Gianfranco Petrillo
Da una svolta all'altra
Luigi Longo, Pietro Secchia e Giorgio Amendola fra autobiografia,
storia di partito e storia nazionale
"l'impegno", a. XXI, n. 1, aprile 2001
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
L'interesse degli studi sulla Resistenza è storiografico e politico.
Queste due esigenze non possono andare disgiunte dalla necessaria partiticità
di ogni indagine storica, perdisinteressata ed obiettiva che essa voglia essere.
Pietro Secchia, luglio 19541
Non sono uno storico, sono un uomo di parte. [...]
Siate quindi critici ed accogliete con spirito, appunto, critico e vigilante.
Luigi Longo, marzo 19612
Per i comunisti italiani, riflessione storica e azione politica andavano di pari passo, anzi erano
tutt'uno3. È naturale quindi che nessun altro partito abbia fornito agli studi storici sul Novecento, e non solo, contributi
di rilevanza pari a quelli offerti dai maggiori dirigenti del Pci. Ma è anche evidente che i loro interventi
rispondevano a esigenze, anche contingenti, di lotta politica, interna ed esterna al partito. Essi interessano quindi sia la
biografia politica degli autori sia il quadro generale della travagliata storia politica italiana dal 1945 al 1980, anno in
cui morirono sia Longo che Amendola, preceduti fin dal 1973 da Secchia. Dar conto di questi intrecci
richiederebbe un impegno di riflessione e di analisi che lo spazio concesso qui non consente. È giocoforza quindi
concentrare l'attenzione sul tema, per individuare gli apporti concreti dei nostri tre autori alla conoscenza e all'analisi
della Resistenza e dei suoi esiti immediati. Soprassedere dal metterli in puntigliosa relazione con l'attività
politica svolta da ciascuno di loro dopo la liberazione e con le vicende politiche postbelliche non significa
dimenticare che Secchia nel 1954 fu estromesso dalla carica di vicesegretario e di responsabile dell'organizzazione del
Pci e che da allora visse sempre più emarginato, coltivando l'ambizione non solo di ottenere una rivalsa
personale, ma anche di correggere la rotta, a suo avviso errata, assunta da allora dal partito, contando, dopo il 1968, su
alcune frange del movimento studentesco. Né significa dimenticare che Amendola fu in quell'occasione il suo
massimo antagonista, appoggiato da Togliatti, di cui si considerava il delfino, divenendo, alla metà degli anni
cinquanta, il protagonista del "rinnovamento del partito", soprattutto per quanto attiene al rispetto della
democrazia rappresentativa e alla presa d'atto della vitalità dimostrata dal capitalismo italiano col "miracolo
economico"4. E non significa neppure dimenticare che la morte prematura e inattesa di Togliatti, nel 1964, impedì ad
Amendola di succedergli a suo tempo nella carica di segretario generale, che fu invece occupata da Longo. Né che
quest'ultimo abbandonò Secchia, il suo principale compagno di lotta antifascista, alle sue recriminazioni, schierandosi
con Togliatti, del quale si sforzò di proseguire l'opera, riuscendo al contempo a sbarrare la strada della
successione ad Amendola, della cui forte ambizione personale diffidava. Chi è ben al corrente di tutto ciò dia quindi atto
a chi scrive che, nell'accennare solo di sfuggita a queste come ad altre questioni, non ha voluto nasconderle né
al lettore giovane e ignaro né, tanto meno, a se stesso.
Strumento di lotta politica, qui l'attività "storiografica" dei tre non verrà nemmeno, se non per
sporadiche contingenze, messa in rapporto con la storiografia scientifica professionale, ai cui esiti, benché vi abbia
contribuito, sarebbe del tutto fuori luogo compararla.
Storia e autobiografia
Solo pochissimi altri uomini (anzi, forse uno solo: Ferruccio Parri) hanno avuto nella Resistenza un ruolo
e un peso paragonabili a quelli di Longo e di Secchia, che furono alla testa della forza organizzata di gran
lunga più cospicua, più diffusa e più efficace tra quelle che presero parte alla lotta di liberazione. Anche Amendola
ebbe un ruolo di primissimo piano per il periodo dei 45 giorni, parzialmente ridotto poi, ma sempre in posizione
dirigente nel partito e nelle brigate Garibaldi. La Resistenza, anzi - come vedremo - tutta la lotta contro il fascismo,
intrise di sé tutta la loro vita. Non meraviglia quindi che in seguito abbiano continuato a tornarci sopra. Ma con
toni completamente diversi.
La narrazione ha in Longo accenti quasi cesariani. Essa ha fini esclusivamente
propagandistico-edificanti, represso ogni compiacimento personale ma anche qualsiasi dubbio critico. La prima persona è
dapprima praticamente bandita, usata solo quando indispensabile, e neppure sempre: in "Un popolo alla macchia", il
proprio ruolo nel ribaltare l'interpretazione del "proclama Alexander" in sede di Comando Cvl, nel novembre 1944,
è ridotto all'inciso "su mia
proposta"5. La stessa invenzione delle brigate Garibaldi e quella dei Comitati
d'agitazione clandestini che promossero gli scioperi del marzo 1944, opera sua, sono menzionate come grandi fatti di
massa voluti impersonalmente dal Pci. Alla esecuzione della condanna a morte emanata contro Mussolini dal Cln,
da lui fermamente perseguita, sono riservate due righe6. Anche quando, in seguito, si soffermerà con più
attenzione, tranne che su quest'ultimo frangente, del quale parlò e scrisse solo
occasionalmente, su momenti salienti e
decisivi della propria azione (come sullo stesso proclama
Alexander)7, nelle sue parole non avverti
mai l'autocompiacimento, ma solo l'impegno a eseguire un compito di interesse collettivo vitale. La lunga
"intervista" in due volumi concessa in tarda età a Salinari è, tranne per pochi episodi della giovinezza, un deludente
montaggio di cose risapute e di lunghe citazioni da altri autori o da documenti editi. Di sé, Longo parla pochissimo: per
lui parlano i fatti e scriverne è solo un ulteriore dovere politico, rispondente di volta in volta a stimoli contingenti.
Anche Secchia è ligio al costume severo e austero della Terza Internazionale di non
indulgere all'autobiografismo e, soprattutto, di non rivelare retroscena, in particolare di ordine personale (i
quali riemergeranno tutti insieme, rancorosamente, nel "Promemoria autobiografico",
postumo)8. Di sé parla sempre e soltanto come soggetto politico, mai come persona. Ma in realtà tutta la sua opera di "storico" vuole
essere un'autobiografia9. Organizzatore centrale della azione capillare dei comunisti in clandestinità, la sua vita
coincide con i momenti cruciali della lotta dei comunisti italiani al fascismo: la "svolta" del 1929 e la Resistenza.
Nel ricostruire documentariamente le fasi salienti di quella lotta, egli ricostruiva la propria biografia e, dopo il
"caso Seniga" che ne aveva decretato l'emarginazione, si riappropriava dell'onore politico sottrattogli.
Tutt'altro discorso per Amendola, per il quale lotta al fascismo e biografia si intrecciano sempre. "Il
figlio del ministro" non può parlare della nascita del fascismo senza parlare di suo
padre, leader del primo antifascismo "costituzionale", e di sé ragazzo. Né tanto meno può parlare dei fermenti antifascisti esistenti sotto il
regime all'esterno del Pci senza ricordare le mille relazioni intessute dal suo ambiente familiare. Né può fare a
meno di ricordare che gran parte dei rapporti che a nome del Pci egli intrattenne, a suo avviso molto
proficuamente, con esponenti di altre forze nel periodo cruciale dei 45 giorni si fondavano su quelle relazioni,
sopravvissute all'esilio, al carcere, al confino e
perfino alla sua "scelta di vita" comunista. Ma chiunque abbia letto
qualche pagina di Amendola sa che in lui c'è anche il gusto fine a se stesso del raccontare, dell'esibire il proprio
ego e i propri sentimenti soggettivi, la vena dell'affabulatore che fa della sua autobiografia un monumento a
tutto tondo, con luci e ombre: il monumento letterario
all'antifascismo10. Secchia e Longo, senza poter negare che
egli avesse tutte le carte in regole del "rivoluzionario professionale", non gli perdonarono, né nel 1944 né
dopo, questo suo autocompiacimento né, soprattutto, la sua coltivazione elitaria, che allora si chiamava
tout court "borghese", dei rapporti politici.
Ricerca e documentazione
I lavori "storici" dei tre dirigenti comunisti non sono frutto di ricerca scientifica, ma svolgimento di
tesi politiche. Eppure essi hanno apportato alla conoscenza critica della lotta di liberazione un contributo
preziosissimo con la pubblicazione di documenti inediti provenienti o da propri archivi - in particolare nel caso di Secchia
e Amendola - o dagli archivi del partito tenuti all'epoca ancora riservati. Ma anche da archivi di istituzioni
ad hoc. Anzi è questo il caso del primo contributo importante fornito da uno di loro in questo campo. Si tratta di
"La Resistenza e gli
alleati"11, compilato da Secchia con la collaborazione di Filippo Frassati. Esso è per almeno
due motivi un'opera pionieristica e meritoria. In primo luogo inaugura la prassi della documentazione diretta
di documenti a sostegno della tesi sostenuta per motivi di polemica politica, con una felice utilizzazione degli
archivi italiani esistenti all'epoca, ancora prima che venissero aperti completamente quelli nazionali americano
e britannico: con ciò egli cercò di dare, "sulla scorta di un'ampia documentazione [...], per la prima volta,
validità di giudizio storico a valutazioni che per quanto serie potevano apparire
soggettive"12. E poi esso apriva la
strada al fecondo filone di studi sul "dissenso tra la Resistenza italiana e gli
alleati"13.
La tesi che, in polemica con i partiti al governo, sosteneva Secchia e che nessuno è mai riuscito
seriamente a smentire, ma soltanto a circostanziare e a vagliare, è che le formazioni garibaldine fossero oggetto
di discriminazione negli aiuti anglo-americani. Gli alleati, pur giovandosi della guerriglia e dell'opera di
informazione della Resistenza, avevano fatto di tutto per isolare i comunisti e soprattutto per impedire, già dall'estate del
1944 e poi nella primavera del 1945, l'insurrezione, per timore di una presa armata del potere da parte del Pci o
comunque del suo prevalere a danno delle altre forze politiche "democratiche". Il fatto che nel libro la tesi non
venga esplicitamente esposta ma venga fatta emergere dalla documentazione così assemblata costituisce di per sé
un titolo di merito.
Questo ricorso alla pubblicazione diretta dei documenti - già adottato sciattamente in "Il Monte Rosa è
sceso a Milano"14 - resterà il metodo più proficuo del lavoro di Secchia nel campo della ricostruzione storica,
che invece mostrerà molti lati deboli, sia per una certa frettolosità e approssimazione sia, soprattutto, per un
invincibile schematismo ideologico, quando si vorrà fare esposizione divulgativa. È questo infatti il caso di altre due
opere con cui Secchia ha voluto combattere quello che lui chiamava l' "attesismo
storiografico"15: la "Storia
della Resistenza", pur essa in collaborazione con Frassati (1965); e l' "Enciclopedia dell'antifascismo e della
Resistenza", da lui fondata e di cui riuscì a dirigere i primi due volumi (1969 e 1971). Proseguita poi con altri quattro
volumi (1976, 1984, 1987 e 1989) sotto la direzione dell'editore Enzo Nizza, l'opera resta meritoria per la messe
di notizie che raccoglie, per l'impulso dato - in concorrenza-collaborazione con gli Istituti storici della
Resistenza - alle ricerche locali e per la ricchezza di indicazioni bibliografiche, ma è fortemente disuguale e in gran
parte scientificamente inaccurata.
Imponente è invece la massa documentaria messa dallo stesso Secchia a disposizione degli studiosi nei
due "Annali" (XI/1969 e XIII/1971) dell'Istituto Feltrinelli, con cui ricostruì l'intero arco della lotta dei
comunisti italiani al fascismo.
A Secchia si deve certamente anche la raccolta e l'ordinamento dei documenti pubblicati nel 1973,
l'anno della sua morte, in "I centri dirigenti del Pci nella
Resistenza"16, uscito sotto il solo nome di Longo. È
lecito insinuare, come è stato fatto da Gianni Perona durante il convegno vercellese, che l'aver relegato il nome
di Secchia, da poco deceduto, in due brevi righe di avvertenza iniziale, invece di farlo comparire in frontespizio
come coautore, sia stata una damnatio
nominis di stampo cominternista. Va riconosciuto tuttavia che sia
l'idea della pubblicazione sia il testo base dell'introduzione e quelli di raccordo tra i documenti furono opera di
Longo, che per altro accolse tutte le modifiche e integrazioni proposte dal
compagno17, mentre nella individuazione
e nella scelta dei documenti da pubblicare Longo aveva certamente dovuto avvalersi dell'esperienza
archivistica maturata da Secchia.
Questo libro usciva contemporaneamente a quello in cui Amendola pubblicò, cucendole tra loro con
la narrazione autobiografica, le sue "Lettere a Milano", cioè le lettere da lui scritte agli stessi Longo e Secchia,
tra il 1943 e il 1945, prima da Roma, poi come ispettore delle brigate Garibaldi da varie località dell'Italia
occupata dai tedeschi. Amendola avrebbe in seguito dichiarato che per scrivere la storia non c'era bisogno degli
archivi18, eppure con questi "Ricordi e documenti 1939-1945", oltre a iniziare l'erezione del proprio
monumento autobiografico, contendeva a Secchia il primato nella pubblicazione di documenti di
partito19.
La storia della formazione, conservazione e fruizione degli archivi del Pci (d'altronde gli unici archivi
di partito organicamente conservati disponibili agli studiosi) richiederebbe di per sé un saggio approfondito.
Basti in questa sede osservare che a Longo premette avvertire che la pubblicazione avveniva con un crisma di
partito, "nel solco della decisione, presa in occasione del cinquantesimo anniversario del Pci", ossia nel 1971, "di
portare a conoscenza [...] la storia
nostra"20, mentre già Amendola aveva annunciato dieci anni prima la costituzione
di un "gruppo di lavoro" per la pubblicazione dei documenti del
partito21. Ma ormai da tempo dell'impaccio
di questo crisma altri - a cominciare, come s'è visto, dallo stesso Togliatti - si erano liberati. Nell'occasione
Secchia doveva rassegnarsi: "ognuno si è messo a pubblicare quello che ritiene interessante pubblicare" e "non si
tratta più di segreti"22, di cui lui e pochi suoi collaboratori erano stati depositari fino a quando, in quanto
responsabile dell'organizzazione, aveva avuto il controllo dell'archivio del partito.
Storia della Resistenza
Già al V congresso del Pci, il primo della legalità, svoltosi a Roma nel dicembre del 1945, la direzione
presentò una relazione, intitolata "Per la libertà e l'indipendenza d'Italia", uscita a stampa nel marzo 1946, che
ricostruiva l'azione dei comunisti nella
Resistenza23. Quel rapporto, steso frettolosamente a più mani da una
commissione formata da Giorgio Amendola, Umberto Massola, Celeste Negarville, Pietro Secchia e Velio Spano, "aiutati
da Marcella Ferrara e Franco
Ferri"24, era infatti improntato a uno schema interpretativo abbastanza semplice,
che si potrebbe in sostanza riassumere nel modo seguente:
a) la guerra partigiana fu essenzialmente una guerra "patriottica", di "liberazione nazionale";
b) essa ebbe origine da uno spontaneo moto popolare antifascista e antitedesco, al quale venne
data organizzazione e direzione unitaria dai comitati di liberazione nazionale e dal comando generale del Corpo
volontari della libertà;
c) nei Cln un ruolo trascinatore di punta ebbero le forze di sinistra e la classe operaia, che è da
identificarsi senz'altro col Pci;
d) i comunisti erano stati per tutta la durata del regime fascista la principale se non l'unica forza
antifascista costantemente attiva e conseguente che aveva dato voce alla permanente ostilità delle masse popolari
all'oppressione fascista;
e) la Resistenza, infatti, era iniziata già all'insorgere dell'eversione fascista ed era quindi durata
venticinque anni;
f) l'azione antifascista dei comunisti era stata costantemente ispirata a una visione nazionale e unitaria.
Era uno schema in cui si avvertiva, accanto al tema della "conciliazione fra classe e nazione", sentito
da Togliatti come "compito storico del
Pci"25, l'influenza del modello della "grande guerra patriottica"
sovietica, ma che era soprattutto funzionale alla politica di unità nazionale seguita tra il 1944 e il 1947. Esso veniva
quindi rispettato ancora nel primo libro di Longo, "Un popolo alla macchia", uscito nel marzo 1947, poco
prima dell'estromissione di socialisti e comunisti dal governo De Gasperi, ma anche nei successivi interventi
celebrativi o polemici dei dirigenti del Pci.
Il procurato oblio della Resistenza e le vere persecuzioni cui furono sottoposti i partigiani comunisti (e
non solo) negli anni del centrismo provocarono però una reazione che finiva per correggere in parte quello
schema, o meglio per precisarne alcuni punti. Secchia non aspettò di cadere in disgrazia, e quindi la necessità di
rivendicare i meriti personali, per sottolineare il carattere particolare impresso dal Pci alla lotta di liberazione. E non
solo accusando dalla tribuna parlamentare i governi
centristi26.
Appena una settimana prima che esplodesse il "caso Seniga", nella sede riservata della Fondazione
(non ancora Istituto) Gramsci, Secchia aveva tenuto a una riunione di intellettuali una
relazione27 su cui è utile
soffermarsi perché vi è in
nuce tutto il programma di lavoro "storiografico" dell'autore. Egli riteneva insufficienti gli
unici due libri "organici", fra i tanti di pura memorialistica, fino ad allora usciti sull'argomento: quello di Longo e
la "Storia" del Battaglia. La "vera storiografia" della Resistenza andava ancora fatta, ma "i borghesi", complici
del fascismo, non vi avevano alcun interesse. Il primo punto da chiarire, contro la "comoda tesi", sostenuta
dall'azionista Piero Calamandrei, della "spontaneità di carattere morale e religioso" ("ognuno sentì - scrivono alcuni - dal
fondo dell'animo una voce, qualcuno la chiama la voce della patria, altri [...] della coscienza, altri [...] di Dio") da
cui "per incanto" l'8 settembre mosse la rivolta popolare28, era che occorse invece una dura lotta all'attesismo, per
organizzare la guerra di liberazione. Ciò imponeva lo studio di due aspetti: il primo era quello della lotta
ventennale al fascismo e di chi l'aveva veramente praticata; il secondo era quello dell'organizzazione della Resistenza
sociale e militare. "Non si può fare la storia della Resistenza senza partire dalla lotta contro il fascismo": chi fa
cominciare la Resistenza l'8 settembre la vede "quasi esclusivamente come lotta contro lo straniero e non come lotta
contro il fascismo"29. Da qui l'importanza dell'organizzazione di lotte sociali di massa che poteva essere attuata
solo da chi già era alla testa della lotta al regime. Sono queste lotte a distinguere la Resistenza italiana da
quella francese e da quella jugoslava: l'una, egemonizzata dai militari, non era sfociata nell'insurrezione; l'altra
aveva sì avuto dalle masse un enorme sostegno alla lotta armata ma, per le caratteristiche geografiche e
socio-economiche di quel paese, non la guerriglia e la mobilitazione sociale urbane che in Italia erano sfociate
nell'insurrezione vittoriosa del
Nord30. Ma soprattutto le distingueva dal Risorgimento, fatto di
élite, in quanto la Resistenza, a differenza di quello, "fu diretta da una nuova classe
dirigente"31, equivalente al Pci, che preparò e
realizzò l'insurrezione.
Fin dal titolo, intorno al tema dell'insurrezione, sintesi di lotta sociale e di guerriglia e segno distintivo
precipuo impresso dai comunisti alla Resistenza italiana, ruotavano i libri "gemelli" (la definizione è di Longo) in cui
le Edizioni di cultura sociale, certamente per decisione della direzione del partito (per quanto non ve ne sia
traccia in Apc), in quello stesso 1954 raccolsero gli articoli scritti durante la Resistenza per la stampa
clandestina rispettivamente da Longo32 e da
Secchia33. Le due introduzioni erano complementari e seguivano
sostanzialmente la falsariga di quella relazione di Secchia. Si trattava di contrastare "due teorie" correnti sulla Resistenza
anche in "riviste ufficiali o semiufficiali" che "ignorano l'apporto decisivo dato ad essa dalla classe operaia e
dai comunisti": quella per cui tutti, vincitori e vinti, erano sullo stesso piano ("chi ha avuto ha avuto, chi ha dato
ha dato, ecc.") e "la leggenda che "il movimento partigiano non venne organizzato da nessuno, ma fu un
fenomeno spontaneo": "comoda teoria, per non dare a Cesare quel che è di Cesare e al Partito comunista ciò che gli
spetta"34.
Il ragionamento di Secchia è limpido e va ricordato con una certa ampiezza:
"Il nome Resistenza [...] ci viene dalla Francia. [Esso] è oggi caro a tutti i patrioti [...], ma perché non fu
usato allora in Italia? La guerra partigiana aveva da noi un carattere diverso che non in altri paesi d'Europa [...]
Più che altrove la guerra partigiana era in Italia lotta militare e lotta sociale nello stesso tempo, era lotta
per l'indipendenza e l'insurrezione
nazionale, per la conquista della libertà. La Resistenza in Italia è stata
antifascista e più che altrove ha avuto carattere di lotta contro quei gruppi del grande capitale che avevano prima dato
vita al fascismo e poi portato il paese alla
rovina."35. Quindi "essa assunse un carattere di massa perché le azioni
di guerra delle unità partigiane erano collegate ed accompagnate dalle grandi manifestazioni e dagli scioperi
degli operai delle città, dalle rivolte dei contadini nelle
campagne"36, che le impressero un "carattere di massa e
popolare" e "una particolare impronta progressiva e sociale", assenti nel "primo
Risorgimento"37. Questa impronta fu
data dai comunisti: "nessun altro partito ha dato alla guerra di liberazione nazionale un contributo di azione e
di sacrificio, di forze militanti e di dirigenti quanto il partito comunista; tra l'altro perché nessun altro partito
disponeva di un'organizzazione e di una influenza tra la classe operaia e i lavoratori pari a quelle del
nostro"38. A documentare quel contributo Secchia si dedicò come nessun altro, specie con i due "Annali" Feltrinelli citati, il secondo
dei quali39 illustrazione meticolosa del suo assunto che occorresse parlare, oltre che dell'operato dei dirigenti,
di quello degli "uomini
semplici"40, cioè di tutt'e tre i "grandi filoni della Resistenza" (sottinteso: comunisti):
i quadri dirigenti, reduci dal carcere, dal confino e dalla guerra di Spagna; quelli intermedi, reduci
dall'emigrazione e dalla Resistenza francese, ma anche ufficiali che avevano maturato la scelta antifascista durante la guerra;
"la grande massa dei combattenti [...] data dai
giovani"41.
"Solo i fatti, solo cioè l'attività, la vitalità, la consistenza, la combattività subito dimostrata dai comunisti
in ogni campo - ribadiva Longo - permisero di sormontare rapidamente ogni residua influenza anticomunista
lasciata dalla ventennale propaganda
fascista"42; "sono stati i successi militari ottenuti, sin dall'inizio, dalle brigate
d'assalto Garibaldi che hanno spinto tutte le altre formazioni a gareggiare in combattività, per non sfigurare e
scomparire"43. "Ma l'elemento più originale, fondamentale della nostra lotta, che forse la distingue da tutte le altre contro
gli occupanti tedeschi [...] è la parte avuta [...] dalle grandi masse popolari delle città e delle campagne, e,
soprattutto, dalle masse operaie dei grandi centri industriali del Nord: Milano, Torino, Genova. [...] Questo aspetto è il
più trascurato da quanti hanno scritto finora [...] o per incapacità di vederne tutta l'importanza non solo politica
e sociale ma anche militare, o, intenzionalmente, per non dare il dovuto rilievo alla parte avuta [...] dalla
classe operaia e dai lavoratori in
generale"44. "Discutemmo nei Cln con i rappresentanti di tutti i partiti, ma
demmo contemporaneamente la massima spinta alle realizzazioni pratiche, persuasi che i fatti contano sempre più
delle parole"45. Solo così, e "combattendone a viso aperto gli
avversari"46, si ottenne l'unità nei Cln, anche con
la promozione "di forze e dirigenti dal basso" e la formazione di comitati di fabbrica e di comitati di contadini
e di organismi di massa femminili e giovanili e di Cln di base (sul modello jugoslavo), contro l'opposizione di
Dc e Pli, per i quali "la collaborazione dei cinque partiti su un piano di assoluta pariteticità era il massimo di
innovazione che si poteva tollerare [...] Così, pure con l'opposizione di principio dei massimi dirigenti liberali e dc, il
movimento di liberazione nazionale si sviluppò, di fatto, soprattutto nell'estate del 1944, secondo le nostre
indicazioni organizzative"47. Essi "erano ben lungi dal considerarsi come gli organizzatori e gli animatori di un
profondo movimento politico e sociale di rinnovamento
nazionale"48.
Ancor più che dalla guerriglia spagnola contro Napoleone e dall' "esperienza balcanica", il modello a
cui ispirarsi in questa "guerra patriottica" era offerto "dalle esperienze e dall'esempio che ci venivano dai popoli
dell'Unione Sovietica"49, "dall'esempio meraviglioso dei partigiani sovietici [...] Il comandamento di
Stalin, 'rendere impossibile la vita all'invasore', divenne una parola d'ordine anche dei partigiani italiani, e non
solo dei garibaldini"50.
Il coronamento di questa lotta, l'insurrezione, fu voluto dai comunisti contro tutti: alleati stranieri e
alleati nei Cln, tutti ugualmente prigionieri della "paura del popolo, dell'intervento attivo delle masse
popolari"51. "Noi comunisti emanammo [...] l'ordine dell'insurrezione nazionale per tutta l'Italia del Nord il 24 aprile. Il
25 l'insurrezione divampava in quasi tutti i centri. Solo il generale Cadorna [...] resisteva a dare, a nome del
Cvl, l'ordine ufficiale dell'insurrezione. Lo diede solo il pomeriggio del giorno 26, quando l'insurrezione era un
fatto compiuto quasi
dappertutto"52. "L'unità al Nord", infatti - e la precisazione geografica, vedremo, non è
accidentale - non impedì alla "famosa direttiva n. 16 del Pci del 10 aprile 1945" di disporre di prepararsi "a
fare da soli", se necessario,
l'insurrezione53.
Al tema della lotta all'attesismo, dell'organizzazione di lunga lena, delle lotte sociali e della
insurrezione, come caratteristiche precipue impresse dai comunisti alla Resistenza italiana - "risultato dell'irrompere
impetuoso delle masse popolari nella grande battaglia per la libertà e per l'indipendenza del
Paese"54 - Secchia avrebbe dedicato altri lavori
successivi55. Ma ancora nei suoi ultimi anni, la ripresa polemica, da parte della
generazione del 1968, della tesi spontaneista contrapposta all'imbavagliamento staliniano imposto dal Pci alle forze
popolari costrinse Secchia, vicepresidente dell'Insmli, a un aspro dibattito con i giovani studiosi del Gruppo di
ricerca centrale dell'Istituto56.
Il testo del 1945 venne riproposto dal Pci, insieme con altri documenti, nel 1963, in occasione del
ventesimo anniversario dell'inizio della lotta di liberazione. Il volumetto recava una "Introduzione" di Giorgio
Amendola. Il solo fatto che essa fosse affidata a "uno come [lui], che aveva avuto una storia abbastanza burrascosa,
durante la Resistenza, eterodossa, non normale secondo una certa
classificazione"57, per di più ora protagonista
del "rinnovamento del Pci", rivelava che non si trattava di una semplice riedizione tesa a ribadire una versione
"ufficiale" del partito. Amendola infatti vi condensava una serie di considerazioni atte a promuovere un "esame critico
dei fatti" per "dare della Resistenza un'immagine reale: la Resistenza come essa è stata, con le sue difficoltà,
i permanenti contrasti di classe, le discussioni e le polemiche tra i partiti e nei partiti, i difficili rapporti con
gli alleati e la lotta sempre vivace condotta da forze che pure erano unite politicamente contro i nazisti ed i
fascisti, per assumere la direzione del movimento di liberazione e raggiungere determinati obiettivi
politici"58. Lo schema del 1945 non veniva sostanzialmente messo in discussione, ma veniva immerso in una prospettiva più ampia
e nello stesso tempo più minuziosa. Tra le altre cose, vi si prospettava un'articolazione all'interno del
periodo fascista che grosso modo ricalcava la periodizzazione proposta da Togliatti nel
195159 e un problema di "consolidamento delle basi di massa" del regime, che avevano richiesto da parte del Pci "un difficile e
incessante sforzo di rielaborazione della sua linea
politica"60. Durante la Resistenza, all'interno del partito c'erano
stati "contrasti politici [...] superati solo dall'urgenza della
lotta"61. Ma essi risalivano a "turbamenti ed
esasperate resistenze", suscitati già nel 1936 dagli appelli per "la riconciliazione nazionale" e "Largo ai giovani":
"una grande politica, ricca di senso nazionale e di slancio unitario". Tali "comprensibili sentimenti [...] finirono
col rendere più difficili gli sviluppi di una politica di unità
nazionale"62. Era quindi implicito che anche i
comunisti, nei primi anni di guerra, erano rimasti vittime della "lentezza e difficoltà della ripresa organizzativa dei
partiti antifascisti"63.
Era la fine ufficiale di ogni storia ufficiale, del resto fatta tramontare da tempo nei
fatti64. Ma era anche un pungolo a inserire l'azione dei comunisti nella Resistenza nel quadro dell'intera storia del partito e
questa nell'ambito dell'intera storia dell'Italia contemporanea. Ammise più tardi lo stesso Amendola che "nello
sforzo di respingere le critiche degli avversari siamo stati spinti a studiare meglio la nostra
storia"65. Quasi certamente quello "sforzo" nasceva dalla proliferazione, promossa soprattutto dai socialisti di provenienza azionista
impegnati nella costruzione del centro-sinistra, di "lezioni e testimonianze" sulla storia dell'antifascismo e della
Resistenza, obliata fino ad allora anche dai programmi scolastici, che era seguita alla possente ondata di
manifestazioni antifasciste del luglio 1960 contro il governo Tambroni ed era culminata in occasione del ventennale
della Liberazione. Allora appunto erano riemerse molte delle antiche polemiche e recriminazioni tra i partiti
antifascisti: "una nuova battaglia politica [...] attorno all'interpretazione dell'antifascismo ed al carattere e ai limiti
della Resistenza"66.
Ma non si creda che l' "essenziale", per riprendere un termine tanto spesso adottato da Amendola,
dell'impianto interpretativo di quella ormai lontana relazione congressuale venisse rigettato. Nel 1965 Longo
ripubblicava integralmente "Un popolo alla macchia", senza nemmeno avvertire che si trattava di una riedizione. E
Secchia ribadiva che gli "attori" della Resistenza si riducevano a tre: "la nuova classe dirigente", cioè il Pci
(definito "attore principale, protagonista, forza motrice [...] che si pose arditamente alla testa della
nazione")67; "i superstiti delle vecchie classi borghesi" (ai quali è facili ricondurre quelle "forze conservatrici" che pur essendo nei
Cln, non potevano essere "considerate come protagoniste del grande moto
insurrezionale"68), e gli
anglo-americani69. A dieci anni di distanza lo stesso
Amendola70 avrebbe sostenuto che quella relazione del 1945 "fornisce
una versione dei fatti che, se va necessariamente integrata coi risultati degli studi storici, resta tuttavia
sostanzialmente valida". Del resto anche lui condivideva appassionatamente con Longo e Secchia il rifiuto della tesi
spontaneista e la rivendicazione del primato organizzativo dei comunisti, l'insistenza sull'importanza delle lotte di massa
e sulla funzione dell'insurrezione armata nel sottrarre l'Italia al destino di divisione e di prolungata occupazione
straniera riservato alle altre due potenze sconfitte nella seconda guerra mondiale, la Germania e il
Giappone. E sempre a lui si deve lo sforzo di sintesi fra le interpretazioni sue e quelle dei compagni, con la
sottolineatura, nella linea tenuta dal Pci, di "tre aspetti: la politica di unità nazionale; la strategia e la tattica della guerra
partigiana; il rapporto tra lotta armata e lotta di
massa"71.
Storia di partito
Solo alla pubblicazione postuma del "Promemoria autobiografico" di Secchia,
Amendola trovò in una frase confidenziale di Longo del
195572 "la confessione di aver subito e non approvato la svolta di
Salerno"73, come lui aveva fatto intendere già in "Lettere a Milano". Proprio lui, che, reo confesso di "oscillazioni" dopo l'8
settembre, nell'aprile del 1944, al suo arrivo a Milano da Roma aveva dovuto subire un vero e proprio processo dai due.
Essi lo accusavano della "jacopata" di aver abbandonato di colpo il dottrinario Scoccimarro, dopo avergli
tenuto bordone nel pretendere al ruolo di capo del partito in luogo del lontano Togliatti, coltivando per sé sogni
ministeriali in vista dell'arrivo degli alleati e del rovesciamento del governo Badoglio. Con quest'ultimo lui, Amendola,
aveva maneggiato da buon "figlio di ministro" per tutti i 45
giorni74. Proprio loro, che d'altronde avevano sempre
tenuto a stabilire, che, come Amendola stesso aveva voluto riconoscere "ad un esame critico dei fatti", "non vi è
stata sostanziale contrapposizione tra la linea seguita dal Pci in Italia, prima e dopo il 25 luglio e l'8 settembre, e
quella affermata da Togliatti arrivando a Napoli, ma piuttosto un più coerente sviluppo, e sicurezza ed autorità di
iniziativa politica, per tradurla in realtà e per dare ampia dimostrazione della funzione dirigente assunta ormai dai
comunisti"75.
Riemergeva così nel 1979, con nomi e cognomi, il tema della "doppiezza", la quale, per Amendola, "non
è stata una invenzione tattica di Togliatti, ma il risultato della sovrapposizione, non criticamente meditata,
della linea di unità nazionale elaborata dall'Internazionale comunista dal VII congresso [del 1935] sulla vecchia
visione di un'azione diretta per l'instaurazione della dittatura del
proletariato"76. Questo giudizio fu poi attenuato
grazie al libro di Longo del 1973, il quale, secondo Amendola, indicava che "pur nell'asprezza della controversia"
tra i centri di Roma e Milano, "fossero in discussione i modi e le forme della politica di alleanza, ma non il
principio stesso di questa
alleanza"77. Ma Amendola lo riprese più aspramente appunto dopo la pubblicazione
del "Promemoria autobiografico" di Secchia: per Longo e Secchia, fino all'aprile del 1944, "gli altri non
contano nulla", ma "fortunatamente" arrivò la svolta di
Salerno78. Del resto, l'abbiamo visto, sia Longo che
Secchia rivendicavano a proprio merito la politica dei fatti compiuti per costringere anche "gli altri", attesisti o
disorganizzati che fossero, all'unità e all'azione.
Già Longo79 aveva esortato a guardare a quel contrasto Roma-Milano al di là dei "dissidi personali". In
quel punto infatti riemergeva tutta la storia del partito. "I fedeli della politica della 'svolta del 1929' erano i più, e
i più qualificati - ha sostenuto, con qualche forzatura, Guido Quazza, - e per essi l'accettazione [...] della
politica unitaria era stata già uno sforzo grandissimo; ora [nell'aprile del 1944] si sentivano come spinti su una
strada inclinata, senza riparo, tanto da dovere [...] ricorrere [...] ad ogni sforzo di ragionamento per negare la natura
di svolta strategica, quasi a salvare il salvabile di tutta una
vita"80. Con la "svolta" del 1929-30, sulla scia del
IV congresso dell'Internazionale comunista e del vero e proprio processo intentato dall'Esecutivo dell'Ic a
Togliatti e Grieco, il Cc del Pcd'I aveva accolto le insistenti pressioni dei "giovani" Longo e Secchia ad abbandonare
le "parole d'ordine intermedie" indicate al congresso di Lione del 1926, per cogliere la situazione
rivoluzionaria che a loro avviso era maturata in Italia con la grande crisi e riprendere l'iniziativa politica di massa "nel
paese". La situazione si rivelò tutt'altro che rivoluzionaria, nel giro di due-tre anni la linea "tutto verso l'interno"
portò all'arresto di centinaia di agitatori e funzionari comunisti clandestini, compresi gli stessi Secchia e
Amendola, e nel 1934, anticipando il VII congresso, la "tattica classe contro classe" abbracciata dall'Ic nel 1928, con
connessa condanna del "socialfascismo", venne di fatto abbandonata per la politica di "fronte popolare" in Francia e
in Spagna e il patto d'unità d'azione firmato dal Pcd'I col Psi. Longo, ricordava Amendola fin dal
196381, già nel 1932 era stato allontanato dalla direzione e spedito a Mosca, perché restava ostinatamente "schierato contro
tutti gli obiettivi intermedi e contro la politica delle
alleanze"82.
Quella "svolta" era stata dunque un errore? No, aveva risposto Secchia. Sì, ma..., rispondeva
Amendola. Entrambi però motivavano la risposta con argomenti la cui somiglianza è impressionante per chi li sa
antagonisti nella lotta interna di partito. Secchia: "[...] indipendentemente dalle analisi e dalle prospettive
dell'Internazionale comunista, rivelatesi giuste solo in parte, noi in Italia avremmo dovuto compiere ugualmente la 'svolta' [...]
Se fossimo rimasti durante quindici anni a operare soltanto o prevalentemente all'estero, non saremmo il partito
che siamo oggi"83. Amendola: "Era un errore [...] Però era un errore provvidenziale, perché sulla base di
quella prospettiva [condivisa anche da Giustizia e libertà], vi fu una mobilitazione di forze che permise al partito
di riprendere piede nel paese, di sfuggire al destino di un partito di
emigranti"84.
Era la teoria dell' "errore provvidenziale", che in Amendola assurse a tesi esplicativa di tutta la storia del
Pci. Perché la stessa nascita del partito fu un "errore
provvidenziale"85. Errore già ammesso dallo stesso Togliatti
fin dal saggio del 1951, in quanto la scissione dal Psi "avviene a sconfitta già consacrata dai fatti", senza
nessuna valutazione del pericolo fascista, che richiedeva il massimo di unità. Provvidenziale perché organizzò
"centomila combattenti", che partivano "da una premessa: non siamo dei
socialisti"86, cioè dei calabraghe davanti al
fascismo. Errore provvidenziale fu l'abbandono dell'Aventino e il rientro alla Camera. Errore perché ruppe l'unità
antifascista, provvidenziale perché impedì ai comunisti la frustrazione in cui caddero gli altri partiti con quella protesta senza
sbocco e li preservò per le lotte
future87. Errore provvidenziale fu "la linea, direi avventata", assunta nel
novembre del 1926 dopo le "leggi eccezionali" e l'arresto di Gramsci, Scoccimarro e Terracini: "tutto come prima,
tutto continua come prima". Errore perche provocò la "decimazione dei quadri", con la caduta di tutto il Centro
interno guidato da Camilla Ravera. Provvidenziale perché "per la prima volta presentò alla classe operaia e agli
antifascisti l'immagine di un proletariato che restava l'unica forza a combattere il
regime"88. Ecco il motore propulsivo
di quella teoria provvidenzialista: l'antifascismo. Il "difficile e incessante sforzo di rielaborazione della linea
politica" del Pci era avvenuto "sulla base di un costante sviluppo di quella centrale motivazione antifascista che della
linea del IV Congresso [Colonia 1931] era, in ultima analisi, la reale sostanza e la molla principale dell'azione
dei comunisti"89.
"[...] gli eventi vanno giudicati non per le motivazioni che li hanno accompagnati, ma per le conseguenze
che hanno determinato"90. "Quando la affronti, la storia, con questo sforzo di comprensione, allora
diventa rasserenante"91. In questa idealistica filosofia della storia, che trascende la volontà degli individui e che non
è molto dissimile - se non per la riconosciuta, e vissuta, durezza della lotta - dalla crociana marcia della
Libertà, il Pci appare strumento di un fine superiore, che è tutto nella liberazione dell'Italia dal fascismo e quindi
nella Resistenza, culmine e giustificazione dell'esistenza del partito. Funzionale a questo fine è la stessa
convinta adesione del giovane figlio di ministro liberale, martire dell'antifascismo, al partito. Anzi, la marcia della
libertà culminata nel ruolo di avanguardia svolto dal Pci nella Resistenza si incarna nella stessa storia familiare:
"Mio nonno Pietro fu garibaldino [...] Mio padre fu democratico antifascista. Io sono comunista [...]: questa è la
storia d'Italia, questa la via del progresso nel nostro
paese!"92.
Secchia respingeva la tesi che la nascita del Pci fosse stata un errore perché "rompeva l'unità delle
forze socialiste", ma anche per lui la motivazione principale era che "la lotta successiva contro il fascismo sarebbe
stata condotta dal Partito comunista o non ci sarebbe stata affatto [...] Fu una necessità non soltanto di classe e per
la classe [...] ma per la nazione
intera"93. E per quanto riguarda "la svolta" al Cc del marzo 1930, per la
quale attribuiva al "rappresentante della Fgci", cioè a se stesso, il merito di aver dato il voto di maggioranza in
direzione "alle giuste posizioni politiche di Longo e di Togliatti", era "dell'opinione che, indipendentemente dalle
analisi e dalle prospettive dell'Internazionale comunista, dimostratesi giuste solo in parte, noi in Italia avremmo
dovuto compiere ugualmente la 'svolta' [...] Se fossimo rimasti durante quindici anni a operare soltanto o
prevalentemente all'estero, non saremmo il partito che siamo
oggi"94. Avesse anche lui avuto pretese di filosofo della
storia, probabilmente Secchia avrebbe giudicato "errore provvidenziale" anche la preparazione insurrezionale
della primavera-estate 1944, la "pianurizzazione" con cui, in prospettiva jugoslava, lui e Longo puntavano alla
"presa armata del potere", alla "sconfitta della borghesia e del capitalismo": fallita per una precisa scelta strategica
degli alleati, quella mossa costata una falcidia di eroi e di martiri fu la base dell'insurrezione di aprile e intanto
forgiava i quadri di un partito diverso da quello "nuovo" teorizzato da Togliatti, legittimandolo a governare il
paese95.
C'erano differenze su come svolgerlo, ma anche Secchia dunque era convinto del ruolo
nazionale della classe operaia e del suo partito, su cui tanto insisteva Togliatti, svolto secondo Amendola perfino quando, non solo
"per disciplina" ma con una propria "autonomia", il Pci aveva addirittura "precorso" le tesi cominterniste sulla
lotta al socialfascismo96. E questo ruolo aveva anche per Secchia trovato consacrazione e verifica nella
Resistenza e nella difesa contro il rigurgito fascista degli anni settanta. Come aveva scritto Longo: "Noi eravamo i
patrioti, e perciò rappresentavamo lo Stato, la legge, la forza regolatrice della nuova vita
nazionale"97.
Alle spalle di questa conciliazione tra ruolo rivoluzionario e ruolo nazionale della classe operaia (e del
Pci) sta la lezione di Togliatti98. Non c'è solo mutuazione domestica del culto della personalità, nell'ampia
citazione togliattiana che si trova al centro della relazione di Secchia del
195499: è una totale subordinazione
culturale, culminante nella ripetizione pedissequa, ma senza virgolette, della definizione della Resistenza come
"primo apparire della classe dirigente nuova alla testa della vita nazionale", poi tante altre volte ripresa. Già
prima del suo siluramento, dunque, Secchia trovava lì che: "Non fu soltanto la svolta di Napoli [sarebbe poi invalso
l'uso azionista di dirla 'di Salerno', con sottile allusione alla sede temporanea del governo Badoglio in cui i
comunisti entrarono] che cambiò il corso delle cose. Fu tutta l'attività dei comunisti tra il popolo e nei contatti con gli
altri raggruppamenti politici"; e che "la posizione presa da Togliatti sulla quistione del governo e della soluzione
del problema monarchico, e che è coerente con tutta la precedente politica del nostro
partito, apre di nuovo una via d'uscita e tutti si pongono sul cammino tracciato dai
comunisti"100. La "svolta" del 1944 era dunque la
rinnovata manifestazione di quel filo rosso che, secondo
Amendola101, la legava nella storia del Pci a quella del 1929,
grazie al rinnovato accordo tra Togliatti (e, allora, Grieco) da un lato e Longo e Secchia dall'altro. Già nel
1929-30, nell' "incontro tra la vecchia maggioranza del Cc [...] e i 'giovani'..." stava la concretizzazione dei
"caratteri nazionali" che costituivano una "particolarità della linea seguita dal Pci" nei confronti
dell'Ic102.
Il problema, semmai, era che l'Italia era "spezzata in due" dalla guerra e dalle due occupazioni
straniere contrapposte103. Questo punto Secchia lo sviluppò a modo suo nel 1962 in polemica con Giampiero Carocci,
che gli aveva attribuito un' "autocritica" dopo quella svolta "di
Napoli"104: "non vedo perché avrei dovuto farla,
dal momento che avevamo sempre seguito una politica di unità nazionale. Sarebbe difficile sottovalutare
l'importanza della 'svolta' di Napoli e l'influenza che l'iniziativa di Togliatti ebbe sugli sviluppi della politica italiana",
ma, si badi bene, soprattutto "a Roma e nei territori liberati, dove la situazione era 'bloccata' ed il contrasto tra i
partiti antifascisti era diventato acuto sul programma istituzionale", mentre al Nord l'unità, come già abbiamo
visto, non avrebbe impedito ai comunisti di fare l'insurrezione da
soli105. Durante la preparazione di "I centri dirigenti
del Pci nella Resistenza", Secchia avrebbe lamentato con Longo che questi volesse "sottolineare la funzione
di guida che aveva Togliatti. Per cui ho scritto alcuni volumi (l'ultimo sulla guerra di Liberazione per far
emergere la funzione che hai avuto tu)". Ma avrebbe premuto in particolare perché nella "Introduzione", tra le
altre "modificazioni" che già gli erano state accolte, si correggesse anche la formula che qualificava la
democrazia per la quale si battevano i comunisti: invece di "che Togliatti definì progressiva", si scrivesse "che fu
definita progressiva", "sia per evitare di ripetere continuamente Togliatti, quasiché non si muoveva foglia senza il
suo avviso, sia anche perché risponde meglio alla verità storica", in quanto tale termine era adottato anche dai
comunisti di paesi in cui, guarda caso, avevano trionfato regimi socialisti: Jugoslavia, Polonia, Bulgaria,
Romania106.
L'insurrezione, anche da soli, al Nord
più la "svolta di Salerno" al Sud: ecco, secondo Secchia, la strada
della "democrazia progressiva". Anche secondo
Longo107 essa puntava a esiti più avanzati della sola liberazione
nazionale cioè a "una situazione interna in cui fossero estirpate non solo le radici del fascismo, ma ogni possibilità
di rinascita di regimi autoritari di tipo fascista". Quella strada però fu interrotta. Amendola riprendeva
accortamente108 una pagina conclusiva del "Aldo 26x1. Cronistoria 25 aprile 1945" di Secchia, volta a negare che fosse mai
stata coltivata da nessuno in Italia una "prospettiva greca", cioè la trasformazione dell'insurrezione contro i
nazifascisti in insurrezione contro gli alleati e per l'instaurazione del socialismo, ma che invitava "tutti i partiti
antifascisti, nessuno escluso", a esaminare "il vero problema politico": "se la vittoria della Resistenza e
dell'insurrezione doveva significare la rottura del vecchio ordine [...] oppure rappresentare il ritorno allo stato prefascista ed
in un certo senso la continuità anche di quello fascista. [...] Noi siamo sempre dell'opinione, espressa
d'altronde dal Pci e dalle forze democratiche di avanguardia sin dagli anni 1946-48, che determinate posizioni non
furono conquistate come avrebbero dovuto e altre già conquistate vennero abbandonate senza la necessaria lotta".
Infatti, avrebbe scritto lo stesso Secchia qualche anno dopo: "La Resistenza non fu lotta per la rivoluzione
socialista, fu però lotta per la conquista delle libertà politiche per gli operai, per i contadini, per i lavoratori, per le
classi oppresse"109.
Questo, più che la "svolta di Salerno", è il vero
punctum dolens in tutto il lavoro "storiografico" di
Secchia. Ma sbaglia chi crede che Amendola non concordasse con lui: la "rivoluzione democratica e antifascista [...]
non ha potuto essere portata a compimento, sino ad estirpare [...] dalla società italiana tutte le radici del
fascismo"110. Solo che le altre "forze democratiche" - che si riducevano poi al solo partito socialista, visto che in esso
era confluita l'ala del partito d'azione che condivideva lo stesso rimpianto, suscitato dal fallimento del governo
Parri - il problema lo avevano risolto, addossando la colpa proprio alla svolta di Salerno e alle sue
conseguenze111. "I traditori della Resistenza sarebbero, dunque, i comunisti che della Resistenza furono i promotori, gli
organizzatori, i protagonisti più
conseguenti!"112. È vero che anche Secchia tendeva ad attribuire, se non alla svolta di
Salerno - un "colpo di fulmine che inceneriva il
passato"113 -, alle sue conseguenze "romane" la responsabilità
delle pastoie postliberazione. E la "confessione" di Longo incriminata da Amendola proprio a questo punto si
riferiva: "Che ci vuoi fare, le cose sarebbero andate diversamente se i capi dei partiti, da Nenni a Togliatti e tutti gli
altri, si fossero trovati anche loro nel Nord, alla testa della
Resistenza"114.
Il rigurgito fascista degli anni settanta spingeva Secchia, in clima ormai di "compromesso storico", a
ripetere, come dopo la sconfitta del 1948, che "la Resistenza accusa"[va] la Dc e gli altri partiti di avere, in
sostanza, "tradito la Resistenza", come dettava il titolo di un'analoga raccolta di scritti postbellici di Longo, uscita nel 1975.
Con questa tesi, "per tanti aspetti semplicistica, della 'Resistenza tradita'..." Amendola non poteva
concordare115. Quel titolo di Longo non lo convinceva: occorreva vedere chi avesse tradito la Costituzione, non la
Resistenza116, la quale aveva raggiunto i suoi tre obiettivi: "la partecipazione autonoma dell'Italia alla guerra di
liberazione, l'elezione della Costituente, la firma di un trattato di
pace"117. Lo stesso Longo documentava che fin dal
1943 il Pci si proponeva "la creazione di una nuova democrazia, fondata sul confronto e sulla collaborazione dei
legittimi interessi dei vari gruppi sociali e dei partiti che li
rappresentano"118. Quanto ad Amendola, già nel 1943
"la formazione di una repubblica parlamentare mi sembrava l'unico obiettivo seriamente
raggiungibile"119. Di più, allora, non si poteva fare. Perché? Qui si avverte il colpo d'ala che distingue, osando mettere in campo un
fattore soggettivo, l'intellettuale grande borghese dai suoi compagni: l'elenco dei motivi era lungo, lo vedremo, ma
- diceva "il figlio del ministro" - "potrei anche limitarmi a ricordare che giungevamo all'ultima prova
stanchi, esauriti. Troppi morti, troppi sacrifici, troppe
responsabilità"120.
Storia d'Italia
La stanchezza di una generazione di "combattenti" che aveva attraversato trent'anni di guerre,
clandestinità, esilio, carcere, confino, e quella dell'intero paese
"stremato"121 non poteva essere risposta sufficiente
all'impazienza delle "domande che brutalmente ci pongono i giovani, 'perché non siete andati più avanti nel
'45'..."122. Longo e Secchia da una parte, Amendola dall'altra rispondevano in modo diverso. Tutti e tre respingevano
concordemente le accuse dei "piagnoni" - tra i quali prevalevano, come al solito, gli ex azionisti - coltivatori della "teoria
delle 'occasioni perdute', secondo la quale il responsabile principale, se non unico, dei mancati sviluppi
rivoluzionari, sarebbe il partito
comunista"123 a causa del suo compromesso istituzionale. Ma i primi due non disdegnavano
di far intendere di essere stati fermati non solo dai partiti moderati e conservatori, oltre che dall'occupazione
alleata, ma soprattutto dal clima ministerialista subentrato, a liberazione avvenuta, per il prevalere del clima torpido
del Sud, di cui era stata spia la mancata insurrezione di
Roma124, al vento rivoluzionario che spirava nel Nord del
triangolo industriale. Anche Amendola era consapevole che la Resistenza, minoritaria, fosse stata "un
fatto urbano"125 e prevalentemente settentrionale e concordava col giudizio di
Secchia126 che "particolarmente nel
Sud [...] la debolezza del movimento antifascista organizzato si fece sentire". Ma in quelle critiche, che lo
avevano toccato personalmente nell'aprile del 1944, sentiva "una punta di sufficienza nordista, inaccettabile
perché chiaramente
antinapoletana"127, e una sottovalutazione della "funzione di Roma nella realizzazione di una
vera unità nazionale di tutta l'Italia": "[...] ma che cosa contava Roma di fronte a Milano, Torino, Genova, al
triangolo?"128.
Egli dunque, senza respingerla
frontalmente129, riteneva insufficiente quella tesi. Anche la presenza
degli anglo-americani, su cui insisteva
Secchia130, era spiegazione
insufficiente131, così come il freno della
pariteticità dei Cln, il governo di unità nazionale e il quadro bellico
generale132. "È mia opinione che la ricerca dei limiti
della rivoluzione antifascista e delle loro cause si sia, per troppo tempo, concentrato su quello che avvenne negli
anni 1943-1945, o, al massimo, 1943-1948 [...] Bisogna invece andare più indietro, e studiare che cosa è
stato effettivamente l'antifascismo [...] Ma ciò ci porta subito a ricercare [...] che cosa è stato il fascismo, il posto
che ha occupato nella vita del paese, le sue origini, i suoi molteplici e contrastanti
caratteri"133.
Amendola si soffermò in più occasioni su questi temi, di cui sintetizzava così i punti essenziali: "È nei
limiti storici dell'antifascismo italiano, e nelle profondità delle radici fasciste, che bisogna ricercare le cause
lontane che hanno permesso alla 'continuità' dello Stato di
resistere"134. Quindi un primo blocco di motivi
sta nell'impreparazione dei partiti antifascisti al momento del crollo del fascismo, avvenuto per iniziativa regia:
essi si mossero solo dopo le sconfitte dell'Asse a Stalingrado e a El
Alamein135. Perfino i comunisti, insomma,
"in quel periodo 1927-1940 [...] non si trovavano a nuotare nell'illegalità come pesci nell'acqua, ma
venivano rapidamente sbattuti a riva e presi nella rete della
polizia"136, mentre nel 1942-43 erano sì "un passo più
avanti degli altri", ma anche loro in
ritardo137. Anche Secchia138 sottolineava la "debolezza del movimento
antifascista". "Coloro che ancora oggi si ostinano a ricercare nella 'prudenza' di Togliatti o, peggio, nella rinuncia
preventiva del partito comunista", in obbedienza a a Mosca, "le ragioni che hanno permesso al vecchio stato
capitalistico e accentratore di riuscire [...] a conservare le proprie strutture fondamentali, farebbero bene a domandarsi in
quali condizioni si trovasse l'antifascismo italiano ancora nel
1942"139.
Ciò rinvia al secondo blocco di motivi: le basi di massa del regime fascista. "Il riapparire in Italia [...],
a trent'anni dalla vittoria della Resistenza, di un nuovo pericolo fascista, ripropone l'esigenza di un'analisi
più accurata di quello che ha rappresentato il fascismo nella storia d'Italia del XX
secolo"140. E viceversa: "Fare
la storia d'Italia nel secolo XX significa fare anche la storia del fascismo e, contemporaneamente, la
storia dell'antifascismo; due facce della stessa
realtà"141. "Il fascismo non fu una malattia passeggera ma lo
sbocco della storia italiana", di tutto un passato (ritardata unità nazionale, oppressione straniera, potere temporale
dei papi, arretratezza dell'aristocrazia, ignoranza di enormi masse contadine, servilismo della piccola
borghesia): insomma, come lo aveva definito Giustino
Fortunato142, "la
rivelazione di tutte le contraddizioni create
dalla nascita recente di uno stato unitario e da un ritardato e distorto sviluppo
capitalistico"143. Da qui la
parziale accettazione del lavoro di Renzo De Felice, per "il valore di una tematica e di una
documentazione"144, e la denuncia del ritardo nello studiare perfino "l'adesione al regime di Salò, e le sue molteplici e anche
contrastanti motivazioni"145. Da qui anche la crudezza con cui nel 1972 il "rinnovatore del Pci" metteva il dito sulle
responsabilità oggettive e soggettive di quanti avrebbero dovuto opporsi all'avvento del fascismo e sulla facilità della
vittoria di quest'ultimo146. L'avvento del fascismo non era quindi addebitabile solo alla violenza squadrista,
appoggiata dai "gruppi più reazionari del capitalismo italiano" con la connivenza regia, come dettava l'antica vulgata.
Questa era stata ripresa appena l'anno precedente da Secchia in uno di quei suoi ambigui scritti
divulgativi147 con cui - insieme con Giangiacomo Feltrinelli - alimentò di fatto, nonostante la sua reiterata e certamente sincera
fiducia nelle forze democratiche dei
lavoratori148, la diffusione fra i giovani degli anni settanta di una visione della
lotta al fascismo risorgente come scontro violento, al quale occorreva essere preparati anche
tecnicamente149.
Già dal 1951 Secchia aveva potuto apprendere l'accenno togliattiano alla profondità delle radici del
fascismo, nel saggio da lui ampiamente citato in "I comunisti e l'insurrezione" (pp. 257-258). Se però riconosceva che
il fascismo "fa parte della storia nazionale e della vita italiana", ciò era dovuto ai "tragici e luttuosi
avvenimenti di cui è stato
causa"150, in quanto esso restava pur sempre null'altro che il "dominio dei gruppi più aggressivi
del capitalismo italiano, la dittatura del capitale
finanziario"151. Egli quindi non era annoverabile tra quei
"compagni del gruppo dirigente raccolti attorno a Togliatti" nei quali, secondo Amendola, era "sempre stato vivissimo
il senso dello spessore reazionario accumulato nei secoli nella società
italiana"152. Questo "spessore
reazionario" non spiega soltanto la nascita del regime fascista, ma anche perché esso sia "riuscito per lunghi periodi a
contenere nel suo seno le interne contraddizioni della società italiana, mantenendo una larga base di
massa"153. Si trattava di una concessione alle tesi defeliciane che irritava grandemente a sinistra. Amendola insisteva
sulla sottovalutazione, da parte degli antifascisti, degli sviluppi del fascismo e della capacità di innovazione del
regime, di cui lui aveva avuto a suo tempo sentore dai fratelli e dai loro
amici154 e poi conferma dai racconti di
Remigio Paone155. Anche in questo campo, solo i comunisti, con i lavori di Grifone e Sereni, avevano
studiato l'avversario156, mentre non si era riflettuto nemmeno sul Concordato: tra i cattolici nemmeno "i più avanzati" Saraceno e
Vanoni, all'Università di Pavia con Morandi, avevano attinto a "una visione pienamente
aggiornata"157.
Quello "spessore reazionario" spiegava anche altre due cose dolorose: il "...'morbo dell'antifascismo
italiano', che è l'attesismo", manifestatosi già davanti alla prima guerra
mondiale158; e la "duttilità" del fascismo, di
cui si avvantaggiarono anche antifascisti sinceri (come Pavese, La Malfa,
Basso)159 e che lo distingue dal
nazismo160.
Così è potuto avvenire che "il fascista che ha aiutato l'antifascista a trovare un accomodamento, a sua volta
ha trovato nell'antifascista chi l'ha aiutato ad accomodarsi dopo. Questa è la repubblica che abbiamo
fondato"161. Cinismo? O rassegnazione?
"[...] invece, vinta l'insurrezione, erano la fondazione della repubblica e l'approvazione di una
Costituzione gli obiettivi
centrali"162. Per questo Secchia affermava perentoriamente già nel 1954: "La Resistenza è
la Costituzione repubblicana"; ma, aggiungeva, "sino a quando la Costituzione repubblicana non sarà applicata
in tutte le sue parti essenziali non potremo considerare realizzato il programma della
Resistenza"163. La Resistenza fu solo "una prima manifestazione" della "rivoluzione democratica e antifascista", "iniziata nel fuoco di
una terribile guerra [...] Le condizioni non permisero di raggiungere allora tutti gli obiettivi di
rinnovamento"164. E Secchia: "[...] passi avanti sono stati compiuti", ma "molta strada rimane da percorrere per rinnovare l'Italia,
per farne un paese [...] come fu scritto nella
Costituzione"165. Dalle "più avanzate posizioni" conquistate durante
la repubblica, aggiungeva Amendola, "spetta ora ai giovani partire per condurre a termine l'opera iniziata nella
lotta antifascista e nella
Resistenza"166.
Sono passati solo ventisei anni. Ma queste voci di "combattenti" ci giungono affievolite dalle remote
lontananze di un'altra era. I giovani di allora sono anziani, anzi vecchi. E a stento ricordano quelle loro impazienti
domande. Per loro lungimiranza di allora, o fortuna di oggi, i giovani attuali non gliele ripropongono.
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