Gianfranco Petrillo

Da una svolta all'altra
Luigi Longo, Pietro Secchia e Giorgio Amendola fra autobiografia, storia di partito e storia nazionale

L'interesse degli studi sulla Resistenza Ŕ storiografico e politico.
Queste due esigenze non possono andare disgiunte dalla necessaria partiticitÓ
di ogni indagine storica, perdisinteressata ed obiettiva che essa voglia essere
.
Pietro Secchia, luglio 19541

Non sono uno storico, sono un uomo di parte. [...]
Siate quindi critici ed accogliete con spirito, appunto, critico e vigilante
.
Luigi Longo, marzo 19612



Per i comunisti italiani, riflessione storica e azione politica andavano di pari passo, anzi erano tutt'uno3. È naturale quindi che nessun altro partito abbia fornito agli studi storici sul Novecento, e non solo, contributi di rilevanza pari a quelli offerti dai maggiori dirigenti del Pci. Ma è anche evidente che i loro interventi rispondevano a esigenze, anche contingenti, di lotta politica, interna ed esterna al partito. Essi interessano quindi sia la biografia politica degli autori sia il quadro generale della travagliata storia politica italiana dal 1945 al 1980, anno in cui morirono sia Longo che Amendola, preceduti fin dal 1973 da Secchia. Dar conto di questi intrecci richiederebbe un impegno di riflessione e di analisi che lo spazio concesso qui non consente. È giocoforza quindi concentrare l'attenzione sul tema, per individuare gli apporti concreti dei nostri tre autori alla conoscenza e all'analisi della Resistenza e dei suoi esiti immediati. Soprassedere dal metterli in puntigliosa relazione con l'attività politica svolta da ciascuno di loro dopo la liberazione e con le vicende politiche postbelliche non significa dimenticare che Secchia nel 1954 fu estromesso dalla carica di vicesegretario e di responsabile dell'organizzazione del Pci e che da allora visse sempre più emarginato, coltivando l'ambizione non solo di ottenere una rivalsa personale, ma anche di correggere la rotta, a suo avviso errata, assunta da allora dal partito, contando, dopo il 1968, su alcune frange del movimento studentesco. Né significa dimenticare che Amendola fu in quell'occasione il suo massimo antagonista, appoggiato da Togliatti, di cui si considerava il delfino, divenendo, alla metà degli anni cinquanta, il protagonista del "rinnovamento del partito", soprattutto per quanto attiene al rispetto della democrazia rappresentativa e alla presa d'atto della vitalità dimostrata dal capitalismo italiano col "miracolo economico"4. E non significa neppure dimenticare che la morte prematura e inattesa di Togliatti, nel 1964, impedì ad Amendola di succedergli a suo tempo nella carica di segretario generale, che fu invece occupata da Longo. Né che quest'ultimo abbandonò Secchia, il suo principale compagno di lotta antifascista, alle sue recriminazioni, schierandosi con Togliatti, del quale si sforzò di proseguire l'opera, riuscendo al contempo a sbarrare la strada della successione ad Amendola, della cui forte ambizione personale diffidava. Chi è ben al corrente di tutto ciò dia quindi atto a chi scrive che, nell'accennare solo di sfuggita a queste come ad altre questioni, non ha voluto nasconderle né al lettore giovane e ignaro né, tanto meno, a se stesso.
Strumento di lotta politica, qui l'attività "storiografica" dei tre non verrà nemmeno, se non per sporadiche contingenze, messa in rapporto con la storiografia scientifica professionale, ai cui esiti, benché vi abbia contribuito, sarebbe del tutto fuori luogo compararla.

Storia e autobiografia

Solo pochissimi altri uomini (anzi, forse uno solo: Ferruccio Parri) hanno avuto nella Resistenza un ruolo e un peso paragonabili a quelli di Longo e di Secchia, che furono alla testa della forza organizzata di gran lunga più cospicua, più diffusa e più efficace tra quelle che presero parte alla lotta di liberazione. Anche Amendola ebbe un ruolo di primissimo piano per il periodo dei 45 giorni, parzialmente ridotto poi, ma sempre in posizione dirigente nel partito e nelle brigate Garibaldi. La Resistenza, anzi - come vedremo - tutta la lotta contro il fascismo, intrise di sé tutta la loro vita. Non meraviglia quindi che in seguito abbiano continuato a tornarci sopra. Ma con toni completamente diversi.
La narrazione ha in Longo accenti quasi cesariani. Essa ha fini esclusivamente propagandistico-edificanti, represso ogni compiacimento personale ma anche qualsiasi dubbio critico. La prima persona è dapprima praticamente bandita, usata solo quando indispensabile, e neppure sempre: in "Un popolo alla macchia", il proprio ruolo nel ribaltare l'interpretazione del "proclama Alexander" in sede di Comando Cvl, nel novembre 1944, è ridotto all'inciso "su mia proposta"5. La stessa invenzione delle brigate Garibaldi e quella dei Comitati d'agitazione clandestini che promossero gli scioperi del marzo 1944, opera sua, sono menzionate come grandi fatti di massa voluti impersonalmente dal Pci. Alla esecuzione della condanna a morte emanata contro Mussolini dal Cln, da lui fermamente perseguita, sono riservate due righe6. Anche quando, in seguito, si soffermerà con più attenzione, tranne che su quest'ultimo frangente, del quale parlò e scrisse solo occasionalmente, su momenti salienti e decisivi della propria azione (come sullo stesso proclama Alexander)7, nelle sue parole non avverti mai l'autocompiacimento, ma solo l'impegno a eseguire un compito di interesse collettivo vitale. La lunga "intervista" in due volumi concessa in tarda età a Salinari è, tranne per pochi episodi della giovinezza, un deludente montaggio di cose risapute e di lunghe citazioni da altri autori o da documenti editi. Di sé, Longo parla pochissimo: per lui parlano i fatti e scriverne è solo un ulteriore dovere politico, rispondente di volta in volta a stimoli contingenti.
Anche Secchia è ligio al costume severo e austero della Terza Internazionale di non indulgere all'autobiografismo e, soprattutto, di non rivelare retroscena, in particolare di ordine personale (i quali riemergeranno tutti insieme, rancorosamente, nel "Promemoria autobiografico", postumo)8. Di sé parla sempre e soltanto come soggetto politico, mai come persona. Ma in realtà tutta la sua opera di "storico" vuole essere un'autobiografia9. Organizzatore centrale della azione capillare dei comunisti in clandestinità, la sua vita coincide con i momenti cruciali della lotta dei comunisti italiani al fascismo: la "svolta" del 1929 e la Resistenza. Nel ricostruire documentariamente le fasi salienti di quella lotta, egli ricostruiva la propria biografia e, dopo il "caso Seniga" che ne aveva decretato l'emarginazione, si riappropriava dell'onore politico sottrattogli.
Tutt'altro discorso per Amendola, per il quale lotta al fascismo e biografia si intrecciano sempre. "Il figlio del ministro" non può parlare della nascita del fascismo senza parlare di suo padre, leader del primo antifascismo "costituzionale", e di sé ragazzo. Né tanto meno può parlare dei fermenti antifascisti esistenti sotto il regime all'esterno del Pci senza ricordare le mille relazioni intessute dal suo ambiente familiare. Né può fare a meno di ricordare che gran parte dei rapporti che a nome del Pci egli intrattenne, a suo avviso molto proficuamente, con esponenti di altre forze nel periodo cruciale dei 45 giorni si fondavano su quelle relazioni, sopravvissute all'esilio, al carcere, al confino e perfino alla sua "scelta di vita" comunista. Ma chiunque abbia letto qualche pagina di Amendola sa che in lui c'è anche il gusto fine a se stesso del raccontare, dell'esibire il proprio ego e i propri sentimenti soggettivi, la vena dell'affabulatore che fa della sua autobiografia un monumento a tutto tondo, con luci e ombre: il monumento letterario all'antifascismo10. Secchia e Longo, senza poter negare che egli avesse tutte le carte in regole del "rivoluzionario professionale", non gli perdonarono, né nel 1944 né dopo, questo suo autocompiacimento né, soprattutto, la sua coltivazione elitaria, che allora si chiamava tout court "borghese", dei rapporti politici.

Ricerca e documentazione

I lavori "storici" dei tre dirigenti comunisti non sono frutto di ricerca scientifica, ma svolgimento di tesi politiche. Eppure essi hanno apportato alla conoscenza critica della lotta di liberazione un contributo preziosissimo con la pubblicazione di documenti inediti provenienti o da propri archivi - in particolare nel caso di Secchia e Amendola - o dagli archivi del partito tenuti all'epoca ancora riservati. Ma anche da archivi di istituzioni ad hoc. Anzi è questo il caso del primo contributo importante fornito da uno di loro in questo campo. Si tratta di "La Resistenza e gli alleati"11, compilato da Secchia con la collaborazione di Filippo Frassati. Esso è per almeno due motivi un'opera pionieristica e meritoria. In primo luogo inaugura la prassi della documentazione diretta di documenti a sostegno della tesi sostenuta per motivi di polemica politica, con una felice utilizzazione degli archivi italiani esistenti all'epoca, ancora prima che venissero aperti completamente quelli nazionali americano e britannico: con ciò egli cercò di dare, "sulla scorta di un'ampia documentazione [...], per la prima volta, validità di giudizio storico a valutazioni che per quanto serie potevano apparire soggettive"12. E poi esso apriva la strada al fecondo filone di studi sul "dissenso tra la Resistenza italiana e gli alleati"13.
La tesi che, in polemica con i partiti al governo, sosteneva Secchia e che nessuno è mai riuscito seriamente a smentire, ma soltanto a circostanziare e a vagliare, è che le formazioni garibaldine fossero oggetto di discriminazione negli aiuti anglo-americani. Gli alleati, pur giovandosi della guerriglia e dell'opera di informazione della Resistenza, avevano fatto di tutto per isolare i comunisti e soprattutto per impedire, già dall'estate del 1944 e poi nella primavera del 1945, l'insurrezione, per timore di una presa armata del potere da parte del Pci o comunque del suo prevalere a danno delle altre forze politiche "democratiche". Il fatto che nel libro la tesi non venga esplicitamente esposta ma venga fatta emergere dalla documentazione così assemblata costituisce di per sé un titolo di merito.
Questo ricorso alla pubblicazione diretta dei documenti - già adottato sciattamente in "Il Monte Rosa è sceso a Milano"14 - resterà il metodo più proficuo del lavoro di Secchia nel campo della ricostruzione storica, che invece mostrerà molti lati deboli, sia per una certa frettolosità e approssimazione sia, soprattutto, per un invincibile schematismo ideologico, quando si vorrà fare esposizione divulgativa. È questo infatti il caso di altre due opere con cui Secchia ha voluto combattere quello che lui chiamava l' "attesismo storiografico"15: la "Storia della Resistenza", pur essa in collaborazione con Frassati (1965); e l' "Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza", da lui fondata e di cui riuscì a dirigere i primi due volumi (1969 e 1971). Proseguita poi con altri quattro volumi (1976, 1984, 1987 e 1989) sotto la direzione dell'editore Enzo Nizza, l'opera resta meritoria per la messe di notizie che raccoglie, per l'impulso dato - in concorrenza-collaborazione con gli Istituti storici della Resistenza - alle ricerche locali e per la ricchezza di indicazioni bibliografiche, ma è fortemente disuguale e in gran parte scientificamente inaccurata.
Imponente è invece la massa documentaria messa dallo stesso Secchia a disposizione degli studiosi nei due "Annali" (XI/1969 e XIII/1971) dell'Istituto Feltrinelli, con cui ricostruì l'intero arco della lotta dei comunisti italiani al fascismo.
A Secchia si deve certamente anche la raccolta e l'ordinamento dei documenti pubblicati nel 1973, l'anno della sua morte, in "I centri dirigenti del Pci nella Resistenza"16, uscito sotto il solo nome di Longo. È lecito insinuare, come è stato fatto da Gianni Perona durante il convegno vercellese, che l'aver relegato il nome di Secchia, da poco deceduto, in due brevi righe di avvertenza iniziale, invece di farlo comparire in frontespizio come coautore, sia stata una damnatio nominis di stampo cominternista. Va riconosciuto tuttavia che sia l'idea della pubblicazione sia il testo base dell'introduzione e quelli di raccordo tra i documenti furono opera di Longo, che per altro accolse tutte le modifiche e integrazioni proposte dal compagno17, mentre nella individuazione e nella scelta dei documenti da pubblicare Longo aveva certamente dovuto avvalersi dell'esperienza archivistica maturata da Secchia.
Questo libro usciva contemporaneamente a quello in cui Amendola pubblicò, cucendole tra loro con la narrazione autobiografica, le sue "Lettere a Milano", cioè le lettere da lui scritte agli stessi Longo e Secchia, tra il 1943 e il 1945, prima da Roma, poi come ispettore delle brigate Garibaldi da varie località dell'Italia occupata dai tedeschi. Amendola avrebbe in seguito dichiarato che per scrivere la storia non c'era bisogno degli archivi18, eppure con questi "Ricordi e documenti 1939-1945", oltre a iniziare l'erezione del proprio monumento autobiografico, contendeva a Secchia il primato nella pubblicazione di documenti di partito19.
La storia della formazione, conservazione e fruizione degli archivi del Pci (d'altronde gli unici archivi di partito organicamente conservati disponibili agli studiosi) richiederebbe di per sé un saggio approfondito. Basti in questa sede osservare che a Longo premette avvertire che la pubblicazione avveniva con un crisma di partito, "nel solco della decisione, presa in occasione del cinquantesimo anniversario del Pci", ossia nel 1971, "di portare a conoscenza [...] la storia nostra"20, mentre già Amendola aveva annunciato dieci anni prima la costituzione di un "gruppo di lavoro" per la pubblicazione dei documenti del partito21. Ma ormai da tempo dell'impaccio di questo crisma altri - a cominciare, come s'è visto, dallo stesso Togliatti - si erano liberati. Nell'occasione Secchia doveva rassegnarsi: "ognuno si è messo a pubblicare quello che ritiene interessante pubblicare" e "non si tratta più di segreti"22, di cui lui e pochi suoi collaboratori erano stati depositari fino a quando, in quanto responsabile dell'organizzazione, aveva avuto il controllo dell'archivio del partito.

Storia della Resistenza

Già al V congresso del Pci, il primo della legalità, svoltosi a Roma nel dicembre del 1945, la direzione presentò una relazione, intitolata "Per la libertà e l'indipendenza d'Italia", uscita a stampa nel marzo 1946, che ricostruiva l'azione dei comunisti nella Resistenza23. Quel rapporto, steso frettolosamente a più mani da una commissione formata da Giorgio Amendola, Umberto Massola, Celeste Negarville, Pietro Secchia e Velio Spano, "aiutati da Marcella Ferrara e Franco Ferri"24, era infatti improntato a uno schema interpretativo abbastanza semplice, che si potrebbe in sostanza riassumere nel modo seguente:
a) la guerra partigiana fu essenzialmente una guerra "patriottica", di "liberazione nazionale";
b) essa ebbe origine da uno spontaneo moto popolare antifascista e antitedesco, al quale venne data organizzazione e direzione unitaria dai comitati di liberazione nazionale e dal comando generale del Corpo volontari della libertà;
c) nei Cln un ruolo trascinatore di punta ebbero le forze di sinistra e la classe operaia, che è da identificarsi senz'altro col Pci;
d) i comunisti erano stati per tutta la durata del regime fascista la principale se non l'unica forza antifascista costantemente attiva e conseguente che aveva dato voce alla permanente ostilità delle masse popolari all'oppressione fascista;
e) la Resistenza, infatti, era iniziata già all'insorgere dell'eversione fascista ed era quindi durata venticinque anni;
f) l'azione antifascista dei comunisti era stata costantemente ispirata a una visione nazionale e unitaria.
Era uno schema in cui si avvertiva, accanto al tema della "conciliazione fra classe e nazione", sentito da Togliatti come "compito storico del Pci"25, l'influenza del modello della "grande guerra patriottica" sovietica, ma che era soprattutto funzionale alla politica di unità nazionale seguita tra il 1944 e il 1947. Esso veniva quindi rispettato ancora nel primo libro di Longo, "Un popolo alla macchia", uscito nel marzo 1947, poco prima dell'estromissione di socialisti e comunisti dal governo De Gasperi, ma anche nei successivi interventi celebrativi o polemici dei dirigenti del Pci.
Il procurato oblio della Resistenza e le vere persecuzioni cui furono sottoposti i partigiani comunisti (e non solo) negli anni del centrismo provocarono però una reazione che finiva per correggere in parte quello schema, o meglio per precisarne alcuni punti. Secchia non aspettò di cadere in disgrazia, e quindi la necessità di rivendicare i meriti personali, per sottolineare il carattere particolare impresso dal Pci alla lotta di liberazione. E non solo accusando dalla tribuna parlamentare i governi centristi26.
Appena una settimana prima che esplodesse il "caso Seniga", nella sede riservata della Fondazione (non ancora Istituto) Gramsci, Secchia aveva tenuto a una riunione di intellettuali una relazione27 su cui è utile soffermarsi perché vi è in nuce tutto il programma di lavoro "storiografico" dell'autore. Egli riteneva insufficienti gli unici due libri "organici", fra i tanti di pura memorialistica, fino ad allora usciti sull'argomento: quello di Longo e la "Storia" del Battaglia. La "vera storiografia" della Resistenza andava ancora fatta, ma "i borghesi", complici del fascismo, non vi avevano alcun interesse. Il primo punto da chiarire, contro la "comoda tesi", sostenuta dall'azionista Piero Calamandrei, della "spontaneità di carattere morale e religioso" ("ognuno sentì - scrivono alcuni - dal fondo dell'animo una voce, qualcuno la chiama la voce della patria, altri [...] della coscienza, altri [...] di Dio") da cui "per incanto" l'8 settembre mosse la rivolta popolare28, era che occorse invece una dura lotta all'attesismo, per organizzare la guerra di liberazione. Ciò imponeva lo studio di due aspetti: il primo era quello della lotta ventennale al fascismo e di chi l'aveva veramente praticata; il secondo era quello dell'organizzazione della Resistenza sociale e militare. "Non si può fare la storia della Resistenza senza partire dalla lotta contro il fascismo": chi fa cominciare la Resistenza l'8 settembre la vede "quasi esclusivamente come lotta contro lo straniero e non come lotta contro il fascismo"29. Da qui l'importanza dell'organizzazione di lotte sociali di massa che poteva essere attuata solo da chi già era alla testa della lotta al regime. Sono queste lotte a distinguere la Resistenza italiana da quella francese e da quella jugoslava: l'una, egemonizzata dai militari, non era sfociata nell'insurrezione; l'altra aveva sì avuto dalle masse un enorme sostegno alla lotta armata ma, per le caratteristiche geografiche e socio-economiche di quel paese, non la guerriglia e la mobilitazione sociale urbane che in Italia erano sfociate nell'insurrezione vittoriosa del Nord30. Ma soprattutto le distingueva dal Risorgimento, fatto di élite, in quanto la Resistenza, a differenza di quello, "fu diretta da una nuova classe dirigente"31, equivalente al Pci, che preparò e realizzò l'insurrezione.
Fin dal titolo, intorno al tema dell'insurrezione, sintesi di lotta sociale e di guerriglia e segno distintivo precipuo impresso dai comunisti alla Resistenza italiana, ruotavano i libri "gemelli" (la definizione è di Longo) in cui le Edizioni di cultura sociale, certamente per decisione della direzione del partito (per quanto non ve ne sia traccia in Apc), in quello stesso 1954 raccolsero gli articoli scritti durante la Resistenza per la stampa clandestina rispettivamente da Longo32 e da Secchia33. Le due introduzioni erano complementari e seguivano sostanzialmente la falsariga di quella relazione di Secchia. Si trattava di contrastare "due teorie" correnti sulla Resistenza anche in "riviste ufficiali o semiufficiali" che "ignorano l'apporto decisivo dato ad essa dalla classe operaia e dai comunisti": quella per cui tutti, vincitori e vinti, erano sullo stesso piano ("chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, ecc.") e "la leggenda che "il movimento partigiano non venne organizzato da nessuno, ma fu un fenomeno spontaneo": "comoda teoria, per non dare a Cesare quel che è di Cesare e al Partito comunista ciò che gli spetta"34.
Il ragionamento di Secchia è limpido e va ricordato con una certa ampiezza:
"Il nome Resistenza [...] ci viene dalla Francia. [Esso] è oggi caro a tutti i patrioti [...], ma perché non fu usato allora in Italia? La guerra partigiana aveva da noi un carattere diverso che non in altri paesi d'Europa [...] Più che altrove la guerra partigiana era in Italia lotta militare e lotta sociale nello stesso tempo, era lotta per l'indipendenza e l'insurrezione nazionale, per la conquista della libertà. La Resistenza in Italia è stata antifascista e più che altrove ha avuto carattere di lotta contro quei gruppi del grande capitale che avevano prima dato vita al fascismo e poi portato il paese alla rovina."35. Quindi "essa assunse un carattere di massa perché le azioni di guerra delle unità partigiane erano collegate ed accompagnate dalle grandi manifestazioni e dagli scioperi degli operai delle città, dalle rivolte dei contadini nelle campagne"36, che le impressero un "carattere di massa e popolare" e "una particolare impronta progressiva e sociale", assenti nel "primo Risorgimento"37. Questa impronta fu data dai comunisti: "nessun altro partito ha dato alla guerra di liberazione nazionale un contributo di azione e di sacrificio, di forze militanti e di dirigenti quanto il partito comunista; tra l'altro perché nessun altro partito disponeva di un'organizzazione e di una influenza tra la classe operaia e i lavoratori pari a quelle del nostro"38. A documentare quel contributo Secchia si dedicò come nessun altro, specie con i due "Annali" Feltrinelli citati, il secondo dei quali39 illustrazione meticolosa del suo assunto che occorresse parlare, oltre che dell'operato dei dirigenti, di quello degli "uomini semplici"40, cioè di tutt'e tre i "grandi filoni della Resistenza" (sottinteso: comunisti): i quadri dirigenti, reduci dal carcere, dal confino e dalla guerra di Spagna; quelli intermedi, reduci dall'emigrazione e dalla Resistenza francese, ma anche ufficiali che avevano maturato la scelta antifascista durante la guerra; "la grande massa dei combattenti [...] data dai giovani"41.
"Solo i fatti, solo cioè l'attività, la vitalità, la consistenza, la combattività subito dimostrata dai comunisti in ogni campo - ribadiva Longo - permisero di sormontare rapidamente ogni residua influenza anticomunista lasciata dalla ventennale propaganda fascista"42; "sono stati i successi militari ottenuti, sin dall'inizio, dalle brigate d'assalto Garibaldi che hanno spinto tutte le altre formazioni a gareggiare in combattività, per non sfigurare e scomparire"43. "Ma l'elemento più originale, fondamentale della nostra lotta, che forse la distingue da tutte le altre contro gli occupanti tedeschi [...] è la parte avuta [...] dalle grandi masse popolari delle città e delle campagne, e, soprattutto, dalle masse operaie dei grandi centri industriali del Nord: Milano, Torino, Genova. [...] Questo aspetto è il più trascurato da quanti hanno scritto finora [...] o per incapacità di vederne tutta l'importanza non solo politica e sociale ma anche militare, o, intenzionalmente, per non dare il dovuto rilievo alla parte avuta [...] dalla classe operaia e dai lavoratori in generale"44. "Discutemmo nei Cln con i rappresentanti di tutti i partiti, ma demmo contemporaneamente la massima spinta alle realizzazioni pratiche, persuasi che i fatti contano sempre più delle parole"45. Solo così, e "combattendone a viso aperto gli avversari"46, si ottenne l'unità nei Cln, anche con la promozione "di forze e dirigenti dal basso" e la formazione di comitati di fabbrica e di comitati di contadini e di organismi di massa femminili e giovanili e di Cln di base (sul modello jugoslavo), contro l'opposizione di Dc e Pli, per i quali "la collaborazione dei cinque partiti su un piano di assoluta pariteticità era il massimo di innovazione che si poteva tollerare [...] Così, pure con l'opposizione di principio dei massimi dirigenti liberali e dc, il movimento di liberazione nazionale si sviluppò, di fatto, soprattutto nell'estate del 1944, secondo le nostre indicazioni organizzative"47. Essi "erano ben lungi dal considerarsi come gli organizzatori e gli animatori di un profondo movimento politico e sociale di rinnovamento nazionale"48.
Ancor più che dalla guerriglia spagnola contro Napoleone e dall' "esperienza balcanica", il modello a cui ispirarsi in questa "guerra patriottica" era offerto "dalle esperienze e dall'esempio che ci venivano dai popoli dell'Unione Sovietica"49, "dall'esempio meraviglioso dei partigiani sovietici [...] Il comandamento di Stalin, 'rendere impossibile la vita all'invasore', divenne una parola d'ordine anche dei partigiani italiani, e non solo dei garibaldini"50.
Il coronamento di questa lotta, l'insurrezione, fu voluto dai comunisti contro tutti: alleati stranieri e alleati nei Cln, tutti ugualmente prigionieri della "paura del popolo, dell'intervento attivo delle masse popolari"51. "Noi comunisti emanammo [...] l'ordine dell'insurrezione nazionale per tutta l'Italia del Nord il 24 aprile. Il 25 l'insurrezione divampava in quasi tutti i centri. Solo il generale Cadorna [...] resisteva a dare, a nome del Cvl, l'ordine ufficiale dell'insurrezione. Lo diede solo il pomeriggio del giorno 26, quando l'insurrezione era un fatto compiuto quasi dappertutto"52. "L'unità al Nord", infatti - e la precisazione geografica, vedremo, non è accidentale - non impedì alla "famosa direttiva n. 16 del Pci del 10 aprile 1945" di disporre di prepararsi "a fare da soli", se necessario, l'insurrezione53.
Al tema della lotta all'attesismo, dell'organizzazione di lunga lena, delle lotte sociali e della insurrezione, come caratteristiche precipue impresse dai comunisti alla Resistenza italiana - "risultato dell'irrompere impetuoso delle masse popolari nella grande battaglia per la libertà e per l'indipendenza del Paese"54 - Secchia avrebbe dedicato altri lavori successivi55. Ma ancora nei suoi ultimi anni, la ripresa polemica, da parte della generazione del 1968, della tesi spontaneista contrapposta all'imbavagliamento staliniano imposto dal Pci alle forze popolari costrinse Secchia, vicepresidente dell'Insmli, a un aspro dibattito con i giovani studiosi del Gruppo di ricerca centrale dell'Istituto56.
Il testo del 1945 venne riproposto dal Pci, insieme con altri documenti, nel 1963, in occasione del ventesimo anniversario dell'inizio della lotta di liberazione. Il volumetto recava una "Introduzione" di Giorgio Amendola. Il solo fatto che essa fosse affidata a "uno come [lui], che aveva avuto una storia abbastanza burrascosa, durante la Resistenza, eterodossa, non normale secondo una certa classificazione"57, per di più ora protagonista del "rinnovamento del Pci", rivelava che non si trattava di una semplice riedizione tesa a ribadire una versione "ufficiale" del partito. Amendola infatti vi condensava una serie di considerazioni atte a promuovere un "esame critico dei fatti" per "dare della Resistenza un'immagine reale: la Resistenza come essa è stata, con le sue difficoltà, i permanenti contrasti di classe, le discussioni e le polemiche tra i partiti e nei partiti, i difficili rapporti con gli alleati e la lotta sempre vivace condotta da forze che pure erano unite politicamente contro i nazisti ed i fascisti, per assumere la direzione del movimento di liberazione e raggiungere determinati obiettivi politici"58. Lo schema del 1945 non veniva sostanzialmente messo in discussione, ma veniva immerso in una prospettiva più ampia e nello stesso tempo più minuziosa. Tra le altre cose, vi si prospettava un'articolazione all'interno del periodo fascista che grosso modo ricalcava la periodizzazione proposta da Togliatti nel 195159 e un problema di "consolidamento delle basi di massa" del regime, che avevano richiesto da parte del Pci "un difficile e incessante sforzo di rielaborazione della sua linea politica"60. Durante la Resistenza, all'interno del partito c'erano stati "contrasti politici [...] superati solo dall'urgenza della lotta"61. Ma essi risalivano a "turbamenti ed esasperate resistenze", suscitati già nel 1936 dagli appelli per "la riconciliazione nazionale" e "Largo ai giovani": "una grande politica, ricca di senso nazionale e di slancio unitario". Tali "comprensibili sentimenti [...] finirono col rendere più difficili gli sviluppi di una politica di unità nazionale"62. Era quindi implicito che anche i comunisti, nei primi anni di guerra, erano rimasti vittime della "lentezza e difficoltà della ripresa organizzativa dei partiti antifascisti"63.
Era la fine ufficiale di ogni storia ufficiale, del resto fatta tramontare da tempo nei fatti64. Ma era anche un pungolo a inserire l'azione dei comunisti nella Resistenza nel quadro dell'intera storia del partito e questa nell'ambito dell'intera storia dell'Italia contemporanea. Ammise più tardi lo stesso Amendola che "nello sforzo di respingere le critiche degli avversari siamo stati spinti a studiare meglio la nostra storia"65. Quasi certamente quello "sforzo" nasceva dalla proliferazione, promossa soprattutto dai socialisti di provenienza azionista impegnati nella costruzione del centro-sinistra, di "lezioni e testimonianze" sulla storia dell'antifascismo e della Resistenza, obliata fino ad allora anche dai programmi scolastici, che era seguita alla possente ondata di manifestazioni antifasciste del luglio 1960 contro il governo Tambroni ed era culminata in occasione del ventennale della Liberazione. Allora appunto erano riemerse molte delle antiche polemiche e recriminazioni tra i partiti antifascisti: "una nuova battaglia politica [...] attorno all'interpretazione dell'antifascismo ed al carattere e ai limiti della Resistenza"66.
Ma non si creda che l' "essenziale", per riprendere un termine tanto spesso adottato da Amendola, dell'impianto interpretativo di quella ormai lontana relazione congressuale venisse rigettato. Nel 1965 Longo ripubblicava integralmente "Un popolo alla macchia", senza nemmeno avvertire che si trattava di una riedizione. E Secchia ribadiva che gli "attori" della Resistenza si riducevano a tre: "la nuova classe dirigente", cioè il Pci (definito "attore principale, protagonista, forza motrice [...] che si pose arditamente alla testa della nazione")67; "i superstiti delle vecchie classi borghesi" (ai quali è facili ricondurre quelle "forze conservatrici" che pur essendo nei Cln, non potevano essere "considerate come protagoniste del grande moto insurrezionale"68), e gli anglo-americani69. A dieci anni di distanza lo stesso Amendola70 avrebbe sostenuto che quella relazione del 1945 "fornisce una versione dei fatti che, se va necessariamente integrata coi risultati degli studi storici, resta tuttavia sostanzialmente valida". Del resto anche lui condivideva appassionatamente con Longo e Secchia il rifiuto della tesi spontaneista e la rivendicazione del primato organizzativo dei comunisti, l'insistenza sull'importanza delle lotte di massa e sulla funzione dell'insurrezione armata nel sottrarre l'Italia al destino di divisione e di prolungata occupazione straniera riservato alle altre due potenze sconfitte nella seconda guerra mondiale, la Germania e il Giappone. E sempre a lui si deve lo sforzo di sintesi fra le interpretazioni sue e quelle dei compagni, con la sottolineatura, nella linea tenuta dal Pci, di "tre aspetti: la politica di unità nazionale; la strategia e la tattica della guerra partigiana; il rapporto tra lotta armata e lotta di massa"71.

Storia di partito

Solo alla pubblicazione postuma del "Promemoria autobiografico" di Secchia, Amendola trovò in una frase confidenziale di Longo del 195572 "la confessione di aver subito e non approvato la svolta di Salerno"73, come lui aveva fatto intendere già in "Lettere a Milano". Proprio lui, che, reo confesso di "oscillazioni" dopo l'8 settembre, nell'aprile del 1944, al suo arrivo a Milano da Roma aveva dovuto subire un vero e proprio processo dai due. Essi lo accusavano della "jacopata" di aver abbandonato di colpo il dottrinario Scoccimarro, dopo avergli tenuto bordone nel pretendere al ruolo di capo del partito in luogo del lontano Togliatti, coltivando per sé sogni ministeriali in vista dell'arrivo degli alleati e del rovesciamento del governo Badoglio. Con quest'ultimo lui, Amendola, aveva maneggiato da buon "figlio di ministro" per tutti i 45 giorni74. Proprio loro, che d'altronde avevano sempre tenuto a stabilire, che, come Amendola stesso aveva voluto riconoscere "ad un esame critico dei fatti", "non vi è stata sostanziale contrapposizione tra la linea seguita dal Pci in Italia, prima e dopo il 25 luglio e l'8 settembre, e quella affermata da Togliatti arrivando a Napoli, ma piuttosto un più coerente sviluppo, e sicurezza ed autorità di iniziativa politica, per tradurla in realtà e per dare ampia dimostrazione della funzione dirigente assunta ormai dai comunisti"75.
Riemergeva così nel 1979, con nomi e cognomi, il tema della "doppiezza", la quale, per Amendola, "non è stata una invenzione tattica di Togliatti, ma il risultato della sovrapposizione, non criticamente meditata, della linea di unità nazionale elaborata dall'Internazionale comunista dal VII congresso [del 1935] sulla vecchia visione di un'azione diretta per l'instaurazione della dittatura del proletariato"76. Questo giudizio fu poi attenuato grazie al libro di Longo del 1973, il quale, secondo Amendola, indicava che "pur nell'asprezza della controversia" tra i centri di Roma e Milano, "fossero in discussione i modi e le forme della politica di alleanza, ma non il principio stesso di questa alleanza"77. Ma Amendola lo riprese più aspramente appunto dopo la pubblicazione del "Promemoria autobiografico" di Secchia: per Longo e Secchia, fino all'aprile del 1944, "gli altri non contano nulla", ma "fortunatamente" arrivò la svolta di Salerno78. Del resto, l'abbiamo visto, sia Longo che Secchia rivendicavano a proprio merito la politica dei fatti compiuti per costringere anche "gli altri", attesisti o disorganizzati che fossero, all'unità e all'azione.
Già Longo79 aveva esortato a guardare a quel contrasto Roma-Milano al di là dei "dissidi personali". In quel punto infatti riemergeva tutta la storia del partito. "I fedeli della politica della 'svolta del 1929' erano i più, e i più qualificati - ha sostenuto, con qualche forzatura, Guido Quazza, - e per essi l'accettazione [...] della politica unitaria era stata già uno sforzo grandissimo; ora [nell'aprile del 1944] si sentivano come spinti su una strada inclinata, senza riparo, tanto da dovere [...] ricorrere [...] ad ogni sforzo di ragionamento per negare la natura di svolta strategica, quasi a salvare il salvabile di tutta una vita"80. Con la "svolta" del 1929-30, sulla scia del IV congresso dell'Internazionale comunista e del vero e proprio processo intentato dall'Esecutivo dell'Ic a Togliatti e Grieco, il Cc del Pcd'I aveva accolto le insistenti pressioni dei "giovani" Longo e Secchia ad abbandonare le "parole d'ordine intermedie" indicate al congresso di Lione del 1926, per cogliere la situazione rivoluzionaria che a loro avviso era maturata in Italia con la grande crisi e riprendere l'iniziativa politica di massa "nel paese". La situazione si rivelò tutt'altro che rivoluzionaria, nel giro di due-tre anni la linea "tutto verso l'interno" portò all'arresto di centinaia di agitatori e funzionari comunisti clandestini, compresi gli stessi Secchia e Amendola, e nel 1934, anticipando il VII congresso, la "tattica classe contro classe" abbracciata dall'Ic nel 1928, con connessa condanna del "socialfascismo", venne di fatto abbandonata per la politica di "fronte popolare" in Francia e in Spagna e il patto d'unità d'azione firmato dal Pcd'I col Psi. Longo, ricordava Amendola fin dal 196381, già nel 1932 era stato allontanato dalla direzione e spedito a Mosca, perché restava ostinatamente "schierato contro tutti gli obiettivi intermedi e contro la politica delle alleanze"82.
Quella "svolta" era stata dunque un errore? No, aveva risposto Secchia. Sì, ma..., rispondeva Amendola. Entrambi però motivavano la risposta con argomenti la cui somiglianza è impressionante per chi li sa antagonisti nella lotta interna di partito. Secchia: "[...] indipendentemente dalle analisi e dalle prospettive dell'Internazionale comunista, rivelatesi giuste solo in parte, noi in Italia avremmo dovuto compiere ugualmente la 'svolta' [...] Se fossimo rimasti durante quindici anni a operare soltanto o prevalentemente all'estero, non saremmo il partito che siamo oggi"83. Amendola: "Era un errore [...] Però era un errore provvidenziale, perché sulla base di quella prospettiva [condivisa anche da Giustizia e libertà], vi fu una mobilitazione di forze che permise al partito di riprendere piede nel paese, di sfuggire al destino di un partito di emigranti"84.
Era la teoria dell' "errore provvidenziale", che in Amendola assurse a tesi esplicativa di tutta la storia del Pci. Perché la stessa nascita del partito fu un "errore provvidenziale"85. Errore già ammesso dallo stesso Togliatti fin dal saggio del 1951, in quanto la scissione dal Psi "avviene a sconfitta già consacrata dai fatti", senza nessuna valutazione del pericolo fascista, che richiedeva il massimo di unità. Provvidenziale perché organizzò "centomila combattenti", che partivano "da una premessa: non siamo dei socialisti"86, cioè dei calabraghe davanti al fascismo. Errore provvidenziale fu l'abbandono dell'Aventino e il rientro alla Camera. Errore perché ruppe l'unità antifascista, provvidenziale perché impedì ai comunisti la frustrazione in cui caddero gli altri partiti con quella protesta senza sbocco e li preservò per le lotte future87. Errore provvidenziale fu "la linea, direi avventata", assunta nel novembre del 1926 dopo le "leggi eccezionali" e l'arresto di Gramsci, Scoccimarro e Terracini: "tutto come prima, tutto continua come prima". Errore perche provocò la "decimazione dei quadri", con la caduta di tutto il Centro interno guidato da Camilla Ravera. Provvidenziale perché "per la prima volta presentò alla classe operaia e agli antifascisti l'immagine di un proletariato che restava l'unica forza a combattere il regime"88. Ecco il motore propulsivo di quella teoria provvidenzialista: l'antifascismo. Il "difficile e incessante sforzo di rielaborazione della linea politica" del Pci era avvenuto "sulla base di un costante sviluppo di quella centrale motivazione antifascista che della linea del IV Congresso [Colonia 1931] era, in ultima analisi, la reale sostanza e la molla principale dell'azione dei comunisti"89.
"[...] gli eventi vanno giudicati non per le motivazioni che li hanno accompagnati, ma per le conseguenze che hanno determinato"90. "Quando la affronti, la storia, con questo sforzo di comprensione, allora diventa rasserenante"91. In questa idealistica filosofia della storia, che trascende la volontà degli individui e che non è molto dissimile - se non per la riconosciuta, e vissuta, durezza della lotta - dalla crociana marcia della Libertà, il Pci appare strumento di un fine superiore, che è tutto nella liberazione dell'Italia dal fascismo e quindi nella Resistenza, culmine e giustificazione dell'esistenza del partito. Funzionale a questo fine è la stessa convinta adesione del giovane figlio di ministro liberale, martire dell'antifascismo, al partito. Anzi, la marcia della libertà culminata nel ruolo di avanguardia svolto dal Pci nella Resistenza si incarna nella stessa storia familiare: "Mio nonno Pietro fu garibaldino [...] Mio padre fu democratico antifascista. Io sono comunista [...]: questa è la storia d'Italia, questa la via del progresso nel nostro paese!"92.
Secchia respingeva la tesi che la nascita del Pci fosse stata un errore perché "rompeva l'unità delle forze socialiste", ma anche per lui la motivazione principale era che "la lotta successiva contro il fascismo sarebbe stata condotta dal Partito comunista o non ci sarebbe stata affatto [...] Fu una necessità non soltanto di classe e per la classe [...] ma per la nazione intera"93. E per quanto riguarda "la svolta" al Cc del marzo 1930, per la quale attribuiva al "rappresentante della Fgci", cioè a se stesso, il merito di aver dato il voto di maggioranza in direzione "alle giuste posizioni politiche di Longo e di Togliatti", era "dell'opinione che, indipendentemente dalle analisi e dalle prospettive dell'Internazionale comunista, dimostratesi giuste solo in parte, noi in Italia avremmo dovuto compiere ugualmente la 'svolta' [...] Se fossimo rimasti durante quindici anni a operare soltanto o prevalentemente all'estero, non saremmo il partito che siamo oggi"94. Avesse anche lui avuto pretese di filosofo della storia, probabilmente Secchia avrebbe giudicato "errore provvidenziale" anche la preparazione insurrezionale della primavera-estate 1944, la "pianurizzazione" con cui, in prospettiva jugoslava, lui e Longo puntavano alla "presa armata del potere", alla "sconfitta della borghesia e del capitalismo": fallita per una precisa scelta strategica degli alleati, quella mossa costata una falcidia di eroi e di martiri fu la base dell'insurrezione di aprile e intanto forgiava i quadri di un partito diverso da quello "nuovo" teorizzato da Togliatti, legittimandolo a governare il paese95.
C'erano differenze su come svolgerlo, ma anche Secchia dunque era convinto del ruolo nazionale della classe operaia e del suo partito, su cui tanto insisteva Togliatti, svolto secondo Amendola perfino quando, non solo "per disciplina" ma con una propria "autonomia", il Pci aveva addirittura "precorso" le tesi cominterniste sulla lotta al socialfascismo96. E questo ruolo aveva anche per Secchia trovato consacrazione e verifica nella Resistenza e nella difesa contro il rigurgito fascista degli anni settanta. Come aveva scritto Longo: "Noi eravamo i patrioti, e perciò rappresentavamo lo Stato, la legge, la forza regolatrice della nuova vita nazionale"97.
Alle spalle di questa conciliazione tra ruolo rivoluzionario e ruolo nazionale della classe operaia (e del Pci) sta la lezione di Togliatti98. Non c'è solo mutuazione domestica del culto della personalità, nell'ampia citazione togliattiana che si trova al centro della relazione di Secchia del 195499: è una totale subordinazione culturale, culminante nella ripetizione pedissequa, ma senza virgolette, della definizione della Resistenza come "primo apparire della classe dirigente nuova alla testa della vita nazionale", poi tante altre volte ripresa. Già prima del suo siluramento, dunque, Secchia trovava lì che: "Non fu soltanto la svolta di Napoli [sarebbe poi invalso l'uso azionista di dirla 'di Salerno', con sottile allusione alla sede temporanea del governo Badoglio in cui i comunisti entrarono] che cambiò il corso delle cose. Fu tutta l'attività dei comunisti tra il popolo e nei contatti con gli altri raggruppamenti politici"; e che "la posizione presa da Togliatti sulla quistione del governo e della soluzione del problema monarchico, e che è coerente con tutta la precedente politica del nostro partito, apre di nuovo una via d'uscita e tutti si pongono sul cammino tracciato dai comunisti"100. La "svolta" del 1944 era dunque la rinnovata manifestazione di quel filo rosso che, secondo Amendola101, la legava nella storia del Pci a quella del 1929, grazie al rinnovato accordo tra Togliatti (e, allora, Grieco) da un lato e Longo e Secchia dall'altro. Già nel 1929-30, nell' "incontro tra la vecchia maggioranza del Cc [...] e i 'giovani'..." stava la concretizzazione dei "caratteri nazionali" che costituivano una "particolarità della linea seguita dal Pci" nei confronti dell'Ic102.
Il problema, semmai, era che l'Italia era "spezzata in due" dalla guerra e dalle due occupazioni straniere contrapposte103. Questo punto Secchia lo sviluppò a modo suo nel 1962 in polemica con Giampiero Carocci, che gli aveva attribuito un' "autocritica" dopo quella svolta "di Napoli"104: "non vedo perché avrei dovuto farla, dal momento che avevamo sempre seguito una politica di unità nazionale. Sarebbe difficile sottovalutare l'importanza della 'svolta' di Napoli e l'influenza che l'iniziativa di Togliatti ebbe sugli sviluppi della politica italiana", ma, si badi bene, soprattutto "a Roma e nei territori liberati, dove la situazione era 'bloccata' ed il contrasto tra i partiti antifascisti era diventato acuto sul programma istituzionale", mentre al Nord l'unità, come già abbiamo visto, non avrebbe impedito ai comunisti di fare l'insurrezione da soli105. Durante la preparazione di "I centri dirigenti del Pci nella Resistenza", Secchia avrebbe lamentato con Longo che questi volesse "sottolineare la funzione di guida che aveva Togliatti. Per cui ho scritto alcuni volumi (l'ultimo sulla guerra di Liberazione per far emergere la funzione che hai avuto tu)". Ma avrebbe premuto in particolare perché nella "Introduzione", tra le altre "modificazioni" che già gli erano state accolte, si correggesse anche la formula che qualificava la democrazia per la quale si battevano i comunisti: invece di "che Togliatti definì progressiva", si scrivesse "che fu definita progressiva", "sia per evitare di ripetere continuamente Togliatti, quasiché non si muoveva foglia senza il suo avviso, sia anche perché risponde meglio alla verità storica", in quanto tale termine era adottato anche dai comunisti di paesi in cui, guarda caso, avevano trionfato regimi socialisti: Jugoslavia, Polonia, Bulgaria, Romania106.
L'insurrezione, anche da soli, al Nord più la "svolta di Salerno" al Sud: ecco, secondo Secchia, la strada della "democrazia progressiva". Anche secondo Longo107 essa puntava a esiti più avanzati della sola liberazione nazionale cioè a "una situazione interna in cui fossero estirpate non solo le radici del fascismo, ma ogni possibilità di rinascita di regimi autoritari di tipo fascista". Quella strada però fu interrotta. Amendola riprendeva accortamente108 una pagina conclusiva del "Aldo 26x1. Cronistoria 25 aprile 1945" di Secchia, volta a negare che fosse mai stata coltivata da nessuno in Italia una "prospettiva greca", cioè la trasformazione dell'insurrezione contro i nazifascisti in insurrezione contro gli alleati e per l'instaurazione del socialismo, ma che invitava "tutti i partiti antifascisti, nessuno escluso", a esaminare "il vero problema politico": "se la vittoria della Resistenza e dell'insurrezione doveva significare la rottura del vecchio ordine [...] oppure rappresentare il ritorno allo stato prefascista ed in un certo senso la continuità anche di quello fascista. [...] Noi siamo sempre dell'opinione, espressa d'altronde dal Pci e dalle forze democratiche di avanguardia sin dagli anni 1946-48, che determinate posizioni non furono conquistate come avrebbero dovuto e altre già conquistate vennero abbandonate senza la necessaria lotta". Infatti, avrebbe scritto lo stesso Secchia qualche anno dopo: "La Resistenza non fu lotta per la rivoluzione socialista, fu però lotta per la conquista delle libertà politiche per gli operai, per i contadini, per i lavoratori, per le classi oppresse"109.
Questo, più che la "svolta di Salerno", è il vero punctum dolens in tutto il lavoro "storiografico" di Secchia. Ma sbaglia chi crede che Amendola non concordasse con lui: la "rivoluzione democratica e antifascista [...] non ha potuto essere portata a compimento, sino ad estirpare [...] dalla società italiana tutte le radici del fascismo"110. Solo che le altre "forze democratiche" - che si riducevano poi al solo partito socialista, visto che in esso era confluita l'ala del partito d'azione che condivideva lo stesso rimpianto, suscitato dal fallimento del governo Parri - il problema lo avevano risolto, addossando la colpa proprio alla svolta di Salerno e alle sue conseguenze111. "I traditori della Resistenza sarebbero, dunque, i comunisti che della Resistenza furono i promotori, gli organizzatori, i protagonisti più conseguenti!"112. È vero che anche Secchia tendeva ad attribuire, se non alla svolta di Salerno - un "colpo di fulmine che inceneriva il passato"113 -, alle sue conseguenze "romane" la responsabilità delle pastoie postliberazione. E la "confessione" di Longo incriminata da Amendola proprio a questo punto si riferiva: "Che ci vuoi fare, le cose sarebbero andate diversamente se i capi dei partiti, da Nenni a Togliatti e tutti gli altri, si fossero trovati anche loro nel Nord, alla testa della Resistenza"114.
Il rigurgito fascista degli anni settanta spingeva Secchia, in clima ormai di "compromesso storico", a ripetere, come dopo la sconfitta del 1948, che "la Resistenza accusa"[va] la Dc e gli altri partiti di avere, in sostanza, "tradito la Resistenza", come dettava il titolo di un'analoga raccolta di scritti postbellici di Longo, uscita nel 1975.
Con questa tesi, "per tanti aspetti semplicistica, della 'Resistenza tradita'..." Amendola non poteva concordare115. Quel titolo di Longo non lo convinceva: occorreva vedere chi avesse tradito la Costituzione, non la Resistenza116, la quale aveva raggiunto i suoi tre obiettivi: "la partecipazione autonoma dell'Italia alla guerra di liberazione, l'elezione della Costituente, la firma di un trattato di pace"117. Lo stesso Longo documentava che fin dal 1943 il Pci si proponeva "la creazione di una nuova democrazia, fondata sul confronto e sulla collaborazione dei legittimi interessi dei vari gruppi sociali e dei partiti che li rappresentano"118. Quanto ad Amendola, già nel 1943 "la formazione di una repubblica parlamentare mi sembrava l'unico obiettivo seriamente raggiungibile"119. Di più, allora, non si poteva fare. Perché? Qui si avverte il colpo d'ala che distingue, osando mettere in campo un fattore soggettivo, l'intellettuale grande borghese dai suoi compagni: l'elenco dei motivi era lungo, lo vedremo, ma - diceva "il figlio del ministro" - "potrei anche limitarmi a ricordare che giungevamo all'ultima prova stanchi, esauriti. Troppi morti, troppi sacrifici, troppe responsabilità"120.

Storia d'Italia

La stanchezza di una generazione di "combattenti" che aveva attraversato trent'anni di guerre, clandestinità, esilio, carcere, confino, e quella dell'intero paese "stremato"121 non poteva essere risposta sufficiente all'impazienza delle "domande che brutalmente ci pongono i giovani, 'perché non siete andati più avanti nel '45'..."122. Longo e Secchia da una parte, Amendola dall'altra rispondevano in modo diverso. Tutti e tre respingevano concordemente le accuse dei "piagnoni" - tra i quali prevalevano, come al solito, gli ex azionisti - coltivatori della "teoria delle 'occasioni perdute', secondo la quale il responsabile principale, se non unico, dei mancati sviluppi rivoluzionari, sarebbe il partito comunista"123 a causa del suo compromesso istituzionale. Ma i primi due non disdegnavano di far intendere di essere stati fermati non solo dai partiti moderati e conservatori, oltre che dall'occupazione alleata, ma soprattutto dal clima ministerialista subentrato, a liberazione avvenuta, per il prevalere del clima torpido del Sud, di cui era stata spia la mancata insurrezione di Roma124, al vento rivoluzionario che spirava nel Nord del triangolo industriale. Anche Amendola era consapevole che la Resistenza, minoritaria, fosse stata "un fatto urbano"125 e prevalentemente settentrionale e concordava col giudizio di Secchia126 che "particolarmente nel Sud [...] la debolezza del movimento antifascista organizzato si fece sentire". Ma in quelle critiche, che lo avevano toccato personalmente nell'aprile del 1944, sentiva "una punta di sufficienza nordista, inaccettabile perché chiaramente antinapoletana"127, e una sottovalutazione della "funzione di Roma nella realizzazione di una vera unità nazionale di tutta l'Italia": "[...] ma che cosa contava Roma di fronte a Milano, Torino, Genova, al triangolo?"128.
Egli dunque, senza respingerla frontalmente129, riteneva insufficiente quella tesi. Anche la presenza degli anglo-americani, su cui insisteva Secchia130, era spiegazione insufficiente131, così come il freno della pariteticità dei Cln, il governo di unità nazionale e il quadro bellico generale132. "È mia opinione che la ricerca dei limiti della rivoluzione antifascista e delle loro cause si sia, per troppo tempo, concentrato su quello che avvenne negli anni 1943-1945, o, al massimo, 1943-1948 [...] Bisogna invece andare più indietro, e studiare che cosa è stato effettivamente l'antifascismo [...] Ma ciò ci porta subito a ricercare [...] che cosa è stato il fascismo, il posto che ha occupato nella vita del paese, le sue origini, i suoi molteplici e contrastanti caratteri"133.
Amendola si soffermò in più occasioni su questi temi, di cui sintetizzava così i punti essenziali: "È nei limiti storici dell'antifascismo italiano, e nelle profondità delle radici fasciste, che bisogna ricercare le cause lontane che hanno permesso alla 'continuità' dello Stato di resistere"134. Quindi un primo blocco di motivi sta nell'impreparazione dei partiti antifascisti al momento del crollo del fascismo, avvenuto per iniziativa regia: essi si mossero solo dopo le sconfitte dell'Asse a Stalingrado e a El Alamein135. Perfino i comunisti, insomma, "in quel periodo 1927-1940 [...] non si trovavano a nuotare nell'illegalità come pesci nell'acqua, ma venivano rapidamente sbattuti a riva e presi nella rete della polizia"136, mentre nel 1942-43 erano sì "un passo più avanti degli altri", ma anche loro in ritardo137. Anche Secchia138 sottolineava la "debolezza del movimento antifascista". "Coloro che ancora oggi si ostinano a ricercare nella 'prudenza' di Togliatti o, peggio, nella rinuncia preventiva del partito comunista", in obbedienza a a Mosca, "le ragioni che hanno permesso al vecchio stato capitalistico e accentratore di riuscire [...] a conservare le proprie strutture fondamentali, farebbero bene a domandarsi in quali condizioni si trovasse l'antifascismo italiano ancora nel 1942"139.
Ciò rinvia al secondo blocco di motivi: le basi di massa del regime fascista. "Il riapparire in Italia [...], a trent'anni dalla vittoria della Resistenza, di un nuovo pericolo fascista, ripropone l'esigenza di un'analisi più accurata di quello che ha rappresentato il fascismo nella storia d'Italia del XX secolo"140. E viceversa: "Fare la storia d'Italia nel secolo XX significa fare anche la storia del fascismo e, contemporaneamente, la storia dell'antifascismo; due facce della stessa realtà"141. "Il fascismo non fu una malattia passeggera ma lo sbocco della storia italiana", di tutto un passato (ritardata unità nazionale, oppressione straniera, potere temporale dei papi, arretratezza dell'aristocrazia, ignoranza di enormi masse contadine, servilismo della piccola borghesia): insomma, come lo aveva definito Giustino Fortunato142, "la rivelazione di tutte le contraddizioni create dalla nascita recente di uno stato unitario e da un ritardato e distorto sviluppo capitalistico"143. Da qui la parziale accettazione del lavoro di Renzo De Felice, per "il valore di una tematica e di una documentazione"144, e la denuncia del ritardo nello studiare perfino "l'adesione al regime di Salò, e le sue molteplici e anche contrastanti motivazioni"145. Da qui anche la crudezza con cui nel 1972 il "rinnovatore del Pci" metteva il dito sulle responsabilità oggettive e soggettive di quanti avrebbero dovuto opporsi all'avvento del fascismo e sulla facilità della vittoria di quest'ultimo146. L'avvento del fascismo non era quindi addebitabile solo alla violenza squadrista, appoggiata dai "gruppi più reazionari del capitalismo italiano" con la connivenza regia, come dettava l'antica vulgata. Questa era stata ripresa appena l'anno precedente da Secchia in uno di quei suoi ambigui scritti divulgativi147 con cui - insieme con Giangiacomo Feltrinelli - alimentò di fatto, nonostante la sua reiterata e certamente sincera fiducia nelle forze democratiche dei lavoratori148, la diffusione fra i giovani degli anni settanta di una visione della lotta al fascismo risorgente come scontro violento, al quale occorreva essere preparati anche tecnicamente149.
Già dal 1951 Secchia aveva potuto apprendere l'accenno togliattiano alla profondità delle radici del fascismo, nel saggio da lui ampiamente citato in "I comunisti e l'insurrezione" (pp. 257-258). Se però riconosceva che il fascismo "fa parte della storia nazionale e della vita italiana", ciò era dovuto ai "tragici e luttuosi avvenimenti di cui è stato causa"150, in quanto esso restava pur sempre null'altro che il "dominio dei gruppi più aggressivi del capitalismo italiano, la dittatura del capitale finanziario"151. Egli quindi non era annoverabile tra quei "compagni del gruppo dirigente raccolti attorno a Togliatti" nei quali, secondo Amendola, era "sempre stato vivissimo il senso dello spessore reazionario accumulato nei secoli nella società italiana"152. Questo "spessore reazionario" non spiega soltanto la nascita del regime fascista, ma anche perché esso sia "riuscito per lunghi periodi a contenere nel suo seno le interne contraddizioni della società italiana, mantenendo una larga base di massa"153. Si trattava di una concessione alle tesi defeliciane che irritava grandemente a sinistra. Amendola insisteva sulla sottovalutazione, da parte degli antifascisti, degli sviluppi del fascismo e della capacità di innovazione del regime, di cui lui aveva avuto a suo tempo sentore dai fratelli e dai loro amici154 e poi conferma dai racconti di Remigio Paone155. Anche in questo campo, solo i comunisti, con i lavori di Grifone e Sereni, avevano studiato l'avversario156, mentre non si era riflettuto nemmeno sul Concordato: tra i cattolici nemmeno "i più avanzati" Saraceno e Vanoni, all'Università di Pavia con Morandi, avevano attinto a "una visione pienamente aggiornata"157.
Quello "spessore reazionario" spiegava anche altre due cose dolorose: il "...'morbo dell'antifascismo italiano', che è l'attesismo", manifestatosi già davanti alla prima guerra mondiale158; e la "duttilità" del fascismo, di cui si avvantaggiarono anche antifascisti sinceri (come Pavese, La Malfa, Basso)159 e che lo distingue dal nazismo160.
Così è potuto avvenire che "il fascista che ha aiutato l'antifascista a trovare un accomodamento, a sua volta ha trovato nell'antifascista chi l'ha aiutato ad accomodarsi dopo. Questa è la repubblica che abbiamo fondato"161. Cinismo? O rassegnazione?
"[...] invece, vinta l'insurrezione, erano la fondazione della repubblica e l'approvazione di una Costituzione gli obiettivi centrali"162. Per questo Secchia affermava perentoriamente già nel 1954: "La Resistenza è la Costituzione repubblicana"; ma, aggiungeva, "sino a quando la Costituzione repubblicana non sarà applicata in tutte le sue parti essenziali non potremo considerare realizzato il programma della Resistenza"163. La Resistenza fu solo "una prima manifestazione" della "rivoluzione democratica e antifascista", "iniziata nel fuoco di una terribile guerra [...] Le condizioni non permisero di raggiungere allora tutti gli obiettivi di rinnovamento"164. E Secchia: "[...] passi avanti sono stati compiuti", ma "molta strada rimane da percorrere per rinnovare l'Italia, per farne un paese [...] come fu scritto nella Costituzione"165. Dalle "più avanzate posizioni" conquistate durante la repubblica, aggiungeva Amendola, "spetta ora ai giovani partire per condurre a termine l'opera iniziata nella lotta antifascista e nella Resistenza"166.
Sono passati solo ventisei anni. Ma queste voci di "combattenti" ci giungono affievolite dalle remote lontananze di un'altra era. I giovani di allora sono anziani, anzi vecchi. E a stento ricordano quelle loro impazienti domande. Per loro lungimiranza di allora, o fortuna di oggi, i giovani attuali non gliele ripropongono.


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