Santo Peli

I contrasti tra partigiani



Che la vicenda resistenziale sia stata anche caratterizzata da tensioni, rivalità, veri e propri scontri, sia interni alle formazioni che tra formazioni di diverso orientamento ideologico, mi pare che sia un dato ampiamente acquisito, così come il fatto che queste tensioni non abbiano avuto tanto rilievo da bloccare la volontà di giungere alla costruzione di un esercito partigiano tendenzialmente omogeneo, o quanto meno sottoposto ad una direzione politico-militare capace di imprimere alla Resistenza un indirizzo unitario.
Agli occhi di coloro che si trovarono immersi negli eventi, la fatica e la difficoltà di giungere a meno precari equilibri furono evidenti; ma, se si pone mente a gran parte delle ricostruzioni locali e a buona parte delle pubblicazioni ispirate dalle sezioni dell'Anpi, alle celebrazioni alla "vulgata" della Resistenza, bisogna prendere atto che gli stessi protagonisti hanno finito spesso per confinare in zone d'ombra, addirittura per espellere come incongrui o irrilevanti tutti quegli aspetti della vicenda che non trovavano conferma ed esaltazione nel momento finale, nell'apoteosi della Liberazione e nell'unitarietà delle forze partigiane.
Il passaggio da piccole aggregazioni più o meno precarie, e sorrette da motivazioni e propositi variegati e mutevoli, alla costruzione di un esercito democratico di massa, è stato progressivamente depurato delle difficoltà, delle contraddizioni e dei costi che lo hanno fatalmente segnato, a favore di un certo appiattimento proteso a sottolineare soprattutto gli aspetti di unitarietà di intenti e di continuità tra gli esordi e gli esiti finali.
Tra gli aspetti della Resistenza oggetto di rimozione, quello dei contrasti interni al partigianato è uno dei più corposi; dal mio punto di vista, anche uno dei più interessanti, in quanto la ricostruzione e la contestualizzazione, cioè la comprensione della genesi di questi fenomeni consente di entrare nel vivo del processo di costruzione delle formazioni partigiane e dei rapidi mutamenti di atteggiamenti, di mentalità, di strutture organizzative che scandiscono i venti mesi della vicenda resistenziale.
Per sgombrare il campo da un possibile equivoco, non vi è, nell'occuparsi di contrasti tra formazioni partigiane, o all'interno di una singola formazione, né nello studiare la genesi di morti partigiane per mano di partigiani, alcun intento di togliere scheletri dagli armadi, o di portare alla luce "pagine oscure". Si tratta, piuttosto, di restituire a queste vicende un diritto di cittadinanza nella storia della Resistenza, superando una ricorrente difficoltà di accettare che la lunga gestazione delle formazioni partigiane - e cioè la riduzione a forze abbastanza omogenee di soggetti e forze variegate e molteplici, il graduale inserimento di logiche e problemi nazionali e politici in situazioni nate con forti componenti locali e con prevalenti motivazioni individuali ed esistenziali - fu un processo complesso, segnato da vicende necessariamente drammatiche e contraddittorie. Solo quando la Resistenza rifiuta una parte integrante della propria vicenda, restano "indicibili" molte scelte contraddittorie e drammatiche, molte pagine che di oscuro o vergognoso in sé non hanno nulla; vergognoso sarebbe relegarle a pure vicende individuali, di "miserie individuali", senza tentare di inserirle in un contesto più articolato, in una vicenda collettiva. Questo atteggiamento, ampiamente superato storiograficamente, quanto ancora ricorrente nelle celebrazioni di rito, determina da una parte una serie di censure, di rimozioni, di distorsioni, ed una distribuzione, sovente discutibile ed arbitraria, di bolle di condanna; contemporaneamente sembra sottendere un atteggiamento di debolezza, che offre ampie occasioni per estemporanee incursioni scandalistiche e vergognose semplificazioni strumentali.

I contrasti interni alle forze partigiane sono ovviamente molteplici e di varia natura; già esaminarne tipologie e possibili definizioni potrebbe essere un tema di ricerca niente affatto scontato. In questa relazione la nostra attenzione si concentra non tanto sulle tensioni, qualche volta giunte anche al disarmo e all'eliminazione di qualche elemento della parte "avversa" tra formazioni di diverso orientamento1, quanto sugli scontri che contrappongono, nell'estate del '44, comandanti "della prima ora" e nuovi quadri dirigenti, ovvero capibanda che sono giunti al momento della grande espansione partigiana superando alla testa dei propri uomini le difficoltà del primo inverno, e nuove leve politico-militari immesse nel corpo delle formazioni partigiane da istanze organizzative più vaste e complesse di quelle, tutto sommato relegate sul piano locale (solo a volte provinciale, quasi mai regionale), che hanno caratterizzato la prima fase della Resistenza.
Teatro di questi scontri sono soprattutto zone montuose, dove hanno trovato modo di insediarsi gruppi partigiani il cui isolamento, anche fisico, fortemente accentuato dai rigori del clima invernale, ha contribuito a forgiare una forte coesione interna e a dare grande rilievo alla figura del comandante. Siamo nel momento in cui ad un partigianato fortemente caratterizzato in senso localistico viene posta, e a volte, nei casi che prendiamo in considerazione, imposta, la necessità di cambiare pelle, di rispondere a responsabilità più articolate, a disegni di più vasto respiro. Buona parte dei contrasti nati nell'estate del '44 per il controllo e l'affiliazione di numerose bande, implicanti quindi la sostituzione o l'accettazione di un ruolo subordinato da parte del comandante "storico", possono essere iscritti nel contrasto spontaneità-organizzazione, o individualismo-disciplina di partito2 ma è forse utile individuare meglio il contesto nel quale queste contrapposizioni si realizzano.
Il punto da cui prendiamo le mosse è il seguente: in molti casi le formazioni di montagna, in particolare quelle di scarsa consistenza e operanti in situazione di forte isolamento, giungono all'estate del '44 avendo accentuato alcune particolari caratteristiche che ne rendono difficoltoso, e in alcuni casi quasi impossibile, un tranquillo adattamento alla novità della situazione determinatasi a partire dal mese di giugno (liberazione di Roma, sbarco alleato in Francia, costituzione del corpo Volontari della libertà, dei Triumvirati insurrezionali comunisti, ecc.).
Di fronte al mutamento favorevolissimo della scena bellica internazionale e interna, ed anche al ruolo di un certo rilievo che gli Alleati intendono riconoscere alla Resistenza, diviene prioritario coordinare le azioni delle formazioni, nel momento in cui "il ribellismo viveva la sua stagione di massima espansione, sollecitato dalla prospettiva insurrezionale che l'andamento della guerra sembrava confortare [...] mentre i comitati di liberazione si moltiplicavano, ramificandosi sul territorio"3. Mentre il movimento resistenziale vive un intenso momento di ristrutturazione, nel tentativo di rispondere a inderogabili esigenze di coordinamento delle forze militari, e di queste con i partiti politici, molte vallate montane, a lungo segnate da scarsi o nulli rapporti organizzativi, si troveranno ad essere investite, anche in modo traumatico, dalla "novità" della Resistenza in espansione e delle sue istanze organizzative. Qui, più fortemente si è consolidato un legame di fiducia tra uomini e comandante difficilmente revocabile in dubbio dall'esterno della banda, la cui peculiarità è prima rappresentata dal tipo di comandante che si è data, e solo in subordine da chiari connotati ideologici. Anche dove emerge un orientamento politico prevalente, in dipendenza spesso dai personali orientamenti del capo, esso non è rigidamente vincolante, resta nell'ambito della sensibilità individuale, patrimonio di alcuni o della maggior parte del gruppo, senza però essere divenuto vincolo organizzativo, di partito.
"Se il fatto che per un buon lasso di tempo dopo l'avvio della guerriglia l'identificazione delle bande da parte della voce comune e anche delle formazioni 'dirimpettaie' avviene con riferimento al nome dei comandanti, o delle personalità reputate di spicco nel nucleo fondatore - la 'banda Vian', la 'banda Galimberti', la 'banda Beltrami', ecc. - è da ricondursi essenzialmente all'indeterminatezza che regna in tema di 'colore' politico o di orientamento organizzativo dei singoli aggregati, la 'nominatività' che distingue certi nuclei partigiani discende invece da una connotazione specifica degli aggregati medesimi per la indipendenza rivendicata dai loro capi, talora sfiorando il sospetto di intendere la forza radunata alla stregua di un 'corpo personale' "4.
Nel periodo di transizione che si protrae spesso ben dentro l'estate del '44, il comando viene ancora detenuto ed esercitato solo in virtù della fiducia riscossa dagli uomini della propria banda, soprattutto, è bene ribadirlo, laddove sono state scarsamente superate le condizioni di isolamento e di localismo nelle quali le prime bande sono faticosamente riuscite a "tenere" durante il primo inverno. Né va sottovalutato il fatto che una condizione di isolamento, l'orgoglio di aver superato senza aiuti momenti molto difficili, finisce per accentuare innate diffidenze e antichi orgogli montanari: "Ho criticato l'atteggiamento 'campanilistico' del comandante, il quale non vede di buon occhio l'afflusso alle formazioni di elementi partigiani che non siano i suoi montanari, e ho condannato l'espressione che si impiega quassù, per quelli della città, di chiamarli 'la vaselina' "5.
Come ha ricordato Mario Giovana "le modalità stesse di nascita delle bande esaltano la figura del creatore e del capo, e tendono ad elevare i tassi di 'carismaticità' che lo circondano e di cui egli può impreziosirsi. L'iniziativa individuale e l'avvaloramento dei requisiti di comando derivante dai dati probatori dell'esperienza e del consenso attivo dei sottoposti, sono a fondamento della germinazione della banda e della legittimazione del grado di autorità. Perciò, una dose spesso allopatica di 'carisma' si concentra intorno alla personalità del capo dei primi nuclei di guerriglia, alimentata dalla fantasia popolare - che necessita di riconoscersi in nuovi emblemi di rappresentanza delle proprie aspirazioni e in nuovi 'modelli' di guida, sentiti come affini a sé, espressioni alte e simboliche dei propri sentimenti - e misurata sulla scorta della straordinarietà delle imprese delle quali i soggetti sono protagonisti"6.

È questo il modello organizzativo che entra in crisi con la fase di espansione della Resistenza. L'afflusso intenso di aspiranti partigiani, la possibilità di intraprendere azioni a più vasto raggio finiscono per generare fatalmente necessità di coordinamento e responsabilità verso le comunità circostanti, di tipo completamente nuovo. Per quanto riguarda ad esempio la provincia di Brescia7, sono proprio le operazioni di gruppi autonomi (termine da intendersi qui in senso letterale, e non come sinonimo di "badogliani"8) a portare al ritiro della Gnr dalla media e alta valle Trompia, così come nella valle Seriana "la prima azione di una certa rilevanza militare" della Resistenza ha per protagonista la banda di Angelo Del Bello "Mino"9; ma queste operazioni, accentuando una situazione di anomia, di conseguenza dilatano anche i compiti "normativi", di sostituzione dell'autorità, spettanti ai partigiani. È precisamente a questo compito che i gruppi autonomi si ritrovano impreparati, e forse anche completamente inadeguati, mentre altri candidati avanzano con "fare deciso".
Per i vari Nicola Pankov, Vivenzi, Scalvini, Del Bello ecc. non vi è più spazio - anche in senso letterale, visto che nessuno di questi capi di bande autonome giungerà vivo all'ultimo inverno - in una fase dove al localismo, alle situazioni, alle forze, alle storie individuali si contrappongono logiche di più vasta portata, di cui sono il sintomo evidente i tentativi di varare comandi unici per intiere zone operative.
Il ventaglio tipologico dei processi di fusione (o di rifiuto della stessa) e degli autonomismi con i quali ci si deve confrontare è molto vasto10. È anche evidente, date le nostre premesse, che qualunque processo di fusione, o comunque di adeguamento ad un nuovo assetto organizzativo più vasto, implica un riesame, una messa in discussione del rapporto del capo con la "sua" banda. I casi che prendiamo qui in considerazione non sono esclusivamente riconducibili a "tendenze a sfondo anarcoide, o di 'comunismo libertario' (formula, quest'ultima, che racchiude dell'utopismo di radice sottoproletaria e misticheggiante)"11, anche se certamente queste definizioni ricorrono con grande frequenza nelle relazioni della brigate "Garibaldi", soprattutto per indicare un problema di disciplina o tentativi di autonomia individuale. Sarebbe in molti casi azzardato attribuire la ragione della mancata confluenza di una banda autonoma a cause di natura strettamente ideologica; più spesso il motivo per cui la confluenza non avviene va innanzitutto ricercata nel rifiuto dei comandanti di cedere il comando delle proprie formazioni, di essere messi da parte.
Molti capibanda sono già, nell'estate del '44, dei miti. È indubbio che costoro si trovano in un posizione di comando al termine di un processo di selezione naturale, dopo nove o dieci mesi di stenti e di sviluppo relativamente asfittico della Resistenza armata; anche se ad un esame attento non si può parlare di grandi operazioni militari, in val Trompia o in val Camonica o in val Seriana o in val Sabbia la Resistenza armata fino all'estate in gran parte coincide proprio con le azioni di capibanda e di gruppi partigiani che si muovono con grandi margini di autonomia, ed in presenza di aiuti logistici e di coordinamenti provinciali quasi inesistenti. Una delle caratteristiche sulle quali si è giocata la selezione dei comandanti è certamente la capacità di portare gli uomini al fuoco, di non perdere la lucidità e il controllo quando si passa all'azione, o si finisce sotto rastrellamento. Dote meno facile a trovarsi di quanto si creda, come molti drammatici rovesci stanno a testimoniare. Certo non è un caso che pressoché tutti i comandanti usciti dalle prove invernali e di primavera siano anche ex-soldati, spesso con anni di esperienza di guerra sulle spalle; molto spesso sottufficiali, abituati ad un rapporto immediato e diretto con i propri uomini. Come scrive Désiré Camus, comandante dei Francs tireurs partisans bretoni, "on n'obéit pas à n'importe qui: pour commander il faut avoir fait ses preuves, un chef ne s'impose pas, on l'admet parce que l'on reconnait sa valeur"12.

Dal maggio-giugno la Resistenza riceve un'iniezione di nuove reclute e anche di nuovi quadri dirigenti, di nuova "professionalità", si prepara ad assolvere compiti più vasti, nel momento in cui sembra che l'avanzata alleata renda imminente la possibilità/necessità dell'insurrezione. Una mutazione, un passaggio che, pur coinvolgendo certamente tutte le forze in campo, è più intenso, e più facilmente leggibile nell'ambito delle forze partigiane che fanno riferimento al Partito comunista13.
Non v'è dubbio che sulle autonomie partigiane "i comunisti in particolare esercitarono pressioni di contenimento" perché "memori degli effetti disgregatori dello 'spontaneismo' anarchico nella guerra civile spagnola dove, a prescindere dai generosi slanci di capi anarco-sindacalisti divenuti leggendari, le teorizzazioni e le pratiche di questo segno indebolirono all'eccesso i fronti di battaglia"14. Alle genealogie culturali e storiche di questo atteggiamento va probabilmente aggiunto il fatto che il Partito comunista opera la scelta, coraggiosa quanto gravida di conseguenze, di determinare un salto di qualità nelle forme della Resistenza armata non solo dove la presenza dei suoi militanti è notevole, ma anche laddove, fino a quel momento, la sua consistenza, in termini di quadri sperimentati, di radicamento e di formazioni armate, era stata scarsa o inesistente. Soprattutto qui si attua l'immissione nella Resistenza di una volontà politica, di un progetto di costruzione di forze "proprie", e dell'assunzione di compiti di più ampia portata e anche di progetti che tentano di prefigurare i futuri rapporti politici. Strumento di questa svolta, di questo salto di qualità, l'invio in montagna di compagni qualificati, spesso con un prestigioso curriculum di combattenti in Spagna.
È vero che l'obiettivo continuamente perseguito e ribadito è quello di giungere a più larghe forme di interazione, collaborazione, fusione, e alla creazione di comandi unici, ma è altrettanto evidente la volontà di giungere, ovunque sia ritenuto possibile, ad una posizione egemonica, fino ad "attirare nella propria orbita anche le altre formazioni indipendenti''15. Questa attività frenetica diviene più intensa e assume particolari caratteristiche nell'estate del 1944, quando si percepisce chiaramente un continuo lavorio di sostituzioni di comandanti, intrusioni, fusioni imposte, minacciate, fallite, finalmente riuscite, di gruppi sparsi e formazioni "autonome" e "fuori controllo" cui il personale politico comunista sta imponendo un salto in termini di omogeneità e di compatibilità con le direttive generali. Non è certo fenomeno esclusivo delle formazioni "Garibaldi", anche se qui, per le ragioni sopra richiamate, è più intenso e evidente. Il progetto di "prendere nelle nostre mani" la situazione, di curvarla, se necessario violentarla, richiede professionalità e pugno di ferro. Uno spoglio anche sommario delle relazioni delle brigate "Garibaldi" dell'estate '44 porta alla luce un certo numero di casi, dove si ripete, scontate ovviamente le irriducibili diversità dei personaggi e delle situazioni locali, lo schema di contrapposizione già delineato: da una parte un comandante partigiano radicato nella situazione locale, che deve la propria posizione a doti naturali, magari connesse ad una buona pratica di cose militari, al coraggio e alla determinazione dimostrata sul campo; dall'altra, un uomo di partito, un rivoluzionario di professione16.
La situazione, il salto di qualità che i comunisti ritengono indispensabile, e che portano avanti ad ogni costo, esige prima di tutto un mutamento radicale nell'idea che i partigiani si erano venuti facendo di se stessi: "Ciò che poteva essere tollerato in una piccola banda di 10-15 uomini non è più possibile in una brigata regolarmente inquadrata e diretta"17. Mi pare esemplare, in proposito, Moscatelli in una lettera di fine agosto '44, laddove scrive: "Troppi partigiani fanno ancora come vogliono e non ubbidiscono con la dovuta prontezza agli ordini impartiti. I partigiani, se non tutti però in buona parte, non hanno ancora compreso che nell'Italia occupata ci sono molte decine di brigate, ci sono già molte divisioni, ci sono dei corpi d'armata di garibaldini, di partigiani. La loro mentalità si è fermata allo stato di banda, dove il capo è tutto e loro sono i buoi che lavorano. Come alla brigata, alla divisione, al corpo d'armata, anzi, al Corpo volontari della libertà, deve corrispondere una adeguata coscienza politica, così al nuovo esercito deve corrispondere adeguata disciplina. Al rapporto di simpatia, di amicizia o di affetto particolare, caratteristiche comuni alle bande e che ne determinavano l'orientamento, pur conservando ciò che vi è di buono in tali rapporti, dobbiamo però convincere che oggi vi è un solo rapporto che tutti sovrasta: disciplina ferrea, scattante, quando sentita e accettata con volontà ed entusiasmo. Fare sentire ai partigiani che il volontarismo, più che nel combattimento, si manifesta nella disciplina. Un partigiano di fegato, coraggioso è un pessimo partigiano se non è disciplinato. 'Arrischiare la pelle' è una cosa che sanno fare in certi momenti della loro vita anche i vigliacchi d'animo. Imporsi una disciplina, volerla come si vuole l'arma per combattere è condizione prima di un buon partigiano. Anzi, uno è veramente tale, quando la disciplina rappresenta un abito mentale, una abitudine, una educazione, insomma una cosa che deve essere spontanea come l'impulso, lo scatto del valoroso"18.
L'obiettivo polemico di queste affermazioni di Moscatelli è un modo di vivere il partigianato ben esemplificato da Calvino, attraverso le riflessioni del commissario Kim: "Questo non è un esercito, vedi, da dir loro: questo è il dovere [...]. Non hanno bisogno di ideali, di miti, di evviva da gridare. Qui si combatte e si muore così, senza gridare evviva"19.

Il contrasto tra nuovo modo di intendere il rapporto tra partigiani, tra formazioni, tra comandante e banda, non si verifica dunque solamente tra comunisti e gruppi autonomi; forse questo è il caso più frequente, ma nei suoi termini generali il problema è comune all'intiero panorama della Resistenza armata, ed è intensamente vissuto anche all'interno delle brigate "Garibaldi", anch'esse sottoposte ad una terapia d'urto che le deve trasformare in un "vero esercito popolare e democratico".
Vallate rimaste tagliate fuori, montagne dove agiscono formazioni i cui legami organizzativi sono ancora saltuari ed incerti, vengono raggiunte da un nuovo personale politico-militare; i protagonisti in prima linea del grande lavorio di rinnovamento e riorganizzazione sono funzionari, militanti fidati, combattenti sperimentati, ma la richiesta è di gran lunga superiore alla disponibilità, per cui altrettanto spesso, come vedremo, si dovrà ricorrere a quadri volonterosi quanto privi di esperienza, "studenti in medicina" e "vaseline di città" catapultati in situazioni che dovranno padroneggiare pur non avendone vissuto la genesi se non, spesso, attraverso relazioni di seconda mano.
Ispettori, commissari e nuovi comandanti rendono nettamente percepibile nelle loro relazioni la difficoltà, a volte l'impossibilità, di farsi accogliere in posizione di comando, provenendo da fuori, perché pochi mesi di vita partigiana spesso hanno prodotto una identità di gruppo, e un legame tra comandante e banda, nel quale fare breccia è molto arduo.
I comandanti della prima ora hanno vissuto in stato di isolamento, spesso non hanno ricevuto fino ad ora che scarsi o nulli aiuti in uomini ed armi, provvedendo al sostentamento anche con espropri, riuscendo egualmente a "tenere", a superare l'inverno, a plasmare una qualche identità personale e di gruppo comunque partigiana (anche se ovviamente molto più artigianale e primitiva di quella esemplata da Moscatelli). Per molti di loro chi arriva da fuori è uno "nuovo", le cui capacità sono ignote, certificate da un'entità lontana, e non di necessità affidabile; quando si tratti, ed è la maggior parte dei casi, di uomini cresciuti al di fuori della disciplina di partito, la diffidenza e la Resistenza a lasciare le redini del comando possono essere anche maggiori, ma le relazioni delle brigate "Garibaldi" mostrano che spesso il problema è corposo anche fra militanti comunisti. Situazione ben rappresentata da una relazione del comando della 40a brigata "Matteotti" del 10 luglio '44, dove si narra che due "incaricati dal Partito di ispezionare alcune zone montane per controllare il lavoro partigiano", visitando "un gruppetto allora detto Carlo M.(arx) zona Premana", hanno un brusco incontro con il comandante del distaccamento, "il compagno Spartaco che, per la sua mentalità e forse anche perché era stato abbandonato per un po' di tempo, in seguito ai famosi arresti di Milano, era diventato l'assolutista factotum del reparto. Dovemmo digerire un suo discorsetto sconnesso che suonava pressappoco così: me ne frego del Partito e del Comando militare, qua se manco io tutto va per aria e io solo so come e che cosa si deve fare senza che altri diano consigli''20.
Molti, nei mesi effervescenti della grande estate partigiana, devono essere stati i "discorsetti sconnessi" pronunciati da irsuti, orgogliosi comandanti dotati di anzianità di parecchi mesi - un'eternità in certe situazioni - in risposta a nuovi commissari, nuovi comandanti, venuti "da fuori" "finalmente". La linea di contrapposizione imboccata dal "compagno Spartaco" è anche indicativa del fatto che l'appartenenza al partito, dopo mesi di vita di montagna e di autonomia operativa, non è automatica garanzia di obbedienza. Situazione evocata anche dalla figura di Primula, così come la tratteggiano Anello Poma e Gianni Perona: "Bracciante, operaio a giornata, commerciante ambulante, aveva del popolano l'impulsività, un certo fare teatrale, e insieme il fastidio delle esteriorità e della disciplina. Sebbene fosse comunista e iscritto al partito, conservava un forte individualismo con tendenze anarchiche, ed era molto restio a sottoporre le pattuglie da lui dirette a un comando partigiano. Per questo Anello Poma 'Italo' e Bruno Salza 'Mastrilli', che discussero con lui fin dai primi dell'aprile 1944 i suoi rapporti con il Comando della brigata biellese, si scontrarono dapprima in una incomprensione per i motivi della lotta unitaria e della politica 'ciellenistica', all'interno e all'esterno del movimento partigiano, che fu vinta con una chiara e dura presa di posizione"21.
Non è ovviamente possibile stabilire una volta per tutte se i nuovi quadri mandati a prendere in mano situazioni defilate, confuse, o semplicemente fuori controllo fino a quel momento, fossero effettivamente più dotati, o meno, di attitudini al comando, all'organizzazione e alla mediazione di coloro che già si erano radicati sul posto; probabilmente spesso lo erano, e in alcuni casi no, ma il punto centrale è che dovevano essere prima di tutto capaci di adeguare le situazioni loro sottoposte a direttive che venivano elaborate in sede regionale e nazionale.
La struttura di partito permette ai comunisti di ovviare a situazioni di particolare debolezza spostando militanti di provata esperienza laddove la situazione lo richiede, riprendendo una antica formula organizzativa del movimento operaio, con la quale le camere del lavoro caratterizzate da vita asfittica venivano vivificate dall'invio di organizzatori che si erano già fatti le ossa e avevano dato buona prova di sé in altre situazioni; prassi tuttora utilizzata.
I vantaggi di questa soluzione sono evidenti ed indubitabili, ma nel caso della guerra partigiana questa prassi organizzativa è naturalmente destinata anche a produrre contrasti e lacerazioni, nelle situazioni in cui il vincolo personale, il "tasso di carismaticità" ha finito per divenire particolarmente importante. Inoltre, la scarsità di quadri sperimentati, accanto alla necessità di forgiare modelli organizzativi omogenei, determina la necessità di ricorrere ad un nuovo personale, spesso privo di un curriculum prestigioso come quello dei militanti che si erano fatti le ossa in Spagna, la cui importanza è stata spesso e autorevolmente sottolineata, nel determinare la qualità e la determinazione della Resistenza armata22. In assenza di elementi già forgiati e sperimentati, si dovette sovente ricorrere a quadri di partito di recente formazione, nei quali la buona volontà o la fedeltà avrebbe dovuto supplire all'esperienza: "Scarsa è la preparazione militare dei vari comandanti e deficiente quella politica dei commissari. Si tratta per la maggior parte di studenti in medicina: solo due commissari sono proletari e vecchi compagni"23.
Numerose, nelle relazioni delle "Garibaldi" dell'estate '44, le osservazioni del seguente tenore: "Manifesta la deficienza attuale dei quadri. Dopo tanti mesi di vita partigiana non vi è ancora un comandante militare a disposizione della brigata. Né è facile la costituzione dei quadri con elementi competenti. Bravi patrioti non mancano, ma nessuno, o quasi, cura in modo particolare la costituzione dei quadri. È necessario pertanto un maggior interessamento da parte dei comandanti e dei commissari politici. Deve essere posta la parola fine al sistema di chiamare al Comando, o ad investire di funzioni partigiani soltanto perché amici di Tizio o di Caio"24.
"I nostri sforzi per formare quadri dalle file partigiane hanno dato alcuni risultati, come una buona selezione di capisquadra e di distaccamento, soprattutto in seguito alle azioni svolte o sostenute e che ci hanno permesso di fare una selezione. Invece per comandanti o commissari di brigata la cosa è differente e molto più complessa. Debbono avere requisiti che non è facile trovare e si deve avere su di loro una fiducia e sicurezza, dal nostro punto di vista, indiscussa"25.
Ma anche laddove il nuovo personale inviato sia prestigioso, all'altezza del compito, farsi accettare è comunque difficile.
"Quando si notificò che eventualmente sarebbe stato inviato qualche consulente tecnico, tutti furono contrari, affermando che essi erano stati capaci di condurre la lotta a tutt'oggi, e pensavano che sarebbero stati all'altezza del suo [sic] compito anche per l'avvenire"26.
E anche: "Politicamente le nostre formazioni non hanno ottenuto grandi progressi; questo non avviene totalmente dalle mancanze politiche dei nostri garibaldini [...] ma la causa principale viene assolutamente dall'incomprensione di molti comandanti e commissari, i quali, invece di fare delle beghe personalistiche per spirito di parte e ambizione personale, avrebbero dovuto stringere i partigiani attorno alla politica del Cln. Parecchi di questi comandanti e personaggi politici, anche appartenenti al Pc, hanno poca comprensione della politica attuale; quindi non hanno sentito quella disciplina necessaria e il dovere di cui si deve essere pervasi in questo momento. Si è incancrenito in loro il personalismo, che li trasporta alla Resistenza agli ordini, a sfuggire al controllo e alle direttive nostre, vostre e di chicchessia. Noi, come responsabili sul posto, credetelo pure, non ci scoraggiamo, ma resistiamo giornalmente con tutti i mezzi dovuti, tenendo conto della situazione, perché siano applicate le direttive che ci pervengono. Nel medesimo tempo elenchiamo tutti gli errori e cerchiamo nelle nostre possibilità di controllare e correggere quel personalismo che porta il malcontento e il disgusto fra i nostri combattenti. I suddetti elementi, se non cambiano, saranno pericolosi domani come lo sono oggi, e per questo noi troviamo necessario di procurare al momento opportuno la loro biografia"27.
Il problema del rifiuto di quadri non sperimentati si intreccia spesso con un livore di classe, "gli studenti e sbarbatelli" mandati a comandare sono guardati con una diffidenza originata sia dalla loro diversa estrazione sociale sia dal loro giungere "dopo"; il fatto che arrivino direttamente a posizioni di comando è anche percepito come giudizio di inadeguatezza verso i comandanti precedenti.
Proletari/studenti, vecchi/nuovi, base/vertice: questa ricorrente serie di dicotomie, (non importa, per il momento, quanto realmente fondate e quanto strumentali o immaginarie) è ben esemplificata nella vicenda di Tito, comandante garibaldino sostituito, che, sottoposto a processo per diserzione, non vuole "essere giudicato da sbarbatelli e studentelli (alludendo alla posizione e alla giovane età di molti dei compagni comandanti)" ribadendo la "sua assurda convinzione di non dover essere punito per quanto aveva fatto ma anzi premiato perché sicuro (diceva lui) di avere bene agito ed acquistato la simpatia della popolazione e che un compagno quando è sicuro [...] ha il diritto di prendere qualsiasi iniziativa che per lui sia buona. Dimostrò così di non comprendere che cosa sia disciplina e direttiva di Partito, di essere cioè un anarcoide insofferente di qualsiasi critica". Accomunato a Tito dalle accuse di indisciplina vi è anche "Bazzoni Lazzaro. Sapendo Tito fuori legge e disertore, per un suo giudizio personale, si era permesso di sostenerlo e coadiuvarlo dichiarandosi commissario politico del suo distaccamento, inviando a Tito reclute che dovevano essere fatte affluire invece a noi da lui nella sua qualità di intermediario fra la montagna e la bassa; inoltre il Bazzoni presente al processo Tito assunse posizione analoga di fronte agli sbarbatelli e studentelli e si ribellò violentemente ad un nostro biasimo per il suo operato dimostrandosi chiaramente elemento anarcoide insofferente d'ogni disciplina e critica, che noi dobbiamo quindi segnalare al Partito per i provvedimenti del caso ove si trattasse di un compagno"28.
Delle difficoltà cui inevitabilmente si va incontro immettendo nuovi comandanti dall'esterno si mostra ben consapevole Cino Moscatelli, all'epoca commissario politico della I divisione Valsesia, quando scrive che "mandare qualche elemento dirigente staccato dal suo ambiente, [dagli] uomini in cui si è formato e dove ha creato l'affiatamento indispensabile al buon funzionamento della formazione è come mettere un buon giocatore di calcio in una ottima squadra senza prima far l'allenamento collettivo. L'esperienza insegna che i buoni comandanti si formano col formarsi dei buoni partigiani. Un buon comandante è sempre un buon comandante, è vero, ma è altrettanto vero che a immetterlo in una formazione già fatta deve subire il suo periodo di crisi di trapianto. Inoltre l'autorità del comandante è più solida se cresciuta nella formazione che non importata dall'esterno"29.
Non può meravigliare che questo precipitare dall'alto di comandanti e commissari politici sia spesso destinato a suscitare malumori, tensioni, scontri, la cui gravità e i cui esiti dipendono da numerose variabili: l'abilità di mediazione del nuovo arrivato, il suo carisma e l'effettiva forza e determinazione del gruppo e del comandante preesistenti. In alcuni casi si decide di mediare: "Non bisogna dimenticare che la guerriglia richiede un diverso concetto organizzativo, e che la burocratica assegnazione di comandanti se può prestarsi per un esercito regolare, può far fallire una formazione partigiana la cui coesione è dovuta al prestigio di cui gode il capo. Il commissario politico sconsiglia assolutamente ogni cambiamento di comandante per questa formazione. Gli uomini considererebbero la cosa come una menomazione ed un arbitrio e ne seguirebbe la dissoluzione del gruppo"30.
Anche in val Camonica uno sperimentato combattente di Spagna e della Resistenza francese, Giuseppe Verginella31, inviato a tentare un accordo con le fiamme verdi e forse anche a frenare l'irruente Nino Parisi "Ettore", (capo di un gruppo che diverrà la 54a brigata "Garibaldi"), viene rimosso e destinato ad altro incarico dopo un paio di mesi di rapporti burrascosi con il comandante, non tanto perché i rilievi da lui mossi al Nino Parisi, comandante in carica, siano infondati, ma perché gli uomini sono decisamente dalla parte del comandante "storico", la cui sostituzione comporterebbe probabilmente la dispersione dell'intera banda.
Ma quali che fossero, a seconda dei casi, gli esiti di questi scontri per il controllo delle formazioni armate, mi pare che essi vadano inquadrati nella contraddizione irresolubile sottesa alla stessa nozione di "esercito democratico", dove il sostantivo convive necessariamente male con l'aggettivo.
È vero infatti che le bande in molti casi funzionano da "microcosmo di democrazia diretta" (secondo la celebre definizione di Guido Quazza), da primaria esperienza di confronto e di capacità di espressione e di iniziativa dal basso per i giovani cresciuti nel periodo fascista. Questa esperienza si concretizza tra l'altro nella grande novità che il comando viene alla fine esercitato esclusivamente da chi riesce, attraverso le proprie opere, a conquistare la fiducia degli uomini a lui sottoposti, in ciò venendosi a configurare una revocabilità dal basso dei comandanti: se viene meno la fiducia del gruppo, vengono meno le radici, e anche la stessa possibilità di esercitare il comando. Ma il rapido mutamento di dimensioni delle bande e di obiettivi della Resistenza armata - e dei rapporti e valenze politiche che si vanno configurando - hanno anche fatalmente delle implicazioni sul piano della democrazia e della legittimazione esclusivamente dal basso del comando: quando le bande crescono di entità e di numero, quando devono coordinarsi tra di loro e divenire parte di una brigata, di una divisione, alle numerose doti che un comandante doveva possedere (fatto che aveva reso merce preziosa i buoni comandanti) se ne aggiunge una nuova, decisiva, e fuori dalla portata di qualunque democrazia diretta: la sua volontà, e capacità, di aderire in posizione subalterna ad una strategia decisa in un altrove più o meno lontano, ma chiaramente sottratto ad ogni possibilità di controllo locale, dal basso. Né, ovviamente, le necessità logistiche e militari, che si pongono in modo completamente nuovo, lasciano credibili alternative ad un processo di accentramento delle decisioni e di riduzione di spazi di reale autonomia operativa.
Per cui, se è vero che nel nuovo esercito partigiano la selezione "dei comandanti è soggetta ad un sindacato dal basso che non perdona: perché, non solo vi è la naturale pretesa di appartenere ad un agglomerato combattente non di mediocre rendimento a causa di chi lo dirige, ma perché in ciascun istante del 'quotidiano' partigiano - e tanto più nelle circostanze degli scontri - il comandante scadente mette a repentaglio la vita degli uomini, e spesso senza rimedio, o provoca la dispersione del gruppo"32, è altrettanto innegabile il fatto che "la selezione dei comandanti può anche partire dall'alto"33. Qui si apre il ventaglio di contraddizioni nel quale si inscrivono gli episodi dei quali abbiamo tentato di tracciare una sommaria tipologia, senza ovviamente dimenticare che in molti casi i personalismi, o lo spirito individualistico o anarchico o il settarismo di partito giocarono un ruolo decisivo.
In alcuni casi l'eliminazione di un comandante che non accetta di aderire con il proprio gruppo ad una brigata "Garibaldi" in via di espansione o di formazione è la via obbligata, quanto meno tale pareva allora, per sgombrare il campo da un elemento il cui prestigio non avrebbe reso agevole l'insediamento nel territorio di un nuovo gruppo. Penso in particolare alla vicenda di Nicola Pankov, di cui mi sono occupato diffusamente altrove34; qui l'eliminazione fu giustificata da un'insieme di accuse, direi mosse ad arte e non comprovate, che andavano dall'aver seguito procedure poco corrette per il vettovagliamento della banda durante l'inverno precedente, fino al richiamare con la propria presenza l'attenzione tedesca, aumentando di conseguenza i rischi di rastrellamenti (tipo di accusa ricorrente in casi analoghi, e paradossalmente identico a quello tanto spesso utilizzato da moderati e benpensanti contro la Resistenza armata nel suo complesso).
Nel caso di Nicola e del suo gruppo di partigiani russi, come in parecchi dei casi citati precedentemente, i quadri di partito che guidano le operazioni di riduzione ad unitarietà di forze partigiane sparse e fuori controllo, interpretano il proprio compito come una indispensabile bonifica, una espulsione dalle forze della Resistenza di elementi che non accettano di aderire a ciò che invece appare loro una necessità storica. In questa logica, rifiutare l'inquadramento o la sostituzione è colpa non emendabile: chi sceglie "male" "entra in un buco nero della storia"35. Se questo è comprensibile, rispetto alle specifiche contingenze storiche, lo è meno il fatto che questi personaggi siano entrati prevalentemente anche in un buco nero della storiografia, dato che le loro vicende per molti mesi hanno coinciso in numerose situazioni con la Resistenza armata tout court, e dato che le loro biografie sono un tassello ineliminabile di un divenire della Resistenza accidentato, segnato da continui cortocircuiti fra motivazioni esistenziali e progetti politici, tra dimensione locale e quadro nazionale. Biografie spesso dense di chiaroscuri, ma anche materia prima e tessuto connettivo a prescindere dai quali la ricostruzione del laborioso "farsi" della Resistenza resterebbe fatalmente incompleta.
In una fase caratterizzata da forti pulsioni all'azzeramento della memoria storica e da inviti interessati a osceni embrassons-nous, vale forse la pena di riappropriarsi, ricostruendone più compiutamente atteggiamenti e motivazioni, anche delle vicende i cui protagonisti sono "partigiani che scelsero male", che non seppero o non vollero adeguarsi ad un processo di crescita e di mutamento che era avvenuto lontano, al di fuori della loro capacità di comprensione o volontà di adeguamento. È probabile che con variegati localismi capi banda fieri della propria indipendenza e "piccole patrie" faticosamente ritagliate nel marasma generale, ovvero senza l'aquisizione di una dimensione politica, si sarebbe arrivati solamente ad una Resistenza asfittica e incapace di indicare ampie e nuove prospettive. Ma, tra dimensioni locali e prospettive generali, tra dimensioni esistenziali - (individuali e di banda) - e orizzonti politici avvengono non solo incontri fecondi, ma anche sovrapposizioni, frizioni e cozzi che sono parte integrante e costitutiva della Resistenza, come pure l'operato delle sparute bande disorganizzate del primo inverno sui monti e della sanguinosa primavera che precede la grande espansione estiva. Protagonisti-vittime di questi scontri, della fase di mutamento sulla quale ci siamo soffermati, sono uomini che giungono all'estate del '44 avendo alle spalle una biografia "partigiana", che non può in ogni caso essere rigettata, o assimilata semplicisticamente a quella di grassatori o elementi provocatori, in conseguenza della loro fine, della loro uccisione o del loro accantonamento.
Chiudo ricordando una sfida lanciata alla "rispettabilità ben pensante" da Italo Calvino: "D'accordo, farò come se aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani, ma i peggiori possibili, metterò al centro del mio romanzo un reparto tutto composto di tipi un po' storti. Ebbene: cosa cambia? Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un'elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete mai sognarvi di essere!"36.


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