Gianni Perona

La crisi politica del novembre 1943 e la formazione dei distaccamenti garibaldini biellesi
Le tesi comuniste



La crisi del novembre 1943, che portò alla dissoluzione dei gruppi di ex militari e di sbandati rimasti in qualche modo organizzati sulle montagne biellesi è già stata più volte ricostruita1. Ai fini dell'analisi che qui ci interessa basta richiamare il fatto che sullo scorcio dell'ottobre i circa settecento2 uomini armati collegati al Comitato di liberazione nazionale di Biella divengono la posta di un gioco piuttosto complesso.
Da un lato vi è chi considera impossibile mantenere un tale apparato di forze di fronte allo stabilizzarsi dell'occupazione tedesca e alla restaurazione dell'amministrazione fascista. Sono fra questi gl'industriali che, direttamente o indirettamente, finanziano i gruppi.
D'altro canto vi è una diffusa preoccupazione, negli ambienti dell'antifascismo non comunista, per la presenza e talvolta il predominio, specialmente nel settore del monte Cucco tra gli uomini saliti da Tollegno, di organizzatori e militanti direttamente collegati al Partito comunista. Questa preoccupazione probabilmente spiega l'invio da Torino, in accordo con il professor Paolo Greco, rappresentante liberale e presidente del Cln regionale, di un ufficiale di carriera, il colonnello Eugenio Cattaneo - il Tenno dei documenti che qui si pubblicano - "per assumere il comando delle bande autonome nel Biellese"3. La curiosa definizione di "bande autonome", anacronistica nell'ottobre 1943, quando ancora non esisteva un sistema di bande partigiane a orientamento politico, è appunto rivelatrice dell'intenzione di mantenere al nascente movimento partigiano un carattere del tutto apolitico.
Ma anche negli ambienti socialisti la forza dell'organizzazione comunista crea preoccupazioni. Nel Biellese, accanto a eredi di un vivace massimalismo, vivono ancora molti rappresentanti di quello che era stato uno dei più forti gruppi riformisti. Nel settembre i militanti si sono riuniti a congresso a Biella, dopo diciassette anni di silenzio, ma non hanno deciso ancora una linea di impegno diretto nella resistenza armata. Nell'ottobre, a coordinare la loro azione, giunge da Torino - non si sa attraverso quali contatti - Filippo Amedeo, vecchio militante reduce dall'esilio in Francia.
Di fronte a questo schieramento di forze economiche e politiche eterogenee, il gruppo comunista appare compatto e disciplinato. Esso applica sostanzialmente le direttive elaborate da Luigi Longo nella sua lettera-programma del 29 settembre: "lavorare a ridurre ogni divergenza o diversità fra le formazioni civili (di guardie nazionali) e formazioni militari (provenienti dall'esercito); tendere a fare dappertutto delle formazioni miste, con l'immissione di civili fra i militari; stabilire dei rapporti di collaborazione fra tutte le formazioni anche con le più resistenti ad ogni contatto con i civili [...] Tendere a fare aderire, anche formalmente, queste varie formazioni ai Cln e fare riconoscere l'autorità dei rispettivi comitati militari"4.
Si tratta di direttive flessibili, che tengono largamente conto delle prevenzioni anticomuniste presenti in una società e in un esercito che escono da vent'anni di fascismo. Tuttavia, insistendo sulla gradualità, sulle adesioni "formali", sul noyaulage delle bande da parte di elementi comunisti, possono dare motivo a una divaricazione irreparabile tra compromessi apparenti e incompatibilità reali.
È esattamente ciò che accade nel Biellese. Il principio dei comandi unici favorisce la preponderanza dei militari, che impongono dapprima una fase di attesa e di preparazione, e lasciano poi i gruppi sostanzialmente disarmati di fronte alla manovra dimostrativa tedesca che, ai primi di novembre, provoca la loro definitiva dispersione.
L'organizzazione comunista biellese, che era stata oggetto di critiche benevole, come si vede dal rapporto del 28 ottobre che pubblichiamo, viene sottoposta allora a critiche durissime da parte dei dirigenti del Centro di Milano. Alcune si appuntano su questioni di carattere pratico, altre su singole persone. Ma in sostanza è la linea d'azione che viene discussa, la capacità di interpretare e applicare correttamente le direttive del Partito.
La reazione dei comunisti biellesi a queste critiche, benché sia molto interessante, non ha rilievo qui, dove si vuole solo ricostruire il processo che conduce da una politica di collaborazione con i militari alla scelta di costituire i distaccamenti garibaldini. Sono invece di notevole interesse specifico i due documenti pubblicati che vengono inviati al Cln e ai socialisti per giustificare la svolta, e per questo sembra opportuno darne un'edizione completa, nonostante la prolissità e ripetitività di molte pagine.
La dichiarazione programmatica del 20 novembre è un testo che aderisce sostanzialmente all'appello redatto da Mauro Scoccimarro nel settembre e pubblicato sotto il titolo Il Partito Comunista al Popolo Italiano nel numero speciale del 20-21 ottobre 1943 dell'edizione settentrionale de "l'Unità". Il sensibile ritardo non era probabilmente casuale, perché questo testo era stato discusso, dopo la redazione, a Milano, ed aveva provocato qualche riserva, in particolare circa la sezione riguardante i compiti storici della classe operaia, la quale - al giudizio di Celeste Negarville e Agostino Novella in particolare, ma con il sostanziale apporto di tutti i dirigenti "milanesi" - conteneva "alcune frasi che potevano far capire che" il partito si poneva degli "obiettivi immediati a carattere socialista". Secondo Negarville anzi, si sarebbe fatta "confusione tra obiettivi di F[ronte] N[azionale] e obiettivi storici del P[artito]", e anche questo rilievo era stato accettato da "tutti i compagni [...] senza obiezione". Inoltre era stato rilevato da Novella che "la lotta contro l'invasione tedesca, contro il fascismo era, di fatto, su un piano secondario"5. Nondimeno, dopo un complesso dibattito, anch'esso ormai ben noto agli storici, il testo "romano" era stato accettato e diffuso. A Biella esso giunge certamente6 nei giorni della crisi dei primi di novembre, e inevitabilmente viene letto con animo diffidente verso le indicazioni unitarie circa i rapporti con i partiti alleati. Se già il testo originale, come ha osservato giustamente Ernesto Ragionieri, "pure esprimendosi ora dall'interno di un fronte di forze antifasciste, tendeva, come negli ultimi anni della lotta legale condotta dal Partito comunista in Italia, piuttosto a smascherare gli avversari che non a modificare i rapporti di forza"7, la rielaborazione biellese accentua questo carattere con tutti i riferimenti ai casi locali. Ma in particolare essa appare totalmente costruita al fine di giustificare un'iniziativa esclusivamente comunista nel campo militare come in quello politico. Nella conclusione infatti si dice di essere "decisi ad impedire qualsiasi manovra tendente a liquidare o a rendere inoperanti le già esistenti formazioni militari", ma anche a "dare ad esse il più largo sviluppo, rafforzarle e perfezionarle alla luce dell'esperienza della guerra partigiana negli altri paesi e di iniziare immediatamente con esse la lotta contro i tedeschi e contro i fascisti". Ma poiché a novembre la prima parte di questo programma è evidentemente nulla, essendo la liquidazione delle bande già avvenuta, la sola parte operativa è evidentemente l'indicazione del modello di guerra partigiana di "altri paesi".
Ancora più chiara è la volontà di rottura nella conclusione politica: espressioni come "ognuno assuma [...] le proprie responsabilità", "troppo spesso, nelle nostre posizioni in seno al C. di L.N. abbiamo fatto concessioni alla dea Unità", "molto meglio un minimo di unità nell'azione che una totale unità formale", suonano praticamente liquidatorie per chiunque non si allinei all'iniziativa comunista.
Tuttavia il documento non può essere letto come il puro riflesso di una situazione particolare, né il suo radicalismo "settario" può essere attribuito solo alle circostanze del novembre biellese. Nella sua prolissa articolazione esso contiene una rielaborazione complessiva di un certo interesse. In particolare, dove propone il programma politico per i comitati di liberazione nazionale, esso riprende bensì la parola d'ordine della "democrazia popolare" indicata nell'appello "romano" di settembre come uno dei "nuovi compiti storici della classe operaia"8, ma vi unisce due altre parole d'ordine, il rifiuto della "imbelle democrazia", identificata con il prefascismo, e la proposta della "democrazia di nuovo tipo" alla quale la politica di Cln avrebbe "dato nascimento".
Si tratta in effetti di una lettura molto acuta, che rinvia a matrici databili con grande precisione. La "democrazia di tipo nuovo" è infatti concetto che Palmiro Togliatti aveva ampiamente svolto per definire la democrazia spagnola nel suo saggio Sulle particolarità della rivoluzione spagnola, che tra l'ottobre e il novembre 1936 era stato pubblicato su tutti i principali giornali comunisti dell'emigrazione. In quel testo la si definiva come una democrazia che utilizzava "l'esperienza storica della rivoluzione democratico-borghese [...] condotta a termine dal proletariato della Russia dopo la conquista del potere"; una democrazia così forte da "essere nemica di ogni forma di spirito conservatore" e capace di impedire che il fascismo usi "la democrazia borghese e i diritti che essa concede per distruggere la democrazia"9.
Sono concetti che ritroviamo nel nostro testo, ma che rinviano anche ad altri contributi apparsi nello stesso autunno 1936. Togliatti infatti non usa mai i termini né di "democrazia popolare", né di "democrazia imbelle". Troviamo invece quest'ultima, opposta alla "democrazia di nuovo tipo", in un articolo della fine del 1936, Per una democrazia forte ed eroica, scritto per "l'Unità"10 da Domenico Ciufoli, che collega la situazione italiana alla spagnola ma, diversamente da Togliatti, riferisce la democrazia "di tipo nuovo" all'Italia.
Il solo testo in cui le tre parole d'ordine coesistono come nel nostro, è l'editoriale La lotta per la conquista della democrazia, apparso nello stesso numero della rivista teorica "Lo Stato operaio" che pubblicava la seconda edizione in italiano del saggio di Togliatti. Qui si definiva come programma per l'Italia la "democrazia davvero popolare, e di combattimento", una democrazia che "non è [...] ancora quella sovietica; ma non è e non potrebbe essere un ritorno alle forme della democrazia contro cui ci battemmo nel passato, e che ci portarono al regime totalitario", "non è la democrazia [...] imbelle; è la democrazia di tipo nuovo"; e si chiariva che "la forma di questo regime deve essere una repubblica democratica"11.
Non è difficile ricostruire le vie per le quali la parola d'ordine così rara della "democrazia popolare" ha fatto scattare nei redattori biellesi così precisi riferimenti: la "democrazia popolare" come termine intermedio tra le democrazie borghesi e la democrazia sovietica è termine che appare nell'autunno 1936 negli scritti di Georgij Dimitrov12 e che in quel periodo circola negli ambienti del Comintern. Là dovette conoscerla Aladino Bibolotti, che fu tra il gennaio e il febbraio 1937 a Mosca e lungamente discusse con Togliatti la linea sul problema della "lotta per la democrazia, per la repubblica democratica", e della "democrazia di nuovo tipo", per riferirne poi all'Ufficio politico di Parigi13. Ed è proprio Aladino Bibolotti, presente nel Biellese in tutto l'autunno-inverno 1943-44, l'autore o l'ispiratore del nostro documento.
Che si trattasse del resto di una lettura legittima e corretta non è lecito dubitare, perché basta ripercorrere l'appello del settembre 1943 per ritrovarvi temi largamente presenti nelle polemiche degli anni trenta. Allo stesso modo, il gruppo comunista biellese riconduce alla tematica del VII Congresso dell'Internazionale comunista e della politica dei fronti popolari le origini della politica unitaria dei Cln14; ma la crisi del novembre cambia radicalmente il tono di questi riferimenti. La lettera indirizzata all'organizzazione del Partito Soc[ialista] di Biella, il terzo dei documenti che pubblichiamo è un tipico campione di quanto il VII Congresso ancora conteneva di settarismo pur nell'indicazione di una politica unitaria. In particolare esso pretende non solo di mettere sotto accusa l'intero gruppo socialista, ma fornisce anche il materiale per bollare come traditore proprio il massimo dirigente socialista in sede di Cln. Inoltre imposta la possibilità di una politica unitaria nel Cln stesso sull'ipotesi di una sostituzione dei membri non graditi.
Non si discute evidentemente l'opportunità e la probabile giustezza di molte accuse; quello che colpisce è la pretesa di formulare in termini teorici una sorta di diritto di tutela e di giudizio sull'operato degli organi unitari, in base alla loro maggiore o minore aderenza a una linea che, a questa data, non è affatto acquisita come patrimonio comune. Anche questa lettera, in sostanza, più che una proposta è il tentativo di legittimare una rottura e una nuova libertà d'azione comunista.
Tuttavia è probabile che documenti come questi, resi noti a Milano, abbiano provocato qualche inquietudine. Essi dimostravano concretamente che l'appello di settembre, con la sua commistione di proposte tattiche e di obiettivi strategici, era come una mina vagante, e poteva caricare il problema dell'organizzazione della guerra partigiana di tutte le esplosive complicazioni connesse con una definizione politica troppo precisa degli obiettivi della politica unitaria. Già il dibattito ben noto svoltosi a proposito delle trasmissioni di Togliatti da radio Mosca aveva dimostrato che lo stesso vertice del partito in Italia rischiava crisi gravissime se univa alla parola d'ordine prioritaria della guerra immediata ai tedeschi e ai fascisti una linea politica troppo definita in senso democratico e repubblicano.
Di qui, crediamo, la scelta del Centro di Milano di dare ai biellesi nuove istruzioni. Sul piano operativo le indicazioni non avevano effetti molto diversi, poiché si trattava di organizzare al limite da soli le formazioni partigiane. Ma sul piano ideologico la scelta era quella di un momentaneo abbandono del terreno unitario. La lettera ai compagni delle formazioni partigiane, inviata il 27 novembre 1943, rompeva decisamente con la pratica delle dichiarazioni e dei documenti fittiziamente unitari, diffusi per accreditare la politica comunista.
L'indicazione era di parlare a nome del partito, di attuare "le nuove direttive riguardanti le formazioni di partigiani" in connessione con "tutto il nuovo orientamento del P[artito] nel senso di dare a tutta la sua attività, anche nel seno degli organismi creati nel campo dell'azione unitaria con le altre correnti politiche, un più marcato carattere di partito"15. L'applicazione al Biellese della nuova direttiva anche sul piano politico, viene con la lettera della direzione del partito all'organizzazione di Biella del 14 dicembre 1943. Tutto il materiale propagandistico diffuso nella zona tra l'ottobre e il novembre vi è condannato come insufficiente: "Perché pubblicare dei manifestini a firma del Fronte Nazionale quando questo non ne sa nulla? - si chiede - Oltre ad essere un'azione scorretta è anche un'azione politicamente sbagliata, perché voi fate credere che il Fronte Nazionale sia su posizioni politiche sulle quali invece non è".
Attraverso questa critica tuttavia si va al di là dell'obiettivo immediato, è la direttiva ottimistica di Longo del settembre 1943 quella che viene sconfessata. La nuova linea di esplicitazione della politica del partito trova però nel caso biellese un'altra difficoltà: la relativa autonomia ideologica che era consentita in documenti a carattere unitario diventa inammissibile in documenti direttamente di partito. L'impegno profuso nel curare per il Cln di Biella "L'informatore alpino" è criticato: "non siamo contro, anzi, a queste iniziative locali, sempre che prima sia assicurata la diffusione dell'organo centrale del Partito". Ma soprattutto inquietante appare la proposta di pubblicare nel Biellese una rivista teorica, "Conoscere", il cui primo numero è sottoposto all'esame della direzione. Vale la pena di riportare alcuni passi della dura condanna: "Secondo voi 'Conoscere' sarà dunque una bandiera spiegata del marxismo, una palestra del materialismo dialettico e del materialismo storico [...] Caspita ci siamo detto [...] sarà proprio una cosa necessaria e bella. Ma poi ci siamo chiesti [...] hanno nel Biellese le forze necessarie? [...] Fin che vi limiterete, come in questo primo numero, a riprodurre scritti dei nostri migliori compagni, non farete niente di male; ma non sappiamo cosa farete quando vorreste fare da voi. Attenti che dopo il 'socialismo biellese' non nasca un 'comunismo biellese'. Dite un po': se invece [...] vi proponeste una cosa molto più modesta: ad esempio, di riprodurre, anche a macchina, gli articoli che trovate in Nostra Lotta o sull'Unità?"16.
Viene a conclusione con questo sarcastico richiamo all'ordine un bimestre circa di polemica tra i dirigenti esterni e i biellesi circa la pretesa di questi ultimi di elaborare i propri documenti. Diversamente dai giudizi ora citati, allo storico appare probabile che non l'incapacità, ma la capacità d'interpretazione del gruppo dei Sola, Bibolotti, Santhià, fosse fonte di preoccupazione.
In questo clima, di richiamo all'iniziativa e alla disciplina del partito, si compie il battesimo del movimento garibaldino biellese e si chiude, qui come a livello nazionale, una pagina di storia del Partito comunista. Anche le parole d'ordine cambieranno: se la "democrazia popolare" è ancora proposta nel proclama del 15 gennaio 1944, in occasione della fondazione della 2a brigata Garibaldi "Biella", essa è destinata a cedere il passo alla formula togliattiana della "democrazia progressiva"17. Si perderà tuttavia, in parte, anche quella ricchezza e varietà di motivi che fanno ancor ora il fascino e l'interesse del dibattito dell'autunno 1943.

Documenti18

Note sulla situazione del Biellese
28-10-1943
Dalle poche informazioni avute dal compagno Bottini [Idelmo Mercandino] risulta che in complesso l'organizzazione locale del P[artito], in questa zona, presenta molte lacune. Nella zona vi sarebbero circa 200 compagni, diversi abbastanza qualificati.
Benché il compagno abbia affermato che i compagni dirigenti locali sono bene orientati sulla politica generale del P[artito], è mia impressione che 1'attività dei compagni sia quasi completamente assorbita dal lavoro militare (organizzazione, approvvigionamento, contatti con i partigiani ecc.) e, per quanto riguarda i dirigenti, dal C.L.N. locale. E che nel campo dell'attività politica, sindacale e fra i contadini (qualcosa sembra si faccia seriamente tra i giovani e le donne) l'attività sia molto limitata.
Le deficienze più importanti sono nel campo organizzativo e cospirativo, l'organizzazione poggia quasi sulle stesse basi e lavora cogli stessi criteri del periodo antecendente all'armistizio. Ad esempio non vi è ancora una parziale sostituzione dei quadri attivi conosciuti, delle organizzazioni con altri meno conosciuti, non vi è una razionale separazione e distribuzione nelle cariche in seno ai compagni responsabili come pure non vi è netta separazione fra il lavoro militare e politico. (Il compagno Bottini è membro del C.L.N., del C[omitato] M[ilitare] dello stesso, responsabile dei Gap, membro del Comitato di P[artito]).
Il C.L.N. Iocale funzionava abbastanza bene, i comunisti, come elementi più attivi, si sono acquistati grande simpatia non solo tra gli operai ma anche tra gruppi di intellettuali e di piccoli e medi industriali. Questa influenza dei comunisti comincia a preoccupare i rappresentanti degli altri partiti in seno al C.L.N. Specialmente dopo l'arrivo di Amedeo, i socialisti (da una quindicina di giorni) hanno iniziato un lavoro di boicottaggio verso i compagni. Essi han tenuto una riunione con la partecipazione di tutti i rappresentanti del C.L.N. con i militari, all'insaputa dei compagni (il tentativo è stato sventato). Inoltre i capi dei vari partiti del C.L.N. Iocale hanno proposto, per istigazione dei socialisti, Amedeo come segretario del C.L.N. in contrapposizione ad un nostro compagno; ma anche questa manovra non ha avuto buon gioco, la questione è ancora in sospeso.
L'organizzazione militare conta dieci raggruppamenti di settore, composti di militari e civili, gran parte di questi compagni e simpatizzanti. Essi sono bene equipaggiati ed approvvigionati, difettano un poco di armi e munizioni. Tutti questi gruppi dipendono dal C.L.N. Iocale.
Queste forze però sono inoperose, fino ad ora non han fatto quasi nulla. Vi è poi un'organizzazione di Gap in via di costituzione, ma anch'essa finora è passiva.
I compagni si propongono di attivizzare queste forze. In generale però mi è sembrato che vi sia molta reticenza ad intraprendere delle azioni. I compagni sono preoccupati che una forte reazione e delle repressioni mettano in serio pericolo tutta l'organizzazione del P[artito], secondo essi, non ancora preparata a mettersi sul terreno dell'azione.
Bisogna rimediare a tutte queste deficienze. Col compagno ho discusso di tutte le questioni ed ho illustrato
le direttive politiche-organizzative del Partito. D'altra parte penso che le ultime circolari sulle direttive di lavoro inviate contribuiranno ad indirizzare l'attività e stimolare i dirigenti locali.
Zanotto, attualmente allontanato anche dai socialisti, tenta di intrufolarsi nell'organizzazione militare. La sua condotta attuale è molto equivoca e, a dire dei compagni, abbastanza sospetta.
Per il Vercellese, Bottini non mi ha dato notizie precise.
[Seguono schematiche indicazioni su tutto il Piemonte settentrionale, senza informazioni precise]
G.


Dichiarazione programmatica da sottoporsi ai membri del Comitato di liberazione nazionale di Biella
20 novembre 1943
Dichiarazione programmatica del Comitato di liberazione nazionale di Biella
Le speranze e le supreme aspirazioni del popolo italiano sono tese sempre più verso la grande coalizione delle forze antifasciste e democratiche che compongono il Comitato di Liberazione Nazionale.
È sotto la guida più avanzata e conseguente di esso che si sono avuti i primi movimenti della classe operaia nei maggiori e più importanti centri industriali d'Italia, movimenti che dovevano darci il 25 luglio.
Spetta ai partiti del Fronte Nazionale il merito di essersi prontamente costituiti in Comitato di Liberazione Nazionale, di aver bandito la crociata patriottica per la cacciata del tedesco, ed iniziata la lotta a morte contro la tentata resurrezione di un fascismo agli ordini ed al soldo del nemico nazionale.
Il popolo guarda giustamente al Comitato di L.N. come nucleo germinale del rinnovamento della Patria, come al governo che si attendeva fin dal 25 luglio, al governo che non ha mai cessato di reclamare e che reclama più imperiosamente che mai, per unificare la direzione politica del Paese e la direzione militare della riscossa antitedesca. Il popolo guarda ad esso come alla sola forma capace di dar vita ad un'Italia profondamente rinnovata, sinceramente democratica, audacemente progressiva.
Giova quindi vedere più da vicino, che cosa è, che cosa rappresenta e che cosa dovrà fare il C. di L.N. oggi costituito dal Partito della Democrazia Cristiana, dal Partito Liberale, dal Partito d'Azione, dal Partito Socialdemocratico
(sic), dal Partito Socialista d'Unità Proletaria e dal Partito Comunista.
Il colpo di Stato del 25 luglio venne accolto dal giubilo di tutto il popolo italiano e salutato come la fine del fascismo e della guerra tanto era stanco dell'uno e dell'altra. Ma, per distruggere radicalmente il fascismo e per liquidare la guerra, bisognava poggiare risolutamente e subito su le masse popolari. Bisognava cioè far subito appello alla coalizione antifascista chiamando al governo della nazione i suoi uomini migliori, ai quali si volgeva fiduciosa la stragrande maggioranza degli italiani. Bisognava affidare ad essi il compito di spezzare le reni al fascismo e bandire immediatamente, nel calore dell'entusiasmo popolare, la crociata nazionale contro l'invasore tedesco.
Non si è voluto promulgare una immediata e generale amnistia per i detenuti e confinati politici, cosicché, per strappare alle carceri ed ai luoghi di deportazione i comunisti ed i libertari si rese necessaria una forte pressione della classe operaia e dei suoi dirigenti autorizzati: né sempre e dovunque si giunse a tempo.
Invece della immediata rottura dell'infame alleanza dell'Italia con la Germania hitleriana, si sono avute le assicurazioni di fedeltà alla medesima e la continuazione della guerra fascista sino all'8 settembre con le conseguenze che tutti sanno per la vita dei cittadini e per l'economia del paese.
Invece di una sollecita ed energica epurazione degli alti comandi militari infeudati al fascismo si è lasciato che quasi tutte le grandi unità rimanessero in mano agli uomini di Mussolini e di Hitler.
Si è giunti all'armistizio con una impreparazione politica e militare che non può non essere giudicata colpevole. Il corpo degli ufficiali, salvo rare e meritevoli eccezioni ha mancato al senso dell'onore ed a quello del dovere militare, abbandonando precipitosamente comandi, arsenali, depositi, fortezze, aerodromi e truppe. Si è cosi avuto il disgustoso e triste processo di disfacimento di quelle forze armate che tanti sacrifici erano costate al paese. I soldati d'Italia sono stati gettati nelle vie, senz'armi, senza viveri e senz'ordini, braccati dai nazisti, che molti poterono condurne nei campi di prigionia in Germania, dopo inaudite umiliazioni e sevizie fisiche e morali.
La responsabilità di un simile immane disastro non può essere taciuta e non può non essere fatta risalire a chi deteneva il potere in alto come in basso, dal re al maresciallo Badoglio, ai comandanti di grandi unità, ai comandanti di reparto.
Tuttavia, di fronte alla imperiosa necessità di affrontare subito il pericolo tedesco ed iniziare la lotta del
popolo per la cacciata delle truppe di Hitler dal suolo della Patria, la coalizione antifascista ha saputo, nella carenza del governo, trasformandosi subito in Comitato di Liberazione Nazionale, assolvere al suo compito di organizzatrice della resistenza popolare contro i tedeschi e contro il risorto pericolo fascista.
Così l'unione di tutti gli italiani si è ulteriormente rinforzata, risvegliando molte forze sino a ieri sopite e determinando una salutare rivolta morale anche in molti ex fascisti. L'unione di tutti gli italiani è oggi una concreta realtà che si è inserita nella storia ed è destinata ad avere sviluppi e conseguenze incalcolabili. Intanto nell'unione e nella lotta comune, socialisti, comunisti, liberali, democratici, cattolici, ex fascisti e patrioti senza partito, imparano meglio a conoscersi ed a stimarsi in vista di ulteriori comuni realizzazioni nell'interesse del paese.
La classe operaia, col peso formidabile del suo numero, della sua compattezza e della sua maturità politica, è oggi il motore di tutte le folte masse di lavoratori. Al suo fianco si schierano sempre più fiduciosi e consapevoli, i contadini, suoi naturali alleati, i tecnici, gli impiegati, i professionisti, i piccoli industriali, commercianti ed agricoltori.
Le classi medie del commercio, dell'industria e dell'agricoltura, hanno potuto bloccare, in buona fede, per alcuni anni, coi plutocrati, coi grandi capitalisti e coi grandi proprietari terrieri, ma, i loro interessi lesi, l'asservimento alla politica ed all'economia tedesca e la catastrofe in atto in tutto il paese, hanno determinato la rottura col fascismo ed il loro schieramento colle forze democratiche.
È nell'interesse attuale e futuro della Nazione Italiana che questa unione permanga.
È quindi doveroso che ciascuno dei partiti aderenti alla coalizione antifascista e democratica, pur senza pretendere da nessuno impossibili rinuncie
(sic) ideali e programmatiche per l'avvenire, ponga lealmente a tacere, senza spirito di manovra, ogni particolarismo, ogni sia pur legittimo interesse contingente di parte, per dare al Comitato di Liberazione Nazionale quella compattezza, quella forza, quella libertà di decisione che l'interesse superiore della Patria esige.
Affinché l'enorme patrimonio di fiducia e di speranza che oggi il popolo ripone nel C. di L.N. non vada perduto è dunque necessario che non ci si accontenti di una parità puramente formale e di facciata, ma dia prova
(sic) della sua forza nell'azione, della sua risolutezza, della sua chiaroveggenza politica, e della sua capacità nel dirigere, politicamente e militarmente la nazione in armi.
Occorre quindi cementare la coesione del Comitato ed a tal fine debbono essere bandite le manovre degli uni contro gli altri. Bisogna operare insieme, lealmente, senza sottintesi né restrizioni mentali. Bisogna bandire tutto ciò che può dividere o comunque indebolire la forza ed il prestigio del C. di L.N., e che ne menoma
(sic) la sua capacità di decisione e di azione. I tentativi, palesi ed occulti per escludere od isolare o diminuire l'autorità di questo o quel partito si risolverebbe[ro] in un danno comune e la manovra si ritorcerebbe alfine contro coloro che l'avessero tentata. Chi tenta di rompere o indebolire la coalizione antifascista è dunque un nemico. Alleato dei nazisti e dei fascisti, come tale dovrà essere trattato.
Solo operando insieme e concordemente non ci verrà meno la fiducia popolare e si preparerà all'Italia il suo radioso avvenire di libertà di indipendenza e di progresso.
Non si tratta infatti di ritornare alle condizioni anteriori al 1922.
Chi pensasse che l'attuale bufera che ha sconvolto e travolto l'intera umanità, possa dileguarsi con un semplice ritorno alle condizioni del passato mostrerebbe una deplorevole miopia politica e di essere fuori della storia.
Chi ha intelligenza politica ed ha lo spirito libero da ristrettezze e da grettezze mentali può e deve guardare coraggiosamente all'avvenire della nostra Patria e di tutta l'Umanità con spirito audacemente progressivo.
I compiti del Comitato di Liberazione Nazionale non sono dunque limitati alla mera conciliazione di opposte concezioni ideologiche, per tirare avanti fin quando la guerra sia finita; non si tratta cioè, di raggiungere o di conservare una conciliazione opportunistica, vecchio stile, attraverso manovre diplomatiche, per scansare ed attutire gli urti di classe riflettentisi nei diversi partiti.
Se si facesse ciò, con il meschino intento di ingannare o di illudere le masse proletarie e popolari, non avremmo che una parvenza di unità, e tutto ciò crollerebbe al momento dell'azione. Allora una nuova tremenda disillusione delle masse si aggiungerebbe alle precedenti: si avrebbe una nuova polverizzazione delle forze democratiche e si aprirebbe la via al ritorno di governi reazionari anche se mascherati da una etichetta democratica.
Il dovere dell'oggi è quindi quello di creare le premesse per un domani di vera
democrazia popolare.
La nuova democrazia popolare non deve aver nulla di comune con la imbelle "democrazia" sconfitta nel 1922, con le sue viete manovre e i suoi intrighi parlamentari, con la meschinità della vita provinciale e municipale d'allora. Non deve essere cioè il ritorno ad una miope politica provinciale né la contrapposizione d'una singola personalità alle classi in urto fra di loro, politica da cui nasceva la incapacità a considerare con chiarezza la nostra struttura economica, da cui derivò la lunga crisi politica del paese, sfociata nella vittoria del fascismo. Il provincialismo ed il particolarismo avevano appunto impedito di comprendere che la crisi politica era causata dalla debolezza economica dell'Italia.
L'incapacità dei partiti politici d'allora trova appunto la sua spiegazione nella loro incapacità a comprendere gli elementi essenziali della situazione e nel loro conseguente logorarsi in meschine lotte di concorrenza e nei loro meschini tentativi suicidi di escludersi a vicenda, quando invece avrebbero dovuto unirsi per fronteggiare e stroncare la reazione, per annientare sul nascere il fascismo, sostenuto dal capitale finanziario, industriale ed agrario.
La democrazia di nuovo tipo alla quale abbiamo dato nascimento, se vuole essere vitale, deve operare in profondità e non accontentarsi di riforme strutturali. Deve rinvigorire il suo spirito e rinnovare i suoi metodi,
deve cioè sentirsi ed operare come una forza nuova ed innovatrice, capace di muoversi tra gli strati popolari, da dove trarrà la forza.
Gli interessi obbiettivi delle forze popolari sono i nostri stessi interessi. Cercare di differenziare, a scopo di divisione, di ostacolarli o di deviarli con manovre di corridoio, tendenti a proteggere particolari e ristretti interessi, di ceti, di classi o di gruppi, non solo costituirebbe inganno, ma vera idiozia politica... Le classi lavoratrici non si lascerebbero più giuocare dalle sciocche lusinghe dei politicanti in mala fede, né dai servi sciocchi degli interessi della conservazione sociale.

"Qui si fa l'unità d'Italia o si muore!" - così Garibaldi a Calatafimi nel prestigioso 1860.
L'unità fu fatta ed ha resistito alle più dure prove, ma mai come oggi che è stata messa in pericolo dalla folle politica antinazionale del fascismo, essa si è rivelata necessaria all'esistenza ed allo sviluppo della Nazione.
Essa si fonda e si fonde, oggi, in un tutto omogeneo al calore dell'animo popolare, resa cosciente ed adulta dall'irresistibile riscossa antifascista ed antitedesca di quest'anno 1943.
L'alto pensiero di Dante, di Machiavelli, di Mazzini, di Garibaldi e di Cavour, di Giovanni Amendola, di Piero Gobetti, di don Minzoni, di Giacomo Matteotti, di Antonio Gramsci e di Carlo Rosselli, verrà portato a compimento in quest'ora storica di tutta l'umanità e la Patria italiana conoscerà insieme lo splendore di una nuova Rinascita e il coronamento di un secondo Risorgimento.
Per fondare la grande Italia libera, democratica, prospera e progressiva sognata e voluta dai pensatori e dai martiri, gli italiani degni di questo nome
resteranno uniti e si stringeranno sempre più compatti attorno al Comitato di Liberazione Nazionale.
Il C. di L.N. può e deve essere considerato oggi il vero governo della nazione italiana e nulla deve essere trascurato per rafforzare l'autorità ed il prestigio nelle masse del Popolo.
Esso deve poter lottare contro l'attesismo e contro la passività, sia nei confronti dei tedeschi che dei fascisti. La liberazione e la rinascita della Patria non può attendere passivamente
(sic) dall'azione delle truppe alleate con le quali, sì, noi tutti dobbiamo collaborare, ed a tal fine il C. di L.N. deve mobilitare tutte le energie del popolo italiano. Nell'Italia Meridionale già liberata dai fascisti e dai tedeschi, Guardia Nazionale e formazioni dell'ex esercito già operano al fianco degli angloamericani. Nel resto della Penisola urge intensificare e generalizzare l'azione dei partigiani, mobilitando TUTTI gli italiani. Senza questa immediata e generale partecipazione del nostro popolo in armi alla cacciata dello straniero tedesco ed all'annientamento del fascismo, la storia bollerebbe, per sempre, col marchio infamante della codardia poiché avremmo dato la prova di non esser capaci di conquistare da noi né l'indipendenza né la libertà. Una indipendenza ed una libertà dovute esclusivamente all'azione delle forze straniere, sia pure alleate, peserebbe terribilmente sul nostro avvenire e sul nostro nome. L'attesismo e la passività, comunque giustificati, nascondono interessi ristretti di classe o di gruppi, che non sanno subordinarsi a quelli generali della Patria.
Il compito immediato del C. di L.N. è dunque quello di organizzare la lotta per la cacciata dei tedeschi e per la estirpazione del fascismo, complice dei tedeschi. Esso deve organizzare la Guardia Nazionale, in grandi formazioni nell'Italia Liberata ed in formazioni di guerriglia partigiana nel resto d'Italia. La sua struttura organizzativa, dal centro nazionale a quelli regionali, provinciali, di comune, di villaggio e di azienda, deve rafforzarsi, perfezionarsi senza inutili e dannose pastoie burocratiche, senza formalismi da caserma.
Ed ora che cosa abbiamo fatto noi? Che cosa hanno fatto i nostri amici del C. di L.N. del Biellese per realizzare questa unità e per renderla operante sul terreno dell'azione?
Nelle nostre riunioni si sono manifestati dei buoni propositi, si accettarono senza difficoltà le nostre proposte per un Comitato Economico Finanziario, per un Comitato Stampa, per un Comitato Sportivo
(militare), che avrebbero dovuto essere gli organi collettivi di lavoro per l'assolvimento dei compiti e l'applicazione pratica delle deliberazioni del nostro C. di L.N. Ma nella pratica l'azione veniva svolta con criteri troppo personali e, quel che più conta, in uno spirito niente affatto conforme alla natura ed ai principi, ai compiti ed al programma del C. di L.N. stesso. Vogliamo limitare i nostri rilievi al settore più importante e preminente del C. di L.N., al settore sportivo (militare).
Chi ha appoggiato e sostenuto l'attività del Tenno? L'azione di quest'uomo è stata delle più nefaste per il movimento popolare del C. di L.N. Quest'uomo ha operato continuamente in maniera subdola e in uno spirito disgregatore dei nostri distaccamenti di partigiani ed ha concluso la sua attività con un atto di vero e proprio tradimento della causa nazionale: lo scioglimento dei distaccamenti stessi.
Su questo punto non esiste ormai più alcun dubbio e la nostra affermazione si basa non più soltanto su affermazioni verbali, ma su un preciso e chiaro documento scritto. L'ordine del tenente Gr... che, in nomedel C. di L.N. impone lo scioglimento del suo distaccamento e in nome del C. di L.N. dichiara ribelli tutti coloro che non si atterranno a questo ordine. Il Tenno interpellato dichiara d'approvare in pieno quest'ordine. È o non è questa un'opera di tradimento puro e semplice? questi uomini dovranno domani rispondere di fronte al governo del paese e il giudizio, ne siamo certi, sarà severo.
Non sono pochi tra i nostri amici del Com. di L.N. coloro che ancora non si sono resi conto che il nostro paese è in guerra contro la Germania e i traditori fascisti e che
la guerra va combattuta e vinta. Ma per combattere e vincere dobbiamo curare, come la pupilla degli occhi, le formazioni di patria; non frenare ed intralciare la loro azione ma dare tutto il nostro appoggio perché questa azione sia pronta ed immediata, evitando il più possibile i colpi dell'avversario.
Del resto in questo campo noi non abbiamo sostenuto mai niente di nuovo e di particolare. Esiste un preciso accordo fra i sei partiti del C. di L.N. che, riconosciuto lo stato di guerra, contro i tedeschi e i traditori fascisti chiama tutto il popolo italiano a combattere questa guerra in tutte le sue forme, compresa la guerriglia nelle zone occupate dai tedeschi e impegna i sei partiti a mobilitare tutte le loro forze per organizzare e condurre immediatamente la guerra stessa.
È doloroso constatare che l'importanza e l'urgenza di questo compito non sia ancora stata sufficientemente compresa dai nostri amici del C. di L.N. e che essi si siano prestati al gioco interessato di alcuni ambienti che
[non] ci peritiamo a definire come reazionari.
Il gioco criminoso degli elementi rappresentanti questi ambienti si è rivelato in modo perfetto nell'episodio di cui sono stati testimoni tutti [gli] elementi componenti il C. di L.N. Abbiamo potuto dimostrare in pieno che quegli elementi avevano cospirato, come da noi indicato, e che i loro dinieghi e le escandescenze di quella senza
(sic, invece di "sera", o di "scena"?) non eran che la manifestazione di paura del baro colto in trappola.
Coscienti della grande responsabilità che il nostro Partito ha, in questo particolare momento della lotta, di fronte alla nazione, di fronte alle masse lavoratrici ed al popolo italiano tutto, non possiamo e non vogliamo venire meno alla nostra funzione, che consiste in questo momento, non solo nell'illustrare alle masse i compiti dell'ora ma nell'organizzarle e nel dirigerle all'azione immediata.
Siamo fermamente decisi ad impedire qualsiasi manovra tendente a liquidare o a rendere inoperanti le già esistenti formazioni militari e, in loro sostegno, mobiliteremo tutte le nostre forze e chiameremo a raccolta tutto il popolo. Non solo, ma è nostra intenzione dare ad esse il più largo sviluppo, rafforzarle e perfezionarle alla luce dell'esperienza della guerra partigiana negli altri paesi e di iniziare immediatamente con esse la lotta contro i tedeschi e contro i fascisti. Saremo spietati contro ogni forma di attività
(sic) e di attesismo. L'azione è oggi più che mai indispensabile.
Siamo in guerra e la guerra va combattuta per essere vinta. Su questo terreno non sono possibili equivoci e ognuno assuma di fronte alla nazione ed al popolo le proprie responsabilità! Troppo spesso, nelle nostre posizioni in seno al C. di L.N. abbiamo fatto concessioni alla dea Unità e per questo si è giunti alla presente situazione di crisi. Pensiamo oggi che è molto meglio un minimo di unità nell'azione che una totale unità formale, completamente inefficace.

Lettera indirizzata all'organizzazione del Partito socialista di Biella
Novembre 1943
Quanto è successo nel Comitato di Liberazione Nazionale, il tradimento messo in opera contro il movimento patriottico da parte del Comando Militare, complice l'A[medeo] fattosi strumento ed agente dei circoli reazionari degli industriali Biellesi; la vostra congiura del silenzio sui nuovi, più larghi e più impegnativi accordi fra il ns. P.C. ed il Vs. P.S. d'Un. Prol. per una più stretta unità d'azione, intesa come premessa
indispensabile all'unità politica della classe operaia, accordi che del resto noi stessi avremo (sic) cura di parteciparvi mediante il documento formulato in proposito dai nostri partiti, tutto questo ci impone un deciso e franco intervento che vi richiami al senso di responsabilità verso la causa del proletariato e delle masse lavoratrici prima e di tutto il popolo italiano poi.
Ricordiamo che la nostra ricerca di contatti con voi alfine di realizzare una stretta collaborazione sul piano della lotta politica delle masse e particolarmente al fine di unire i nostri sforzi per dar vita al Fronte Naz. d'Azione contro la guerra fascista per la pace e la libertà del popolo italiano, pur avendo un'origine piuttosto lontana non ha ottenuto qualche successo se non in tempi molto recenti e possiamo dire soltanto dopo il 25 Luglio quando ogni ulteriore tergiversazione non si sarebbe più in alcun modo spiegata.
Dopo il 25 Luglio ci siamo sovente recati da voi per esaminare problemi e prendere gli accordi al fine di sostenere una linea comune nel senso del Fr. n. d'Az. prima e nel Com. di L.N. poi, ma quasi sempre abbiamo dovuto constatare una certa vostra freddezza e soprattutto la precarietà dei nostri accordi. Questo stato di cose è andato peggiorando nelle ultime due settimane.
L'influenza di alcuni elementi che non hanno partecipato al travaglio politico di questi tragici anni di dominio fascista perché completamente estraniati dal movimento delle masse e perché legati, per condizioni di vita e ragioni professionali, ai circoli conservatori del Biellese e soprattutto l'influenza di A. che, ai danni arrecati altrove alla sincera collaborazione dei nostri partiti, ha voluto aggiungere un'opera nefasta nel Biellese, è stata qui determinante. La nostra sensazione di questo veniva sempre più precisandosi. Tuttavia, compresi della nostra responsabilità politica di fronte alle masse, non abbiamo lesinato i nostri sforzi; siamo sempre ritornati a voi con lo stesso desiderio di un'intima collaborazione senza prevenzioni di sorta e risentimenti.
Poiché sentiamo profondamente la nostra responsabilità di rappresentanti della classe operaia, consideriamo nostro dovere non lasciare nulla di intentato, alla realizzazione con voi di solidi rapporti politici, che rafforzino nella classe operaia quell'unità d'azione, condizione prima e premessa indispensabile alla sua unità politica, verso la quale tendiamo con tutte le nostre forze. Riteniamo che a questa unità si debba arrivare per essere in grado di assolvere alla funzione rivoluzionaria della classe operaia, avanguardia e guida del popolo italiano nella lotta per la riconquista dell'indipendenza e della libertà.
Qual era il nostro ed il vostro compito, in quanto partiti esponenti e dirigenti della classe operaia, nel C. di L.N.?
Unirsi per combattere nel modo più energico le correnti reazionarie che si erano manifestate nel suo seno e minacciavano, come di fatto poi si verificò, di paralizzare ogni seria attività per lo sviluppo della lotta contro i tedeschi e contro i fascisti per l'indipendenza e la libertà. Ci dispiace dover constatare che su questo terreno voi abbiate invece bloccato cogli altri partiti in una politica che ha già recato i più gravi danni alla causa nazionale. Coscientemente o no, vi siete fatti sostenitori della posizione conservatrice e reazionaria dei grandi industriali biellesi che così facilmente hanno saputo insinuarsi nel ns. C. di L.N. a causa della sua tardiva origine.
A parte le espressioni verbali o il manifestato desiderio di contribuire alla realizzazione di un'Italia libera e democratica, il fatto reale e concreto è che la pratica politica del C. di L.N., grazie all'imposizione del rappresentante degli industriali è sempre stata intonata al conservatorismo della Lega Industriale [che] ha trasferito, mediante suoi rappresentanti meno compromessi col fascismo la sua potenza e la sua influenza nel seno del C. di L.N. per continuare qui la sua politica di predominio sulle masse e arrestare il movimento entro l'ambito dei loro particolari interessi di classe.
Costituito con elementi, alcuni dei quali non potevano sentire profondamente la causa del popolo alla quale erano rimasti estranei fino al 25 Luglio, il nostro Comitato non ottenne mai quell'affiatamento che potesse garantire un funzionamento e una direzione veramente collettive e non si riuscì mai a rendere le sue decisioni impegnative per tutti i suoi membri, e, più che per tutti i suoi membri, per tutti i partiti da essi rappresentati. Quasi tutte le sue decisioni rimasero, nella pratica, lettera morta.
Nelle sedute si ascoltavano, magari si accettavano proposte, ma poi ci si guardava bene dall'attuarle e di
(sic) agire di conseguenza. Gli industriali Biellesi e per essi il gruppo dei più grandi e dei più reazionari usarono della loro potenza economica e finanziaria per impadronirsi del Comitato e mantenere la sua attività entro i limiti prudenti di una poltica di attesa che permettesse di raggiungere i loro scopi senza troppi sacrifici, premunendosi da un lato verso atti "inconsulti" delle masse, capaci di attirare la reazione dei tedeschi, in attesa che gli Anglo-Americani compiessero, per noi e soprattutto per loro, l'iniziata opera di liberazione e conservando d'altro lato la via aperta per una sempre possibile e conveniente collaborazione coi tedeschi. I nostri patriottici industriali, pur nella loro grettezza politica, capirono che il Comitato aveva acquistato un'autorità reale sulle masse e allora occorreva farsi partecipi per frenare le eventuali velleità combattive e far passare nella pratica sotto il suo nome la loro attività addormentatrice.
Al raggiungimento di questi loro scopi trovarono nel Comitato Militare e nell'ispiratore di questo, l'A., i loro migliori collaboratori, ottenendo d'altra parte un impensato mezzo per indebolire e rendere inoperante la nostra intesa che solo avrebbe potuto impedire il successo delle loro manovre sabotatrici prima e di aperto tradimento poi della causa nella quale il Comitato trovava la sua ragion d'essere. Noi riteniamo che qui la vostra responsabilità sia grande. O vi siete lasciati giocare non comprendendo il fine a cui essi volevano arrivare quando vi insinuavano che i "comunisti erano dei pazzi" perché volevano porre sul serio il movimento sul terreno della lotta aperta contro i tedeschi e i fascisti, in quanto avrebbero finito per tutto pregiudicare e che quindi era bene prendere dei provvedimenti perché i reparti dei soldati non venissero inquinati da simili idee o comunque fossero posti nella impossibilità di mandarle ad effetto, mantenendoli disarmati e perciò impotenti; oppure anche voi eravate per convinzione su questo terreno, cosa ancora peggiore.
In ogni caso non si può negare che il rappresentante degli industriali, il Comando militare e l'A. abbiano piuttosto avuto facilitato il loro giuoco. Essi sapevano che i socialisti avevavo delle prevenzioni contro i comunisti come lo rileva
(sic) il fatto che il rappresentante più responsabile dei socialisti, in combutta col rappresentante degli industriali, si mette ad insinuare al tenente M. responsabile militare d'un reparto di soldati che "stia in guardia coi comunisti perché essi conducono un doppio giuoco per impadronirsi dei reparti ed utilizzarli ai loro scopi di partito" e perciò ne tiravano profitto per tagliare (sic) i comunisti e conservare nelle loro mani il dominio di ciò che era essenziale nella vita della direzione e dei reparti. Se noi fossimo rimasti uniti e avessimo trovato in voi quello spirito che si conviene nelle condizioni attuali della lotta della classe operaia e del popolo italiano, se avessimo potuto concordare con voi un atteggiamento comune, intonato ai nostri compiti di [...] nel C. di L.N. ed in armonia con gli accordi dei nostri partiti, molte manovre degli attesisti reazionari Biellesi si sarebbero potute sventare ed i nostri reparti di combattenti non avrebbero conosciuto l'opera di tradimento consumata ai loro danni.
Che le cose siano andate sino alpunto di tollerare la riunione
illegale dalla quale di proposito si erano esclusi i rappresentanti legali dei comunisti, e nella quale si concordò di fatto la liquidazione dei reparti di soldati, questo è veramente grave.
Come spiegare che in occasione dell'ultima e più decisiva riunione del C. di L.N. in cui si doveva appunto esaminare tutta l'attività del settore militare e deliberare in proposito, voi vi siate rifiutati di partecipare ad un preventivo abboccamento con noi, allo scopo di concordare i nostri punti di vista? In sede di Comitato noi comunisti rimanemmo soli a difendere l'esistenza della nostra organizzazione militare e tutto ciò che di essa è stato salvato lo si deve esclusivamente alla nostra opera.
Fino a quando fu possibile mantenere i soldati disarmati sotto l'influenza di ufficiali poltroni e reazionari, tutta l'azione sabotatrice si mantenne entro i limiti legali del C. di L.N. ma non appena i soldati, di loro iniziativa e coll'aiuto di veri patrioti, minacciavano di prendere sul serio la loro funzione di combattenti della Patria e di passare sul serio sul terreno dell'azione allora si rompono gli indugi e si compie un vero tradimento passando allo scioglimento dei reparti armati mediante l'inganno e la minaccia. (Vedi l'ordine di scioglimento del tenente G. approvato dal Tenno).
Né si venga a dire che il provvedimento era ancora determinato dalla indisciplina e dall'esistenza di profittatori perché subito ci possiamo domandare 1° indisciplina sì, ma verso chi? 2° Profittatori, sì, ma chi? e perché fu possibile la loro azione?
Ci fu dell'indisciplina verso gli ufficiali poltroni e reazionari, che nulla facevano e volevano fare, da parte dei soldati che per loro conto si preparavano all'azione, e questa fu la più giustificata e sacrosanta indisciplina.
Ci furono dei profittatori, ma questo fu reso possibile dal cattivo funzionamento del Comitato economico e finanziario, in cui prevalsero criteri personali e per il fatto che si impediva nei reparti la costituzione di un organo rappresentativo al quale doveva andare tutta la responsabilità del vettovagliamento.
Ci domandiamo: quanto è stato raccolto per l'assistenza ai soldati? Si è detta una cifra. Ma soprattutto quanto è stato speso e come è stato speso? Qui la responsabilità di alcuni è veramente grande. Noi sappiamo che delle persone, non aventi assolutamente alcuna qualifica per incarichi di fiducia, hanno ricevuto somme rilevanti, mentre dei gruppi di uomini completamente votati alla causa non hanno potuto ottenere un minimo che avrebbe facilitato il loro compito, anzi hanno ancora dovuto sostenere coi propri mezzi l'esecuzione di compiti affidati loro dal Comitato stesso. Per concludere: Che vi dice la mala fede ormai comprovata dei responsabili della congiura sullo scioglimento dei nostri reparti di soldati? che vi dice il fatto che anche
dopo l'aperta disapprovazione del Comitato, si sia tuttavia passati allo scioglimento dei reparti stessi?
Che cosa ne pensate del capo del nostro Comitato economico finanziario che ordina in modo del tutto arbitrario di non consegnare più alcun rifornimento ai reparti, che malgrado tutto, vogliono rimanere fedeli e combattere per la causa nazionale? Non vi sembra che costui abbia una strana concezione dell'amministrazione dei beni del popolo? Questi atteggiamenti e queste posizioni non riecheggiano i vecchi metodi fascisti? Pensiamo che molte cose si sarebbero potute evitare se uniti i nostri due partiti avessero svolto una più intensa politica proletaria nel seno del Comitato di L.N. e che ancora oggi saremmo in grado, su questa base, di fare grandi cose. In primo luogo il C. di L.N. deve essere modificato per immettere in esso, facendo perno intorno ai nostri partiti, degli uomini meno legati ai circoli reazionari del Biellese e più compresi e solidali con la causa del popolo, della democrazia e del progresso sociale. Questo nostro punto di vista non vi è nuovo, poiché avemmo più volte occasione di farvelo presente. In secondo luogo, dovremmo unitamente fare ogni sforzo perché il Com. di L.N. diventi un organismo vivo e vitale profondamente radicato in mezzo alle masse, tra le quali deve sforzarsi di creare i suoi comitati locali dipendenti sia nelle officine che nelle diverse località.
In terzo luogo i nostri sforzi uniti devono tendere a fare del Com. di L.N. un organo di battaglia il cui principio e scopo si esauriscano tutti nell'organizzare e sostenere la lotta armata del popolo italiano contro i tedeschi ed i traditori fascisti. In quarto luogo, infine, in armonia col nuovo accordo stipulato coi nostri partiti pensiamo che più nessun campo dell'attività proletaria dovrebbe restare estraneo dalla nostra precisa e stretta collaborazione, eliminando il più possibile qualsiasi settarismo più o meno interessato.
A proposito dell'A. di cui bolliamo come antiproletaria l'attività svolta nel biellese, alleghiamo qui una relazione illustrativa della sua opera precedente che mette in luce come [i] suoi atteggiamenti odierni abbiano dei precedenti nei quali trovano la più chiara spiegazione.
Saluti fraterni.
I c.
Ps. Non abbiamo fatto nomi per ragioni cospirative.


note