Silvana Patriarca

Famiglie contadine a Gattinara nel '900
Un'analisi di microstoria*



I motivi di una scelta e le fonti della ricerca

Prima di iniziare a presentare alcuni risultati di una ricerca che ho compiuto tra il 1978 ed il 1980 su problemi di mutamento di strutture familiari e sociali nel Novecento a Gattinara, intendo spiegare i motivi e le scelte che stanno alla base della delimitazione del campo di interesse della ricerca e della metodologia adottata.
Trattandosi di un lavoro che si richiama agli studi di comunità diciamo innanzitutto qualcosa su questo tipo di studi. Caratteristici soprattutto della tradizione culturale anglosassone, gli studi storici locali si sono di recente ampiamente diffusi in Italia, spesso però assumendo un rilievo meramente localistico: interpretazioni e rilevanze dominanti a livello di storia nazionale sono state passivamente trasportate a livello locale quasi per autoconfermarsi. Mancava in tali studi la consapevolezza dell'utilità specifica dell'analisi microstorica, cui meglio si prestano una serie di temi storici rilevanti, e della possibilità di leggere già nel "particolare" il "generale", di spiegare cioè problemi di rilevanza generale tramite l'analisi particolareggiata, approfondita di una singola realtà storico-sociale1. Si è intrapreso lo studio su Gattinara tenendo presente questo tipo di acquisizione critica. Va detto quindi che questo borgo non ci interessa tanto come caso in sé, per le sue caratteristiche in quanto tali, ma soprattutto perché nel periodo preso in esame sta attraversando una fase di transizione, una fase cioè in cui sono in corso processi di trasformazione della struttura economica a cui si accompagnano ridefinizioni della configurazione dei rapporti sociali e della stratificazione. Poiché è nostro interesse capire se e perché cambiano i modi di vivere le relazioni interpersonali, le dimensioni della famiglia, le funzioni che vengono attribuite all'aggregato domestico e quelle che esso assolve effettivamente allorché entra in crisi il modo di produzione contadino, o meglio allorché questo deve subire la concorrenza di un altro modo di produzione che diviene infine dominante, ecco che ci è parso utile studiare le relazioni tra queste variabili ad un livello che permettesse un'analisi in profondità, qualitativa piuttosto che quantitativa. Con questo non vogliamo togliere nulla allo studio quantitativo ché, anzi, i due tipi di analisi dovrebbero procedere costantemente di pari passo, ma vogliamo solo cercare di rendere chiari i motivi di una scelta.
Le testimonianze orali che costituiscono la documentazione fondamentale della ricerca provengono da quattro donne e cinque uomini, nati tra la fine del secolo scorso e l'inizio di questo a Gattinara da famiglie contadine o comunque di origine contadina (l'unica testimone i cui genitori non sono contadini è C. C., ma in realtà suo padre è un contadino "mancato" in quanto figlio di contadini a cui è stato negato l'accesso per via ereditaria alla terra), a cui si aggiungono quelle di due uomini e di tre donne (che chiameremo seconda generazione per distinguerli dagli altri che formano la prima generazione): di questi ultimi, nati tra il 1922 ed il 1940, quattro sono figli di alcuni testimoni della prima generazione, una donna, E. S., è la moglie di un testimone della seconda generazione.
La raccolta di storie di vita di due generazioni di persone è motivata dall'intento di verificare la significatività dell'analisi su diverse generazioni per lo studio del mutamento sociale: l'esperienza di una generazione condiziona certamente, in modo diverso a seconda delle diverse società, quello della generazione successiva, sia in modo diretto (agendo sulla socializzazione di questa ultima) che in modo indiretto (come tradizione). È importante quindi capire il ruolo della famiglia nella socializzazione dei bambini ed il tipo di trasmissione di valori sociali che vi avviene da generazione a generazione.
La scelta di intervistare queste e non altre persone è dipesa in gran parte dal tipo di mediazione di cui ho usufruito per avvicinarle: a parte le persone a cui sono legata da vincoli di parentela, gli altri testimoni infatti sono in gran parte amici o conoscenti della mia famiglia; ne conoscevo personalmente già alcuni prima di intervistarli; presso altri sono stata introdotta da mia madre; in alcuni casi mi sono servita, per essere accettata come intervistatrice, dei miei legami parentali nella comunità: mi sono cioè presentata dicendo di essere "la figlia di" o "la nipote di".
Inoltre ho scelto per la prima generazione solo individui che, oltre ad avere un'origine contadina, fossero stati anch'essi contadini oppure avessero lavorato in fabbrica come operai: ciò in base alla mia determinazione di studiare non tanto la comunità nel suo complesso - analisi che richiederebbe evidentemente tutt'altra campionatura - quanto il gruppo sociale dei contadini piccoli e medi nel suo rapporto con la trasformazione indotta dalla fabbrica a Gattinara in questo secolo. Per la seconda generazione è valido lo stesso discorso: le interviste sono però in questo caso in numero minore in quanto ho inteso soltanto esplorare il terreno, se così si può dire, verificare cioè la possibilità di una comparazione tra le due serie di storie di vita senza pretese di sistematicità.
Le storie di vita di quattordici persone potrebbero sembrare scarsamente rappresentative della realtà di un borgo di oltre cinquemila abitanti (tali erano all'inizio del secolo, oggi sono quasi diecimila) ma è da tenere presente, oltre a quanto detto precedentemente, che le interviste sono state tutte piuttosto ampie e che ad una prima intervista virtualmente libera è seguita, in diversi casi, una seconda condotta con una traccia di questionario-guida. Non sono quindi il tipo di interviste cui ci ha abituato una certa "sociologia dei questionari" con domande particolareggiate che vogliono risposte precise e telegrafiche: sono veri e propri racconti di vita, espressione della visione del mondo e dei valori delle persone che ce li hanno dati, certo non senza averli sottoposti, allo stesso tempo, a censure consapevoli e inconsapevoli. Non è la storia di vita un documento da sopravvalutare2, ma neppure da sottovalutare come è stato fatto da storici troppo legati all'autorità e alla sicurezza della fonte scritta.
Non era quindi decisiva la quantità di interviste quanto la qualità e la profondità delle stesse. A questo deve aggiungersi che la lettura delle interviste non è stata tanto di tipo fattualistico, non ha cioè stabilito l'inventario dei fatti, degli eventi (altri e più precisi sono i documenti storici che ci possono fornire queste informazioni), ma è stata attenta a ricostruire le relazioni tra le persone che popolano la memoria dei testimoni, sia di quelle ricordate che di quelle dimenticate, nella consapevolezza che ciò che è taciuto/implicito è importante quanto ciò che è detto/esplicito è rivelatore nella stessa misura di una serie di realtà. Inoltre certi episodi raccontati nelle storie di vita ci sono serviti per provare un tipo di analisi che chiameremmo (mutuando il termine dall'antropologia) processuale o situazionale3, consistente nell'individuare i caratteri delle relazioni sociali in momenti di crisi, in situazioni concrete che vedono all'opera, nelle loro reciproche contraddizioni, i soggetti agenti.
Da quanto detto finora si comprende anche come l'assenza della dimensione politico-istituzionale, della Storia con la esse maiuscola, come si dice comunemente (ma vedremo più avanti che i rapporti tra i due tipi di storia - grande e piccola - non sono così manichei), rappresenta, da un lato, una scelta, una delimitazione del campo di analisi e, dall'altro, è il riflesso della scarsa rilevanza che tale argomento ha spesso nelle storie di vita. È però probabilmente anche un limite di questo tipo di analisi incentrate sull'individuo e sulla famiglia o sulla comunità il fatto che la Storia costituisca sì il teatro delle vicende ma non ne siano mostrati i concreti condizionamenti che esercita sugli attori.
Complessivamente le interviste su cui ho lavorato sono diciotto: di durata assai variabile l'una dall'altra, assommano nell'insieme a circa ventitré ore di registrazione.
Tutti i testimoni mi si sono rivolti in dialetto: poiché la mia origine è gattinarese sarebbe stato per loro (e per me) forzato, quasi innaturale esprimersi in una lingua diversa da quella che usano con tutti coloro che sono del paese e che essi considerano membri del loro stesso gruppo sociale. Il dialetto è in fondo la lingua in cui si esprimono i rapporti familiari e comunitari ed introduce in una dimensione di immediata appropriazione conoscitiva di oggetti, eventi e relazioni. Nella trascrizione ho tradotto tutte le testimonianze in italiano per renderne possibile la comprensione, facendo eccezione però per alcuni vocaboli e modi di dire estremamente pregnanti in dialetto e quasi intraducibili in italiano se non a costo di stravolgerne il senso4. Ho cercato inoltre di mantenermi il più possibile fedele alla lettera del discorso in dialetto: ho trascritto tutto (eccettuati alcuni brani di discorso che esulavano completamente dalle storie di vita) letteralmente, ogni parola, ogni ripetizione, per non infierire ulteriormente sul testo orale già modificato all'atto stesso della sua scrittura e falsato al momento della traduzione.
Ho affiancato a questo lavoro di costruzione delle fonti orali un'analisi di fonti d'archivio avente lo scopo di delineare i comportamenti rispetto a nuzialità e fecondità che distinguono la schiera generazionale cui appartengono la maggior parte dei nostri informatori della prima generazione. L'indagine è stata fatta su di un campione casuale della popolazione costituito da individui nati a Gattinara negli anni compresi tra il 1895 e il 1904 (i nostri testimoni della prima generazione sono nati per lo più in questi anni) il cui patronimico comincia con le lettere F o R, a cui si sono aggiunti dati degli individui intervistati della prima generazione.

Come introduzione teorica

Gattinara è un borgo che è stato investito in questo secolo da una trasformazione industriale che, pur modificando molti aspetti della sua struttura e della sua vita sociale, non ha ancora eliminato tutti gli elementi della sua cultura contadina, non ne ha insomma distrutto le caratteristiche rurali. Parlare di contadini e di sviluppo industriale vuol dire essenzialmente, o meglio storicamente, parlare della trasformazione dei contadini in operai, della resistenza di molti contadini a divenire operai, della conservazione dei legami con la terra, nonostante il lavoro in fabbrica, attraverso il "part-time farming" o forme simili: sono moltissimi in realtà i problemi posti da un simile ambito tematico. Si tratta di questioni in cui è centrale studiare il legame - e lo scarto - tra economico e culturale, tra struttura socio-economica, sistema dei valori e comportamenti, al fine di capire come si è passati da un sistema all'altro, quali sono state le scelte sociali che hanno sostanziato questo processo, quali i conflitti che l'hanno accompagnato.
Di fronte ad una tematica così vasta, come è quella delle conseguenze che il mutamento delle strutture economiche ha sull'esistenza di individui ed aggregati domestici, si sono dovute delimitare delle aree di indagine. In questo studio gli interrogativi a cui si è cercato di trovare delle ipotesi di spiegazione, che venissero confermate o invalidate in fase di elaborazione dei dati e delle informazioni raccolte, sono stati principalmente i seguenti: come si è riflesso sulla vita quotidiana e sui modi di pensare la realtà sociale dello strato contadino della popolazione di Gattinara il cambiamento avvenuto nella struttura economico-sociale della comunità in questo secolo? Come ha influito la rapida industrializzazione del borgo sui modi della socialità e sui vincoli familiari e parentali che legano gli individui appartenenti a famiglie contadine? Quali resistenze sono state opposte dai contadini al mutamento e quali comportamenti vanno invece considerati alla luce di un'ipotesi di adattamento?
Ci si è avvicinati a questa problematica della trasformazione con un approccio microanalitico, come si è già detto, per comprenderne l'effettiva dinamica ed i meccanismi che agiscono nel quotidiano tra le persone e che spiegano adattamenti, resistenze e innovazioni rispetto ad un processo oggettivo, consapevoli però del fatto che non esiste processo sociale che derivi da meri fattori oggettivi, ma che ogni processo sociale è, come sostiene Grendi, "frutto del gioco complesso e articolato di confronti e mediazioni sempre caratteristicamente personalizzati"5.
Poiché la famiglia è il "micro per definizione" e la comunità è il "livello sociale corrispondentemente micro"6 sono questi gli ambiti in cui si è svolta l'analisi che ha cercato però sempre di non appiattire i singoli casi, le individualità emergenti delle storie di vita, in una descrizione del comportamento familiare o comunitario medio, se così si può dire, tipico, né di contrapporre "normalità" e "devianza".
Questo è stato forse il problema di maggiore rilevanza e di più vaste implicazioni teoriche che ci si è trovati ad affrontare: come salvare le singole storie, i vissuti di ognuno, senza cadere in una descrizione impressionistica, cercando anzi nel contempo di delineare delle tendenze e dei modelli di spiegazione dei comportamenti sociali. Se non si vuole infatti rinunciare alla scientificità della storia deve esserne riconosciuto, per dirla con Postan, il "legame con le generalizzazioni nel campo del sociale"7: d'altra parte queste generalizzazioni o i modelli interpretativi che possiamo proporre sulla base della reiterabilità, del ripetersi di certi fenomeni o processi vorremmo che illuminassero anche le realtà particolari, che spiegassero insomma ciò che normalmente viene definito (o accantonato) come eccezionale o deviante.
Quello di cui abbiamo bisogno sono dei " 'modelli generativi' dunque: costruiti cioè non al fine di riflettere i valori dominanti, gli elementi integrativi di una società, ma capaci di recuperare, attraverso la scomposizione dei meccanismi sociali, i frammenti di vita e azione individuale che ci sono stati conservati, garantendo così concretamente una concezione dei rapporti sociali intesi sì come una realtà strutturata ma sempre ancorata al comportamento individuale"8. Anche se, come lo stesso Grendi riconosce, questo è un problema che aspetta ancora di essere risolto, non si può negare che diversi studi, sia nel campo storico che in quello sociologico e antropologico, hanno cominciato a fornire delle indicazioni concrete per la costruzione di questo tipo di modelli interpretativi. Oggi molti storici riconoscono l'opportunità di avvalersi degli apparati metodologici e concettuali delle altre scienze umane ed anche in Italia vi sono ormai studiosi che difendono la proficua collaborazione tra storia, antropologia e sociologia. È appunto tenendo presente la metodologia ed i risultati di alcuni recenti studi di questo tipo che è stato possibile formulare delle ipotesi che orientassero nell'analisi delle molteplici vicende individuali e delle diverse modalità di relazioni sociali emerse nelle storie di vita raccolte9.
Il filo che unisce i diversi capitoli è costituito dal problema del mutamento e della stratificazione: il primo con riferimento ad ambiti non istituzionali ma piuttosto informali (non l'analisi delle trasformazioni economiche o politiche, ma di quelle che avvengono nei rapporti quotidiani tra le persone nelle famiglie, nei gruppi amicali e così via, cercando il nesso tra queste ultime e le prime); la seconda vista, secondo l'interpretazione di Davis10, come un idioma in cui trovano espressione e definizione i rapporti interpersonali e sociali e come un sistema di regole per l'azione sociale.
Età, sesso, grado di istruzione, occupazione, classe, stile di vita, onore sono tutti elementi che contribuiscono a definire lo status di un individuo nella società in cui vive: quali sono nello strato sociale cui appartengono i nostri testimoni i criteri che contano maggiormente per la valutazione sociale di un individuo? Come si rapporta questo strato nei confronti degli altri? Qual è la stratificazione interna di un gruppo di uguali? Quale peso ha l'idioma di classe in questa comunità? A queste domande che continuamente si ripropongono in tutta la nostra analisi si cercheranno risposte che diano un quadro dinamico e non statico della stratificazione e che, soprattutto, non rimuovano dall'analisi la specificità delle donne, ma considerino la variabile "sesso" in relazione a tutti gli argomenti esaminati, data la grande diversità dei percorsi esistenziali degli uomini e delle donne, nonché dei reticoli di relazioni interpersonali al cui centro sono le une o gli altri e delle forme di potere di cui dispongono.
Il tipo di spiegazione del comportamento sociale che sottintende la nostra analisi prende l'avvio dalla necessità di non interpretare i comportamenti della gente come esclusivamente dipendenti dal sistema di norme e valori in cui è inserita o dalla posizione che occupa in gruppi istituzionali o categorie stereotipe, per non sopprimere quanto di attivo vi è nell'individuo. L'importanza attribuita in questo scritto all'analisi dei legami interpersonali che intercorrono tra gli individui si ricollega proprio a questo discorso, in quanto è spesso attraverso la manipolazione di questi legami che una persona riesce a perseguire fini e interessi propri anche in conflitto con il sistema normativo.
I comportamenti sociali non mutano soltanto in conseguenza del mutare delle condizioni oggettive, esterne, in cui vengono a darsi; vi sono anche cause interne di mutamento, cause che vanno cioè cercate all'interno stesso delle configurazioni dei rapporti interpersonali, nelle contraddizioni che vi si sviluppano. A proposito del concetto di configurazione in relazione al problema del mutamento è utile richiamare le parole di Blok: "Il concetto di configurazione mette in rilievo i mutevoli modelli di relazioni interdipendenti in cui gli individui e i gruppi sono coinvolti: sia come alleati che come nemici. Il cambiamento non è estraneo alla configurazione. Il cambiamento si origina dalle tensioni e dalle polarizzazioni che emergono tra gli elementi che formano la configurazione"11. Il tema del conflitto, sia come fattore che spinge al cambiamento che come fattore che accresce la coesione sociale, attraversa tutta la nostra analisi e non potrebbe essere altrimenti dato l'interesse che la muove. Ma anche se non fosse l'intenzione di capire il cambiamento sociale a motivare il nostro lavoro e ci si ponesse invece l'obiettivo di descrivere il funzionamento di una società in un determinato periodo storico, sarebbe erroneo ricercarne solo i fattori di integrazione, i meccanismi che tendono all'equilibrio, perché nelle società dove i rapporti tra gli individui o tra i gruppi sono fondati sull'ineguaglianza, sull'asimmetria, non può esistere equilibrio sociale: "Dal momento che questa ineguaglianza è presente in tutte le società, la conclusione deve essere pertanto, che i germi del cambiamento sono presenti in tutte le società e che l'equilibrio sociale non esiste né può esistere"12.
Questa visione della contraddittorietà della realtà sociale e della contraddizione come stimolo al cambiamento è anche ben lontana dal ritenere che ogni cambiamento rappresenti un passo in avanti su un'illusoria linea retta del progresso che, secondo una concezione che tarda a morire, attraverserebbe la storia.
La struttura della ricerca, oltre ad un'illustrazione dei caratteri socio-economici del borgo, riflette un percorso tematico che va dall'analisi dell'esistenza individuale nel contesto della famiglia contadina a quella dell'esperienza interindividuale nella comunità.

Gattinara nel Novecento: da borgo contadino a piccolo centro industriale

Gattinara conta oggi circa 9.500 abitanti occupati nella maggior parte in attività industriali, artigianali e commerciali; solo il 2 per cento circa della popolazione attiva è dedito all'agricoltura. In meno di cento anni la superficie coltivata a vite (il vino è il prodotto pregiato della locale agricoltura) si è ridotta dell'80 per cento passando dai 628 ettari del 1881 ai 140 del 1970. Il borgo, del tutto contadino sino all'inizio del Novecento, è stato attraversato, nel corso di questo secolo, da un processo di esodo agricolo interno che ha tolto dall'attività primaria, indirizzandoli nelle fabbriche o nel commercio, un gran numero di contadini; non si è trattato di un processo di deruralizzazione, ma di un fenomeno di industrializzazione in un contesto rurale che ha posto notevoli problemi e di adattamento della manodopera contadina locale al sistema di fabbrica e di integrazione nella comunità dei nuovi immigrati attirati dall'industria. È necessario pertanto esaminare le caratteristiche e le conseguenze dello sviluppo industriale che ha investito il borgo per poter poi situare in un contesto preciso le storie di vita dei nostri testimoni ed i percorsi tematici e analitici che intendiamo costruire sulla base delle loro testimonianze.
Nell'Ottocento, come apprendiamo dal dizionario geografico compilato dal Casalis, la "numerosa" popolazione di Gattinara, variante da un minimo di 3.516 abitanti nel 1810 ad un massimo di 4.912 nel 1881, è addetta nella quasi totalità ad un'agricoltura che produce oltre a uve che forniscono "vini ricercatissimi"13 esportati sino a Milano, segale, granturco, frumento, avena, miglio, legumi, patate, canapa, frutta. È comunque il vino il prodotto caratterizzante della agricoltura del luogo ed è la coltivazione della vite che spiega in una certa misura la locale diffusione della piccola proprietà a conduzione diretta. Uno studioso locale, Gerolamo Moglia14, rilevava che nel 1878 su circa 4.600 abitanti si contavano 2.264 proprietari e ancora verso la metà del Novecento, secondo i risultati della indagine svolta nel 1946 dalla Inea sulla distribuzione della proprietà fondiaria in Italia, la proprietà al di sotto dei cinque ettari occupava circa i quattro quinti della superficie agrario-forestale del comune15. Alla dominanza della piccola proprietà fondiaria si accompagna quella della forma della conduzione agricola che le è propria, cioè la conduzione diretta del coltivatore. Questo non esclude naturalmente che il piccolo proprietario coltivatore, come appare nelle interviste, avesse anche altri modi di accesso alla terra dal momento in cui vi erano nel borgo anche proprietà medio-grandi che esigevano il lavoro di braccianti sia fissi che temporanei. Per quanto riguarda la destinazione colturale della superficie agrario-forestale di Gattinara il catasto del 1929 fornisce il seguente quadro:

tipo di colturaestensione
vigneto554ha 13a 23ca
arativo526ha 3a 2ca
prato600ha 7a 16ca
bosco1.248ha 14a 97ca
frutteto14ha 68a 25ca
incolto171ha 54a 12ca

Vigneto, arativo e prato occupano, come si vede, porzioni percentualmente simili di territorio, configurando così un'agricoltura di tipo misto, in cui intorno alla coltura del vigneto, orientata al mercato, sono organizzate una serie di colture con funzioni complementari e di sussistenza. Il bosco è per più dell'80 per cento bosco ceduo, fornitore quindi di legno di scarsa qualità, utilizzato per il riscaldamento e la fornitura di pali per le viti; i prati sono in buona parte irrigui (56,91 per cento) come pure i seminativi (57,08 per cento). Esaminando i dati sull'occupazione degli abitanti del borgo si nota che, mentre per tutto l'Ottocento la maggior parte della popolazione era addetta all'attività agricola, a partire dall'inizio di questo secolo si verifica un continuo declino degli occupati in agricoltura ed una crescita parallela degli attivi nell'industria.
I primi stabilimenti industriali che organizzano una produzione rivolta ad un mercato più ampio vengono costruiti nei primi anni del Novecento per iniziativa di una imprenditorialità, per lo più esterna al borgo, attirata localmente sia da una prevista facilità di reperimento di manodopera in fuga dall'agricoltura scossa da frequenti crisi, sia dalle buone vie di comunicazione che congiungono ormai il borgo ai centri principali del mercato, sia dalle favorevoli condizioni offerte dalle autorità comunali allo scopo di favorire l'insediamento industriale nel borgo, per arginare in qualche modo l'emigrazione di massa al seguito delle ricorrenti crisi viticole.
Tali fatti sono presenti anche nella memoria dei nostri testimoni più anziani che, nel contempo, rilevano l'impatto contraddittorio e spesso conflittuale che hanno le nuove fabbriche sulla realtà contadina del borgo: il rifiuto opposto da molti nei confronti delle fabbriche costringe alcune imprese ad importare manodopera esterna alla comunità non solo per le mansioni di addestramento e di comando della forza-lavoro, ma anche per quelle meno qualificate:

Quando hanno fatto le fabbriche - dopo la Ceramica sono venute poi tutte le altre, ché hanno fatto la ferrovia da Santhià ad Arona, allora si sono sviluppate tutte: è poi venuto il Barabino, è venuto il Sahr... - ma quando è venuta l'industria sono venuti tutti da fuori, se no erano pochi gli operai qui, ma quelli che c'erano qui erano insieme a quelli che lavoravano lì, dal Bertotto; ce n'erano pochi, e poi, quando è venuto il... il Barabino e il Vercellotti, allora è aumentato perché venivano anche da fuori, da via, scappavano, venivano qui eh, se no non ce n'era: lavoravamo tutti solo la terra noi qui.
(1a testimonianza di F. P., nato nel 1894)

Inf. Le maestre erano di Legnano, sì, erano otto.
[...]

A. Ce n'era da Cureggio, ce n'era da...
Inf. Sì, Sì, da tutte le parti.
Int. Perché venivano da altre parti?
Inf. Perché qui andavano poche a lavorare in fabbrica.
[...]

Inf. Era... era una cosa degradante.
(1a testimonianza di C. C., n. 1900)16

Un'analisi dei motivi che sono alla base delle resistenze dei contadini all'inserimento nelle fabbriche sarà fatta in seguito. Qui importa rilevare come, al di là delle resistenze incontrate in loco, le nuove fabbriche costituiscono il motore di un'immigrazione che il borgo non ha mai conosciuto: questa prima ondata immigratoria, che sarà seguita da numerose altre nel corso del Novecento, raccoglie forza-lavoro che proviene sia dalle valli circostanti (Valsesia e Valsessera) che dai paesi della pianura risicola, oltre che, dopo la prima guerra mondiale, dalle plaghe contadine del Veneto. Questa immigrazione non riesce però a controbilanciare da un lato un'emigrazione sempre presente - c'è anche chi preferisce emigrare piuttosto che andare in fabbrica - e dall'altro il forte calo delle nascite e l'aumento della mortalità in conseguenza della guerra mondiale e dell'epidemia della spagnola. I primi venti anni del secolo registrano quindi una diminuzione della popolazione; tale tendenza si inverte, ma assai debolmente e lentamente, nel corso degli anni Venti; la popolazione, tuttavia, nel 1931 non ha ancora riguadagnato il livello a cui si trovava nel 190117:

ComunePopolazione residente per anno
1901 1911 1921 1931 1951 1961 1971
Gattinara5.5915.4935.0045.4416.2878.1039.533
Romagnano4.9714.5024.2534.0684.1054.1544.522
Ghemme4.2194.2554.0444.0994.2684.5644.014

Tale diminuzione, come si può vedere dalla tabella, non è un fenomeno proprio del borgo, riguardando anche comuni limitrofi a Gattinara, quali sono Romagnano e Ghemme, ed in generale l'intero Piemonte, la cui popolazione nel decennio 1911-1921 diminuisce dell'1,16 per cento. I due comuni sopracitati presentano una struttura agricola simile a quella di Gattinara, ma di origine più antica vi è l'insediamento industriale: infatti "nel 1889 una percentuale della popolazione attiva calcolabile nel 20 per cento a Ghemme e nel 40 per cento a Romagnano trova già impiego in opifici"18. A differenza di Gattinara non hanno però conosciuto quella forte immigrazione nel secondo dopoguerra che ha portato il nostro borgo a vedere quasi duplicata la propria popolazione in circa vent'anni: tuttora infatti non superano, quanto ad abitanti, il livello a cui si trovavano all'inizio del secolo.
Per quanto non possediamo i dati sul movimento migratorio anteriore al 1926 è certo che fosse piuttosto ingente: testimonianza ne sono anche le storie di vita, nelle quali per lo più l'emigrazione viene posta in rapporto con un evento che sconvolse la vita di molti nella comunità, vale a dire la grandinata dell'agosto 1905:

Inf. [...] vedi solo nel '5 [la tempesta] ha portato via tutto, tutto... noi andavamo a caccia di uccelli, noi, ma c'erano le pietre alte così, eh, i tetti ha buttato giù, ci ha fatto correre.
A. Poi non c'erano soldi.
Inf. Non c'erano soldi, per tre anni non hanno fatto il vino, veh, non c'era più niente.
A. A Gattinara se ne sono andati via tanti, veh.
Inf. Tutti andavano via, tanti sono andati in America...
(1a testimonianza di G. P., n. 1895)

Dai dati in nostro possesso risulta che il saldo della popolazione nel periodo 1926-35 è positivo perché il numero degli immigrati è sempre di gran lunga superiore a quello degli emigrati e compensa le nascite che sono sempre molto contenute. Che l'immigrazione fosse piuttosto elevata negli anni Venti e Trenta è un fatto documentato anche dalla corrispondenza tra il podestà di Gattinara ed il prefetto di Vercelli: in una lettera del 1933 il podestà lamenta che "la continua immigrazione di forestieri e specialmente Veneti, di condizioni finanziarie miserrime, viene a creare in questo comune una situazione veramente insostenibile [...] Purtroppo ad aggravare la situazione locale in questi giorni si è chiuso lo stabilimento Aimone lasciando disoccupati circa 80 operai che vanno ad aggiungersi ad altri già numerosi disoccupati locali"19; ed in un'altra del 1930 rende noto al prefetto che: "In un primo tempo tale immigrazione [quella delle famiglie Venete] non destava nessuna preoccupazione anche perché i locali stabilimenti industriali assorbivano facilmente tutta la mano d'opera disponibile, essendo in piena attività di lavoro e di sviluppo. Ora però colla crisi economica generale, anche queste industrie hanno diminuito le ore lavorative e procedono a numerosi licenziamenti di operai, creando una sensibile disoccupazione locale: nonostante ciò l'immigrazione veneta continua"20.
Sulla ripresa della natalità che si nota a partire dalla seconda metà degli anni Trenta non può non aver inciso questa immigrazione favorendo un certo ringiovanimento della popolazione, dato dall'aumento degli individui in età di procreare e dai più alti tassi di fecondità riscontrabili tra le donne immigrate rispetto a quelle di origine locale. Dal 1946 in poi le nascite annuali nel borgo non saranno mai inferiori al centinaio, avvicinandosi così di nuovo alle cifre rilevate per l'Ottocento quando nascevano di norma quasi duecento bambini all'anno (ma allora la popolazione era circa la metà dell'attuale).
Le parole del podestà che abbiamo prima riportato ci riconducono a considerare lo sviluppo industriale che ha investito il borgo a partire dal primo Novecento. Pare trattarsi di uno sviluppo piuttosto rapido: in circa un trentennio la popolazione occupata nell'industria ha già superato di trecento unità gli attivi in agricoltura. Nel 1911 le aziende con oltre 25 operai contano 645 dipendenti: la Manifattura Ceramica Pozzi, che ha iniziato la produzione nel 1907 con 6 operai, ha ora 231 dipendenti; la Manifattura Visconti, anch'essa attiva da circa tre anni, ne ha 220; 109 operai lavorano presso la Filatura Riva Vercellotti, fondata nel 1900; la Filatura Veronasco conta 55 dipendenti e 30 la fornace Vegis21. Altre aziende, come la Fornace Delmastro e la Metallurgica Aimone, vengono a insediarsi nel borgo nel corso degli anni Venti.
Ma i processi sociali sono spesso più vischiosi di quanto i dati quantitativi possano fare supporre: in questo caso va tenuto presente che molti di coloro che nel censimento appaiono come occupati nell'industria continuano, per diverso tempo o anche per tutta la loro vita, a mantenere un'attività agricola coltivando i terreni propri o della famiglia; per essi cioè il legame con la terra non viene spezzato al momento del loro ingresso in fabbrica, ma differito ai ranghi di un secondo lavoro che si svolge nel tempo libero dal lavoro operaio. Secondo il censimento agricolo del 1930, infatti, sono 1.237 coloro che considerano l'attività agricola come professione principale, ma altri 900 la considerano come secondaria22: complessivamente sono addette all'agricoltura - sebbene con un grado di partecipazione diversa - 2.173 persone, cifra superiore a quella che indica gli addetti all'industria nel 1927 (1.337). Come vedremo inoltre analizzando le storie di vita si deve supporre che esista una mobilità fuori e dentro la fabbrica assai elevata degli individui appartenenti a famiglie contadine in relazione col ciclo di sviluppo delle famiglie stesse.
È comunque nel secondo dopoguerra, negli anni Cinquanta e Sessanta, che lo sviluppo industriale riduce a dimensioni minime la percentuale di popolazione locale occupata in agricoltura, costituendo nel contempo il richiamo principale per un flusso immigratorio di provenienza ora in gran parte meridionale.
Questo non vuol dire però che oggi ci si trovi di fronte ad un abbandono totale delle attività agricole: mentre la classe dei piccoli proprietari coltivatori va scomparendo, accanto ad alcune aziende agricolo-commerciali che impiegano manodopera salariata, permane un vasto numero di piccoli e piccolissimi possedimenti coltivati dai loro proprietari, impiegati nell'industria o nel commercio, durante i momenti di tempo libero.
A differenza di quanto avvenuto in altre comunità rurali investite da un processo di industrializzazione guidato da un'unica azienda dominante - come è quella, ad esempio, che Pizzorno ha studiato in "Comunità e razionalizzazione"23 - a Gattinara all'origine di tale processo sono gli investimenti di ditte diverse, provenienti per la maggior parte dall'esterno: pertanto non si sono potute manifestare in questo borgo forme di paternalismo aziendale e locale tipiche delle comunità in cui un unico imprenditore media il rapporto tra lavoro e unità familiari e tra comunità e società più ampia. Le principali industrie locali inoltre hanno sempre avuto sede legale e direzione amministrativa e commerciale fuori Gattinara: le due aziende maggiori per numero di operai, la Manifattura Ceramica Pozzi (di cui era proprietaria in origine una ditta milanese) e il Cotonificio Alta Italia (fondato come Manifattura Leo Pellegatta Visconti da una ditta di Legnano) hanno subito nel corso del Novecento diversi spostamenti di sede legale e vari trasferimenti di proprietà (oggi la Manifattura Ceramica Pozzi è stata assorbita dalla Richard-Ginori) e non sono quindi mai state collegate ad alcun potente gruppo familiare locale. Anche tutte le altre industrie di un certo rilievo sono di proprietà di imprenditori non originari della comunità: i Riva Vercellotti, che costituirono nel 1900 una filatura, sono di origine novarese; il proprietario della odierna Safir, una fornace che produce mattoni refrattari proveniva dal vicino comune di Lozzolo; la Metallurgica Aimone, citata nella relazione del podestà di cui si è detto sopra, proveniva da Masserano; la filatura che oggi prende il nome di Lanificio Bertotto era ed è gestita da una ditta biellese. La manodopera occupata nel cotonificio e nelle altre fabbriche tessili del borgo, come è caratteristica precipua di questo tipo di industria, è in gran parte femminile (per quanto raramente vi detenga i posti direttivi ai diversi livelli, che sono invece riservati agli uomini). La Manifattura Ceramica Pozzi occupa invece in maggioranza personale maschile, come pure le altre piccole e medie industrie che non siano tessili. Oggi Gattinara è dunque un borgo ad economia prevalentemente industriale e piuttosto diversificata, all'interno della quale i pochi coltivatori rimasti, per lo più vecchi - delle 430 persone che consideravano l'agricoltura nel 1961 come professione principale 224 erano al di sopra dei 60 anni d'età - rappresentano una cultura passata di cui sono in effetti gli ultimi a poter rendere testimorianza. O meglio sono quelli che hanno vissuto in prima persona le trasformazioni che hanno subito il borgo e la sua cultura contadina in questo secolo venendo a contatto con il sistema di fabbrica e con la cultura dei nuovi venuti. La generazione che li ha preceduti era ancora immersa in un mondo del tutto contadino, quella che li ha seguiti è cresciuta ormai in una comunità avviata ad una completa integrazione nel sistema di mercato.
Utilizzando un modello concettuale mutuato dalla ricerca sociologica anglosassone possiamo dire che quello che ha caratterizzato il processo socio-economico a Gattinara in questo secolo è uno spostamento sull'asse del continuum rurale-urbano24 in direzione dell'estremo urbano, per quanto tuttora il borgo permanga in certi suoi aspetti assai rurale.

Alcune note sul corso di vita individuale

Ora che abbiamo visto i caratteri originali del borgo da un punto di vista socio-economico e demografico dedichiamo la nostra attenzione al modo in cui è stato vissuto il cambiamento nello strato contadino della popolazione, cercando di delineare attraverso le storie di vita di due generazioni le mutevoli configurazioni del corso di vita individuale. Nostra intenzione è verificare come nei diversi stadi di sviluppo attraversati da una persona, questa sperimenti alleanze, divisioni e modi di relazione che implicano il riconoscimento di gerarchie e viva anche nei rapporti orizzontali tali modi di relazione. L'analisi sarà dunque imperniata su come l'individuo entra in relazione con gli altri (se li subisce, se li comanda, se li rispetta ecc., o viceversa) nelle sue varie fasi di vita in una struttura sociale basata su rapporti tra non uguali. Categorie che in apparenza sembrano rappresentare condizioni immediatamente biologiche, come quelle di giovane e vecchio, sono piuttosto dipendenti dall'assetto economico-culturale della società a cui ci si riferisce e perciò sono soggette al tempo e quindi alla storia. Il corso di vita sarà in primo luogo esaminato con riferimento alle storie di vita della prima generazione; si prenderanno poi in considerazione le testimonianze della generazione successiva, cercando di confrontarne gli elementi caratterizzanti le varie fasi del ciclo di vita con quelli emersi dall'analisi delle prime.
I testimoni della prima generazione sono cresciuti in famiglie di dimensioni piuttosto varie (8-2 figli), dai loro racconti l'infanzia pare terminare intorno ai dieci-dodici anni, momento in cui l'abbandono della scuola e l'immissione a tempo pieno nel mondo del lavoro segnano il passaggio all'età adolescenziale, periodo in cui però il gioco è ancora presente accanto al lavoro. Solo alcuni testimoni affermano di aver cominciato a lavorare già durante il periodo scolare, ma si può ritenere che fosse una pratica piuttosto generalizzata:

Int. Ma quando andavate a scuola vi facevano fare anche qualche lavoro a casa?
Inf. Lavori a casa? [stupore] Ma prima di andare a scuola bisognava guardare le bestie, portare i secchi, battevano sulle gambe, che ero... che ero ancora piccolo, neh!
(1a testimonianza di R. R., n. 1906)

Il tema del gioco dell'infanzia è il più dimenticato da tutti nella sua specificità, è l'irrilevanza totale: i testimoni ne parlano solo se richiesti. Andare a rubare la frutta dagli alberi, andare in cerca di nidi o a nuotare al fiume sono attività riservate ai maschi; le bambine sono meno "girovaghe": si devono accontentare del cortile o della strada, se il cortile è impraticabile, ma nessuna accenna però alle bambole: anch'esse condividono socialità e giochi di strada. Nonostante ciò la separazione tra maschi e femmine durante il gioco, oltre ad essere sanzionata rigidamente dalle istituzioni religiose e scolastiche, è confermata da quasi tutti gli intervistati: F. P. (n. 1894) è l'unico ad ammettere che nel gruppo con cui giocava c'era anche una bambina, sorella di un amico che abitava nel suo stesso cortile. Il controllo sulla separazione dei sessi diviene maggiore allorché i bambini diventano adolescenti e giovani; gli incontri allora devono avvenire in un ambito definito con un rituale specifico. Vi è però una varietà di situazioni che vale tener distinte: le occasioni legittime per gli incontri tra giovani dei due sessi sono rappresentate dalle feste e dai balli, organizzati per lo più nei luoghi di ritrovo dei gruppi maschili, le cosiddette tabine, al sabato o di domenica e durante certi periodi dell'anno (vendemmia, carnevale):

Inf. Erano tutte [le tabine] quasi, quasi sul corso veh e Iì prendevano le fisarmoniche, suonavano e ballavano tutte le sere, ballavano tutte le sere.
A. Al tempo della vendemmia.
(1a testimonianza di G. P., n. 1895)

Mentre per gli uomini non c'erano divieti rispetto al ballo, i problemi sorgevano per le giovani: andare a ballare era molto desiderato dalle ragazze che, nonostante i divieti materni di uscire di sera o i pomeriggi domenicali trascorsi all'oratorio, dopo il vespero si precipitavano nella tabina e pregavano gli uomini di suonare affinché potessero ballare:

[...] le nostre mamme allora non ci lasciavano andare di notte... allora noi dopo il vespero, (perché andavamo tutte all'oratorio neh, dovevi andare all'oratorio perché se non andavi non uscivi più di casa), andate all'oratorio andavamo al vespero, tornavamo indietro, allora andavamo nella tabina, andavamo in questa tabina, loro facevano la cena e noi dicevamo: 'suonate che possiamo ballare prima di andare a casa' [...]
(1a testimonianza di C. C., n. 1900)

La maggior rigidità educativa nei confronti delle figlie dipende dalla necessità di preservarne la moralità e la buona reputazione da cui dipende l'onore della famiglia; è da notare che i genitori non si pongono mai lo stesso problema nei confronti dei figli, che possono liberamente uscire di notte e andare a ballare in qualsiasi luogo: il loro onore infatti non dipende dal tipo di relazioni che hanno con l'altro sesso. Le ragazze possono andare a ballare, ma devono ricordarsi che ci sono dei limiti da rispettare e dei controlli da imporsi. L'educazione più rigida imposta alle donne è funzionale al ruolo che devono ricoprire in queste famiglie e nella comunità, un ruolo che comporta l'accettazione di un carico doppio di lavoro rispetto agli uomini, la subordinazione delle donne all'autorità degli uomini e, nel contesto familiare, delle donne giovani a quelle più anziane (mentre per gli uomini ad un certo punto del ciclo vitale e familiare si possono invertire le posizioni e l'uomo più giovane può avere un potere reale maggiore del padre che conserva solo un'autorità formale). La norma comunque non è mai esaustiva di una realtà: anzi, dal momento in cui esiste entra in gioco anche il comportamento individuale che le sfugge per affermare bisogni diversi che il sistema normativo esclude. L'individuo è irriducibile alle istituzioni per quanto queste possano condizionare tante sue scelte e tanti suoi comportamenti; pertanto dalle storie di vita non si vogliono individuare solo i sistemi di norme operanti nel gruppo al fine di mantenere l'ordine nella comunità - nonostante che sistemi diversi e regole contraddittorie all'interno di uno stesso sistema possano generare disordine - ma comportamenti che spieghino come si attua un processo di mutamento. Ma se non vi è coincidenza tra norma e comportamento non vi è neppure totale opposizione, quanto piuttosto influenza reciproca: il sistema normativo condiziona l'azione sociale che a sua volta però contribuisce a una ridefinizione del sistema e così via. Riallacciandoci a quanto si diceva sopra a proposito delle limitazioni ai rapporti tra giovani di sesso diverso è un fatto intuibile che giovani e ragazze si trovino ugualmente, nonostante i divieti, tanto più che a volte possono trasformare i momenti di lavoro in occasioni accettabili di incontro. Per quanto riguarda i rapporti con l'esterno, con la realtà al di fuori del paese, si può dire che in generale c'è maggior libertà di movimento per i giovani che per le ragazze:

Andavamo in giro tanto, noi, per i paesi, ma su per la montagna andavamo di più, prendevamo la bicicletta i pomeriggi e via; eh delle volte venivamo a casa a cena e se non venivamo a casa a cena la tenevano lì [...] andavamo su, più di lì verso Vintebbio, Serravalle, Crevacuore, Pray, Coggiola, andavamo fino a Portula, tutto di lì, era bello di lì perché i "muntagnìn" fa... facevano di più, ecco, anche le femmine più di noi, non si facevano il problema di venire a bere, uomini e donne insieme. Qui, Dio ci guardi! Qui no, gli uomini dovevano andare con gli uomini e le donne...
(Testimonianza di P. P., n. 1889)

Andavamo qualche volta, io e le mie compagne, sai dove? I lunedì di Pasqua a piedi o a Sant'Euseo o a Boca, a piedi, facevamo già una grande festa, eravamo in sette o otto compagne, prendevamo con noi la nostra merenda, andavamo a Boca, poi venivamo a casa verso Grignasco, a fare le oche tutto il giorno così.
(1a testimonianza di A. F., n. 1909)

L'immissione a tempo pieno nel mondo del lavoro di cui dicevamo all'inizio pare cominciare, sia per le donne che per gli uomini, nello stesso periodo cioè intorno ai dieci-dodici anni, spesso senza che abbiano terminato la scuola dell'obbligo, cosa che nelle testimonianze viene giustificata adducendo uno scarso interesse e rendimento nello studio, considerato come un'attività che nulla aveva a che vedere con quello che avrebbero poi fatto nella vita; del resto, benché qualcuno avesse avuto ambizioni scolastiche più elevate, le condizioni economiche della famiglia, croniche o congiunturali che fossero, non avevano permesso il proseguimento negli studi:

La quinta non ce l'ho fatta, sono stato bocciato, e dice: 'fa' che stare a casa, vieni a zappare'. 'Ma sì, per imparare a zappare eh, ho già fatto la quarta', dico...
(Testimonianza di P. P., n. 1889)

Oh, sono andata a scuola fino a... fino a dieci anni, ma poi mi hanno dato il falcetto perché studiavo troppo, mi hanno dato il falcetto e il sacco, tutte le "Vardi" le ho tenute tutte, con il sacco e il falcetto, ne portavo a casa!
(Testimonianza di T. P., n. 1902)

[...] io ho fatto solo fino alla quinta, c'era anche la sesta a Gattinara, ho detto a mio padre: 'papà, mandami anche alla sesta'. 'Cosa? Ho fatto solo la terza io, lo sai già, hai fatto la quinta, ne sai già, eh, eh, prendi la zappa, andiamo al "Mursin", c'è un tesoro là' [ride].
(1a testimonianza di R. R., n. 1906)

[...] io per esempio ero la prima della scuola là, in quinta, dovevano mandarmi a studiare, è venuta questa tempesta ed è andato tutto alla malora [...]
(Testimonianza di E. P., n. 1895)

La scuola non era quindi considerata, in queste famiglie contadine, come un mezzo per acquisire uno status superiore, per quanto poi si riconoscesse che "quelli che avevano due scuole"25 detenevano potere sociale ed economico in misura maggiore degli altri. Non era cioè accordata alla scuola un'importanza pari a quella accordata ad esempio ad un buon matrimonio; a parte le difficoltà oggettive per far proseguire un figlio negli studi, la scuola era patrimonio degli "altri", di coloro che appartenevano ad una classe sociale più elevata, serviva a "loro" nel contesto delle "loro" strategie familiari; qui era subordinata non solo alle scarse risorse materiali delle famiglie, ma anche al fatto di non possedere un valore tale da muovere un investimento.
Come si è già visto con i brani tratti dalle testimonianze, a proposito della scuola è il padre che decide per i propri figli qual'è la loro prima destinazione lavorativa in relazione con le necessità della famiglia e con il bilancio di manodopera26 presente in rapporto alla terra da coltivare: alcuni cominciano subito ad aiutare nel lavoro dei campi in famiglia e fuori, altri vengono mandati in fabbrica, dove la loro presenza è comunque subordinata al ciclo familiare. Chi non è di famiglia contadina ha come destino la fabbrica o il laboratorio artigianale o ancora l'emigrazione. Il denaro guadagnato in fabbrica o a giornata presso altri contadini viene dato interamente al padre che poi, di domenica, dà a ogni figlio il pret, cioè la mancia. Il percorso lavorativo della donna prima del matrimonio è in genere determinato dagli stessi fattori che condizionano quello dell'uomo; il matrimonio però, inserendola in un'altra famiglia, quella originaria del marito, modifica per lo più il suo percorso lavorativo oltre che il suo status. Esso rappresenta quindi una cesura più importante nella vita di una donna che in quella di un uomo. Certi testimoni non parlano neppure, se non incidentalmente, del fatto che si sono sposati o della moglie: tralasciando di considerare all'origine di questo fenomeni di rimozione, ciò senza dubbio avviene perché il modo di raccontare degli uomini è imperniato sul loro ruolo nella sfera del "pubblico", piuttosto che sul loro "privato", ma anche perché c'è maggiore continuità nella loro vita tra il periodo prematrimoniale e quello matrimoniale.
Vediamo ora, prima di considerare la vita matrimoniale, come avviene il fidanzamento ed i rituali che accompagnano il momento delle nozze. Abbiamo già detto della funzione socializzante della stalla, dei balli nelle tabine e delle feste in quanto canali privilegiati di incontro tra i giovani dei due sessi, a cui si aggiungono naturalmente le occasioni di incontro rappresentate dai luoghi di lavoro e dalle attività collettive in campagna o nelle case. Era una pratica comune sia per gli uomini che per le donne avere più di un rapporto prima del matrimonio, benché si disapprovassero coloro che avevano rapporti sessuali prematrimoniali:

Inf. [...] avevamo qualche fidanzatino così neh, ma i nostri fidanzati erano solo così, Silvana, stai bene a sentire neh [...] 'Volete essere la mia fidanzata?' [ride] Erano solo così e noi per far coppia: 'sì, sì, sì', così, ma da dire che ci fosse stato un contatto, per esempio da mettere vicino il viso, solo così, no eh!'
[...]
[... ] invece quelle che andavano nello "Sportivo" erano già... che andavano già con gli uomini, andavano già con i loro fidanzati, perché i loro fidanzati erano già di quelli...

Int. Prima di sposarsi volete dire?
Inf. Prima di sposarsi, erano già di quelli che, sai, ci tenevano a quello [...]
(1a testimonianza di C. C, n 1900)

A quale età media si sposano? Il campione analizzato ci dice che le donne si sposano nella maggioranza tra i 20 ed i 24 anni (età media 24,2), mentre gli uomini si sposano più tardi, in buona precentuale oltre i 30 anni (età media 28,6) ed in genere le donne cercano il coniuge tra gli uomini di età leggermente superiore (o viceversa). La distanza media tra i coniugi al primo matrimonio risulta dunque essere di 4,9 anni. L'incidenza del celibato pare essere superiore tra le donne: quasi il 20 per cento delle donne nate tra il 1895 ed il 1904 e decedute tra il 1945 ed il 1978 a Gattinara risultano nubili alla morte, di contro al 14,6 per cento degli uomini, fatto che potrebbe porsi in relazione con la minor disponibilità di individui maschi della stessa schiera generazionale dovuta agli effetti della prima guerra mondiale. I riti e le feste che accompagnano il matrimonio, oltre che sanzionare socialmente il nuovo legame che viene a crearsi tra due gruppi familiari cui appartengono gli sposi e la nuova condizione di esistenza sociale per i due giovani, rappresentano a volte un mezzo per affermare o difendere uno status sociale, oppure ancora un'occasione per ricambiare favori ottenuti in precedenza. Amici degli sposi e dei genitori degli sposi e parenti sono invitati in due diversi momenti del rituale: i primi ad un ricevimento che si svolge una settimana prima del giorno delle nozze detto i maluseji, gli altri al pranzo (sarebbe meglio parlare di serie di pranzi e cene dato che la festa dura per due o tre giorni finché non termina il cibo preparato) che si effettua dopo il rito celebrato in Chiesa o in Municipio. Le varianti rispetto a tale modello sono molte in relazione alle disponibilità finanziarie delle famiglie coinvolte ed alla funzione che queste attribuiscono al matrimonio.
Dopo il matrimonio generalmente ognuno continua a mantenere le amicizie e i rapporti che aveva in precedenza; le donne però spesso vedono allentate le relazioni con la propria madre che raramente aiuta la figlia ad allevare i bambini.
Il comportamento delle nostre testimoni rispetto alla fecondità è molto omogeneo e se poi viene confrontato con quello delle donne che hanno costituito il campione, sposatesi negli anni venti e trenta, una conclusione emerge con tutta evidenza: il controllo delle nascite è praticato piuttosto rigidamente. Una sola testimone ha avuto quattro figli; tutte le altre famiglie sono composte da uno o due figli. Nel campione i tassi di fecondità legittima, già piuttosto bassi sin dall'inizio del periodo fecondo, subiscono una brusca caduta dopo i primi anni di matrimonio, segno evidente che le coppie, una volta avuti i figli desiderati (cosa che avviene generalmente nei primi anni di matrimonio), cercano di non averne altri. Lo stesso dato emerge studiando le dimensioni delle famiglie: la maggioranza assoluta del campione non ha più di due figli. Il numero medio di figli per famiglia è 1,7. E ancora: si sa che la pratica della limitazione delle nascite abbassa l'età della donna all'ultima maternità; analizzando tale variabile tra le donne sposate al di sotto dei trent'anni si è riscontrata un'età media all'ultima maternità di 27,8 anni. Si nota inoltre la tendenza a mettere al mondo il primo figlio entro i primi due anni di matrimonio: infatti l'intervallo medio tra matrimonio e prima nascita è di 18,7 mesi; l'intervallo intergenetico si fa assai più elevato tra la prima e la seconda nascita (39,9 mesi), cosa che può trovare spiegazione oltre che con la volontà dei coniugi di distanziare i concepimenti (forse per motivi di salute della donna) anche a causa di una certa quantità di nascite non desiderate. Ed è probabile che sia per lo più questo il motivo del lungo intervallo intergenetico tra seconda e terza nascita nelle famiglie con tre figli (59,9 mesi). Da ciò si desume che la dimensione familiare ideale di queste coppie era costituita dalla famiglia di uno o due figli: il terzo rango di nascite sarebbe probabilmente quello comprensivo del più alto numero di parti indesiderati. Ma troviamo nascite indesiderate pure nel secondo rango: una delle donne intervistate spiega appunto in questo modo il suo secondo parto avvenuto ad una distanza di dieci anni dal primo27. Accanto ad una fertilità così controllata troviamo una mortalità infantile poco rilevante: il 9,6 per cento dei bambini nati da queste coppie muore entro i dieci anni, dato significativo se confrontato con la mortalità infantile della generazione precedente che raggiungeva il 24,6 per cento.
La pratica del controllo delle nascite, limitando il numero dei figli, riduce l'influenza di tale fattore sul lavoro femminile extradomestico. Il percorso lavorativo delle donne risulta essere condizionato in maggior misura, dopo il matrimonio, da un altro fattore: la fase del ciclo di sviluppo e le condizioni economiche della famiglia in cui vanno ad inserirsi e, naturalmente, di quella che costituiscono loro stesse col marito. Da ciò dipende il fatto che queste donne (che prima di sposarsi lavorano tutte - chi in fabbrica, chi in campagna, chi in sartoria -) proseguano o meno il loro lavoro. C. C. sposando un contadino che possiede una discreta proprietà - discreta più che altro perché egli è figlio unico - deve imparare a lavorare la terra, a seguire il marito nelle vigne e nei campi; ciò che ha imparato nella sua giovinezza non le serve se non nell'ambito strettamente familiare.
T. P. impone la propria decisione di andare in fabbrica, nonostante l'opinione contraria del marito, perché la terra è poca e non esige il lavoro di entrambi; ma quando nascono i figli deve abbandonare la fabbrica per ritornarvi solo quando questi sono in età scolare. A. F. continua a fare l'operaia anche dopo il matrimonio: ha sposato però un operaio, non un contadino. Ma anche il suo destino lavorativo sarà segnato dal matrimonio e dai figli: al secondo figlio il marito non vuole più che lei vada a lavorare:

[...] dopo che ho avuto l'altra figlia, l'A., quella che c'è ancora viva, lui non ha più voluto che andassi a lavorare; non ha più voluto, e allora sono rimasta a casa, non avevamo hisogno "da gni cà e truvè ancò al gat ant'al faulè" [di venire a casa e trovare il gatto nel focolare] [...]
(2a testimonianza di A. F., n. 1909)

Anche qui però non sono solo i figli la causa della sua cessazione definitiva dall'attività lavorativa esterna alla casa; probabilmente condizioni economiche più sicure garantite dal lavoro del marito sono intervenute rendendo possibile questa soluzione. Certo non vi è rimpianto per il lavoro in fabbrica lasciato a causa dei figli o del marito: si deve considerare infatti che per queste donne non è stato frutto di una scelta " libera e consapevole", ma della necessità di procurarsi reddito integrativo per rispondere ai bisogni della famiglia. Oltre al grave cumulo di lavoro che viene a ricadere sulle spalle della donna (cui spetta interamente la cura dei figli oltre al lavoro domestico ed extradomestico) il problema maggiore che deve affrontare col matrimonio è l'integrazione nella nuova famiglia, l'adattamento a regole di vita in comune e a ritmi di lavoro vissuti inizialmente nella loro diversità ed estraneità. Sui conflitti fra consanguinei e affini diremo più avanti; qui ci basti sottolineare come tali conflitti si accentrino sulle figure femminili, che li devono vivere sulla propria pelle, spesso senza trovare appoggio neppure nel marito. Per l'uomo invece il matrimonio significa acquisire un ulteriore ruolo all'interno della famiglia, ruolo che conferisce uno status superiore e aumenta quindi il potere dell'individuo nel gruppo domestico garantendogli un ambito maggiore di autonomia.
Nel parlare del matrimonio come di una fase del ciclo di vita individuale si vorrebbero considerare sia gli uomini che le donne, ma si finisce con enunciare le attività e i ruoli che caratterizzano una donna sposata e non si riesce ad individuare un ambito specifico dell'uomo nel matrimonio perché l'immagine che gli uomini forniscono nelle storie di vita è tutta inserita in un contesto pubblico (lavoro, socialità, politica ecc.). Eppure sono stati padri: ma poiché la loro coscienza parziale ci impedisce di capire come sono stati padri, per capirlo ci si baserà sulle testimonianze dei loro figli, con le quali il ciclo vitale ricomincia al livello della seconda generazione. Mentre nei racconti della prima l'infanzia costituiva la grande assente, la seconda generazione si sofferma più a lungo su questo tema: esemplare a questo proposito è la storia di vita di P. R. (n. 1940) per cui l'infanzia è il tempo felice della sua introduzione nella socialità attraverso la guida sicura del padre, che è raffigurato come il dispensatore di premi e di punizioni, tanto ambiti i primi quanto sono temute le seconde. È il padre colui che media il rapporto tra i bambini ed il mondo esterno alla famiglia; la madre, relegata com'è alla casa e al quotidiano-privato, diviene per certi versi una figura fastidiosa e petulante:

E appunto piaceva anche d'inverno uscire a mio padre... che... 'Andiamo a trovare i nonni', ad esempio, proprio quegli inverni freddi [...] e aveva questo mantello no, sai quei mantelli in cui si avvolgevano una volta: 'Vieni qui!' Uno di qui, magari anche con mia sorella, mia sorella di là prendeva il mantello: vrrm! E stavamo sotto, mi ricordo che camminavo sino... sino alla casa dei miei nonni, sempre solo guardando i piedi, ridevo io di qui, rideva mia sorella di là [...]
(Testimonianza di P. R., n. 1940)

E qualche volta andavo al cinema io, di notte eh, insieme con mio papà quando riuscivo a convincerlo: 'Portami al cinema! Portami ai cinema!'
(Testimonianza di E. S., n. 1933)

All'altro estremo però vi sono anche figure materne che rivestono ruoli di maggiore autorità in famiglie dove il marito non è mai stato appoggiato dalla sua famiglia d'origine.
La corresponsabilizzazione di tutti i membri ai problemi della famiglia e la funzione economica che ognuno svolge nell'azienda contadina restano caratteristiche fondamentali anche di questi nuclei familiari: vi è però maggior attenzione da parte dei genitori alle esigenze individuali, per quanto poi queste si scontrino con le necessità della sopravvivenza materiale o della riproduzione sociale dei ruoli sessuali28. Questo aspetto si può vedere ad esempio nel modo in cui viene considerata la scuola sia da parte dei genitori che dei figli:

[...] riuscivo lo stesso bene a scuola, ho finito con undici anni di fare la prima avviamento e poi, dato che sapevo le condizioni della famiglia, mia mamma voleva mandarmi anche, a scuola a fare le commerciali... io essendo a conoscenza di tutte le difficoltà ho preferito andare a lavorare...
(1a testimonianza di B. P., n. 1928)

Se la madre di B. P. vuole mandare il figlio a scuola è perché vede la scuola come un mezzo di ascesa sociale e di emancipazione personale ormai praticabile anche dal gruppo sociale cui appartiene e non solo come strumento delle classi superiori. È vero che su tale concezione della scuola pesa l'ideologia sedimentatasi nelle coscienze con lo sviluppo recente della scuola di massa; però è innegabile che il periodo scolare medio si è allungato in questa seconda generazione e che occorre cercare una spiegazione a questo fatto che non si basi soltanto su dinamiche istituzionali, ma tenga presenti le aspettative e gli investimenti della gente. Soffermiamoci ancora un momento sulla socializzazione infantile. Anche se, come dice una testimone ([...] allora sgridavano ancora le madri: 'sempre lì che giochi insieme ai ragazzi!' Invece adesso non ci fanno caso, allora sgridavano ancora [...]. Testimonianza di E. S., n. 1933), è un fatto ammesso da tutti che ragazzi e ragazze giocavano insieme, benché sulle bambine, più che sui ragazzi, gravassero già doveri e compiti che avrebbero dovuto caratterizzare il loro ruolo adulto. Nella socializzazione delle bambine in vista del loro ruolo futuro intervengono sia l'istituzione familiare (Ma io quando ero a casa da scuola, nelle vacanze, andavo sempre là dalla mia S. B. a ricamare [...] Oh, fino durante le scuole, nelle vacanze mia madre mi mandava insomma a ricamare. Testimonianza di P. P., n. 1922) che l'istituzione pubblica, cioè da una parte la scuola del regime ([...] c'era il fascio, no? E facevano i corsi, scuola di cucito, cucina. A me cucito non piaceva tanto perché andavo già dalla S., perché d'estate la nonna (...)29 dai nonni per essere ritirata, per essere tranquilla, e allora mi sono iscritta per andare a questa scuola di cucina [...]. Testimonianza di L. P., n. 1926) e dall'altra le istituzioni religiose che attraverso l'oratorio, l'azione cattolica ecc. tentano di incanalare la socialità infantile e adolescenziale in forme aggregative che ne permettano il controllo e da cui successivamente possano derivare seguaci e militanti nelle file cattoliche. Da alcune storie di vita pare che nei primi anni del secondo dopoguerra la parrocchia sia molto attiva nell'organizzare ragazzi e giovani e ottenga un indubbio successo in questa operazione: sono del resto anni che vedono un dominio pieno del partito democristiano, che anche a livello locale si impone nei centri di potere mediante un'alleanza contadini-notabili cattolici.
Sinora sembra che molto di quanto già osservato per la prima generazione si ripeta anche per questa ad affermare continuità piuttosto che cambiamenti: ma qui le vicende storiche (appartenenti cioè alla Storia con la esse maiuscola per intenderci) e politiche di questi anni più recenti (seconda guerra mondiale, caduta del fascismo, resistenza, dopoguerra) lasciano un'impronta più viva nel ricordo e acquistano un'importanza notevole nelle storie di vita. Certo questo varia col variare del grado di coscienza e partecipazione politica del protagonista: G. D. (n. 1903) in quanto militante comunista dà maggiore rilievo al clima e alle situazioni politiche in cui ha vissuto di quanto non faccia L. P. (n. 1926) che, al di là di una breve partecipazione alla commissione interna della fabbrica in cui lavorava, non ha svolto attività politica. Bisogna qui ricordare, per spiegare ciò che si vuole sostenere, quanto dice E. S. a proposito del periodo immediatamente successivo alla guerra:

Ah, ecco, allora quando è finita questa guerra si era tutti felici che era finita la guerra! Allora andavi a ballare, andavano a ballare tutti, ragazzini, ragazzetti, ragazzoni e sono andata anche io con dodici anni! Ci ho preso gusto e non smettevo mai di andare a ballare, giorno e notte e... e sempre!
(Testimonianza di E. S., n. 1933)

È quasi la sospensione delle regole che si ha in certe feste, ma che qui dura più di qualche giorno. Essere giovani durante il fascismo oppure dopo la guerra ha conseguenze diverse e significa esperire cose diverse, anche se non è nello spazio da una generazione all'altra che cambia il modo in cui i genitori educano i figli oppure il modo socialmente approvato di relazione tra un uomo e una donna. Il quotidiano si inscrive nella storia e ne è condizionato pesantemente: è perciò scorretto e troppo semplicistico opporre "piccola" e "grande" storia, tanto quanto è deviante, da un punto di vista di analisi sociale, concepire la cultura delle classi subalterne come del tutto autonoma dalle influenze della cultura della classe dominante. È vero che i testimoni nel raccontare la propria storia di vita non fanno cenno ai fatti importanti, agli eventi noti di un periodo storico, ma citano eventi in cui sono stati implicati direttamente oppure le conseguenze che questi hanno avuto sulla loro vita: ed è proprio questo dato che rende ancora più evidente il peso della "Storia" sulle storie, individuali o collettive che siano.
Ritornando ora alle piccole storie dei nostri testimoni, vediamo quando e come avviene l'entrata nel mondo del lavoro. Il periodo scolare non è gravato da precisi obblighi, i testimoni affermano di aver assunto da sé delle responsabilità lavorative: le bambine, in assenza della madre, cominciano ad apprendere i lavori domestici; i ragazzi seguono a volte il padre in campagna o imitano certe attività dei genitori:

[...] con dodici anni ho cominciato ad andare a fare il fieno, ad aiutarli, ho cominciato ad andare a lavare le cose; dato che mia mamma era sempre in campagna, allora ho cominciato a vedere i lavori insomma, quando ho finito la quinta, no veramente in quinta facevo già... lavavo già i piatti [...]
(Testimonianza di E. S., n. 1933)

Int. E quando andavi a scuola ti facevano fare dei lavoretti a casa.?
Inf. Ah, poco o niente finché sono andato a scuola, facevo qualcosa, poi andavo di mia volontà a prendere dell'erba per le bestie, per la vacca...
(2a testimonianza di B. P., n. 1928)

Si inizia quindi a lavorare più tardi rispetto ai genitori e si deve notare che a nessuna donna vengono affidate mansioni precise nel lavoro dei campi, né si esige da loro un aiuto costante in campagna: non si hanno elementi sufficienti per avanzare una spiegazione di questo fatto, ma si può ritenere che, da una parte, le aspettative dei genitori nei riguardi del futuro delle figlie non investano il lavoro contadino e che, dall'altra, queste ultime non l'abbiano mai visto come una prospettiva desiderabile o almeno molto probabile. La struttura socio-economica del borgo è ora assai più diversificata di quanto lo era all'inizio del secolo: il ventaglio delle scelte aperte all'individuo si è allargato, anche se in un ambito delimitato dal tipo di sviluppo industriale avutosi in questa area rurale. Ma sulla crisi (forse sarebbe meglio parlare di fine) dei contadini torneremo più avanti.
Non mutano in modo rilevante i tipi di relazioni orizzontali tra uomini e donne del borgo nel loro periodo giovanile. Scomparse istituzioni proprie del borgo contadino quali le stalle, e ridimensionato il ruolo delle tabine che funzionavano da canali di incontro privilegiati dei giovani dei due sessi, la loro funzione viene ripresa dal "Dopolavoro" (nel dopoguerra trasformato in un circolo Enal) in cui si trova una sala da ballo che costituisce il punto di ritrovo preferito di tutta la gioventù locale, dove si intrecciano legami più o meno duraturi:

Ah, nel dopolavoro, c'era il dopolavoro, andavamo a ballare lì, e l'ho conosciuto lì [il marito], ecco.
(Testimonianza di P. P., n. 1922)

E allora poi dopo il ballare, sai, hanno cominciato le mie amiche ad avere il fidanzato e l'uno e l'altro e l'altro [...]
(Testimonianza di E. S., n. 1933)

Ma ci si incontra anche nella piazza, nelle sere d'estate passate in strada con le amiche o gli amici; mentre i ragazzi vanno spesso a ballare nei paesi vicini, per le giovani le possibilità di intrecciare rapporti con esterni sono ancora condizionate dal fatto che questi vengano nel borgo.
La celebrazione del matrimonio conserva forme rituali precedenti, ma un po' più impoverite dal punto di vista del valore della collettività; si investe, ad esempio, di meno nel pranzo di nozze, che ora dura un solo giorno: gli sposi aspirano di più al viaggio dopo le nozze (la cui meta di solito è Roma). La virilocalità predomina ancora nel caso che la donna sposi un contadino in quanto, a causa del locale costume ereditario per cui gli uomini ottengono la parte maggiore dell'eredità (benché esso si sia notevolmente indebolito in questo secolo), il figlio continuerà la conduzione dell'azienda paterna alla morte del padre; se gli sposi sono operai la residenza della nuova coppia dipende dalle possibilità pratiche di sistemazione che offrono le famiglie di origine.
Si è già detto a proposito della forza-lavoro femminile che essa si deve adeguare ad una molteplicità di compiti e ad una mobilità notevole da un lavoro ad un altro in relazione ai ruoli che la donna deve ricoprire nelle varie fasi del suo ciclo vitale o alle condizioni della famiglia di cui viene a far parte: dopo il matrimonio ad esempio la sua attività lavorativa extradomestica deve fare i conti con le occupazioni domestiche e la cura dei figli, cosa che non avviene mai per un uomo, che si occupa dell'allevamento dei figli in maniera del tutto marginale. La donna continua a lavorare fuori di casa solo se la madre o la suocera o qualche altra donna della famiglia o del vicinato la aiuta nella cura dei figli piccoli. Il matrimonio è vissuto dalla donna non tanto come possibilità di emanciparsi dall'autorità della famiglia di origine, costituendone una propria, ma come periodo in cui essa viene sottoposta a nuove autorità, a nuovi obblighi e doveri. Il lavoro extradomestico allora viene visto da chi non ce l'ha come una fonte di autonomia, come possibilità di liberarsi almeno temporaneamente dalle angosce e dalle frustrazioni derivanti dalla cura esclusiva della casa, dei figli e del marito.
La dipendenza del percorso lavorativo dell'individuo dal ciclo familiare è minore o nulla nel caso che si tratti di famiglia operaia, famiglia che mantiene le determinazioni di unità di riproduzione e di consumo, ma che non ha più la funzione di unità di produzione. Questo però, come si è già visto, non è vero per la donna. La rilevanza del suddetto rapporto di dipendenza richiede una analisi più particolareggiata della famiglia contadina come unità di produzione e del suo ciclo di sviluppo. Prima di passare però a questa analisi vorremmo cercare di capire come si caratterizza in queste famiglie la vecchiaia, quali ruoli e che tipo di status e di prestigio acquisiscono gli individui quando sono vecchi. Innanzittutto è da rilevare che all'interno dell'organizzazione del lavoro dell'azienda familiare contadina le persone anziane continuano ad avere un ruolo produttivo finché le forze e le condizioni di salute lo permettono. Se svolgono con i figli i lavori agricoli prendono con loro le decisioni riguardanti la conduzione della terra e gli investimenti; pur vivendo per lo più separati dai nuclei familiari costituiti dai figli (ma pur sempre nella stessa casa) mantengono solitamente molti rapporti con loro ricevendone - e offrendo a loro volta - aiuto ed assistenza nei momenti di bisogno. Mi pare comunque che non si possa rilevare in queste famiglie l'esistenza di un particolare prestigio riferito alla condizione di anziano. Ciò è dovuto probabilmente al fatto che raramente comandano su un gruppo domestico esteso: mentre i suoceri di C. C. esercitavano un'indubbia autorità nel loro gruppo (il padre del marito amministrava tutto il denaro ricavato dalla vendita dei prodotti agricoli, la madre si occupava dell'andamento della casa), nessuno dei testimoni della prima generazione conserva un simile ruolo. I figli riconoscono che è loro dovuto rispetto, ma pretendono che non interferiscano nei problemi che essi si trovano ad affrontare nelle loro unità familiari.
Ecco quindi che dal confronto intergenerazionale del corso di vita risultano evidenti sia mutamenti che persistenze in un quadro che non si lascia ridurre a facili tipologie. Il corso di vita è stato esaminato tenendo presente soprattutto l'ambito familiare e seguendo i principali eventi che scandiscono la vita di un uomo e di una donna e che segnano i suoi passaggi da una fase all'altra del suo ciclo di vita. In ogni fase l'individuo esperimenta una particolare configurazione dei rapporti che si modifica nel tempo per le diverse generazioni o schiere d'età. D'altra parte però tale mutamento procede in maniera poco netta e non è univocamente definibile. Vedremo, quando analizzeremo la trama dei rapporti interindividuali, la socialità e la visione della stratificazione sociale propria dei membri di queste famiglie contadine, mutamenti forse più facili da identificarsi ma non per questo meno vischiosi.

Organizzazione del lavoro nella famiglia contadina e percorsi lavorativi individuali

Esaminando il corso di vita individuale nell'ambito familiare abbiamo accennato spesso alla dipendenza dei percorsi lavorativi dei singoli dal ciclo della famiglia e dalle sue necessità: si deve però a questo punto specificare tale rapporto e mostrare come le necessità della terra e dei lavori agricoli, insieme con il ciclo familiare, abbiano "modellato" le storie lavorative dei nostri testimoni. In questo capitolo analizzeremo quindi le famiglie contadine di Gattinara in quanto unità di produzione.
Tutti i testimoni della prima generazione appartengono - o sono inseriti all'atto del matrimonio - a famiglie contadine che possiedono proprietà di dimensioni diverse: è però impossibile valutare la grandezza reale della proprietà dei nostri informatori basandosi soltanto su quanto essi dichiarano nelle interviste, sia perché in questa comunità i possessi sono soggetti a mutamenti frequenti, dato l'effetto congiunto di trasmissione ereditaria e di mercato, assai vivace, della terra, sia perché la valutazione dei testimoni risulta diversa a seconda della fase del ciclo di sviluppo in cui si trova la famiglia. La terra cioè è sempre troppa o troppo poca in rapporto al numero di membri della famiglia che devono coltivarla:

Terra ce n'era sì per lavorare un uomo e una donna, ce n'era già da buttare; ma tanta, proprio tanta no, non ce n'era tanta [...]
(1a testimonianza di C. C. nato nel 1900)

[...] avevamo tanta terra sì, ma siccome c'era ancora mio nonno giovane, mio padre, mio fratello e io, in quattro non ce n'era abbastanza di terra per lavorare tutti e quattro [...]
(2a testimonianza di R. R., n. 1906)

Il catasto del 1929, che fotografa peraltro la situazione all'inizio degli anni venti, ci mostra proprietà che variano tra uno e otto ettari (casi estremi), ma per lo più sono attestate intorno ai tre o quattro ettari. Su tali proprietà alla coltura caratteristica del vigneto si affiancano sempre campi di meliga, orti, prati e boschi, che vengono a delineare perciò il quadro di un'agricoltura mista e "vigneto-orientata". Mentre la produzione del vino è la più commercializzata, o meglio ha per scopo precipuo il mercato - benché una parte della produzione sia riservata logicamente all'autoconsumo - le altre rivestono un ruolo maggiore nel consumo interno della famiglia contadina, in quanto forniscono gli elementi base dell'alimentazione, ma costituiscono altresì una fonte supplementare di reddito su cui contare:

Int. Compravate poca roba, mangiavate tutta la roba che facevate?
Inf. Tutta. Ne vendevamo ancora.
Int. Ne vendevate anche? Che cosa vendevate?
Inf. Verdura: facevi melanzane, facevi peperoni, facevi fagioli, facevi fagiolini. Andavamo con il carrettino a caricarla.
(1a testimonianza di T. P., n. 1902)

Infatti la vendita - solitamente ai vicini di casa - di prodotti orticoli, di uova e di latte, procura alla famiglia modesti ricavi che rendono possibili piccole spese quotidiane:

Inf. [...] e allora mia madre, dunque avevamo qualche gallina, così, prendevo sei uova, gliele portavo al Visconti; era il direttore della Barabino, il Visconti.
A. Stava vicino a noi, di là.
Inf. Ad un soldo l'una, sei uova: sei soldi; e del burro gli portavo, quattro soldi all'etto, per poter comprare l'olio di ravizzone che costava solo due soldi all'etto, perché di soldi non ce n'era...
(1a testimonianza di R. R., n. 1906)

Nell'economia della famiglia contadina i prati sono indispensabili a nutrire quel bestiame che quasi tutti possiedono: di norma due o tre vacche da latte e un equino da tiro, che può anche essere sostituito da una vacca. L'allevamento del bestiame è qui complementare alle altre attività svolte nell'azienda contadina, in quanto è funzionale all'approvvigionamento di concime per le colture. Il latte prodotto serve soprattutto al consumo interno della famiglia, ma una parte della produzione, come si è visto, viene venduta ai vicini oppure a qualche commerciante locale. I vitelli non sono ingrassati, ma venduti con quindici o venti giorni; quasi tutti invece allevano uno o due maiali, animali che, da un lato, richiedono poco dispendio di fatica e una minima spesa per essere ingrassati (nutrendosi di meliga, patate, zucche e così via, che sono già prodotti per soddisfare i bisogni alimentari della famiglia), e che, dall'altro, garantiscono il rifornimento annuale di salumi e lardo. Immancabile è poi l'allevamento degli animali da cortile: la produzione di meliga è destinata principalmente a loro, ed in parte anche al nutrimento della famiglia, che riceve però maggiori provviste dagli orti e dai seminativi inseriti nei prati e talvolta tra i filari delle viti. Infine i terreni boschivi assolvono anch'essi diverse funzioni nell'azienda familiare contadina: in primo luogo forniscono legna da riscaldamento e pali per i filari dei vigneti; poi costituiscono anche una forma di reddito potenziale, di riserva: vengono cioè venduti in casi di estremo bisogno (se ad esempio qualche membro della famiglia deve emigrare e quindi deve procurarsi i soldi del viaggio), o al fine di investirne il ricavato in un modo più produttivo.
Data tale struttura colturale dell'azienda contadina ed i modi e la quantità di lavoro che ogni coltura esige - considerato un livello tecnologico piuttosto basso ed una accentuata divisione e frammentazione della proprietà30 - ne deriva che i periodi di maggior lavoro per il contadino e la sua famiglia sono i mesi da maggio a luglio, quando il taglio e la raccolta del fieno vengono a coincidere con il periodo in cui le viti hanno bisogno di essere irrorate più volte, per prevenirne le malattie ed i parassiti; ed in autunno - ma solo il mese di ottobre - quando alla vendemmia (che dura in media una settimana) si accompagnano la raccolta del mais e delle noci ed i lavori connessi ai momenti iniziali della vinificazione:

E quando veniva la "burà" [ondata] dei fieni era ... delle "varnaij" [tipo di fieno] era una cosa dura veh: gli uomini alle tre e mezzo si alzavano, con la "ranza" [ falce] a tagliare.
(Testimonianza di E. P., n. 1895)

Io so, al mese di maggio iniziavano, verso la fine di maggio si portava già a casa il fieno. Io quanto piangere! E le mie compagne ... sono a spasso! Io sempre a scaricare carri dopo cena appena lì nell'orto, lo portavano lì il fieno.
(1a testimonianza di A. F., n. 1909)

Da dicembre a fine marzo l'impegno viticolo principale è quello di "fare viti", cioè potare e legare i tralci, oltre che concimare la terra: è un lavoro che richiede molto tempo, ma è distribuito in un periodo piuttosto lungo per cui non viene richiesto l'aiuto di parenti o vicini, come succede invece nel caso del fieno che deve essere raccolto e scaricato nel più breve tempo possibile. Come già detto, si deve considerare che gli attrezzi utilizzati in tale agricoltura sono assai semplici e che, come affermano questi contadini, sino agli anni trenta si faceva tutto a mano, con l'aiuto di "sappa, gaia, picarél, ranza"31:

Avevamo l'aratro, adoperavamo la falce, invece adesso tutti hanno quelle macchine. Adoperavamo la falce per tagliare, tagliavamo tutto a braccia, invece adesso, guarda un po'! Come la meliga, lo stesso, adesso ci sono ... la pulivi, la rincalzavi, facevi tutto, invece noi tutto a braccia. Come facevi a prendere quelle robe lì? Poi non c'erano ancora neppure, neh però, ai nostri tempi.
(2a testimonianza di G. P., n. 1895)

Va del resto ricordato che, per quanto riguarda la vite, gli strumenti agricoli "moderni" non possono in ogni caso sostituire la maggior parte del lavoro manuale umano: la viticoltura implica pur sempre un alto grado di specializzazione che nessuna macchina può dare. E tale specializzazione, nella nostra come in altre comunità agricole è prerogativa tipicamente maschile32: mentre gli uomini sono i possessori della conoscenza tecnica specializzata rispetto alla vite e prendono le decisioni sui modi e i tempi della coltivazione e le procedure della vinificazione (che tutti praticano in proprio), alle donne, per ciò che riguarda la vite, restano i compiti per così dire ausiliari, di manovalanza anche pesante (zappare, raccogliere i tralci potati dagli uomini e farne fascine, sotterrare il letame, raccogliere l'uva durante la vendemmia, ecc.): ma più in generale si deve osservare che le donne in campagna vanno "ad aiutare" gli uomini (è questa l'espressione più frequentemente usata dagli informatori di entrambi i sessi):

Sì, sempre in campagna, andavo in campagna, così ad aiutarlo [il marito], per forza, ma come faceva uno solo?
(1a testimonianza di C. C., n. 1900)

Pare che non esista un ambito specifico e autonomo delle donne che non sia il lavoro domestico e la cura degli animali allevati nell'azienda familiare, o dell'orto. È vero però che se il marito lavora anche in fabbrica e la donna resta a casa a coltivare la terra, essa viene ad assumere responsabilità maggiori ed è coinvolta in mansioni più specializzate. È il caso ad esempio della moglie di G. D. (n. 1903):

A. Ho dovuto... ho lovuto imparare ad andare a irrorare le viti, adoperare la pompa...
Inf. A far viti...
A. A far viti...
Inf. Potare, veniva insieme con me...
(Testimonianza di G. D., n. 1903)

L'espressione "andare ad aiutare" è del resto quella usata comunemente per indicare anche il lavoro agricolo salariato a giornata o fisso:

Andavo già ad aiutare a zappare insieme con i lavoranti.
(Testimonianza di G. D., n. 1903)

Sono sempre andata ad aiutare, insieme col padre, dal B.
(1a testimonianza di T. P., n. 1902)

Aiutavo il "F.", prima di andare dal B.... e lei [la moglie] andava ad aiutarlo a dare lo zolfo, a raccogliere tralci.
(Testimonianza di F. P., n. 1894)

L'uso di tale espressione ad indicare le forme del lavoro dipendente traduce forse il fatto che tra proprietario e contadino intercorre spesso un rapporto non solo di lavoro scambiato contro denaro, ma di conoscenza e magari di stima reciproca. Invece nel caso in cui sta ad indicare il lavoro della donna sottolinea una certa subordinazione dell'attività femminile a modi e tempi di lavoro impostati dall'uomo.
Ma esiste anche un ambito produttivo specifico della donna nell'unità familiare, costituito, oltre che dal lavoro domestico, dall'allevamento minore (pollame, conigli) e non (animali da stalla: mungitura delle vacche, vendita del latte, produzione casalinga di latticini), e dalla cura degli orti e dei seminativi a ortaggi e meliga. Se nell'unità domestica si trovano più donne è frequente che i lavori siano divisi tra loro:

Int. E i lavori di casa li faceva vostra madre?
Inf. Sì, finché c'è stata lei, sì.
Int. Da mangiare...
Inf. Da mangiare, sì, lei, lei, sì, sì, sì.
Int. Le galline, le bestie...
Inf. Ah, tutto, tutto, sì, sì, sì, mungeva, tutto, tutto, sì, sì... sì... poi alla fine no, lei è morta nel '43... nel '43, allora poi andavo io in campagna, venivo a casa e facevo i lavori... così.
Int. Facevate anche gli altri lavori?
Inf. Sì, sì, e quando veniva a casa lui [il marito], si sedeva, io facevo i lavori e lui si sedeva, ecco.
(2a testimonianza di C. C., n. 1900)

Così, mentre la forza-lavoro femminile è estremamente polivalente, quella maschile è tutta proiettata al lavoro dei campi ed estranea al lavoro domestico. Il taglio dei prati è effettuato dagli uomini, ma alla raccolta del fieno partecipano anche le donne e i bambini; spesso poi per scaricare i carri di fieno viene richiesta la collaborazione di altre persone, per lo più vicini con cui si condividono rapporti di amicizia o di parentela. Pure indispensabile si rivela la presenza di tutti i membri del gruppo domestico, e spesso dei vicini o degli amici, durante la vendemmia; coloro che hanno proprietà più grandi e maggiori estensioni di terreno a vigneto si servono del lavoro che in questo periodo vengono ad offrire donne provenienti da paesi della vicina Valsesia e delle valli montane limitrofe:

Inf. R. [...] poi veniva per esempio la vendemmia, era ora di vendemmiare, facevamo venire anche noi qualche "muntagnina", ad aiutarci. Ne avevamo tanta di terra!
Int. Ah, sì?
Inf. R. Sì, e allora era come una grande festa quando arrivavano.
Inf. F. Arrivavano da Cellio, da lassù...
(1a testimonianza di R. R., n. 1906, e A. F., n. 1909)

La vendemmia, venivano giù dalla montagna, tutti i vendemmiatori nella vendemmia c'erano, allora sì, prima del '20, '19, oh! E prima ancora, da ragazzi, quando eravamo ragazzi noi, venivano sempre quattro o cinque donne, che venivano giù dalle montagne per vendemmiare. Ma ce n'era tanti di vendemmiatori allora, tutti i proprietari avevano i vendemmiatori [...]
(1a testimonianza di F. P., n. 1894)

L'assetto colturale di tipo misto che è stato descritto riveste un'importanza decisiva per controbilanciare gli effetti negativi sull'economia familiare contadina delle annate in cui la produzione scarsa, o eccessiva e di cattiva qualità, del vino non ne permette una vendita sufficientemente redditizia. Tale sistema agricolo possiede insomma una propria razionalità economica (per quanto relativa e storica33) a fianco di grosse debolezze, debolezze che si rivelano nel rapporto del piccolo proprietario contadino col mercato; qui infatti si evidenzia la natura conflittuale della relazione tra produzione organizzata sulla base delle unità domestiche e mercato retto da leggi economiche impersonali, al di fuori del controllo dei singoli produttori, che vi si presentano in modo isolato e inelastico. L'insistenza, nelle testimonianze, sull'inconstanza del raccolto dell'uva e della produzione del vino, estremamente sensibile alle condizioni meteorologiche, e quindi sulle variazioni dei prezzi, che possono divenire assolutamente non remunerativi della fatica contadina, esprime appunto il suddetto difficile e sfavorevole rapporto:

[...] poi è venuto il '30: ne abbiamo fatto tanto [di vino], ma tanto!
[...] ma non ha mai fatto caldo quell'anno, troppo, poi era come era, venti lire per "brenta" [circa 50 litri], guarda da cento a venti, e l'hanno venduto anche per meno, io ho venduto a ventitrè lire quello delle vigne, avevo diverse vigne [...]

(Testimonianza di G. D., n. 1903)

Chi trae vantaggio dal mercato è solo chi, avendo alle spalle capitali, proprietà e conoscenze adeguate, vi si presenta con un certo potere contrattuale: sono cioè sia i mediatori, che traggono profitto dai loro contatti e nel campo della produzione e in quello dello smercio, sia i commercianti-viticultori, i possidenti medio-grandi che hanno rapporti diretti col mercato a livello tanto nazionale che internazionale, e che sono, tra l'altro, a tutt'oggi, gli unici ad avere prospettive di espansione. Del potere posseduto da queste categorie nella comunità troviamo conferma in diverse testimonianze che mettono in rilievo come mediatori e proprietari commercianti svolgessero anche attività usuraie nei confronti degli altri contadini, prima che il sistema bancario da un lato e la "fine dei contadini" dall'altro vanificassero le condizioni che le rendevano possibili. Il viticultore che vende direttamente il suo prodotto nei paesi circostanti e che organizza uno spaccio casalingo, dove smercia a basso prezzo il suo vino, rappresenta invece una pratica già in via di estinzione all'inizio di questo secolo.
Se il contadino esce per lo più sconfitto dal suo rapporto col mercato per ciò che riguarda la produzione viticola, vi è però sempre un altro circuito mercantile che egli può utilizzare per procurarsi reddito integrativo, e cioè il mercato della forza-lavoro. La vendita di lavoro sia in mercati esterni alla comunità per periodi di tempo limitati (emigrazione temporanea o stagionale) che nel mercato locale come giornalieri, manovali, operai saltuari eccetera, è sempre stata, nelle comunità contadine, un mezzo per far fronte ai "periodi difficili" attraversati dalle aziende familiari. Tali "periodi difficili" non dipendono solo dalle annate cattive per la produzione agricola, ma sono connessi anche al ciclo di sviluppo delle famiglie contadine. Se finora abbiamo parlato di ciclo familiare, e se continueremo a servirci di questo concetto, è perché riteniamo che "le famiglie attraversano cicli di sviluppo come gli individui che le compongono attraversano differenti cicli vitali"34 e che non esistono perciò modelli statici di famiglie dominanti in determinate società storiche, ma famiglie che si modificano nel tempo: "Poiché esistono buone possibilità che i genitori siano ancora vivi quando due giovani si sposano, questi ultimi iniziano il matrimonio in una famiglia estesa. Col tempo i genitori muoiono, e gli sposi, ormai di mezza età, vivono in una famiglia nucleare; quando uno dei loro figli si sposa e porta in casa la propria moglie la famiglia diventa di nuovo estesa, e così via"35. In dipendenza da tale ciclo di sviluppo, nelle famiglie si stabilisce un determinato bilancio di manodopera, chiamato dall'economista Chayanov "rapporto consumatori-lavoratori"36, che costituisce uno dei fattori principali che influenzano l'organizzazione dell'azienda contadina e le storie lavorative dei suoi membri. Nella fase del ciclo in cui il rapporto c/l è sfavorevole ai lavoratori l'unità domestica tenderà a servirsi, se possibile, del lavoro offerto da giornalieri locali: va notato che in tale fase la famiglia può trovarsi non solo in seguito al suo sviluppo "naturale", ma anche a causa di eventi storici che ne sconvolgono il corso di vita quotidiana:

[...] avevamo da lavorare sul nostro, facevamo... quando ero ancora giovane, sì, lo stesso, andavo in campagna, oh, avevamo ancora bisogno dei lavoranti a volte, sai loro [i fratelli] sono poi andati a fare il soldato tutti e due, oh! Bisognava sempre che avessimo qualche lavorante, e facevamo andare tutta la terra io e mio padre
[...]

(Testimonianza di E. P., n. 1895)

Nella fase invece in cui vi sono più lavoratori che consumatori ed in cui la forza-lavoro supera le necessità della terra, il lavoro eccedente viene venduto al di fuori della famiglia:

[...] di soldi non entrandone, eh, mio padre fa: "è quasi meglio che tu vada in Ceramica, che almeno qualcosa si prende, poi ci puoi anche aiutare in campagna".
(1a testimonianza di R. R., n. 1906)

Inoltre la vendita di lavoro è in relazione con la natura stagionale del lavoro agricolo: nei periodi dell'anno in cui si ha un calo relativo dell'attività lavorativa richiesta dalla terra (i mesi invernali e il periodo che va dalla fine della fienagione all'inizio della vendemmia) si localizza il flusso del lavoro agricolo stagionale.
Alla stagionalità del lavoro agricolo, oltre che alla divisione del lavoro uomo-donna, si collega, nell'organizzazione familiare contadina, il tempo di lavoro. Risulta perciò difficile misurare la lunghezza media della giornata lavorativa contadina: essa è del tutto irregolare: a periodi in cui non è retorico affermare che dura dall'alba al tramonto e anche oltre si alternano periodi in cui il contadino può concedersi pause di riposo e non-lavoro piuttosto lunghe. È vero che i nostri testimoni non accennano a questi periodi "morti" del ciclo del lavoro agricolo, ma sottolineano solo il "lavoro frenetico": ciò è dovuto probabilmente da un lato alla forte ideologia del lavoro che informa le loro storie di vita e dall'altro al fatto che i periodi "morti" sono in realtà occupati dal lavoro extra-agricolo. Ma se il tempo di non-lavoro è così ridotto per gli uomini, essi tuttavia sono in una condizione privilegiata rispetto alle donne, che lavorano più di loro e hanno meno diritto al riposo:

Quando venivano a casa gli uomini, i lavori ... non aiutavano le donne nei loro lavori: le donne facevano i loro lavori e loro andavano ... il mio andava sull'angolo della strada.
(2a testimonianza di C. C., n. 1900)

All'altro estremo, il sistema di fabbrica induce una regolarizzazione del tempo di lavoro che spesso il contadino esalta contrapponendola alla mancanza di regole del lavoro agricolo, che non conosce giorni di festa o ferie: ma tale regolarizzazione, per il contadino che va in fabbrica, viene a costituire l'elemento di rigidità attorno a cui egli ruba tempo al tempo per coltivare la terra:

[...] se avessimo lavorato in fabbrica, uscivamo dalla fabbrica, poi, poi in fretta andare ancora in campagna, andavamo nei campi, quelli vicini, ma venivamo a casa con con le stelle [...]
(Testimonianza di P. P., n. 1889)

Il fatto che la famiglia contadina costituisce un'unità di produzione, oltre che di riproduzione e consumo, incide dunque, come si è visto, sui percorsi lavorativi dei suoi membri e quindi più complessivamente sul loro corso di vita: è stata già rilevata l'influenza del ciclo della famiglia contadina sulla mobilità fuori e dentro la fabbrica dei suoi componenti, e la partecipazione di tutti i suoi membri alla produzione, compresi i vecchi e i bambini, per quanto in misura marginale. Per alcuni la mobilità di cui abbiamo parlato ad un certo punto termina con un'immissione definitiva nella fabbrica: la terra a poco a poco viene abbandonata e venduta, il contadino diventa operaio. Non essendo più la famiglia un'unità di produzione, l'esistenza individuale è in misura minore segnata dalle fasi del ciclo di sviluppo familiare. Di conseguenza potremmo ipotizzare che mutino anche i vincoli parentali ed in generale la configurazione dei rapporti interpersonali nella comunità. Nel prossimo capitolo cercheremo appunto di esaminare in che misura si possa parlare di cambiamenti nella sfera dei rapporti interpersonali ed avremo modo, inoltre, procedendo nello studio, di verificare come la donna non sia del tutto priva di potere di decisione sulla propria vita e del tutto subalterna all'autorità maschile, a differenza di quanto potrebbe apparire dall'analisi del corso di vita e del ruolo femminile nella famiglia contadina.

Parenti, amici e vicini

Come abbiamo in parte già visto attraverso l'analisi del ciclo di vita, l'individuo sin dalla nascita, nelle varie fasi del corso della sua esistenza, viene a trovarsi immesso in un reticolo di relazioni (espressione con cui traduciamo il concetto di "social network", proprio dell'antropologia sociale anglosassone, che indica l'insieme di quei rapporti interpersonali al cui centro è un individuo37), inserito a sua volta in un determinato sistema di norme e di valori, che condiziona il suo comportamento; è però in grado di manipolare tale reticolo e tali norme per raggiungere gli scopi che si propone, utilizzando ad esempio certe relazioni e certe norme piuttosto che altre, ed influendo così, con i suoi comportamenti concreti e quotidiani, su una ridefinizione del sistema normativo e su una riformulazione dei contenuti del reticolo sociale. Questo si trasforma col succedersi delle varie fasi del ciclo di vita, e si trasforma diversamente per la donna e per l'uomo: in una società virilocale38 come Gattinara, mentre la donna, inserita in un reticolo prevalentemente basato su rapporti di parentela e di vicinato, si trova dopo il matrimonio a doversi confrontare con nuovi parenti e vicini, a dover ricucire una nuova rete di alleanze, non altrettanto accade all'uomo, per il quale il matrimonio comporta mutamenti e ridefinizioni del reticolo assai meno rilevanti, in quanto egli continua a vivere dove è sempre vissuto e ad essere circondato dalle stesse persone (per ciò che riguarda l'ambito strettamente familiare). Oltre che variare secondo gli stadi del corso di vita il reticolo può modificarsi da una generazione all'altra in connessione col cambiamento di funzioni sociali di particolari istituzioni, determinato da mutamenti socio-economici più generali39.
Per comprendere i diversi contenuti e le funzioni che i membri delle nostre famiglie contadine attribuiscono ai rapporti che intrattengono con parenti, vicini e amici, esamineremo tali rapporti a partire dal problema della conflittualità che vi inerisce. I conflitti tra parenti sono infatti oggetto frequente di narrazione in tutte le storie di vita, insieme con i conflitti tra diversi proprietari di case che si affacciano su di uno stesso cortile (la "curt") e che spesso, a loro volta, sono legati da vincoli di consanguineità o affinità: all'origine di tali situazioni conflittuali (tralasciando le liti originate da odi personali o da motivi che comunque non sono di ordine strutturale) vi sono tensioni che traggono alimento da contrasti per l'esercizio delle funzioni di comando negli aggregati domestici - se i loro membri svolgono attività in comune - o da quelli per la proprietà. Per capirne la dinamica vediamo in primo luogo come avviene la trasmissione ereditaria della terra e dei beni in genere e quali sono i modi di dispersione delle persone al momento del matrimonio. La proprietà viene trasmessa ai figli alla morte del padre: se non esiste volontà testamentaria scritta, tutti i figli ricevono parti uguali della proprietà; in caso contrario - ed è il più comune - la divisione si effettua a sfavore delle donne che ricevono soltanto la "legittima", cioè la parte ottenuta dividendo tra tutti i figli metà della proprietà totale, mentre l'altra metà viene divisa solo tra i figli maschi: "l'eredità era metà ai figli e l'altra metà divisa tutta insieme, le figlie prendevano di meno)40. Tale sistema di "divisibilità preferenziale"41, in cui le quote privilegiate vanno non ad uno solo, ma a tutti i figli maschi a discapito delle donne, va posto in relazione col fatto che è l'uomo il responsabile della conduzione dell'azienda familiare e che la virilocalità è il modello residenziale dominante. Al matrimonio i figli ricevono dai genitori dei doni non soggetti ad alcuna restrizione: la donna porta solitamente il corredo oppure del denaro, in quantità variabili secondo il livello di ricchezza della famiglia o del padrino:

Inf. Allora la mia dote ... una volta non si usava portare tante lenzuola come adesso, portavamo gli asciugamani, ma il lenzuolo da sposa tutto ricamato ... il " copripié" tutto ricamato e il copriletto di seta.
Int. Tutta roba per...
Inf. E poi tutta roba intima, personale, tante camicie! Sessanta camicie! [ride]
(1a testimonianza di A. F., n. 1909)

[...] è stato il mio padrino quello lì, mi ha dato centocinquanta lire quando mi sono sposata!
(2a testimonianza di C. C., n. 1960)

È interessante notare a questo proposito che non sembra più in uso la pratica, diffusa nel secolo precedente, della sottrazione della dote dalla parte di eredità spettante alle figlie: effetto, probabilmente, della diversificazione economica in atto e dell'affermarsi di nuovi modi di vita e di guadagno. I genitori del marito, se la loro situazione economica e abitativa lo permette, si preoccupano di procurare, nella casa, una camera da letto per la nuova coppia ed alcuni mobili indispensabili. Le famiglie in condizioni economiche migliori provvedono anche a fare costruire nella corte, oltre alla camera da letto, una cucina per il nuovo nucleo familiare, utilizzando locali già esistenti o trasformando parti del rustico:

Inf. R. Abbiamo fatto la stalla, e lì [dove prima c'era la stalla] ci ha fatto una cucina per me e per mio fratello, perché appena sposati eravamo tutti per conto nostro [...]
Inf. F. E poi c'era la sala dei vecchi, chi ce l'aveva bisogno la adoperava [...]
(1a testimonianza di R. R., n. 1906, e A. F., n. 1909)

La tendenza è quindi verso la sistemazione dei nuovi nuclei familiari, composti dai figli e dalle loro mogli, presso la famiglia d'origine dell'uomo: i fratelli rimangono presso il padre, o comunque vicino a lui; le sorelle sposandosi vanno ad abitare presso la famiglia del marito.
Interessi conflittuali si originano perciò da tali sistemazioni che implicano coabitazioni e vicinanze d'obbligo: tra padri e figli che continuano a lavorare la terra insieme, ma spesso con idee diverse; tra le mogli dei fratelli e tra queste e la famiglia del marito, soprattutto nella relazione nuora-suocera, spesso più di altre fonte di rivalità e tensioni. Sono conflitti che gli antropologi hanno spesso rilevato nelle società in cui vi sono gruppi coresidenti di fratelli sposati42 e che rimanda ad una lotta per il potere: " [ ... ] la competizione politica che vede le donne protagoniste ha luogo nei gruppi domestici dove le relazioni si definiscono in termini etici più che contrattuali"43. Le donne cioè, escluse in questa società dal sistema dell'autorità e della politica, non sono però sprovviste di forme di potere, né sono del tutto passive: la loro politica si svolge però a livello di gruppi domestici, esse operano, per raggiungere i loro fini, "attraverso uomini", e ciò non può che sfociare in una situazione di continua competizione e conflittualità tra le donne44. Sia la nuora che la suocera cercano di delimitarsi un'area di potere tramite lo stesso uomo, figlio per l'una, marito per l'altra; le giovani mogli, piuttosto svantaggiate in questa competizione (data la forza del sentimento di lealtà nel rapporto madre-figlio), premono allora, contro il modello della virilocalità, per una separazione del loro nucleo familiare che dia loro la possibilità di essere le uniche ad esercitare influenza sul marito, eliminando le figure concorrenti. Si può ritenere che motivazioni di questo genere siano dunque alla base delle rotture dei gruppi domestici che ritroviamo in quasi tutte le nostre storie di vita.
Il conflitto padri-figli è assai messo in ombra da tutti, molto probabilmente perché ritenuto piuttosto negativo dal punto di vista della esemplarità e della funzione didattica delle testimonianze: meno esitazioni invece, a volte, ad attribuire caratteri negativi alla madre, sulla cui figura si accentrano lealtà diverse, oppure ad evidenziare il contrasto tra nonni e padri (degli informatori) perché, in tale caso, viene messo in discussione un modo di comportarsi - quello autoritario e distaccato dei nonni - ormai obsoleto ideologicamente e praticamente:

Io adesso ... io con mio padre, io gli ho sempre dato del tu, ma mio padre dava del voi a suo padre, sia alla madre che al padre dava del voi; io invece gli davo del tu. Si vede che era già un'altra generazione perché mi ricordo mio nonno che diceva: "Bella educazione insegni ai figli! A dare... a dare del tu!" È poi successo, andando avanti, che anche mio padre dava poi del tu a suo padre, ma io mi ricordo dare del voi, sia al papà che alla mamma, come la nonna insomma.
(2a testimonianza di R. R., n. 1906)

È importante qui notare l'osservazione di R. R. (n. 1906) a proposito del cambiamento avvenuto nel comportamento del nonno in seguito all'assimilazione di codici propri della generazione successiva: in questo processo di circolarità e di influenza reciproca tra norme e comportamenti è infatti una delle chiavi del processo di mutamento sociale.
Quali sono i modelli emergenti dei reticoli di rapporti interpersonali della prima generazione? Le testimonianze sembrano indicare l'esistenza di un continuum ai cui estremi si collocano, da un lato, gli individui che interagiscono con una ristretta rete di rapporti con i parenti e con una vasta rete di relazioni con amici e vicini, e, dell'altro, coloro che affiancano ad un minimo di relazioni con il vicinato un massimo di relazioni con la parentela. Bisogna essere cauti nel tracciare tale continuum basandosi sulle testimonianze orali, perché in esse è spesso difficile separare il fattuale, l'ideologico e il simbolico, ma un'analisi va in ogni caso tentata perché tale problema è proprio di ogni tipo di discorso che si voglia fare a partire da materiali orali: "Il nuovo che essa [la storia orale] introduce nella storia sono discorsi, il cui riferimento alla realtà può essere molteplice e deve essere decifrato" senza mai dimenticare "di non prendere alla lettera le percezioni, i ricordi e le norme, ma di metterne in luce gli aspetti ideologici e patologici"45. Prima di procedere nell'analisi è necessario soffermarci un momento sul "contenuto transazionale"46 dei rapporti di parentela, amicizia e vicinato: a tale scopo riprendiamo la storia di vita di C. C. (n. 1900) assai ricca di aneddoti e di descrizioni di relazioni di ruolo. La madre di C. C., originaria di un paese della Valsesia, viene a Gattinara a lavorare durante la vendemmia ed in seguito vi si stabilisce definitivamente occupandosi come serva presso una famiglia. Come risolve il problema del suo inserimento nella comunità? Attraverso la creazione di legami di amicizia con persone appartenenti alla famiglia presso cui lavora, legami che poi si preoccupa di rafforzare tramite l'instaurazione di relazioni di padrinaggio, cioè di parentela fittizia47:

Inf. Ci eravamo imparentati così, senza essere essere parenti però [...] di parenti mia mamma non ne aveva, aveva solo quello.
Int. Aveva degli amici.
Inf. Ecco, erano tanti, erano come parenti, meglio ancora che parenti.
(2a testimonianza di C. C., n. 1900)

In una situazione di relativa emarginazione come quella vissuta dai genitori di C. C. (il padre era stato cacciato di casa ed escluso dall'eredità perché aveva sposato questa donna considerata di infimo status sociale), dove sono impossibili rapporti "normali" di parentela, vengono dunque stabilite relazioni che comunque sono espresse in un idioma di parentela, seppure fittizia. Sembra dunque che tale idioma sociale sia piuttosto importante nella comunità, per quanto ciò non escluda, come abbiamo visto, che proprio i conflitti tra parenti siano i più estesi e "sanguinosi", in forza sia del fatto che le liti scoppiano di più tra gente che ha molti rapporti, sia perché queste interazioni hanno anche un contenuto economico e strumentale che può originare interessi contrastanti.
D'altra parte la presenza nella comunità di un gran numero di istituzioni non basate sulla parentela offusca la specificità dei legami tra parenti o affini che non siano appartenenti all'aggregato domestico: nei loro confronti la maggior aspettativa sembra essere il soddisfacimento di eventuali richieste di aiuto nei momenti di bisogno durante il ciclo di vita individuale e familiare. In ciò consistono anche le aspettative nei confronti delle relazioni di vicinato: si cerca, in generale, un rapporto di amicizia con i vicini che spesso possono offrire ciò che non dà la parentela:

[...] io son amica con tutti [i vicini], hai bisogno un piacere? Vai a chiamare i parenti fino nella "Sciumma" [quartiere lontano dall'abitazione dell'informatrice]... eh? O dove? Non è vero? Quelli, i vicini di casa, sono i primi parenti; hai bisogno un piacere vai a chiamare i parenti fin dove?
(Testimonianza di E. P., n. 1895)

[...] ecco ne ho trovata della gente brava! Non i miei, non mi hanno aiutato, ma quelli, i vicini di casa mi hanno proprio aiutato tanto, la madama D. poi potevamo chiamarla madre [...]
(2a testimonianza di T. P., n. 1902)

La rete dei rapporti basati sul vicinato viene dunque utilizzata maggiormente da quegli individui che, per motivi diversi, hanno rotto con parte, o gran parte, della parentela. È possibile individuare variabili sociali che influiscono sulla diversità dei segmenti prevalenti nei reticoli sociali? I dati a nostra disposizione non ci permettono di verificare l'esistenza di una relazione tra professione e tipo di rapporti prevalenti nel reticolo, ma ci rendono possibile avanzare l'ipotesi che il tipo di rete sociale in cui sono compresi molti rapporti con il vicinato è proprio delle donne, mentre gli uomini attribuiscono scarsa rilevanza a queste relazioni per accentuare la funzione del gruppo di parentela, da un lato, e di quello amicale dall'altro. Ne risulterebbe allora un continuum ai cui estremi si troverebbero da un lato le reti dei rapporti costruiti dalle donne e dall'altro quelle formate dagli uomini. È questo un modello in cui possono rientrare le diverse situazioni di cui siamo venuti a conoscenza attraverso le storie di vita e che si collega sia con la norma dominante di residenza al matrimonio, sia con il più generale modello di relazioni tra i due sessi che attribuisce la gestione della sfera pubblica all'uomo e relega la donna nella sfera privata/domestica. Avremo occasione di ritornare su questi temi quando affronteremo la problematica della socialità. Vediamo ora se è possibile distinguere nella seconda generazione elementi che denotano modificazioni, di valore e di funzioni, avvenute nel campo dei rapporti interpersonali.
Dalla perdita da parte dell'unità domestica della sua funzione produttiva, che si determina allorché i suoi membri disertano l'agricoltura per entrare in fabbrica, consegue un indebolimento dei legami economici parentali ed uno sviluppo di nuovi rapporti sociali al di fuori della parentela e spesso anche del vicinato. Per ciò che riguarda la parentela l'unico rapporto a cui sono collegate aspettative specifiche precise sembra essere quello tra genitori e figli: permanendo ancora il modello della virilocalità, sono i genitori dello sposo che procurano alla nuova coppia l'abitazione, ma sia quelli del marito che quelli della moglie dotano la nuova coppia di lenzuola, coperte e altri oggetti utili per la casa. L'aiuto fornito dai genitori ai figli al momento del matrimonio è indispensabile in quanto i figli hanno sempre consegnato i propri guadagni in casa, al padre:

[...] a parte che mio papà ha fatto la casa qui e ... io quando avevo... avevo la fidanzata, mia papà ... dunque ho lavorato undici anni per lui, si può dire, io avevo la fidanzata, la [...] no, mi dava millecinquecento lire la domenica [...]
(Testimonianza di P. R., n. 1940)

È quindi un vero e proprio dovere che i genitori devono assolvere nei confronti dei figli, aspettandosi comunque, a loro volta, di essere assistiti da questi durante la vecchiaia o nella malattia.
Nonostante la perdita della funzione produttiva, la famiglia conserva un'importante funzione rispetto all'inserimento lavorativo dei suoi membri nella comunità: è per lo più il padre infatti ad introdurre il figlio nel mercato del lavoro salariato:

[...] è logico che quando ho compiuto quattordici anni gli ha letto il padre [al figlio del direttore della fabbrica in cui lavora]: "Non potrebbe prendermi, dire a suo papà se può prendermi... sai, ognuno fa gli interessi del figlio, prenderlo a lavorare in fabbrica?" "Ma sì, ma sì, glielo dico" [...] Glielo ha detto e infatti mi hanno fatto entrare.
(Testimonianza di P. R., n. 1940)

[...] il lavoro avevo possibilità di trovarlo anche a dodici anni e mio padre faceva il... il fattore in un'azienda viticola [...] aveva iniziato nel '35 a fare il fattore lì, e allora ho preferito guadagnare qualcosa per sollevare le difficoltà [...]
(1a testimonianza di B. P., n. 1928)

Altri tipi di relazione sembrano aver perso invece il valore che possedevano per la prima generazione: ne è un esempio il padrinaggio, di cui si è detto che era un modo di costituire alleanze, di rafforzare legami di amicizia. Ora una testimone della seconda generazione afferma di non ricordare neppure chi fossero i suoi padrini di battesimo:

Sì, li avevo [i padrini], ma non li ho mai considerati importanti e non so neppure bene chi fossero, a dirti la verità. Mi sembra che fosse la zia G.... però non so neppure bene chi fossero...
(Testimonianza di E. S., n. 1933)

Un'altra sostiene di aver scelto i padrini per i suoi figli all'interno della sua famiglia:

[...] per mia figlia sono venuti i miei, è venuta mia mamma; per la M. è mia mamma... e mio papà, per la M.; e per il F. lo stesso: erano mia mamma e il S., che eravamo amici [...]
(Testimonianza di P. P., n. 1922)

Il fatto che i padrini vengano reclutati nel ristretto ambito dell'unità familiare significa che non si guarda più a questo istituto come ad uno strumento che può rafforzare la posizione dell'individuo o della famiglia garantendogli dei legami con altri individui e gruppi familiari. Pare che di questo rapporto sia rimasta solo la forma, vuota del contenuto che una volta la sosteneva.
Le testimonianze che abbiamo raccolto ci permettono di ritenere scorretta la tesi, propria di una certa sociologia, secondo la quale la trasformazione industriale di una società o di una comunità comporta il passaggio da forme di famiglia allargata a forme di famiglia coniugale. Come già è stato notato la famiglia è sempre in divenire, è, come la società, un processo e non può essere rinchiusa in categorie descrittive statiche. Se è vero che quando l'attività economica dell'individuo non è più integrata in un assetto produttivo familiare, ma dipende da un'organizzazione esterna e autonoma dalla famiglia, allora gli è più facile svincolarsi dal suo controllo, andando a stabilire magari un proprio nucleo familiare lontano da quello originario; se dunque questo è vero, è però improprio farne oggetto di generalizzazione, sostenere che è una legge ciò che invece costituisce una possibilità in più nel ventaglio di scelte che si presentano all'individuo. Il fenomeno reale che verifichiamo nelle testimonianze della seconda generazione è un allargarsi o restringersi dei gruppi domestici a seconda delle fasi che attraversano: B. P. (n. 1928) dopo il matrimonio con E. vive circa sette anni in comune con i genitori, finché le divergenze con loro non lo convincono a separarsene (rimane comunque sempre nella stessa casa); un percorso simile caratterizza la vita matrimoniale di L. P. (n. 1926) che abita per un certo periodo con la famiglia del marito e poi se ne separa.
P. P. (n. 1922) abita con la propria famiglia nel periodo in cui il marito è in guerra, ma al suo ritorno affitta un alloggio finché non riesce a trovare sistemazione nella casa dei genitori.
P. R. (n. 1940) ha un alloggio per sé e la propria famiglia nella casa paterna ed attualmente anche la suocera, rimasta vedova, vi si è trasferita. Situazioni simili le avevamo già trovate esaminando la generazione precedente: R. R. (n. 1906) ad esempio, al momento del matrimonio va a vivere separatamente con la moglie, ma allorché muore il fratello, lasciando la moglie e due figli, si riunisce alla famiglia per aiutare la vedova e i nipoti, salvo poi separarsene di nuovo quando la conflittualità diviene insopportabile:

Inf. R. Eh, abbiamo aiutato ad allevarli [i nipoti]:
Inf. F. Per allevarli, la N. e il C., insieme con i vecchi. Che cosa facevano i vecchi con una vedova e due figli? Allora noi lavoravamo tutti e due, neh, a quel tempo, io dal Vercellotti e lui in Ceramica. Siamo andati... allora la sua "quinzada" [salario quindicinale] la teneva il padre e la mia la lasciavamo per vestirci che avevo una figlia. Così, ci arrangiavamo così, ed aiutava il padre a far andare le terra, perché quello che faceva il contadino è morto, così, finché abbiamo allevato anche questi ragazzi, poi siamo andati ancora a stare da soli...
Inf. R. Poi c'erano sempre solo delle lotte tra cognata e sorella e...
(1a testimonianza di R. R., n. 1906, e A. F., n. 1909)

Ciò che si modifica piuttosto col diversificarsi del tessuto economico-sociale di una comunità sono le relazioni di ruolo tra gli individui che ne fanno parte: vi è una tendenza alla diminuzione di quelle che vengono dette "multiple"48: l'individuo si troverà cioè più facilmente a giocare ruoli diversi ogni volta di fronte ad un pubblico diverso. Non essendo più la famiglia l'unità produttiva che integra la maggior parte degli individui, questi si troveranno di fronte nell'attività lavorativa quotidiana individui esterni al loro gruppo domestico, con cui potranno intrecciare nuove specifiche relazioni. Ma sono cambiamenti questi che avvengono già nel corso dell'esperienza della prima generazione che comincia ad entrare in fabbrica: resta evidente la difficoltà di formulare modelli del mutamento che avviene nella sfera dei rapporti interpersonali, già di per sé largamente soggetti alle variazioni delle personalità individuali. Possiamo solo abbozzare delle linee di tendenza, senza pretendere che spieghino però tutti gli eventi ed i comportamenti che, come si è già visto, sono "determinati da" ma sono anche "reazioni a" altri eventi, comportamenti e norme. Il genere di mutamento che abbiamo finora delineato richiede di essere collegato, affinché possano emergerne altri aspetti, ai mutamenti che si verificano nella percezione della stratificazione sociale. Tale sarà il tema del prossimo capitolo.

Idiomi di stratificazione

L'inserimento completo del borgo nel sistema di mercato insieme con l'emarginazione del modo produttivo di tipo contadino che era in esso prevalente, l'esodo della forza-lavoro più giovane dal settore agricolo e la sua organizzazione nel sistema di fabbrica e tutti gli altri fenomeni che hanno caratterizzato la trasformazione industriale del borgo in questo secolo sono all'origine della ridefinizione del sistema di stratificazione sociale che lo attraversa. Nell'esaminare questo processo non ci soffermeremo sulla divisione materiale della popolazione in categorie o classi sociali, ma sulla visione della stratificazione che appare nelle nostre testimonianze. È quindi la soggettività che ci interessa, il tipo di consapevolezza e le categorie usate per dividere la gente dai protagonisti stessi, e che a loro servono da guida nei loro comportamenti quotidiani e nelle loro relazioni sociali49; si sono già esaminate le ineguaglianze che si basano sull'età e sul sesso a delineare un sistema di obblighi e aspettative reciproche, e diversificate al tempo stesso, nel sistema delle relazioni interpersonali. Abbiamo visto come la gerarchia che ne risulta è però anche in rapporto con criteri di status che non sono solo l'età e il sesso, ma, ad esempio, il grado di ricchezza e l'onore: ora l'accento sarà posto su questi ultimi fattori di stratificazione e su altri che vedremo operanti.
Il gruppo sociale cui appartengono i testimoni della prima generazione è un gruppo intermedio, distinto sia dai ricchi del paese, quelli che "hanno due scuole" come dice C. C. (n. 1900), i primi, sia da quelli che sono assai poveri, gli ultimi della gerarchia sociale. Ciò non esclude che poi all'interno di questo gruppo, che potremmo definire "degli uguali", non vi sia una certa eterogeneità di situazioni economiche; tuttavia questi individui sono accomunati da una comune gerarchia di valori e da una stessa concezione della moralità e della socialità. All'interno di questo gruppo l'idioma prevalente di stratificazione è quello dell'onore e del prestigio. Scarsa rilevanza ha l'idioma di classe: è raro che la gente ragioni in termini di interessi contrapposti di categorie bene identificabili nella comunità; benché esistano divisioni di partito assai nette, di cui quasi tutti i testimoni riferiscono (i "rossi", i cattolici, i fascisti), esse non rimandano tanto a gruppi distinti per ricchezza e status, quanto a caratteristiche personali o di gruppo, o a individui assai conosciuti nel borgo. Un testimone fa però notare l'adesione di tutti i padroni al fascismo ed un altro, alla richiesta di parlare delle persone "importanti" del paese, esprime un giudizio fortemente negativo nei confronti dei maggiori proprietari terrieri che sfruttavano la povera gente facendo gli usurai, che abusavano cioè, nella visione egualitaristica di G. P. (n. 1895), del loro potere: "Perché tu hai due soldi vuoi comandare il paese?"50. Non potevano godere di rispetto e di considerazione positiva perché loro stessi non rispettavano la gente; è da notare però che G. P. non giudica negativamente tanto il prestito di denaro a forte interesse, quanto la forma di "penalizzazione" che veniva imposta dai proprietari ai loro debitori nel caso che questi non riuscissero a pagare in tempo l'interesse dovuto:

[...] se non facevi in tempo a pagare gli interessi... ti chiamavano: "Domani vieni per me neh!" E tu magari eri impegnato in un altro posto. "Domani vieni per me". E tu dovevi disdire e andare per loro, ti prendevano alla gola veh, ah! Alla gola, veh, ti prendevano [...]
(2a testimonianza di G. P., n. 1895)

Non tutti coloro che sono situati a questo estremo superiore della gerarchia sociale sono comunque colpiti dalla disapprovazione: chi non ostenta la propria ricchezza e mostra di non badare alla distanza sociale tra le persone e di intrattenere rapporti anche con persone socialmente meno elevate, è assai apprezzato; l'amicizia con costoro è tenuta in una certa considerazione, anche per i vantaggi e i benefici materiali che può offrire.
All'altro estremo della scala sociale stanno le famiglie molto povere, in genere non originarie del borgo, che non si curano di comportarsi in modo accettabile alla comunità e sono perciò private del diritto al rispetto:

[...] i N., per esempio, non erano emarginati per questa specialità, sai, porcheria... no, erano... erano, che so io, poveri, sporchi, così, gente che si lasciava andare, non...
(2a testimonianza di C. C., n. 1900)

Non è però solo il gruppo familiare a cui si appartiene che decide del rispetto di cui può godere una persona, ma anche il suo comportamento personale e la sua occupazione. Per ciò che riguarda quest'ultima in relazione col problema del prestigio sociale, si può notare che per i nostri testimoni della prima generazione la necessità o la "scelta" di andare a lavorare in fabbrica e di abbandonare, seppure non completamente, l'attività agricola, non è mai scevra da conflitti. Tutti insistono sulle valutazioni negative che pesavano sul lavoro operaio e su chi, pur appartenendo a famiglia contadina, andava in fabbrica:

Inf. R. [...] ma te ne dico un'altra: le ragazze durante la mia gioventù; noi altri "fabricot" non ci volevano neppure sentire nominare.
Int. Ma "fabricot" sarebbero...?
Inf. R. Quelli che andavano in fabbrica!
Inf. F. Non potevano vedere gli operai una volta.
(1a testimonianza di R. R., n. 1906, e A. F., n. 1909)

A. Erano il disonore andare in fabbrica.
Inf. Nella fabbrica erano pelandrone. Quelle che andavano in fabbrica erano pelandrone... perché andavano in fabbrica erano pelandrone.
(1a testimonianza di C. C., n. 1900)

[...] sai una volta... perché uno... andava in fabbrica dicevano che era un pelandrone [ride]; dicevano: Eh! Guardali là, non vanno neanche più a lavorare la terra questi pelandroni, oh, oh, vanno in fabbrica per mettersi giù! Come a dire: per dormire [...]
(2a testimonianza di G. P., n. 1895)

Le accuse maggiori che venivano fatte nei confronti di coloro che andavano in fabbrica erano quindi quelle di essere gente con poca voglia di lavorare e così scarsa dignità da sottomettersi ad un lavoro adatto solo ai più poveri, data la sua natura di attività svolta alle dipendenze di un padrone e quindi, in un certo modo, servile. Che queste siano considerazioni che nascondono in realtà il timore che avevano i contadini di perdere il prestigio di cui godevano - e che si attribuivano - nella comunità, in seguito all'emergere di un altro strato sociale, e che quindi occultino la realtà di certi rapporti di dipendenza cui essi stessi devono sottostare, è del tutto chiaro nelle parole di questo testimone della seconda generazione:

[... ] i gattinaresi la consideravano anche una bassezza andare a lavorare per l'industria, che so io, la consideravano quasi un servilismo. Dato che erano tutti proprietari, piccoli proprietari, anche con le loro tante difficoltà, non sceglievano quella via lì, di lavorare nell'industria, perché la consideravano quasi una... che so io, come dire, non un'emarginazione, una una bassezza andare a lavorare per gli altri, ecco a fare il servitore, ecco... che tra l'altro il servitore lo facevano già tanti gattinaresi, perché? Perché con la piccola proprietà che avevano le difficoltà in certe annate erano talmente evidenti per tante famiglie, e che cosa si verificava allora? Si verificava che le famiglie con una proprietà grossa e un po' danarose funzionavano da usurai; funzionavano in modo che prestavano magari duecento, cinquecento lire, mille lire a una famiglia e poi quelli lì diventavano servitori per l'altra famiglia [...]
(1a testimonianza di B. P., n. 1928)

Questa citazione illumina pienamente la contraddizione esistente tra realtà di vita e di rapporti quotidiani e sistema di valori e di gerarchia sociale di questi contadini: da un lato l'accentuata dipendenza del contadino viticultore dall'andamento del raccolto, dal ciclo dei prezzi e dai meccanismi di un mercato in cui egli arriva per lo più senza potere contrattuale, come si è già visto, e quindi il suo periodico rapporto con il lavoro salariato per i proprietari maggiori (ma ricordiamo che qui si dice "andiamo ad aiutare" e non a lavorare per Tizio o Caio) o anche in fabbrica; dall'altro lato il valore attribuito al lavorare sulla propria terra senza dover subire orari e imposizioni esterne, ed il prestigio che i contadini proprietari sentono di possedere in una comunità prevalentemente agricola dove si pratica una coltura che richiede una particolare competenza e specializzazione. Per quanto esista questa contraddizione tra realtà materiale e ideologia, è vero che il lavoro contadino per il motivo stesso di essere ciò che "tutti prima hanno sempre fatto", di possedere cioè quasi una caratteristica di "naturalità" (nessuno della prima generazione spiega perché ha fatto il contadino nella propria vita, ma solo perché ha eventualmente intrapreso attività diverse), non può non essere messo da parte senza generare conflitto. La "scelta" della fabbrica, anche quando viene compiuta in un ambito che salvaguarda ampiamente la continuità dell'attività produttiva familiare (in quanto avviene in una situazione di eccedenza di manodopera rispetto alla terra da coltivare), non può che essere disapprovata da chi teme in qualche modo che il generalizzarsi di tale comportamento implichi un pericolo per il suo prestigio:

Inf. [...] è venuto il mio "barba" S. che era lo zio di mio padre [...] è venuto a casa mia, stavamo ancora di là, con un calcio ha aperto la porta così: bom! Con le braccia conserte [fa una voce arrabbiata]: "non hai vergogna di mandare il figlio in Ceramica? Disonorare la parentela?"
[...]
E... e... e mio padre so che ha detto: "Ma, e dunque 'barba' S., di terra... anche io divento vecchio, la terra... vedi bene che non ne prendi, aspetti il vino, ce l'hai nella cantina da due anni, non lo vendi, cosa
devo fare?" "Ah, si può lavorare lo stesso, abbiamo sempre vissuto! Anche i nostri vecchi!"
(Testimonianza di R. R., n. 1906)

Ed è un timore fondato; in breve tempo infatti diminuisce il prestigio di chi vive sulla terra ed aumenta quello di chi trae reddito dalla fabbrica: per usare ancora le parole di R. R., "dopo è venuto il contrario: le ragazze volevano solo i 'fabricot', di contadini non ne volevano più"51.
E infatti tra chi rimane a coltivare la terra è presente un certo risentimento per la "sorte" toccata ai contadini. Un testimone riconosce che "quelli che l'hanno indovinata meglio hanno continuato [ad andare in fabbrica]"52, ma allo stesso tempo ribadisce che sia lui che i suoi fratelli, pur avendo la possibilità di entrare a lavorare nella Ceramica Pozzi, hanno preferito "restare sulla terra". Si è già detto che comunque anche chi sceglie la fabbrica non abbandona mai del tutto i suoi legami con la terra: R. R. (n. 1906) continua a lavorarne una parte finché è aiutato dal padre e dal fratello; G. D. (n. 1903) compra anche dei terreni che lavora nel tempo libero dalla fabbrica con la moglie ed il padre, e inoltre, per un certo periodo, ritorna a tempo pieno al lavoro agricolo allorché il cognato, in procinto di emigrare, gli offre anche la propria terra. Egli afferma di avere accettato perché:

Inf [...] io in Ceramica non avevo più voglia di andare perché era un lavoro...
Int. Non vi piaceva?
A. Al chiuso.
Inf. Al chiuso, sai, non nato in questo ambiente facevo un po' coso... pativo un po'... mi sembrava di patire.
(Testimonianza di G. D., n. 1903)

Se l'aver scelto la fabbrica può essere visto come una "fortuna"53 per il reddito sicuro e superiore, in genere, a quello che offre l'agricoltura su basi familiari, e per la fissità del tempo di lavoro regolato da orari precisi, è d'altra parte vero che la preferenza va al lavoro contadino:

Inf. Ah, se avesse reso... ah mi piaceva, veh, lavorare la terra...
Int. Vi piaceva di più lavorare la terra?
Inf. Ah, mi piaceva sì, mi piaceva sì, questione che... era come era...
A. Non andava mai bene...
Inf. Non c'era nessuno che... adesso no... adesso per qualcosa aiutano i contadini, ma in quei tempi non c'era mica nessuno che ci aiutava...
(Testimonianza di G. D., n. 1903)

Nella seconda generazione è ancora presente il conflitto di prestigio tra il valore del lavoro contadino e quello del lavoro operaio che caratterizzava l'esperienza della prima? Ci sembra di poter dire che ormai il lavoro contadino ha del tutto perso quella caratteristica di "naturalità" (o destino) di cui abbiamo parlato: ora anche "fare il contadino" rientra nell'ambito delle scelte possibili e deve essere spiegato con un criterio di valutazione fondato sulla redditività. L'alternativa lavoro in campagna-lavoro in fabbrica non viene più posta all'origine del maggiore o minore prestigio di cui possono godere l'individuo e la sua famiglia nella comunità: ormai l'uno - il lavoro contadino - ha perso la posizione di prestigio che aveva nella gerarchia occupazionale e l'altro - quello operaio - non ne ha preso il posto perché, nel frattempo, nelle fabbriche si sono addensati in gran numero soprattutto gli immigrati, sui quali si è diretto il disprezzo che inizialmente colpiva chi entrava in fabbrica. Infatti lo status sociale dell'immigrato è in genere molto basso, e si abbassa ulteriormente se egli è di origine meridionale: ne viene rilevata la diversità culturale e l'alterità diviene sinonimo di inferiorità. Ma è questo un problema che, per la sua complessità, non possiamo né vogliamo affrontare in questo studio. Intendiamo piuttosto concludere questo capitolo soffermandoci su quei fattori e comportamenti che delineano un ambito di prestigio acquisito che integra il quadro del prestigio ascritto fin qui tracciato (ascritto perché la propria origine è un attributo immodificabile e perché "contadini si nasce (come si nasce nobili)"54 e operai si diventa per necessità).
Spesso i nostri testimoni alla domanda "quando una persona era disonorata agli occhi della comunità?" hanno associato disonore a donna e infrazione dei codici di comportamento sessuale: è disonorata una donna che abbia un figlio da una relazione extramatrimoniale, o che si mostri in compagnia di più uomini, o che frequenti i circoli dei notabili che sono al di fuori del sistema morale della comunità. La celebrazione del matrimonio o l'applicazione del concetto di tradimento possono tuttavia restituire l'onore alla donna che l'ha perduto:

Inf. [...] se si sposava ecco, una volta sposata stop, passava tutto.
Int. Se non si sposava...
Inf. Se invece no? No, no, la perdonavano, prima gliene dicevano "da vendi e da pendi" [di tutti i generi], poi la perdonavano e sono sempre state perdonate anche quelle ad esempio che - adesso non mi ricordo - che hanno avuto famiglia. Io mi ricordo anche mia mamma dire magari: "Quella poveretta, neh, che è stata tradita! "Dopo diventava poveretta, prima magari, non so: "Mah, eh, ha fatto qui, ha fatto là!"
(Testimonianza di P. R., n. 1940)

Da questa testimonianza, come da quella di R. R., qui di seguito, si può notare come sia ribadito il fatto che è il pettegolezzo femminile che vigila sul comportamento della gente e che ha un'influenza determinante su quella che si definisce opinione pubblica:

[...] e andava magari insieme con della gente un po' ricca, un po' ricca, un po' "patachín" [troppo curata]; quella lì era già scartata in quanto, andando con quelli lì, chissà cosa faceva, perdeva già l'onore, glielo facevano perdere loro, anche se... anche se non avesse fatto niente, sai, le lingue, il paese era piccolo, ti conoscevano tutti, criticavano una tizia, una caia, magari quella lì era innocente, ti facevano perdere l'onore anche se non ne sapevano niente...
(2a testimonianza di R. R., n. 1906)

Allo stesso tempo si percepisce in queste testimonianze il risentimento maschile contro questa forma di potere femminile che è il pettegolezzo55: per questo i due informatori attribuiscono caratteri di mutevolezza (e di conseguente superficialità) e di scarsa attendibilità ai giudizi espressi dalle donne sui comportamenti individuali.
Le osservazioni precedenti ci permettono di portare l'analisi sul tema dello specifico della stratificazione femminile. Infatti una donna è, come un uomo, valutata in base alla sua origine, alla famiglia cui appartiene e alla sua occupazione, ma condizione del rispetto che le si tributa è, in misura assai maggiore di quanto non accada per un uomo, il mantenimento di comportamenti conformi alle norme dominanti nelle relazioni con l'altro sesso. Va del resto osservato che, se lo status della donna è collegato ai suoi rapporti con gli uomini (nel senso predetto e perché, in quanto sorella, moglie o madre, gode ascrittivamente di livelli diversi di prestigio), allo stesso tempo il modo in cui gioca questi ruoli condiziona lo status dell'uomo, o degli uomini a cui è legata: con l'onore della donna è insomma in gioco il credito politico dell'uomo nella comunità:

[...] beh, c'era il rispetto del capofamiglia, sai una volta... Ogni famiglia veniva rispettata. Naturalmente veniva rispettato quello che... specialmente una volta, una volta... quello che aveva una famiglia in cui tutto rigava diritto, dalle nuore, dai coso e qui e là [...] se tutto rigava diritto era quello lì: "Un uomo in gamba, guarda che quello lì ti ha sempre tenuto la famiglia [...]"
(Testimonianza di P. R., n. 1940)

Se il pettegolezzo, come dicevamo, dà origine all'opinione pubblica della comunità ed è una forma di potere tipica delle donne, possiamo ipotizzare che esse si stratifichino anche in base al loro inserimento in reti più o meno estese di rapporti in cui il pettegolezzo costituisce un contenuto espressivo fondamentale. Inoltre data la valenza normativa della pratica del controllo delle nascite, la considerazione sociale che in molte società la donna deriva da un'elevata fecondità, qui non esiste, anzi sono deplorate quelle donne, e più in generale quelle coppie, che hanno molti figli.
La condizione della donna in questa comunità, similmente a quella che troviamo in tante altre, ha quindi aspetti ambivalenti, non è unicamente definibile: in generale si può riconoscere che una donna è sempre "in una posizione di svantaggio nella competizione per il potere ed il prestigio"56, ma allo stesso tempo bisogna comprendere il suo modo indiretto di far politica, attraverso quei canali informali cui abbiamo finora accennato e sui quali torneremo nel prossimo capitolo allorché si tratterà di delineare i caratteri distinti della socialità maschile e femminile.

Luoghi e modi della socialità

Gli idiomi di stratificazione operanti nel borgo influiscono sulla definizione di luoghi e modi della socialità, che acquista forme diverse a seconda che i protagonisti siano uomini o donne, ricchi o meno ricchi, locali o esterni alla comunità. Abbiamo già parlato della socialità esaminando il corso di vita (a proposito dei luoghi di ritrovo dei giovani, delle feste di nozze e così via) e i rapporti interpersonali (parentela, vicinato ecc.): ora si porrà l'accento sulle forme associative che non coincidono con la famiglia e sulle feste più importanti della comunità. Si deve però tenere presente che la socialità delle donne non assume quelle forme organizzate a livello piuttosto formale (associazionismo) che troviamo tra gli uomini, ma è una socialità "diffusa", se così si può dire, che si estende in reti diverse e contigue e che non si lascia rinchiudere in ambiti di gruppo definiti: pertanto il nostro discorso non potrà limitarsi all'associazionismo, ma sarà attento anche ai livelli di socialità informale propri delle donne.
Se a livello di vicinato o attraverso l'istituto del padrinaggio si possono creare legami tra persone di diverso status sociale, non altrettanto accade nel campo dell'associazionismo: qui prevale una netta separazione tra gli strati sociali superiori e gli altri. I gruppi amicali sono composti da individui che si trovano in condizioni sociali simili: contadini e operai-contadini si riuniscono in circoli che nel dialetto locale vengono chiamati tabine. La tabina è il luogo tipico del tempo libero contadino, luogo che garantisce socialità e divertimento a poco prezzo riproducendo la pratica familiare dell'autoconsumo:

[...] di vino non ne mancava perché avevamo sempre la cantina piena di quello lì. [...] E una volta finito c'era il "butón", un fiasco apposta, deh tocca a te neh, vai a prenderlo, e lo portavamo [...]
(Testimonianza di P. P., n. 1889)

L'attività che sembra impegnare maggiormente coloro che frequentano una tabina è l'organizzazione di cene e balli. Per le cene vale quanto già rilevato a proposito del consumo del vino: gli amici portano da casa quanto più è possibile:

[...] facciamo la polenta [...] eravamo in tre o quattro o cinque, andavamo a prendere una saracca da un soldo, da un soldo a testa, neh, una saracca da un soldo, lunghe così e poi le toglievamo la testa e le budella, poi la trituravamo e facevamo... uno un pezzo di burro, l'altro un po' d'olio, li prendevamo da casa, eh! Sempre perché di soldi non ce n'erano, poi facevamo lì facevamo delle pignatte larghe così [...]
(Testimonianza di P. P., n. 1889)

I balli costituiscono l'unica occasione in cui è possibile entrare nelle tabine, che si definiscono pertanto come luoghi di socialità esclusivamente maschile: la donna, relegata com'è nella sfera domestica, non può permettersi momenti di svago pubblici e autonomi: partecipa ai balli perché questi sono per definizione il veicolo, riconosciuto e sanzionato dalla comunità, dell'incontro tra i sessi per la realizzazione degli scambi matrimoniali. Le cene nelle tabine sembrano invece affermare l'indipendenza maschile: sono uno dei modi in cui si esprime la diversità-superiorità del ruolo maschile; solo gli uomini, tra l'altro, possono ubriacarsi senza perdere l'onore, purché questo non si ripeta troppo spesso e accada in situazioni ritenute accettabili dalla comunità.
I gruppi di amici che si trovano nelle tabine sono formati in gran parte di coscritti, però l'età non costituisce un requisito fondamentale per farne parte.
G. D. (n. 1903) dice che nella tabina si trovava con gli "amici da giovani"57 intendendo con questo sottolinearne l'origine diversa: alcuni erano compagni di scuola, altri li aveva conosciuti come compagni di giochi, altri ancora provenivano dal vicinato. Alla base del gruppo di amici della tabina vi è un processo aggregativo che è sostanzialmente lo stesso che dà vita ad un gruppo di amici che condivide soprattutto i momenti liberi dal lavoro: vi prevalgono cioè gli elementi di scelta individuale, per quanto tale scelta avvenga entro limiti ben determinati dall'ambiente socio-culturale circostante. In effetti non a caso i componenti di questi circoli sono quasi tutti contadini originari del paese, gli operai essendo ancora una minoranza assai esigua tra i locali nel periodo di maggior espansione di questa forma associativa (prima che il regime fascista imponga la chiusura a diverse tabine):

[...] eravamo contadini, sempre contadini; proprio della fabbrica fissi non ce n'era nessuno [...] c'era solo il B., ha continuato un po' lì ad andare in fabbrica e gli altri erano tutti contadini, così facevano andare tutti la terra, avevano le bestie tutti [...]
(1a testimonianza di F. P., n. 1894)

Benché non si possa dire che nelle tabine si facesse attività politica, bisogna però rilevare che alcune di esse erano formate in prevalenza da persone che condividevano le stesse opinioni politiche. Per capire come le tabine si relazionassero ai circoli che avevano finalità più propriamente politiche, consideriamo la testimonianza di G. D. (n. 1903): egli faceva parte inizialmente del locale circolo socialista, divenuto poi, ai tempi della scissione di Livorno, comunista ("qui la maggior parte era stata per i comunisti")58; era stato poi introdotto in una tabina da un suo coscritto, membro del circolo, con cui aveva fatto il servizio militare: qui compagni di partito e amici della tabina erano le stesse persone. Le tabine in ogni caso costituivano un'organizzazione politica di livello informale di cui il regime fascista ebbe timore e che quindi cercò di trasformare: da un lato impose la chiusura di quelle "prevalentemente rosse; aperte le altre, a condizione che i loro membri si affiliassero al dopolavoro"59, dall'altro cercò di sostituirvi un luogo di ritrovo dove la socialità potesse esprimersi in modo controllabile: è quello che i nostri testimoni chiamano il "dopolavoro", costruito dopo - anzi "sopra" - l'abbattimento dell'edificio in cui avevano sede il locale circolo socialista (poi comunista) e la locale società operaia.
Dalle testimonianze appare chiaramente che questo "dopolavoro" è un'istituzione imposta dal regime che non trova però consenso tra la gente, ma che raccoglie solo i simpatizzanti o gli iscritti al partito fascista. I gruppi amicali, non potendosi più trovare nelle tabine, si raccolgono in compagnie ristrette che di domenica vanno a bere nelle case degli amici, che si prestano a turno ad offrire la sala ed il vino:

[...] ci siamo riuniti quei cinque o sei o sette o otto, insomma, andavamo poi in giro, una domenica a casa mia, una domenica a casa di un altro, così, ecco, compravamo due paste, due biscotti, passavamo così le feste.
(2a testimonianza di R. R., n. 1906)

Anche in questo caso permane ancora l'elemento di autoconsumo che avevamo visto caratterizzare le tabine: gli amici infatti non si trovano in un luogo pubblico, in un'osteria ad esempio, ma consumano il proprio vino nelle loro case.
Ad eccezione di R. R. (n. 1906) e A. F. (n. 1909) nessuno dei nostri testimoni della prima generazione ha avuto rapporti con gruppi parrocchiali né durante la giovinezza né in seguito: maggiore sarà invece l'influenza delle istituzioni associative cattoliche sulla socializzazione infantile e giovanile della generazione successiva. Né parlano molto i nostri informatori delle veglie nelle stalle, se non mettendole in relazione con la loro infanzia; l'unico a ricordare la stalla allorché parla della sua giovinezza è P. P. (n. 1889), il nostro testimone più anziano:

[...] eravamo bambini e la sera arrivavano a casa gli uomini e noi correvamo nella stalla, a giocare sul pagliaio e i... e i vecchi discorrevano dei loro lavori [...]
(1a testimonianza di R. R., n. 1903)

[...] andavamo nella stalla, non andavamo mica nei caffé come fanno adesso, ehilà, andavamo nella stalla e avanti [...] sempre, a trovare la fidanzata andavamo nella stalla.
(Testimonianza di P. P., n. 1889)

La stalla costituiva evidentemente un luogo d'incontro più usuale per le generazioni precedenti, ora è già in disuso. Diversamente dalla tabina, la stalla è connessa ai legami che si instaurano a livello di cortile e di vicinato, pertanto non è esclusiva: vi si trovano sia donne, che uomini, che bambini. Analogamente si differenziano, come luoghi d'incontro, la piazza e il "cantòn" (l'angolo): nella prima si trovano solo gli uomini a discutere e concludere contratti di lavoro, vendite, acquisti, il "cantòn" è invece il luogo dove si incontrano, nella stagione calda, le donne del vicinato, per parlare o lavorare, i bambini per giocare, oltre naturalmente agli uomini quando arrivano dai lavori dei campi.
Queste ultime osservazioni ci riconducono alla socialità femminile: dalle testimonianze si è portati a credere che l'ambito della socialità delle donne sia più ristretto di quello maschile, in quanto non sembra superare i limiti della parentela e del vicinato. È vero che anche le donne formano gruppi amicali specifici, ma tali gruppi per lo più non mantengono un'identità formale dopo il matrimonio delle donne che ne fanno parte, né sono connessi con i gruppi d'età, che sono un istituto esclusivamente maschile (coscritti). Inoltre le donne sono di fatto escluse da quell'ambito politico istituzionale che è comprensivo di gran parte dell'attività politica dei membri della comunità. Ad esse resta però l'esercizio del controllo del comportamento sociale attraverso il pettegolezzo60, pratica resa possibile, come si è visto, dal ruolo che ricoprono nella sfera domestica e dal loro radicamento nella rete dei rapporti di vicinato: i luoghi tipici della socialità delle donne (case, "cantòn", chiesa, lavatoio ecc.) sono anche i luoghi in cui avviene quello scambio di informazioni che dà origine al pettegolezzo. Quest'ultimo conferisce un notevole potere informale alle donne e le introduce in quell'ambito politico comunitario da cui sembrerebbero del tutto escluse. La gestione del pettegolezzo mette in discussione inoltre la presunta limitatezza della socialità femminile e ridimensiona il ruolo di subalternità delle donne61: benché la donna sia esclusa dalle istituzioni politiche formali, prerogativa maschile di fatto se non di diritto, e da quelle più informali (tabine, gruppi di età), essa è inserita in una rete di rapporti e conoscenze più diffusa di quella maschile (comprendendo, oltre ai parenti e agli amici, i vicini di casa) grazie alla quale riesce a controbilanciare in una certa misura la deprivazione cui deve sottostare.
Si possono notare anche nelle feste le differenziazioni evidenziate per la socialità maschile e femminile? Le feste tendono in genere a riunificare ciò che nell'esperienza quotidiana è diviso: "... la festa ha con il reale un rapporto complesso. Non è semplice riproduzione o inversione del senso, ma - totalizzando esperienze normalmente separate - dà senso a ciò che nel quotidiano sfugge al senso. Tra mondo festivo e mondo quotidiano c'è un rapporto di complementarietà"62. Vi è una sola festa tra quelle ricordate dai nostri testimoni che sia fondata su un'esclusività basata sul sesso e sull'età: è quella dei coscritti, la festa che cioè i membri della stessa classe d'età organizzano prima di partire per il servizio militare e che ripetono in occasione di certi anniversari (25o, 30o ecc.). Le altre feste della comunità vedono la partecipazione dei suoi membri senza esclusione di sorta, il che non vuol dire certo che tutti vi partecipano ed allo stesso modo. Le feste ricordate dai nostri testimoni illuminano aspetti della socialità contadina e della cultura popolare che ritroviamo anche in altre situazioni: un esempio ne sono le feste collegate ad una percezione ciclica del tempo, che ne scandiscono il ritmo stagionale e che assumono significato dal ciclo dei raccolti e dei lavori agricoli: quella detta della Madonna di Rado, dal nome del santuario nei cui pressi si svolge, al tempo del raccolto della segale, e quella dell'uva che si effettua durante la vendemmia; oppure le fiere che si effettuano all'inizio di ogni stagione e che rappresentano, oltre che occasioni di scambi e contratti di vario genere, dei momenti di incontro e di socialità piuttosto sentiti:

[...] poi c'era la Fiera di S. Martino che era come una festa [...]
(1a testimonianza di R. R., n. 1906)

Una festa di questo tipo è anche la cena del maiale, fatta a coronamento del lavoro collettivo svolto dalla famiglia, con l'aiuto dei parenti più stretti, in preparazione dell'annuale provvista di salumi e di lardo. È un modo di ricompensare il lavoro gratuito prestato dai parenti (che in ogni caso sarà ricambiato quando essi a loro volta ammazzeranno il loro maiale) e di auspicare un anno di abbondanza:

Inf. F. Ah! Che cena! Noi eravamo a quattro o cinque cene del maiale ogni inverno, perché si ammazzava d'inverno, era andare...
Inf. R. Parenti...
Inf. F. non so io a che festa, noi, si usava così, tutti i miei zii a sua volta venivano a casa mia e poi andavamo a casa loro, facevamo delle grandi feste, noi la festa più grossa era ammazzare il maiale...
(2a testimonianza di R. R., n. 1906, e A. F., n. 1909)

L'importanza attribuita al cibo, al mangiare e al bere come sostanza della festa si ritrova come elemento caratterizzante anche feste ed eventi motivati dal calendario o da credenze religiose, come sono ad esempio le gite-pellegrinaggi ai santuari (Oropa, Boca, Varallo Sesia). Allorché i nostri testimoni descrivono tali situazioni non danno alcun rilievo all'aspetto religioso, evidenziando invece il fatto che queste feste rappresentavano occasioni di incontro e di mangiate collettive:

[...] e noi andavamo poi su, a piedi, sai, là al Sacro Monte, ecco, e... avevamo con noi la merenda, mangiavamo una volta che eravamo là, e poi la sera venivamo a casa e la giornata era finita [...]
(Testimonianza di E. P., n. 1895)

Inf. R. Poi là [al Santuario di Oropa] facevamo otto giorni.
Inf. F. Otto giorni, prendevamo il mangiare. [...]
Inf. R. Famiglia... famiglia per famiglia si pagava una sciocchezza [per dormire]
Inf. F. Una sciocchezza. E prendevamo il mangiare per quindici giorni.
(1a testimonianza di R. R., n. 1906, e A. F., n. 1909)

La festa non può perciò essere dissociata dalla materialità del cibo e quindi del corpo: anche il rilievo dato al ballare, alla danza, rientra in tale esaltazione di ciò che dà soddisfazione al corpo e di conseguenza anche allo spirito, che non pare del resto distinguersi dal primo. Pur non dimenticando quanto di ideologico e nostalgico è presente in queste rievocazioni delle feste, ne emerge comunque l'immagine di una socialità contadina che si esprime in forme proprie, indipendenti per certi aspetti da condizionamenti politici e religiosi, ricche di materialismo e di capacità di rovesciamento. Tuttavia se è vero che la festa comprende aspetti di ricomposizione di "ciò che normalmente è separato, lo spirito e la materia, la parte superiore e inferiore del corpo..."63 e che in essa si producono fenomeni di sospensione delle regole, questi aspetti non vanno esagerati: vogliamo ricordare a questo proposito quanto accadde alle feste di carnevale svolte a Gattinara durante il regime fascista: allora la capacità satirica della gente venne sottoposta alla censura del potere e incanalata verso la sua celebrazione, e sui carri allegorici, invece delle rappresentazioni in chiave satirica della vita sociale, vennero sistemate le simbologie becere inneggianti all'Italia fascista.
Per certi aspetti il mutamento nella socialità pare evidente allorché passiamo ad esaminare la seconda generazione: P. R. (n. 1940), ad esempio, lamenta l'attenuazione dei legami sociali nella comunità e la fruizione eccessiva, da parte della gente, dei mass-media, che ha occupato in gran parte il posto una volta riservato all'incontrarsi e allo stare insieme, alle feste e così via. Eppure questa seconda generazione ha raccolto in grande misura le tradizioni di quella che l'ha preceduta ed è cresciuta nel clima sociale caratterizzato dalle esperienze della prima: certo da bambini non si sono trovati nelle stalle come i loro genitori, né hanno trascorso buona parte del loro tempo libero nelle tabine nella loro gioventù, ma sono rimasti assai legati a certe occasioni della socialità paesana cui avevano dato rilievo i testimoni della prima generazione:

[...] a me piacevano da matti quelle feste lì, dal carnevale... ma qualsiasi festa mi è sempre piaciuta... dalla Madonna di Rado... Una volta eh, una volta, io vedo, una volta erano più belle [...]
La festa che facevamo era alla Madonna di Rado, proprio la festa bella che facevamo. Andavamo giù alla Madonna con il carretto; ancora dopo sposata, sono andata il primo anno che mi sono sposata, siamo andati giù con il carretto e le panche sopra, tre o quattro carretti [...]

(Testimonianza di P. R., n. 1940)

Le tabine sono in genere state sostituite dai bar: benché alcuni gruppi di giovani le abbiano ricostruite nel secondo dopoguerra, non sono più il luogo d'incontro privilegiato:

[...] e passavamo il tempo o al bar o nella tabina.
(2a testimonianza di B. P., n. 1928)

[...] la tabina l'abbiamo creata si può dire dopo sposati, tutti, i miei amici, ci siamo trovati: "Facciamo la tabina". Però avevamo delle compagnie, magari anche nella strada o in un "cantòn", era lì che ci si trovava e si combinava: "Andiamo a Romagnano". Allora tutti in bicicletta a Romagnano [...]
(Testimonianza di P. R., n. 1940)

Né sono molto più frequentate, se non in occasione di qualche cena, o nel caso che i gruppi di amici si trovino per contribuire all'organizzazione del carnevale. La fruizione del tempo libero comincia ad avvicinarsi ai modelli propri di un'area urbana.
Si mantiene però una forma associativa fondata sulle classi di età qual è la festa dei coscritti, per quanto abbia perso l'importanza che un tempo le veniva attribuita: se è vero che "le condizioni che permettono l'organizzazione delle classi d'età in una comunità sono: una certa dimensione, una certa omogeneità sociale e una certa estraneità alla cultura urbana"64, la persistenza di questo fenomeno è indicativa di un certo grado di ruralità del borgo.
La differenziazione che una volta si esprimeva a livello di socialità nella contrapposizione di tabine contadine e circoli dei "signori" si è ora trasferita nella distinzione tra bar frequentati da gente del luogo, da piemontesi, e bar dove si trovano nella maggior parte gli immigrati:

[...] c'è questa divisione: certi bar sono frequentati solo da meridionali e certi bar sono frequentati solo da... da gattinaresi, da piemontesi, c'è quella differenza.
(2a testimonianza di B. P., n. 1928)

Per ciò che riguarda i modi della socialità femminile restano valide le osservazioni già fatte per le donne della prima generazione: si può però ipotizzare che il pettegolezzo veda ridotto il suo potere a causa della crescita del borgo, della diversificazione delle sue componenti sociali, dei nuovi fattori che concorrono alla formazione della morale, e che si eserciti ora in ambiti più ristretti. Nel complesso, dalle nostre testimonianze possiamo dedurre che, se cambiamenti vi sono stati, sono stati maggiori per gli uomini che per le donne, perché non è stata sostanzialmente modificata la pratica sociale che attribuisce agli uomini la gestione dei ruoli pubblici e che relega le donne nella sfera domestico-privata.

***

Una singola ricostruzione microstorica ci avvicina alla comprensione di una totalità specifica di relazioni e dello svolgersi concreto di un processo di mutamento sociale: per capire però in che cosa si differenzia il caso studiato da altre situazioni e processi, e che cosa ha invece in comune, sarebbe evidentemente necessario inserirlo in una prospettiva comparativa e procedere a confronti che possano permettere generalizzazioni più ampie e significative. Sono pertanto da auspicare studi che si muovano in questa direzione e che rendano conto quindi delle diversità dei processi di mutamento. Tuttavia anche l'analisi di un singolo caso, come quello di Gattinara nel Novecento, o meglio del suo segmento contadino, ci ha permesso di verificare come esistano notevoli diversità nel ritmo del mutamento, a seconda che si consideri la struttura economica, la stratificazione sociale, i rapporti interpersonali e così via, e ciò speriamo possa contribuire a rendere più critico il nostro approccio alle questioni del mutamento sociale.


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