Luca Perrone
Varallo: gli anni di guerra 1941-42
Il "foro Mussolini"*
"l'impegno", a. XXIV, n. 2, dicembre 2004
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Ėl mėrcà
dėl mąrtes1
Certamente i valsesiani sono stati tra i primi a bucare ulteriormente la cinta dei pantaloni con il cosiddetto ultimo
e disperato "foro Mussolini". La storica dipendenza della Valsesia da altre aree produttive e le crescenti difficoltà
dei trasporti sono le principali problematiche locali, responsabili del repentino peggioramento della vita in valle.
Durante gli anni 1941-42 la situazione alimentare subisce drammatiche svolte. La morsa della guerra si fa
sentire, subito, con decisione, e la lista delle merci contingentate e razionate cresce con il crescere del costo della vita.
A Varallo il battito economico dell'intera Valsesia viene avvertito con la massima intensità, dato che la città è
nodo di comunicazione fondamentale tra l'alta valle e la pianura ed è centro del più grande mercato della zona. Un
polmone economico che scambia i prodotti della montagna e dei comuni d'alta valle con i prodotti essenziali delle
campagne nella bassa, quali farina, riso, vino, ma anche latte ed altro. Il martedì piazza San Carlo, le vie ed i vicoli
limitrofi sono interessati da questa piccola fiera settimanale; la città diventa il ventre del mondo valsesiano e si popola di
grossisti della pianura, di ambulanti con i loro banchetti di merci, di donne chiuse nei loro costumi tradizionali neri:
"Le piazze, le vie, comprese quelle più contorte, brulicano di centinaia e centinaia di persone, specie del ceto
femminile, che, partite dai loro paesi la notte, dopo aver camminato una, due, tre, quattro ore con il cesto sulle spalle,
all'alba scendono a Varallo con il carico di cacio, burro, uova, frutta e verdura, con ogni ben di
Dio"2.
Ed è facendo un giro tra le bancarelle del
mėrcà dėl mąrtes, nell'estate del '41, che ci si rende conto di quanto la
crescita quasi esponenziale dei prezzi sia ormai incontenibile, il mercato poco controllabile e la borsa nera alle porte.
"A me piace il pomodoro. Niente di strano. A molti piace la birra, ad altri la poesia di Ungaretti, ad altri Isa
Miranda, a me piace il pomodoro. Ne ho veduto uno piccolo, minorenne, in un negozio. Mi han chiesto 2
lire. Un vero pomo d'oro"3, scrive il "Corriere Valsesiano". Ma se per il prezzo folle di un prodotto come il pomodoro scatta
l'ironia, sul rincaro di altri beni, considerati non rari, monta la rabbia: "Ho comperato il prezzemolo. Prezzo decuplicato.
Signori erbivendoli non venitemi a dire che la coltivazione del prezzemolo è diventata preziosa come quella del
tartufo, che manca il prezzemolo e che bisogna farlo venire
dall'Indonesia"4.
I commercianti, tra scarsi rifornimenti ed autentica malafede, impongono al mercato locale rischiose
oscillazioni sui prezzi dei beni di maggior consumo. Il Partito fascista si pone in primo piano, insieme alla polizia annonaria, in
questo braccio di ferro contro grossisti ed esercenti per applicare con decisione la strategia del calmiere. Ma non sono
solo grossisti e commercianti a giocare sporco, costano favolosamente anche i prodotti in arrivo dall'alta valle: "Non
si vuol denunciare i montanari che tirano a campare a fatica ma c'è gente capace di chiedere 50 lire al kg per una
gallina e 20 lire per dolci e uova. Non protesta nessuno perché dicono che è una grazia il trovare
qualcosa"5.
Il mercato di Varallo, in certe occasioni, si muove quasi all'unisono, tanto da far sospettare l'esistenza di
temporanee e locali strategie anticalmiere. Alla fine dell'agosto '41 il Comitato centrale prezzi ribassa il costo di frutta e
verdura del 20 per cento e frutta e verdura spariscono dalle bancarelle. Il partito interviene con decisione e la merce
ritorna sul mercato. Ma poche settimane dopo lo stesso gioco al rialzo viene applicato sulle patate ed il Pnf è costretto
ad intervenire nuovamente: "Dopo il periodo in cui comperare frutta significava volersi rovinare c'è stata la
parentesi delle patate introvabili, salvo con argomenti molto persuasivi, ma ora per l'intervento delle autorità di controllo
c'è tutto a prezzo buono"6.
Le vorticose oscillazioni dei prezzi sul
mercato locale sono dovute spesso alle scarse forniture di alcuni prodotti
di largo consumo. "La carne alimento ma anche
veleno"7 - titola la "Gazzetta" - sottolineandone con dovizia gli
aspetti alimentari più negativi. Nonostante i ripetuti inviti a non consumare troppa carne, davanti ai macellai varallesi, il
sabato, si formano file lunghissime. La stessa cosa accade di fronte alle latterie. La Valsesia non ha un allevamento di bestiame capace di coprire il suo fabbisogno ed anche il latte deve venire da fuori, dalla bassa, ma arriva razionato e spesso
in quantità insufficiente.
In campo alimentare l'inverno '41 segna momenti di svolta. In ottobre, dopo sedici mesi di guerra, il regime
decide di tesserare il pane. I giornali locali danno l'annuncio già a fine settembre ma, nonostante l'importanza, lo
relegano spesso in seconda pagina8, quasi per precauzione, ultimo atto di un cammino prudente verso il razionamento del
bene alimentare principe. Il provvedimento si impone perché - ed è lo stesso Mussolini che lo confessa sulla
stampa9 - il raccolto del '41 è stato inferiore all'anno precedente, anche se di poco. La razione di pane giornaliero viene ridotta
a 200 grammi base con tutta una serie di eccezioni che riguardano operai, manovali di lavori pesanti, conventizi,
gestanti e bimbi in età scolare. Si aspettano le reazioni da parte della gente e subito, dopo solo diciotto giorni, si fa
il punto della situazione, che risulta comunque meno preoccupante di quanto si pensasse. La gente rimane calma e
i paventati disordini non avvengono10.
Scende la razione di pane e salgono le quotazioni delle castagne. La stampa locale esalta a più riprese questo
frutto di bosco dolce, farinoso, gustoso e
raffinato11, definito cibo completo, sano, nutriente, digestivo al cento per
cento12. La Valsesia, perlomeno, è ricca di castagneti e da qui in avanti la gente dedicherà molto tempo e molte attenzioni
a questo economico frutto di bosco.
Nelle famiglie valsesiane i ragazzi vengono destinati alla raccolta delle castagne ed all'alba vengono spediti nei
castagneti non senza rischi perché, ormai sempre più spesso, i padroni dei terreni, se scorgono estranei aggirarsi per
il bosco, slegano il cane o tirano due
schioppettate13.
Alla fine dell'anno viene lanciata l'idea di fondare in Varallo una colonia agricola per incentivare la
coltivazione ortofrutticola, ma mentre i membri del Pnf locale aprono sull'argomento un improduttivo dibattito, nel quartiere
di Varallo Vecchio i padri missionari della Consolata preparano, con fondi della Banca popolare di Novara, il primo
campo valsesiano del cosiddetto "Grano della
vittoria" tipo "Tireremo
dritto"14. Il "Grano della vittoria", che fruttificherà
l'estate successiva, rimane solo una blanda iniziativa propagandistica e dalle relazioni del questore di Vercelli al capo
della polizia15, nei primi mesi del '42, emerge una situazione veramente gravosa per il continuo lievitare
incontrollato del costo della vita. I prezzi oscillano da un cento per cento ad un quattrocento per cento, anche per i beni di
consumo più comuni.
La popolazione reagisce mostrando ancora una certa tolleranza, ma qualche voce isolata di protesta si leva in
Valsesia presentandosi, per ora, anche sotto forma di lettera anonima: "Da tempo ci propinate il vostro solito bazar colmo
di tante cianfrusaglie: stelle e fiori e fanfare e teschi neri e bianchi e fanfare e canzoni e primavere [...] Ma l'intestino?
E la questione annonaria ad
esempio?"16. La lettera arriva al "Corriere Valsesiano" i primi di marzo e non è stata certo
la sola a giungere in redazione in quei mesi, come ammette lo stesso articolista che redige la risposta. Censurata in
gran parte, viene pubblicata volutamente per poter ribadire, nella risposta, le ragioni dei sacrifici imposti dagli eventi. Ci
si rivolge direttamente all'anonimo, definito con disprezzo "signor intestino": "[...] per il quale evidentemente anche
la patria deve essere una cianfrusaglia. Volete proprio che vi parli della questione annonaria. Bene: allora vi dirò che
di fame non si è mai morti, non si muore e non si morirà mai. Che quando si è in marcia e si deve arrivare alla meta
non sempre si può aver la minestra calda e che sotto la tenda non c'è il termosifone. E infine signor intestino [...]
mettetevi al collo una pietra, che vi possiamo offrire gratuitamente e senza tessera e buttatevi nella Sesia quando è in piena
e non se ne parli più"17.
Contro l'anonimo scrivente si usa la solita violenza verbale, ma nella riposta gli obiettivi economici a cui tende
la nazione sono eterei ed imprecisi i tempi per la vittoria ancora di là da venire, il richiamo rassicurante ai caduti
ormai inevitabile. Si evita accuratamente di sottolineare i toni antiregime che traspaiono evidenti da quelle poche righe e
si stigmatizza il reo come ricco borghese capriccioso. Anche alla propaganda ed alla retorica cominciano a mancare
gli argomenti.
Ma le lettere anonime sono l'ultimo dei problemi visto che ormai le stesse piccole calamità naturali di stagione
diventano fardelli pesanti per un'economia in forte crisi. Durante l'inverno '41-42 la Valsesia viene colpita da un
duro periodo di siccità che inaridisce i corsi d'acqua, creando difficoltà per l'approvvigionamento idrico civile. La
produzione di energia elettrica delle piccole centraline della valle crolla e le industrie locali, già gravate dalla scarsezza
delle materie prime, sono costrette spesso a ridurre le ore di lavoro. Inoltre, in giugno, un'imprevista e feroce
grandinata danneggia pesantemente le colture non solo locali, ma anche di parte del Vercellese e di quasi tutto il Biellese,
minando le principali zone di rifornimento
valsesiane18.
Nel gennaio '42 il vino, altro bene di consumo fondamentale, entra nel girone dei beni razionati subendo
aumenti, sparizioni momentanee ed un posto d'onore alla borsa nera. Dalle 2 alle 3 lire al litro sale alle 7 lire al bicchiere
mentre: "A non pochi km da Varallo si beve ancora vino a 5 lire al
litro"19 - si scrive sul "Corriere Valsesiano".
Il colpo di grazia arriva nel marzo del '42. Dopo la prima riduzione del pane a 200 grammi per persona
nell'ottobre '41, la razione giornaliera scende a 150 grammi, con le solite eccezioni riguardanti alcune categorie di lavoratori e
le gestanti. Non solo l'alimento principe scarseggia, ma anche la produzione dell'altro "pane" del Nord Italia, il riso,
già calata nel '41, entra in crisi nel corso del '42 soprattutto per carenza di manodopera. La federazione č costretta
a rastrellare personale femminile per la semina ed il raccolto del prezioso cereale anche dalle fabbriche della
provincia, comprese le filature Rotondi e Grober di
Varallo20.
Intanto, nel marzo del '42, scoppiano incidenti per il pane a Matera ed a Venezia e nelle prefetture si attivano
provvedimenti di vario genere per intervenire nelle aree più disagiate delle province. A livello locale, il segretario
provinciale fascista Cabella insedia come capo dell'Ufficio di fondo valle il senatore Carlo Rossini di Valgrande.
Rossini di Valgrande era già allora personaggio conosciutissimo nel Vercellese, Novarese e Valsesia. Attraverso
denaro e continui contatti con associazioni e privati, la sua presenza nel territorio è capillare e costante ed il suo ruolo
di mediatore tra centro e provincia essenziale, come essenziali sono i suoi contatti a Roma. Con l'arrivo di Rossini
l'Ufficio di fondo valle rinasce a nuova vita.
Fondato nel 1935, l'ufficio aveva ricoperto compiti di coordinamento tra i diversi comuni della Valsesia, quasi
una comunità montana in nuce, ma il suo scarso peso economico ed il notorio campanilismo dei podestà valsesiani ne
avevano impoverito ruolo e potere. Sotto la guida di Rossini il piccolo ente diviene il coordinatore principale nella
distribuzione delle merci che dalla provincia raggiungono la Valsesia, si occupa di assistenza e coordina in gran parte
l'operato dei piccoli comuni d'alta valle. Rossini si insedia il 2 maggio del '42 portando in dote 200.000 lire messe a
disposizione dalla Banca popolare di Novara, che vengono subito assegnate alle famiglie bisognose. Nella riunione
successiva, a cui partecipano tutti i podestà e le autorità fasciste della zona, Rossini sottolinea ed analizza i punti deboli
principali nell'economia del compartimento valsesiano e, nell'ordine del giorno, l'argomento più dolente risulta essere
quello delle difficoltà dei trasporti con Novara e Vercelli.
Le comunicazioni sulla linea ferroviaria Novara-Varallo sono ormai limitate a tre corse giornaliere ed i
collegamenti su strada con il capoluogo di Vercelli sono divenuti problematici, tra mancanza di carburante e requisizioni di
automezzi. La questione dei trasporti diventa sempre più pressante in un'area così dipendente dai rifornimenti della
pianura e le autorità, scrivendo direttamente al ministro Commi, cercano di ottenere alcune esenzioni dalle misure
restrittive vigenti per la circolazione. Ma all'Ufv si coordinano anche le distribuzioni degli alimenti, la vendita di
mangime a prezzo calmierato, l'assegnazione del bestiame ed altro e si inaugura, come in tutta Italia, una campagna per
l'aumento delle aree coltivate attraverso premi in denaro ed incentivi di vario genere.
Rossini, coadiuvato dal nuovo podestà di Varallo Giuseppe Osella e dal neo segretario del Pnf locale Moreschi,
cura con attenzione l'interesse della stampa per il suo operato, che risulta soprattutto di natura
politico-propagandistica, visto che i beni disponibili e distribuibili saranno sempre più scarsi. L'impressione è che si confidi soprattutto
nei prestigiosi agganci del conte con Roma, ben evidenziati sulla stampa locale, ad esempio nel caso della annunciata
visita del ministro Bottai in città. Bottai, che Rossini conosce personalmente, non giunge mai a Varallo, ma i due
si scrivono spesso su varie questioni, come gli esoneri dal servizio militare per i lavoratori agricoli di montagna o
gli sgravi fiscali previsti per le aree più depresse del paese.
In questi momenti di difficoltà si rivela totalmente la struttura dei rapporti di potere all'interno del partito,
soprattutto in estrema provincia. Oltre alla linea gerarchica ufficiale vi sono una serie di relazioni a carattere personale
che sono ampiamente istituzionalizzate, ricalcando ed esaltando il ruolo del patronato locale ottocentesco. La pratica
delle relazioni interpersonali aumenta di rilievo a discapito delle vie gerarchiche ufficiali e sarà caratteristica
dell'arcipelago di grandi e piccoli potentati che caratterizza il periodo di Salò. Lo Stato, sempre più indebolito ed incapace
nel far fronte alle continue emergenze, si ritira progressivamente lasciando spazio all'iniziativa dei singoli ed il
nuovo segretario del Pnf varallese, Moreschi, forse raccomandato dallo stesso Rossini, scende personalmente a luglio in
Monferrato per migliorare gli approvvigionamenti e ridurre i
prezzi21.
Non si ha il resoconto di quel viaggio, ma si possono ben immaginare i contatti diretti avuti dal segretario con
aziende agricole, grandi proprietari e grossisti, in una delle aree polmone nell'Italia nordoccidentale.
Non potendo aumentare i rifornimenti si cerca di colmare il generico clima d'impotenza attraverso la costituzione di organi gestionali di
vigilanza e le Commissioni comunali per il controllo dell'alimentazione vengono rese operative anche a Varallo alla
fine dell'agosto '4222, ma la situazione non migliora di certo. Non solo ma, nonostante le ripetute richieste dello
stesso Rossini, in Valsesia aumentano i prelevamenti di bovini che depauperano il magro parco bestiame della valle, ed
inevase rimarranno le promesse d'aumento per la razione settimanale di carne. Al posto della carne i valsesiani
mangiano il sangue di bue che, una volta cotto, viene confezionato in pani e tagliato a
fette23.
Le cronache di Questura segnalano per la fine del 1942 il diffuso malcontento dovuto alle tragiche condizioni
alimentari ed alle preoccupazioni per le gravi insufficienze di combustibile con cui si dovrà affrontare l'inverno
incombente.
L'arraff24
Dalla fine del 1940 si controllano a vista orti tradizionali ed orti di guerra, stalle, pollai e frutteti. A Varallo e in
valle la fame serpeggia con sempre maggiore intensitą e lo rivela, durante gli anni '41 e '42, l'aumento di una certa
tipologia di furti.
Si continuano a rubare denaro e preziosi, ma cominciano ad essere presi di mira i negozi di
commestibili25, aumentano i furti di galline e si ruba combustibile come il carbone vegetale o la
legna26.
I campi sono presi d'assalto: "Come nei paesi vicini anche nel nostro c'è una processione continua da Varallo e
Quarona di veri ladri che entrano nei campi, nelle vigne, nelle selve castanili e la fanno da padroni. Si caricano e se
ne vanno indisturbati. Eppure sarebbe così facile un po' di controllo al ponte di Crevola e sui ponti
Doccio-Quarona"27.
Aumenta considerevolmente la pratica antica del bracconaggio. Sui fiumi operano pescatori di professione,
spesso sostanzialmente dei disoccupati che si danno all'attività venatoria per sbarcare il lunario. Nei torrenti si pesca di
frodo addirittura con il tritolo, come accade nell'Artogna, torrente in alta valle, nel settembre '41, quando un gruppo di alpinisti stupiti vede alzarsi dal torrente grandi colonne d'acqua seguite da tremendi
boati28.
Anche per la caccia i controlli aumentano considerevolmente, ma
non si vuole ammettere che il fenomeno
bracconaggio cresce. La direzione della Riserva comunale di caccia vuole "assicurare alla
giustizia quei pochi e testardi e sperduti bracconieri" ma, per catturare quei "pochi", assegna taglie di 100 lire a chi segnala e fa prendere il bracco, di 40
lire a chi segnala una tagliola e di 20 lire per ogni laccio
trovato29.
La comunità varallese chiede a gran voce l'arresto dei ladri che, a novembre del '41, rubano alcune cinghie di
trasmissione in una segheria, mandando a spasso una trentina di operai. Anche di fronte a queste richieste di
giustizia immediata spesso la reazione delle autorità è dura, almeno all'inizio. Pene esemplari sono comminate ad esercenti
che truffano o sottraggono beni per rivenderli al nascente mercato nero ed una donna proprietaria di un negozio di
chincaglieria viene condannata a tre anni di reclusione e 500.000 lire di multa per aver imboscato alcuni pezzi di sapone
da toilette e del filo da
cucire30.
Il bilancio di fine anno comincia ad essere davvero preoccupante e la stessa Benemerita confessa di essere in
difficoltà quando si lamenta di un certo clima omertoso presente nella cittadina: "Quando l'Arma dei carabinieri
pretende di sapere, per mettersi sulle piste opportune, il nome di qualche persona sospetta o almeno dei dubbi, allora
generalmente acqua in bocca e silenzio. Mentre in privato si parla e di persone sospette e di dubbi. Si ricordi che l'Arma dei
carabinieri ha l'obbligo del segreto professionale per chi denunzia o significa dei dubbi. Nessuna paura
perciò"31.
Nonostante gli sforzi delle autorità le vie del mercato nero, intermediari e fornitori, si vanno ormai definendo.
Nel dicembre '41 viene arrestato a Varallo un borsaro nero di Briona. Nella valigia sequestrata i Cc trovano farina e
riso che il borsaro scambiava soprattutto con burro dell'alta valle.
Varallo, Briona e zone limitrofe sono un tragitto classico per i varallesi in viaggio nella bassa per
l'arraff, in gergo il "trafficare arraffando" alla borsa nera.
Ma il borsaro nero, dipinto dalla propaganda con ghigno furbesco e valigia, risulta presente soprattutto nei
primi mesi di guerra e nel successivo periodo resistenziale.
Nel '42 si preferisce scendere quasi sempre nella bassa, saltando gli intermediari e contattando direttamente i
produttori. I varallesi partono a notte fonda in bicicletta, di solito in due persone, e percorrono dagli ottanta ai cento
chilometri per viaggio, tra andata e ritorno, trasportando nella bassa formaggio e burro da scambiare con altra merce.
I viaggi sono rischiosi. Si parte di notte e si torna la notte successiva, cercando di evitare le numerose pattuglie dei
carabinieri che controllano le vie principali. La Benemerita sequestra tutto quello che riesce a scovare, ma quando
va bene si torna a casa con 20-25 kg di merci a testa, con risone, patate ed intere batterie di
pulcini32.
Le mete più note sono paesi quali Briona, Lenta, Buronzo, Fara, Ghemme, Rovasenda insieme ad altri centri
agricoli posti tra le grandi città di Novara e Vercelli ed i contrafforti della valle. Qualcuno, più audace, attraversa il
Ticino e si rifornisce nei comuni brianzoli al di là del fiume, come Bellinzago. Spesso però ci si sposta in treno, mezzo
più veloce anche se più rischioso e controllato, ma, d'altronde, bisogna battere la concorrenza che affluisce numerosa
nella zona del riso. Nel giugno '42 la squadra annonaria della Provincia di Vercelli comunica di aver arrestato un
centinaio di persone provenienti dalle province di Novara, Varese e
Como33.
Ma se per il riso ed altri beni quali verdura, uova, latte, è possibile compiere il porta a porta tra le cascine della
bassa, per prodotti come la carne l'iniziativa è ancora in mano ai borsisti neri, praticamente i grossisti ed i macellai,
che gestiscono un traffico clandestino meglio organizzato con propri magazzini e punti vendita. Nel gennaio '42
viene scoperto un traffico di maiali gestito da nove persone che macellavano i suini e ne confezionavano le carni
clandestinamente. I salumi venivano poi venduti a 24 lire al kg, praticamente tre volte il loro prezzo ufficiale, ma la notizia
più preoccupante e che nel traffico sono implicati tutti i macellai della vicina città di Borgosesia, nessuno
escluso34.
Non è solo il ramo alimentare che incentiva il crimine organizzato. Un altro bel colpo i carabinieri lo mettono a
segno con l'arresto di otto persone che, capeggiate da un gioielliere, curavano un traffico d'oro ammontante a diversi
milioni. Il metallo prezioso veniva acquistato in Valsesia dai privati e rivenduto ad alcuni "collezionisti" nel Biellese.
Ma il fatto di cronaca più efferato in quegli anni di guerra risulta il caso del "Biondino".
Seguendo la scia di una serie di furti e successivamente all'arresto di cinque ladri, nel dicembre del '41 la
Benemerita scopre l'esistenza di una vera e propria banda ed a risalire direttamente
al capo, Enrico Biondini di Varallo, scultore in legno, disoccupato. Durante la perquisizione dell'appartamento, il
Biondini reagisce con violenza e, pistola alla mano, dopo una breve e violenta sparatoria, ferisce gravemente il
maresciallo maggiore, comandante della stazione locale, e il giovane appuntato al seguito. Lo stesso Biondini rimane colpito
ad una gamba, mentre entrambi i militari muoiono successivamente in ospedale. La refurtiva recuperata si aggira
sul mezzo milione, frutto di oltre una ventina di furti a privati e ad enti. Una decina di persone vengono arrestate
nelle settimane seguenti, la maggioranza proveniente dall'ambiente operaio, tra cui cinque donne, e gli inquirenti
collegano alla banda tutta una serie di furti eccellenti commessi negli ultimi due anni, soprattutto in
Varallo35.
La vicenda, maturata in un clima generale di crescente illegalità, è collegabile alla gravosa situazione economica
e la preponderante natura operaia della
gang ne è un segnale importante. Tutta la città tributa ai due militari uccisi
solenni funerali e nella memoria dei testimoni di quei giorni il caso del "Biondino" rimane simbolo emblematico
del clima di quei tempi gravosi, in cui il senso civico cittadino perde piano piano terreno a favore dello spirito di
sopravvivenza.
In pieno spirito di sopravvivenza, nell'inverno '42, si ruba di tutto: conigli, burro,
formaggio, patate: "Dopo le patate e le castagne si incomincia a far la posta ai cavoli, alle zucche, alle fascine di legna e a quanto capita sotto mano.
Comprendiamo benissimo che sono i tempi duri che portano a queste cose però non bisogna dimenticare che il furto è
sempre una colpa"36, scrive la "Gazzetta della Valsesia".
Praticamente si vive in un clima di crescente illegalità confermato dalla Questura di Vercelli, alla fine del '42,
quando segnala al prefetto la situazione di progressivo isolamento delle forze di polizia. I carabinieri si lamentano
perché nelle questioni di carattere politico ed
annonario37 la gente non collabora ormai più con le forze
dell'ordine, mentre inizia a crearsi quella subcultura dell'illegalità che tanta importanza avrà tra pochi mesi per il movimento
resistenziale.
Due donne in ottobre sono sorprese, di notte, a rubare cavoli in un campo di una frazione di Varallo. La guardia
giurata che le ha colte sul luogo del misfatto le condanna ad un versamento in beneficenza all'Opera maternità ed
infanzia38. Attivare i normali canali di giustizia per questi reati significherebbe, ormai, mandare in galera mezza città.
| |