Luca Perrone

"In un'atmosfera gravida di incognite è sorta l'alba del nuovo anno"*



"Da par tut a l'è sut sora"1

È il gennaio del 1940. La comunità varallese segue già da quattro mesi, attraverso le testate dei giornali nazionali e locali, la cronaca della guerra in corso, i resoconti del blitzkrieg tedesco in Polonia, esaurito nel giro di poche settimane e la lunga e cristallizzata drôle de guerre sul fronte occidentale.
L'orizzonte politico che si delinea all'inizio di quell'anno crea più di una perplessità sui destini della nazione. "In un'atmosfera gravida di incognite è sorta l'alba del nuovo anno 1940" scrive esplicitamente la "Gazzetta della Valsesia", pur sottolineando la solidità d'intesa dei due grandi poteri nazionali: l'impero del duce e del re "e l'altro impero, spirituale e divino che è la Chiesa cattolica"2. Le incognite sul futuro vengono accresciute dalla posizione ufficiale del Pnf nelle direttive che Ettore Muti, segretario nazionale, rivolge ai segretari federali. Le parole del segretario sono intrise di attendismo interventista e dipingono un'Italia praticamente sul piede di guerra "pronta nei mezzi e soprattutto nello spirito"3; qualche metro più in là rispetto ai tentennamenti mussoliniani caratteristici della prima fase di neutralità, ma che si stanno sviluppando in senso sempre più germanofilo.
In quel gennaio del '40 Varallo, come del resto tutta l'Italia, sta a guardare. L'attenzione dell'opinione pubblica si concentra sull'anomalo conflitto russo-finlandese e, sul "Corriere Valsesiano", un articolo dal titolo "Anima dei Finlandesi e intestino dei Russi"4, rivela le simpatie che circolavano, l'anno prima, forse anche tra molti giovani valsesiani, nei confronti di quello strano conflitto nel conflitto che accomunava, in simpatie, avanguardisti italiani e giovani francesi ed inglesi. Uno sguardo tra l'apprensione e la curiosità viene rivolto, invece, al fronte francese dove, vis à vis, due degli eserciti più potenti del mondo si fronteggiano senza affrontarsi.
Intanto in provincia di Vercelli, in quel periodo, i conflitti sono solo politici. Nel Partito fascista vercellese i primi mesi del 1940 sono scanditi da importanti sommovimenti ai più alti livelli che si concludono a marzo, quando il segretario Paolo Zerbino, futuro braccio destro del duce nella Repubblica sociale, passa il comando a Giuseppe Cabella, andando a dirigere la Federazione di Alessandria.
Giuseppe Cabella, "squadrista, marcia su Roma, volontario in Africa Orientale ed in Spagna, comandante della squadra d'Azione 'Silvestro Baiardi' di Novi"5, rinnova in breve tempo parecchio personale politico nel partito, dall'intero direttorio provinciale dell'Opera nazionale dopolavoro al segretario dell'Unione provinciale fascista dell'agricoltura, ad altri. Il fascismo varallese viene toccato in piccola parte da quel mutamento dinastico locale e vede cadere la testa di qualche caposquadra, del consultore amministrativo di partito e soprattutto della segretaria del fascio femminile. Il nocciolo duro del fascismo varallese, gravitante intorno al segretario Luigi Morera, non viene intaccato. Il Partito fascista di Vercelli aveva già attuato un cambio della guardia nel 1938, quando Luigi Morera era subentrato al posto di Fabio Mari che, a sua volta, aveva sostituito, due anni prima, Oscar Zanfa, direttore del "CorriereValsesiano".
Luigi Morera, professore di Lingua e Letteratura francese a Le Mans e grande sportivo, assume la carica di capo del partito varallese e successivamente quella di ispettore federale, sotto un segretario provinciale che cura con particolare attenzione l'immagine pubblica dei suoi sottoposti. A Morera basterà l'essere stato visto una sera a passeggio verso la Crosa in gentile compagnia6 per ricevere dal segretario provinciale l'unico richiamo verbale della sua carriera.
Morera andrà a ricoprire la carica di segretario della Sezione Cai, della Società di incoraggiamento allo studio del disegno e della Società per la conservazione delle opere d'arte in Valsesia.
Il nuovo segretario opera a pieno titolo su Varallo ma dipende, come tanti altri segretari locali, dalle gerarchie provinciali, tra cui spicca in loco il conte Rossini di Valgrande, che diverrà regista della politica fascista locale negli anni di guerra, in posizione strategica tra amministrazione provinciale ed enti locali, rafforzata da contatti altolocati in Roma.
Rossini, combattentista di tendenze liberal-monarchiche, deputato valsesiano nel 1920-21, poi sottosegretario alle poste ed in seguito senatore, ricoprirà incarichi direttivi all'Ente risi, alla Banca popolare di Novara ed all'Ospedale e ben rappresenta il fascismo di toga della seconda ora, a cui Mussolini sacrificò lo squadrismo. "Rossini di Valgrande veniva a Varallo tutte le settimane e scorrazzava avanti e indietro per la Valsesia" - racconta Gianni Nascimbene, all'epoca padre responsabile dell'oratorio di Sottoriva. "Il conte era praticamente un satrapo. Era quello che in ultima istanza diceva sì e no. Teneva a bada tutto il Novarese ed il Vercellese. Consideratissimo nelle alte sfere perché racimolatore di consenso, ed il consenso si comperava allora, come un genitore che compera con il denaro l'affetto dei figli"7.
Sotto il controllo di Rossini, Morera reggerà le fila del partito varallese sino al febbraio del '41. Un partito forte, organizzato in cinque settori, suddivisi in tutto in undici nuclei8, con l'appoggio ufficiale da parte di quasi tutta la popolazione ma che, in realtà, può contare su di una cinquantina tra credenti ed attivisti9.
Al di là di qualche piccolo scossone, il Pnf varallese s'impegna a fondo nei diversi settori della vita quotidiana cittadina attraverso un'attività continua che, seguendo lo slancio nazionale del partito, punta ad una più radicale militarizzazione della società, ispirata dai fortissimi venti di guerra che soffiano sul continente. Ne è un segno l'inquadramento in plotoni dei cosiddetti "volontari d'Italia", degli ex volontari della grande guerra, d'Africa e di Spagna, che in città si attiva già in quei primi mesi del '41. Un abbraccio ideale transgenerazionale tra combattenti, sottolineato retoricamente dalla recita "Chi non saprà morir", imbastita dalla compagnia teatrale locale "Filodrammatica Calderini" nel teatro Sottoriva, praticamente l'oratorio parrocchiale. La recita rievoca le gesta dei legionari nella battaglia di Guadalajara, durante la guerra civile spagnola, riscuotendo "schietta rispondenza tra gli ascoltatori"10, soprattutto studenti. E proprio agli studenti si rivolgono le attenzioni della Gioventù italiana del littorio, diretta in loco sempre dal segretario Morera. Le attività dell'ente fascista si articolano in più piani. In quell'inverno le classi 1919 e 1920 sono chiamate a sostenere gli esami per i corsi premilitari, intanto gli avanguardisti e i giovani fascisti si confrontano nelle gare di sci sui prati della "barca" in frazione Verzimo, a nord di Varallo, e si temprano naturalmente nei saggi ginnici del sabato in piazza Ferrari, di fronte alle scuole.
La sezione femminile della Gil indice invece "Conversazioni di cultura fascista", indirizzate alle giovani fasciste ed alle giovani italiane, ed inoltre organizza un corso di cucito e ricamo "per preparare alla vera vita della donna Italiana fatta soprattutto di casa e lavoro"11.
Ma il successo di queste iniziative non è affatto assicurato, se la direttrice della Gil femminile, la bella e proterva novarese Pina Besozzi, memore di precedenti fiaschi, sentenzia: "Farebbero bene a venire anche le ragazze che hanno terminato la scuola e che credono di avere ultimato i loro doveri verso il partito"12. Il partito esige troppa attenzione e spesso si "bigia", una volta concluso l'obbligo con acclusi i relativi controlli sull'attività doposcolastica degli alunni.
Ad interessare il partito, però, sono anche mamme e sorelle maggiori delle giovani fasciste ed anche la sezione femminile propone alle iscritte un buon ventaglio di attività. La donna varallese può intervenire in febbraio al "2o Corso di preparazione della donna alla vita coloniale" al quale, si precisa, "possono partecipare anche le non iscritte al Partito"13 ed in cui si insegna geopolitica, igiene tropicale, puericultura ed altro. Ci sono, poi, i concorsi indirizzati soprattutto all'aspetto rurale ed autarchico del lavoro femminile, come quelli per il miglior pollaio o la migliore conigliera.
La presenza della Gil nel tessuto cittadino risulta costante e quotidiana ed il monopolio che possiede sul doposcuola è quasi totale, se si esclude l'opera dell'oratorio parrocchiale, ancora viva e popolare, e quel po' di iniziative che riesce a mettere insieme l'Azione cattolica, anche se lo spazio d'azione della Chiesa risulta assai ridotto.
"Certo che le organizzazioni come l'oratorio o l'Azione cattolica funzionavano ma se tu uscivi sulla politica avevano tutti paura" - racconta Nascimbene. "La Chiesa stava silenziosa e quieta ed il fascismo era trionfante ed aveva avuto il consenso di molti cattolici"14. Padre Enrico Allovio, direttore della "Gazzetta della Valsesia", preside del collegio D'Adda e del liceo classico, con il prevosto don Bertolino, è abbastanza aperto al fascismo. Un'apertura supportata sia dal conservatorismo del vescovo Castelli sia, in seguito, dalle simpatie filoregime di mons. Ossola, uomo duro e sanguigno, cappellano degli arditi con esperienze in Etiopia, successore di Castelli nell'agosto '43.
Ma non tutto il clero varallese è favorevole al fascismo. Padre Romerio ne rappresenta la parte dissenziente, che mal vede le recenti leggi razziali e che agita sotto sotto l'Azione cattolica per pungolare, quando possibile, il partito unico. "Ma il partito voleva primeggiare. I fascisti combattevano in sordina con l'Azione cattolica che mal sopportavano"15 - racconta ancora Morera.
Al di là di piccoli e grandi conflitti cittadini la guerra, quella vera, entra a Varallo passando dalle borse della spesa, attraverso le prime limitazioni dei generi di consumo maggiormente legati alle importazioni, quali zucchero e caffè. I due prodotti sono stati razionati subito, allo scoppio del conflitto mondiale, quasi per motivi più propagandistici che logistici. Si cerca di fare accettare le restrizioni alimentari agli italiani attraverso applicazioni quasi indolori in un gioco ambiguo di sparizioni e ritorni, timide limitazioni e tagli più decisi, che durano solo sino a qualche mese dopo l'entrata in guerra della nazione.
Spesso alcuni generi dapprima spariscono, poi tornano razionati ed infine si trasformano in stranissimi surrogati. Il caffè, infatti, subito razionato con vigore dal Ministero delle Corporazioni, quasi sparisce, dopo l'inizio delle ostilità tra Polonia e Germania, ma riappare in circolazione in gennaio e sui giornali viene salutato con un'esultanza che tradisce, sotto sotto, una certa volontà di ripristino della normalità e giustifica la prudenza con cui il regime applica le restrizioni alimentari nei primi mesi di guerra.
"Torna il caffè" - titola il "Corriere Valsesiano". "Fulminea e ossessionante è corsa la voce del prossimo ritorno al caffè e dai monti e dal piano prorompe il benvenuto al grande esiliato che torna"16. Ma intanto già da quel gennaio '40 l'Ufficio provinciale delle corporazioni di Vercelli dà il via alla distribuzione delle prime tessere annonarie, con tanto di spiegazione per il loro utilizzo ben propagandata su manifesti e giornali locali. "Vale solo per il caffè" - si affrettano a precisare le autorità provinciali - "e non deve sorprendere perché già lo si sapeva dal censimento del 10 ottobre"17 - ribadiscono, consapevoli che un simile provvedimento possa sollevare preoccupazioni di vario genere.
Agli ispettori politici valsesiani radunati a Vercelli il segretario federale Zerbino consiglia di aumentare nella propaganda i toni antiborghesi, antidemocratici ed antibolscevichi, raccomanda di vegliare ed aiutare i lavoratori, ma soprattutto ordina di colpire senza pietà accaparratori ed incettatori. Difatti il razionamento comincia a divenire un tema scottante su cui inizia a battere, in tono preventivo, una certa propaganda d'ispirazione prefettizia. Gli obbiettivi sono proprio gli accaparratori, subito elevati al rango di nemici interni, ed eventuali incettatori di carte annonarie, in special modo i rivenditori di caffè e di zucchero. E lo zucchero diviene l'altra grande vittima dell'annona e, dal 1 febbraio '40, viene limitato a mezzo kg per persona.
Ma non è solo sulla giusta distribuzione di questi due prodotti che si incentra l'attenzione delle autorità preposte; anche il problema del combustibile comincia ad emergere prepotentemente. Sulla "Gazzetta della Valsesia" compare un pezzo a cui, probabilmente, avevano fatto eco le proteste di diversi varallesi: "Chi va per acquistare legna da ardere dai commercianti si sente dire che la legna se la si vuole è verde, altrimenti non c'è. Ci consta che da Varallo e dalla Valsesia partono camionate di legna secca, di faggio, e di autotreni con rimorchio giornalieri, ma al minuto, sul posto, si vende legna verde. Vendere legna verde al posto di quella secca non è onestà, è abuso che va stroncato"18.
Intanto a febbraio scatta la nuova imposta sulle entrate, che aumenta di 20 centesimi la maggior parte delle merci in vendita al minuto e porta lo zucchero ad un prezzo maggiorato di 40 centesimi al kg, mentre il caffè aumenta di 50 centesimi. Decisione criticatissima nelle stesse gerarchie di partito a cui si cerca di rimediare da subito e, a fine mese, viene rettificato il tiro, assicurando dosi supplementari di zucchero almeno agli ammalati ed ai bambini. Naturalmente sia zucchero che caffè vanno ordinati per tempo dal droghiere di fiducia. Ma le autorità tranquillizzano gli animi e dichiarano la reazione disciplinata di commercianti e consumatori alla nuova imposta19. Gli aumenti dei prezzi e le restrizioni annonarie, almeno all'inizio del conflitto, sono piuttosto leggeri rispetto a direttive più drastiche, prese da altre nazioni in quel periodo, ma l'Italia è povera e tagli del genere possono intaccare una qualità della vita già di per sé misera per molte famiglie.
"A Varallo c'era molta gente povera a cui il partito forniva assistenza in denaro ed alimenti. Si cercava di metterli a posto anche con gli alloggi" - ricorda Luigi Morera. "La situazione peggiore l'ho trovata a Civiasco (all'epoca frazione di Varallo, nda), il paese più sporco, con la gente che viveva in tuguri e dormiva buttata per terra"20.
Molti varallesi, difatti, si arrangiano e vivono sul filo di lana, tra pranzo e cena.
Il padre di Mario Fresa in questo periodo fa l'ambulante. Gira con una valigia e vende portafogli, cinghie e rasoi. La moglie lavora come cameriera stagionale negli hotel della zona. La famiglia Fresa, come tante altre, è iscritta nell'elenco dei poveri del comune21.
Ma alla miseria si aggiunge spesso la ghettizzazione politica. Franco Angelino, di simpatie comuniste, fa il facchino alla stazione ed il manovale in giro per il paese, mentre la moglie lavora al vivaio forestale. Hanno tre figli e a Franco spesso rifiutano il lavoro perché in paese si sa che è rosso22.
Per molti invece una buona parola detta da un conoscente importante all'interno di qualche ente, come l'Ufficio di collocamento, significa stipendio assicurato. Una pratica così diffusa che è lo stesso Partito fascista, visto il crescente malcontento di fondo, a denunciare, in quel gennaio '40, questo malcostume, invitando i dipendenti delle confederazioni dei lavoratori a rifiutare qualsiasi tipo di "sollecitazioni a favore dei singoli"23 che possano venire loro rivolte. Anche a Varallo certe pratiche sono frutti di posizioni di potere che si sono incancrenite con il tempo e che hanno dato vita a piccoli feudi: "L'ambiente di Varallo era chiuso. C'era un cerchio: o eri dentro o fuori, emarginato. Noi giovani ci sentivamo emarginati e guardavamo agli arricchimenti di regime. Questi vivevano da nababbi. Ti dava fastidio mentre tu facevi la fame. Chi aveva i soldi viveva agiatamente e se ne fregava dei razionamenti e della tessera annonaria e li vedevi"24 - racconta ancora Fresa.
Sull'onda degli avvenimenti internazionali ritornano in auge, come nei gloriosi mesi autarchici, anche le raccolte di materiale per la patria, incominciando dal rame, e si rifanno sentire le voci consigliere sui piccoli e grandi risparmi quotidiani.
Con "Consigli pratici per condurre economicamente un autoveicolo"25, ai varallesi viene consigliato di guidare utilizzando le marce alte, ridurre la velocità e mantenerla costante, usare i freni con parsimonia per risparmiare benzina. Il tutto fa presagire che le già poche autovetture circolanti per la città spariranno presto, mentre l'annuncio di prossima requisizione dei quadrupedi e dei mezzi di trazione animale fa scattare preoccupanti associazioni d'idee con cavalleria ed esercito.
Lo stato ufficiale di "non belligeranza" viene avvertito da molti come un prologo ad un'entrata nel conflitto ormai prossima, ed i vari segnali, non ultimi i razionamenti e le richieste di materiale pro patria, non fanno presagire nulla di buono. Una parte della città non è tranquilla, la tensione si avverte e ne è testimone uno dei momenti maggiormente rivelatori del polso di Varallo: il carnevale.
Da secoli il carnevale varallese è un contenitore di emotività della città ed un'area neutrale dove il malessere dei ceti meno abbienti può manifestarsi con ironia e scherno contro il potere costituito. Quest'area autonoma viene salvaguardata, in parte, durante il ventennio e lascia intravedere, anche in quei mesi antecedenti l'entrata in guerra, dubbi, preoccupazioni e scontento. Prima di tutto l'atmosfera creata dalla situazione internazionale grava sull'edizione 1940 del Carlavèe, ed un anonimo ne approfitta per tinteggiare a caratteri foschi e poco propagandistici lo scenario europeo e le prospettive future: "Poco allegro davvero e con ragione il carnevale di quest'anno - si legge sul "Corriere Valsesiano" di gennaio - tra scenari di neve, glaciali folate di vento, assillati come siamo dal marasma dell'oggi e dall'incubo del domani"26. Sulla "Gazzetta della Valsesia" un altro anonimo articolista rilancia, sempre a proposito dell'imminente carnevale: "Peccato che a questi chiari di luna venga voglia piuttosto di intonare il miserere. Il tono della musica di questo carnevale 1940 è dato dal tono dei tempi che corrono: guerra e blocco. C'è il blocco, ma questo rientra nel fattore della guerra. C'è il freddo, un freddo eccezionalmente crudo. Forse è meglio fare quattro salti per riscaldarci, dato che i combustibili hanno rialzato il prezzo e debbono essere economizzati. Ci sarebbe anche la Parca la quale si è messa in moto con una lena insolita in questi primi giorni di Gennaio. Ma non parliamone per non diventare melanconici. Tutto sommato il mondo ha ben di che mettersi a fare carnevale"27.
La città si adegua in parte al clima austero che il momento impone ed a farne le spese sono anche le lucciole varallesi: "Necessita calmare gli spiriti troppo bollenti del carnevale; certe manie troppo danzonarie, di certa gente, poca per fortuna, che vorrebbe far carnevale tutto l'anno. Certi rastrellamenti operati dalla Questura hanno il merito di tutelare la moralità pubblica e l'integrità della razza"28.
Ma c'è chi fa emergere l'anima più critica del carnevale. La più importante testimonianza di dissenso proviene dalla "Canzun dla Giubiaccia"29, firmata dal poeta Italo Grassi in arte Falcheut, personaggio molto conosciuto in città, futuro membro del Cln locale, ma all'epoca di tendenze fasciste moderate. La giornata della Giubiaccia ricorda la gara di solidarietà compiuta dai valligiani durante l'incendio di Quarona avvenuto un giovedì del febbraio 1898. La sottoscrizione venne compiuta proprio attraverso la vendita di una canzun. L'usanza rimase e la canzone della Giubiaccia assunse poi quei caratteri di critica politica e satira tipiche delle altre canzoni carnascialesche. La canzone in quel febbraio del '41 appare su tutti i giornali locali.
Italo Grassi esordisce già nella prima strofa con "Parchè 'n temp ad carlavèe l'è bè lecitu crtichèe" (Perché in tempo di carnevale è lecito criticare), un'apertura abbastanza comune per questo tipo di canzoni, che suona quasi come una parola magica e che dà al poeta il diritto di parlare. Grassi critica la guerra e gli effetti disastrosi che porta con sé. Si accusano le spese folli per gli armamenti. Frecciate non mancano neppure al patto Molotov-Ribbentrop, alla censura e alla gestione economica interna, tra aumenti di tasse e tesseramenti annonari. L'ambiente da cui emerge questa prova non proprio velata di dissenso è quello borghese-monarchico, moderatamente fascista, ma il documento riecheggia le preoccupazioni di tanta gente che teme fortemente la guerra e spera, in cuor suo, che sul fronte occidentale continui a non succedere assolutamente niente.

"Sempri ma odiu, sempri velenu"30

Non passa febbraio, l'atteggiamento attendista non belligerante dell'Italia viene rimarcato nuovamente sui giornali locali, ma con qualche circonvoluzione retorica che tra le righe richiama un sempre più prossimo intervento31.
Ai primi di marzo scatta il richiamo alle armi per chi, riformato, è stato in seguito riconosciuto idoneo al servizio, e siamo in aria di mobilitazione generale, che sarà preceduta da quella civile all'inizio di aprile. Il regime, intanto, gioca ancora qualche carta preventiva per frenare l'ascesa costante dei prezzi ed alleggerire gli effetti della tassa sul consumo: il Comitato corporativo centrale annuncia aumenti salariali, mentre il Comitato interministeriale prezzi li blocca sino al 31 luglio.
Il 18 marzo Mussolini si incontra con Hitler al Brennero, dove conferma la volontà di marciare con la Germania pur riservandosi la scelta del momento.
Molti italiani da questo incontro si aspettavano, speranzosi, svolte in senso neutralista e la poesia "Primavera"32 di Raffaele Tosi, detto Cliss, pubblicata sul "Corriere Valsesiano" del 9 marzo, rappresenta quasi un canto del cigno per chi, anche a Varallo, nella pace aveva sperato sino all'ultimo. Nella "Primavera" di Cliss, se solo una voce si alza per reclamare pace e giustizia, viene subito tacitata e tutta "la roba" va nel fondo del mare, silurata dai sommergibili le cui gesta, in quella fine di marzo del '44, tengono il proscenio della cronaca di guerra.
Ad aprile in Danimarca e Norvegia sventola la croce uncinata. Il 3 il nuovo segretario della Federazione vercellese, Giuseppe Cabella, incontra le maestranze varallesi delle manifatture Grober Rotondi e di altre fabbriche locali, nel giro propagandistico a seguito dei recenti aumenti salariali. In un clima di "fervida dimostrazione di devozione da parte dei lavoratori convenuti" si propagandano gli aumenti e si commentano recenti fatti di politica estera, ma le preoccupazioni degli operai emergono tra i plausi: "Il segretario federale evidentemente compiaciuto si è soffermato lungamente a conversare con le operaie, alcune delle quali gli hanno prospettato varie necessità delle loro famiglie"33.
Intanto Mussolini si prepara ed a maggio riecheggiano le "fierissime ed ammonitrici parole del duce" per cui "quali possano essere le vicende che ci saranno portate da questa primavera l'Italia vi farà fronte"34. I timbri eroico-combattentistici salgono di tono anche a Varallo e la celebrazione del 4° annuale della fondazione dell'impero, che si svolge il 3 maggio, vede messa ufficiale in Collegiata e sfilata per le vie cittadine, mentre la Gil femminile porta le iscritte in gita sulle sacre rive dell'Isonzo.
Manca poco ormai e, mentre le divisioni corazzate tedesche sfondano in Belgio e Olanda, la propaganda incalza cercando di creare la sindrome d'assedio sanzionatorio che tanto bene aveva funzionato durante la guerra d'Etiopia. Tutta Italia scende in piazza contro i soprusi ed i controlli del traffico alleato sui commerci italiani"35. Neanche a Varallo il partito è da meno ed il 15 maggio si muovono gli studenti del liceo classico, seguiti prontamente dagli altri istituti. I liceali, che durante il mese di maggio salivano tutte le domeniche, con i preti, al Santuario del Sacro Monte per pregare in favore della pace, inscenano ora una manifestazione nel centro cittadino, insieme agli alunni delle scuole elementari e dell'avviamento "contro il piratesco blocco"36 tra gagliardetti, inni patriottici e discorso finale in comune tenuto dal segretario Morera37.
L'8 giugno il Consiglio nazionale del Partito fascista emana un vero e proprio pre-ultimatum in cui viene di nuovo e con più energia sottolineato lo stato d'assedio economico che soffoca la nazione, interpretato ormai come un vero atto di forza da parte anglofrancese. In aria di mobilitazione generale viene subito avviato il censimento degli uomini dai diciannove ai settanta anni, primo passo per la creazione di un solido fronte interno; intanto si cominciano a diramare le norme per l'oscuramento e si rispolvera d'Annunzio: "La guerra è il credo più logico, sincero, nobile degli uomini. Pensate per un attimo alla pace così molle, grama, lutolenta"38.
La Chiesa, sulle pagine della "Gazzetta della Valsesia", offre un appoggio deciso al fascismo in guerra per debellare forse l'ombra di certi tentennamenti pacifisti che avevano animato il clero, anche locale, alla vigilia di quel giugno e, se da una parte mantiene una generica condanna alla guerra, dall'altra approfitta della presenza dei cappellani militari per appoggiare il regime: "Il clero, giova dirlo, non ha bisogno di inviti speciali per mettersi a servizio della patria, sempre, ma specialmente nelle ore più solenni e cruciali e quando, cioè, ci si richiede del sacrificio"39.
Ma la lunga attesa termina il 10 giugno. L'ormai famoso discorso di Mussolini viene trasmesso via radio, dagli altoparlanti sistemati nei centri delle città.
Alle ore 1840 Varallo smette di lavorare e scende per le strade, radunandosi in piazza Vittorio o di fronte a palazzo D'Adda, all'epoca Casa del fascio, mentre gli abitanti delle frazioni corrono nel più vicino locale pubblico dotato di apparecchio radiofonico e anche da Verzimo, dai Gerbidi e dal Cros da l'Ava scendono all'albergo Sacro Monte per sentire il discorso di Mussolini41.
In piazza Vittorio un grande concentramento di persone ascolta il discorso del duce e di fronte all'hotel Parigi i più sfegatati inneggiano alla guerra. Ma i commenti sono negativi e circola tra gli astanti una grande preoccupazione42, soprattutto tra i ventenni come Dino Vicario, futuro capo partigiano, che, presente in piazza quel giorno, partirà di lì a poco per il fronte occidentale.
Qualche ora più tardi una famiglia, insieme a qualche amico fidato, si fa fotografare in cantina, sotto un cartello su cui è scritto "Come andrà a finire?"43, quasi ad esorcizzare quella drammatica svolta epocale.

"Alpini tornate!"44

Il conflitto con la Francia dura praticamente una decina di giorni. Il Piemonte viene dichiarato immediatamente area di guerra ed anche la Valsesia diviene zona di retrovia.
Tra giugno ed ottobre, a parte il breve periodo sul fronte occidentale e la conquista della Somalia, la guerra, per molti italiani, si sgrana più che altro in una serie di scontri, soprattutto aeronavali, riportati nello spazio dedicato alle cronache dal fronte aperto su tutti i giornali. Entra invece con tutto il suo carico d'angoscia nelle case di chi ha un familiare in guerra e, ben più drammaticamente, nella vita di chi perde un congiunto.
Quando in casa Francione arriva la chiamata per il figlio Franco, come tenente di complemento negli alpini, il padre, reduce dalla grande guerra, si mette letteralmente le mani nei capelli, mentre la madre si dispera. Franco invece la prende con molta incoscienza e partirà per le Alpi occidentali a combattere i francesi45.
La "Gazzetta della Valsesia" racconta la guerra in "Avvenimenti della settimana", mentre il "Corriere Valsesiano" cambia nome alla rubrica "La finestra sulla strada", trasformandolo in "La finestra sul mondo", beneaugurante per future conquiste militari.
I valsesiani che partono in quel giugno sono in tutto una cinquantina, tra cui diciotto varallesi. Le destinazioni riguardano soprattutto il battaglione alpino "Aosta", di stanza nella zona del Piccolo S. Bernardo, ma non mancano gli arruolamenti in marina ed in aviazione.
Già da giugno sulle pagine del "Corriere Valsesiano" compaiono i primi saluti dai soldati al fronte, raccolti soprattutto nelle firme comuni sotto una frase retorica come: "Un gruppo di camicie nere dal luogo del dovere inviano fervidi saluti con un forte alalà"46, oppure sotto formule più spontanee, venate da qualche allusione a morose od amanti lasciate a casa: "Affidiamo all'ospitale Corriere Valsesiano i più cari saluti per le nostre famiglie, parenti, amici, amiche"47, un modo molto veloce per dire ai propri cari che si sta bene e si è vivi. Un sistema che verrà utilizzato sempre più ampiamente dai soldati valsesiani come l'alpino Bartolomeo Chiodo (futuro capo partigiano, nda), che si firma con altri nei saluti sul "Corriere Valsesiano" del 14 giugno.
Per molti ragazzi, abbacinati da anni di retorica sull'argomento, andare in guerra è all'inizio una bella avventura, che li porta a vedere un po' di mondo lontano dalla famiglia. Un'avventura i cui colori romantici terminano per alcuni nel fango e nella neve del fronte occidentale, come per il primo caduto valsesiano, un alpino di Borgosesia che, ferito gravemente, muore in un ospedale da campo. Altri due alpini valsesiani, uno sempre di Borgosesia e l'altro di Rimella, perderanno la vita nel "forzamento della cerchia alpina"48.
Invece il primo ragazzo varallese a morire si chiama Pietro Delzanno, marinaio a Viareggio. Muore ad agosto, mentre maneggia un proiettile d'artiglieria che gli esplode in mano. "Anelava alla lotta e vi si preparava da tempo con innato senso del dovere caratteristico del valsesiano"49 - chiosa la retorica d'ufficio. Ma la storia di questa non bella morte viene relegata in un angolo, senza enfasi, tra gli annunci mortuari. Come senza enfasi né retorica si chiudono le porte delle case colpite dal lutto, vissuto ancora in un ambito quasi totalmente domestico e familiare.
Fioccano invece le medaglie di bronzo per i "Valsesiani caduti sul campo della gloria"50: quattro ad agosto, alle quali viene concesso ampio spazio sui giornali, con foto accluse. Si infittiscono anche le corrispondenze dal fronte, mentre compare la storia di un varallese, l'operaio Carlo Perona, emigrato in Francia ed internato, che la propaganda utilizza ampiamente per sottolineare le atrocità francesi nei campi di prigionia. Perona, sul quotidiano "La Stampa" di Torino, racconta la sua odissea nel campo d'internamento di Vernet nell'Ariège vicino ai Pirenei, dove, per oltre un mese "han patito fame, buzze, umiliazioni di ogni genere questi mille italiani"51.
Intanto le autorità guardano ai molti sfollati che dalle grandi città si stanno preparando a trasferirsi in zone più tranquille, al riparo dalle bombe alleate che piovono su Torino già dal 12 giugno.
Per la prima volta i varallesi sentono i bombardieri sopra le loro teste e l'impressione di questa nuova guerra, così diversa dall'immagine "pulita" del conflitto 1915-18, rimane profonda: "Quale eroismo, partire dall'Inghilterra a notte fatta, sorvolare il territorio Svizzero (e noi li sentiamo passare ad ora quasi sempre la stessa, sulla medesima rotta) ed andare a scaricare un certo numero di bombe così a casaccio per liberarsi del fardello ed essere più spediti al ritorno"52 - accusa il francescano fra Galdino sulla "Gazzetta della Valsesia". La notte si sente il ronzio degli apparecchi sopra la città. Molte donne svegliano il marito ed i figli per pregare insieme in favore di quelli che dopo pochi minuti sarebbero stati colpiti dalle bombe53.
Ci si aspetta, prima o poi, un'ondata di trasferimenti di coloro che vengono già definiti ufficialmente "sfollati" e scattano norme preventive che impongono controlli, ma anche alleggerimenti fiscali, quali l'abolizione della tassa di soggiorno per chi cambia residenza. Varallo si prepara ad accogliere non solo chi fugge dalle grandi città, ma anche chi torna dal fronte.
Arriva in città, direttamente dalle Alpi occidentali, il battaglione alpino "Intra" che sfila, banda in coda, per tutto corso Umberto, tra due ali di folla che applaude entusiasta54. Il battaglione staziona a Varallo per tre mesi, attendato in località Baraggiolo, sulle rive del Sesia, praticamente in un campo estivo prolungato, ed i suoi duecento alpini compiono diverse manovre in alta valle.
Per la presenza dei soldati la stessa città si veste di naja. In piazza Ferrari viene allestita la cucina da campo del reggimento. Qualcuno si lamenta dei fuochi accesi a ridosso della chiesa della Madonna delle Grazie, monumento nazionale, e certe "donnette piuttosto inclini a sofferenza e capriccio"55 si lagnano per alcuni atteggiamenti goliardici della truppa, ma tutto sommato gli alpini sono accolti bene. "A vederli in fila per l'ora del rancio e poi in qua ed in là a consumare il loro quotidiano pasto son anche allora modelli di disciplina e sobrietà. E le mamme che hanno i figli lontani rivedono in questi ragazzi le sembianze e le attitudini dei loro"56. Per le vie della città, in bar e caffè, diviene comune vedere gruppi di soldati in libera uscita, tra cui vi sono anche dei fortunati valsesiani. La gente fraternizza e si diverte con gli alpini che organizzano spettacoli ginnici e partite di pallone con le squadre locali.
In quell'estate del '40, esclusa la parentesi francese, i fronti di combattimento sono ancora lontani e più che un'atmosfera guerresca, come il partito vorrebbe, circola aria di smobilitazione temporanea.
Le autorità cercano di responsabilizzare i cittadini perché provvedano alla schermatura delle fonti luminose con tende, scuri e fogli di carta azzurrognola. Ma sono in pochi i varallesi a credere in una qualche importanza strategica della città e le direttive sull'oscuramento hanno scarsa eco, tanto che i carabinieri sono costretti a procedere con una piccola azione a sorpresa con tanto di multe57.
L'impressione è che Varallo, dopo i giorni tesi dalla dichiarazione di guerra all'armistizio con la Francia, si sia improvvisamente rilassata e prenda un attimo di respiro. Ne sono forse un'immagine emblematica le balie ed i bambini che preferiscono il sacrario dei caduti ai giardini pubblici, denunciate da un privato che chiede rispetto per quel luogo sacro funestato anche dal "cicaleggio a sera delle coppie che fanno un vero sacrilegio"58.
I varallesi si godono un po' d'estate andando in montagna con il Cai o mandandoci i figli, con i preti o con la Gil.
Tutte le sere, dopo cena, è di prassi l'immancabile struscio sull'allea inalberata sino ai Sebrey, antico quartiere dei bottai.
Nel fine settimana al Teatro civico danno qualche recita, ma il cinema attira molto di più e si programmano anche quattro spettacoli la domenica, due il sabato, il lunedì ed il martedì.
Spesso molte famiglie passano la domenica sul fiume e la comunità ha ancora il tempo e la voglia di curare il pubblico pudore. Proprio a proposito di spiagge viene pubblicizzato un provvedimento del podestà di Vercelli che vieta al bagno le aree in prossimità dei ponti o transiti pubblici, ben accolto sulle colonne della "Gazzetta della Valsesia", perché finalmente "non consente che si vedano in diversi punti squadre isolate di barbaricci che ripetano all'aria libera le caratteristiche di certi gironi danteschi"59.
Il clero cittadino, soffocato politicamente, batte i piedi quando si tratta di moralità, spesso spuntandola anche sul partito. Qualche anno prima il prevosto don Bertolino, scatenando tutti gli agganci che aveva in diocesi, aveva fatto naufragare l'idea, caldeggiata da esponenti del Pnf, di insediare un bordello pubblico ai Sebrey. Le poche lucciole varallesi infatti, ancora durante il conflitto, sono costrette ad accogliere i clienti in casa ed a settembre le macchine di chi si dirige nella bassa in autentici tour erotici, approfittando della presenza delle mondine, rimangono ferme nei garage, inchiodate dal divieto di circolazione per gli automezzi privati.
Si richiama ad una maggiore sobrietà ed integrità morale anche nei confronti del malcostume della diceria, che a Varallo, come in tutti i paesi di provincia, colpisce spesso personaggi in vista e rappresenta una vera e propria piaga. Nell'autunno in città circola voce che un gruppo di alcolizzati durante una semi-orgia notturna ha ubriacato alcune minorenni per "farne uno spettacolo osceno di immonda turpitudine"60. La "Gazzetta" tuona: "Si dice e non saranno certo i testimoni oculari a testificarne l'autenticità, ma anche solo il fatto che circoli a larghi strati del paese una simile voce è già più che scandaloso e turpe. È di ieri l'elenco dei caduti della Marina"61.
Ma gli elenchi dei caduti non bastano. L'idea della guerra nell'immaginario collettivo è ancora lontana, magari flebilmente legata al pensiero di un parente soldato, di una lettera, di un documentario Luce. Cresce però visibilmente sulle tavole e nelle dispense.
Lo stato di belligeranza dichiarato fa superare al Ministero delle Corporazioni certe cautele diplomatiche a proposito di restrizioni alimentari ed il caffè sparisce a metà luglio, uscendo definitivamente anche dalla lista dei prodotti tesserati, ma si attende ancora un paio di mesi per inserire burro e olio nella lista della tessera famigerata.
Le autorità provinciali e cittadine già da maggio procedono alla pratica dell'ammasso per lana, olio e lardo, mentre a giugno tocca al vino e a luglio viene leso il più sacro degli alimenti della tavola italiana: il pane. "Dal primo luglio il pane verrà ottenuto intridendo farina abbinata all'80 per cento"62, segnalano le autorità, sottolineando in apologia le qualità del pane integrale misto crusca, sovranamente igienico, vigorosamente sapido, facilmente digeribile63. È un duro colpo e viene chiamato in causa anche Mussolini: "Si può assicurare che il provvedimento dettato dal Duce che ama il pane e ne ha dettato la più bella e poetica esaltazione è stato suggerito da quella certezza suffragata ormai da esperienze vigilatissime e definitive"64. A scanso di equivoci, per mettere la categoria produttrice sull'avviso, si specifica che il pane sarà comunque ottimo e se ciò non avverrà la colpa sarà proprio dei panificatori.
A Varallo tira già aria di frode se il settembre successivo viene inviato in loco un reparto della Guardia di Finanza per rinforzare la vigilanza proprio sulla macinazione. Il raccolto 1940 viene però definito soddisfacente ma non cospicuo65 e si affaccia così sulla scena lo spettro della congiuntura dei raccolti, spina nel fianco per il regime e per la nazione negli anni a venire.
Ma all'Italia mancano anche le materie prime e le riserve di alcuni minerali, come rame e nichel, sono così esigue che già i mesi di non belligeranza nella congestione del mercato internazionale le hanno portate sotto i livelli di guardia. La patria si mobilita e le famiglie varallesi offrono cento quintali di rame a 20 lire al kg nel cortile delle vecchie scuole. Dai paesini intorno a Varallo si vedono scendere donne con gerle cariche di pentole66, "buoni vecchietti attraversare la città sotto il peso di grosse caldaie e frazionisti con carrettini collettivi recarsi al luogo della consegna dove si udiva il rumore di colpi di martello come di officina"67.
Intanto si paventano ulteriori difficoltà sul fronte combustibili. L'Unione fascista agricoltori cerca di controllare il mercato della legna attraverso la precettazione di terreni boschivi adatti al taglio, avvertendo comunque i proprietari della possibile applicazione di agevolazioni dove sarà necessario. In Valsesia si drizzano le antenne di chi vende legname e di lì a pochi mesi sarà la legna stessa, già oggetto di speculazioni nel periodo precedente il conflitto, a divenire articolo base nel mercato nero locale e provinciale.
Di fronte a queste prospettive, non proprio rincuoranti, circa venti valsesiani ad ottobre prendono la radicale decisione di partire per la Germania a lavorare. Sono operai edili specializzati, tornitori, saldatori, fabbri, ma anche manovali comuni, tutti in un'età compresa tra i trentacinque e i cinquant'anni e con fedina pulita. Si va in Germania per lavorare, ma ci si va anche per evitare il fronte. Con loro, da Varallo partono anche gli alpini salutati con grande calore dalla gente in un centro storico imbandierato ed addobbato a festa, con sgargianti striscioni colorati68.
La città non esprimerà più quella gioia e quell'entusiasmo per un pezzo e a novembre la guerra di Grecia incrinerà in molti le prime certezze.


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