Joze Pirjevec

Una riflessione sulle foibe

Trascrizione di relazione presentata al convegno Italia e Balcani nel Novecento (Biella, 2 dicembre 2002), non rivista dall'autore ma edita con il suo consenso.

Le zone di Trieste, Gorizia e Istria hanno una storia molto diversa: alcune sono appartenenti alla monarchia asburgica da secoli e secoli, altre invece - l'Istria in particolare - sono state annesse all'Austria solo dopo le vicende napoleoniche all'inizio dell'Ottocento. Si tratta comunque di territori segnati da una caratteristica comune: sono mistilingui, abitati da popolazioni di origine slava (sloveni e croati) e di origine italiana e veneta. Questa realtà, fino al 1848, non ha provocato frizioni e conflitti. La popolazione delle città era per lo più di lingua e di sentimento italiano o veneziano, quella del contado era di lingua slovena e croata, in Istria soprattutto croata, nelle zone più settentrionali, attorno a Trieste e Gorizia, slovena.
Il 1848 è un momento di svolta perché queste popolazioni slovene e croate, che per secoli e secoli hanno lavorato la terra e non hanno dato disturbo a nessuno, si presentano sulla scena con precise richieste politiche. Vogliono essere rappresentate nelle diverse assemblee, vogliono avere un loro posto nella realtà sociale e amministrativa delle zone in cui abitano e questo suscita fin dall'inizio un conflitto etnico piuttosto aspro con la dominante etnia italiana, corrispondente ai proprietari, ai ricchi. Da qui una serie di tensioni che segneranno tutta la seconda metà dell'Ottocento, continueranno all'inizio del Novecento e si risolveranno, in certo qual modo, nel 1918 con il crollo della monarchia asburgica. Alla fine della grande guerra, l'Italia si presenta in quest'area con un documento estremamente importante in tasca: il Patto di Londra. Firmato nell'aprile 1915 con i paesi dell'Intesa, cioè con la Francia, l'Inghilterra e la Russia, esso prometteva all'Italia una nuova frontiera nord-orientale, con l'annessione di territori che abbracciavano una parte degli ex territori austriaci, cioè la Slovenia meridionale e tutta l'Istria.
Su queste basi si giunge al 1920, quando viene firmato tra l'Italia e il Regno dei serbi, croati e sloveni un trattato, il famoso trattato di Rapallo, con il quale viene tracciata una nuova frontiera. Nel Regno d'Italia vengono inseriti circa 450.000 slavi, sloveni e croati e, in seguito a questo allargamento dell'Italia verso Oriente, si crea nella zona annessa un'ulteriore tensione dovuta alla politica snazionalizzatrice estremamente dura e pesante dell'Italia liberale prima e fascista poi. Tutti i toponimi vengono cambiati, parlare lo sloveno o il croato in pubblico è proibito, tutte le scuole vengono chiuse, le associazioni culturali e politiche pure. L'Italia cerca, nel giro di una o due generazioni, di snazionalizzare queste popolazioni e di estendere il suo controllo totale sull'area annessa.
Naturalmente l'operazione non ha buon esito, anzi suscita una reazione piuttosto dura, tant'è vero che alla fine degli anni venti e poi nel corso degli anni trenta, a Trieste e anche altrove, si sviluppa una vera e propria azione terroristica: si organizzano dei gruppi di giovani che combattono contro il regime fascista con le armi in pugno. Questo fa capire che già prima dello scoppio della guerra la tensione, e anche l'odio etnico, sono molto pronunciati.
Nel 1941 l'Italia partecipa allo smembramento della Jugoslavia insieme alla Germania, si annette la provincia di Lubiana, conduce in questi territori una dura politica di repressione con una serie di azioni piuttosto pesanti, come l'uccisione di ostaggi e soprattutto il concentramento di donne e bambini in campi, che erano in qualche maniera anche campi di sterminio - il più famoso era quello di Rab sull'isola omonima in Dalmazia. Il conflitto etnico, che era in parte all'origine anche un conflitto sociale, si acuisce ulteriormente e porta all'identificazione dell'italiano con il fascista.
Dopo il 1941 si forma nei territori sloveni, così nella provincia di Lubiana come nei territori annessi dal 1920 all'Italia, un fronte di liberazione guidato dai comunisti, ma comunque costituito anche da altri gruppi - cristianosociali, liberali e così via - che si impegna nella lotta di resistenza e che, dopo l'8 settembre 1943, quando l'esercito italiano crolla, pone precise richieste relative alla nuova frontiera da tracciare tra Italia e Jugoslavia. Questa nuova frontiera avrebbe dovuto essere assai simile a quella che divideva fino al 1918 l'Italia dall'Austria, cioè si voleva praticamente arrivare fino alla vecchia frontiera, occupando tanto Trieste quanto Gorizia, ma anche ovviamente l'intera Istria.
Per quanto riguarda l'Istria dobbiamo sottolineare che, durante la guerra, in questa penisola si creano due movimenti di resistenza: accanto al movimento sloveno, che si chiama Fronte di liberazione, c'è anche il movimento croato che ha un altro nome, un'altra organizzazione ed è autonomo dal punto di vista amministrativo e militare. Nel momento in cui l'esercito italiano si trova sbandato dopo l'8 settembre, in una situazione psicologica estremamente difficile, in Istria si verifica una specie di rivolta popolare, legata ad antichi conflitti e antichi odi, che sono non soltanto etnici e nazionali, ma anche sociali, in quanto in Istria il proprietario terriero, il ricco, il padrone era da secoli di lingua veneta o italiana. Il servo, il contadino, il sottoposto era invece di origine e di lingua croata. L'unica cosa che univa era la fede cattolica, ma questa non poteva bastare.
Si assiste così ad una serie di vendette che, a mio avviso, non sono state preordinate e organizzate, anche perché nessuno sapeva che l'Italia avrebbe concluso l'armistizio all'inizio di settembre. Non lo sapeva neppure Tito; per i partigiani jugoslavi è stata una sorpresa totale, perché gli americani e gli inglesi non li hanno informati della vicenda. In un momento di caos, di crollo delle vecchie strutture, la gente si scaglia contro coloro che venivano considerati i rappresentanti del potere; potevano essere anche solo maggiorenti di villaggio, semplici farmacisti, maestri, ricchi ad essere perseguitati e talvolta anche ammazzati e gettati nelle foibe.
Che cosa sono le foibe? Foiba è un termine di origine latina che significa "grotta carsica", profonda spaccatura della roccia, cavità nella quale si gettavano solitamente rifiuti e carogne di animali. Molte persone vengono dunque ammazzate, ovviamente senza nessun processo, senza nessuna possibilità di difesa, e gettate nelle foibe. In un primo momento le vittime sono soprattutto dei civili in qualche maniera legati al Partito fascista.
Il Pnf in Istria era molto forte, aggressivo: si trattava di un fascismo un po' diverso dal fascismo in Italia. Si parla di "fascismo di frontiera", condizionato moltissimo dall'elemento nazionalista. In Istria, da sempre segnata dalla lotta sociale tra la popolazione slava, in primis croata, e la popolazione italiana, il fascismo prende piede, molti italiani vi si stabiliscono come amministratori, soldati, impiegati e si comportano da padroni. In questa situazione vengono odiati, visti come un ostacolo da eliminare e si creano ostilità, anche di carattere personale, che portano dopo l'8 settembre a violenze e vendette. Si tratta di un periodo abbastanza breve perché, in un secondo momento, il territorio viene occupato dai tedeschi che organizzano la zona d'operazione del litorale, Adriatische Kunstenland, e la amministrano con pugno di ferro. I tedeschi rimangono padroni della situazione in Istria, a Trieste e a Gorizia fino alla primavera 1945.
Al crollo del Terzo Reich il territorio viene ambito tanto dagli inglesi e dagli americani, che risalgono la penisola appenninica, quanto dagli jugoslavi, i quali pretendono quella nuova frontiera di cui si è parlato precedentemente. Essi vogliono annettere anche Trieste, Gorizia e tutta l'Istria, sostenendo che questi territori, essendo di popolazione mista, debbono appartenere alla nuova Jugoslavia, una Jugoslavia socialista, basata sul federalismo, strutturata in diverse repubbliche.
L'esercito di Tito, grazie anche alla benedizione di Stalin e all'appoggio della Resistenza partigiana presente in queste zone, entra a Trieste, a Gorizia e in tutte le cittadine di questa fascia di confine il 1 maggio 1945, poche ore prima dell'esercito alleato. L'esercito jugoslavo si impossessa delle città e del territorio circostante, organizza la propria amministrazione e pensa subito di sbarazzarsi di coloro che potrebbero essere pericolosi per il nuovo ordine costituito. Questi "nemici" sono ovviamente soprattutto gli italiani, non solo gli italiani, ma soprattutto gli italiani. Sono in primis coloro che avevano collaborato con i tedeschi, cioè le diverse milizie italiane che sono rimaste sul posto, ad esempio i finanzieri, per lo più ragazzi del Sud. Nel momento in cui l'esercito jugoslavo entra in Trieste e negli altri territori, l'esponente più importante della Resistenza slovena, Edvard Kardelj, che sarebbe più tardi diventato il principale ideologo del comunismo jugoslavo, manda ai suoi comandanti locali un telegramma importante nel quale dice che occorre fare pulizia subito, non su basi nazionali, ma su basi ideologiche. In pratica si deve fare piazza pulita dei fascisti. Si tratta, a mio parere, di un telegramma molto importante perché spesso, in seguito, verrà rinfacciato agli jugoslavi di aver perseguitato gli italiani in quanto italiani e non di aver cercato di eliminare i fascisti.
Nei primi giorni del maggio 1945 si dà dunque il via all'epurazione da parte della polizia segreta jugoslava istituita nel frattempo e anche da parte dell'esercito jugoslavo. Secondo un documento dell'11 aprile 1947, da me rinvenuto negli archivi londinesi, nell'area di Trieste sono state arrestate 1.492 persone, nell'area di Gorizia 1.100 e nell'area di Pola 827, in tutto 3.419. A queste persone, arrestate nelle zone che poi saranno sotto il controllo degli inglesi e degli americani, bisogna aggiungere probabilmente ancora altre migliaia di persone - forse bisogna raddoppiare la cifra - che sono state arrestate nelle zone che non sono poi passate sotto il controllo alleato. Una parte di queste persone arrestate sono state portate all'interno e concentrate in campi di sorveglianza dove, in conseguenza delle durissime condizioni di vita, molti sono morti di stenti, altri sono stati in seguito fucilati, mentre alcune centinaia sono state subito ammazzate. Coloro che venivano considerati particolarmente coinvolti nel collaborazionismo con i tedeschi e in qualche maniera venivano visti come gli esponenti più pericolosi del regime fascista, sono stati portati sul Carso, lì giudicati in modo sommario - si trattava in pratica di processi farsa - e poi passati per le armi e gettati nelle caverne. Non dobbiamo dimenticare che siamo già a maggio, il periodo è piuttosto caldo e bisogna sbarazzarsi quanto prima dei corpi. Nelle foibe vengono gettati un po' tutti: i soldati tedeschi che erano caduti nei giorni precedenti lottando contro i partigiani, carcasse di cavalli e tutto quello che poteva essere soggetto a putrefazione.
Si tratta quindi di un esercito jugoslavo ben strutturato e ben organizzato da tutti i punti di vista, che non si abbandona in maniera endemica alla vendetta, ma cerca soprattutto di eliminare coloro che considera in qualche maniera pericolosi. Questo ovviamente non significa che non ci siano state anche delle vendette personali, però, a mio parere, è significativa la testimonianza del capo della polizia segreta di Trieste che nelle sue memorie, piuttosto lacunose per la verità, dice che in quel periodo l'esercito e la polizia segreta hanno dovuto tenere a bada i triestini affinché non si vendicassero troppo. Vorrei sottolineare che fra questi triestini non c'erano solo gli sloveni, ma anche operai italiani che, per ragioni ideologiche, si erano schierati con i partigiani di Tito, spinti dalla voglia di vendetta sul fascista. Bisognava perciò tenere a bada l'ira popolare, il che naturalmente non significa che le cose si siano svolte in modo "regolare", se non nel senso che, per portare via alcune migliaia di persone è necessaria una struttura organizzativa piuttosto efficiente: queste persone dovevano essere rastrellate, portate in qualche carcere e poi messe su camion che solo l'esercito poteva avere.
Il tutto si inserisce in una determinata politica voluta da Tito e dai suoi, che si richiamavano all'esperienza sovietica. A questo proposito sostengo che, per capire fino in fondo questi giorni e queste vicende, bisognerebbe andare negli archivi di Mosca. I consiglieri sovietici dell'armata di Tito erano presenti a Trieste in quel momento, avevano voce in capitolo, mandavano i loro rapporti a Mosca. Io ho cercato parecchie volte di arrivare a questi rapporti, ma è stato impossibile. Finché non avremo accesso agli archivi militari russi, a mio parere, non potremo avere una visione chiara e definitiva di quanto è successo, per quanto molto già sappiamo dagli archivi americani e inglesi e anche dagli archivi sloveni che sono stati aperti dopo il crollo della Jugoslavia. Su questi archivi sono state condotte delle ricerche e ora abbiamo un elenco abbastanza preciso degli infoibati. Tra questi la stragrande maggioranza sono uomini adulti, pochissime le donne; sono in maggioranza italiani, ma ci sono anche oppositori sloveni del nuovo regime e, come dicevo, anche persone che non avevano fatto politica, e dunque del tutto "innocenti".
Per quanto riguarda le modalità dell'uccisione, mi risulta che queste persone siano state tutte fucilate prima di essere gettate nelle caverne carsiche. Che poi qualcuno sia stato gettato semivivo nelle foibe non lo escludo, perché questo è successo anche nella Slovenia centrale dove, nello stesso periodo, sono state ammazzate tra otto e diecimila persone in questo modo, cioè fucilate e gettate nelle foibe dopo un processo sommario. Il tutto si inserisce in una politica con una impronta psicologica precisa, quella cioè di terrorizzare la popolazione e chiarire bene chi è il nuovo padrone, nel contesto di una tensione già molto viva fra le truppe jugoslave e gli occidentali. Questi ultimi vengono già visti come un potenziale pericolo, si parla già della possibilità di uno scontro armato - tant'è vero che Churchill progettava una guerra contro gli jugoslavi e i sovietici. In questo contesto era estremamente necessario prendere il controllo del territorio eliminando tutti coloro che potevano essere in qualche modo pericolosi. Fra questi in grande maggioranza soldati o persone in uniforme, ma anche civili, anche coloro che non erano fascisti o erano apertamente antifascisti, ma si opponevano alla richiesta jugoslava di cambiare la frontiera di Rapallo.
Il governo italiano fa subito presente agli angloamericani che sta succedendo qualcosa di grave nei territori occupati dagli jugoslavi, ma non trova molto ascolto perché in quel momento di caos nessuno si preoccupava molto di quello che poteva succedere agli ex fascisti. In genere gli angloamericani non avevano per niente in simpatia i vecchi collaborazionisti. Vorrei segnalare che questo "regolamento dei conti" avviene non soltanto nella nostra zona, ma in tutta la Jugoslavia, per non parlare dell'Italia settentrionale. Gli inglesi e gli americani occupano nel maggio del 1945 la Carinzia, ove si rifugiano migliaia e migliaia di collaborazionisti sloveni e croati che sperano di trovare accoglienza e difesa da parte degli inglesi. Ma cosa fanno gli inglesi? Semplicemente li consegnano alle truppe di Tito e la maggioranza viene passata per le armi, nella stessa maniera in cui succede qualche giorno prima a Trieste. Dunque un fenomeno, quello dell'epurazione, molto diffuso, un fenomeno tremendo che ha lasciato una traccia profondissima nella memoria storica di questi paesi. In Slovenia ancora oggi il problema di questi assassinii è oggetto di aspro dibattito politico e la stessa cosa avviene in Croazia.
Per quanto riguarda l'Italia, il problema delle foibe viene sfruttato nell'immediato dopoguerra soprattutto a livello locale, cioè a Trieste e dintorni. In queste aree il conflitto etnico non si è sopito per niente, le tensioni sono rimaste molto vive, anche perché dall'Istria, dopo il 1945, ma ancor di più dopo il 1947, quando la penisola fu definitivamente concessa alla Jugoslavia, sono fuggiti moltissimi italiani. La popolazione italiana decide di abbandonare l'Istria e di rifugiarsi soprattutto a Trieste e nelle zone adiacenti. Naturalmente questa gente, che aveva dovuto abbandonare le proprie case, i propri poderi, tutto quello che aveva, giunge nelle nuove aree di residenza piena di astio contro gli slavi, che da sempre erano visti dall'alto in basso (c'è un termine spregiativo che si usa per definire lo slavo: s-ciavo). Dopo le vicende della seconda guerra mondiale questi s-ciavi vengono guardati con maggior astio e odio di prima, per cui si alimenta una tensione che non è sopita neppure oggi e che ovviamente porta molti a sfruttarla ai fini della lotta politica contemporanea.
Gli jugoslavi restano nell'area triestina e goriziana soltanto per quaranta giorni, dopodiché il confine viene stabilito qualche chilometro più a est, assicurando almeno Trieste e Gorizia all'Italia. Questa nuova realtà, che viene poi regolarizzata con il memorandum di Londra del 1954 e definitivamente con i trattati di Osimo nel 1975, incide in maniera molto pesante sulla psiche delle popolazioni coinvolte, alimentando ostilità etniche e permettendo lo sfruttamento del fenomeno delle foibe ai fini della lotta politica. In un primo momento, come dicevo, a livello locale, dal 1991 invece a livello nazionale.
Nel 1991 si verifica infatti un evento significativo: il crollo della Jugoslavia. Nei confronti della Jugoslavia il governo di Roma non aveva né interesse né, forse, neppure il coraggio di essere troppo aggressivo, mentre nei confronti della piccola Slovenia e della piccola Croazia poteva assumere un tono molto più deciso. In questo nuovo contesto l'Italia cerca di svolgere dal 1991 una nuova politica balcanica. Vorrei sottolineare il fatto che l'Italia può finalmente avere una politica estera: fino al crollo del muro di Berlino una vera politica estera non l'ha potuta fare, ma dopo il crollo dell'impero sovietico l'Italia fa o si illude di poter fare una politica estera autonoma in quest'area, cercando di assicurarsi zone di influenza anche a danno dei tedeschi. La linea politica dell'Italia è quella di riprendere e rinfocolare le memorie storiche dei conflitti al fine di avere carte favorevoli nel gioco che si sta facendo con la Slovenia e la Croazia e al fine di assicurarsi una qualche influenza politica, economica, strategica in quest'area. E così le foibe da un momento all'altro diventano oggetto di discussione in tutta l'Italia. Io, che viaggio per l'Italia, mi accorgo che tutti sono a conoscenza delle foibe, mentre di altri fatti riguardanti la storia italiana nei Balcani si sa poco o addirittura niente.