Micca. Con la speranza di restare al suo posto l'eterogenea maggioranza socialista accettò in un primo momento di "togliere la lapide ai caduti, ma - diceva il corrispondente del "Corriere" - non si dimise poiché la locale sezione demofascista vede un po' di buon occhio gli attuali amministratori... Però - concludeva - anche ciò non valse, perché giovedì fu pure essa obbligata a dimettersi"40, grazie anche alla complicità del maresciallo comandante la stazione locale dei carabinieri.

Biella: "La banda civica Luisetti"

"L'ingloriosa fine dell'Amministrazione comunale socialista"41 aveva una data e un atto ufficiale. La data: martedì 22 agosto 1922. L'atto ufficiale: la dichiarazione della Giunta: "Illustrissimo Signor Sottoprefetto di Biella, la Giunta Municipale di Biella, constatato come da alcuni giorni lo stato della quiete cittadina sia grandemente turbato per l'intervento di elementi estranei che si propongono l'obiettivo di impedire il suo funzionamento; ritenuto che essa, lasciata senza sufficiente difesa dagli organismi di Stato, non può assumersi la responsabilità degli eccessi che succederebbero per una ulteriore sua resistenza; ritenuto che le minacce e le intimidazioni già avvenute impunemente a singoli e legittimi rappresentanti della citta sono un evidente inizio di realizzazione del piano esposto pubblicamente e preannunciato in giornali locali e in pubblici comizi; pur convinta che la maggioranza della cittadinanza seguiva con simpatia l'esperimento dell'amministrazione socialista, allo scopo di non lasciare oltre perdurare l'attuale stato di perturbamento, rassegna nelle mani della Signoria Vostra Ill.ma le proprie dimissioni. Firmati: il Sindaco: Virgilio Luisetti, gli assessori: Oreste Mombello, Fedele Fila, Camillo Gioggia, Fiorentino Strobino ed Ercole Mercando, supplente".
Di fronte a questa presa di posizione, di grande dignità ma affatto rivoluzionaria, in serata si dimise l'intera maggioranza. "Mentre in città si tripudiava per la facile vittoria antisocialista"42, un nuovo documento fu sottoscritto dai consiglieri socialisti e indirizzato al sottoprefetto Danzi: "I sottoscritti consiglieri comunali, vista la lettera colla quale la Giunta Municipale ha rassegnato le dimissioni; mentre esprimono la loro incondizionata solidarietà colla Giunta stessa; richiamandosi alle motivazioni che le hanno determinate; rassegnano alla S. V. le dimissioni dalla carica che occupano nel consesso civile"43. I firmatari erano: Anacleto Barbera, Carlo Serafini, Celestino Boglietti, Celestino Pozzo, Marcello Piatti, Silvio Perona, Ercole Mercando, Antonio Argentero, Alfonso Oliaro, Giovanni Raviglione, Luigi Ramella, Firmino Caucino, Lorenzo Pivano, Virgilio Luisetti, Fedele Fila, Fiorentino Strobino, Oreste Mombello e Camillo Gioggia.
La stampa locale di destra e fascista esultava. "La Tribuna Biellese" titolava a piena pagina: "L'ingloriosa fine dell'Amministrazione comunale socialista di Biella. Pressata dalla cittadinanza e annichilita dall'esito di un'inchiesta amministrativa, la Giunta comunale ha ieri rassegnato le dimissioni"44. Le faceva eco "Il Popolo Biellese": "L'ignominiosa fuga degli amministratori social-comunisti dal Comune di Biella. Irregolarità gravi. Una denuncia e due inchieste, giudiziaria e amministrativa. Le dimissioni"45.
Il resoconto degli avvenimenti sul "Corriere Biellese" evidenziava drammaticamente il senso di sconfitta che aleggiava già prima delle dimissioni della Giunta e del Consiglio. Era un tono dimesso, fatalistico, solo apparentemente protestatario, consapevole della ineluttabilità di quegli eventi. Paradossalmente solo il chiasso propagandistico dei fascisti e dei loro alleati appariva adeguato alla gravità dei fatti. Un dato colpisce l'osservatore dei nostri giorni: l'assenza della gente, il suo disinteresse per quel che stava succedendo, il clima di confusione creato dalla campagna di calunnie scatenata contro l'amministrazione socialista, e dalle incertezze del movimento sindacale e del Partito socialista.
Al di là dei resoconti dei giornali ("Corriere Biellese" compreso), l'amministrazione socialista di Biella non si dimise a causa delle intimidazioni, delle violenze e delle minacce fasciste, né per i martellanti e forsennati attacchi de "Il Popolo Biellese" e de "La Tribuna Biellese". Essa dovette cedere sotto i colpi a tradimento inferti dagli apparati dello Stato. Fu infatti il commissario di pubblica sicurezza Luigi Resegotti ad imbastire la denuncia alla magistratura contro la Giunta per presunte irregolarità nella gestione del mattatoio municipale; fu il sottoprefetto Carlo Danzi a sollecitare la Giunta a dimettersi, impegnandosi a impedire ai fascisti di occupare la sede municipale; fu il commissario prefettizio Stefano Mastrogiacomo ad aprire le porte di Palazzo Oropa ai manipoli di Belloni. E furono gli agenti di polizia, le guardie regie, i carabinieri a rendersi responsabili degli avvenimenti successivi che affossarono anche a Biella e nel Biellese la libertà e la democrazia.
Una vera e propria congiura era stata tramata a Biella contro l'amministrazione socialista. Una congiura peraltro evidente nello sviluppo degli avvenimenti e che solo per una precisa scelta politica contraria a qualsiasi forma di reazione "avventuristica", impediva di vedere in tutta la sua portata e gravità. Erano settimane che squadre di azione fasciste, coadiuvate dai carabinieri e dirette dal segretario provinciale del Pnf Amedeo Belloni, scorrazzavano per i rioni le frazioni della città. La notte prima delle dimissioni squadristi armati e in camicia nera, diretti dai fratelli Mino, "si portarono all'abitazione del sindaco compagno Luisetti, inscenando una dimostrazione così selvaggia da ottenere la deplorazione anche di elementi notoriamente filofascisti. Quest'aggressione a scopo intimidatorio, fatta nel cuore della notte al domicilio di un cittadino, ove vi sono donne e bambini, costituiva il primo passo verso l'attuazione di un programma chiaramente enunciato. Non l'aveva forse stampato il giornale della... Democratica: 'ora viene il bello'?"46. Le prospettive non erano per niente rassicuranti. Il Biellese stava per diventare un'isola, una fetta della provincia di Novara assediata dalle bande armate del fascismo e dalla congiura dei poteri statuali del posto. Era caduta la Giunta comunale di Novara, erano cadute quelle di Milano, di Cremona e, in Piemonte, quella di Alessandria; ed erano cadute senza resistenze particolari che non fossero la protesta formale, dignitosa ma sterile. Come avrebbe potuto resistere Biella?
Tra luglio e i primi di agosto non passava settimana senza che in città e spesso anche sotto i portici di Palazzo Oropa, avessero luogo scontri durissimi fra camicie nere e giovani di sinistra. Antonio Roasio e Mario Coda47 ricordavano ancora le zuffe violentissime per impedire ai fascisti di occupare la sede municipale. "In quel momento - testimoniava Mario Coda - la cosa più importante era difendere e far funzionare il comune di sinistra perché questo voleva dire contrastare nel modo più efficace l'assalto squadristico alle istituzioni popolari"48. I comunisti, ma soprattutto i giovani, erano dell'idea che non bisognasse rimanere passivi, "stare a guardare", "aspettare che risorgesse il sole" e roba del genere. Di fronte alla tracotanza e alla boria squadristica si doveva rispondere con altrettanta e maggiore energia. Da qualche tempo, infatti, i comunisti stavano organizzando le proprie "squadre armate di autodifesa". Incaricato di procurare le armi era il giovane barbiere Giuseppe Cerutti di Candelo, che si recava periodicamente a Torino e tornava con istruzioni, materiale di propaganda e armi49.
La tensione in città raggiunse livelli mai conosciuti prima, neppure durante i grandi scioperi operai del dopoguerra, quando pareva che la rivoluzione socialista dovesse essere questione di giorni. Ai primi di agosto il sindaco Luisetti e i suoi collaboratori decisero di far intervenire la Sottoprefettura perché facesse cessare i crescenti atti di violenza ad opera delle squadre d'azione fasciste. Questo significava rimettersi ai poteri dello Stato, in pratica chiedere l'intervento delle forze dell'ordine a tutela della legalità. Fu l'inizio della fine. Se i fascisti intendevano "prendere d'assalto" il comune rosso, conferendo così un carattere "rivoluzionario" alla riconquista tricolore dell'amministrazione cittadina, e quindi aveva bisogno di movimento, di spettacolo, di vittime, Sottoprefettura, polizia e carabinieri perseguivano la capitolazione della "banda civica Luisetti" con altri mezzi, per esempio attraverso le vie "legali", facendo intervenire la magistratura e portando avanti l'inchiesta sul mattatoio civico. Ma non si trattò che di una ripartizione di compiti: alle squadracce quello di terrorizzare, di dare all'azione antidemocratica un carattere che in qualche modo dimostrasse di poggiare sul più ampio consenso possibile, e agli organi dello Stato quello di lasciar fare per poi intervenire "a mettere le cose a posto".
Come conseguenza del gesto del sindaco e della Giunta, l'autorità statale dispose che un centinaio di guardie regie e venticinque carabinieri prendessero possesso di Palazzo Oropa con il pretesto di difenderlo dalla paventata occupazione fascista. Da questo momento gli avvenimenti precipitarono verso il loro "naturale epilogo": la caduta della "cricca social-pussista" di Biella. Il presidio delle forze dell'ordine, infatti, non durò molto.
"Martedì mattina sotto il porticato di palazzo d'Oropa vennero disposte le squadre fasciste in camicia nera. Era evidente lo scopo di offesa alla libertà degli amministratori"50. Mentre era evidente anche l'intento dello Stato di lasciare spazio alla "rivoluzione fascista", consentirle di assaporare l'illusione della vittoria. La cronaca del "Corriere" era scarna eppure sufficiente a rendere l'idea di quegli eventi straordinari, destinati a sconvolgere la vita non solo della città, ma del Paese. "Dopo un colloquio con due duci fascisti, accompagnati, si dice, dall'avv. Griffini della Lega Industriale (qui c'è tutta la morale della favola!) il Sottoprefetto chiamò nel suo ufficio il compagno Luisetti. E fra varie circonlocuzioni che volevano essere abili, fece intendere l'opportunità per l'Amministrazione comunale di dimettersi, onde evitare guai peggiori che l'autorità non avrebbe potuto fronteggiare. Tutto questo, s'intende, in omaggio alle disposizioni ministeriali! Riunita d'urgenza la Giunta, essa decise di dimettersi"51.
La sera di quello stesso 22 agosto il commissario prefettizio Mastrogiacomo fece illuminare tutto il palazzo municipale, dispose l'esposizione del tricolore e invitò fascisti e "democratici" ad entrare. "Dal balcone parlarono al pubblico dei fascisti - non v'erano cinquanta persone all'infuori di essi - il cav. Ettore Coda e il rag. Antonio Dante Coda Cap, esaltando la riconquista di Biella... alla Patria". Dal balcone municipale parlò anche Amedeo Belloni, segretario del fascio, che la sera prima, in un comizio in piazza Fiume, aveva invitato il sottoprefetto ad accelerare i tempi delle dimissioni di "certe perle di amministratori"52.
Il giorno successivo la sezione del Pnf affisse in città questo "vibrante" manifesto: "Cittadini! Abbiamo vinto. Subito. Pacificamente. Cantando 'Giovinezza', urlando 'Italia'. L'avversario già incalzato dell'Autorità Giudiziaria è fuggito. Biella è riconquistata al tricolore. Su dalla nostra terra opima sotto il cielo ricamato dalle ciminiere della più laboriosa vita, i gagliardetti neri ricantano - e nell'ora del trionfo - la divina ebbrezza della primavera nuova. Cittadini di Biella! Vi offriamo la città purificata. Difendetela da ogni ritorno, esaltatela - nell'avvenire - in certezza e azione. Noi continuiamo, intanto - senza sonno, senza odio - il cammino che ascende, in una insaziata volontà di vittoria. Dalla città vostra redenta seguiteci ovunque, o cittadini, in corteo di anime: c'è da vincere ancora, c'è ancora da cantare 'Giovinezza' lungo le vie del nostro immancabile destino. Operai! Guardateci in fiducia, attendeteci in fratellanza. Le camicie nere hanno il cuore, l'umiltà, la bontà del fante. Vi vogliamo fratelli, in pace, al nostro fianco, verso un più sereno domani, per i diritti del Lavoro, per i diritti dell'Italia"53.

Gli altri comuni

Cossato: protesta con dignità

Fra le tante proteste formalmente rivolte alle autorità di governo quella degli amministratori socialisti e comunisti di Cossato appariva la più ferma e dignitosa. Essa diceva: "I sottoscritti consiglieri comunali di Cossato, rassegnano le dimissioni dalla carica per i seguenti motivi: "1o - Non è più possibile esercitare il mandato amministrativo in seguito alla grave tensione di animi provocata ingiustamente dalla sezione fascista di Biella alcuni gregari della quale nei giorni di lunedì 28 e giovedì 31 agosto scorso, con minacce, intimidazioni, ed opere di fatto, hanno loro imposto dalla carica di cui sono tutt'ora legalmente investiti, le dimissioni immediate; 2o - Il grave perturbamento dell'ordine pubblico, provocato qua e là nel paese e nel circondario dalle stesse persone, ha recato e reca quotidianamente un tale disagio politico e morale da impedire grandemente l'eletto ad un pubblico ufficio, in modo da privarlo della necessaria tranquillità e serenità; 3o - L'applicazione partigiana ed ingiusta delle leggi dello Stato è ora così sfacciata che ne riesce completamente svalorizzato il prestigio di quelle norme statutarie alla cui osservanza tutti i partiti dovrebbero ugualmente sottostare nel supremo interesse della civiltà e della giustizia; 4o - Gli organi di tutela governativa che palesemente appoggiano l'azione fascista, non possono più allo stato dei fatti, essere dai sottoscritti invocati ad assicurare nei loro riguardi la libera esplicazione del mandato al quale devono forzatamente rinunciare; 5o - Premesso quanto sopra, hanno perciò i sottoscritti la chiara persuasione che questo loro atto raccoglierà l'unanime consentimento dei propri elettori, poiché esso potrà evitare urti cruenti fra cittadini e servirà senza dubbio a far ritornare quella calma abituale che è vanto delle nostre popolazioni eminentemente civili". La lettera era firmata dal sindaco Angelo Mino e dagli assessori e consiglieri Severo Canepa, Emilio Botta, Giovanni Bianco, Clemente Trocea, Rodolfo Demargherita, Casimiro Altea e Quinto Regis54.
Numerose furono le scorrerie e le provocazioni registrate in questo periodo a Cossato da parte degli squadristi. Le pagine del "Corriere" ne erano piene. Sul numero di venerdì 1 settembre si parlava di "offensiva fascista". Lunedì 28 agosto, poco prima di mezzogiorno, si presentarono in municipio tre individui che si dissero inviati dalla sezione del Pnf di Biella e facenti parte della sedicente "Squadra Monte Grappa"; chiesero di conferire con il sindaco. Questi, presenti alcuni impiegati del municipio, decise di ascoltarli. I tre fascisti allora, parlando anche a nome del maresciallo dei carabinieri, "dissero che erano venuti per sapere le intenzioni dell'Amministrazione Comunale di Cossato in rapporto alle mutate condizioni politiche dello Stato e se cioè, seguendo l'esempio delle altre del Biellese, resesi dimissionarie, si intendeva senz'altro dare le dimissioni"55.
Nonostante l'atteggiamento provocatorio dei tre emissari, forti della protezione dei carabinieri, il sindaco Mino diede una risposta cauta e ferma al tempo stesso. Il "Corriere" riferiva che, poiché il sindaco "non conosceva il pensiero dei colleghi assenti", avrebbe potuto dare una risposta esauriente solo dopo la riunione del Consiglio già convocato per la domenica56. I commenti del giornale socialista non sono che constatazioni amare di una realtà che non fa più scandalo: "Mezz'ora prima che comparissero in Municipio i tre fascisti - riferisce il cronista - noi avevamo saputo da un avviso di Biella ogni cosa e vedevamo poscia giungere i signori tutori dell'ordine, che senz'altro avrebbero potuto venire a prestar man forte se ce ne fosse stato bisogno. L'ordine, la legge, il diritto per i socialisti ormai sono bazzecole e per contro il sopruso, l'arbitrio, la violenza, è giurisprudenza... costante"57.
Giovedì 31 agosto: nel corso della mattinata arrivarono a Cossato una quarantina di fascisti "bene armati"58. Le intenzioni erano quelle di dare esecuzione alle precedenti ingiunzioni di scioglimento dell'amministrazione rossa. Come già la volta precedente, prima di agire il drappello di camicie nere conferì con il maresciallo dei carabinieri. Che cosa si dicessero in questa particolare circostanza e per il ruolo generale assunto dai carabinieri, non era difficile immaginare. Mancavano tre giorni alla riunione del Consiglio di Cossato. Era data per certa la decisione delle dimissioni, ma evidentemente agli squadristi questo non bastava. La "rivoluzione" fascista aveva le sue esigenze coreografiche, consistenti essenzialmente nell'assunzione di atteggiamenti minacciosi e di sfida contro chiunque non condividesse le loro bravate, nel cantare "Giovinezza", nell'imbrattare i muri con i dannunziani "alalà!", ma avendo sempre dalla propria parte le forze dell'ordine.

Crevacuore: si dimettono tutti
"Sabato 26, una cinquantina di camicie nere provenienti da Biella con auto della ditta Fossati, visitarono per la terza volta il compagno Bertoglio. Verso le ore 10 si portarono nel cortile del Municipio provvisti di un martello e scalpello, ed incominciarono a devastare il monumento ai caduti. Nel mentre si faceva detta operazione due di essi si recarono nell'ufficio comunale chiedendo del sindaco che si trovava in ufficio. Il compagno Bertoglio, che a loro domandava quale buon tempo li portava, essi risposero che per la tranquillità sua e quella del paese bisognava rassegnare le dimissioni da sindaco e da consigliere e così per tutti i membri della maggioranza"59.
Anziché attendere il Consiglio comunale che aveva promesso di riunire per giovedì, Bertoglio convocò immediatamente tutti i colleghi per quel giorno stesso alle ore 16. Presenti undici consiglieri di maggioranza e di minoranza il Consiglio si dimise all'unanimità. "Contemporaneamente i fascisti si recarono a casa del nostro compagno in cerca di una bandiera rossa. Non avendola trovata perché non c'era, spaccarono ed asportarono cinque quadri raffiguranti Andrea Costa, Ferrer, Giordano Bruno, Carlo Marx, ecc. e dopo tali operazioni coi soliti gridi e canti se ne andarono. Tutto questo fecero sotto gli occhi di un Commissario di P.S. e del comandante dei RR.CC. della locale stazione"60.

Sandigliano
Ecco la lettera inviata dalla giunta socialista di Sandigliano al sottoprefetto di Biella: "La Giunta Comunale, riferendosi al colloquio avuto dal signor Sindaco sottoscritto con una rappresentanza del fascio di Biella, dal quale venivano imposte le dimissioni di questa Giunta; ritenuto che non deve assolutamente per questo venir turbato l'ordine pubblico che fino a tutt'oggi ha regnato fra questa pacifica popolazione; con odierna deliberazione rassegna le proprie dimissioni nelle mani della S. V. Ill.ma Sottoprefetto di Biella"61.

Trivero
"In seguito alla imposizione dei fascisti fatta al Sindaco martedì scorso, si sono radunati ieri mattina, giovedì, i componenti la Giunta e la maggioranza del Consiglio comunale per decidere il da farsi. Esaminata la situazione, allo scopo di evitare guai più gravi, i convenuti hanno deciso di rassegnare le dimissioni simultaneamente con apposita lettera al Sottoprefetto di Biella, non senza protestare contro la violenza impunemente esercitata dai fascisti contro la legale espressione della volontà della massa elettorale"62.
A questa decisione la maggioranza giunse in seguito alle minacce che martedì 29 agosto "una squadra di fascisti, capitanata da uno dei maggiorenti" fece al sindaco del paese Fila Pedrot. Dopo essere andati a casa sua a prelevarlo in moto, lo portarono in municipio e lo costrinsero a riunire la Giunta per decidere le dimissioni. Il sindaco, valutato lo stato delle cose, provvide a convocare i suoi colleghi e compagni e a compiere l'atto formale delle dimissioni.

Mongrando
"Lunedì scorso nel pomeriggio abbiamo avuto anche noi l'alto onore di fare la personale conoscenza dei novelli ricostruttori d'Italia. Infatti una ventina di camicie nere presentatesi al Municipio facevano chiamare il sindaco, compagno Centauro, al quale imponevano per quanto gentilmente, di rassegnare le dimissioni unitamente ai compagni della maggioranza del Consiglio comunale; cosa che venne fatta nel mattino seguente"63.
Ma prima che ciò avvenisse gli squadristi vollero compiere "alcune evoluzioni per il paese ostentando la loro bravura"; tanto che si credettero in dovere... per non smentirsi, di fare una capatina al Circolo vinicolo della Banda rossa, "del quale asportavano lo stemma dei Soviet, che si trovava appiccicato sopra l'elenco dei nomi. Così anche Mongrando ha dovuto seguire le sorti degli altri comuni socialisti"64.

Salussola
Qui le cose si "svol[sero] tranquillamente" sotto gli occhi benevoli del maresciallo dei carabinieri e facendo in modo che le sei camicie nere presentatesi in municipio sabato 25 agosto ottenessero tutto ciò che pretendevano: l'esposizione del tricolore dalla finestra del Municipio, la garanzia che la maggioranza consiliare socialista si sarebbe dimessa.
Lunedì 27 si riunì la Giunta per prendere una decisione. Nel cuore di ognuno la decisione era già stata presa: non c'erano alternative. Tuttavia, nell'esaminare la situazione, l'esecutivo municipale rilevò il "tacito contegno dell'autorità"65 a favore degli squadristi e contro l'Amministrazione rossa di Salussola. Di qui la deliberazione conseguente: "Dimissioni nelle mani del signor Sottoprefetto di Biella"66.

Il bastione di Crocemosso
Le vicende che precedono e determinano la caduta della giunta socialista di Crocemosso, bastione della resistenza e della crescita del movimento operaio, non furono diverse da quelle di altre località, ma qui si caricavano di significati emblematici per il ruolo che questo centro "storico" aveva assolto sin dalla nascita del Partito socialista. Gli stessi fascisti, che tentarono l'assalto alla Casa del popolo, alla Lega tessile, alla sezione socialista, si resero conto di "profanare" luoghi e sedi che costituivano il frutto di cinquant'anni di lotte estenuanti ed epiche.
Di qui l'inadeguatezza, che appare al cronista di oggi, della reazione socialista e popolare alla violenza, ai soprusi, alle angherie squadristiche. Infatti, dopo una settimana di "atti di sopraffazione" contro le sedi e le istituzioni che esprimevano la "volontà popolare", i consiglieri socialisti furono costretti ad abbandonare il loro mandato e a rassegnare le dimissioni. Domenica 3 settembre la maggioranza si riunì per l'ultima volta ed approvò all'unanimità il seguente documento: "Di fronte ai dolorosi avvenimenti che si verificano per opera di violenza che il partito fascista va compiendo ogni giorno ai danni delle amministrazioni municipali socialiste arrecando ad esse ogni sorta di sfregi e impedendo il loro regolare funzionamento; la maggioranza del Consiglio comunale di Crocemosso, pur convinta di godere intiera la fiducia del corpo elettorale rassegna le dimissioni in mano all'autorità competente"67. Il documento venne approvato anche dal comunista Lanzone. Si associarono al gesto di protesta gli stessi consiglieri di minoranza Alfredo Cimma e Maron Pot68.

Ternengo
Sul giornale socialista apparve questa breve corrispondenza: "Se per una minoranza di faziosi il governo permette queste ingiustizie e se non è capace di tutelare la vita dei cittadini onesti, la Giunta unanime rassegna le dimissioni oggi 3 settembre 1922 sperando che il governo sopperisca le spese, perché il bilancio di questo comune non permette gli aumenti ai contribuenti"69.

Mottalciata
Sabato 2 settembre fu la volta della maggioranza consiliare socialista di Mottalciata. "Dopo avere scardinato la porta del locale ove aveva sede la sezione comunista, con relativo falò dei registri e arredi", un gruppo di "novelli ricostruttori"70 costrinse il sindaco, la Giunta e la maggioranza a dimettersi per le solite motivazioni. E "così l'impunita violenza contro alla legale e libera espressione della massa elettorale ha avuto il suo trionfo"71.

Flecchia
Che cosa fosse accaduto in questo paese della Valsessera, uno dei "bastioni del bolscevismo", non è facile stabilirlo. Il telegramma inviato alla Sottoprefettura di Biella sembrava fosse stato scritto dagli stessi fascisti e poi imposto ai consiglieri social-comunisti. Esso dice testualmente: "Divenuti nuovamente italiani per imposizione fascista, rassegnamo le dimissioni. Provveda".
Il settimanale fascista di Biella, a proposito di Flecchia, parlava di "impeto purificatore", che è un modo eufemistico per dire olio di ricino, manganello: cioè violenza72.

Coggiola
Dopo ripetute scorrerie e minacce, l'ultima delle quali martedì 29 agosto, i fascisti raggiunsero il loro scopo: prima le dimissioni della Giunta e poi quelle dei consiglieri di maggioranza.
Ecco la lettera di dimissioni della Giunta, datata 20 agosto 1922, firmata dal sindaco Fiorenzo Piana e dagli assessori Enrico Rolando, Basilio Clerico, Mario Ajmone, Francesco Marchisio, Federico Vercella e Carlo Marchisio: "Ritenuto che nella scorsa settimana venne da ignoti sfregiato il monumento eretto da questo Comune in onore dei caduti in guerra asportandone l'intero bronzo; ritenuto che nel giorno di ieri fu qui un gruppo del Fascio di Biella chiedendo quali fossero le intenzioni di questa Amministrazione relative alle dimissioni di essa di fronte al momento politico che si attraversa; ritenuto che questi fatti costituiscono un'imposizione morale di cui questa Giunta non può (fare) a meno di rilevarne l'importanza e le sue future conseguenze qualora essa persistesse di continuare ad amministrare il Comune; allo scopo di non creare precedenti che potrebbero degenerare in gravi eccessi da parte di estranei, come purtroppo si verificarono nella maggior parte dei Comuni d'Italia; nonostante che la grande maggioranza della popolazione abbia seguito e segua colla massima simpatia e fiducia ogni atto di questa Amministrazione; dichiara di presentare come presenta a questo Consiglio le proprie dimissioni, rimanendo in carica per il disbrigo degli affari ordinari fino a nuovi provvedimenti".
Il giorno dopo, 30 agosto, tornò a riunirsi il Consiglio comunale il quale approvò senza alcuna discussione la seguente lettera di dimissioni: "I sottoscritti Consiglieri Comunali di Coggiola; vista la lettera colla quale questa Giunta municipale ha rassegnato le dimissioni; mentre esprimono la loro incondizionata solidarietà colla Giunta stessa; richiamandosi alle motivazioni che le hanno determinate; rassegnano alla S. V. Ill.ma le dimissioni dalla carica che occupano nel Consesso Comunale". Coggiola, 30 agosto 1922. In ordine sottoscritti", oltre ai sunnominati membri della Giunta comparivano i nomi dei seguenti consiglieri: Valentino Carola, Serafino Togna, Romildo Mina, Giorgio Vercella Marchese, Alfredo Rinaldo, Edoardo Piletta Massaro, Ireno Cerruti Delmastro, Angelo Bonino73.

Camandona
"La squadra fascista è ritornata ad imporre questa volta le dimissioni della maggioranza del Comune, che è lo specchio della maggioranza della popolazione"74. Il corrispondente, che si firmava "Argimonio", informava i lettori del "Corriere" che in sostituzione del legittimo sindaco, era stato chiamato a fungere da commissario prefettizio "il concittadino signor Longo, trombato l'ultima volta con oltre 50 voti in meno dell'ultimo eletto" e così concludeva: "Se è vero che 'cuor contento il ciel l'aiuta' chi dovrebbe fruire gli aiuti del cielo più dei signori baldi fascisti Mino e Longo?".

Donato
"Anche a Donato abbiamo avuto l'onore della visita dei difensori del tricolore"75, bene accolti dagli esponenti locali della "Democratica" all'albergo San Pietro. Fu qui che le camicie nere di Belloni, Mino e Grea ottennero tutte le informazioni e i consigli utili per costringere la Giunta e i consiglieri socialisti a dimettersi. Un manipolo di squadristi si recò dal sindaco del paese, Celestino Perotti, e, dietro minaccia di "rappresaglie", lo costrinse a dimettersi. Il 3 settembre si dimettevano anche tutti gli altri consiglieri di maggioranza, "esclusi i democratici, che non si sono neppure presentati"76.

Candelo: "Si respira!"
"Candelo è libera dal nemico rosso", scriveva indignato e ironico "il vigile", corrispondente locale del "Corriere"77. Anche qui, dimissioni, anche in questo paese di grandi tradizioni popolari e socialiste, il sopruso e la violenza fascista avevano avuto partita vinta. Più d'una volta la minoranza "democratica" sostenuta dagli squadristi, aveva cercato di mettere in cattiva luce l'amministrazione rossa di Candelo, accusandola inutilmente di "irregolarità amministrative", ma senza l'arbitrio e senza la violenza non avrebbero ottenuto alcun risultato. Candelo era uno (ma non il solo) dei centri dove i comunisti cercarono di convincere i socialisti all'organizzazione della resistenza armata, ma visto il rifiuto opposto a Biella a queste proposte e lo stato di incertezza conseguente che regnava ai vertici provinciali e regionali del partito, anche qui il proposito dei Viana e dei Cerutti cadde78.

Ponderano
"Lo stato maggiore degli Eruliani79 ci ha fatto visita, e per incominciare a ricostruire la esausta nostra Italia, ha imposto le dimissioni del Consiglio Comunale". A scrivere era "bibe", corrispondente da Ponderano del "Corriere Biellese". Il quale, dopo aver ironizzato sulle gesta dei fascisti e dei loro "manutengoli", così concludeva la breve cronaca di un evento destinato a passare alla storia: "Ciò che non poterono e non potranno mai farsi consegnare è la nostra coscienza politica che rimane più che mai salda in questa ora in cui il legalitarismo è messo sotto i piedi"80.

Serravalle Sesia
"Sabato 2 settembre, nella riunione del Consiglio comunale, i nostri compagni della maggioranza rassegnarono le dimissioni, causa la reazione della ditta Cartiera Italiana, che vuole vendicarsi contro i nostri compagni, non assumendoli più al lavoro, costringendoli ad emigrare"81: questo l'inizio della cronaca della caduta della giunta valsesiana, contro la quale i fascisti e i loro alleati non risparmiarono attacchi nel tentativo di dimostrare - anche qui - l'esistenza di "irregolarità amministrative". Ancora sul numero 6 del fascista "Il Popolo Biellese" c'era una lettera aperta indirizzata al sottoprefetto di Biella in cui si accusava il sindaco del paese Reda: "Noi affermiamo invece, e questa volta a mezzo della pubblica stampa, di avere le prove che nel Comune di Serravalle è stato distratto il pubblico denaro per privati interessi. Firmato: tenente colonnello Campari".
Ma restituiamo la parola al cronista del "Corriere": "Usciti dalla sala consiliare [i fascisti] capeggiati dal temibile Nerone, appena appresero la notizia delle dimissioni iniziarono la propria cagnara coi gridi di eja alalà! Subito occuparono la sala municipale esponendone il tricolore. La folla nella piazza era numerosa, ma purtroppo i vari Campari hanno dovuto constatare che dall'esposizione del tricolore non un applauso, non un evviva, ma bensì una fiamma ardeva nel cuore degli operai, ed è la fiamma della riscossa che non è lontana e che non sarà contro il tricolore, ma contro coloro che nascondono dietro il tricolore le loro meschine passioni"82.

Zubiena
Uno dei documenti più ampi, nei quali i consiglieri socialisti riversarono tutto il loro stato d'animo, tutta la loro amarezza, ma anche il loro smarrimento e la loro ingenuità, è senza dubbio quello degli amministratori di Zubiena, redatto ed approvato il 24 settembre e indirizzato, come tutti gli altri, al sottoprefetto di Biella.
"Illustrissimo Signor Sottoprefetto di Biella. I sottoscritti consiglieri, costituenti la maggioranza del Consiglio di Zubiena, riuniti straordinariamente il giorno 24 settembre 1922; circa le comunicazioni fatte dal Sindaco e dall'assessore anziano: constatano innanzitutto come da elementi estranei alla vita amministrativa locale ad essi presentatisi in ufficio il giorno 23 corrente, abbiano chiaramente, anzi in un modo non dubbio fatto capire di esigere prontamente il loro allontanamento non solo ma eziandio di tutta la maggioranza del Comune;
ritenuto che tanto singolarmente quanto il partito cui si onorano di appartenere non hanno mai, fin qui, localmente dato motivo o pretesto contro la loro opera di amministratori; anzi credono, in questo, di essersi sempre ispirati ai supremi interessi della generalità senza distinzione di parti, paghi soltanto di avere compiuto il loro dovere quali mandatari del corpo elettorale;
rilevano l'insistenza che dai predetti viene loro usata senza riandare alle cause che l'hanno determinata; ciò sta a dimostrare che sono di mira le loro persone, le minacce e le intimidazioni fatte seguire provano il piano pubblicamente predisposto e perseguito;
che di fronte ad un simile stato di cose essi non si sentono piu in grado di disimpegnare il loro mandato con quella tranquillità d'animo che è indispensabile per il normale funzionamento dell'amministrazione comunale; d'altra parte non intendono neanche colla loro permanenza provocare del danno al Comune o, comunque, dar adito a rappresaglie alle persone;
pertanto si richiamano alla deliberazione consiliare 3 c. m. riaffermano la loro solidarietà con la Giunta per le ragioni che l'hanno determinata.
Per i fatti suesposti essi sono venuti nella determinazione di rassegnare, come rassegnano, nelle mani della S. V. Ill.ma le loro dimissioni di Consiglieri Comunali di Zubiena. Letto, approvato e sottoscritto, dando atto che sono assenti i consiglieri Detoma Michele e Delmastro Eugenio, trattenuti provvisoriamente all'estero per ragioni di lavoro, e Debernardi Mario, trattenuto a Biella. Firmati: Derossi Francesco, Ferrero Natale, Quaglino Enrico, Rossetti Gregorio, Vercellino Angelo, Verdoia Battista, Verdoia Pietro"83.

Valle San Nicolao
"Dietro coercizioni e minacce fasciste, minacce rivolte specialmente contro il carissimo Franzoi, primo assessore del Comune, questo Consiglio comunale, riunitosi la sera del 27 settembre, rassegnava unanime le dimissioni. A tale deliberazione si dichiarò solidale con lettera il consigliere della minoranza signor Delrosso Flaminio"84.
Secondo l'estensore di queste note, responsabili degli avvenimenti erano i dirigenti locali dell'Unione democratica "i quali istigarono i fascisti a compiere incursioni nel paese e così pure ad insultare e minacciare il compagno Franzoi, uomo mite ed educato, amministratore retto e leale"85.


note