Silvana Patriarca
Famiglia e valori contadini nelle memorie di un agricoltore
gattinarese dell'Ottocento
"l'impegno", a. IV, n. 3, settembre 1984
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
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Questa ricerca vuole dare un contributo allo studio del modo in cui le popolazioni contadine si sono
inserite nel processo di trasformazione industriale della società italiana e in particolare del rapporto tra il
loro sistema di valori e alcune caratteristiche specifiche di questa trasformazione. Se infatti nella letteratura
sullo sviluppo industriale in Italia si è rilevato che uno dei caratteri peculiari della via italiana
all'industrializzazione è il persistente legame della forza-lavoro industriale con la terra e l'agricoltura, questa variabile è
stata spesso assunta come effetto soltanto di un particolare tipo di politica imprenditoriale, senza considerare
i rapporti che essa può avere con le strategie e le forme di resistenza messe in atto dalle comunità
contadine che si trovavano implicate nel processo di industrializzazione. Sulla necessità di un approccio che
tenga conto di questi fattori ha insistito di recente Franco Ramella, le cui ricerche sulla formazione della
classe operaia nel Biellese hanno appunto posto al centro dell'analisi i modi e le forme della resistenza
e dell'adattamento selettivo da parte della comunità tessile-agricola tradizionale al mutamento indotto
dalla produzione accentrata e dall'introduzione delle
macchine1. Nella comunità tradizionale del Biellese
la produzione tessile a domicilio è finalizzata a garantire l'autonomia e l'autosufficienza della famiglia
del tessitore che appoggia comunque in misura rilevante la sua economia al possesso di un pezzo di terra.
La disgregazione di questo sistema produttivo e sociale è un processo lento, non lineare, in cui i valori
della comunità preindustriale anziché soccombere sotto il peso della nuova organizzazione produttiva sono
in grado per un certo tempo di trasformarsi in strumenti di contrattazione della
forza-lavoro2. In una prima fase, come Ramella fa notare, "il lavoro accentrato in fabbrica alle macchine, in quanto lavoro non
qualificato, è considerato nella comunità preindustriale come un grave scadimento
sociale"3.
Ma forme di resistenza nei confronti della fabbrica sono individuabili anche in comunità in cui l'industria
è arrivata nel primo Novecento senza passare attraverso la fase della manifattura a domicilio. È questo il
caso di Gattinara, un borgo di viticultori che ha conosciuto in questo secolo un processo di
industrializzazione piuttosto accelerato che ne ha mutato notevolmente la fisionomia: la sua popolazione oggi,
raddoppiata rispetto all'inizio del secolo, si dedica all'agricoltura solo in minima percentuale. Le contraddizioni e
le resistenze provocate dall'industria tra le famiglie di viticultori nei primi decenni del secolo
emergono chiaramente nelle storie di vita raccolte tra i vecchi contadini del paese: tutti ricordano che chi andava
in fabbrica veniva chiamato spregiativamente "fabricot" (e i tessitori a domicilio della Valle Strona, come
ci dice Ramella, chiamavano il primo operaio "uncitt" cioè unto,
sporco)4 ed era poco desiderato come
partner matrimoniale5.
Ora, per poter comprendere le radici di atteggiamenti di questo tipo mi sembra necessario ricostruire
il sistema di valori che caratterizzava questa comunità contadina nell'Ottocento prima dell'arrivo delle
fabbriche. A tale scopo mi servirò di un documento finora pressoché inutilizzato e che presenta il grande vantaggio
di essere una sorta di "voce interna" della comunità: una cronaca redatta nel secolo scorso da un viticultore
di Gattinara, Carlo Caligaris.
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Non sappiamo esattamente quando questo agricoltore gattinarese, di condizioni abbastanza agiate,
abbia deciso di iniziare la redazione delle sue
"Memorie"6. Il testo ci parla però della meticolosità e della
costanza del suo autore che, per tutti gli anni che vanno dal 1817 fino al 1889, prende nota dell'andamento
delle stagioni e dei raccolti, dei fatti pubblici rilevanti della sua comunità e delle sventure che ne hanno colpito
i membri, oltre che degli eventi che hanno segnato l'esistenza della sua famiglia e la sua individuale
(battesimi, lutti, matrimoni). Documenti simili sono ben conosciuti dagli storici delle società di
ancient régime: si tratta per lo più dei
cosiddetti livres de raison dove accanto alle notizie sulla genealogia della famiglia,
sulle alleanze, la parentela, le nascite, il capofamiglia (e spesso dopo di lui il figlio, il nipote e così via, a volte
per più generazioni) annota tutto ciò che concerne la gestione del patrimonio
familiare7. In Italia il fenomeno
è diffuso soprattutto tra le élites sociali: ad esempio tra i mercanti e i patrizi fiorentini del Tre e
Quattrocento che ci hanno lasciato numerosi e importanti libri di
ricordanze8; per la Francia in età moderna
Roland Mousnier osserva che i livres de raison
erano tenuti "par des gentilshommes, par des bourgeois, par des
marchands, par des artistes [...] par des paysans aussi, propriétaires ou métayers. De nombreuses
familles de petits propriétaires fonciers conservaient ainsi leurs généalogies et leurs traditions familiales,
en Bourgogne, en Dauphiné, en Provence [...] Mais de petits commerçants, des artisans, des tisserands
faisaient de même"9. Meno frequenti sono invece le testimonianze di questo genere per il secolo scorso e non è
facile capire se ciò è dovuto al declino di questa pratica e dell'ideale sociale del lignaggio che in essa si
esprime10, oppure alla casualità della loro conservazione e del loro ritrovamento negli archivi privati. Proprio per
questi motivi non possiamo stabilire se le "Memorie di Caligaris Carlo" siano una testimonianza di una
pratica sociale ancora ben presente nell'Ottocento, oppure rappresentino un caso isolato o una sopravvivenza di
un genere destinato quasi a scomparire con l'affermarsi
dell'autobiografismo11. Ciò non pregiudica
comunque la comprensione del testo che viene illuminata dall'analisi delle relazioni tra il suo autore e la realtà
contadina di cui egli è parte e a cui, per quanto parzialmente, dà voce.
Rispetto agli interrogativi che ci
siamo posti, l'utilizzazione di questa fonte presenta un indubbio
interesse. Nessuno può negare infatti l'utilità dei documenti personali nello studio degli atteggiamenti culturali:
essi permettono allo storico di sfuggire al circolo vizioso nel quale molto spesso è costretto da altri tipi di
fonti, allorché deve dedurre in maniera quasi automatica gli atteggiamenti dai comportamenti che gli è
stato possibile ricostruire12. Le fonti personali aprono invece uno spiraglio sul modo di pensare della gente,
sulle motivazioni e i valori che ne guidano le azioni e l'orizzonte culturale che ne costituisce lo sfondo. Nel
caso delle "Memorie" l'analisi degli argomenti in esse considerati - e di quelli assenti o trascurati - permette
di ricostruire la gerarchia delle rilevanze dell'autore. Perché proprio l'andamento delle stagioni e dei
raccolti, i prezzi del vino o dei bachi da seta, la demografia della sua famiglia, i padrini di battesimo dei suoi figli
e nipoti, ecc. sono i temi rilevanti per Caligaris? Quali sono i motivi strutturali e sociali alla base di
questa scelta? Due motivi rivestono a mio parere particolare importanza: l'ancoramento di Carlo alla vita
della comunità, nonostante la sua posizione relativamente privilegiata all'interno della stessa, come vedremo
più avanti, e la volontà per quanto non espressa esplicitamente, di elaborare uno scritto didascalico,
edificante che insieme salvi dall'oblio ciò di cui la "grande storia" non si
occupa13 ed esalti i valori
fondamentali attorno a cui deve ruotare la vita quotidiana, distinguendo tra ciò che è bene e ciò che è male. La
chiusura delle "Memorie" è a questo proposito esemplare:
Non potendo più io stesso scrivere per causa di una lunga infermità di corpo che mi tiene tuttora
inchiodato in un letto di dolore mi faccio servire da mano amica per chiudere questo mio libro di memorie con
ricordare alcuni uomini che vissero ai miei tempi ed il cui nome merita di essere ricordato dai posteri come
benemeriti della patria per opere di beneficenza [...].
La finalità moralistica seleziona indubbiamente il materiale e condiziona il tono della narrazione. Di
ciò l'interpretazione deve tener conto, come pure dei condizionamenti cui è sottoposto il testo dal tipo di
pubblico al quale è destinato. Si scrive infatti sempre per un lettore e sotto il suo
sguardo14 sarebbe ingenuo considerare tutte le affermazioni di Caligaris come l'espressione immediata del suo pensiero. Per quanto egli non
dica mai esplicitamente chi sia il pubblico (di un testo comunque non destinato alla pubblicazione) cui si
rivolge, nondimeno appare assai chiaramente che le "Memorie" sono destinate al suo gruppo familiare, in
particolare ai suoi discendenti. Questo suo quaderno dalla grafia molto ordinata era certo noto ai suoi familiari, tra
i quali Caligari scelse colui che ne doveva essere l'erede spirituale oltre che il continuatore materiale:
Avendo io promesso a papà Carlo alorquando donava a me il libro delle sue memorie di voler
proseguire come ei fece a scrivere e memoriare ciò che avveniva degno di essere ricordato mi dispongo ora di
seguire il filo delle sue memorie [...].
È probabile che Caligaris si aspettasse che le "Memorie" venissero lette anche da amici o gente estranea
alla sua famiglia data la grande riservatezza con cui tratta gli argomenti che la riguardano e la precisione con
cui narra gli eventi che concernono la comunità facendo a volte esplicito riferimento, per giustificare le
opinioni che esprime, alla "voce pubblica" che circola nel borgo.
D'altra parte proprio perché l'autore, come cercherò di dimostrare, era profondamente integrato nella
comunità contadina locale, per quanto partecipasse della tradizione colta dell'èlite
sociale15, mi sembra di poter sostenere che gran parte di ciò che era rilevante per lui, ciò che era degno di essere ricordato in un libro di
memorie, era rilevante anche per la popolazione del borgo: e certamente, come si vedrà, molti dei giudizi da lui dati
su fatti e persone provenivano dal pettegolezzo pubblico, dalle opinioni che si formavano e circolavano
nella comunità e che avevano una valenza fortemente normativa. Con questo non voglio sostenere che la
comunità locale non fosse attraversata da differenziazioni sociali profonde che si riflettevano a loro volta
in differenziazioni culturali altrettanto profonde: tuttavia le caratteristiche della struttura
economico-sociale del borgo (centralità assoluta della risorsa terra e predominanza della piccola proprietà contadina) e il suo
essere una société
d'interconnaissance16 erano il terreno propizio al formarsi di concezioni e
rappresentazioni collettive che attraversavano la stratificazione basata sulla ricchezza. Per questi motivi le "Memorie"
di Caligaris costituiscono un osservatorio privilegiato per lo studio della cultura contadina del
borgo nell'Ottocento, un osservatorio interno ed esterno nello stesso tempo in quanto riflette valori e
atteggiamenti di un membro della comunità locale che è partecipe anche della tradizione colta. Questo documento
sarà quindi utilizzato come una sorta di guida che ci permetterà di accostarci ad alcuni aspetti del sistema
di valori che caratterizzava la comunità nel secolo scorso prima che l'industrializzazione ne modificasse
la struttura produttiva e sociale.
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1817. Principiò quest'anno con un inverno tiepido, molto asciutto ed affatto privo di neve [...] La
raccolta della vendemmia non fu molto abbondante ma il vino riusci di qualità eccellente.
[...]
1845. Principiò quest'anno con un inverno il più stravagante che siasi mai veduto. Cadde, come già si
disse, innanzi tempo una straordinaria e mai veduta quantità di neve [...] La maggior parte della vendemmia
fu raccolta per tempo bello e asciutto. Essa fu piuttosto abbondante, ed i vini quantunque non molto
spiritosi, riuscirono però di ottimo gusto, saporiti ed anche conservativi. La raccolta della melica e degli altri
legumi fu anche piuttosto abbondante e l'annata in generale si può dire essere stata buona.
Alli 23 Gennajo di quest'anno si è maritata la mia nipote Teresa Mazzola con certo Pietro Bastone figlio
del vivente Bernardino.
[...]
1889. Diede principio quest'anno con un inverno non molto rigido ma assai prolungato cui durante
vi cadde pochissima quantità di neve[...] Nella maggior parte del territorio vignato e specialmente
nella bassa collina il raccolto andò perfettamente a vuoto, nella mia vigna regione all'Orio la vendemmia
non valse la pena di farla raccogliere.
Così, in uno "stile" uniforme e impersonale, che sembra spesso modellato sul linguaggio della
burocrazia ottocentesca, e attraverso formule ben collaudate e ripetute senza alcuna preoccupazione per la
monotonia che ne deriva, si snoda la cronaca di Caligaris. La ripetitività del testo è scoraggiante, ma non va
imputata solo alle limitate capacità letterarie dell'autore. È la stessa struttura annalistica delle "Memorie" che
presuppone il ripetersi ciclico del tempo e degli eventi: anno dopo anno le stagioni, i raccolti, le nascite, le morti,
i matrimoni, gli atti di follia degli uomini, gli amministratori comunali... Ma è anche la realtà contadina
che conosce questo tipo di ritmo: dalle stagioni infatti dipende il ciclo del lavoro agricolo, alle condizioni
del tempo è strettamente collegato l'andamento dei raccolti e quindi non solo il benessere materiale ma tutta
la vita sociale del borgo:
1825. L'inverno con cui ebbe principio quest'anno, fu molto tiepido e breve, ed essendo caduta
pochissima quantità di neve, abbiamo avuta una primavera assai anticipata, ma non ebbero luogo durante il
carnovale, quella quantità di festini che solevansi fare negli altri carnovali. Durante tutto l'inverno si fece un
sol matrimonio, e sforzatamente anche quello, imperciocché, disgustati gli uomini, o dirò meglio
flagellati dalla carestia dell'anno antecedente, avevano ben tutt'altra idea in capo che quella di ammogliarsi.
Nelle "Memorie" la vita della comunità sembra ruotare sempre su se stessa, condizionata più dalle
forze della natura che da quanto succede nella società più ampia in cui è compresa. Per caso a volte ci si
imbatte nella "Storia":
Nel dì 23 Marzo fu data la famosa battaglia di Novara, dove una gran parte delle nostre truppe
appena sentito il rimbombar del cannone si diede a precipitosa fuga, ed in vece di adempiere al loro dovere
una gran parte dei nostri soldati si portarono prima nella città di Novara, poscia nei villaggi, rubando,
devastando e desolando le popolazioni e con questo fatto d'armi fatalissimo per il Piemonte, si diede fine ad
ogni ostilità contro i Tedeschi quindi fu conchiuso un trattato di pace con cui il Piemonte obbligossi di
pagare all'Austria 79 millioni. Nei giorni 24:25:26:27 e 28 dello stesso mese, gran passaggio di truppe per
Gattinara, con cannoni viveri e munizioni d'ogni sorta.
(1849)
Certo Caligaris è informato di quanto succede nello Stato e nel mondo, ma ne parla soltanto se
l'evento esterno ha avuto un'eco diretta nella comunità: se è tra le cause di un forte aumento dei prezzi di beni che
i contadini sono costretti a comprare perché la produzione locale è
insufficiente17, oppure se ha
rappresentato l'occasione di un evento non consueto nel paese:
Alli 7 novembre fu celebrata una festa di gaudio e di esultanza in memoria di alcune riforme concedute
dall'Augustissimo Re Carlo Alberto. Verso le ore due pomeridiane fu cantato nella Chiesa Parrocchiale
un solenne Te Deum con intervento di tutto il clero e di tutto il municipio, munito di bandiera, indi, tutto
il municipio tutti gli impiegati ed il Sig. Vicario con alcuni altri Sacerdoti, si portarono a gran
pranzo democratico nell'albergo Mattai, ed alla sera illuminazione generale per tutte le contrade, cui durante
il Clero, il municipio e gl'impiegati portando bandiere ed iscrizioni, accompagnati da musica istromentale
ed in mezzo alla gran folla del popolo, percorsero le contrade maestre del borgo cantando inni che
venivano interrotti dalle ripetute grida di Viva il Re Carlo Alberto,
ed Evviva Pio Nono (Iniziatore di tutto
questo gran movimento). Fattasi l'ora un po' tarda ognuno si ritirò in casa propria, si lasciò però affissa al
balcone deli mio nipote Mazzola un iscrizione, come parimenti alcune bandiere alle finestre delle case che
circondano la piazza, che sventolarono durante tutta la seguente settimana, nel qual tempo si fece la fiera di S.
Martino. (1847)
Soltanto sei sono i riferimenti a vicende non locali presenti nelle
"Memorie"18. Ciò si spiega facilmente
se pensiamo che il testo nelle intenzioni dell'autore deve essere una cronaca locale, ma più difficile da
spiegare è l'assenza di storia per ciò che concerne la comunità, o per lo meno la quasi esclusiva riduzione
del mutamento da essa vissuto al ciclo delle stagioni e alle alterne vicende dei raccolti. Se questo tipo
di percezione dipende, come si è detto, sia dal modo in cui è vissuto il tempo in questa società, dal suo
carattere ciclico19, sia dalla redazione in forma annalistica delle "Memorie", vi è però anche una ragione più
ideologica che in parte la spiega, connessa con la posizione dell'autore nella comunità e con la sua visione
della stratificazione sociale. Il brano prima citato illustra assai bene il tipo di rappresentazione del corpo
sociale che percorre le "Memorie": la divisione tra le "persone più
riguardevoli"20 (clero, consiglieri municipali
- rappresentanti dei proprietari -, impiegati comunali) e il
popolo21. Le caratteristiche distintive di
quest'ultimo, a un tempo reali e espressione dell'ideologia dell'autore, sono la passività - come assenza politica - e
la mancanza di cultura, mentre le "persone riguardevoli" all'opposto si distinguono oltre che per l'accesso
alla cultura, per il loro attivismo che si concretizza nella gestione del potere e nell'occupazione delle
cariche amministrativee di prestigio. Caligaris si colloca tra queste e da tale posizione osserva quel che
accade intorno a sé. Il suo sguardo non ha sensibilità nei confronti delle dinamiche sociali, immobilizza la
comunità, elimina dalla scena il conflitto di interessi tra gruppi e lo traspone a livello di individui (tra onesti e
disonesti, amministratori preoccupati del bene comune oppure del vantaggio personale e così
via)22. In ciò riflette quegli atteggiamenti intrisi di paternalismo caratteristici delle élites sociali subalpine - e non solo
- nell'Ottocento.
Se la partecipazione di Caligaris alla cultura dei ceti dominanti sembra trasparente, d'altra parte le
condizioni della sua esistenza sociale e quotidiana e l'attenzione da lui attribuita alla vita locale e a fatti che
costituiscono la preoccupazione costante dei contadini gattinaresi mostrano il radicamento dei suoi interessi nel borgo e
la sua appartenenza alla comunità
locale23.
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Gattinara nell'Ottocento è un borgo contadino che conta una popolazione oscillante intorno ai
quattromila abitanti24, in gran parte viticultori. È infatti la vite la ricchezza di questa comunità e intorno a tale
coltura, diretta al mercato oltre che naturalmente all'autoconsumo, sono organizzate una serie di altre colture
con funzioni essenzialmente complementari e di sussistenza. Vi predomina la piccola proprietà a
conduzione diretta: nel censimento del 1858 sono 33 i capifamiglia indicati come proprietari di contro a 774
genericamente chiamati contadini e a un solo
bracciante25. Pochissimi (23 e per lo più non originari del borgo) sono i
servi di campagna aggregati ai gruppi domestici dei loro padroni: la manodopera utilizzata è infatti di
tipo essenzialmente familiare, ma viene periodicamente integrata, nei periodi più intensi del calendario
delle pratiche agricole, con il lavoro a giornata offerto dai piccoli e piccolissimi proprietari coltivatori. Per
questi ultimi, anzi, la possibilità di lavorare a giornata per i proprietari medio-grandi rappresenta una fonte
integrativa di reddito indispensabile alla
sopravvivenza26. Il resto delle popolazione si divide tra un piccolo
artigiano che supplisce ai bisogni dell'agricoltura locale, la gestione degli esercizi commerciali, le professioni
liberali e quelle connesse agli uffici statali (rappresentati nel borgo, che è capoluogo di mandamento, dalla
giudicatura, dall'ufficio di insinuazione e da una ricevitoria dei regi tributi) e ai servizi comunali
(vedi tabella 1).
Il borgo è sede di vivaci relazioni commerciali: vi si tengono un mercato settimanale e alcune fiere annuali
e il vino che vi si produce conosce una vasta commercializzazione, specie nell'alto Novarese e nel Milanese.
Il padre di Carlo Caligaris, Vincenzo, è definito come proprietario nel registro della popolazione del
1858. Nel catasto compilato negli anni cinquanta sono registrati a suo nome una casa con orto e circa otto ettari di
terra che rimangono indivisi tra i suoi 3 figli maschi (Carlo, Gioanni e Pietro), con lui residenti, fino
al 1876, dodici anni dopo la sua morte: a divisione avvenuta, Carlo è proprietario di circa cinque ettari di
terra che gestisce con il figlio Benedetto il quale ha ereditato anche la maggior parte della proprietà della
madre, morta assai giovane nel 183527. Ma sembra che le condizioni della famiglia siano sempre state
abbastanza floride: dal verbale della seduta del consiglio della comunità tenutosi il 26 giugno 1824 per dichiarare
lo stato di famiglia e il patrimonio di Gioanni Caligaris, fratello di Carlo e studente in chirurgia a
Vercelli, apprendiamo infatti che Vincenzo si trova a capo di una "famiglia commoda del presente borgo e
possidente un patrimonio del valore di lire trentamille in beni stabili e sbrigati da vincoli e
ipoteca"28 e dispone quindi di risorse
sufficienti per mantenere agli studi il figlio Gioanni per diversi anni: ce ne dà notizia anche
Carlo nelle sue "Memorie":
1826 [...] Attesa la quantità delle spese che avevamo pel mantenimento di mio fratello Gioanni alle
pubbliche scuole a Vercelli indi a Torino, fummo obbligati sul principio di quest'anno, a vendere al Sig.r
Gioanni Motto la vigna con entro stantevi la Chiesa denominata alle Castelle [...]
1831 [...] Verso la fine del mese di giugno di quest'anno, prese la Laurea in Chirurgia il mio
fratello Gioanni.
Se pensiamo poi che Vincenzo è stato più volte consigliere municipale e che Carlo stesso e altri
componenti della sua parentela hanno ottenuto questa
dignità29, abbiamo dati sufficienti per ritenere la posizione
sociale di Carlo nel borgo di tutto rispetto. I suoi interessi sono saldamente radicati nel borgo e lo
vediamo continuamente partecipare in prima persona ai timori contadini per le sorti del raccolto dell'uva
specie quando questo comincia ad essere minacciato dalla crittogama:
Quell'infame malattia che nell'anno scorso distrusse gran parte delle uve in quasi tutte le regioni
d'Italia comparve in quest'anno molto più anticipata ed intensa. Fin dal dì 23 maggio recatomi io stesso in
un nostro podere in vicinanza del fiume Sesia, ove nell'anno antecedente vi aveva cagionato gravissimo
danno, trovai un germe di vite tutto affetto dallo stesso morbo; lo staccai dal suo tralcio e lo portai in
pubblica piazza per farlo vedere, imperciocché era un giorno festivo e nell'ora che suonava il vespro; molti
individai lo videro e affermarono essere appunto lo stesso morbo dell'anno antecedente e cominciossi a
temere. (1852)
Sono timori che tutti nel borgo condividono, per quanto le conseguenze di un cattivo raccolto colpiscano
in modo diverso i "proprietari" e i semplici "contadini". Ma gli anni cinquanta dell'Ottocento furono assai
duri per tutti nella comunità come documentano le numerose richieste inoltrate in quel periodo dal
consiglio comunale all'Intendente di Vercelli al fine di ottenere dei sussidi o l'esenzione dal pagamento dei contributi:
Ed il Consiglio [...] ritenuto che in merito al raccolto dell'uva non occorre altra dimostrazione
tranne questa di dichiarare che è, senza la più piccola eccezione, intieramente distrutto in tutto il territorio,
compresi i beni degli amministratori e del segretario, e senza la speranza di un benché minimo raccolto, che
ritenendo il prezzo medio del vino a lire venti all'ettolitro sopra un raccolto medio di cinquantamila ettolitri si
può calcolare il danno arrecato alle uve prima dalla crittogama e poi dalla grandine ad un millione di lire
[...] Perciò il Consiglio ha deliberato a pieni voti di aver ricorso al Signor Intendente Generale della
Divisione a nome dell'intiera popolazione affinché sia data una competente sovvenzione col fondo provinciale
di sussidio...30.
È quel 1853 per il quale Carlo comincia il resoconto nelle "Memorie" con queste parole:
1853. Descrivo un annata, che fu per la mia patria specialmente la più disastrosa, la più disgraziata e la
più miserabile fra quante siano passate in vita d'uomo; durante la quale parve che tutti gli elementi che
sono contrari alla proprietà ed al benessere delle campagne siansi scongiurati a nostro
danno.
La sua lunga vita (nato nel 1802 a Gattinara vi muore il 29 settembre 1891) gli permette di assistere
alla diffusione delle malattie che cominciano a tormentare la vite nella seconda metà dell'Ottocento: alla
già citata crittogama (che nel borgo arriva nel 1851), si aggiunge infatti anche la peronospera nel 1880
ad aumentare le difficoltà dei viticultori.
La rilevanza quantitativa e qualitativa delle osservazioni sui fenomeni meteorologici e sui raccolti,
argomenti che nei 79 anni considerati dalle "Memorie" sono posposti ad altri solo tre volte, esprime in maniera
evidente il coinvolgimento pieno dell'autore nell'economia contadina locale: la sua attenzione maggiore è
rivolta naturalmente al raccolto dell'uva, il più pregiato, quello da cui dipendono per la massima parte i
guadagni monetari dei gattinaresi: è significativo infatti che quasi unicamente per il vino venga riportato con una
certa regolarità l'andamento dei prezzi. Oltre al vino gli unici altri prezzi di vendita considerati da Caligaris
sono quelli dei bachi da seta, il cui allevamento svolge una funzione analoga e integrativa rispetto a quella
della vite dal momento che il prodotto è interamente destinato alla vendita e rientra quindi nel settore momentario
dell'economia contadina. La storia delle origini di tale allevamento fornita da Caligaris ne documenta
questa funzione di appoggio:
Nell'anno 1851 comparve il terribile flagello delle viti conosciuto col nome di crittogama [...] Per
ben cinque anni consecutivi il raccolto della vendemmia andò quasi a vuoto per causa della malattia delle
viti e delle grandini devastatrici, come si è già detto a suo luogo, ed in questa serie di annate, molti giovani
del Paese furono, direi quasi, obbligati ad emigrare cercando lavoro in paesi lontani, come in Sardegna,
in Africa e persino nell'America. Le tasse, i tributi e le imposte, crescevano di anno in anno; il prezzo
delle granaglie erasi fatto carissimo, ed il territorio vignato (unica risorsa del paese) era diventato
passivo, quindi è che, molti tra i proprietari tentarono di scuotere alquanto la miseria coll'educazione dei bachi
da seta, ed in quest'anno specialmente se ne allevarono una gran
quantità. (1857)
Per le altre colture praticate dai contadini gattinaresi (granoturco, patate, segale, legumi, canapa,
foraggi, ecc.) Caligaris non annota nessun prezzo di vendita, ma fornisce solo notizie sull'andamento dei
raccolti: queste colture infatti devono soddisfare esclusivamente il consumo interno della famiglia contadina.
Anche la proprietà della famiglia Caligaris, pur essendo già classificabile tra le proprietà di media
ampiezza31, è gestita con finalità di autosufficienza del tutto simili a quelle che caratterizzano le piccole proprietà:
lo dimostra la destinazione colturale delle parcelle che la compongono, distribuite tra vigneto (ettari
1.63.10), prato (ettari 2.50.7), campo e orto (ettari 2.64.70), piantale (ettari 0.53.84), canepale (ettari 0.8.80) e
gerbido (ettari 0.64.03)32. È evidente lo sforzo di produrre tutto il necessario all'interno dell'azienda, in una
logica tipica della piccola proprietà contadina, anche se in questo
caso l'estensione della terra è tale da garantire
da qualsiasi rischio di caduta ai limiti della sussistenza nel caso di prolungati periodi di cattivo raccolto.
Certo, maggiore è la dimensione complessiva dell'azienda, maggiore sarà anche in proporzione la
superficie destinata al vigneto e quindi al mercato e soprattutto maggiori saranno le possibilità di attrezzare la
cantina in modo da poter conservare il raccolto e procedere alla vinificazione: per l'economia di un piccolo
viticultore infatti una vendemmia troppo abbondante può rivelarsi dannosa quanto - se non più - un raccolto scarso
a causa della insufficienza di recipienti vinari:
Fu insomma così abbondante la raccolta del vino di quest'anno, dimodoché, sebbene molti
particolari abbiano aumentato il numero dei vasi vinari, cionondimeno se ne dovette lasciare una gran quantità
nelle tine, la maggior parte delle quali essendo state mal coperte, il vino entrostante in esse si è inacidito
[...] Molti compratori vi accorsero a fare acquisto di vino, perché vendevasi a vilissimo prezzo
[...] (1841)
Con proprietà come quella dei Caligaris non solo si è più protetti dall'estrema incertezza dei raccolti
dell'uva e dalla grande variabilità dei prezzi, ma l'accesso al mercato diviene stabile e la maggior disponibilità
di denaro che ne deriva permette di perseguire una politica di prestigio anche attraverso la
differenziazione delle professioni all'interno della famiglia (ad uno o più figli ad esempio si fanno proseguire gli studi:
vedi il caso di Gioanni, fratello di Carlo Caligaris, che esercita la professione di chirurgo). Inoltre, a
questo livello, è garantito e richiesto, l'accesso alle cariche politiche locali: tutte le famiglie "commode" del
borgo vedono alternarsi qualche loro rappresentante nel consiglio della comunità.
Tuttavia anche in queste famiglie la terra viene lavorata direttamente dai componenti il gruppo
domestico, salvo assumere uomini a giornata nei periodi di particolare intensità dei lavori agricoli. Caligaris, pur
sempre così parco di informazioni che lo riguardino direttamente, ce lo rivela in un passaggio delle "Memorie"
in cui lamenta di non aver potuto fare alcun lavoro in campagna durante l'estate a causa di un'infermità
provocata da una caduta dal carro mentre era di ritorno da una
vigna33. Il "mestiere di contadino" in una comunità
di vignaioli implica il possesso di conoscenze e tecniche specializzate, non è affatto disonorevole ed
anzi proprio perché è "il mestiere comune di quasi tutti i nostri compatriotti" coloro che non vi si
dedicano appaiono in qualche modo devianti e si deve dar conto della loro scelta:
Si allevò costui e prese moglie esercitando il mestiere comune di quasi tutti i nostri compatriotti, cioè
quello del contadino, la caduta che fece da un'altissima pianta di noce, mentre la stava sperticando, da cui
non ebbe a soffrirne gran male, fu motivo che abbandonò totalmente il mestiere di coltivatore [...]
(1847)
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Non sono soltanto gli interessi materiali a radicare Caligaris nella comunità: è anche e soprattutto il
reticolo di relazioni e di vincoli sociali e affettivi in cui è inserito, e che è saldamente incentrato nel borgo,
ad ancorarlo ad esso. Le relazioni di parentela, amicizia e vicinato facenti parte del
social network34 di
Caligaris di cui siamo venuti a conoscenza intercorrono nella quasi totalità tra lui e individui nati e residenti
nella comunità. Vediamole brevemente esaminando innanzitutto la composizione del suo gruppo domestico.
Dal registro della popolazione del 1848 apprendiamo che Carlo, già vedovo, fa parte di un aggregato
domestico di tipo multiplo35 a capo del quale si trova il vecchio padre Vincenzo. Il gruppo è composto da 16
persone: oltre a Vincenzo e Carlo (che è il maggiore dei figli maschi), la madre Gertrude, i figli di Carlo
Benedetto di 25 anni, sposato a Maria Marazino di 18 anni, e Maria di 20 anni, ancora nubile, i fratelli Gioanni,
celibe di 38 anni, e Pietro, il più giovane (ha 33 anni), sposato con Teresa Delmastro e padre di quattro figli.
Sono inoltre presenti i tre figli minori della sorella Gioanna, rimasti orfani di entrambi i genitori, a cui il
padre prima di morire aveva nominato Carlo come tutore. Dieci anni dopo i mutamenti avvenuti non
hanno modificato la struttura dell'aggregato che continua a comprendere diverse generazioni (adesso sono
quattro) e nuclei coniugali. I membri ora sono dodici: sono decedute la vecchia madre Gertrude e la moglie
del fratello Pietro, mentre nuovi figli si sono aggiunti nei nuclei di quest'ultimo e di Benedetto; sono
usciti invece i figli della sorella Gioanna e la figlia Maria, accasatisi nel
frattempo36. La moglie di Carlo, Anna Fabianetti, è morta a soli 32 anni probabilmente in conseguenza di ripetuti parti difficili. Il dolore di
Carlo alla morte della moglie è assai profondo e forse l'attaccamento al ricordo di lei gli ha impedito di
risposarsi, per quanto egli sia ancora
giovane37:
La sorte nemica [...] volle pur anche vedermi al colmo della desolazione col privarmi per sempre
dell'oggetto il più caro che io potessi avere su questa terra. La malattia in cui cadde mia moglie fu di qualità
così maligna dimodoché [...] il suo male andò sempre crescendo, fintantoché, nel dì 15 dello stesso mese, e
circa le ore quattro pomeridiane, ebbi la fatal sorte di vederla sotto i miei occhi rendere l'estremo sospiro.
La reciproca benevolenza ed amore, che durante lo spazio di quattordici anni e mezzo di
matrimonio vicendevolmente ci portammo, fanno sì che, finché avrò vita, non potrò mai più scordarmi di aver avuta
una sì cara e amata compagna. Essendo io dunque dell'età di anni 33 restai vedovo, e padre di tre figli
[...] (1835)
Gli eventi familiari che Caligaris ritiene degni di una registrazione costante nelle "Memorie" sono le
nascite, i matrimoni e le morti. È da porre in relazione con la virilocalità che domina la formazione degli
aggregati domestici e quindi con il carattere patrilocale e la propensione patrilineare di questa comunità, il fatto che
il nostro autore annoti complessivamente un maggior numero di eventi che riguardano i maschi (e
relativi nuclei coniugali) della sua famiglia. Le donne infatti al momento del matrimonio escono dalla propria
casa paterna e vanno ad abitare nella casa paterna del marito. Nel registrare le nascite Caligaris ricorda
spesso anche il nome dei padrini di battesimo: più precisamente, i padrini compaiono quando si tratta di
nascite avvenute nell'ambito della sua discendenza in linea diretta: innanzitutto quelle dei suoi figli e dei figli
dei suoi figli, poi quelle dei bambini nati dal matrimonio del suo nipote prediletto Alessandro (ultimogenito
di Pietro), con Annetta, figlia di Benedetto che non aveva eredi maschi. Non sono numerosi i casi in cui -
come nel brano appena citato sulla morte della moglie - Carlo prende nota delle sue relazioni o di quelle dei
suoi familiari di fronte alla morte di qualche membro della famiglia: per lo più si limita a indicare il giorno,
l'ora e la causa del decesso e eventualmente a tracciare un breve ritratto morale del deceduto.
L'espressione diventa più personale quando concerne la scomparsa dei bambini del nipote Alessandro che rappresenta
la sua discendenza diretta:
Alli 9 novembre circa l'ora di mezzogiorno, col massimo rincrescimento di tutta la famiglia e di
me specialmente, morì Maria, unica figlia di Alessandro mio nipote e di Annetta figlia di Benedetto mio
figlio, ragazzina altrettanto bella e graziosa quanto spiritosa e intelligente, stata assalita da una colica
tremenda che ad onta di tutti i soccorsi dettati dall'arte che gli furono imprestati in tempo e luogo il suo male
andò sempre crescendo finché in capo di nove giorni fu portata alla tomba, in età di quattro anni ed un mese
e diciassette giorni. (1885)
La composizione di questo gruppo domestico ci presenta dunque più generazioni che convivono sotto
lo stesso tetto, in dipendenza da regole di virilocalità e di conduzione comune della proprietà familiare:
è significativo tra l'altro che il patrimonio non venga suddiviso tra gli eredi neanche dopo la morte del
vecchio Vincenzo, ma solo dopo la morte del fratello più giovane di Carlo, Pietro. C'è forse un nesso tra
questa divisione e il matrimonio, che avviene due mesi dopo, di Alessandro con
Annetta38. È possibile che
attraverso questo matrimonio consanguineo si mirasse a riunire parte della proprietà e che si dovesse però
prima attribuire la porzione di eredità spettante al fratello celibe di Carlo, Gioanni, e agli altri due figli maschi
di Pietro e fratelli di Alessandro, Anselmo e Giuseppe. La predilezione di Carlo per Alessandro, che
come abbiamo visto si legge chiaramente nelle "Memorie", si manifesta anche in un altro fatto: nel suo
testamento segreto Carlo designerà il figlio Benedetto come suo erede universale, ma non potendogli
affidare l'amministrazione delle proprie
sostanze39 gli nominerà come tutore proprio Alessandro. È del resto
una predilezione reciproca se possiamo così interpretare l'appellativo di "papà" che il nipote dà allo zio quando
si accinge a riprendere il filo della narrazione del suo libro di memorie, un appellativo che è anche
indizio della posizione di comando assunta da Carlo nell'aggregato domestico dopo la morte del padre
Vincenzo. L'eredità del ruolo di capofamiglia pare connessa con il suo
status di primogenito, uno status
che gode di un prestigio inferiore solo a quello del vecchio padre nel gruppo domestico e che comporta una
responsabilità di cui Carlo è pienamente consapevole, se è proprio lui, tra l'altro, ad assumersi il compito di
"memorialista della famiglia". D'altra parte, questo ruolo preminente del primogenito nel gruppo domestico non
sembra essere in contrasto con quella che rappresenta una consuetudine fondamentale della comunità, vale a dire
la trasmissione egualitaria della proprietà tra gli eredi maschi. Si tratta di una norma ben radicata la
cui trasgressione suscita forte riprovazione morale, come ci rivela questo passo delle "Memorie":
Nell'ultimo giorno di quest'anno, passò agli eterni riposi il molto Rev.do Sig. don Carlo Caligaris
Prevosto e Vicario foraneo di questo borgo [...] Era costui un uomo assai ruvido, ma nello stesso tempo molto
zelante e attivo nell'adempimento dei suoi doveri, e anche caritatevole verso i poverelli. Visse costui sempre
onorato e rispettato da ognuno, siccome quegli che era dotato di un talento non ordinario; ma diede però motivo
al popolo di molto sparlare di lui dopo la sua morte, imperciocché, avendo lasciati eredi cinque suoi
nipoti, diede manifestamente a vedere che in vita conservava amarezza verso alcuni di essi, perché con suo
testamento secreto, lasciò al primo di essi (siccome era quello che il più di tutti seppe accaparrarsi la sua
benevolenza) poco meno che la metà di ogni suo avere; lasciò al secondo qualche poco anche di più di quello
che sarebbesi pertoccato se morto fosse senza aver fatto testamento, ed il rimanente da dividersi per egual
parte dei tre ultimi. (1838)
Anche nei testamenti questa regola viene
ribadita40, ma è vero che essi non ci rivelano le pratiche e
gli aggiustamenti concreti (che si realizzano attraverso le transazioni più diverse) mediante i quali si
impedisce un'eccessiva divisione della
proprietà41. Tuttavia, se la divisione egualitaria del patrimonio tra gli
eredi maschi è l'ideale dominante in fatto di devoluzione, la percentuale abbastanza elevata di celibato
definitivo che si riscontra nel borgo (20,2 per cento nel
1858)42 rimanda alla presenza rilevante di coloro che
pur essendo titolari di precisi diritti sulla proprietà familiare, ne fanno un uso limitato contenendo la tendenza
al frazionamento dei patrimoni fondiari implicita nel sistema di devoluzione egualitaria. Qual è lo
status familiare di questo grande numero di celibi? Quali rapporti intercorrono tra loro e i fratelli sposati? Per cercare
di rispondere a queste domande e comprendere a quali tensioni fossero sottoposti i gruppi domestici
occorre conoscere il modo in cui si formano di preferenza gli aggregati domestici, la loro composizione
e organizzazione.
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Finora la nostra attenzione si è concentrata sulla famiglia Caligaris: ma fino a che punto l'esperienza
di questa famiglia riflette quella degli altri membri della comunità? Un'analisi statica del registro
della popolazione del 1858 ci mostra che soltanto il 12,7 per cento degli aggregati domestici presenti nel
borgo sono di tipo multiplo (vedi tabella 2).
Tuttavia, i nuovi nuclei che si formano al matrimonio dei figli
maschi continuano a risiedere nella casa del padre, e infatti altissima è la percentuale di case (51,8 per cento) in
cui troviamo almeno due gruppi domestici legati da relazioni di stretta parentela (padri e figli, fratelli). Ora,
se pensiamo che secondo la consuetudine la proprietà viene trasmessa alla morte del padre, abbiamo motivo
di credere che tali gruppi continuavano a lavorare insieme la terra di famiglia pur non costituendo a rigore
un aggregato domestico multiplo.
I gruppi familiari - sia quelli che condividevano lo stesso spazio fisico per mangiare, dormire, allevare i
figli ecc. sia quelli che condividevano solo il momento del lavoro occupando spazi fisici diversi - si
trovavano dunque a gestire complesse relazioni nello sforzo di mantenere un equilibrio tra aspirazioni
all'indipendenza dei singoli nuclei e necessità dell'interdipendenza. L'autorità paterna, e quella del figlio che la
rappresentava (di norma il primogenito preferibilmente sposato) qualora fosse assente o venisse a mancare, rivestiva
in questo contesto grande importanza per le sue funzioni di coordinamento e controllo delle tensioni. Il
momento della successione doveva però rappresentare una soglia critica in cui i conflitti latenti avevano buone
probabilità di diventare
manifesti43 e di evolvere in tragedia, come in questo caso riferito da Caligaris:
Verso le tre pomeridiane delli 13 novembre, si è suscitato alterco tra Giuseppe e Vittorio fratelli [...]
fu Francesco nella corte della casa di propria abitazione, dove il Vittorio essendo armato di falcetto
cagionò alcune piccole ferite al Giuseppe, quando, giunto a casa dalla campagna Benedetto altro fratello,
essendo armato di zappa, diede un colpo sul capo del Vittorio che gli cagionò rottura del cranio con depressione
e spandimento di sangue al cervello che fu giudicato causa della morte avvenutagli poche ore dopo. Giuseppe
e Benedetto erano celibi e Vittorio lasciò dietro di se la moglie
incinta. (1873)
Caligaris si limita qui - diversamente che altrove, come vedremo più avanti - a riferire l'accaduto senza
alcun commento di condanna o di giustificazione e senza alcun cenno sulle figure morali dei protagonisti.
La gravità del fatto esige che sia annotato nel suo libro di memorie, ma sia i protagonisti della vicenda sia
la conflittualità che rivela - non i suoi esiti naturalmente - sono forse così "normali" da non permettere
alcuna osservazione moralistica. Nella sentenza pronunciata contro il
"feritore"44 si accenna alle tensioni
esistenti tra i tre fratelli per motivi di interesse, tensioni che "soventi trovavano materia [...] di passare a
clamorosi diverbi" e che si originavano dal problema della divisione della casa. Era questo un motivo assai
frequente di conflitto generato dall'affollarsi nella stessa casa - dalla struttura a "corte"- di più gruppi domestici
che avanzano uguali pretese nei confronti della proprietà paterna e che si trovano a dover condividere a
volte spazi assai ridotti per ogni loro attività.
Ma non si tratta soltanto di una questione di sovraffollamento, di co-residenza forzata: all'origine del
conflitto c'è un problema di relazioni tra diseguali, tra individui che godono di
status diversi nella famiglia e di conseguenza nella comunità. Nell'episodio appena citato Giuseppe è il primogenito, ha 40 anni ed è
celibe come pure celibe è il fratricida, terzogenito maschio di 28 anni; Vittorio, la vittima, ha 31 anni ed è
sposato da circa un anno e mezzo. Tra i due celibi si indovina un rapporto di solidarietà: Giuseppe è già avviato
al celibato definitivo (morirà infatti celibe), Benedetto d'altra parte è ancora giovane, ma forse il
matrimonio del fratello ha provocato squilibri (i matrimoni costano e la terra non si può aumentare a piacere per
permettere alla famiglia di accogliere altri membri) esacerbando tensioni forse già esistenti: il padre è morto già da
otto anni, ma la divisione della proprietà (casa e circa cinque ettari di
terra)45 interviene solo con il matrimonio
di Vittorio che mette probabilmente in discussione la ripartizione dei ruoli nel gruppo domestico. Questo
caso ci riconduce a considerare il tasso piuttosto elevato di celibato definitivo che caratterizza questa
società contadina e la stratificazione interna che esso induce, per quanto non si accompagni all'esclusione
della proprietà, tra chi riesce a costituire una famiglia e a trasmettere a una discendenza la proprietà che
ha ricevuto dal padre e chi invece deve rinunciare a questa prospettiva accontentandosi di un ruolo
subordinato e di uno status inferiore sia nella famiglia che nella comunità, dove i pilastri dello scambio sociale sono
i capifamiglia46. La percentuale relativamente elevata di fratelli celibi conviventi sembra indicare il
tentativo di sottrarsi alla conflittualità che si genera nelle co-residenze con fratelli sposati. Neppure le
frerèches47, del resto, sono numerose a confermare l'aspirazione diffusa all'autonomia e all'indipendenza.
Le famiglie più agiate non sono naturalmente sottoposte alle stesse pressioni che condizionano la
formazione dei gruppi domestici tra i piccoli e i piccolissimi proprietari. Tra i proprietari medio-grandi e i notabili
i gruppi domestici multipli (come quello in cui è vissuto il nostro Caligaris) sono assai più numerosi
(la percentuale è del 30 per cento).
D'altra parte, l'aspirazione all'indipendenza che abbiamo osservato tra i piccoli coltivatori si
accompagna necessariamente, in un regime di trasmissione dei beni alla morte del genitore, a un'organizzazione
comune del lavoro agricolo e all'utilizzazione collettiva degli strumenti di lavoro. Chi
non collabora con i familiari è duramente stigmatizzato:
Giuseppe di Gioanni, sopranominato del Balone, uomo ammogliato e padre di due o tre teneri figli,
menava una vita da scioperato, imperciocché, in vece di esercitarsi al lavoro in coltivazione dei propri beni
in compagnia del padre, della madre ed un fratello coi quali coabitava, non pensava ad altro che a
mangiare, a bere ed ubbriacarsi; alle ammonizioni paterne rispondeva con impertinenze e con minaccie, onde il
padre fu costretto ad assegnargli una porzione della sua proprietà e farlo vivere separato da sé.
Continuando tuttavia a fare il balordo e vivere come prima, non passarono due anni che trovossi indebitato, senza
denari, senza credito e senza scorte in casa, onde più non sapendo a qual santo raccomandarsi, alli 15
settembre con un colpo di pistola si fece saltare in aria le
cervella. (1879)
L'organizzazione della famiglia di Caligaris e i modelli che egli propone sembrano dunque
piuttosto rappresentativi delle pratiche dominanti nella comunità verso la metà dell'Ottocento. Ma questo
sistema resta immutabile sino alla fine del secolo? Vi sono fenomeni che indicherebbero il contrario: basti
pensare al progressivo diffondersi alla fine del secolo del controllo delle nascite che riduce le dimensioni
medie della famiglia contadina e al calo di frequenza nella pratica testamentaria che apre una breccia
nella consuetudine ammettendo di fatto anche le donne alla spartizione egualitaria della
proprietà48. Sono segni contrastanti, la cui interpretazione non è univoca, effetto forse della crisi dell'azienda contadina su
basi familiari e contemporaneamente tentativo di frenarne la disgregazione: la citata diminuzione del numero
di testatori, ad esempio può rimandare a un minor investimento sociale nei confronti della terra, ma può
anche essere l'effetto di un mutamento in atto nell'organizzazione dei rapporti all'interno della famiglia contadina
(maggior riconoscimento del ruolo delle donne, minor peso dell'autorità paterna?). Sembra
abbastanza certo, comunque che il modello qui delineato di organizzazione familiare - che comporta, come si è visto,
la sottomissione dei destini individuali alle necessità familiari - permane ancora nel primo
Novecento49.
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Oltre le relazioni che si stabiliscono nel gruppo domestico e nella
houseful50, a quali rapporti
personali Caligaris mostra di attribuire valore nelle "Memorie"? Si è già rilevato che egli prende nota in
maniera piuttosto sistematica dei padrini di battesimo dei figli e dei nipoti e pronipoti in linea diretta. Un'analisi
dei rapporti che legano queste persone scelte come padrini con i genitori dei bambini battezzati rivela la
loro appartenenza maggioritaria (17 casi su 24) alla cerchia della parentela stretta sia consanguinea che
d'acquisto (sorelle, fratelli, cugini,
cognati)51. L'impressione che se ne ricava è che vengano ulteriormente rafforzati
i vincoli con persone con cui esiste già un notevole flusso di scambi. Si deve inoltre osservare che in
questa cerchia parentale è praticata una stretta endogamia geografica: il partner matrimoniale viene sempre
scelto tra gente del borgo. In questo la famiglia Caligaris non si distingue dal resto della comunità in cui solo
le famiglie socialmente più deboli devono cercare a volte coniugi esterni. Si tratta di un
comportamento caratteristico delle comunità in cui il valore sociale della terra è molto
elevato52.
Per quanto riguarda invece le relazioni al di fuori del reticolo della parentela le "Memorie" non ci
forniscono molte indicazioni: Caligaris mostra di conoscere un gran numero di persone e di vicende individuali, ma
a pochissime dà l'appellativo di amico e la sua selezione appare condizionata dall'immagine che egli
vuole costruire su di sé e sulle relazioni che è stato in grado di intrattenere. In effetti ne nomina solo quattro,
uno dei quali membro del notabilato locale. Degli altri uno è un cugino che egli sceglie come padrino della
figlia Teresa, il secondo è un militare di carriera che prima di arruolarsi era suo vicino di casa, il terzo è
un contadino suo vicino di casa del quale, dopo aver descritto le circostanze della morte, delinea un
ritratto morale in questi termini:
Uno sgraziato accidente, colpi di morte nella sera del dì 8 ottobre un certo Marazino Vincenzo fu
Gioanni. Erasi costui, in detta sera, introdotto solo e ad insaputa dei suoi parenti nella propria cantina, ove
trovavansi tre o quattro tini pieni d'uva in fermentazione che tramandavano un fumo
gaz acido carbonico soffocantissimo; cadde in terra tramortito, ed ivi non trovandosi persona che gli prestasse soccorso, miserabilmente morì,
e fu ritrovato nella mattina del giorno seguente. Era costui dell'età di 48 anni, uomo affabile ed onesto;
posso dire veramente onesto, perché alla lunga da me conosciuto mentre egli era uno fra i miei primi amici,
fu compianto da tutti e specialmente dalla propria famiglia, e lasciò dietro di se tre figli ed una figlia; il
primo sacerdote, il secondo in età maggiore e gli altri ancora
minori. (1848)
Legami di vicinato sono forse all'origine anche dell'amicizia con un prestigioso notabile locale di
cui Caligaris traccia il seguente ritratto, anche questa volta mentre ne riporta la notizia del decesso:
Era costui / il Sig. Cavaliere Petterino Giacomo, mio amico e vicino di casa / figlio di Gioanni e di
Maddalena nata Travostino e fu allevato nell'arte di contadino e giunto all'età di 20 anni, per capriccio e contro
la volontà dei suoi genitori, si fece soldato in qualità di surrogato di certo Caraceto Antonio, e dopo due o
tre anni di servizio entrò nel corpo dei carabinieri reali a cavallo ove continuò il suo servizio finché
ebbe diritto a giubilazione, avendo ottenuto il grado di maresciallo d'alloggio; quindi ritiratosi in patria
si occupò nel far coltivare i proprii poderi che aveva avuti in eredità da Giuseppe suo fratello che morì
due anni prima del termine di sua carriera militare. Non era dotato di molto talento, ma uomo generoso,
onesto e di buon cuore. Godeva buona stima nel paese ed era assessore municipale, membro della
congregazione di carità, membro della congregazione di santuario di Rado, istitutore e presidente della società
degli agricoltori, socio onorario della società operaia e sopraintendente delle scuole comunali, e nella sera del
dì 17 la sua salma fu accompagnata dalla musica, dalla scolaresca, dalla congregazione del Santuario
di Rado con torchie accese, dall'intiero municipio parimenti con torchie accese, dalle due società agricola
ed operaia con candele accese e da una quantità di parenti e amici [...]
(1880)53.
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Descrizioni come quelle appena citate illuminano sui criteri in base ai quali si organizzano i giudizi di
valore e sono valutati e distinti socialmente i membri della comunità. Si tratta di qualità che hanno valore
in quanto, come rileva F.G. Bailey, possiedono un equivalente a livello transazionale, che si riferisce cioè
a quanto viene scambiato nelle relazioni sociali: le "persone riguardevoli" per essere tali devono unire alla
ricchezza materiale e al possesso di cognizioni culturali la generosità, devono essere insomma dei
benefattori54. Chi usa le risorse di cui è in possesso in maniera esclusivamente egoistica non appartiene alla
comunità morale. Se da un individuo di eguale
status (come è ad esempio l'amico Vincenzo Marazino) le qualità
che si apprezzano di più sono l'affidabilità e l'onestà, le qualità che distinguono il vero signore sono la
generosità e il "buon cuore". L'abilità nella gestione dei propri affari deve accompagnarsi a un atteggiamento
non superbo e a pratiche di carità e beneficenza. In cambio i signori otterranno rango e prestigio,
vedranno straordinariamente aumentare il loro capitale simbolico, meriteranno deferenza e rispetto.
La comunità esercita un controllo severo sulle attività e sui comportamenti dei suoi membri; proprio
perché è al suo interno che si realizzano in massima parte gli scambi sociali è importante conoscere quanto
più possibile della vita di ognuno per valutare l'opportunità di stringere alleanze o stipulare contratti. I
messaggi sul comportamento altrui, attraverso canali di pettegolezzo o sotto la forma di critica aperta, si uniscono
a costituire la pubblica opinione. Caligaris ce ne fornisce degli esempi. Infatti, a motivare i giudizi che
esprime su persone o fatti accaduti nella comunità il nostro autore chiama sovente in causa la "voce
pubblica": l'abbiamo visto nel brano sulla divisione dei beni del sacerdote suo omonimo ("diede però motivo al
popolo di molto sparlare di lui"), lo vediamo allorché riferendo su gravi fatti di sangue avvenuti nel borgo
deve giustificare una presa di posizione che contrasta palesemente con i valori della morale cristiana:
Due ubbriaconi, l'uno B.M. Gioanni fu Carlo, e l'altro B. Pietro di Vittorio, nella sera delli 10 ottobre,
a notte avanzata, si portarono vicino alla Stazione del Tramvaj ove attaccarono rissa coi fattorini del
Tramvaj e dalle parole vennero ai fatti, sicché al P. fu regalata una buona bastonatura che n'ebbe per una
settimana, ed al B. una bastonatura sul capo che lo stese morto a terra. Era tanta la stima che godevano nel Paese
quei due individui dimodoché, sparsasi la notizia del fatto, buona parte della popolazione diceva che quei
fattorini avrebbero fatta opera buona se li avessero ammazzati tutti
due. (1879)
Non sembri un caso estremo di intolleranza: la regolazione violenta dei conflitti interpersonali è
piuttosto diffusa e tollerata. Anche nel resoconto di due altri gravi fatti di sangue le "Memorie" chiamano in causa
la pubblica opinione. Il primo è un parricidio:
Nella sera delli 13 novembre, a notte alquanto avanzata, trovavasi nella bottega di Iustina Luigi, sarto
e barbiere, un certo B[...], laddove essendo entrato suo figlio G., presero a questionare tra padre e figlio,
e dalle parole si venne ai fatti. Accortosi il Iustina che l'affare si faceva brutto, uscì di bottega per
chiamar gente in soccorso, e fra pochi minuti essendosi rientrato, trovò il B. padre solo, disteso sul pavimento e
privo di sensi. Venne immantinenti costui trasportato sul proprio letto, ove giunto rinvenne dallo sbalordimento
e riacquistò i sensi primitivi, ma per poche ore, perché, nella notte stessa morì. Il B. figlio stette per
qualche giorno nascosto, procuratesi frattanto le necessarie carte, si rifugiò al di là del mincio sugli Stati
dell'Impero Austriaco [...] Tutte queste ferite furono cagionate dai ripetuti colpi vibrati col calcio del manico di
un potatojo che teneva impugnato, come ebbe a confessare egli stesso coll'individuo che lo accompagnò
sino al confine dello Stato. Era il B. padre, uomo di cattivi costumi, senza carattere e senza religione,
imperciocché, consigliato anzi esortato prima di morire, allorquando trovavasi ancora in pienezza de sensi, a chiamare
un sacerdote per sgravarsi delle proprie colpe, mai non volle acconsentire; egli era in continua
controversia colla moglie e figli coi quali non sempre conviveva, ed il fine che egli fece fu il colmo dei meriti
che acquistossi vivendo colle proprie azioni. Finis coronat opus. (1863)
Anche qui l'autore del crimine viene giustificato tratteggiando in maniera fortemente negativa i
caratteri della vittima di cui si sottolinea il riprovevole comportamento nei confronti della famiglia. I rapporti
familiari sono un po' la cartina al tornasole della reputazione pubblica nella comunità, una componente
fondamentale nel formarsi della pubblica opinione, un oggetto privilegiato del pettegolezzo in questa società in cui
i confini tra "sfera del privato" e "sfera del pubblico" sono molto fluidi e la visibilità di ognuno
pressoché totale. La vita familiare della gente costituisce un territorio in cui tutti hanno diritto e anzi il dovere
di passare, per ragioni che concernono direttamente la stratificazione sociale: a questo livello infatti è in
gioco l'onore familiare, capitale simbolico per eccellenza, risorsa immateriale da manipolare per accedere a
risorse di altro tipo o per attaccare lo
status di un rivale55. Tuttavia, esistono nella comunità delle regole
che impediscono una gestione "selvaggia" della risorsa onore e in base alle quali viene legittimata la
punizione di chi ha contravvenuto a tali regole. A questo proposito è utile riportare un episodio raccontato da
Caligaris con dovizia di particolari sotto il titolo di "Fatto di una giovane tradita che uccise l'amante traditore":
L.[...] G.[...] figlio di Ignazio sopranominato del Barbiss, giovine in età di 23 anni, si innamorò di
una certa F.[...] F.[...] figlia di Bernardino, giovane in età di 18 anni, avvenente e bella quanto un fiore,
e frequentando continuamente la sua casa e seco lei conversando tanto di giorno come di notte; colle
lusinghe e colle promesse di farla sua sposa, seppe indurla a fare la sua volontà sicché la figlia restò gravida.
Accortasi della gravidanza (credendosi sicura delle promesse che il L. Ie aveva fatte) gliela fece
palese, esortandolo a sollecitare il matrimonio prima che se ne spargesse notizia per il paese, ma il L. Ie
rispose freddamente e la figlia cominciò a sospettare di essere stata tradita. Intanto più non frequentava la sua
casa come prima, e l'andava prolungando con vane promesse, la notizia della gravidanza si sparse per tutto
il paese e la povera figlia per vergogna era costretta a starsene ritirata in casa.
La figlia dunque, allo scopo di meglio conoscere qual fosse l'intenzione del L. pensò di raccomandarsi
ad una certa madama Lasta, pregandola di permettere un convegno in casa sua; la quale vi acconsentì di
buon grado, siccome donna agiata; vedova, sola in casa, e solita intromettersi in simili faccende, allo scopo
però sempre di accomodare le differenze e far buon uffizio. Dunque nella sera del dì 8 febrajo, la
figlia accompagnata da una sua cognata, moglie di un suo fratello, si portò nel luogo convenuto, e fatto
ivi chiamare il L., lo pregò e scongiurò colle lagrime agli occhi, a non volerla abbandonare in quello stato,
a rammentarsi delle promesse che le aveva fatte, a volere insomma adempire al dovere che l'onore e
la coscienza gli imponevano, ma siccome il L. aveva già stabilito di abbandonarla e non avea coraggio
di manifestarsi, cercò di schermirsi dicendo, che egli era pronto a sposarla, a patto però che il padre di lei
le assegnasse in dote una somma talmente sproporzionata che le finanze del F. non potevano in alcun
modo acconsentire, e ne le preghiere ne le lagrime della giovane e di sua cognata, ne le buone parole
della Signora, presso di cui erano convenuti valsero a distoglierlo dalle sue pretese, anzi quanto più le
due cognate si struggevano in pianto, egli rispondeva loro con un sogghigno beffardo e con parole
insultanti. Quindi, il L. in compagnia di alcuni suoi amici, durante la notte, passò più d'una volta sotto la
finestra della stanza ove essa dormiva chiamandola per nome e pronunciando parole sconcie ed insultanti,
dimodoché, la povera figlia nel vedersi disonorata, tradita ed anche beffata, risorse di vendicarsi.
All'indomani, 9 febbraio, giorno di domenica, armatasi di un buon revolver, si portò per ben due volte
nella bottega da caffé ove era solito frequentare il L., fingendo di cercare il proprio padre ma allo scopo
di trovare il traditore ed ivi fare la sua vendetta, e lo trovò, ma siccome la bottega era piena di avventori,
non ebbe coraggio di fare il colpo sperando che avrebbe incontrata occasione più favorevole. Diffatti verso
le ore undici, il L. in compagnia di alcuni amici si portò in casa di certo Albertinetti Lorenzo che abita
vicino la casa F., colà invitato a mangiare i peperoni e far colazione; ma siccome aveva passata l'intiera notte
sui balli e fra i bicchieri e la mattina fra i liquori ed aveva più volontà di riposare che di cibarsi, in vece
di entrare nella cucina in compagnia degli amici andò nella stalla a coricarsi nella mangiatoja ove
si addormentò. La giovane che l'aveva veduto passare avanti la sua porta e che gli teneva marcato il
passo, informata del luogo ove si trovava, entrò anch'essa nella stalla, e fattasi a lui vicino lo chiamò per nome,
e scuotendolo gli disse, destati e alzati che aggiusteremo i nostri conti. Il L. alzatosi a sedere ed aperti
gli occhi disse, oh sei tu C. ? ed essa rispose son io appunto, e tratto dalla tasca il revolver gli scaricò una
palla nel capo ed un altra nel petto e lo stese morto nella mangiatoja ove si trovava. Una donna della corte
che aveva udita l'esplosione, vedendola uscire dalla stalla colla faccia stravolta le disse, che facesti C. ?
ed essa rispose, l'ho ucciso il traditore e dillo pure che l'ho ucciso io, intanto se ne fuggì ed andò costituirsi
in carcere a Vercelli ed il L. raccolse il ben meritato premio. Costituita in carcere, i giudici diedero
subito corso al processo criminale, ed alli 10 luglio nel pubblico dibattimento venne assolta e rimessa in
libertà. (1879)
In questa esposizione del fatto - in cui confluiscono certamente i racconti e le interpretazioni elaborate
nelle case, in strada, nei caffé - il potere condizionante dell'opinione comunitaria sui comportamenti
individuali è evidenziato in maniera estremamente precisa al punto da sembrare all'origine della risoluzione estrema
di vendetta da parte della vittima del tradimento. Ma questa risoluzione ha anche la forza
dell'approvazione sociale: dietro la partecipazione completa di Caligaris alle motivazioni della giovane donna è facile
indovinare quelle della comunità. La morte del giovane rappresenta il suo "meritato premio" perché con il
comportamento (un eccesso di oltraggio e di offesa) si è posto al di fuori della comunità morale: il giudizio riecheggia
quel "finis coronat opus" che chiude il racconto del parricidio. Anche allora l'omicida aveva trovato
solidarietà precise nella comunità riuscendo a mettersi in salvo subito (e non sarà mai piú ripreso: la pena cade
in prescrizione nel 1900)56. Mentre però in quel caso la morale comunitaria si scontrava con la legge
dello stato, qui sembra che si rafforzino a vicenda: e che l'assoluzione già data dalla comunità venga sancita
dal tribunale provinciale57.
Caligaris riconduce i conflitti che dividono la famiglia e la comunità a esemplificazioni dei
meccanismi integratori che le riaffermano. Sarebbe stato utile poter consultare (come è stato in parte possibile nel
caso di fratricidio) gli incartamenti processuali relativi agli episodi di violenza citati dal nostro autore per
verificare, in versioni dei fatti eventualmente diverse, il variare degli atteggiamenti in relazione a "chi è l'altro", alle
reti di relazione cui si appartiene e così
via58. Infatti, in una ricerca che ho condotto su procedimenti
penali subiti dagli abitanti del borgo nel decennio 1850-59 e giunti in prima istanza davanti al tribunale
correzionale di Vercelli59 ho potuto rilevare un'elevata presenza di giovani inquisiti per risse e ferimenti e un
atteggiamento di solito tollerante e di difesa nei loro confronti sia da parte dei gruppi di vicinato sia da parte dei
notabili locali chiamati a dichiarare il tipo di reputazione di cui godono nel paese gli accusati. Tale solidarietà
viene a mancare solo se l'imputato si è collocato reiteratamente al di fuori del sistema di valori della comunità
(se ad esempio è sospettato di furti campestri, se ha avuto uno "scandaloso commercio" con una donna
del borgo) o qualora si trovi in una posizione di debolezza e vulnerabilità sociale (se ad esempio è immigrato
nel paese di recente). Non ho riscontrato alcuna particolare concentrazione di delitti originati dalla
conflittualità familiare, il che confermerebbe l'eccezionalità, e nello stesso tempo l':esemplarità per ciò che concerne
le dinamiche scatenanti, dei casi che Caligaris ha ritenuto di dover riportare nelle "Memorie". D'altra
parte questa conflittualità deve essere nascosta il più possibile allo sguardo e al pettegolezzo comunitario se
non si vuole incorrere nello scadimento della reputazione del gruppo familiare.
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L'analisi compiuta su alcuni aspetti del sistema di valori familiari e sociali di questo borgo
contadino dell'Ottocento ci permette di dare alcune prime risposte al problema da cui è partita la nostra ricerca.
Il valore della terra e del mestiere di coltivatore, l'aspirazione alla proprietà e all'indipendenza
economica realizzata nell'ambito familiare, il ruolo della famiglia come fondamentale unità di produzione,
l'importanza attribuita a vincoli e solidarietà di tipo verticale oltre che orizzontale, sono innegabilmente i cardini
della cultura locale a Gattinara nel secolo scorso. Con questi valori la comunità si trova ad
affrontare l'industrializzazione del primo Novecento, e con i comportamenti ad essi collegati devono fare i conti
gli imprenditori che installano le prime manifatture nel paese. Nel 1913 un'azienda tessile lamenta:
...di non poter reclutare tutto il personale occorrente fra le ragazze del paese perché male si adattano
alla vita della fabbrica e tutte preferiscono od hanno maggior interessamento nei lavori campestri.
Costretta quindi essa Ditta Visconti a reclutare personale forestiero, deve oltre alla paga, subire il maggior
aggravio delle spese di viaggio, di alloggio ecc. Quindi sarebbe più lieta sotto tutti gli aspetti essa Ditta di
poter reclutare tutte le operaie occorrenti fra le ragazze del paese anziché doversi rivolgere
altrove60.
È questa una testimonianza eloquente alla resistenza contadina nei confronti della fabbrica che, se ha
lasciato poche tracce nella documentazione ufficiale, ci viene restituita in maniera compatta dalla memoria
orale pronta a sottolineare da un lato la svalutazione cui andava incontro chi sceglieva la fabbrica (ricordiamo
il termine dispregiativo allora coniato per l'operaio di fabbrica: "fabricot") e, dall'altro,
l'utilizzazione momentanea e congiunturale della nuova risorsa rappresentata dal salario di fabbrica ad integrazione
del bilancio dell'azienda familiare contadina.
Questi aspetti, lungi dall'essere marginali, sono tanto più da considerare se si pensa che
l'industrializzazione a Gattinara avviene in un contesto di profonda crisi dell'economia viticola locale che erode i margini
di relativa indipendenza economica e culturale della comunità. All'inizio di questo secolo infatti
l'infezione fillosserica, la concorrenza dei vini meridionali, la distruzione completa del raccolto del 1905, le crisi
di sovrapproduzione
degli anni 1907-1909 si abbattono pesantemente sulla piccola proprietà contadina ulteriormente
frazionatasi con l'aumento demografico della seconda metà
dell'Ottocento61. Si tratta di una situazione di
debolezza oggettiva nei confronti della quale peraltro le risposte sociali non sono né scontate né lineari (si pensi
ad esempio all'emigrazione oltreoceanica di contadini gattinaresi in quel primo decennio del secolo e
al contemporaneo afflusso nelle fabbriche locali di manodopera da altre zone del Novarese e poi
nell'immediato dopoguerra dal Veneto).
L'opposizione contadina alla proletarizzazione legata ai valori che abbiamo cercato di illustrare
servendoci delle "Memorie" di Carlo Caligaris, è dunque un elemento importante per la comprensione
dell'esperienza industriale e della storia sociale di Gattinara nel Novecento: se non ne teniamo conto non
possiamo adeguatamente comprendere le iniziali difficoltà incontrate dalle aziende nel reclutamento della
manodopera locale, la necessità di far affluire forza-lavoro dall'esterno, il mantenimento da parte dell'operaio di
origine contadina dei legami con la terra, l'acquisizione di terra da parte degli immigrati. Si tratta di fenomeni
che è facile ritrovare anche in altre comunità che hanno vissuto percorsi simili: per gran parte della
società italiana il passato anche più recente è contadino e questa realtà lungi dall'essere stata "schiacciata"
dalla trasformazione industriale ne ha condizionato aspetti
importanti62. Il caso di Gattinara non è pertanto né
singolare né isolato e un approfondimento dell'analisi qui iniziata, in particolare delle implicazioni
politiche che ne discendono, può fornire indicazioni utili per la comprensione dei caratteri specifici dello
sviluppo della società italiana.
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note |
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