Silvana Patriarca
Famiglie contadine a Gattinara nel '900
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| tipo di coltura | estensione |
| vigneto | 554ha 13a 23ca |
| arativo | 526ha 3a 2ca |
| prato | 600ha 7a 16ca |
| bosco | 1.248ha 14a 97ca |
| frutteto | 14ha 68a 25ca |
| incolto | 171ha 54a 12ca |
Vigneto, arativo e prato occupano, come si vede, porzioni percentualmente simili di territorio,
configurando così un'agricoltura di tipo misto, in cui intorno alla coltura del vigneto, orientata al mercato, sono
organizzate una serie di colture con funzioni complementari e di sussistenza. Il bosco è per più dell'80 per cento
bosco ceduo, fornitore quindi di legno di scarsa qualità, utilizzato per il riscaldamento e la fornitura di pali per
le viti; i prati sono in buona parte irrigui (56,91 per cento) come pure i seminativi (57,08 per cento).
Esaminando i dati sull'occupazione degli abitanti del borgo si nota che, mentre per tutto l'Ottocento la maggior
parte della popolazione era addetta all'attività agricola, a partire dall'inizio di questo secolo si verifica un
continuo declino degli occupati in agricoltura ed una crescita parallela degli attivi nell'industria.
I primi stabilimenti industriali che organizzano una produzione rivolta ad un mercato più ampio
vengono costruiti nei primi anni del Novecento per iniziativa di una imprenditorialità, per lo più esterna al
borgo, attirata localmente sia da una prevista facilità di reperimento di manodopera in fuga dall'agricoltura
scossa da frequenti crisi, sia dalle buone vie di comunicazione che congiungono ormai il borgo ai centri
principali del mercato, sia dalle favorevoli condizioni offerte dalle autorità comunali allo scopo di favorire
l'insediamento industriale nel borgo, per arginare in qualche modo l'emigrazione di massa al seguito delle ricorrenti
crisi viticole.
Tali fatti sono presenti anche nella memoria dei nostri testimoni più anziani che, nel contempo,
rilevano l'impatto contraddittorio e spesso conflittuale che hanno le nuove fabbriche sulla realtà contadina del
borgo: il rifiuto opposto da molti nei confronti delle fabbriche costringe alcune imprese ad importare
manodopera esterna alla comunità non solo per le mansioni di addestramento e di comando della forza-lavoro, ma
anche per quelle meno qualificate:
Quando hanno fatto le fabbriche - dopo la Ceramica sono venute poi tutte le altre, ché hanno fatto
la ferrovia da Santhià ad Arona, allora si sono sviluppate tutte: è poi venuto il Barabino, è venuto il Sahr...
- ma quando è venuta l'industria sono venuti tutti da fuori, se no erano pochi gli operai qui, ma quelli
che c'erano qui erano insieme a quelli che lavoravano lì, dal Bertotto; ce n'erano pochi, e poi, quando è
venuto il... il Barabino e il Vercellotti, allora è aumentato perché venivano anche da fuori, da via,
scappavano, venivano qui eh, se no non ce n'era: lavoravamo tutti solo la terra noi qui.
(1a testimonianza di F. P., nato nel
1894)
Inf. Le maestre erano di Legnano, sì, erano otto.
[...]
A. Ce n'era da Cureggio, ce n'era da...
Inf. Sì, Sì, da tutte le parti.
Int. Perché venivano da altre parti?
Inf. Perché qui andavano poche a lavorare in fabbrica.
[...]
Inf. Era... era una cosa degradante.
(1a testimonianza di C. C., n.
1900)16
Un'analisi dei motivi che sono alla base delle resistenze dei contadini all'inserimento nelle fabbriche
sarà fatta in seguito. Qui importa rilevare come, al di là delle resistenze incontrate
in loco, le nuove fabbriche costituiscono il motore di un'immigrazione che il borgo non ha mai conosciuto: questa prima ondata
immigratoria, che sarà seguita da numerose altre nel corso del Novecento, raccoglie forza-lavoro che
proviene sia dalle valli circostanti (Valsesia e Valsessera) che dai paesi della pianura risicola, oltre che, dopo la
prima guerra mondiale, dalle plaghe contadine del Veneto. Questa immigrazione non riesce però a
controbilanciare da un lato un'emigrazione sempre presente - c'è anche chi preferisce emigrare piuttosto che andare
in fabbrica - e dall'altro il forte calo delle nascite e l'aumento della mortalità in conseguenza della
guerra mondiale e dell'epidemia della spagnola. I primi venti anni del secolo registrano quindi una
diminuzione della popolazione; tale tendenza si inverte, ma assai debolmente e lentamente, nel corso degli anni Venti;
la popolazione, tuttavia, nel 1931 non ha ancora riguadagnato il livello a cui si trovava nel
190117:
| Comune | Popolazione residente per anno | ||||||
| 1901 | 1911 | 1921 | 1931 | 1951 | 1961 | 1971 | |
| Gattinara | 5.591 | 5.493 | 5.004 | 5.441 | 6.287 | 8.103 | 9.533 |
| Romagnano | 4.971 | 4.502 | 4.253 | 4.068 | 4.105 | 4.154 | 4.522 |
| Ghemme | 4.219 | 4.255 | 4.044 | 4.099 | 4.268 | 4.564 | 4.014 |
Tale diminuzione, come si può vedere dalla tabella, non è un fenomeno proprio del borgo,
riguardando anche comuni limitrofi a Gattinara, quali sono Romagnano e Ghemme, ed in generale l'intero Piemonte,
la cui popolazione nel decennio 1911-1921 diminuisce dell'1,16 per cento. I due comuni sopracitati
presentano una struttura agricola simile a quella di Gattinara, ma di origine più antica vi è l'insediamento
industriale: infatti "nel 1889 una percentuale della popolazione attiva calcolabile nel 20 per cento a Ghemme e nel
40 per cento a Romagnano trova già impiego in
opifici"18. A differenza di Gattinara non hanno però
conosciuto quella forte immigrazione nel secondo dopoguerra che ha portato il nostro borgo a vedere quasi duplicata
la propria popolazione in circa vent'anni: tuttora infatti non superano, quanto ad abitanti, il livello a cui
si trovavano all'inizio del secolo.
Per quanto non possediamo i dati sul movimento migratorio anteriore al 1926 è certo che fosse
piuttosto ingente: testimonianza ne sono anche le storie di vita, nelle quali per lo più l'emigrazione viene posta
in rapporto con un evento che sconvolse la vita di molti nella comunità, vale a dire la grandinata
dell'agosto 1905:
Inf. [...] vedi solo nel '5 [la tempesta] ha portato via tutto, tutto... noi andavamo a caccia di uccelli, noi,
ma c'erano le pietre alte così, eh, i tetti ha buttato giù, ci ha fatto correre.
A. Poi non c'erano soldi.
Inf. Non c'erano soldi, per tre anni non hanno fatto il vino, veh, non c'era più niente.
A. A Gattinara se ne sono andati via tanti, veh.
Inf. Tutti andavano via, tanti sono andati in America...
(1a testimonianza di G. P., n.
1895)
Dai dati in nostro possesso risulta che il saldo della popolazione nel periodo 1926-35 è positivo perché
il numero degli immigrati è sempre di gran lunga superiore a quello degli emigrati e compensa le nascite
che sono sempre molto contenute. Che l'immigrazione fosse piuttosto elevata negli anni Venti e Trenta è un
fatto documentato anche dalla corrispondenza tra il podestà di Gattinara ed il prefetto di Vercelli: in una
lettera del 1933 il podestà lamenta che "la continua immigrazione di forestieri e specialmente Veneti, di
condizioni finanziarie miserrime, viene a creare in questo comune una situazione veramente insostenibile [...]
Purtroppo ad aggravare la situazione locale in questi giorni si è chiuso lo stabilimento Aimone lasciando
disoccupati circa 80 operai che vanno ad aggiungersi ad altri già numerosi disoccupati
locali"19; ed in un'altra del 1930 rende noto al prefetto che: "In un primo tempo tale immigrazione [quella delle famiglie Venete] non
destava nessuna preoccupazione anche perché i locali stabilimenti industriali assorbivano facilmente tutta la
mano d'opera disponibile, essendo in piena attività di lavoro e di sviluppo. Ora però colla crisi economica
generale, anche queste industrie hanno diminuito le ore lavorative e procedono a numerosi licenziamenti di
operai, creando una sensibile disoccupazione locale: nonostante ciò l'immigrazione veneta
continua"20.
Sulla ripresa della natalità che si nota a partire dalla seconda metà degli anni Trenta non può non aver
inciso questa immigrazione favorendo un certo ringiovanimento della popolazione, dato dall'aumento degli
individui in età di procreare e dai più alti tassi di fecondità riscontrabili tra le donne immigrate rispetto a quelle
di origine locale. Dal 1946 in poi le nascite annuali nel borgo non saranno mai inferiori al centinaio,
avvicinandosi così di nuovo alle cifre rilevate per l'Ottocento quando nascevano di norma quasi duecento bambini
all'anno (ma allora la popolazione era circa la metà dell'attuale).
Le parole del podestà che abbiamo prima riportato ci riconducono a considerare lo sviluppo industriale
che ha investito il borgo a partire dal primo Novecento. Pare trattarsi di uno sviluppo piuttosto rapido: in circa
un trentennio la popolazione occupata nell'industria ha già superato di trecento unità gli attivi in
agricoltura. Nel 1911 le aziende con oltre 25 operai contano 645 dipendenti: la Manifattura Ceramica Pozzi, che
ha iniziato la produzione nel 1907 con 6 operai, ha ora 231 dipendenti; la Manifattura Visconti, anch'essa
attiva da circa tre anni, ne ha 220; 109 operai lavorano presso la Filatura Riva Vercellotti, fondata nel 1900;
la Filatura Veronasco conta 55 dipendenti e 30 la fornace
Vegis21. Altre aziende, come la Fornace Delmastro
e la Metallurgica Aimone, vengono a insediarsi nel borgo nel corso degli anni Venti.
Ma i processi sociali sono spesso più vischiosi di quanto i dati quantitativi possano fare supporre: in
questo caso va tenuto presente che molti di coloro che nel censimento appaiono come occupati
nell'industria continuano, per diverso tempo o anche per tutta la loro vita, a mantenere un'attività agricola coltivando
i terreni propri o della famiglia; per essi cioè il legame con la terra non viene spezzato al momento del
loro ingresso in fabbrica, ma differito ai ranghi di un secondo lavoro che si svolge nel tempo libero dal
lavoro operaio. Secondo il censimento agricolo del 1930, infatti, sono 1.237 coloro che considerano
l'attività agricola come professione principale, ma altri 900 la considerano come
secondaria22: complessivamente sono addette all'agricoltura - sebbene con un grado di partecipazione diversa - 2.173 persone, cifra
superiore a quella che indica gli addetti all'industria nel 1927 (1.337). Come vedremo inoltre analizzando le storie
di vita si deve supporre che esista una mobilità fuori e dentro la fabbrica assai elevata degli individui
appartenenti a famiglie contadine in relazione col ciclo di sviluppo delle famiglie stesse.
È comunque nel secondo dopoguerra, negli anni Cinquanta e Sessanta, che lo sviluppo industriale riduce
a dimensioni minime la percentuale di popolazione locale occupata in agricoltura, costituendo nel
contempo il richiamo principale per un flusso immigratorio di provenienza ora in gran parte meridionale.
Questo non vuol dire però che oggi ci si trovi di fronte ad un abbandono totale delle attività agricole:
mentre la classe dei piccoli proprietari coltivatori va scomparendo, accanto ad alcune aziende
agricolo-commerciali che impiegano manodopera salariata, permane un vasto numero di piccoli e piccolissimi possedimenti
coltivati dai loro proprietari, impiegati nell'industria o nel commercio, durante i momenti di tempo libero.
A differenza di quanto avvenuto in altre comunità rurali investite da un processo di
industrializzazione guidato da un'unica azienda dominante - come è quella, ad esempio, che Pizzorno ha studiato in
"Comunità e
razionalizzazione"23 - a Gattinara all'origine di tale processo sono gli investimenti di ditte diverse,
provenienti per la maggior parte dall'esterno: pertanto non si sono potute manifestare in questo borgo forme di
paternalismo aziendale e locale tipiche delle comunità in cui un unico imprenditore media il rapporto tra lavoro e
unità familiari e tra comunità e società più ampia. Le principali industrie locali inoltre hanno sempre avuto
sede legale e direzione amministrativa e commerciale fuori Gattinara: le due aziende maggiori per numero
di operai, la Manifattura Ceramica Pozzi (di cui era proprietaria in origine una ditta milanese) e il
Cotonificio Alta Italia (fondato come Manifattura Leo Pellegatta Visconti da una ditta di Legnano) hanno subito
nel corso del Novecento diversi spostamenti di sede legale e vari trasferimenti di proprietà (oggi la
Manifattura Ceramica Pozzi è stata assorbita dalla Richard-Ginori) e non sono quindi mai state collegate ad alcun
potente gruppo familiare locale. Anche tutte le altre industrie di un certo rilievo sono di proprietà di
imprenditori non originari della comunità: i Riva Vercellotti, che costituirono nel 1900 una filatura, sono di
origine novarese; il proprietario della odierna Safir, una fornace che produce mattoni refrattari proveniva dal
vicino comune di Lozzolo; la Metallurgica Aimone, citata nella relazione del podestà di cui si è detto
sopra, proveniva da Masserano; la filatura che oggi prende il nome di Lanificio Bertotto era ed è gestita da
una ditta biellese. La manodopera occupata nel cotonificio e nelle altre fabbriche tessili del borgo, come
è caratteristica precipua di questo tipo di industria, è in gran parte femminile (per quanto raramente vi
detenga i posti direttivi ai diversi livelli, che sono invece riservati agli uomini). La Manifattura Ceramica
Pozzi occupa invece in maggioranza personale maschile, come pure le altre piccole e medie industrie che
non siano tessili. Oggi Gattinara è dunque un borgo ad economia prevalentemente industriale e
piuttosto diversificata, all'interno della quale i pochi coltivatori rimasti, per lo più vecchi - delle 430 persone
che consideravano l'agricoltura nel 1961 come professione principale 224 erano al di sopra dei 60 anni d'età
- rappresentano una cultura passata di cui sono in effetti gli ultimi a poter rendere testimorianza. O
meglio sono quelli che hanno vissuto in prima persona le trasformazioni che hanno subito il borgo e la sua
cultura contadina in questo secolo venendo a contatto con il sistema di fabbrica e con la cultura dei nuovi venuti.
La generazione che li ha preceduti era ancora immersa in un mondo del tutto contadino, quella che li ha
seguiti è cresciuta ormai in una comunità avviata ad una completa integrazione nel sistema di mercato.
Utilizzando un modello concettuale mutuato dalla ricerca sociologica anglosassone possiamo dire che
quello che ha caratterizzato il processo socio-economico a Gattinara in questo secolo è uno spostamento
sull'asse del continuum rurale-urbano24 in direzione dell'estremo urbano, per quanto tuttora il borgo permanga
in certi suoi aspetti assai rurale.
Alcune note sul corso di vita individuale
Ora che abbiamo visto i caratteri originali del borgo da un punto di vista socio-economico e
demografico dedichiamo la nostra attenzione al modo in cui è stato vissuto il cambiamento nello strato contadino della
popolazione, cercando di delineare attraverso le storie di vita di due generazioni le mutevoli
configurazioni del corso di vita individuale. Nostra intenzione è verificare come nei diversi stadi di sviluppo attraversati
da una persona, questa sperimenti alleanze, divisioni e modi di relazione che implicano il riconoscimento
di gerarchie e viva anche nei rapporti orizzontali tali modi di relazione. L'analisi sarà dunque imperniata
su come l'individuo entra in relazione con gli altri (se li subisce, se li comanda, se li rispetta ecc., o
viceversa) nelle sue varie fasi di vita in una struttura sociale basata su rapporti tra non uguali. Categorie che in
apparenza sembrano rappresentare condizioni immediatamente biologiche, come quelle di giovane e vecchio,
sono piuttosto dipendenti dall'assetto economico-culturale della società a cui ci si riferisce e perciò sono
soggette al tempo e quindi alla storia. Il corso di vita sarà in primo luogo esaminato con riferimento alle storie di
vita della prima generazione; si prenderanno poi in considerazione le testimonianze della generazione
successiva, cercando di confrontarne gli elementi caratterizzanti le varie fasi del ciclo di vita con quelli emersi
dall'analisi delle prime.
I testimoni della prima generazione sono cresciuti in famiglie di dimensioni piuttosto varie (8-2 figli),
dai loro racconti l'infanzia pare terminare intorno ai dieci-dodici anni, momento in cui l'abbandono della
scuola e l'immissione a tempo pieno nel mondo del lavoro segnano il passaggio all'età adolescenziale, periodo
in cui però il gioco è ancora presente accanto al lavoro. Solo alcuni testimoni affermano di aver cominciato
a lavorare già durante il periodo scolare, ma si può ritenere che fosse una pratica piuttosto generalizzata:
Int. Ma quando andavate a scuola vi facevano fare anche qualche lavoro a casa?
Inf. Lavori a casa? [stupore] Ma prima di andare a scuola bisognava guardare le bestie, portare i
secchi, battevano sulle gambe, che ero... che ero ancora piccolo, neh!
(1a testimonianza di R. R., n.
1906)
Il tema del gioco dell'infanzia è il più dimenticato da tutti nella sua specificità, è l'irrilevanza totale:
i testimoni ne parlano solo se richiesti. Andare a rubare la frutta dagli alberi, andare in cerca di nidi o
a nuotare al fiume sono attività riservate ai maschi; le bambine sono meno "girovaghe": si devono
accontentare del cortile o della strada, se il cortile è impraticabile, ma nessuna accenna però alle bambole:
anch'esse condividono socialità e giochi di strada. Nonostante ciò la separazione tra maschi
e femmine durante il gioco, oltre ad essere sanzionata rigidamente dalle istituzioni religiose e scolastiche, è confermata da
quasi tutti gli intervistati: F. P. (n. 1894) è l'unico ad ammettere che nel gruppo con cui giocava c'era anche
una bambina, sorella di un amico che abitava nel suo stesso cortile. Il controllo sulla separazione dei
sessi diviene maggiore allorché i bambini diventano adolescenti e giovani; gli incontri allora devono avvenire
in un ambito definito con un rituale specifico. Vi è però una varietà di situazioni che vale tener distinte:
le occasioni legittime per gli incontri tra giovani dei due sessi sono rappresentate dalle feste e dai balli,
organizzati per lo più nei luoghi di ritrovo dei gruppi maschili, le cosiddette
tabine, al sabato o di domenica e
durante certi periodi dell'anno (vendemmia, carnevale):
Inf. Erano tutte [le tabine] quasi, quasi sul corso veh e Iì prendevano le fisarmoniche, suonavano e
ballavano tutte le sere, ballavano tutte le sere.
A. Al tempo della vendemmia.
(1a testimonianza di G. P., n.
1895)
Mentre per gli uomini non c'erano divieti rispetto al ballo, i problemi sorgevano per le giovani: andare
a ballare era molto desiderato dalle ragazze che, nonostante i divieti materni di uscire di sera o i
pomeriggi domenicali trascorsi all'oratorio, dopo il vespero si precipitavano nella
tabina e pregavano gli uomini di suonare affinché potessero ballare:
[...] le nostre mamme allora non ci lasciavano andare di notte... allora noi dopo il vespero, (perché
andavamo tutte all'oratorio neh, dovevi andare all'oratorio perché se non andavi non uscivi più di casa),
andate all'oratorio andavamo al vespero, tornavamo indietro, allora andavamo nella tabina, andavamo in
questa tabina, loro facevano la cena e noi dicevamo: 'suonate che possiamo ballare prima di andare a casa' [...]
(1a testimonianza di C. C., n.
1900)
La maggior rigidità educativa nei confronti delle figlie dipende dalla necessità di preservarne la moralità
e la buona reputazione da cui dipende l'onore della famiglia; è da notare che i genitori non si pongono mai
lo stesso problema nei confronti dei figli, che possono liberamente uscire di notte e andare a ballare in
qualsiasi luogo: il loro onore infatti non dipende dal tipo di relazioni che hanno con l'altro sesso. Le ragazze
possono andare a ballare, ma devono ricordarsi che ci sono dei limiti da rispettare e dei controlli da imporsi.
L'educazione più rigida imposta alle donne è funzionale al ruolo che devono ricoprire in queste famiglie e nella
comunità, un ruolo che comporta l'accettazione di un carico doppio di lavoro rispetto agli uomini, la
subordinazione delle donne all'autorità degli uomini e, nel contesto familiare, delle donne giovani a quelle più anziane
(mentre per gli uomini ad un certo punto del ciclo vitale e familiare si possono invertire le posizioni
e l'uomo più giovane può avere un potere reale maggiore del padre che conserva solo un'autorità formale).
La norma comunque non è mai esaustiva di una realtà: anzi, dal momento in cui esiste entra in gioco anche
il comportamento individuale che le sfugge per affermare bisogni diversi che il sistema normativo
esclude. L'individuo è irriducibile alle istituzioni per quanto queste possano condizionare tante sue scelte e tanti
suoi comportamenti; pertanto dalle storie di vita non si vogliono individuare solo i sistemi di norme operanti
nel gruppo al fine di mantenere l'ordine nella comunità - nonostante che sistemi diversi e regole
contraddittorie all'interno di uno stesso sistema possano generare disordine - ma comportamenti che spieghino come
si attua un processo di mutamento. Ma se non vi è coincidenza tra norma e comportamento non vi è
neppure totale opposizione, quanto piuttosto influenza reciproca: il sistema normativo condiziona l'azione
sociale che a sua volta però contribuisce a una ridefinizione del sistema e così via. Riallacciandoci a quanto
si diceva sopra a proposito delle limitazioni ai rapporti tra giovani di sesso diverso è un fatto intuibile
che giovani e ragazze si trovino ugualmente, nonostante i divieti, tanto più che a volte possono trasformare
i momenti di lavoro in occasioni accettabili di incontro. Per quanto riguarda i rapporti con l'esterno, con
la realtà al di fuori del paese, si può dire che in generale c'è maggior libertà di movimento per i giovani che
per le ragazze:
Andavamo in giro tanto, noi, per i paesi, ma su per la montagna andavamo di più, prendevamo la
bicicletta i pomeriggi e via; eh delle volte venivamo a casa a cena e se non venivamo a casa a cena la tenevano lì
[...] andavamo su, più di lì verso Vintebbio, Serravalle, Crevacuore, Pray, Coggiola, andavamo fino a
Portula, tutto di lì, era bello di lì perché i "muntagnìn" fa... facevano di più, ecco, anche le femmine più di noi,
non si facevano il problema di venire a bere, uomini e donne insieme. Qui, Dio ci guardi! Qui no, gli
uomini dovevano andare con gli uomini e le donne...
(Testimonianza di P. P., n.
1889)
Andavamo qualche volta, io e le mie compagne, sai dove? I lunedì di Pasqua a piedi o a Sant'Euseo o
a Boca, a piedi, facevamo già una grande festa, eravamo in sette o otto compagne, prendevamo con noi
la nostra merenda, andavamo a Boca, poi venivamo a casa verso Grignasco, a fare le oche tutto il giorno così.
(1a testimonianza di A. F., n.
1909)
L'immissione a tempo pieno nel mondo del lavoro di cui dicevamo all'inizio pare cominciare, sia per
le donne che per gli uomini, nello stesso periodo cioè intorno ai dieci-dodici anni, spesso senza che
abbiano terminato la scuola dell'obbligo, cosa che nelle testimonianze viene giustificata adducendo uno
scarso interesse e rendimento nello studio, considerato come un'attività che nulla aveva a che vedere con quello
che avrebbero poi fatto nella vita; del resto, benché qualcuno avesse avuto ambizioni scolastiche più elevate,
le condizioni economiche della famiglia, croniche o congiunturali che fossero, non avevano permesso
il proseguimento negli studi:
La quinta non ce l'ho fatta, sono stato bocciato, e dice: 'fa' che stare a casa, vieni a zappare'. 'Ma sì,
per imparare a zappare eh, ho già fatto la quarta', dico...
(Testimonianza di P. P., n.
1889)
Oh, sono andata a scuola fino a... fino a dieci anni, ma poi mi hanno dato il falcetto perché studiavo
troppo, mi hanno dato il falcetto e il sacco, tutte le "Vardi" le ho tenute tutte, con il sacco e il falcetto, ne
portavo a casa!
(Testimonianza di T. P., n.
1902)
[...] io ho fatto solo fino alla quinta, c'era anche la sesta a Gattinara, ho detto a mio padre: 'papà, mandami anche alla sesta'. 'Cosa? Ho fatto solo la terza io, lo sai già, hai fatto la quinta, ne sai già, eh,
eh, prendi la zappa, andiamo al "Mursin", c'è un tesoro là' [ride].
(1a testimonianza di R. R., n.
1906)
[...] io per esempio ero la prima della scuola là, in quinta, dovevano mandarmi a studiare, è venuta
questa tempesta ed è andato tutto alla malora [...]
(Testimonianza di E. P., n.
1895)
La scuola non era quindi considerata, in queste famiglie contadine, come un mezzo per acquisire uno
status superiore, per quanto poi si riconoscesse che
"quelli che avevano due
scuole"25 detenevano potere sociale
ed economico in misura maggiore degli altri. Non era cioè accordata alla scuola un'importanza pari a
quella accordata ad esempio ad un buon matrimonio; a parte le difficoltà oggettive per far proseguire un
figlio negli studi, la scuola era patrimonio degli "altri", di coloro che appartenevano ad una classe sociale
più elevata, serviva a "loro" nel contesto delle "loro" strategie familiari; qui era subordinata non solo alle
scarse risorse materiali delle famiglie, ma anche al fatto di non possedere un valore tale da muovere un investimento.
Come si è già visto con i brani tratti dalle testimonianze, a proposito della scuola è il padre che decide per
i propri figli qual'è la loro prima destinazione lavorativa in relazione con le necessità della famiglia e con
il bilancio di manodopera26 presente in rapporto alla terra da coltivare: alcuni cominciano subito ad aiutare
nel lavoro dei campi in famiglia e fuori, altri vengono mandati in fabbrica, dove la loro presenza è
comunque subordinata al ciclo familiare. Chi non è di famiglia contadina ha come destino la fabbrica o il
laboratorio artigianale o ancora l'emigrazione. Il denaro guadagnato in fabbrica o a giornata presso altri contadini
viene dato interamente al padre che poi, di domenica, dà a ogni figlio il
pret, cioè la mancia. Il percorso
lavorativo della donna prima del matrimonio è in genere determinato dagli stessi fattori che condizionano
quello dell'uomo; il matrimonio però, inserendola in un'altra famiglia, quella originaria del marito, modifica
per lo più il suo percorso lavorativo oltre che il suo
status. Esso rappresenta quindi una cesura più
importante nella vita di una donna che in quella di un uomo. Certi testimoni non parlano neppure, se non
incidentalmente, del fatto che si sono sposati o della moglie: tralasciando di considerare all'origine di questo fenomeni
di rimozione, ciò senza dubbio avviene perché il modo di raccontare degli uomini è imperniato sul loro
ruolo nella sfera del "pubblico", piuttosto che sul loro "privato", ma anche perché c'è maggiore continuità
nella loro vita tra il periodo prematrimoniale e quello matrimoniale.
Vediamo ora, prima di considerare la vita matrimoniale, come avviene il fidanzamento ed i rituali
che accompagnano il momento delle nozze. Abbiamo già detto della funzione socializzante della stalla, dei
balli nelle tabine e delle feste in quanto canali privilegiati di incontro tra i giovani dei due sessi, a cui si
aggiungono naturalmente le occasioni di incontro rappresentate dai luoghi di lavoro e dalle attività collettive in
campagna o nelle case. Era una pratica comune sia per gli uomini che per le donne avere più di un rapporto prima
del matrimonio, benché si disapprovassero coloro che avevano rapporti sessuali prematrimoniali:
Inf. [...] avevamo qualche fidanzatino così neh, ma i nostri fidanzati erano solo così, Silvana, stai bene
a sentire neh [...] 'Volete essere la mia fidanzata?' [ride] Erano solo così e noi per far coppia: 'sì, sì, sì',
così, ma da dire che ci fosse stato un contatto, per esempio da mettere vicino il viso, solo così, no eh!'
[...]
[... ] invece quelle che andavano nello "Sportivo" erano già... che andavano già con gli uomini,
andavano già con i loro fidanzati, perché i loro fidanzati erano già di quelli...
Int. Prima di sposarsi volete dire?
Inf. Prima di sposarsi, erano già di quelli che, sai, ci tenevano a quello [...]
(1a testimonianza di C. C, n
1900)
A quale età media si sposano? Il campione analizzato ci dice che le donne si sposano nella maggioranza
tra i 20 ed i 24 anni (età media 24,2), mentre gli uomini si sposano più tardi, in buona precentuale oltre i 30
anni (età media 28,6) ed in genere le donne cercano il coniuge tra gli uomini di età leggermente superiore
(o viceversa). La distanza media tra i coniugi al primo matrimonio risulta dunque essere di 4,9 anni.
L'incidenza del celibato pare essere superiore tra le donne: quasi il 20 per cento delle donne nate tra il 1895 ed il 1904
e decedute tra il 1945 ed il 1978 a Gattinara risultano nubili alla morte, di contro al 14,6 per cento
degli uomini, fatto che potrebbe porsi in relazione con la minor disponibilità di individui maschi della
stessa schiera generazionale dovuta agli effetti della prima guerra mondiale. I riti e le feste che accompagnano
il matrimonio, oltre che sanzionare socialmente il nuovo legame che viene a crearsi tra due gruppi
familiari cui appartengono gli sposi e la nuova condizione di esistenza sociale per i due giovani, rappresentano a
volte un mezzo per affermare o difendere uno status
sociale, oppure ancora un'occasione per ricambiare
favori ottenuti in precedenza. Amici degli sposi e dei genitori degli sposi e parenti sono invitati in due
diversi momenti del rituale: i primi ad un ricevimento che si svolge una settimana prima del giorno delle
nozze detto i maluseji, gli altri al pranzo (sarebbe meglio parlare di serie di pranzi e cene dato che la festa dura
per due o tre giorni finché non termina il cibo preparato) che si effettua dopo il rito celebrato in Chiesa o
in Municipio. Le varianti rispetto a tale modello sono molte in relazione alle disponibilità finanziarie
delle famiglie coinvolte ed alla funzione che queste attribuiscono al matrimonio.
Dopo il matrimonio generalmente ognuno continua a mantenere le amicizie e i rapporti che aveva
in precedenza; le donne però spesso vedono allentate le relazioni con la propria madre che raramente aiuta
la figlia ad allevare i bambini.
Il comportamento delle nostre testimoni rispetto alla fecondità è molto omogeneo e se poi viene
confrontato con quello delle donne che hanno costituito il campione, sposatesi negli anni venti e trenta, una
conclusione emerge con tutta evidenza: il controllo delle nascite è praticato piuttosto rigidamente. Una sola testimone
ha avuto quattro figli; tutte le altre famiglie sono composte da uno o due figli. Nel campione i tassi di
fecondità legittima, già piuttosto bassi sin dall'inizio del periodo fecondo, subiscono una brusca caduta dopo i primi
anni di matrimonio, segno evidente che le coppie, una volta avuti i figli desiderati (cosa che
avviene generalmente nei primi anni di matrimonio), cercano di non averne altri. Lo stesso dato emerge studiando
le dimensioni delle famiglie: la maggioranza assoluta del campione non ha più di due figli. Il numero medio
di figli per famiglia è 1,7. E ancora: si sa che la pratica della limitazione delle nascite abbassa l'età della
donna all'ultima maternità; analizzando tale variabile tra le donne sposate al di sotto dei trent'anni si è
riscontrata un'età media all'ultima maternità di 27,8 anni. Si nota inoltre la tendenza a mettere al mondo il primo
figlio entro i primi due anni di matrimonio: infatti l'intervallo medio tra matrimonio e prima nascita è di
18,7 mesi; l'intervallo intergenetico si fa assai più elevato tra la prima e la seconda nascita (39,9 mesi), cosa
che può trovare spiegazione oltre che con la volontà dei coniugi di distanziare i concepimenti (forse per
motivi di salute della donna) anche a causa di una certa quantità di nascite non desiderate. Ed è probabile che sia
per lo più questo il motivo del lungo intervallo intergenetico tra seconda e terza nascita nelle famiglie con
tre figli (59,9 mesi). Da ciò si desume che la dimensione familiare ideale di queste coppie era costituita
dalla famiglia di uno o due figli: il terzo rango di nascite sarebbe probabilmente quello comprensivo del più
alto numero di parti indesiderati. Ma troviamo nascite indesiderate pure nel secondo rango: una delle
donne intervistate spiega appunto in questo modo il suo secondo parto avvenuto ad una distanza di dieci anni
dal primo27. Accanto ad una fertilità così controllata troviamo una mortalità infantile poco rilevante: il 9,6
per cento dei bambini nati da queste coppie muore entro i dieci anni, dato significativo se confrontato con
la mortalità infantile della generazione precedente che raggiungeva il 24,6 per cento.
La pratica del controllo delle nascite, limitando il numero dei figli, riduce l'influenza di tale fattore
sul lavoro femminile extradomestico. Il percorso lavorativo delle donne risulta essere condizionato in
maggior misura, dopo il matrimonio, da un altro fattore: la fase del ciclo di sviluppo e le condizioni economiche
della famiglia in cui vanno ad inserirsi e, naturalmente, di quella che costituiscono loro stesse col marito. Da
ciò dipende il fatto che queste donne (che prima di sposarsi lavorano tutte - chi in fabbrica, chi in campagna,
chi in sartoria -) proseguano o meno il loro lavoro. C. C. sposando un contadino che possiede una
discreta proprietà - discreta più che altro perché egli è figlio unico - deve imparare a lavorare la terra, a seguire
il marito nelle vigne e nei campi; ciò che ha imparato nella sua giovinezza non le serve se non
nell'ambito strettamente familiare.
T. P. impone la propria decisione di andare in fabbrica, nonostante l'opinione contraria del marito, perché
la terra è poca e non esige il lavoro di entrambi; ma quando nascono i figli deve abbandonare la fabbrica
per ritornarvi solo quando questi sono in età scolare. A. F. continua a fare l'operaia anche dopo il
matrimonio: ha sposato però un operaio, non un contadino. Ma anche il suo destino lavorativo sarà segnato dal
matrimonio e dai figli: al secondo figlio il marito non vuole più che lei vada a lavorare:
[...] dopo che ho avuto l'altra figlia, l'A., quella che c'è ancora viva, lui non ha più voluto che andassi
a lavorare; non ha più voluto, e allora sono rimasta a casa, non avevamo hisogno "da gni cà e truvè ancò
al gat ant'al faulè" [di venire a casa e trovare il gatto nel focolare] [...]
(2a testimonianza di A. F., n.
1909)
Anche qui però non sono solo i figli la causa della sua cessazione definitiva dall'attività lavorativa
esterna alla casa; probabilmente condizioni economiche più sicure garantite dal lavoro del marito sono
intervenute rendendo possibile questa soluzione. Certo non vi è rimpianto per il lavoro in fabbrica lasciato a causa
dei figli o del marito: si deve considerare infatti che per queste donne non è stato frutto di una scelta " libera
e consapevole", ma della necessità di procurarsi reddito integrativo per rispondere ai bisogni della
famiglia. Oltre al grave cumulo di lavoro che viene a ricadere sulle spalle della donna (cui spetta interamente la
cura dei figli oltre al lavoro domestico ed extradomestico) il problema maggiore che deve affrontare col
matrimonio è l'integrazione nella nuova famiglia, l'adattamento a regole di vita in comune e a ritmi di lavoro
vissuti inizialmente nella loro diversità ed estraneità. Sui conflitti fra consanguinei e affini diremo più avanti; qui ci basti sottolineare come tali conflitti si accentrino sulle figure femminili, che li devono
vivere sulla propria pelle, spesso senza trovare appoggio neppure nel marito. Per l'uomo invece il
matrimonio significa acquisire un ulteriore ruolo all'interno della famiglia, ruolo che conferisce uno
status superiore e aumenta quindi il potere dell'individuo nel gruppo domestico garantendogli un ambito maggiore di autonomia.
Nel parlare del matrimonio come di una fase del ciclo di vita individuale si vorrebbero considerare sia
gli uomini che le donne, ma si finisce con enunciare le attività e i ruoli che caratterizzano una donna sposata
e non si riesce ad individuare un ambito specifico dell'uomo nel matrimonio perché l'immagine che
gli uomini forniscono nelle storie di vita è tutta inserita in un contesto pubblico (lavoro, socialità, politica
ecc.). Eppure sono stati padri: ma poiché la loro coscienza parziale ci impedisce di capire come sono stati
padri, per capirlo ci si baserà sulle testimonianze dei loro figli, con le quali il ciclo vitale ricomincia al livello della
seconda generazione. Mentre nei racconti della prima l'infanzia costituiva la grande assente, la
seconda generazione si sofferma più a lungo su questo tema: esemplare a questo proposito è la storia di vita di P.
R. (n. 1940) per cui l'infanzia è il tempo felice della sua introduzione nella socialità attraverso la guida
sicura del padre, che è raffigurato come il dispensatore di premi e di punizioni, tanto ambiti i primi quanto
sono temute le seconde. È il padre colui che media il rapporto tra i bambini ed il mondo esterno alla famiglia;
la madre, relegata com'è alla casa e al quotidiano-privato, diviene per certi versi una figura fastidiosa e petulante:
E appunto piaceva anche d'inverno uscire a mio padre... che... 'Andiamo a trovare i nonni', ad
esempio, proprio quegli inverni freddi [...] e aveva questo mantello no, sai quei mantelli in cui si avvolgevano
una volta: 'Vieni qui!' Uno di qui, magari anche con mia sorella, mia sorella di là prendeva il mantello:
vrrm! E stavamo sotto, mi ricordo che camminavo sino... sino alla casa dei miei nonni, sempre solo guardando
i piedi, ridevo io di qui, rideva mia sorella di là [...]
(Testimonianza di P. R., n.
1940)
E qualche volta andavo al cinema io, di notte eh, insieme con mio papà quando riuscivo a
convincerlo: 'Portami al cinema! Portami ai cinema!'
(Testimonianza di E. S., n.
1933)
All'altro estremo però vi sono anche figure materne che rivestono ruoli di maggiore autorità in
famiglie dove il marito non è mai stato appoggiato dalla sua famiglia d'origine.
La corresponsabilizzazione di tutti i membri ai problemi della famiglia e la funzione economica che
ognuno svolge nell'azienda contadina restano caratteristiche fondamentali anche di questi nuclei familiari: vi è
però maggior attenzione da parte dei genitori alle esigenze individuali, per quanto poi queste si scontrino con
le necessità della sopravvivenza materiale o della riproduzione sociale dei ruoli
sessuali28. Questo aspetto si può vedere ad esempio nel modo in cui viene considerata la scuola sia da parte dei genitori che dei figli:
[...] riuscivo lo stesso bene a scuola, ho finito con undici anni di fare la prima avviamento e poi, dato
che sapevo le condizioni della famiglia, mia mamma voleva mandarmi anche, a scuola a fare le
commerciali... io essendo a conoscenza di tutte le difficoltà ho preferito andare a lavorare...
(1a testimonianza di B. P., n.
1928)
Se la madre di B. P. vuole mandare il figlio a scuola è perché vede la scuola come un mezzo di ascesa
sociale e di emancipazione personale ormai praticabile anche dal gruppo sociale cui appartiene e non solo
come strumento delle classi superiori. È vero che su tale concezione della scuola pesa l'ideologia
sedimentatasi nelle coscienze con lo sviluppo recente della scuola di massa; però è innegabile che il periodo scolare
medio si è allungato in questa seconda generazione e che occorre cercare una spiegazione a questo fatto che non
si basi soltanto su dinamiche istituzionali, ma tenga presenti le aspettative e gli investimenti della
gente. Soffermiamoci ancora un momento sulla socializzazione infantile. Anche se, come dice una testimone
([...] allora sgridavano ancora le madri: 'sempre lì che giochi insieme ai ragazzi!' Invece adesso non ci
fanno caso, allora sgridavano ancora [...]. Testimonianza di E. S., n. 1933), è un fatto ammesso da tutti
che ragazzi e ragazze giocavano insieme, benché sulle bambine, più che sui ragazzi, gravassero già doveri
e compiti che avrebbero dovuto caratterizzare il loro ruolo adulto. Nella socializzazione delle bambine in
vista del loro ruolo futuro intervengono sia l'istituzione familiare
(Ma io quando ero a casa da scuola, nelle vacanze, andavo sempre là dalla mia S. B. a ricamare [...] Oh, fino durante le scuole, nelle vacanze
mia madre mi mandava insomma a ricamare. Testimonianza di P. P., n. 1922) che l'istituzione pubblica, cioè
da una parte la scuola del regime ([...]
c'era il fascio, no? E facevano i corsi, scuola di cucito, cucina. A
me cucito non piaceva tanto perché andavo già dalla S., perché d'estate la nonna
(...)29 dai nonni per essere ritirata, per essere tranquilla, e allora mi sono iscritta per andare a questa scuola di cucina
[...]. Testimonianza di L. P., n. 1926) e dall'altra le istituzioni religiose che attraverso l'oratorio, l'azione cattolica ecc. tentano
di incanalare la socialità infantile e adolescenziale in forme aggregative che ne permettano il controllo e da
cui successivamente possano derivare seguaci e militanti nelle file cattoliche. Da alcune storie di vita pare
che nei primi anni del secondo dopoguerra la parrocchia sia molto attiva nell'organizzare ragazzi e giovani
e ottenga un indubbio successo in questa operazione: sono del resto anni che vedono un dominio pieno
del partito democristiano, che anche a livello locale si impone nei centri di potere mediante un'alleanza
contadini-notabili cattolici.
Sinora sembra che molto di quanto già osservato per la prima generazione si ripeta anche per questa
ad affermare continuità piuttosto che cambiamenti: ma qui le vicende storiche (appartenenti cioè alla
Storia con la esse maiuscola per intenderci) e politiche di questi anni più recenti (seconda guerra mondiale,
caduta del fascismo, resistenza, dopoguerra) lasciano un'impronta più viva nel ricordo e acquistano
un'importanza notevole nelle storie di vita. Certo questo varia col variare del grado di coscienza e partecipazione politica
del protagonista: G. D. (n. 1903) in quanto militante comunista dà maggiore rilievo al clima e alle
situazioni politiche in cui ha vissuto di quanto non faccia L. P. (n. 1926) che, al di là di una breve partecipazione
alla commissione interna della fabbrica in cui lavorava, non ha svolto attività politica. Bisogna qui ricordare,
per spiegare ciò che si vuole sostenere, quanto dice E. S. a proposito del periodo immediatamente
successivo alla guerra:
Ah, ecco, allora quando è finita questa guerra si era tutti felici che era finita la guerra! Allora andavi
a ballare, andavano a ballare tutti, ragazzini, ragazzetti, ragazzoni e sono andata anche io con dodici
anni! Ci ho preso gusto e non smettevo mai di andare a ballare, giorno e notte e... e sempre!
(Testimonianza di E. S., n.
1933)
È quasi la sospensione delle regole che si ha in certe feste, ma che qui dura più di qualche giorno.
Essere giovani durante il fascismo oppure dopo la guerra ha conseguenze diverse e significa esperire cose
diverse, anche se non è nello spazio da una generazione all'altra che cambia il modo in cui i genitori educano i
figli oppure il modo socialmente approvato di relazione tra un uomo e una donna. Il quotidiano si inscrive
nella storia e ne è condizionato pesantemente: è perciò scorretto e troppo semplicistico opporre "piccola" e
"grande" storia, tanto quanto è deviante, da un punto di vista di analisi sociale, concepire la cultura delle
classi subalterne come del tutto autonoma dalle influenze della cultura della classe dominante. È vero che i
testimoni nel raccontare la propria storia di vita non fanno cenno ai fatti importanti, agli eventi noti di un
periodo storico, ma citano eventi in cui sono stati implicati direttamente oppure le conseguenze che questi
hanno avuto sulla loro vita: ed è proprio questo dato che rende ancora più evidente il peso della "Storia"
sulle storie, individuali o collettive che siano.
Ritornando ora alle piccole storie dei nostri testimoni, vediamo quando e come avviene l'entrata nel
mondo del lavoro. Il periodo scolare non è gravato da precisi obblighi, i testimoni affermano di aver assunto da
sé delle responsabilità lavorative: le bambine, in assenza della madre, cominciano ad apprendere i
lavori domestici; i ragazzi seguono a volte il padre in campagna o imitano certe attività dei genitori:
[...] con dodici anni ho cominciato ad andare a fare il fieno, ad aiutarli, ho cominciato ad andare a
lavare le cose; dato che mia mamma era sempre in campagna, allora ho cominciato a vedere i lavori
insomma, quando ho finito la quinta, no veramente in quinta facevo già... lavavo già i piatti [...]
(Testimonianza di E. S., n.
1933)
Int. E quando andavi a scuola ti facevano fare dei lavoretti a casa.?
Inf. Ah, poco o niente finché sono andato a scuola, facevo qualcosa, poi andavo di mia volontà a
prendere dell'erba per le bestie, per la vacca...
(2a testimonianza di B. P., n.
1928)
Si inizia quindi a lavorare più tardi rispetto ai genitori e si deve notare che a nessuna donna vengono
affidate mansioni precise nel lavoro dei campi, né si esige da loro un aiuto costante in campagna: non si
hanno elementi sufficienti per avanzare una spiegazione di questo fatto, ma si può ritenere che, da una parte,
le aspettative dei genitori nei riguardi del futuro delle figlie non investano il lavoro contadino e che,
dall'altra, queste ultime non l'abbiano mai visto come una prospettiva desiderabile o almeno molto probabile.
La struttura socio-economica del borgo è ora assai più diversificata di quanto lo era all'inizio del secolo:
il ventaglio delle scelte aperte all'individuo si è allargato, anche se in un ambito delimitato dal tipo di
sviluppo industriale avutosi in questa area rurale. Ma sulla crisi (forse sarebbe meglio parlare di fine) dei
contadini torneremo più avanti.
Non mutano in modo rilevante i tipi di relazioni orizzontali tra uomini e donne del borgo nel loro
periodo giovanile. Scomparse istituzioni proprie del borgo contadino quali le stalle, e ridimensionato il ruolo
delle tabine che funzionavano da canali di incontro privilegiati dei giovani dei due sessi, la loro funzione
viene ripresa dal "Dopolavoro" (nel dopoguerra trasformato in un circolo Enal) in cui si trova una sala da ballo
che costituisce il punto di ritrovo preferito di tutta la gioventù locale, dove si intrecciano legami più o
meno duraturi:
Ah, nel dopolavoro, c'era il dopolavoro, andavamo a ballare lì, e l'ho conosciuto lì [il marito], ecco.
(Testimonianza di P. P., n.
1922)
E allora poi dopo il ballare, sai, hanno cominciato le mie amiche ad avere il fidanzato e l'uno e l'altro
e l'altro [...]
(Testimonianza di E. S., n.
1933)
Ma ci si incontra anche nella piazza, nelle sere d'estate passate in strada con le amiche o gli amici;
mentre i ragazzi vanno spesso a ballare nei paesi vicini, per le giovani le possibilità di intrecciare rapporti
con esterni sono ancora condizionate dal fatto che questi vengano nel borgo.
La celebrazione del matrimonio conserva forme rituali precedenti, ma un po' più impoverite dal punto
di vista del valore della collettività; si investe, ad esempio, di meno nel pranzo di nozze, che ora dura un
solo giorno: gli sposi aspirano di più al viaggio dopo le nozze (la cui meta di solito è Roma). La
virilocalità predomina ancora nel caso che la donna sposi un contadino in quanto, a causa del locale costume
ereditario per cui gli uomini ottengono la parte maggiore dell'eredità (benché esso si sia notevolmente indebolito
in questo secolo), il figlio continuerà la conduzione dell'azienda paterna alla morte del padre; se gli sposi
sono operai la residenza della nuova coppia dipende dalle possibilità pratiche di sistemazione che offrono
le famiglie di origine.
Si è già detto a proposito della forza-lavoro femminile che essa si deve adeguare ad una molteplicità
di compiti e ad una mobilità notevole da un lavoro ad un altro in relazione ai ruoli che la donna deve
ricoprire nelle varie fasi del suo ciclo vitale o alle condizioni della famiglia di cui viene a far parte: dopo il
matrimonio ad esempio la sua attività lavorativa extradomestica deve fare i conti con le occupazioni domestiche e la
cura dei figli, cosa che non avviene mai per un uomo, che si occupa dell'allevamento dei figli in maniera del
tutto marginale. La donna continua a lavorare fuori di casa solo se la madre o la suocera o qualche altra
donna della famiglia o del vicinato la aiuta nella cura dei figli piccoli. Il matrimonio è vissuto dalla donna
non tanto come possibilità di emanciparsi dall'autorità della famiglia di origine, costituendone una propria,
ma come periodo in cui essa viene sottoposta a nuove autorità, a nuovi obblighi e doveri. Il lavoro
extradomestico allora viene visto da chi non ce l'ha come una fonte di autonomia, come possibilità di liberarsi
almeno temporaneamente dalle angosce e dalle frustrazioni derivanti dalla cura esclusiva della casa, dei figli e
del marito.
La dipendenza del percorso lavorativo dell'individuo dal ciclo familiare è minore o nulla nel caso che
si tratti di famiglia operaia, famiglia che mantiene le determinazioni di unità di riproduzione e di consumo,
ma che non ha più la funzione di unità di produzione. Questo però, come si è già visto, non è vero per la
donna. La rilevanza del suddetto rapporto di dipendenza richiede una analisi più particolareggiata della
famiglia contadina come unità di produzione e del suo ciclo di sviluppo. Prima di passare però a questa
analisi vorremmo cercare di capire come si caratterizza in queste famiglie la vecchiaia, quali ruoli e che tipo
di status e di prestigio acquisiscono gli individui quando sono vecchi. Innanzittutto è da rilevare che
all'interno dell'organizzazione del lavoro dell'azienda familiare contadina le persone anziane continuano ad avere
un ruolo produttivo finché le forze e le condizioni di salute lo permettono. Se svolgono con i figli i
lavori agricoli prendono con loro le decisioni riguardanti la conduzione della terra e gli investimenti; pur
vivendo per lo più separati dai nuclei familiari costituiti dai figli (ma pur sempre nella stessa casa)
mantengono solitamente molti rapporti con loro ricevendone - e offrendo a loro volta - aiuto ed assistenza nei momenti
di bisogno. Mi pare comunque che non si possa rilevare in queste famiglie l'esistenza di un particolare
prestigio riferito alla condizione di anziano. Ciò è dovuto probabilmente al fatto che raramente comandano su
un gruppo domestico esteso: mentre i suoceri di C. C. esercitavano un'indubbia autorità nel loro gruppo
(il padre del marito amministrava tutto il denaro ricavato dalla vendita dei prodotti agricoli, la madre si
occupava dell'andamento della casa), nessuno dei testimoni della prima generazione conserva un simile ruolo. I
figli riconoscono che è loro dovuto rispetto, ma pretendono che non interferiscano nei problemi che essi
si trovano ad affrontare nelle loro unità familiari.
Ecco quindi che dal confronto intergenerazionale del corso di vita risultano evidenti sia mutamenti
che persistenze in un quadro che non si lascia ridurre a facili tipologie. Il corso di vita è stato esaminato
tenendo presente soprattutto l'ambito familiare e seguendo i principali eventi che scandiscono la vita di un uomo e
di una donna e che segnano i suoi passaggi da una fase all'altra del suo ciclo di vita. In ogni fase
l'individuo esperimenta una particolare configurazione dei rapporti che si modifica nel tempo per le diverse
generazioni o schiere d'età. D'altra parte però tale mutamento procede in maniera poco netta e non è
univocamente definibile. Vedremo, quando analizzeremo la trama dei rapporti interindividuali, la socialità e la
visione della stratificazione sociale propria dei membri di queste famiglie contadine, mutamenti forse più facili
da identificarsi ma non per questo meno vischiosi.
Organizzazione del lavoro nella famiglia contadina e percorsi lavorativi individuali
Esaminando il corso di vita individuale nell'ambito familiare abbiamo accennato spesso alla dipendenza
dei percorsi lavorativi dei singoli dal ciclo della famiglia e dalle sue necessità: si deve però a questo
punto specificare tale rapporto e mostrare come le necessità della terra e dei lavori agricoli, insieme con il
ciclo familiare, abbiano "modellato" le storie lavorative dei nostri testimoni. In questo capitolo
analizzeremo quindi le famiglie contadine di Gattinara in quanto unità di produzione.
Tutti i testimoni della prima generazione appartengono - o sono inseriti all'atto del matrimonio - a
famiglie contadine che possiedono proprietà di dimensioni diverse: è però impossibile valutare la grandezza
reale della proprietà dei nostri informatori basandosi soltanto su quanto essi dichiarano nelle interviste, sia
perché in questa comunità i possessi sono soggetti a mutamenti frequenti, dato l'effetto congiunto di
trasmissione ereditaria e di mercato, assai vivace, della terra, sia perché la valutazione dei testimoni risulta diversa
a seconda della fase del ciclo di sviluppo in cui si trova la famiglia. La terra cioè è sempre troppa o
troppo poca in rapporto al numero di membri della famiglia che devono coltivarla:
Terra ce n'era sì per lavorare un uomo e una donna, ce n'era già da buttare; ma tanta, proprio tanta no,
non ce n'era tanta [...]
(1a testimonianza di C. C. nato nel
1900)
[...] avevamo tanta terra sì, ma siccome c'era ancora mio nonno giovane, mio padre, mio fratello e io,
in quattro non ce n'era abbastanza di terra per lavorare tutti e quattro [...]
(2a testimonianza di R. R., n.
1906)
Il catasto del 1929, che fotografa peraltro la situazione all'inizio degli anni venti, ci mostra proprietà
che variano tra uno e otto ettari (casi estremi), ma per lo più sono attestate intorno ai tre o quattro ettari. Su
tali proprietà alla coltura caratteristica del vigneto si affiancano sempre campi di meliga, orti, prati e boschi,
che vengono a delineare perciò il quadro di un'agricoltura mista e "vigneto-orientata". Mentre la produzione
del vino è la più commercializzata, o meglio ha per scopo precipuo il mercato - benché una parte della
produzione sia riservata logicamente all'autoconsumo - le altre rivestono un ruolo maggiore nel consumo interno
della famiglia contadina, in quanto forniscono gli elementi base dell'alimentazione, ma costituiscono altresì
una fonte supplementare di reddito su cui contare:
Int. Compravate poca roba, mangiavate tutta la roba che facevate?
Inf. Tutta. Ne vendevamo ancora.
Int. Ne vendevate anche? Che cosa vendevate?
Inf. Verdura: facevi melanzane, facevi peperoni, facevi fagioli, facevi fagiolini. Andavamo con il
carrettino a caricarla.
(1a testimonianza di T. P., n.
1902)
Infatti la vendita - solitamente ai vicini di casa - di prodotti orticoli, di uova e di latte, procura alla
famiglia modesti ricavi che rendono possibili piccole spese quotidiane:
Inf. [...] e allora mia madre, dunque avevamo qualche gallina, così, prendevo sei uova, gliele portavo
al Visconti; era il direttore della Barabino, il Visconti.
A. Stava vicino a noi, di là.
Inf. Ad un soldo l'una, sei uova: sei soldi; e del burro gli portavo, quattro soldi all'etto, per poter
comprare l'olio di ravizzone che costava solo due soldi all'etto, perché di soldi non ce n'era...
(1a testimonianza di R. R., n.
1906)
Nell'economia della famiglia contadina i prati sono indispensabili a nutrire quel bestiame che quasi
tutti possiedono: di norma due o tre vacche da latte e un equino da tiro, che può anche essere sostituito da
una vacca. L'allevamento del bestiame è qui complementare alle altre attività svolte nell'azienda contadina,
in quanto è funzionale all'approvvigionamento di concime per le colture. Il latte prodotto serve soprattutto
al consumo interno della famiglia, ma una parte della produzione, come si è visto, viene venduta ai vicini
oppure a qualche commerciante locale. I vitelli non sono ingrassati, ma venduti con quindici o venti
giorni; quasi tutti invece allevano uno o due maiali, animali che, da un lato, richiedono poco dispendio di fatica
e una minima spesa per essere ingrassati (nutrendosi di meliga, patate, zucche e così via, che sono già
prodotti per soddisfare i bisogni alimentari della famiglia), e che, dall'altro, garantiscono il rifornimento annuale
di salumi e lardo. Immancabile è poi l'allevamento degli animali da cortile: la produzione di meliga è
destinata principalmente a loro, ed in parte anche al nutrimento della famiglia, che riceve però maggiori
provviste dagli orti e dai seminativi inseriti nei prati e talvolta tra i filari delle viti. Infine i terreni boschivi
assolvono anch'essi diverse funzioni nell'azienda familiare contadina: in primo luogo forniscono legna da
riscaldamento e pali per i filari dei vigneti; poi costituiscono anche una forma di reddito potenziale, di riserva:
vengono cioè venduti in casi di estremo bisogno (se ad esempio qualche membro della famiglia deve emigrare
e quindi deve procurarsi i soldi del viaggio), o al fine di investirne il ricavato in un modo più produttivo.
Data tale struttura colturale dell'azienda contadina ed i modi e la quantità di lavoro che ogni coltura esige
- considerato un livello tecnologico piuttosto basso ed una accentuata divisione e frammentazione
della proprietà30 - ne deriva che i periodi di maggior lavoro per il contadino e la sua famiglia sono i mesi
da maggio a luglio, quando il taglio e la raccolta del fieno vengono a coincidere con il periodo in cui le
viti hanno bisogno di essere irrorate più volte, per prevenirne le malattie ed i parassiti; ed in autunno - ma
solo il mese di ottobre - quando alla vendemmia (che dura in media una settimana) si accompagnano la
raccolta del mais e delle noci ed i lavori connessi ai momenti iniziali della vinificazione:
E quando veniva la "burà" [ondata] dei fieni era ... delle "varnaij" [tipo di fieno] era una cosa dura
veh: gli uomini alle tre e mezzo si alzavano, con la "ranza" [ falce] a tagliare.
(Testimonianza di E. P.,
n. 1895)
Io so, al mese di maggio iniziavano, verso la fine di maggio si portava già a casa il fieno. Io
quanto piangere! E le mie compagne ... sono a spasso! Io sempre a scaricare carri dopo cena appena lì
nell'orto, lo portavano lì il fieno.
(1a testimonianza di A. F., n.
1909)
Da dicembre a fine marzo l'impegno viticolo principale è quello di "fare viti", cioè potare e legare i
tralci, oltre che concimare la terra: è un lavoro che richiede molto tempo, ma è distribuito in un periodo
piuttosto lungo per cui non viene richiesto l'aiuto di parenti o vicini, come succede invece nel caso del fieno che
deve essere raccolto e scaricato nel più breve tempo possibile. Come già detto, si deve considerare che gli
attrezzi utilizzati in tale agricoltura sono assai semplici e che, come affermano questi contadini, sino agli anni
trenta si faceva tutto a mano, con l'aiuto di
"sappa, gaia, picarél,
ranza"31:
Avevamo l'aratro, adoperavamo la falce, invece adesso tutti hanno quelle macchine. Adoperavamo la
falce per tagliare, tagliavamo tutto a braccia, invece adesso, guarda un po'! Come la meliga, lo stesso, adesso
ci sono ... la pulivi, la rincalzavi, facevi tutto, invece noi tutto a braccia. Come facevi a prendere quelle
robe lì? Poi non c'erano ancora neppure, neh però, ai nostri tempi.
(2a testimonianza di G. P., n.
1895)
Va del resto ricordato che, per quanto riguarda la vite, gli strumenti agricoli "moderni" non possono in
ogni caso sostituire la maggior parte del lavoro manuale umano: la viticoltura implica pur sempre un alto
grado di specializzazione che nessuna macchina può dare. E tale specializzazione, nella nostra come in
altre comunità agricole è
prerogativa tipicamente
maschile32: mentre gli uomini sono i possessori della
conoscenza tecnica specializzata rispetto alla vite e prendono le decisioni sui modi e i tempi della coltivazione e
le procedure della vinificazione (che tutti praticano in proprio), alle donne, per ciò che riguarda la vite,
restano i compiti per così dire ausiliari, di manovalanza anche pesante (zappare, raccogliere i tralci potati
dagli uomini e farne fascine, sotterrare il letame, raccogliere l'uva durante la vendemmia, ecc.): ma più in
generale si deve osservare che le donne in campagna vanno "ad aiutare" gli uomini (è questa l'espressione
più frequentemente usata dagli informatori di entrambi i sessi):
Sì, sempre in campagna, andavo in campagna, così ad aiutarlo [il marito], per forza, ma come faceva
uno solo?
(1a testimonianza di C. C., n.
1900)
Pare che non esista un ambito specifico e autonomo delle donne che non sia il lavoro domestico e la
cura degli animali allevati nell'azienda familiare, o dell'orto. È vero però che se il marito lavora anche in
fabbrica e la donna resta a casa a coltivare la terra, essa viene ad assumere responsabilità maggiori ed è coinvolta
in mansioni più specializzate. È il caso ad esempio della moglie di G. D. (n. 1903):
A. Ho dovuto... ho lovuto imparare ad andare a irrorare le viti, adoperare la pompa...
Inf. A far viti...
A. A far viti...
Inf. Potare, veniva insieme con me...
(Testimonianza di G. D., n.
1903)
L'espressione "andare ad aiutare" è del resto quella usata comunemente per indicare anche il lavoro
agricolo salariato a giornata o fisso:
Andavo già ad aiutare a zappare insieme con i lavoranti.
(Testimonianza di G. D., n.
1903)
Sono sempre andata ad aiutare, insieme col padre, dal B.
(1a testimonianza di T. P., n.
1902)
Aiutavo il "F.", prima di andare dal B.... e lei [la moglie] andava ad aiutarlo a dare lo zolfo, a
raccogliere tralci.
(Testimonianza di F. P., n.
1894)
L'uso di tale espressione ad indicare le forme del lavoro dipendente traduce forse il fatto che tra
proprietario e contadino intercorre spesso un rapporto non solo di lavoro scambiato contro denaro, ma di conoscenza
e magari di stima reciproca. Invece nel caso in cui sta ad indicare il lavoro della donna sottolinea una
certa subordinazione dell'attività femminile a modi e tempi di lavoro impostati dall'uomo.
Ma esiste anche un ambito produttivo specifico della donna nell'unità familiare, costituito, oltre che
dal lavoro domestico, dall'allevamento minore (pollame, conigli) e non (animali da stalla: mungitura
delle vacche, vendita del latte, produzione casalinga di latticini), e dalla cura degli orti e dei seminativi a
ortaggi e meliga. Se nell'unità domestica si trovano più donne è frequente che i lavori siano divisi tra loro:
Int. E i lavori di casa li faceva vostra madre?
Inf. Sì, finché c'è stata lei, sì.
Int. Da mangiare...
Inf. Da mangiare, sì, lei, lei, sì, sì, sì.
Int. Le galline, le bestie...
Inf. Ah, tutto, tutto, sì, sì, sì, mungeva, tutto, tutto, sì, sì... sì... poi alla fine no, lei è morta nel '43... nel
'43, allora poi andavo io in campagna, venivo a casa e facevo i lavori... così.
Int. Facevate anche gli altri lavori?
Inf. Sì, sì, e quando veniva a casa lui [il marito], si sedeva, io facevo i lavori e lui si sedeva, ecco.
(2a testimonianza di C. C., n.
1900)
Così, mentre la forza-lavoro femminile è estremamente polivalente, quella maschile è tutta proiettata
al lavoro dei campi ed estranea al lavoro domestico. Il taglio dei prati è effettuato dagli uomini, ma alla
raccolta del fieno partecipano anche le donne e i bambini; spesso poi per scaricare i carri di fieno viene richiesta
la collaborazione di altre persone, per lo più vicini con cui si condividono rapporti di amicizia o di
parentela. Pure indispensabile si rivela la presenza di tutti i membri del gruppo domestico, e spesso dei vicini o
degli amici, durante la vendemmia; coloro che hanno proprietà più grandi e maggiori estensioni di terreno
a vigneto si servono del lavoro che in questo periodo vengono ad offrire donne provenienti da paesi
della vicina Valsesia e delle valli montane limitrofe:
Inf. R. [...] poi veniva per esempio la vendemmia, era ora di vendemmiare, facevamo venire anche noi
qualche "muntagnina", ad aiutarci. Ne avevamo tanta di terra!
Int. Ah, sì?
Inf. R. Sì, e allora era come una grande festa quando arrivavano.
Inf. F. Arrivavano da Cellio, da lassù...
(1a testimonianza di R. R., n. 1906, e A. F., n.
1909)
La vendemmia, venivano giù dalla montagna, tutti i vendemmiatori nella vendemmia c'erano, allora
sì, prima del '20, '19, oh! E prima ancora, da ragazzi, quando eravamo ragazzi noi, venivano sempre quattro
o cinque donne, che venivano giù dalle montagne per vendemmiare. Ma ce n'era tanti di
vendemmiatori allora, tutti i proprietari avevano i vendemmiatori [...]
(1a testimonianza di F. P., n.
1894)
L'assetto colturale di tipo misto che è stato descritto riveste un'importanza decisiva per controbilanciare
gli effetti negativi sull'economia familiare contadina delle annate in cui la produzione scarsa, o eccessiva e
di cattiva qualità, del vino non ne permette una vendita sufficientemente redditizia. Tale sistema
agricolo possiede insomma una propria razionalità economica (per quanto relativa e
storica33) a fianco di grosse debolezze, debolezze che si rivelano nel rapporto del piccolo proprietario contadino col mercato; qui
infatti si evidenzia la natura conflittuale della relazione tra produzione organizzata sulla base delle unità
domestiche e mercato retto da leggi economiche impersonali, al di fuori del controllo dei singoli produttori, che vi
si presentano in modo isolato e inelastico. L'insistenza, nelle testimonianze, sull'inconstanza del raccolto
dell'uva e della produzione del vino, estremamente sensibile alle condizioni meteorologiche, e quindi sulle
variazioni dei prezzi, che possono divenire assolutamente non remunerativi della fatica contadina, esprime appunto
il suddetto difficile e sfavorevole rapporto:
[...] poi è venuto il '30: ne abbiamo fatto tanto [di vino], ma tanto!
[...] ma non ha mai fatto caldo quell'anno, troppo, poi era come era, venti lire per "brenta" [circa 50
litri], guarda da cento a venti, e l'hanno venduto anche per meno, io ho venduto a ventitrè lire quello delle
vigne, avevo diverse vigne [...]
(Testimonianza di G. D., n.
1903)
Chi trae vantaggio dal mercato è solo chi, avendo alle spalle capitali, proprietà e conoscenze adeguate, vi
si presenta con un certo potere contrattuale: sono cioè sia i mediatori, che traggono profitto dai loro contatti
e nel campo della produzione e in quello dello smercio, sia i commercianti-viticultori, i possidenti
medio-grandi che hanno rapporti diretti col mercato a livello tanto nazionale che internazionale, e che sono,
tra l'altro, a tutt'oggi, gli unici ad avere prospettive di espansione. Del potere posseduto da queste
categorie nella comunità troviamo conferma in diverse testimonianze che mettono in rilievo come mediatori e
proprietari commercianti svolgessero anche attività usuraie nei confronti degli altri contadini, prima che il
sistema bancario da un lato e la "fine dei contadini" dall'altro vanificassero le condizioni che le rendevano
possibili. Il viticultore che vende direttamente il suo prodotto nei paesi circostanti e che organizza uno spaccio
casalingo, dove smercia a basso prezzo il suo vino, rappresenta invece una pratica già in via di estinzione all'inizio
di questo secolo.
Se il contadino esce per lo più sconfitto dal suo rapporto col mercato per ciò che riguarda la
produzione viticola, vi è però sempre un altro circuito mercantile che egli può utilizzare per procurarsi reddito
integrativo, e cioè il mercato della forza-lavoro. La vendita di lavoro sia in mercati esterni alla comunità per periodi
di tempo limitati (emigrazione temporanea o stagionale) che nel mercato locale come giornalieri,
manovali, operai saltuari eccetera, è sempre stata, nelle comunità contadine, un mezzo per far fronte ai "periodi
difficili" attraversati dalle aziende familiari. Tali "periodi difficili" non dipendono solo dalle annate cattive per
la produzione agricola, ma sono connessi anche al ciclo di sviluppo delle famiglie contadine. Se finora
abbiamo parlato di ciclo familiare, e se continueremo a servirci di questo concetto, è perché riteniamo che "le
famiglie attraversano cicli di sviluppo come gli individui che le compongono attraversano differenti cicli
vitali"34 e che non esistono perciò modelli statici di famiglie dominanti in determinate società storiche, ma
famiglie che si modificano nel tempo: "Poiché esistono buone possibilità che i genitori siano ancora vivi quando
due giovani si sposano, questi ultimi iniziano il matrimonio in una famiglia estesa. Col tempo i genitori
muoiono, e gli sposi, ormai di mezza età, vivono in una famiglia nucleare; quando uno dei loro figli si sposa e porta
in casa la propria moglie la famiglia diventa di nuovo estesa, e così
via"35. In dipendenza da tale ciclo di
sviluppo, nelle famiglie si stabilisce un determinato bilancio di manodopera, chiamato
dall'economista Chayanov "rapporto
consumatori-lavoratori"36, che costituisce uno dei fattori principali che
influenzano l'organizzazione dell'azienda contadina e le storie lavorative dei suoi membri. Nella fase del ciclo in cui
il rapporto c/l è sfavorevole ai lavoratori l'unità domestica tenderà a servirsi, se possibile, del lavoro offerto
da giornalieri locali: va notato che in tale fase la famiglia può trovarsi non solo in seguito al suo
sviluppo "naturale", ma anche a causa di eventi storici che ne sconvolgono il corso di vita quotidiana:
[...] avevamo da lavorare sul nostro, facevamo... quando ero ancora giovane, sì, lo stesso, andavo in
campagna, oh, avevamo ancora bisogno dei lavoranti a volte, sai loro [i fratelli] sono poi andati a fare il soldato
tutti e due, oh! Bisognava sempre che avessimo qualche lavorante, e facevamo andare tutta la terra io e
mio padre
[...]
(Testimonianza di E. P., n.
1895)
Nella fase invece in cui vi sono più lavoratori che consumatori ed in cui la forza-lavoro supera le
necessità della terra, il lavoro eccedente viene venduto al di fuori della famiglia:
[...] di soldi non entrandone, eh, mio padre fa: "è quasi meglio che tu vada in Ceramica, che
almeno qualcosa si prende, poi ci puoi anche aiutare in campagna".
(1a testimonianza di R. R., n.
1906)
Inoltre la vendita di lavoro è in relazione con la natura stagionale del lavoro agricolo: nei periodi
dell'anno in cui si ha un calo relativo dell'attività lavorativa richiesta dalla terra (i mesi invernali e il periodo che
va dalla fine della fienagione all'inizio della vendemmia) si localizza il flusso del lavoro agricolo stagionale.
Alla stagionalità del lavoro agricolo, oltre che alla divisione del lavoro uomo-donna, si
collega, nell'organizzazione familiare contadina, il tempo di lavoro. Risulta perciò difficile misurare la
lunghezza media della giornata lavorativa contadina: essa è del tutto irregolare: a periodi in cui non è retorico
affermare che dura dall'alba al tramonto e anche oltre si alternano periodi in cui il contadino può concedersi pause
di riposo e non-lavoro piuttosto lunghe. È vero che i nostri testimoni non accennano a questi periodi
"morti" del ciclo del lavoro agricolo, ma sottolineano solo il "lavoro frenetico": ciò è dovuto probabilmente da
un lato alla forte ideologia del lavoro che informa le loro storie di vita e dall'altro al fatto che i periodi
"morti" sono in realtà occupati dal lavoro extra-agricolo. Ma se il tempo di non-lavoro è così ridotto per gli
uomini, essi tuttavia sono in una condizione privilegiata rispetto alle donne, che lavorano più di loro e hanno
meno diritto al riposo:
Quando venivano a casa gli uomini, i lavori ... non aiutavano le donne nei loro lavori: le donne facevano
i loro lavori e loro andavano ... il mio andava sull'angolo della strada.
(2a testimonianza di C. C., n.
1900)
All'altro estremo, il sistema di fabbrica induce una regolarizzazione del tempo di lavoro che spesso
il contadino esalta contrapponendola alla mancanza di regole del lavoro agricolo, che non conosce giorni
di festa o ferie: ma tale regolarizzazione, per il contadino che va in fabbrica, viene a costituire l'elemento
di rigidità attorno a cui egli ruba tempo al tempo per coltivare la terra:
[...] se avessimo lavorato in fabbrica, uscivamo dalla fabbrica, poi, poi in fretta andare ancora in
campagna, andavamo nei campi, quelli vicini, ma venivamo a casa con con le stelle [...]
(Testimonianza di P. P., n.
1889)
Il fatto che la famiglia contadina costituisce un'unità di produzione, oltre che di riproduzione e
consumo, incide dunque, come si è visto, sui percorsi lavorativi dei suoi membri e quindi più complessivamente
sul loro corso di vita: è stata già rilevata l'influenza del ciclo della famiglia contadina sulla mobilità fuori
e dentro la fabbrica dei suoi componenti, e la partecipazione di tutti i suoi membri alla produzione,
compresi i vecchi e i bambini, per quanto in misura marginale. Per alcuni la mobilità di cui abbiamo parlato ad
un certo punto termina con un'immissione definitiva nella fabbrica: la terra a poco a poco viene abbandonata
e venduta, il contadino diventa operaio. Non essendo più la famiglia un'unità di produzione, l'esistenza
individuale è in misura minore segnata dalle fasi del ciclo di sviluppo familiare. Di conseguenza
potremmo ipotizzare che mutino anche i vincoli parentali ed in generale la configurazione dei rapporti
interpersonali nella comunità. Nel prossimo capitolo cercheremo appunto di esaminare in che misura si possa parlare
di cambiamenti nella sfera dei rapporti interpersonali ed avremo modo, inoltre, procedendo nello studio,
di verificare come la donna non sia del tutto priva di potere di decisione sulla propria vita e del tutto
subalterna all'autorità maschile, a differenza di quanto potrebbe apparire dall'analisi del corso di vita e del
ruolo femminile nella famiglia contadina.
Parenti, amici e vicini
Come abbiamo in parte già visto attraverso l'analisi del ciclo di vita, l'individuo sin dalla nascita, nelle
varie fasi del corso della sua esistenza, viene a trovarsi immesso in un reticolo di relazioni (espressione con
cui traduciamo il concetto di "social network", proprio dell'antropologia sociale anglosassone, che indica
l'insieme di quei rapporti interpersonali al cui centro è un
individuo37), inserito a sua volta in un determinato
sistema di norme e di valori, che condiziona il suo comportamento; è però in grado di manipolare tale reticolo e
tali norme per raggiungere gli scopi che si propone, utilizzando ad esempio certe relazioni e certe norme
piuttosto che altre, ed influendo così, con i suoi comportamenti concreti e quotidiani, su una ridefinizione del
sistema normativo e su una riformulazione dei contenuti del reticolo sociale. Questo si trasforma col
succedersi delle varie fasi del ciclo di vita, e si trasforma diversamente per la donna e per l'uomo: in una
società virilocale38 come Gattinara, mentre la donna, inserita in un reticolo prevalentemente basato su rapporti
di parentela e di vicinato, si trova dopo il matrimonio a doversi confrontare con nuovi parenti e vicini, a
dover ricucire una nuova rete di alleanze, non altrettanto accade all'uomo, per il quale il matrimonio
comporta mutamenti e ridefinizioni del reticolo assai meno rilevanti, in quanto egli continua a vivere dove è
sempre vissuto e ad essere circondato dalle stesse persone (per ciò che riguarda l'ambito strettamente
familiare). Oltre che variare secondo gli stadi del corso di vita il reticolo può modificarsi da una generazione all'altra
in connessione col cambiamento di funzioni sociali di particolari istituzioni, determinato da mutamenti
socio-economici più generali39.
Per comprendere i diversi contenuti e le funzioni che i membri delle nostre famiglie contadine
attribuiscono ai rapporti che intrattengono con parenti, vicini e amici, esamineremo tali rapporti a partire dal
problema della conflittualità che vi inerisce. I conflitti tra parenti sono infatti oggetto frequente di narrazione in
tutte le storie di vita, insieme con i conflitti tra diversi proprietari di case che si affacciano su di uno stesso
cortile (la "curt") e che spesso, a loro volta, sono legati da vincoli di consanguineità o affinità: all'origine di
tali situazioni conflittuali (tralasciando le liti originate da odi personali o da motivi che comunque non sono
di ordine strutturale) vi sono tensioni che traggono alimento da contrasti per l'esercizio delle funzioni
di comando negli aggregati domestici - se i loro membri svolgono attività in comune - o da quelli per
la proprietà. Per capirne la dinamica vediamo in primo luogo come avviene la trasmissione ereditaria
della terra e dei beni in genere e quali sono i modi di dispersione delle persone al momento del matrimonio.
La proprietà viene trasmessa ai figli alla morte del padre: se non esiste volontà testamentaria scritta, tutti i
figli ricevono parti uguali della proprietà; in caso contrario - ed è il più comune - la divisione si effettua a
sfavore delle donne che ricevono soltanto la "legittima", cioè la parte ottenuta dividendo tra tutti i figli metà
della proprietà totale, mentre l'altra metà viene divisa solo tra i figli maschi:
"l'eredità era metà ai figli e
l'altra metà divisa tutta insieme, le figlie prendevano di
meno)40. Tale sistema di "divisibilità
preferenziale"41, in cui le quote privilegiate vanno non ad uno solo, ma a tutti i figli maschi a discapito delle donne, va posto
in relazione col fatto che è l'uomo il responsabile della conduzione dell'azienda familiare e che la
virilocalità è il modello residenziale dominante. Al matrimonio i figli ricevono dai genitori dei doni non soggetti
ad alcuna restrizione: la donna porta solitamente il corredo oppure del denaro, in quantità variabili secondo
il livello di ricchezza della famiglia o del padrino:
Inf. Allora la mia dote ... una volta non si usava portare tante lenzuola come adesso, portavamo
gli asciugamani, ma il lenzuolo da sposa tutto ricamato ... il " copripié" tutto ricamato e il copriletto di seta.
Int. Tutta roba per...
Inf. E poi tutta roba intima, personale, tante camicie! Sessanta camicie! [ride]
(1a testimonianza di A. F., n.
1909)
[...] è stato il mio padrino quello lì, mi ha dato centocinquanta lire quando mi sono sposata!
(2a testimonianza di C. C., n.
1960)
È interessante notare a questo proposito che non sembra più in uso la pratica, diffusa nel secolo
precedente, della sottrazione della dote dalla parte di eredità spettante alle figlie: effetto, probabilmente,
della diversificazione economica in atto e dell'affermarsi di nuovi modi di vita e di guadagno. I genitori
del marito, se la loro situazione economica e abitativa lo permette, si preoccupano di procurare, nella casa,
una camera da letto per la nuova coppia ed alcuni mobili indispensabili. Le famiglie in condizioni
economiche migliori provvedono anche a fare costruire nella corte, oltre alla camera da letto, una cucina per il
nuovo nucleo familiare, utilizzando locali già esistenti o trasformando parti del rustico:
Inf. R. Abbiamo fatto la stalla, e lì [dove prima c'era la stalla] ci ha fatto una cucina per me e per
mio fratello, perché appena sposati eravamo tutti per conto nostro [...]
Inf. F. E poi c'era la sala dei vecchi, chi ce l'aveva bisogno la adoperava [...]
(1a testimonianza di R. R., n. 1906, e A. F., n.
1909)
La tendenza è quindi verso la sistemazione dei nuovi nuclei familiari, composti dai figli e dalle loro
mogli, presso la famiglia d'origine dell'uomo: i fratelli rimangono presso il padre, o comunque vicino a lui;
le sorelle sposandosi vanno ad abitare presso la famiglia del marito.
Interessi conflittuali si originano perciò da tali sistemazioni che implicano coabitazioni e vicinanze
d'obbligo: tra padri e figli che continuano a lavorare la terra insieme, ma spesso con idee diverse; tra le mogli
dei fratelli e tra queste e la famiglia del marito, soprattutto nella relazione nuora-suocera, spesso più di
altre fonte di rivalità e tensioni. Sono conflitti che gli antropologi hanno spesso rilevato nelle società in cui
vi sono gruppi coresidenti di fratelli
sposati42 e che rimanda ad una lotta per il potere: " [ ... ] la
competizione politica che vede le donne protagoniste ha luogo nei gruppi domestici dove le relazioni si definiscono
in termini etici più che
contrattuali"43. Le donne cioè, escluse in questa società dal sistema dell'autorità e
della politica, non sono però sprovviste di forme di potere, né sono del tutto passive: la loro politica si svolge
però a livello di gruppi domestici, esse operano, per raggiungere i loro fini, "attraverso uomini", e ciò non
può che sfociare in una situazione di continua competizione e conflittualità tra le
donne44. Sia la nuora che la suocera cercano di delimitarsi un'area di potere tramite lo stesso uomo, figlio per l'una, marito per l'altra;
le giovani mogli, piuttosto svantaggiate in questa competizione (data la forza del sentimento di lealtà
nel rapporto madre-figlio), premono allora, contro il modello della virilocalità, per una separazione del
loro nucleo familiare che dia loro la possibilità di essere le uniche ad esercitare influenza sul marito,
eliminando le figure concorrenti. Si può ritenere che motivazioni di questo genere siano dunque alla base delle
rotture dei gruppi domestici che ritroviamo in quasi tutte le nostre storie di vita.
Il conflitto padri-figli è assai messo in ombra da tutti, molto probabilmente perché ritenuto piuttosto
negativo dal punto di vista della esemplarità e della funzione didattica delle testimonianze: meno esitazioni invece,
a volte, ad attribuire caratteri negativi alla madre, sulla cui figura si accentrano lealtà diverse, oppure
ad evidenziare il contrasto tra nonni e padri (degli informatori) perché, in tale caso, viene messo in
discussione un modo di comportarsi - quello autoritario e distaccato dei nonni - ormai obsoleto ideologicamente
e praticamente:
Io adesso ... io con mio padre, io gli ho sempre dato del tu, ma mio padre dava del voi a suo padre, sia
alla madre che al padre dava del voi; io invece gli davo del tu. Si vede che era già un'altra generazione
perché mi ricordo mio nonno che diceva: "Bella educazione insegni ai figli! A dare... a dare del tu!" È poi
successo, andando avanti, che anche mio padre dava poi del tu a suo padre, ma io mi ricordo dare del voi, sia al
papà che alla mamma, come la nonna insomma.
(2a testimonianza di R. R., n.
1906)
È importante qui notare l'osservazione di R. R. (n. 1906) a proposito del cambiamento avvenuto
nel comportamento del nonno in seguito all'assimilazione di codici propri della generazione successiva:
in questo processo di circolarità e di influenza reciproca tra norme e comportamenti è infatti una delle
chiavi del processo di mutamento sociale.
Quali sono i modelli emergenti dei reticoli di rapporti interpersonali della prima generazione? Le
testimonianze sembrano indicare l'esistenza di un
continuum ai cui estremi si collocano, da un lato, gli individui
che interagiscono con una ristretta rete di rapporti con i parenti e con una vasta rete di relazioni con amici e
vicini, e, dell'altro, coloro che affiancano ad un minimo di relazioni con il vicinato un massimo di
relazioni con la parentela. Bisogna essere cauti nel tracciare tale
continuum basandosi sulle testimonianze
orali, perché in esse è spesso difficile separare il fattuale, l'ideologico e il simbolico, ma un'analisi va in ogni
caso tentata perché tale problema è proprio di ogni tipo di discorso che si voglia fare a partire da materiali
orali: "Il nuovo che essa [la storia orale] introduce nella storia sono discorsi, il cui riferimento alla realtà può
essere molteplice e deve essere decifrato" senza mai dimenticare "di non prendere alla lettera le percezioni,
i ricordi e le norme, ma di metterne in luce gli aspetti ideologici e
patologici"45. Prima di procedere
nell'analisi è necessario soffermarci un momento sul "contenuto
transazionale"46 dei rapporti di parentela, amicizia
e vicinato: a tale scopo riprendiamo la storia di vita di C. C. (n. 1900) assai ricca di aneddoti e di
descrizioni di relazioni di ruolo. La madre di C. C., originaria di un paese della Valsesia, viene a Gattinara a
lavorare durante la vendemmia ed in seguito vi si stabilisce definitivamente occupandosi come serva presso
una famiglia. Come risolve il problema del suo inserimento nella comunità? Attraverso la creazione di legami
di amicizia con persone appartenenti alla famiglia presso cui lavora, legami che poi si preoccupa di
rafforzare tramite l'instaurazione di relazioni di padrinaggio, cioè di parentela
fittizia47:
Inf. Ci eravamo imparentati così, senza essere essere parenti però [...] di parenti mia mamma non ne
aveva, aveva solo quello.
Int. Aveva degli amici.
Inf. Ecco, erano tanti, erano come parenti, meglio ancora che parenti.
(2a testimonianza di C. C., n.
1900)
In una situazione di relativa emarginazione come quella vissuta dai genitori di C. C. (il padre era
stato cacciato di casa ed escluso dall'eredità perché aveva sposato questa donna considerata di infimo
status sociale), dove sono impossibili rapporti "normali" di parentela, vengono dunque stabilite relazioni
che comunque sono espresse in un idioma di parentela, seppure fittizia. Sembra dunque che tale idioma
sociale sia piuttosto importante nella comunità, per quanto ciò non escluda, come abbiamo visto, che proprio
i conflitti tra parenti siano i più estesi e "sanguinosi", in forza sia del fatto che le liti scoppiano di più tra
gente che ha molti rapporti, sia perché queste interazioni hanno anche un contenuto economico e strumentale
che può originare interessi contrastanti.
D'altra parte la presenza nella comunità di un gran numero di istituzioni non basate sulla parentela
offusca la specificità dei legami tra parenti o affini che non siano appartenenti all'aggregato domestico: nei
loro confronti la maggior aspettativa sembra essere il soddisfacimento di eventuali richieste di aiuto nei
momenti di bisogno durante il ciclo di vita individuale e familiare. In ciò consistono anche le aspettative nei
confronti delle relazioni di vicinato: si cerca, in generale, un rapporto di amicizia con i vicini che spesso
possono offrire ciò che non dà la parentela:
[...] io son amica con tutti [i vicini], hai bisogno un piacere? Vai a chiamare i parenti fino nella
"Sciumma" [quartiere lontano dall'abitazione dell'informatrice]... eh? O dove? Non è vero? Quelli, i vicini di
casa, sono i primi parenti; hai bisogno un piacere vai a chiamare i parenti fin dove?
(Testimonianza di E. P., n.
1895)
[...] ecco ne ho trovata della gente brava! Non i miei, non mi hanno aiutato, ma quelli, i vicini di casa
mi hanno proprio aiutato tanto, la madama D. poi potevamo chiamarla madre [...]
(2a testimonianza di T. P., n.
1902)
La rete dei rapporti basati sul vicinato viene dunque utilizzata maggiormente da quegli individui che,
per motivi diversi, hanno rotto con parte, o gran parte, della parentela. È possibile individuare variabili
sociali che influiscono sulla diversità dei segmenti prevalenti nei reticoli sociali? I dati a nostra disposizione non
ci permettono di verificare l'esistenza di una relazione tra professione e tipo di rapporti prevalenti nel
reticolo, ma ci rendono possibile avanzare l'ipotesi che il tipo di rete sociale in cui sono compresi molti rapporti
con il vicinato è proprio delle donne, mentre gli uomini attribuiscono scarsa rilevanza a queste relazioni
per accentuare la funzione del gruppo di parentela, da un lato, e di quello amicale dall'altro. Ne
risulterebbe allora un continuum ai cui estremi si troverebbero da un lato le reti dei rapporti costruiti dalle donne
e dall'altro quelle formate dagli uomini. È questo un modello in cui possono rientrare le diverse situazioni
di cui siamo venuti a conoscenza attraverso le storie di vita e che si collega sia con la norma dominante di
residenza al matrimonio, sia con il più generale modello di relazioni tra i due sessi che attribuisce la
gestione della sfera pubblica all'uomo e relega la donna nella sfera privata/domestica. Avremo occasione di
ritornare su questi temi quando affronteremo la problematica della socialità. Vediamo ora se è possibile
distinguere nella seconda generazione elementi che denotano modificazioni, di valore e di funzioni, avvenute nel
campo dei rapporti interpersonali.
Dalla perdita da parte dell'unità domestica della sua funzione produttiva, che si determina allorché i
suoi membri disertano l'agricoltura per entrare in fabbrica, consegue un indebolimento dei legami
economici parentali ed uno sviluppo di nuovi rapporti sociali al di fuori della parentela e spesso anche del vicinato.
Per ciò che riguarda la parentela l'unico rapporto a cui sono collegate aspettative specifiche precise
sembra essere quello tra genitori e figli: permanendo ancora il modello della virilocalità, sono i genitori dello
sposo che procurano alla nuova coppia l'abitazione, ma sia quelli del marito che quelli della moglie dotano
la nuova coppia di lenzuola, coperte e altri oggetti utili per la casa. L'aiuto fornito dai genitori ai figli
al momento del matrimonio è indispensabile in quanto i figli hanno sempre consegnato i propri guadagni
in casa, al padre:
[...] a parte che mio papà ha fatto la casa qui e ... io quando avevo... avevo la fidanzata, mia papà ...
dunque ho lavorato undici anni per lui, si può dire, io avevo la fidanzata, la [...] no, mi dava millecinquecento
lire la domenica [...]
(Testimonianza di P. R., n.
1940)
È quindi un vero e proprio dovere che i genitori devono assolvere nei confronti dei figli,
aspettandosi comunque, a loro volta, di essere assistiti da questi durante la vecchiaia o nella malattia.
Nonostante la perdita della funzione produttiva, la famiglia conserva un'importante funzione
rispetto all'inserimento lavorativo dei suoi membri nella comunità: è per lo più il padre infatti ad introdurre il
figlio nel mercato del lavoro salariato:
[...] è logico che quando ho compiuto quattordici anni gli ha letto il padre [al figlio del direttore
della fabbrica in cui lavora]: "Non potrebbe prendermi, dire a suo papà se può prendermi... sai, ognuno fa
gli interessi del figlio, prenderlo a lavorare in fabbrica?" "Ma sì, ma sì, glielo dico" [...] Glielo ha detto
e infatti mi hanno fatto entrare.
(Testimonianza di P. R., n.
1940)
[...] il lavoro avevo possibilità di trovarlo anche a dodici anni e mio padre faceva il... il fattore in
un'azienda viticola [...] aveva iniziato nel '35 a fare il fattore lì, e allora ho preferito guadagnare qualcosa per
sollevare le difficoltà [...]
(1a testimonianza di B. P., n.
1928)
Altri tipi di relazione sembrano aver perso invece il valore che possedevano per la prima generazione: ne
è un esempio il padrinaggio, di cui si è detto che era un modo di costituire alleanze, di rafforzare legami
di amicizia. Ora una testimone della seconda generazione afferma di non ricordare neppure chi fossero i
suoi padrini di battesimo:
Sì, li avevo [i padrini], ma non li ho mai considerati importanti e non so neppure bene chi fossero, a dirti
la verità. Mi sembra che fosse la zia G.... però non so neppure bene chi fossero...
(Testimonianza di E. S., n.
1933)
Un'altra sostiene di aver scelto i padrini per i suoi figli all'interno della sua famiglia:
[...] per mia figlia sono venuti i miei, è venuta mia mamma; per la M. è mia mamma... e mio papà, per
la M.; e per il F. lo stesso: erano mia mamma e il S., che eravamo amici [...]
(Testimonianza di P. P., n.
1922)
Il fatto che i padrini vengano reclutati nel ristretto ambito dell'unità familiare significa che non si guarda
più a questo istituto come ad uno strumento che può rafforzare la posizione dell'individuo o della
famiglia garantendogli dei legami con altri individui e gruppi familiari. Pare che di questo rapporto sia rimasta solo
la forma, vuota del contenuto che una volta la sosteneva.
Le testimonianze che abbiamo raccolto ci permettono di ritenere scorretta la tesi, propria di una certa
sociologia, secondo la quale la trasformazione industriale di una società o di una comunità comporta il passaggio
da forme di famiglia allargata a forme di famiglia coniugale. Come già è stato notato la famiglia è sempre
in divenire, è, come la società, un processo e non può essere rinchiusa in categorie descrittive statiche. Se
è vero che quando l'attività economica dell'individuo non è più integrata in un assetto produttivo
familiare, ma dipende da un'organizzazione esterna e autonoma dalla famiglia, allora gli è più facile svincolarsi
dal suo controllo, andando a stabilire magari un proprio nucleo familiare lontano da quello originario; se
dunque questo è vero, è però improprio farne oggetto di generalizzazione, sostenere che è una legge ciò che
invece costituisce una possibilità in più nel ventaglio di scelte che si presentano all'individuo. Il fenomeno
reale che verifichiamo nelle testimonianze della seconda generazione è un allargarsi o restringersi dei
gruppi domestici a seconda delle fasi che attraversano: B. P. (n. 1928) dopo il matrimonio con E. vive circa
sette anni in comune con i genitori, finché le divergenze con loro non lo convincono a separarsene
(rimane comunque sempre nella stessa casa); un percorso simile caratterizza la vita matrimoniale di L. P. (n.
1926) che abita per un certo periodo con la famiglia del marito e poi se ne separa.
P. P. (n. 1922) abita con la propria famiglia nel periodo in cui il marito è in guerra, ma al suo ritorno
affitta un alloggio finché non riesce a trovare sistemazione nella
casa dei genitori.
P. R. (n. 1940) ha un alloggio per sé e la propria famiglia nella casa paterna ed attualmente anche la
suocera, rimasta vedova, vi si è trasferita. Situazioni simili le avevamo già trovate esaminando la generazione
precedente: R. R. (n. 1906) ad esempio, al momento del matrimonio va a vivere separatamente con la moglie,
ma allorché muore il fratello, lasciando la moglie e due figli, si riunisce alla famiglia per aiutare la vedova e
i nipoti, salvo poi separarsene di nuovo quando la conflittualità
diviene insopportabile:
Inf. R. Eh, abbiamo aiutato ad allevarli [i nipoti]:
Inf. F. Per allevarli, la N. e il C., insieme con i vecchi. Che cosa facevano i vecchi con una vedova e
due figli? Allora noi lavoravamo tutti e due, neh, a quel tempo, io dal Vercellotti e lui in Ceramica.
Siamo andati... allora la sua "quinzada" [salario quindicinale] la teneva il padre e la mia la lasciavamo
per vestirci che avevo una figlia. Così, ci arrangiavamo così, ed aiutava il padre a far andare le terra,
perché quello che faceva il contadino è morto, così, finché abbiamo allevato anche questi ragazzi, poi siamo
andati ancora a stare da soli...
Inf. R. Poi c'erano sempre solo delle lotte tra cognata e sorella e...
(1a testimonianza di R. R., n. 1906, e A. F., n.
1909)
Ciò che si modifica piuttosto col diversificarsi del tessuto economico-sociale di una comunità sono
le relazioni di ruolo tra gli individui che ne fanno parte: vi è una tendenza alla diminuzione di quelle
che vengono dette "multiple"48: l'individuo si troverà cioè più facilmente a giocare ruoli diversi ogni volta
di fronte ad un pubblico diverso. Non essendo più la famiglia l'unità produttiva che integra la maggior
parte degli individui, questi si troveranno di fronte nell'attività lavorativa quotidiana individui esterni al
loro gruppo domestico, con cui potranno intrecciare nuove specifiche relazioni. Ma sono cambiamenti questi
che avvengono già nel corso dell'esperienza della prima generazione che comincia ad entrare in fabbrica:
resta evidente la difficoltà di formulare modelli del mutamento che avviene nella sfera dei rapporti
interpersonali, già di per sé largamente soggetti alle variazioni delle personalità individuali. Possiamo solo abbozzare
delle linee di tendenza, senza pretendere che spieghino però tutti gli eventi ed i comportamenti che, come si è
già visto, sono "determinati da" ma sono anche "reazioni a" altri eventi, comportamenti e norme. Il genere
di mutamento che abbiamo finora delineato richiede di essere collegato, affinché possano emergerne
altri aspetti, ai mutamenti che si verificano nella percezione della stratificazione sociale. Tale sarà il tema
del prossimo capitolo.
Idiomi di stratificazione
L'inserimento completo del borgo nel sistema di mercato insieme con l'emarginazione del modo
produttivo di tipo contadino che era in esso prevalente, l'esodo della forza-lavoro più giovane dal settore agricolo e
la sua organizzazione nel sistema di fabbrica e tutti gli altri fenomeni che hanno caratterizzato la
trasformazione industriale del borgo in questo secolo sono all'origine della ridefinizione del sistema di
stratificazione sociale che lo attraversa. Nell'esaminare questo processo non ci soffermeremo sulla divisione materiale
della popolazione in categorie o classi sociali, ma sulla visione della stratificazione che appare nelle
nostre testimonianze. È quindi la soggettività che ci interessa, il tipo di consapevolezza e le categorie usate
per dividere la gente dai protagonisti stessi, e che a loro servono da guida nei loro comportamenti quotidiani
e nelle loro relazioni sociali49; si sono già esaminate le ineguaglianze che si basano sull'età e sul sesso
a delineare un sistema di obblighi e aspettative reciproche, e diversificate al tempo stesso, nel sistema
delle relazioni interpersonali. Abbiamo visto come la gerarchia che ne risulta è però anche in rapporto con
criteri di status che non sono solo l'età e il sesso, ma, ad esempio, il grado di ricchezza e l'onore: ora l'accento
sarà posto su questi ultimi fattori di stratificazione e su altri che vedremo operanti.
Il gruppo sociale cui appartengono i testimoni della prima generazione è un gruppo intermedio, distinto
sia dai ricchi del paese, quelli che "hanno due
scuole" come dice C. C. (n. 1900), i primi, sia da quelli che
sono assai poveri, gli ultimi della gerarchia sociale. Ciò non esclude che poi all'interno di questo gruppo,
che potremmo definire "degli uguali", non vi sia una certa eterogeneità di situazioni economiche; tuttavia
questi individui sono accomunati da una comune gerarchia di valori e da una stessa concezione della moralità
e della socialità. All'interno di questo gruppo l'idioma prevalente di stratificazione è quello dell'onore e
del prestigio. Scarsa rilevanza ha l'idioma di classe: è raro che la gente ragioni in termini di interessi
contrapposti di categorie bene identificabili nella comunità; benché esistano divisioni di partito assai nette, di cui
quasi tutti i testimoni riferiscono (i "rossi", i cattolici, i fascisti), esse non rimandano tanto a gruppi distinti
per ricchezza e status, quanto a caratteristiche personali o di gruppo, o a individui assai conosciuti nel borgo.
Un testimone fa però notare l'adesione di tutti i padroni al fascismo ed un altro, alla richiesta di parlare
delle persone "importanti" del paese, esprime un giudizio fortemente negativo nei confronti dei maggiori
proprietari terrieri che sfruttavano la povera gente facendo gli usurai, che abusavano cioè, nella visione egualitaristica
di G. P. (n. 1895), del loro potere: "Perché tu hai due soldi vuoi comandare il
paese?"50. Non potevano godere di rispetto e di considerazione positiva perché loro stessi non rispettavano la gente; è da notare però che
G. P. non giudica negativamente tanto il prestito di denaro a forte interesse, quanto la forma di
"penalizzazione" che veniva imposta dai proprietari ai loro debitori nel caso che questi non riuscissero a pagare in
tempo l'interesse dovuto:
[...] se non facevi in tempo a pagare gli interessi... ti chiamavano: "Domani vieni per me neh!" E tu
magari eri impegnato in un altro posto. "Domani vieni per me". E tu dovevi disdire e andare per loro, ti
prendevano alla gola veh, ah! Alla gola, veh, ti prendevano [...]
(2a testimonianza di G. P., n.
1895)
Non tutti coloro che sono situati a questo estremo superiore della gerarchia sociale sono comunque
colpiti dalla disapprovazione: chi non ostenta la propria ricchezza e mostra di non badare alla distanza sociale tra
le persone e di intrattenere rapporti anche con persone socialmente meno elevate, è assai apprezzato;
l'amicizia con costoro è tenuta in una certa considerazione, anche per i vantaggi e i benefici materiali che può offrire.
All'altro estremo della scala sociale stanno le famiglie molto povere, in genere non originarie del borgo,
che non si curano di comportarsi in modo accettabile alla comunità e sono perciò private del diritto al rispetto:
[...] i N., per esempio, non erano emarginati per questa specialità, sai, porcheria... no, erano... erano,
che so io, poveri, sporchi, così, gente che si lasciava andare, non...
(2a testimonianza di C. C., n.
1900)
Non è però solo il gruppo familiare a cui si appartiene che decide del rispetto di cui può godere una
persona, ma anche il suo comportamento personale e la sua occupazione. Per ciò che riguarda quest'ultima in
relazione col problema del prestigio sociale, si può notare che per i nostri testimoni della prima generazione la
necessità o la "scelta" di andare a lavorare in fabbrica e di abbandonare, seppure non completamente, l'attività
agricola, non è mai scevra da conflitti. Tutti insistono sulle valutazioni negative che pesavano sul lavoro operaio e
su chi, pur appartenendo a famiglia contadina, andava in fabbrica:
Inf. R. [...] ma te ne dico un'altra: le ragazze durante la mia gioventù; noi altri "fabricot" non ci
volevano neppure sentire nominare.
Int. Ma "fabricot" sarebbero...?
Inf. R. Quelli che andavano in fabbrica!
Inf. F. Non potevano vedere gli operai una volta.
(1a testimonianza di R. R., n. 1906, e A. F., n.
1909)
A. Erano il disonore andare in fabbrica.
Inf. Nella fabbrica erano pelandrone. Quelle che andavano in fabbrica erano pelandrone... perché
andavano in fabbrica erano pelandrone.
(1a testimonianza di C. C., n.
1900)
[...] sai una volta... perché uno... andava in fabbrica dicevano che era un pelandrone [ride]; dicevano:
Eh! Guardali là, non vanno neanche più a lavorare la terra questi pelandroni, oh, oh, vanno in fabbrica
per mettersi giù! Come a dire: per dormire [...]
(2a testimonianza di G. P., n.
1895)
Le accuse maggiori che venivano fatte nei confronti di coloro che andavano in fabbrica erano quindi
quelle di essere gente con poca voglia di lavorare e così scarsa dignità da sottomettersi ad un lavoro adatto solo
ai più poveri, data la sua natura di attività svolta alle dipendenze di un padrone e quindi, in un certo
modo, servile. Che queste siano considerazioni che nascondono in realtà il timore che avevano i contadini
di perdere il prestigio di cui godevano - e che si attribuivano - nella comunità, in seguito all'emergere di
un altro strato sociale, e che quindi occultino la realtà di certi rapporti di dipendenza cui essi stessi
devono sottostare, è del tutto chiaro nelle parole di questo testimone della seconda generazione:
[... ] i gattinaresi la consideravano anche una bassezza andare a lavorare per l'industria, che so io,
la consideravano quasi un servilismo. Dato che erano tutti proprietari, piccoli proprietari, anche con le
loro tante difficoltà, non sceglievano quella via lì, di lavorare nell'industria, perché la consideravano
quasi una... che so io, come dire, non un'emarginazione, una una bassezza andare a lavorare per gli altri, ecco
a fare il servitore, ecco... che tra l'altro il servitore lo facevano già tanti gattinaresi, perché? Perché con
la piccola proprietà che avevano le difficoltà in certe annate erano talmente evidenti per tante famiglie, e
che cosa si verificava allora? Si verificava che le famiglie con una proprietà grossa e un po' danarose
funzionavano da usurai; funzionavano in modo che prestavano magari duecento, cinquecento lire, mille lire a una
famiglia e poi quelli lì diventavano servitori per l'altra famiglia [...]
(1a testimonianza di B. P., n.
1928)
Questa citazione illumina pienamente la contraddizione esistente tra realtà di vita e di rapporti quotidiani
e sistema di valori e di gerarchia sociale di questi contadini: da un lato l'accentuata dipendenza del
contadino viticultore dall'andamento del raccolto, dal ciclo dei prezzi e dai meccanismi di un mercato in cui egli
arriva per lo più senza potere contrattuale, come si è già visto, e quindi il suo periodico rapporto con il
lavoro salariato per i proprietari maggiori (ma ricordiamo che qui si dice "andiamo ad aiutare" e non a lavorare
per Tizio o Caio) o anche in fabbrica; dall'altro lato il valore attribuito al lavorare sulla propria terra senza
dover subire orari e imposizioni esterne, ed il prestigio che i contadini proprietari sentono di possedere in
una comunità prevalentemente agricola dove si pratica una coltura che richiede una particolare competenza
e specializzazione. Per quanto esista questa contraddizione tra realtà materiale e ideologia, è vero che il
lavoro contadino per il motivo stesso di essere ciò che "tutti prima hanno sempre fatto", di possedere cioè quasi
una caratteristica di "naturalità" (nessuno della prima generazione spiega perché ha fatto il contadino
nella propria vita, ma solo perché ha eventualmente intrapreso attività diverse), non può non essere messo
da parte senza generare conflitto. La "scelta" della fabbrica, anche quando viene compiuta in un ambito
che salvaguarda ampiamente la continuità dell'attività produttiva familiare (in quanto avviene in una
situazione di eccedenza di manodopera rispetto alla terra da coltivare), non può che essere
disapprovata da chi teme in qualche modo che il generalizzarsi di tale comportamento implichi un pericolo per il
suo prestigio:
Inf. [...] è venuto il mio "barba" S. che era lo zio di mio padre [...] è venuto a casa mia, stavamo ancora
di là, con un calcio ha aperto la porta così: bom! Con le braccia conserte [fa una voce arrabbiata]: "non
hai vergogna di mandare il figlio in Ceramica? Disonorare la parentela?"
[...]
E... e... e mio padre so che ha detto: "Ma, e dunque 'barba' S., di terra... anche io divento vecchio,
la terra... vedi bene che non ne prendi, aspetti il vino, ce l'hai nella cantina da due anni, non lo vendi, cosa
devo fare?" "Ah, si può lavorare lo stesso, abbiamo sempre vissuto! Anche i nostri vecchi!"
(Testimonianza di R. R., n.
1906)
Ed è un timore fondato; in breve tempo infatti diminuisce il prestigio di chi vive sulla terra ed
aumenta quello di chi trae reddito dalla fabbrica: per usare ancora le parole di R. R.,
"dopo è venuto il contrario: le ragazze volevano solo i 'fabricot', di contadini non ne volevano
più"51.
E infatti tra chi rimane a coltivare la terra è presente un certo risentimento per la "sorte" toccata ai
contadini. Un testimone riconosce che "quelli che l'hanno indovinata meglio hanno continuato
[ad andare in fabbrica]"52, ma allo stesso tempo ribadisce che sia lui che i suoi fratelli, pur avendo la possibilità di entrare a
lavorare nella Ceramica Pozzi, hanno preferito
"restare sulla terra". Si è già detto che comunque anche chi sceglie
la fabbrica non abbandona mai del tutto i suoi legami con la terra: R. R. (n. 1906) continua a lavorarne
una parte finché è aiutato dal padre e dal fratello; G. D. (n. 1903) compra anche dei terreni che lavora nel
tempo libero dalla fabbrica con la moglie ed il padre, e inoltre, per un certo periodo, ritorna a tempo pieno al
lavoro agricolo allorché il cognato, in procinto di emigrare, gli offre anche la propria terra. Egli afferma di
avere accettato perché:
Inf [...] io in Ceramica non avevo più voglia di andare perché era un lavoro...
Int. Non vi piaceva?
A. Al chiuso.
Inf. Al chiuso, sai, non nato in questo ambiente facevo un po' coso... pativo un po'... mi sembrava di patire.
(Testimonianza di G. D., n.
1903)
Se l'aver scelto la fabbrica può essere visto come una
"fortuna"53 per il reddito sicuro e superiore, in
genere, a quello che offre l'agricoltura su basi familiari, e per la fissità del tempo di lavoro regolato da orari
precisi, è d'altra parte vero che la preferenza va al lavoro contadino:
Inf. Ah, se avesse reso... ah mi piaceva, veh, lavorare la terra...
Int. Vi piaceva di più lavorare la terra?
Inf. Ah, mi piaceva sì, mi piaceva sì, questione che... era come era...
A. Non andava mai bene...
Inf. Non c'era nessuno che... adesso no... adesso per qualcosa aiutano i contadini, ma in quei tempi
non c'era mica nessuno che ci aiutava...
(Testimonianza di G. D., n.
1903)
Nella seconda generazione è ancora presente il conflitto di prestigio tra il valore del lavoro contadino
e quello del lavoro operaio che caratterizzava l'esperienza della prima? Ci sembra di poter dire che ormai
il lavoro contadino ha del tutto perso quella caratteristica di "naturalità" (o destino) di cui abbiamo parlato:
ora anche "fare il contadino" rientra nell'ambito delle scelte possibili e deve essere spiegato con un criterio
di valutazione fondato sulla redditività. L'alternativa lavoro in campagna-lavoro in fabbrica non viene più
posta all'origine del maggiore o minore prestigio di cui possono godere l'individuo e la sua famiglia nella
comunità: ormai l'uno - il lavoro contadino - ha perso la posizione di prestigio che aveva nella gerarchia
occupazionale e l'altro - quello operaio - non ne ha preso il posto perché, nel frattempo, nelle fabbriche si sono
addensati in gran numero soprattutto gli immigrati, sui quali si è diretto il disprezzo che inizialmente colpiva
chi entrava in fabbrica. Infatti lo status sociale dell'immigrato è in genere molto basso, e si abbassa
ulteriormente se egli è di origine meridionale: ne viene rilevata la diversità culturale e l'alterità diviene sinonimo
di inferiorità. Ma è questo un problema che, per la sua complessità, non possiamo né vogliamo affrontare
in questo studio. Intendiamo piuttosto concludere questo capitolo soffermandoci su quei fattori e
comportamenti che delineano un ambito di prestigio acquisito che integra il quadro del prestigio ascritto fin qui
tracciato (ascritto perché la propria origine è un attributo immodificabile e perché "contadini si nasce (come si
nasce nobili)"54 e operai si diventa per necessità).
Spesso i nostri testimoni alla domanda
"quando una persona era disonorata agli occhi della
comunità?" hanno associato disonore a donna e infrazione dei codici di comportamento sessuale: è disonorata
una donna che abbia un figlio da una relazione extramatrimoniale, o che si mostri in compagnia di più
uomini, o che frequenti i circoli dei notabili che sono al di fuori del sistema morale della comunità. La
celebrazione del matrimonio o l'applicazione del concetto di tradimento possono tuttavia restituire l'onore alla donna che
l'ha perduto:
Inf. [...] se si sposava ecco, una volta sposata stop, passava tutto.
Int. Se non si sposava...
Inf. Se invece no? No, no, la perdonavano, prima gliene dicevano "da vendi e da pendi" [di tutti i
generi], poi la perdonavano e sono sempre state perdonate anche quelle ad esempio che - adesso non mi ricordo
- che hanno avuto famiglia. Io mi ricordo anche mia mamma dire magari: "Quella poveretta, neh, che è
stata tradita! "Dopo diventava poveretta, prima magari, non so: "Mah, eh, ha fatto qui, ha fatto là!"
(Testimonianza di P. R., n.
1940)
Da questa testimonianza, come da quella di R. R., qui di seguito, si può notare come sia ribadito il fatto
che è il pettegolezzo femminile che vigila sul comportamento della gente e che ha un'influenza determinante
su quella che si definisce opinione pubblica:
[...] e andava magari insieme con della gente un po' ricca, un po' ricca, un po' "patachín" [troppo
curata]; quella lì era già scartata in quanto, andando con quelli lì, chissà cosa faceva, perdeva già l'onore,
glielo facevano perdere loro, anche se... anche se non avesse fatto niente, sai, le lingue, il paese era piccolo,
ti conoscevano tutti, criticavano una tizia, una caia, magari quella lì era innocente, ti facevano
perdere l'onore anche se non ne sapevano niente...
(2a testimonianza di R. R., n.
1906)
Allo stesso tempo si percepisce in queste testimonianze il risentimento maschile contro questa forma
di potere femminile che è il
pettegolezzo55: per questo i due informatori attribuiscono caratteri di
mutevolezza (e di conseguente superficialità) e di scarsa attendibilità ai giudizi espressi dalle donne sui
comportamenti individuali.
Le osservazioni precedenti ci permettono di portare l'analisi sul tema dello specifico della
stratificazione femminile. Infatti una donna è, come un uomo, valutata in base alla sua origine, alla famiglia cui
appartiene e alla sua occupazione, ma condizione del rispetto che le si tributa è, in misura assai maggiore di quanto
non accada per un uomo, il mantenimento di comportamenti conformi alle norme dominanti nelle relazioni
con l'altro sesso. Va del resto osservato che, se lo
status della donna è collegato ai suoi rapporti con gli
uomini (nel senso predetto e perché, in quanto sorella, moglie o madre, gode ascrittivamente di livelli diversi
di prestigio), allo stesso tempo il modo in cui gioca questi ruoli condiziona lo
status dell'uomo, o degli uomini a cui è legata: con l'onore della donna è insomma in gioco il credito politico dell'uomo nella comunità:
[...] beh, c'era il rispetto del capofamiglia, sai una volta... Ogni famiglia veniva rispettata.
Naturalmente veniva rispettato quello che... specialmente una volta, una volta... quello che aveva una famiglia in cui
tutto rigava diritto, dalle nuore, dai coso e qui e là [...] se tutto rigava diritto era quello lì: "Un uomo in
gamba, guarda che quello lì ti ha sempre tenuto la famiglia [...]"
(Testimonianza di P. R., n.
1940)
Se il pettegolezzo, come dicevamo, dà origine all'opinione pubblica della comunità ed è una forma di
potere tipica delle donne, possiamo ipotizzare che esse si stratifichino anche in base al loro inserimento in reti
più o meno estese di rapporti in cui il pettegolezzo costituisce un contenuto espressivo fondamentale.
Inoltre data la valenza normativa della pratica del controllo delle nascite, la considerazione sociale che in
molte società la donna deriva da un'elevata fecondità, qui non esiste, anzi sono deplorate quelle donne, e più
in generale quelle coppie, che hanno molti figli.
La condizione della donna in questa comunità, similmente a quella che troviamo in tante altre, ha
quindi aspetti ambivalenti, non è unicamente definibile: in
generale si può riconoscere che una donna è sempre
"in una posizione di svantaggio nella competizione per il potere ed il
prestigio"56, ma allo stesso tempo
bisogna comprendere il suo modo indiretto di far politica, attraverso quei canali informali cui abbiamo finora
accennato e sui quali torneremo nel prossimo capitolo allorché si tratterà di delineare i caratteri distinti della
socialità maschile e femminile.
Luoghi e modi della socialità
Gli idiomi di stratificazione operanti nel borgo influiscono sulla definizione di luoghi e modi della
socialità, che acquista forme diverse a seconda che i protagonisti siano uomini o donne, ricchi o meno ricchi, locali
o esterni alla comunità. Abbiamo già parlato della socialità esaminando il corso di vita (a proposito dei
luoghi di ritrovo dei giovani, delle feste di nozze e così via) e i rapporti interpersonali (parentela, vicinato ecc.):
ora si porrà l'accento sulle forme associative che non coincidono con la famiglia e sulle feste più
importanti della comunità. Si deve però tenere presente che la socialità delle donne non assume quelle forme
organizzate a livello piuttosto formale (associazionismo) che troviamo tra gli uomini, ma è una socialità "diffusa",
se così si può dire, che si estende in reti diverse e contigue e che non si lascia rinchiudere in ambiti di
gruppo definiti: pertanto il nostro discorso non potrà limitarsi all'associazionismo, ma sarà attento anche ai livelli
di socialità informale propri delle donne.
Se a livello di vicinato o attraverso l'istituto del padrinaggio si possono creare legami tra persone di
diverso status sociale, non altrettanto accade nel campo dell'associazionismo: qui prevale una netta separazione
tra gli strati sociali superiori e gli altri. I gruppi amicali sono composti da individui che si trovano in
condizioni sociali simili: contadini e operai-contadini si riuniscono in circoli che nel dialetto locale vengono
chiamati tabine. La tabina è il luogo tipico del tempo libero contadino, luogo che garantisce socialità e
divertimento a poco prezzo riproducendo la pratica familiare dell'autoconsumo:
[...] di vino non ne mancava perché avevamo sempre la cantina piena di quello lì. [...] E una volta
finito c'era il "butón", un fiasco apposta, deh tocca a te neh, vai a prenderlo, e lo portavamo [...]
(Testimonianza di P. P., n.
1889)
L'attività che sembra impegnare maggiormente coloro che frequentano una
tabina è l'organizzazione di cene e balli. Per le cene vale quanto già rilevato a proposito del consumo del vino: gli amici portano da
casa quanto più è possibile:
[...] facciamo la polenta [...] eravamo in tre o quattro o cinque, andavamo a prendere una saracca da
un soldo, da un soldo a testa, neh, una saracca da un soldo, lunghe così e poi le toglievamo la testa e le
budella, poi la trituravamo e facevamo... uno un pezzo di burro, l'altro un po' d'olio, li prendevamo da casa,
eh! Sempre perché di soldi non ce n'erano, poi facevamo lì facevamo delle pignatte larghe così [...]
(Testimonianza di P. P., n.
1889)
I balli costituiscono l'unica occasione in cui è possibile entrare nelle
tabine, che si definiscono pertanto come luoghi di socialità esclusivamente maschile: la donna, relegata com'è nella sfera domestica, non
può permettersi momenti di svago pubblici e autonomi: partecipa ai balli perché questi sono per definizione
il veicolo, riconosciuto e sanzionato dalla comunità, dell'incontro tra i sessi per la realizzazione degli
scambi matrimoniali. Le cene nelle tabine sembrano invece affermare l'indipendenza maschile: sono uno dei
modi in cui si esprime la diversità-superiorità del ruolo maschile; solo gli uomini, tra l'altro, possono
ubriacarsi senza perdere l'onore, purché questo non si ripeta troppo spesso e accada in situazioni ritenute
accettabili dalla comunità.
I gruppi di amici che si trovano nelle tabine sono formati in gran parte di coscritti, però l'età non
costituisce un requisito fondamentale per farne parte.
G. D. (n. 1903) dice che nella
tabina si trovava con gli "amici da
giovani"57 intendendo con questo
sottolinearne l'origine diversa: alcuni erano compagni di scuola, altri li aveva conosciuti come compagni di giochi,
altri ancora provenivano dal vicinato. Alla base del gruppo di amici della
tabina vi è un processo aggregativo
che è sostanzialmente lo stesso che dà vita ad un gruppo di amici che condivide soprattutto i momenti liberi
dal lavoro: vi prevalgono cioè gli elementi di scelta individuale, per quanto tale scelta avvenga entro limiti
ben determinati dall'ambiente socio-culturale circostante. In effetti non a caso i componenti di questi
circoli sono quasi tutti contadini originari del paese, gli operai essendo ancora una minoranza assai esigua tra
i locali nel periodo di maggior espansione di questa forma associativa (prima che il regime fascista
imponga la chiusura a diverse tabine):
[...] eravamo contadini, sempre contadini; proprio della fabbrica fissi non ce n'era nessuno [...] c'era
solo il B., ha continuato un po' lì ad andare in fabbrica e gli altri erano tutti contadini, così facevano andare
tutti la terra, avevano le bestie tutti [...]
(1a testimonianza di F. P., n.
1894)
Benché non si possa dire che nelle
tabine si facesse attività politica, bisogna però rilevare che alcune di
esse erano formate in prevalenza da persone che condividevano le stesse opinioni politiche. Per capire come
le tabine si relazionassero ai circoli che avevano finalità più propriamente politiche, consideriamo
la testimonianza di G. D. (n. 1903): egli faceva parte inizialmente del locale circolo socialista, divenuto poi,
ai tempi della scissione di Livorno, comunista
("qui la maggior parte era stata per i
comunisti")58; era stato poi introdotto in una
tabina da un suo coscritto, membro del circolo, con cui aveva fatto il servizio
militare: qui compagni di partito e amici della
tabina erano le stesse persone. Le tabine
in ogni caso costituivano un'organizzazione politica di livello informale di cui il regime fascista ebbe timore e che quindi cercò
di trasformare: da un lato impose la chiusura di quelle "prevalentemente rosse; aperte le altre, a condizione
che i loro membri si affiliassero al
dopolavoro"59, dall'altro cercò di sostituirvi un luogo di ritrovo dove
la socialità potesse esprimersi in modo controllabile: è quello che i nostri testimoni chiamano il
"dopolavoro", costruito dopo - anzi "sopra" - l'abbattimento
dell'edificio in cui avevano sede il locale circolo
socialista (poi comunista) e la locale società operaia.
Dalle testimonianze appare chiaramente che questo "dopolavoro" è un'istituzione imposta dal regime
che non trova però consenso tra la gente, ma che raccoglie solo i simpatizzanti o gli iscritti al partito fascista.
I gruppi amicali, non potendosi più trovare nelle
tabine, si raccolgono in compagnie ristrette che di
domenica vanno a bere nelle case degli amici, che si prestano a turno ad offrire la sala ed il vino:
[...] ci siamo riuniti quei cinque o sei o sette o otto, insomma, andavamo poi in giro, una domenica a
casa mia, una domenica a casa di un altro, così, ecco, compravamo due paste, due biscotti, passavamo così
le feste.
(2a testimonianza di R. R., n.
1906)
Anche in questo caso permane ancora l'elemento di autoconsumo che avevamo visto caratterizzare le
tabine: gli amici infatti non si trovano in un luogo pubblico, in un'osteria ad esempio, ma consumano il proprio
vino nelle loro case.
Ad eccezione di R. R. (n. 1906) e A. F. (n. 1909) nessuno dei nostri testimoni della prima generazione
ha avuto rapporti con gruppi parrocchiali né durante la giovinezza né in seguito: maggiore sarà invece
l'influenza delle istituzioni associative cattoliche sulla socializzazione infantile e giovanile della generazione
successiva. Né parlano molto i nostri informatori delle veglie nelle stalle, se non mettendole in relazione con la
loro infanzia; l'unico a ricordare la stalla allorché parla della sua giovinezza è P. P. (n. 1889), il nostro
testimone più anziano:
[...] eravamo bambini e la sera arrivavano a casa gli uomini e noi correvamo nella stalla, a giocare
sul pagliaio e i... e i vecchi discorrevano dei loro lavori [...]
(1a testimonianza di R. R., n.
1903)
[...] andavamo nella stalla, non andavamo mica nei caffé come fanno adesso, ehilà, andavamo nella
stalla e avanti [...] sempre, a trovare la fidanzata andavamo nella stalla.
(Testimonianza di P. P., n.
1889)
La stalla costituiva evidentemente un luogo d'incontro più usuale per le generazioni precedenti, ora è già
in disuso. Diversamente dalla tabina, la stalla è connessa ai legami che si instaurano a livello di cortile e
di vicinato, pertanto non è esclusiva: vi si trovano sia donne, che uomini, che bambini. Analogamente
si differenziano, come luoghi d'incontro, la piazza e il
"cantòn" (l'angolo): nella prima si trovano solo
gli uomini a discutere e concludere contratti di lavoro, vendite, acquisti, il
"cantòn" è invece il luogo dove
si incontrano, nella stagione calda, le donne del vicinato, per parlare o lavorare, i bambini per giocare,
oltre naturalmente agli uomini quando arrivano dai lavori dei campi.
Queste ultime osservazioni ci riconducono alla socialità femminile: dalle testimonianze si è portati a
credere che l'ambito della socialità delle donne sia più ristretto di quello maschile, in quanto non sembra superare
i limiti della parentela e del vicinato. È vero che anche le donne formano gruppi amicali specifici, ma
tali gruppi per lo più non mantengono un'identità formale dopo il matrimonio delle donne che ne fanno
parte, né sono connessi con i gruppi d'età, che sono un istituto esclusivamente maschile (coscritti). Inoltre
le donne sono di fatto escluse da quell'ambito politico istituzionale che è comprensivo di gran parte dell'attività
politica dei membri della comunità. Ad esse resta però l'esercizio del controllo del comportamento
sociale attraverso il pettegolezzo60, pratica resa possibile, come si è visto, dal ruolo che ricoprono nella sfera
domestica e dal loro radicamento nella rete dei rapporti di vicinato: i luoghi tipici della socialità delle donne
(case, "cantòn", chiesa, lavatoio ecc.) sono anche i luoghi in cui avviene quello scambio di informazioni che
dà origine al pettegolezzo. Quest'ultimo conferisce un notevole potere informale alle donne e le introduce
in quell'ambito politico comunitario da cui sembrerebbero del tutto escluse. La gestione del
pettegolezzo mette in discussione inoltre la presunta limitatezza della socialità femminile e ridimensiona il ruolo
di subalternità delle donne61: benché la donna sia esclusa dalle istituzioni politiche formali, prerogativa
maschile di fatto se non di diritto, e da quelle più informali
(tabine, gruppi di età), essa è inserita in una rete di
rapporti e conoscenze più diffusa di quella maschile (comprendendo, oltre ai parenti e agli amici, i vicini di
casa) grazie alla quale riesce a controbilanciare in una certa misura la deprivazione cui deve sottostare.
Si possono notare anche nelle feste le differenziazioni evidenziate per la socialità maschile e femminile?
Le feste tendono in genere a riunificare ciò che nell'esperienza quotidiana è diviso: "... la festa ha con il
reale un rapporto complesso. Non è semplice riproduzione o inversione del senso, ma - totalizzando
esperienze normalmente separate - dà senso a ciò che nel quotidiano sfugge al senso. Tra mondo festivo e
mondo quotidiano c'è un rapporto di
complementarietà"62. Vi è una sola festa tra quelle ricordate dai nostri
testimoni che sia fondata su un'esclusività basata sul sesso e sull'età: è quella dei coscritti, la festa che cioè i
membri della stessa classe d'età organizzano prima di partire per il servizio militare e che ripetono in occasione
di certi anniversari (25o,
30o ecc.). Le altre feste della comunità vedono la partecipazione dei suoi
membri senza esclusione di sorta, il che non vuol dire certo che tutti vi partecipano ed allo stesso modo. Le
feste ricordate dai nostri testimoni illuminano aspetti della socialità contadina e della cultura popolare che
ritroviamo anche in altre situazioni: un esempio ne sono le feste collegate ad una percezione ciclica del tempo, che
ne scandiscono il ritmo stagionale e che assumono significato dal ciclo dei raccolti e dei lavori agricoli:
quella detta della Madonna di Rado, dal nome del santuario nei cui pressi si svolge, al tempo del raccolto
della segale, e quella dell'uva che si effettua durante la vendemmia; oppure le fiere che si effettuano all'inizio
di ogni stagione e che rappresentano, oltre che occasioni di scambi e contratti di vario genere, dei momenti
di incontro e di socialità piuttosto sentiti:
[...] poi c'era la Fiera di S. Martino che era come una festa [...]
(1a testimonianza di R. R., n.
1906)
Una festa di questo tipo è anche la cena del maiale, fatta a coronamento del lavoro collettivo svolto
dalla famiglia, con l'aiuto dei parenti più stretti, in preparazione dell'annuale provvista di salumi e di lardo. È
un modo di ricompensare il lavoro gratuito prestato dai parenti (che in ogni caso sarà ricambiato quando essi
a loro volta ammazzeranno il loro maiale) e di auspicare un anno di abbondanza:
Inf. F. Ah! Che cena! Noi eravamo a quattro o cinque cene del maiale ogni inverno, perché si
ammazzava d'inverno, era andare...
Inf. R. Parenti...
Inf. F. non so io a che festa, noi, si usava così, tutti i miei zii a sua volta venivano a casa mia e poi
andavamo a casa loro, facevamo delle grandi feste, noi la festa più grossa era ammazzare il maiale...
(2a testimonianza di R. R., n. 1906, e A. F., n.
1909)
L'importanza attribuita al cibo, al mangiare e al bere come sostanza della festa si ritrova come
elemento caratterizzante anche feste ed eventi motivati dal calendario o da credenze religiose, come sono ad
esempio le gite-pellegrinaggi ai santuari (Oropa, Boca, Varallo Sesia). Allorché i nostri testimoni descrivono
tali situazioni non danno alcun rilievo all'aspetto religioso, evidenziando invece il fatto che queste
feste rappresentavano occasioni di incontro e di mangiate collettive:
[...] e noi andavamo poi su, a piedi, sai, là al Sacro Monte, ecco, e... avevamo con noi la merenda,
mangiavamo una volta che eravamo là, e poi la sera venivamo a casa e la giornata era finita [...]
(Testimonianza di E. P., n.
1895)
Inf. R. Poi là [al Santuario di Oropa] facevamo otto giorni.
Inf. F. Otto giorni, prendevamo il mangiare.
[...]
Inf. R. Famiglia... famiglia per famiglia si pagava una sciocchezza [per dormire]
Inf. F. Una sciocchezza. E prendevamo il mangiare per quindici giorni.
(1a testimonianza di R. R., n. 1906, e A. F., n.
1909)
La festa non può perciò essere dissociata dalla materialità del cibo e quindi del corpo: anche il rilievo
dato al ballare, alla danza, rientra in tale esaltazione di ciò che dà soddisfazione al corpo e di conseguenza
anche allo spirito, che non pare del resto distinguersi dal primo. Pur non dimenticando quanto di ideologico
e nostalgico è presente in queste rievocazioni delle feste, ne emerge comunque l'immagine di una
socialità contadina che si esprime in forme proprie, indipendenti per certi aspetti da condizionamenti politici e
religiosi, ricche di materialismo e di capacità di rovesciamento. Tuttavia se è vero che la festa comprende aspetti
di ricomposizione di "ciò che normalmente è separato, lo spirito e la materia, la parte superiore e inferiore
del corpo..."63 e che in essa si producono fenomeni di sospensione delle regole, questi aspetti non vanno
esagerati: vogliamo ricordare a questo proposito quanto accadde alle feste di carnevale svolte a Gattinara durante
il regime fascista: allora la capacità satirica della gente venne sottoposta alla censura del potere e
incanalata verso la sua celebrazione, e sui carri allegorici, invece delle rappresentazioni in chiave satirica della
vita sociale, vennero sistemate le simbologie becere inneggianti all'Italia fascista.
Per certi aspetti il mutamento nella socialità pare evidente allorché passiamo ad esaminare la
seconda generazione: P. R. (n. 1940), ad esempio, lamenta l'attenuazione dei legami sociali nella comunità e
la fruizione eccessiva, da parte della gente, dei mass-media, che ha occupato in gran parte il posto una
volta riservato all'incontrarsi e allo stare insieme, alle feste e così via. Eppure questa seconda generazione
ha raccolto in grande misura le tradizioni di quella che l'ha preceduta ed è cresciuta nel clima sociale
caratterizzato dalle esperienze della prima: certo da bambini non si sono trovati nelle stalle come i loro genitori, né
hanno trascorso buona parte del loro tempo libero nelle
tabine nella loro gioventù, ma sono rimasti assai legati
a certe occasioni della socialità paesana cui avevano dato rilievo i testimoni della prima generazione:
[...] a me piacevano da matti quelle feste lì, dal carnevale... ma qualsiasi festa mi è sempre piaciuta...
dalla Madonna di Rado... Una volta eh, una volta, io vedo, una volta erano più belle [...]
La festa che facevamo era alla Madonna di Rado, proprio la festa bella che facevamo. Andavamo giù
alla Madonna con il carretto; ancora dopo sposata, sono andata il primo anno che mi sono sposata,
siamo andati giù con il carretto e le panche sopra, tre o quattro carretti [...]
(Testimonianza di P. R., n.
1940)
Le tabine sono in genere state sostituite dai bar: benché alcuni gruppi di giovani le abbiano ricostruite
nel secondo dopoguerra, non sono più il luogo d'incontro privilegiato:
[...] e passavamo il tempo o al bar o nella tabina.
(2a testimonianza di B. P., n.
1928)
[...] la tabina l'abbiamo creata si può dire dopo sposati, tutti, i miei amici, ci siamo trovati: "Facciamo
la tabina". Però avevamo delle compagnie, magari anche nella strada o in un "cantòn", era lì che ci si
trovava e si combinava: "Andiamo a Romagnano". Allora tutti in bicicletta a Romagnano [...]
(Testimonianza di P. R., n.
1940)
Né sono molto più frequentate, se non in occasione di qualche cena, o nel caso che i gruppi di amici
si trovino per contribuire all'organizzazione del carnevale. La fruizione del tempo libero comincia ad
avvicinarsi ai modelli propri di un'area urbana.
Si mantiene però una forma associativa fondata sulle classi di età qual è la festa dei coscritti, per
quanto abbia perso l'importanza che un tempo le veniva attribuita: se è vero che "le condizioni che
permettono l'organizzazione delle classi d'età in una comunità sono: una certa dimensione, una certa omogeneità
sociale e una certa estraneità alla cultura
urbana"64, la persistenza di questo fenomeno è indicativa di un certo
grado di ruralità del borgo.
La differenziazione che una volta si esprimeva a livello di socialità nella contrapposizione di
tabine contadine e circoli dei "signori" si è ora trasferita nella distinzione tra bar frequentati da gente del luogo, da
piemontesi, e bar dove si trovano nella maggior parte gli immigrati:
[...] c'è questa divisione: certi bar sono frequentati solo da meridionali e certi bar sono frequentati
solo da... da gattinaresi, da piemontesi, c'è quella differenza.
(2a testimonianza di B. P., n.
1928)
Per ciò che riguarda i modi della socialità femminile restano valide le osservazioni già fatte per le
donne della prima generazione: si può però ipotizzare che il pettegolezzo veda ridotto il suo potere a causa
della crescita del borgo, della diversificazione delle sue componenti sociali, dei nuovi fattori che concorrono
alla formazione della morale, e che si eserciti ora in ambiti più ristretti. Nel complesso, dalle nostre
testimonianze possiamo dedurre che, se cambiamenti vi sono stati, sono stati maggiori per gli uomini che per le
donne, perché non è stata sostanzialmente modificata la pratica sociale che attribuisce agli uomini la gestione
dei ruoli pubblici e che relega le donne nella sfera domestico-privata.
Una singola ricostruzione microstorica ci avvicina alla comprensione di una totalità specifica di relazioni
e dello svolgersi concreto di un processo di mutamento sociale: per capire però in che cosa si differenzia
il caso studiato da altre situazioni e processi, e che cosa ha invece in comune, sarebbe evidentemente
necessario inserirlo in una prospettiva comparativa e procedere a confronti che possano permettere generalizzazioni
più ampie e significative. Sono pertanto da auspicare studi che si muovano in questa direzione e che
rendano conto quindi delle diversità dei processi di mutamento. Tuttavia anche l'analisi di un singolo caso,
come quello di Gattinara nel Novecento, o meglio del suo segmento contadino, ci ha permesso di verificare
come esistano notevoli diversità nel ritmo del mutamento, a seconda che si consideri la struttura economica,
la stratificazione sociale, i rapporti interpersonali e così via, e ciò speriamo possa contribuire a rendere
più critico il nostro approccio alle questioni del mutamento sociale.
