Andrea Paracchini

Rappresentazioni sociali della Resistenza*



L'idea di questa ricerca viene da un'intervista1 a Giovanni De Luna pubblicata nelle pagine culturali del quotidiano "la Repubblica", nella quale lo storico parlava di "uso pubblico" e "uso politico" della storia, di "senso comune", di riabilitazioni, di foibe, di memorie collettive e identitarie, di "Porta a Porta" e antifascismo. Il tutto proprio nelle pagine di un mezzo di comunicazione di massa per eccellenza. Impossibile non cogliere la quantità di stimoli provenienti da quelle pagine. Più difficile cercare di filtrarli, selezionarli e ricomporli in un disegno di ricerca mirato, non dispersivo, ma che riuscisse, o se non altro provasse, ad affrontare il rapporto fra comunicazione di massa e memoria storica.
L'ambito in cui si colloca l'indagine è dunque quello dell'analisi degli effetti a medio e lungo termine della presenza e dell'accessibilità di molteplici messaggi veicolati dal sistema dei media. È questo un ambito problematico, soprattutto quando lo si affronta attraverso un'indagine empirica, dal momento che, superata ormai la concezione ingenua che per lungo tempo ha dipinto i media come aghi che iniettano messaggi in spettatori impotenti, negli anni è emersa con chiarezza la complessità dei contesti e delle modalità reali di appropriazione dei messaggi. Sul lungo e medio termine in particolare è difficile identificare le influenze, reciproche, fra "senso comune" e "senso mediale", dal momento che l'informazione, una volta fruita ed "appropriata", entra a far parte degli scambi comunicativi e delle interazioni sociali quotidiane in cui il "senso comune" costituito dalle rappresentazioni sociali è creato e ricreato.
L'oggetto della ricerca è dunque il "senso comune" riguardo alla Resistenza italiana, intesa in un'accezione allargata: non solo quei venti mesi che vanno dal settembre 1943 alla fine dell'aprile 1945, ma anche le loro implicazioni nella nascita della Repubblica e i nessi con le vicende della seconda guerra mondiale. Non si tratta del "senso comune" della popolazione italiana, ma di un gruppo in particolare, quello degli insegnanti.
Il quadro teorico di riferimento si riallaccia ad una serie di analisi sulle forme di costruzione della conoscenza sociale nel "senso comune", riadattato al contesto specifico di indagine, che riguarda una "cerchia sociale" determinata, gli insegnanti. Si è quindi fatto riferimento al fenomeno delle rappresentazioni sociali così come sono proposte da Serge Moscovici2 e applicate in campo sociologico nello studio del "senso comune" dei "pensatori dilettanti" da Pina Lalli3. Le rappresentazioni sociali della Resistenza sono del resto già state oggetto di altri studi. Nel 1997, ad esempio, il Landis ha condotto un'indagine4 fra i giovani, pur utilizzando un approccio metodologico che si differenzia in parte da quello adottato in questa ricerca.
Un altro importante punto di riferimento è stato il celebre saggio di Alfred Schütz sulla distribuzione sociale della conoscenza5.

La ricerca

La ricerca si basa sull'elaborazione dei risultati di un questionario sottoposto ad un campione di insegnanti delle scuole secondarie superiori della città di Novara nel corso del mese di novembre 2006. La scelta di questa popolazione di riferimento risponde a diverse esigenze. Anzitutto il corpo insegnante rappresenta una popolazione altamente scolarizzata6, capace cioè di esprimersi su un tema complesso attraverso uno strumento articolato e impegnativo come un questionario con molte domande aperte. In secondo luogo, ha dato la possibilità di studiare l'influenza dei media nella costruzione delle rappresentazioni sociali di un fenomeno storico fra gli adulti. In particolare, collaborando con la struttura scolastica (in linea teorica più aperta nei confronti della ricerca) è stato possibile, attraverso un disegno di ricerca relativamente semplice (almeno rispetto ad una ricerca indiscriminata sulla popolazione adulta della provincia), raggiungere un significativo numero di soggetti di varie fasce di età e con differenti percorsi di formazione alle spalle. Bisogna infatti sottolineare che del campione sono entrati a far parte non soltanto insegnanti di materie storico-letterarie o umanistiche, ma anche, quasi in egual misura, di materie scientifiche e tecnico-professionali.
Se questa ricerca non può certo pretendere di sondare il "senso comune" della Resistenza tanto è circoscritto e specifico il suo campione, non si può nemmeno definire un'introspezione nei convincimenti di un gruppo di specialisti del dibattito storiografico, che pure non mancano all'interno del campione. All'origine si è invece ipotizzato che fra gli insegnanti fosse più probabile incontrare esempi di quel "cittadino ben informato" cui fa riferimento Schütz7. Un cittadino che si documenta, che si informa e che partecipa al discorso nell'arena pubblica, attingendo argomenti dalla sfera mediatica e ricombinandoli con il proprio vissuto e le proprie esperienze maturate in relazione ad altre agenzie sociali.
Se non si fosse privilegiato questo genere di opinione documentata (certamente minoritaria rispetto all'insieme della popolazione cittadina) in favore della ben più vasta popolazione degli "uomini della strada", non solo la ricerca sarebbe diventata molto più complessa dal punto di vista pratico, ma si sarebbe corso il rischio di interrogare in maniera "puntuta" persone su temi che non li riguardano, su rappresentazioni che non hanno o hanno solo abbozzato, ottenendo risultati fuorvianti o quantomeno privi di interesse.
Questa scelta non dovrebbe tuttavia precludere la possibilità di applicare la teoria delle rappresentazioni sociali di Serge Moscovici8. Questi infatti contrappone l'universo reificato del discorso del ricercatore scientifico a quello consensuale del discorso di senso comune. Ma la realtà quotidiana degli insegnanti che hanno partecipato all'indagine, pur collegata in modo "professionale" al settore scientifico, fa comunque parte di questo universo, caratterizzato da una molteplicità di fonti di informazione che "metabolizzano e ricostruiscono quotidianamente le stesse teorie scientifiche riancorandole a contesti e valori extra-scientifici, `locali' potremmo dire. E viceversa, nuove teorie, una volta giunte, specie grazie ai mass media, nel contesto quotidiano, possono gettare nuova luce a fenomeni già familiari"9.
Peppino Ortoleva10 ha parlato, a proposito della crisi delle riviste storiche accademiche, del boom degli strumenti di comunicazione per "intellettuali di massa", come le pagine culturali dei quotidiani o le riviste letterarie. Esisterebbe cioè, tra la comunità specialistica e il "grande pubblico" con competenze generiche, un'area intermedia, composta, tra le altre figure, anche dagli insegnanti. È l' "ampio strato di popolazione che, pur militando raramente in qualche forza politica, si interessa di politica, legge i giornali e prende posizione almeno in occasione delle tornate elettorali" e che, secondo Alessandro Cavalli11, è stato parte integrante del dibattito su fascismo e Resistenza.

Analisi dei dati qualitativi

Si prendono ora in considerazione le convinzioni e gli atteggiamenti nei confronti del fenomeno della Resistenza del campione di insegnanti coinvolti nella ricerca, attraverso l'analisi delle risposte ad una serie di domande aperte ed items contenuti nella parte centrale del questionario loro sottoposto.

Dalle fotografie di rappresaglie all'immaginario iracheno
La domanda 23, che richiede un breve commento ad alcune immagini, è una domanda di libera evocazione sulla base di stimoli costituiti da due fotografie. La prima fotografia mostra un cascinale in fiamme, due uomini armati, un uomo disarmato e un capo di bestiame in fuga. La foto non è molto nitida e i particolari dei volti e dell'abbigliamento non sono facilmente identificabili. Sotto la fotografia, con funzione di didascalia, è stato indicato "Agosto 1944 - Appennino tosco-emiliano". L'immagine è stata scelta volutamente per la sua ambiguità, così da lasciare massima libertà all'interpretazione; in particolare, a proposito dei ruoli dei protagonisti, si è supposto, in fase di realizzazione del questionario, che la scena potesse indurre a riflettere sul rapporto complesso e cruciale fra i partigiani e la popolazione nel corso della lotta di liberazione. Come sostiene infatti la storica Gabriella Gribaudi, in passato "si è enfatizzato il rapporto armonioso fra partigiani e popolazione ed è calato il silenzio sui conflitti e sulle contraddizioni che hanno segnato i rapporti fra partigiani e popolazione nelle zone di campagna, ma anche nelle città"12.
Pure senza entrare nel merito della realtà di allora, il passare del tempo, l'emergere di nuovi episodi, le stesse campagne mediatiche hanno influito sulla trasmissione della memoria, determinando fenomeni di "slittamento della colpa" delle stragi dai nazifascisti che le avevano commesse ai partigiani che le avevano "provocate" con le loro azioni13. Per una documentazione su questo genere di valutazioni si rimanda ad alcune delle interviste raccolte nello studio del Landis14 e in quello di Bellavite15.
Simili fenomeni non sembrano tuttavia essersi verificati all'interno del campione, dal momento che l'interpretazione prevalente è stata quella di chi ha riconosciuto nella fotografia l'immagine di una rappresaglia nazifascista: interpretazione condivisa da quarantuno insegnanti, a cui si possono aggiungere i sette insegnanti che hanno inquadrato la scena come una tipica azione di guerra condotta lungo la Linea gotica. Diversi insegnanti hanno provato anche una contestualizzazione precisa, suggerendo che la foto riguardasse le rappresaglie contro Marzabotto o Sant'Anna di Stazzema: "Potrebbe essere un'immagine delle rappresaglie e delle stragi di Sant'Anna di Stazzema. Uccisione di circa quattrocento civili e distruzione del paese ad opera dei nazifascisti".
Le letture che si concentrano sulle vittime civili della guerra, persone comuni che "loro malgrado, si sono trovate coinvolte nella guerra senza aver coscienza dei fatti", sono poche di più di quelle che si mostrano anche soltanto aperte ad una responsabilità dei partigiani dietro all'atto, condivise da un intervistato su dieci. Ecco un esempio: "L'immagine sembrerebbe trasmettere il messaggio scomodo secondo il quale la lotta partigiana ha causato distruzione in villaggi montani in cui arrivava la guerriglia contro i nazifascisti. Tedeschi e fascisti ricorrevano spesso a rappresaglie nei confronti delle popolazioni locali (come incendi di villaggi) come forma di minaccia o di vendetta per l'aiuto offerto ai partigiani".
È interessante una chiosa posta in fondo ad uno dei commenti, in cui si dichiara che l'episodio "oggi dovrebbe essere definito come 'un atto di terrorismo'...". È il segnale di come le categorie del presente, le chiavi di lettura proposte anche dai media per interpretare la cronaca internazionale, influenzino e condizionino la stessa visione del passato, tanto quanto i "discorsi" che trattano apertamente di storia. Un'ultima considerazione riguarda quella parte del campione che ha espresso valutazioni più complesse da classificare ed interpretare: orrore, condanna della guerra, biasimo per i responsabili degli atti (chiunque essi fossero), espressioni generiche e in alcuni casi velate di retorica, che si sono rivelate poco utili ai fini dell'analisi, ma che sono ritornate con frequenza in tutte le domande aperte del questionario.
A proposito della seconda fotografia, ad esempio, c'è un'analoga proporzione di intervistati allineati su questo genere di giudizi. L'immagine da commentare in questo caso è corredata dalla didascalia "Giugno 1944 - Verbania" e ritrae una processione di uomini e donne (civili) in fila per due fra due ali di uomini armati (poco visibili ai lati dell'inquadratura). Il capofila porta un cartello con scritto a caratteri cubitali: "Sono questi i liberatori d'Italia oppure sono i banditi?". Quaranta intervistati hanno commentato la foto producendo una descrizione dell'immagine simile a quella appena abbozzata. Altri ventidue hanno invece riconosciuto con precisione in quell'immagine i "martiri di Fondotoce", secondo il nome con cui i quarantatré civili e partigiani dell'Ossola uccisi nel '44 sono entrati nella storia della Resistenza, e si sono dilungati nell'illustrare la loro tragica fine. A riguardo della notorietà dell'episodio, può essere utile citare una risposta in particolare: "L'episodio è ben noto per chi abita da queste parti. Non so quanto possa servire, ma credo di averne abbastanza dopo decenni in cui ho sentito parlare in modo unilaterale sempre delle stesse cose".
È una reazione di rifiuto di inattesa sincerità e veemenza che lascia trapelare un senso di insoddisfazione nei confronti della "storia ufficiale", persino - e qui sta la particolarità - di quella locale. È un segnale lampante delle crescenti reazioni di stanchezza cui va incontro il "mito resistenziale". In questo campione non c'è desiderio di "pacificazione", quanto piuttosto di relativizzazione: esiste una seconda faccia della storia di cui fanno parte tutte le colpe di partigiani e "resistenti". Il relativismo spinge sino ad equiparare i due fronti. Si consideri ad esempio questo commento alla fotografia: "Partigiani trucidati = vittime, ma fascisti = vittime. Tutti vittime di propaganda, società, cultura, istruzione, luoghi comuni".
Come per la fotografia precedente, anche in questo caso era stata scelta un'immagine ambigua, in particolare a causa del cartello con quel messaggio sibillino. L'obiettivo, peraltro apparentemente raggiunto, era quello di suscitare un ventaglio non banale di risposte. In un pre-test condotto su un piccolo gruppo di studenti di scuola superiore, molti avevano interpretato la scena come una libera manifestazione di protesta contro l'esercito americano. Sebbene un insegnante dichiari: "Chi mai può pensare, osservando i volti e i soldati armati in testa e in coda, ad una manifestazione 'spontanea'?", questa interpretazione ha trovato i suoi sostenitori anche in questo campione: secondo sette intervistati la processione dei condannati a morte è in realtà una manifestazione che ha come bersaglio i partigiani o l'esercito americano. Qui di seguito due esempi: "Manifestazione contro gli americani" e "La foto mostra la manifestazione di alcuni italiani che non credevano agli alleati, ma pensavano semplicemente di aver cambiato dominatore".
Si tratta di un gruppo troppo esiguo per poterne valutare la composizione rispetto ad altre caratteristiche, ma la cui esistenza va comunque sottolineata. Un simile malinteso si giustifica probabilmente chiamando in causa la rappresentazione sociale degli Stati Uniti, specialmente nel loro ruolo di potenza militare internazionale, piuttosto che quella della Resistenza. Potrebbe essere infatti che l'ondata di ostilità che ha accompagnato tutte le recenti missioni militari all'estero condotte dall'esercito americano - ultima in ordine di tempo quella irachena - abbia avvalorato (sebbene in una porzione limitata del campione) l'idea di un esercito americano visto dalle popolazioni più come "invasore" che come "liberatore", comunque e in ogni epoca. Si tratta di una manifestazione del processo di "ancoraggio" alle rappresentazioni sociali: una nuova informazione si lega alla rappresentazione già esistente modificandone il senso16.
Per completare questo ragionamento può essere utile anticipare l'analisi delle risposte alla domanda 28, nella quale si richiama un dibattito politico-giornalistico risalente al 2003, dopo la presa di Bagdad da parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti, quando gli attacchi suicidi, le autobomba e le aggressioni alle forze occidentali iniziarono a moltiplicarsi: "Tempo fa si è discusso molto sull'attribuzione dell' 'etichetta' 'resistenza' a gruppi armati iracheni che si opponevano alla presenza dell'esercito americano in Iraq. Ricorda quel dibattito? Trova che fosse corretto in quel caso parlare di 'resistenza'?". Alcuni giornalisti (fra cui Lilli Gruber del Tg1) cominciarono allora a parlare di "resistenza irachena", suscitando allo stesso tempo reazioni di condanna e di approvazione. Anche in questo caso abbiamo una rappresentazione, quella di "resistenza", a cui viene accostato un elemento nuovo ed estraneo. Il risultato di questo accostamento può essere differente a seconda degli individui. Al netto delle risposte ambigue (diciannove) e delle affermazioni provocatorie e non pertinenti (due), è possibile dividere le altre risposte fornite in tre categorie: favorevoli e contrarie (più o meno motivate) e problematiche. In quest'ultima tipologia, alla quale sono riconducibili ventisei risposte, rientrano quelle in cui si fa esplicito riferimento a differenze (evidenti) storiche e contestuali fra l'attuale situazione irachena17 e il biennio '44-45 in Italia. Quasi in ugual numero sono gli intervistati che si dichiarano favorevoli (venticinque), pochi meno i contrari (ventuno in tutto). La difficoltà di definire ed inquadrare la situazione irachena e di catalogare le quotidiane azioni violente che avvengono in Iraq sembra essere il motivo principale di questa spaccatura nel campione, come confermano gli stessi intervistati nel testo delle risposte che per questa domanda erano particolarmente eterogenee.
L'Iraq è comunque uno scenario presente e attivo nella mente degli intervistati, al punto da riaffacciarsi anche in altre parti del questionario, a volte sorprendentemente.

Come si giudica la violenza: piazzale Loreto '44-45
Ritornando all'ordine delle domande proposto dal questionario, la domanda 24 richiede nuovamente di commentare due fotografie. In questo caso però gli stimoli vengono mostrati simultaneamente, uno a fianco dell'altro: a sinistra l'immagine di un gruppo di corpi ammassati in terra attorno ad un cartello (la scritta è illeggibile) piantato nel terreno, in primo piano il volto di un militare con un'aquila ben in vista sul cappello; a destra una piazza gremita di persone davanti ai corpi di Mussolini, Petacci e un altro uomo appesi alla tettoia di un benzinaio. La didascalia recita rispettivamente: "Piazzale Loreto, agosto 1944" e "Piazzale Loreto, aprile 1945".
Le due immagini sono quasi altrettanto ambigue di quelle della domanda 23, ma più note (in particolare la seconda), e soprattutto la didascalia in questo caso fornisce un notevole aiuto all'interpretazione. I risultati lo confermano: otto insegnanti dichiarano di non riuscire a riconoscere la prima foto, solamente uno la seconda18. Si tratta però di un riconoscimento qualitativamente differente. Se per la prima immagine infatti soltanto tredici insegnanti contestualizzano la scena con ricchezza di dettagli e informazioni, contro quarantasette che si limitano a descriverla completando i "vuoti" con deduzioni elementari, per la seconda immagine le proporzioni sono più che invertite. In questo caso infatti sessantatré intervistati, su settantacinque che hanno risposto, descrivono i fatti di piazzale Loreto all'indomani della Liberazione con una precisione che induce chiaramente a pensare che in molti casi l'intervistato abbia scritto a ruota libera seguendo le sue conoscenze, a prescindere dall'immagine. Molti infatti parlano di Mussolini appeso insieme ad altri gerarchi (Pavolini e Starace in particolare), anche se nella fotografia inserita nel questionario è presente soltanto un'altra figura appesa a fianco di Mussolini e della Petacci: Pavolini. Colpisce inoltre la spersonalizzazione della "folla", questo il termine con cui più spesso ci si riferisce alle persone spettatrici, per contrasto con la forte personalizzazione dei corpi esposti. A questo proposito è singolare come ben trentanove risposte contengano esplicitamente il nome di Claretta Petacci, l'amante di Mussolini, uccisa insieme al dittatore a Dongo, sul lago di Como, ed esposta al suo fianco a piazzale Loreto. È ragionevole chiedersi se una simile "confidenza" con i protagonisti di una delle due scene possa influenzare la valutazione dell'accostamento fra le immagini, pensato e voluto per risultare indiscriminatamente provocatorio e costringere tutti gli intervistati, a prescindere dalle loro convinzioni e valutazioni sulla Resistenza, ad instaurare un nesso fra le due immagini19. Non sempre però questo intento è stato assecondato dagli intervistati, che il più delle volte si sono invece limitati a commentare soltanto la seconda fotografia.
L'analisi delle risposte ottenute porta comunque ad individuare quattro atteggiamenti differenti: approvazione, giustificazione, equiparazione e condanna. L'atteggiamento di approvazione è condiviso soltanto da quattro intervistati e si riscontra unicamente in riferimento alla valutazione della seconda fotografia. La condanna generica dell'accaduto (riferita all'uno, all'altro o ad entrambi i casi) risulta invece espressa da tredici insegnanti. Più interessanti le altre due sfumature di atteggiamento aperte ad una lettura combinata dei due episodi. I giustificazionisti sono quindici, appena due in più di quanti condannano i fatti di piazzale Loreto. La loro posizione può essere di biasimo, rammarico, vergogna, ma è accompagnata da una valutazione del contesto e delle premesse che li induce a leggere come "inevitabile" l'esposizione di Mussolini. Nettamente maggioritari risultano invece quanti tendono ad equiparare i due episodi. Trentuno insegnanti vedono nei corpi dei partigiani abbandonati al sole e nei cadaveri appesi a testa in giù l'espressione della stessa "barbarie", della stessa disumanizzazione. L'orrore per la scena, in particolare per quella del '45, è tale da non consentire di instaurare una gerarchia di legittimazione fra i liberatori e l'oppressore: nel delitto sono tutti uguali e colpevoli. Non c'è, come invece prima si era suggerito, un nesso tra l'atteggiamento verso l'episodio e la "confidenza" verso i protagonisti. Se infatti si incrocia la citazione del nome di Claretta Petacci con la valutazione data degli episodi non si ottiene alcuna correlazione significativa. L'unica constatazione che si può avanzare è che la citazione di Claretta Petacci risulta fortemente minoritaria solo fra coloro che propendono per l'equiparazione.
L'elevato tasso di citazione sembrerebbe quindi mostrare semplicemente una conoscenza particolare dell'entourage di Mussolini. Potrebbe essere un riflesso combinato di quella passione per i documentari biografici che in molti hanno dichiarato di nutrire (ma pure in questo caso la correlazione non è così evidente a livello statistico) e del grande peso mediatico dato al racconto della vita di Mussolini con attenzione, soprattutto negli ultimi anni, al lato più umano, familiare, domestico del personaggio. Una sorta di cronaca rosa storica che evidentemente lascia il segno.
Come già anticipato però, in questa domanda si riaffacciano le suggestioni provenienti dall'Iraq. Anzitutto, nel commento alle due fotografie un'insegnante dichiara lapidaria: "Quasi Iraq". Un altro insegnante invece, di fronte all'immagine dell'agosto 1944, dichiara: "Senza la didascalia potrebbe essere una foto di Bagdad o Kabul di questi giorni".
Del resto spunti a sostegno del nesso piazzale Loreto-Iraq sono venuti pure dalla cronaca recente: il 30 dicembre 2006, infatti, alle 4 di notte ora italiana, è stata eseguita la sentenza di morte per impiccagione dell'ex rais di Bagdad Saddam Hussein. Al messaggio contro la pena di morte inviato dal governo italiano ha replicato seccato il primo ministro iracheno Nuri Al-Maliki, ricordando il trattamento che l'Italia aveva riservato al suo dittatore. È stata la scintilla che ha fatto scoppiare un dibattito che già stava prendendo forma dalle prime ore successive all'esecuzione. La sera dell'8 gennaio 2007 è così andata in onda una puntata di "Porta a Porta", in seconda serata su Rai 1, che ha aperto con i risultati di un sondaggio "esclusivo": il grande wallscreen alle spalle del conduttore riempito dalla fotografia di Mussolini a piazzale Loreto (la foto è la stessa utilizzata nel questionario) e il titolo a caratteri cubitali su fondo rosso: "Mussolini andava salvato". Il testo della domanda, parte di un sondaggio telefonico, con le alternative di risposa proposte e le relative percentuali, è questo: "Parlando ora di avvenimenti del passato, come lei sa Benito Mussolini è stato giustiziato dai partigiani nel 1945. Secondo lei è giusto che sia stato giustiziato in quanto erano cose normali che succedevano in guerra (8 per cento); era giusto giustiziarlo, ma dopo un regolare processo (32 per cento); era giusto processarlo, senza giustiziarlo (45 per cento); era giusto lasciarlo libero (6 per cento); non sa/non risponde (9 per cento).
Come si poteva intuire anche dal breve dibattito fra gli ospiti in studio seguito al "disvelamento" dei risultati di questa domanda, peraltro già discutibile, lo scoop di Bruno Vespa non ha avuto alcun seguito. È una caratteristica di molte delle iniziative di revisione storica che partono dai media: nascono in risposta all'immediata attualità, a quel presente in cui avviene il loro stesso consumo, concependo "la storia dal punto di vista della sua fine, di un presente assoluto in cui il rapporto con il passato è piegato alle leggi dello spettacolo"20.
La questione ha tuttavia suscitato anche riflessioni più profonde e il parallelo fra l'Iraq e Mussolini non è sembrato peregrino a ben più di un commentatore accreditato. La questione è resa tuttavia ambigua per la sovrapposizione che si è creata anche nel discorso pubblico fra l'esecuzione di Mussolini, avvenuta per fucilazione sulle rive del lago di Como, e l'esposizione e l'oltraggio del cadavere, avvenuta il giorno dopo in piazzale Loreto. Non a caso un'intervistata commenta didascalica la seconda foto scrivendo: "Impiccagione Mussolini". Si verifica cioè un intrecciarsi fra il tema della "condanna a morte" e quello dell' "esposizione dei corpi", anche se non sempre evidente dalle risposte fornite. Il caso giornalistico, e dunque il parallelo con l'impiccagione di Saddam, attengono solo al primo dei due temi. "Come può la sinistra criticare oggi la condanna di Saddam senza rinnegare anche piazzale Loreto?", è stata la domanda che ha occupato per un paio di giorni l'arena mediatica. Ma il problema è che allora il confronto dovrebbe essere fra Bagdad e Dongo, non Milano. Tuttavia piazzale Loreto è diventato il simbolo di quell'esecuzione, al punto che, ancora una volta negli anni settanta, circolava uno slogan che diceva: "Piazzale Loreto: c'è ancora tanto posto".
Ciò che di veramente vergognoso sembra colpire gli intervistati al punto da spingere alcuni di loro ad equiparare i responsabili dei due piazzale Loreto nella medesima barbarie è invece l' "esposizione dei corpi". Un gesto che, lo ricorda pure un insegnante, fu condannato anche da partigiani come Ferruccio Parri, che lo definì "esibizione di macelleria messicana", e l'ex presidente della Repubblica Sandro Pertini, secondo cui a piazzale Loreto l'insurrezione si era disonorata. L' "insurrezione" tutta, perché a piazzale Loreto non c'erano solo i partigiani ma, come riassume De Luna, ad assistere allo spettacolo dei corpi appesi c'erano molte Italie: "Quella della 'zona grigia' (la morbosa attrazione per le calze della Petacci e per le sue vesti scomposte), l'Italia fascista (l'abitudine a esser folla e spettatori, a passare senza soluzione di continuità dall'osanna al crucifige), l'Italia contadina e rurale (gli ortaggi e il pane nero gettati su chi ha fatto patire agli altri la fame), l'Italia delle 'minoranze eroiche' del Partito d'Azione [che sognava una piazzale Loreto di ben altro genere] [...], l'Italia dei comunisti"21. Di queste tante Italie parla Sergio Luzzatto22, da cui De Luna ha ricavato le considerazioni appena citate, che prova a spiegare il senso di quel gesto, almeno per quanto riguarda Mussolini, distinguendo fra un "prima", con il culto del corpo del duce, il "durante", la legge del taglione tipica di ogni guerra civile, e il "dopo", con le peripezie legate alla salma. Ma questo non basta per spiegare il perché dell'esposizione anche di Claretta Petacci. È forse proprio il senso di ingiustizia per il coinvolgimento di un'innocente che può rendere ragione dei riferimenti alla donna, citata con nome e cognome, da parte di molti degli intervistati.
È interessante notare, a proposito di quanti col senno di poi rimpiangono che non ci sia stato un giusto processo al dittatore, una "Norimberga italiana" (sebbene a Norimberga la pena di morte fosse prevista e comminata), che l'unico intervistato a parlare di giustizia e tribunali speciali lo fa contro ogni tentazione di relativismo: "L'uccisione di civili e l'uccisione di Mussolini non possono essere messe sullo stesso piano. Mussolini aveva responsabilità politiche. Oggi sarebbe stato processato all'Aia per crimini di guerra (il gas in Etiopia, le rappresaglie...). Disapprovo il processo sommario e la condanna a morte, ma ritengo che si iscrivano nella logica perversa della guerra".

Come si giudica la violenza: "La Resistenza ce l'ha insegnato..."
Agli insegnanti che hanno partecipato alla ricerca è stato poi chiesto, con la domanda 27, di commentare lo slogan: "La Resistenza ce l'ha insegnato, uccidere un fascista non è reato". Si tratta di uno slogan piuttosto estremo, diffuso e scandito soprattutto nel corso delle manifestazioni durante gli anni settanta, anni di contestazione ed anche di violenza23, e che poggiava sulla tesi della "Resistenza tradita".
Già il movimento studentesco del Sessantotto aveva aperto una rottura intergenerazionale fra i più giovani e gli ex partigiani diventati parte delle istituzioni, accusati di aver accettato l'involuzione politica dell'Italia, tradendo quindi gli ideali di giustizia ed uguaglianza della Resistenza. Come ricorda Pavone24, la tesi della "Resistenza tradita" era diventata il controcanto "estremista" delle celebrazioni unitarie. L'ardore rivoluzionario, unito al clima degli anni dello stragismo di stato e della strategia della tensione, aveva portato le frange più estreme ad interpretare la Resistenza come un'opera da completare contro il nemico fascista che ancora si trovava nella società italiana. Come segnala Caviglia25, è stato un errore di lettura probabilmente imputabile all'incapacità della società italiana di rielaborare storicamente gli anni della guerra civile. È stato poi agli inizi degli anni ottanta che il "presidente partigiano" Sandro Pertini ha rilanciato gli ideali della Resistenza come "fondamento insopprimibile della democrazia italiana, baluardo unitario contro il terrorismo rosso e nero e contro lo stragismo"26.
Se si è scelto di riproporre lo slogan all'interno del questionario è stato naturalmente non tanto per sondare la fondatezza dello slogan inteso alla lettera (qualche insegnante ha ritenuto opportuno ricordare che nel nostro paese l'omicidio è un reato salvo che in caso di legittima difesa), ma per verificare come gli intervistati configuravano il rapporto fra "violenza" e Resistenza. È un tema questo che ritorna in molte parti del questionario e che è stato introdotto in risposta all'emergere di un diffuso pacifismo della popolazione italiana (a sinistra, ma anche in ambiente cattolico). È in questa logica che è stato chiesto agli intervistati di sesso maschile di indicare se avevano o meno svolto il servizio militare, per poter valutare se l'esperienza della disciplina militare e la preparazione alla guerra avevano un effetto, poi non riscontrato, su come si giudicava una campagna di guerra come la Resistenza (e in particolare la sua inevitabile componente di violenza).
Ritornando allo slogan dunque, va segnalato anzitutto che ben trentasette insegnanti su centotré che hanno risposto alla domanda dichiarano di non averlo mai sentito prima. La proporzione di quanti non lo conoscono scende quando si sale di fascia di età da sette su dieci fra i più giovani (trenta-quarantenni) all'uno su cinque degli over 50. C'è poi un quinto degli insegnanti che si limita a condannare lo slogan senza nemmeno discuterlo. È un atteggiamento via via più diffuso man mano che si sale di fascia di età. Un altro quinto degli intervistati è stato invece in grado di riconoscere e contestualizzare lo slogan all'interno delle contestazioni degli anni settanta27. Dei ventitré insegnanti che l'hanno fatto, sedici hanno un'età che va dai 40 ai 50 anni (pari ad un terzo dei rispondenti alla domanda compresi in quella fascia di età). Se si considera che i più anziani fra di loro a metà degli anni settanta erano ragazzi di vent'anni, mentre i più giovani hanno raggiunto la maggiore età prima della fine della "fase calda" degli anni di piombo (primi anni ottanta), è ragionevole supporre che abbiano potuto assistere o partecipare in prima persona alla stagione della contestazione. Si considerino ad esempio questa risposta: "Ricordi liceali: fine anni settanta. Ovviamente non sono d'accordo", ma soprattutto la sorta di confessione che segue: "L'ho anche gridato e me ne vergogno, anche se sono convinto che sia stato giusto combattere il fascismo e che è giusto continuare a combatterlo".
L'atteggiamento prevalente fra chi riconosce lo slogan è comunque quello di ribadirne la distanza già manifestata in passato. Sembrerebbe dunque confermato quello che sostiene Caviglia e che cioè "questi slogan già allora sembravano orrendi e ingiustificabili"28.
Occorre in ultimo menzionare tre insegnanti che arrivano ad attualizzare lo slogan mettendolo in relazione con il presente. Data la brevità e l'esiguo numero vale la pena di riportarli integralmente: "Oggi ci sono slogan analoghi riferiti ad altri (vedi Islam)"; "Sentita soprattutto negli anni delle contestazioni. Oggi si uccide per molto meno"; "Sì. Ciò che penso dello slogan 'Una-cento-mille Nassiriya'...".
Si tratta di frasi piuttosto sibilline ma non si può non notare, almeno in due di queste, il riaffacciarsi dell'Iraq, dell'Islam e di un clima da "scontro di civiltà". Sembra più difficile invece tentare di realizzare l'intento per il quale era stata introdotta la domanda: troppo poche sono le risposte articolate che si prestino ad analisi. Prevale una prevedibile condanna dell'omicidio, ma pochi entrano nel merito della legittimità dell'uso della violenza nel corso della Resistenza (come nell'esempio seguente): "[...] da quando è finita la Resistenza si torna alla legislazione normale dove uccidere ritorna ad essere un reato".

La Costituzione italiana è figlia della Resistenza?
Nel quesito 30 si fa riferimento ad una formula diventata ormai una sorta di luogo comune: "La Costituzione italiana è figlia della Resistenza". La frase, molto utilizzata nel corso della campagna referendaria contro l'approvazione della riforma costituzionale, attribuisce un ruolo di primo piano alla Resistenza e ai suoi componenti nella fondazione della Repubblica, istituendo un legame diretto di derivazione tra la legge fondamentale dello stato e il movimento resistenziale.
Al termine della seconda guerra mondiale l'Italia era un paese da rifondare sia dal punto di vista delle istituzioni politiche che dal punto di vista identitario: le diverse forze politiche scelsero i valori dell'antifascismo, unici valori condivisi, come base del nuovo regime repubblicano, trasformando la Resistenza da avvenimento storico a "mito fondatore della giovane repubblica che, in un paese appena uscito dall'esperienza del ventennio fascista, trovò nei valori del movimento di liberazione la fonte della propria legittimità storica"29. Il richiamo, sebbene non presente esplicitamente nel testo della Carta, è stato sin da subito affermato. Pombeni cita ad esempio un intervento del giovane Aldo Moro in una sottocommissione della Costituente, il 13 marzo del 1947, in cui disse: "Non possiamo dimenticare quello che è stato, perché questa Costituzione oggi emerge da quella Resistenza, da quella lotta, da quella negazione per le quali ci siamo trovati insieme sul fronte della resistenza e della guerra rivoluzionaria ed ora ci troviamo insieme per questo impegno di affermazione dei valori supremi della dignità umana e della vita sociale"30. Non si tratta di una prerogativa del Pci, ma di una scelta comune a tutte le forze antifasciste, come ricorda anche Pavone: i grandi partiti di massa, scrive, "costruendo una peculiare memoria politica della Resistenza e consegnandola nella Carta costituzionale, hanno certamente contribuito a indicare una tavola di valori capace di tenere insieme la comunità nazionale"31. Tuttavia è stata una scelta che ha avuto il suo prezzo, "un prezzo tanto più alto, quanto più la vecchia politica perdeva consenso e si mostrava incapace di rinnovarsi. E il prezzo è stato l'incapacità di fare i conti fino in fondo con l'esperienza e l'eredità del fascismo"32.
Con la dissoluzione dell'assetto geopolitico bipolare si è tuttavia innescato un processo di revisione complessivo della storia repubblicana33 in cui il ruolo dell'antifascismo ha visto la sua crisi entrare nel momento più acuto mentre al contempo, con le elezioni del 1994, si interrompeva la conventio ad excludendum nei confronti della destra neofascista34. Si è così assistito al "venire meno di una pregiudiziale assoluta e [al]l'inserimento in una memoria ufficiale di elementi di incertezza valutativa e interpretativa in chiave di aperture `revisionistiche'..."35. La "battaglia per la memoria" si è dunque recentemente tradotta in una "battaglia per la Costituzione", il più delle volte intesa però come "semplice espediente per affermare determinati progetti politici"36.
In passato non erano del resto mancate ovviamente interpretazioni differenti delle radici resistenziali della Repubblica, in particolare incentrate sull'asse oppositivo fra antifascismo e anticomunismo37. Riportando la posizione di Ernesto Galli della Loggia, Guazzaloca così riassume: "L'idea che la Resistenza abbia fissato i propri valori nella Carta costituzionale e che esista una equivalenza sostanziale tra antifascismo e democrazia risulterebbe infondata ed arbitraria proprio in virtù della presenza del Partito comunista nella Resistenza e nella transizione verso la Repubblica democratica"38.
Per quanto riguarda il campione di questa ricerca, metà degli intervistati si è dichiarato in accordo con la frase, seppure con minime sfumature, mentre diciassette si sono detti contrari, individuando nella Carta l'esito di altri eventi. In ventuno invece hanno sposato un'interpretazione più problematica della frase. Da segnalare anzitutto due commenti che mettono in guardia dai rischi delle semplificazioni indotte dalla retorica: "È vero. Ma bisogna evitare la retorica che è sempre controproducente. Crea, soprattutto nei giovani, una reazione di rigetto"; "La frase è diventata retorica e quindi un po' fastidiosa, ma in gran parte è veritiera".
L'attenzione viene poi spostata sul ruolo della Costituente o delle radici culturali del nostro paese. La tesi del travaso ideale (quando non delle stesse personalità) dalla Resistenza alle istituzioni del paese è contraddetta da quanti condividono un'interpretazione che rimanda ad esempio a quella di Neri Serneri secondo cui il regime democratico "fu invece l'esito ultimo di un processo nient'affatto lineare, durante il quale i valori ed i progetti forgiati nel periodo resistenziale furono confrontati, ricomposti e rielaborati a fornire il denominatore comune dell'elaborazione costituzionale"39.
Bisogna del resto considerare che la valutazione della frase dipende anche da cosa si intende per Resistenza e da come si interpreta il lavoro della Costituente. Analizzando più in dettaglio la distribuzione fra le opzioni in funzione di altre caratteristiche degli intervistati si possono avanzare alcune considerazioni, ad esempio in merito alla ripartizione fra le diverse opzioni in funzione dell'autoposizionamento politico.
Si nota in particolare che più della metà degli insegnanti che si posizionano a sinistra sono favorevoli all'affermazione. Tra gli insegnanti di centro e di destra il numero dei favorevoli è invece inferiore alla metà. Altri due dati saltano all'occhio: il primo è che tra gli insegnanti di centro sono più numerose le valutazioni problematiche dell'affermazione; il secondo è che tre dei quattro intervistati che hanno risposto polemicamente alla domanda sono di destra. Dal punto di vista delle fasce di età si nota solo una presenza limitata di contrari fra i più giovani e di problematici fra i più anziani.
Considerando invece l'area disciplinare di appartenenza, gli insegnanti di area tecnica sono in proporzione meno problematici e più favorevoli rispetto agli insegnanti di altre aree. Si tratta comunque di differenze non particolarmente consistenti.

La rappresentazione che cambia: tempo, media, politica e revisionismo

L'ultima domanda aperta, la 31, è forse la più importante e complessa, poiché chiede una valutazione del cambiamento dell'idea di Resistenza nel corso degli ultimi anni: "Secondo lei, negli ultimi anni, è cambiata l'idea che la gente ha di che cosa è stata la Resistenza? Se sì, quale o quali pensa siano state le cause principali di questo mutamento?".
Il quesito è stato formulato in termini volutamente "popolari" (un insegnante ha stigmatizzato l'uso dell'espressione "gente", ritenuto troppo fumoso) perché non doveva sembrare la traccia di un tema, non doveva allontanare, ma essere facilmente accessibile a tutti gli intervistati. Il risultato è stato un numero di risposte sufficientemente alto (ottantotto), anche se a volte decisamente telegrafiche e poco motivate. L'analisi delle risposte è stata condotta individuando quattro fattori ricorrenti, indicati come causa del cambiamento: i media, il passare del tempo, il revisionismo e la politica. Una risposta in particolare esemplifica praticamente tutti questi fattori: "Direi che [l'idea della Resistenza] si è rovesciata e questo è dovuto in gran parte alla scomparsa dei protagonisti, all'incapacità delle forze resistenziali di tutelare il loro patrimonio morale e simbolico, ma anche allo straordinario impatto dei mezzi di comunicazione di massa, che hanno svuotato dall'interno questo patrimonio, nonché a una strategia comunicativa e a una politica (culturale?) d'impronta revisionista (uso il termine in senso negativo)".
Per ogni fattore è poi stato valutato se gli intervistati vi attribuivano un ruolo positivo, negativo o neutro nei confronti dell'idea di Resistenza. Per rendere completa l'analisi si è poi cercato di ricavare l'atteggiamento di ogni intervistato verso la Resistenza sulla base della sua risposta, dividendo così gli intervistati in favorevoli, contrari e neutri40. Incrociando atteggiamenti e valutazione dei fattori è così possibile dare una valutazione più approfondita delle risposte alla domanda41.
Il fattore più citato è risultato il trascorrere del tempo (con il distanziarsi degli eventi e il venire a mancare dei testimoni che comporta), indicato da trenta insegnanti. Sono in maggioranza individui con un atteggiamento neutro nei confronti della Resistenza, che si distribuiscono equamente tra una valutazione positiva e una negativa dell'impatto del fattore. Nel complesso però al trascorrere del tempo è attribuito un ruolo prevalentemente negativo.
Stessa valutazione prevalentemente negativa per il fattore politica, chiamato in causa ventidue volte esclusivamente da insegnanti con un atteggiamento neutro o positivo nei confronti della Resistenza. Mentre i primi, solo cinque casi, risultano divisi (tre giudizi positivi, due negativi), i secondi sono decisamente negativi (quindici contro uno). Dal punto di vista di questi ultimi la storia sarebbe vittima dell'uso strumentale che il ceto politico ne fa all'interno della battaglia quotidiana. Secondo Nicola Gallerano "la storia non appare qui un campo di costruzione di grandi narrazioni coerenti e ideologiche o almeno di costruzione di senso. È piuttosto un bacino di pesca di esempi più o meno casuali utili alla polemica dell'ultima ora. L'obiettivo perseguito non è più un popolo da educare ma un'audience da raggiungere, per mezzo della storia ma non solo, con lo spettacolo della politica"42.
Diversa invece l'opinione del sociologo Alessandro Cavalli43 che vede, col processo di nascita della cosiddetta Seconda Repubblica, il mito fondativo messo in discussione dalla presenza alla guida del paese di forze politiche che trascendono la storica discriminante fascismo-antifascismo. Del resto sembra avere ragione Detti44 quando sottolinea che il rapporto fra politica e storia, in particolare quella della Resistenza, non è mutato particolarmente con l'avvicendarsi delle diverse maggioranze. Si consideri ad esempio che una delle prime aperture verso il riconoscimento delle ragioni dei "ragazzi di Salò" fu proprio del diessino Luciano Violante, all'atto dell'assunzione della presidenza della Camera nel 1996. Quando poi il deputato di Alleanza nazionale Menia ha presentato una proposta di legge per concedere un riconoscimento ai congiunti "di coloro che dall'8 settembre 1943 al 10 febbraio 1947 in Istria, in Dalmazia o nelle province dell'attuale confine orientale sono stati soppressi o infoibati", precisando di assimilare agli infoibati "gli scomparsi e quanti, nello stesso periodo e nelle stesse zone sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato in qualsiasi modo perpetrati", fra i relatori della legge si trovava anche lo storico e deputato diessino Domenico Maselli, il quale evidentemente non temeva che la legge avrebbe portato ad assimilare alle vittime delle foibe i caduti delle forze fasciste che combatterono contro la Resistenza italiana, croata e slovena45.
È del resto fuor di dubbio che i colpi più duri siano stati assestati da destra. L'ex presidente del Senato Marcello Pera, dopo aver invitato Giampaolo Pansa a presentare "Il sangue dei vinti" in Senato, ha ad esempio auspicato il superamento della "pregiudiziale antifascista" e delle pretese origini "dalla Resistenza"46. Nella maggior parte dei casi si è tuttavia trattato di iniziative sporadiche e individuali, il cui esito si è rivelato per lo più inconcludente: fiammeggianti polemiche sui media durate qualche giorno, giusto il tempo di imbastirci sopra un paio di talk-show. Secondo Detti infatti il mondo politico sembra "preoccupato anzitutto di prendere le distanze dal passato per accreditarsi sul terreno della novità"47.
Più nettamente percepito sembra l'impatto di "media" e "revisionismo", citati rispettivamente da ventitré e venti insegnanti. La valutazione del loro ruolo è tuttavia più dibattuta e, limitatamente al ristretto numero di casi preso in considerazione, maggiormente correlata. Quando l'atteggiamento nei confronti della Resistenza risulta neutro, il ruolo dei media (quando viene citato) viene visto indifferentemente come positivo o negativo, mentre netta è la distinzione quando l'atteggiamento è favorevole o contrario. Il ruolo dei media viene in questi casi unanimemente valutato rispettivamente come negativo e positivo. L'impressione è dunque quella che i media siano (per chi li considera un agente rilevante) fortemente connotati ideologicamente in senso "revisionista". Non a caso la valutazione dell'influsso del revisionismo segue la stessa distribuzione: ad atteggiamento favorevole corrisponde (quando citato) sempre un ruolo negativo del revisionismo, ad atteggiamento contrario sempre un ruolo positivo. In quest'ultimo caso, anche coloro che mostrano un atteggiamento neutro sembrano più schierati, in particolare valutandone positivamente l'impatto.
Vista la limitata base di riferimento della nostra analisi non è possibile tentare generalizzazioni, tuttavia sembra di riconoscere, nella ventina di insegnanti che hanno risposto alla domanda e che condividono un atteggiamento favorevole nei confronti della Resistenza, una concezione da "fortino assediato". L'idea della Resistenza sarebbe cioè presa d'assalto dall'attacco congiunto di politica e storiografia revisionista, in un contesto in cui il paradigma revisionista sembra godere di grande popolarità mediatica. A tutto questo si aggiunge il venire meno del racconto dei testimoni, non a caso indicato come uno dei principali fattori negativi. Diametralmente opposta risulta invece la visione condivisa da chi mostra un atteggiamento contrario alla Resistenza. Il trascorrere del tempo in questo caso viene visto come una positiva presa di distanza che aiuta a guardare con maggiore obiettività e distacco la storia. Revisionismo e media aiutano in questo senso a fare chiarezza, mentre sul piano politico la "pregiudiziale antifascista" viene rimessa in discussione. Da sottolineare infine come, soprattutto sul fronte dei favorevoli alla Resistenza, la minaccia di cui sopra venga proiettata soprattutto sulle nuove generazioni, sugli studenti. Gli insegnanti, da parte loro, sembrano considerarsi "impermeabili" alle tesi revisioniste e al "bombardamento mediatico".

Valutazioni della Resistenza: un immaginario sfaccettato

Veniamo ora a uno degli item più complesso del questionario. In questo caso all'intervistato sono state sottoposte quindici frasi, molte delle quali volutamente provocatorie, estreme e paradossali, altre più problematiche e sfaccettate, altre ancora costruite attorno a veri e propri "luoghi comuni", tutte accomunate però dal fatto di insistere su alcuni nuclei tematici controversi. All'intervistato era chiesto di scegliere sino a tre frasi con cui si riteneva in accordo e sino a tre frasi con cui invece era in disaccordo, fornendo per ciascuna di queste scelte una breve motivazione.
Si consideri anzitutto l'ordine di preferenza gerarchico, calcolato cioè come somma del numero di scelte ricevute da una frase, indipendentemente dal fatto che ci fosse accordo o disaccordo. Risulta in particolare evidente la forte attrazione esercitata dalla frase 7 ("La Resistenza armata era solo una delle componenti della Resistenza. Persone comuni, donne e soldati hanno fornito un contributo altrettanto importante"), scelta da oltre la metà del campione e, in misura minore, dalla frase 6 ("Non ha senso scaldarsi oggi per attribuire le colpe di qualcosa che è successo più di cinquant'anni fa. Quel che è stato è stato"), indicata da più di un terzo degli intervistati.
A proposito delle frasi che hanno attratto maggiormente gli intervistati, il primo dato interessante è che la frase numero 7 è risultata in accordo per tutti i sessantatré intervistati che l'hanno scelta mentre, al contrario, la frase numero 6 riceve disaccordo quasi unanime. Le due frasi più popolari si collocano quindi ai due estremi opposti dell'ordinamento accordo/disaccordo. Per quanto riguarda la frase numero 6, bisogna evidenziare come questa si discosti molto da tutte le altre, dal momento che non presenta una valutazione degli eventi, ma proclama invece il rifiuto di dare una valutazione, esalta il distacco da un passato sentito come concluso, archiviato, da dimenticare e superare. Se in qualcuno fra gli intervistati è presente il timore che, soprattutto per i giovani, le vicende di cinquant'anni fa siano ormai entrate in un limbo assieme alla presa di Porta Pia o alla prima guerra mondiale, individualmente permangono convinti che "historia magistra vitae": dal passato si può solo imparare.
Se il campione si dimostra piuttosto aperto verso il concetto di guerra civile e verso le "ragioni dei vinti", è pur vero che non passano invece gli appelli che Enzo Forcella sente risuonare nel paese: "I morti sono morti e dai vivi, come ben dice il presidente della Repubblica [C. A. Ciampi], 'non giunge voce di divisioni, rancori, separazione ma unione, fratellanza, amore per la patria'. Pensiamo alla patria, che ne ha tanto bisogno, e non a tenere in piedi artificiosamente le vecchie contrapposizioni e i vecchi rancori"48. È del resto quello che mostrano gli insegnanti un atteggiamento coerente con l'assunto che rappresentino un campione di cosiddetti "cittadini ben informati", assolutamente impermeabili quindi ad ogni appello che possa suonare come qualunquista49. Una ricerca effettuata su un campione differente, ma sempre di alto profilo, aveva del resto dato risultati analoghi. Alla domanda "...'Cosa significa secondo lei oggi la Resistenza?' dei tre atteggiamenti di fondo emersi a prevalere era stato quello che individuava nella Resistenza una 'lezione per il presente', contro i due minoritari (un quinto del campione per entrambe) che la catalogavano come un' 'esperienza ambivalente' e come un' 'esperienza del passato', dalla quale si è avuto quel che si è avuto, nel bene (democrazia) come nel male (guerra civile, discriminazioni fra italiani), rappresenta insomma un fatto storico imbalsamato e, a un tempo, travolto dagli sconvolgimenti politici interni e internazionali del post '89"50.
La frase 7 invece avanza un giudizio piuttosto importante sulla Resistenza. Quella proposta è infatti una definizione della Resistenza che va oltre quella classica di lotta partigiana ed arriva ad includere i soggetti della società civile, persone comuni, donne ed addirittura soldati, nel processo che ha portato alla Liberazione. È una presa di posizione carica di conseguenze, con la quale si cerca di dare conto di quella realtà magmatica che, a seconda delle epoche e delle correnti storiografiche, ha assunto il nome di "attesismo", "resistenza civile", "resistenza non armata" o "zona grigia". Giovanni De Luna individua, a partire dagli anni ottanta, un progressivo slittamento nel racconto storico dell'antifascismo dalla dimensione etico-politica della lotta armata a quella più soggettiva e quotidiana: "Così dal protagonismo esplicito dei grandi soggetti collettivi (gli operai, i partigiani) il fuoco dell'attenzione si è spostato dapprima sulle realtà militarmente 'marginali' (i prigionieri, i deportati, gli ebrei, le donne) fino a scoprire, da ultimo, categorie analitiche e interpretative come la 'zona grigia' o la 'resistenza civile' in cui sembra scomparsa ogni traccia della dimensione antagonistica e conflittuale della prima storiografia resistenziale"51.
Il termine "resistenza" dovrebbe quindi essere usato secondo Forcella quasi come sineddoche: "La parte storicamente più significativa per definire un tutto assai più complesso, frastagliato, sfuggente"52. Un tutto che però, a seconda dei nomi che assume, si carica di diversi significati. La "zona grigia" definita da De Felice riprendendo un'espressione di Primo Levi, mirava a presentare la Resistenza come fenomeno marginale contrapposto all'atteggiamento prevalente fra gli italiani il cui imperativo era anzitutto la sopravvivenza a tutti i costi e il rifiuto di tornare a combattere. Un ventaglio di posizioni comprendenti il doppio gioco e il collaborazionismo passivo oltre che l'attendismo, tutte caratterizzate da connotazione individualista e passiva. La recente storiografia ha puntato invece a rilanciare il significato profondamente politico di tutta una serie di "eterogenee, sovente incerte e talora financo ambigue forme di resistenza", da leggere come "la ripresa di dinamiche di mobilitazione sociale che solo gradualmente approdarono - in modo necessariamente sofferto e pure contraddittorio - alla ricostruzione di una scena pubblica, a forme nuove di politicizzazione consapevole e manifesta"53. L'individuazione dei molteplici percorsi individuali e collettivi e le sfumature dei comportamenti della grande maggioranza della "gente comune" ha permesso di ampliare l'indagine alle forme di resistenza non armata, includendo nell'analisi soggetti sino ad allora marginalizzati come le donne54.
Se il concetto di "zona grigia" non è lusinghiero nei confronti del popolo italiano, nemmeno un'eccessiva enfasi sull'immagine di "un popolo intero in lotta" è esente da controindicazioni. Questa immagine, secondo Nicola Gallerano, "ha occultato il processo faticoso di distacco dal fascismo, che solo una minoranza è riuscita del resto a compiere, e ha steso un pietoso velo di silenzio sulla vasta schiera di coloro che questo esame non avevano neppure avviato. Ha funzionato in sostanza come un'assoluzione generalizzata, rincalzando lo stereotipo dell' 'italiano brava gente'..."55.
Di fronte ad una valutazione complessivamente positiva della Resistenza, accompagnata però da un rifiuto per la sua componente violenta, l'unanime riconoscimento della componente civile quale indispensabile apporto potrebbe dunque risultare nient'altro che una auto-assoluzione postuma. L'unico modo per non marginalizzare la popolazione italiana, pur distanziandosi dai partigiani, sembra dunque quello di riconoscergli un ruolo essenziale. La popolazione in questo modo avrebbe fatto la sua parte, pur senza macchiarsi di alcun crimine violento. Non a caso risulta molto popolare anche la frase numero 8 ("La Resistenza nel complesso è stata un fenomeno positivo, sebbene alcuni dei suoi membri si siano resi colpevoli di gravi crimini"), che giudica positivamente la Resistenza ma ne riconosce colpe precise a carico di ben precisi soggetti. È una frase nei confronti della quale nessuno ha ritenuto di dover esprimere disaccordo, ma che è risultata in accordo solo con intervistati che avevano accettato anche la frase 7.
Non si può però allo stesso tempo escludere, almeno per alcuni degli intervistati, l'influsso esercitato da una storia "vicina", fatta di racconti familiari e di episodi raccontati dalla viva voce dei testimoni. In una guerra che ha segnato tutti, tutti si sono sentiti parte in causa e hanno tramandato la loro storia privata fatta di piccole e grandi "resistenze". Lo dimostrerebbero frasi di motivazione come queste: "Anche i miei genitori che erano persone comuni hanno contribuito a nascondere persone ricercate"; "[...] È la realtà di nonni e nonne, genitori etc...;"; "I nostri paesi e le nostre famiglie sono pieni di episodi significativi in questo senso"; "I miei nonni [...] hanno ospitato numerose formazioni partigiane".
Ritornando alla frase 8, un'osservazione elementare che si potrebbe avanzare è che all'interno del campione nessuno condivide un'immagine idilliaca ed idealizzata della Resistenza. Le sfumature di giudizio tuttavia sono molte e vanno dall'ammissione dell'esistenza di "bande partigiane banditesche", all'evocazione di "testimonianze dolorose" di chi ha vissuto i lati negativi della Resistenza, sino alle più esplicite fughe in avanti verso la parificazione come "ogni guerra ha i suoi eroi e antieroi, su entrambi i fronti". A prevalere in molti sembra essere però una maggiore consapevolezza storica ed un'obiettività di analisi che, pur non intaccando il giudizio complessivo, lascia spazio ad una valutazione più libera e aperta di singoli episodi. Non a caso, a proposito di piazzale Loreto è emersa nel campione una netta presa di distanza dalla resa dei conti con l'ex dittatore. Distanza che, in più della metà di quanti hanno dichiarato il loro accordo con la frase 8, non si limita alla semplice condanna dell'episodio, ma arriva sino ad equiparare l'eccidio dei partigiani con l'esposizione del corpo di Mussolini, a riprova che è proprio l'aspetto "armato" e "violento" quello che crea maggiori turbamenti agli intervistati.
Sei frasi si dimostrano invece più controverse, avendo ricevuto quasi lo stesso numero di manifestazioni di accordo e disaccordo. La 4, in particolare, riguarda ancora la definizione complessiva del fenomeno resistenziale ("Tra il '43 e il '45 in Italia si è combattuta una guerra civile e nelle guerre civili i torti e le colpe sono equamente distribuiti tra le parti combattenti"). Qui si mette in gioco la faccia più dura della Resistenza, quella di guerra civile, e si invoca una sorta di relativismo: colpe e ragioni sono equamente distribuiti fra i partigiani e i loro avversari. È una divisione che rimanda alla frase 8 nei confronti della quale è in contraddizione. In effetti, dei dieci insegnanti che hanno scelto entrambe le frasi, solo quattro si sono dichiarati in accordo con entrambe. Incrociando le valutazioni di questa frase con la valutazione dell'episodio di piazzale Loreto, si mette in evidenza come coloro che si dichiarano in accordo propendano quasi unanimemente per l'equiparazione fra gli episodi delle fotografie, ritenuti evidentemente una conferma della tesi espressa dalla frase 4. Chi si dichiara in disaccordo è invece quasi esclusivamente schierato sulla posizione giustificazionista.
La frase insiste in realtà su due concetti chiave: quello di "guerra civile" e quello di "equiparazione delle colpe". Il primo, l'attribuzione del carattere di guerra civile alla lotta tra resistenti e saloini, ha stentato a farsi strada nel dibattito pubblico e politico. Secondo Rosario Romeo infatti "la Resistenza, valorizzata nei termini di un sia pur ipotetico 'secondo Risorgimento', consentiva [...] di stabilire solidi collegamenti con la più prestigiosa tradizione nazionale"56. Nel campione preso in esame, l'interpretazione in chiave di "guerra civile" dei venti mesi della Resistenza sembra però essere stata accettata, se si considera che nelle motivazioni dei rifiuti non si fa quasi mai riferimento a questo aspetto. In particolare, un solo intervistato dichiara esplicitamente di considerare la Rsi "un organismo politico satellite della Germania" e quindi "straniero". Del resto, dopo l'uscita del saggio di Pavone, sono ormai in pochi, anche in ambito pubblico, a mettere in discussione quello che ormai è considerato un assunto. Maestri57 è arrivato addirittura ad estendere provocatoriamente la categoria di "guerra civile" anche all'ascesa al potere del fascismo nel periodo 1919-1924. Ma è pure un intervistato a proporre un'estensione dell'ambito temporale di riferimento dichiarando tra l'altro: "[...] la Resistenza non è comprensibile, né giudicabile, senza partire dal 1921".
Ben più problematico risulta invece il giudizio sui due schieramenti. Secondo Detti e Flores, dire, come fa l'alfiere del "revisionismo" italiano Sergio Romano, che "...'così è fatta la storia: un impasto di ideali e di fango in cui non è mai facile calcolare con esattezza le dosi degli uni e la dose dell'altro' e parlare di un ventesimo secolo 'fatto di uomini e Stati che non sono mai né completamente buoni né completamente cattivi' non equivale a guardare alla realtà con occhio distaccato e obiettivo, ma a fare professione di relativismo"58. Un relativismo che mira anzitutto a tirare fuori tutto il buono possibile del fascismo e al contrario screditare il più possibile la Resistenza nel complesso, perché interpreta la "guerra civile" nell'accezione di "guerra fratricida", intesa come conflitto sanguinoso in cui i combattenti delle due parti sono allo stesso tempo distinti dagli ideali ugualmente nobili e degni dunque di ricordo, ma assimilati in nome del comune ricorso alla violenza59.
A questa logica risponderebbe l'accostamento enfatico ed esclusivo fra le foibe e la guerra di liberazione, quasi che le foibe non fossero un evento specifico e complesso, ma semplicemente "l'altra faccia" della Resistenza. Accostamento puntualmente messo in campo da un intervistato che così dichiara: "Sia da parte dei fascisti che da parte dei partigiani ci sono stati stermini di massa. I nazisti con i campi di concentramento, mentre coloro che aderirono alla Resistenza con le foibe".
Secondo Bertacchi e Lajolo, autori dalla accentuata visibilità mediatica come Giampaolo Pansa hanno ripreso temi già al centro della polemica alla fine degli anni ottanta, come gli omicidi di fascisti dopo il 25 aprile in Italia e gli eccidi delle foibe, promuovendoli a "fenomeno connotante l'intera Resistenza ed esemplificativo del silenzio colpevole degli storici di sinistra"60. L'enfasi sulle colpe e i crimini della Resistenza dovrebbe così indurre a mettere sullo stesso piano vinti e vincitori all'insegna della pacificazione nazionale e dell'amor patrio. Un obiettivo perseguito61, anche con approcci meno frontali e aggressivi nei confronti della Resistenza, da quanti invocano la legittimità di tutte le forze in campo e della comune pietà umana verso tutti i morti. Come sottolinea Trocini, "se basta poco per comprendere che non tutte le cause che contano un certo numero di martiri possono essere considerate moralmente e politicamente equivalenti, più sottile è la distinzione che si deve fare tra pacificazione e revisione storica"62.
Secondo Pavone, ma è una posizione condivisa da molti ex partigiani, "è da respingere la confusione fra l'eguaglianza di fronte alla morte e le differenze di fronte alla vita"63. Differenze che, pure ammettendo che tra i partigiani ci fossero personaggi moralmente discutibili e fra i saloini giovani in buona fede, riguardano anzitutto la causa degli uni, la liberazione d'Italia e il suo rinnovamento, e quella degli altri, il fascismo e la sudditanza nazista64. Il significato profondo di questa distinzione starebbe in una frase, richiamata da Antonicelli65, attribuita ad un partigiano francese che prima di essere ucciso disse al suo carnefice: "Imbecille, io muoio anche per te". Secondo De Bernardi: "Riconoscere la memoria dei vinti, rispettare i morti di tutte le parti non può significare, in nessun caso, dimenticare da quale parte stavano quei valori di libertà, di eguaglianza, di tolleranza di rispetto della persona, che costituiscono i principi su cui si è venuta faticosamente rifondando l'identità europea dopo la barbarie del fascismo"66. Una conclusione su cui non sembra esserci l'accordo del campione e che dunque non fa ben sperare nella possibilità di un "esame partecipe ma critico delle azioni compiute dai partigiani [quale] miglior omaggio che si possa fare oggi a chi ha combattuto anche duramente per la libertà cercando di non farsi contagiare dalla mistica della violenza, ma senza rifiutare l'idea che in circostanze estreme possa essere necessario rischiare la vita propria e quella altrui"67.
Un'altra frase piuttosto controversa è quella (frase 1) sulla presenza massiccia dei comunisti tra le fila della Resistenza ("Nella Resistenza non tutti erano comunisti, ma i comunisti c'erano tutti"). A giudicare dalle motivazioni addotte, parrebbe che qui la divisione non sia tanto sulla base di una vicinanza più o meno sentita con i comunisti (la frase riscuote consensi anche a destra, come pure disaccordi a sinistra), ma piuttosto sul rifiuto o meno di riconoscere un primato ai comunisti all'interno della Resistenza. Chi si oppone non si richiama ad una presunta apoliticità della Resistenza (chi è in accordo con la frase 7 sulla resistenza civile e ha valutato anche la 1 si dimostra prevalentemente in accordo con entrambe), ma sembra proprio voler rifiutare una "patente" speciale ai comunisti, cittadini come gli altri e quindi altrettanto codardi o eroici, attivi o passivi. Si riferisce così di "molti comunisti [...] imboscati come Togliatti", "resistenti del giorno dopo", si allude a "chi era all'estero" e si ironizza " 'sti comunisti: sono santi!!!".
Sempre riguardo alla composizione della Resistenza, ma qui con attenzione più volta al problema della scelta dello schieramento, è stata proposta la frase 3, dedicata al momento critico dell'8 settembre ("Nel caos dell'8 settembre, era il caso a determinare da quale parte si sarebbe combattuto"). Nella frase si dubita della consapevolezza della scelta e si spinge verso un'ipotetica parificazione dei due schieramenti. Si mette in particolare in dubbio che l'antifascismo abbia costituito una prospettiva di riferimento per le scelte individuali, un esito alla rottura costituita dall'8 settembre. Il tema della svolta dell'8 settembre è stato al centro di un dibattito pubblico sull'identità e sulla patria e, secondo Gallerano, "ha alimentato una letteratura sovrabbondante e rissosa, dispensatrice di 'rivelazioni', a difesa di questo o quell'altro 'protagonista'..."68. La rilettura dell'armistizio e delle sue conseguenze non è certo una novità degli ultimi anni e anzi risale già al 1964 quando un giornalista, Ruggero Zangrandi, pubblicò "1943: 25 luglio - 8 settembre"69 in cui, "mentre il cinema riduceva lo smarrimento e il caos di quei giorni alla misura corriva e autogratulatoria della commedia all'italiana, [l'autore] procedeva a una salutare opera di demistificazione delle falsità, delle coperture, delle omissioni [...] che una memorialistica interessata aveva costruito attorno a quelle vicende"70.
Il numero troppo ridotto di intervistati che si sono pronunciati su questa frase purtroppo non consente di ricavare maggiori indicazioni: l'unico dato che emerge è che le ragioni di chi scelse l'uno o l'altro schieramento non sono ancora una pagina archiviata. Da segnalare che, benché i romanzi siano ritenuti meno affidabili di altre fonti, un intervistato, incerto sulla valutazione della frase, così motiva il suo disaccordo: "Non sono d'accordo, ma posso ammettere (Fenoglio docet) che in certi casi il caso possa aver avuto un ruolo". Evidentemente, almeno per qualcuno, la letteratura è una fonte anche di sapere storiografico.
Altre due frasi che dividono sono quelle che più tendono ad idealizzare la Resistenza. La frase 10 ("Dobbiamo tutto alla Resistenza: libertà, diritti, ideali e valori in cui credere"), positiva sino alla retorica, ottiene tutti i suoi diciassette consensi tra gli insegnanti che si collocano al centrosinistra. A destra invece la frase suscita solo disaccordi (tanti quanti la somma delle manifestazioni di disaccordo provenienti da sinistra e centro).
Identica distribuzione rispetto all'autoposizionamento politico per la frase 12 ("La storia d'Italia è piena di pagine oscure, ma la Resistenza non è una di quelle"). Tra le motivazioni di disaccordo ne va segnalata una che denota una particolare consapevolezza dei rischi legati alla monumentalizzazione del passato, cui la Resistenza è stata soggetta: "I 'miti fondatori' sono pericolosi perché inducono a far tacere lo spirito critico".
C'è poi un'ultima frase, la 9 ("È solo oggi che grazie a film e libri coraggiosi scopriamo finalmente tutta la verità su quanto è accaduto in Italia tra il '43 e il '45"), che divide il campione. Si tratta di una frase che investe in pieno la sfera mediatica e l' "uso pubblico della storia", alludendo alla pubblicazione recente di libri che fanno luce sulle vicende legate alla Resistenza. Anche per questa frase la chiave politica sembra essere utile per l'analisi, sebbene i numeri siano meno consistenti e le generalizzazioni più controverse.
Le motivazioni fornite sono diametralmente opposte e tutte piuttosto accese nei toni: "Finalmente si sono sentite più voci a volte anche dissonanti con il coro dei pro-Resistenza, che ha ampliato il dibattito e ha tolto quella sorta di pudore che bloccava il giudizio"; "È da decenni ormai che della Resistenza non si fornisce più una rappresentazione agiografica, perciò non ritengo di condividere l'idea che 'solo oggi'..."; "Ci sono stati anni di censura retorica"; "A volte il coraggio viene confuso con la ricerca del successo editoriale"; "Era ora che qualcuno parlasse"; "Le recenti pubblicazioni mostrano una delle facce della medaglia, non la verità"; "Finalmente si è alzato il velo di menzogne su tanti episodi della Resistenza"; "Ci sono altre fonti più attendibili". Non mancano anche i giudizi più sfumati, in particolare quelli che ridimensionano la "novità" delle tante rivelazioni degli ultimi anni: "Sono d'accordo ma solo parzialmente, molte cose la gente già le conosceva"; "Si sapeva anche prima, ma il differente clima politico non ne aveva fatto dei best seller"; "Tanto si è sempre saputo, chi non vuole ignora anche oggi".
A proposito del rapporto fra "uso pubblico della storia" sui media e memoria è utile considerare anche questa frase di motivazione: "Già da piccolo ho sentito tanti racconti che hanno coinvolto persone conosciute e che erano ben diversi dalla storia ufficiale, ora qualcuno inizia a parlare".
Sembrerebbe quasi configurarsi un rapporto a due velocità fra la memoria privata, vicina e la storia ufficiale, che solo in ritardo si è adeguata e ha riscoperto la prima. La storia orale ha del resto conosciuto una notevole rivalutazione, come testimoniano i lavori di Alessandro Portelli, Gabriella Gribaudi e dello stesso Claudio Pavone. C'è d'altronde il rischio populista di legittimare oltre ogni ragionevolezza la parola di chi fa parte delle proprie cerchie, svilendo l'approccio scientifico percepito come lontano e inadeguato. Quello che deve interessare qui è però che per alcuni la storia raccontata da chi l'ha vissuta ha un alto valore.
È utile a questo punto prendere rapidamente in esame i risultati ottenuti dalle frasi rimanenti. Nettamente staccate dalla frase numero 6 di cui già si è detto, si trova un gruppo di tre frasi tendenzialmente impopolari. La frase 2 ("Chi pensava fosse prioritario l'orgoglio patrio e il senso d'onore aderì alla Rsi; chi, invece, riteneva fosse prioritario il desiderio di libertà scelse la Resistenza") è una citazione di Giano Accame, intellettuale che in gioventù scelse di arruolarsi nelle file della Rsi proprio il giorno della Liberazione71. La sua tesi che la guerra civile che si è combattuta in Italia sia stata lo scontro fra il senso dell'orgoglio nazionale nutrito da chi aderì alla Rsi e l'anelito di libertà dei partigiani non trova alcun sostegno fra gli intervistati. Nelle motivazioni l'intero impianto è messo in discussione: "Chi aderì alla Rsi era sotto il comando tedesco invasore. Dov'è l'orgoglio patrio?"; "Anche chi aveva il senso della patria militò nelle file partigiane come dimostrano le presenze di molti ufficiali dell'esercito".
Questo è confermato sia a livello di scelte individuali, che su scala più generale, come mostrano i risultati della frase 5 ("La Resistenza ci ha ridato la libertà, ma è stata un duro colpo per l'orgoglio nazionale"), una riformulazione del medesimo concetto in chiave di giudizio complessivo sulla Resistenza e sui suoi effetti. La tesi sulla "morte della patria", deceduta l'8 settembre per responsabilità diretta di quanti scelsero attivamente l'antifascismo e cominciarono la guerra civile, non trova nessun esplicito accordo, ma scatena in un consistente numero di intervistati una reazione di disaccordo. Del resto, ha suggerito Neri Serneri, la patria era forse già morta "nel 1922 o, comunque, nel 1925, quando il fascismo se ne era appropriato"72.
Da notare poi la tendenziale opposizione alla massima della frase 13 ("La storia la scrivono sempre i vincitori, la Resistenza ne è una prova"), talvolta passata come verità storica incontrovertibile, spesso tacciata di essere uno dei luoghi comuni più triti. Secondo questa tesi, un'immagine mitica e celebrativa della Resistenza sarebbe stata difesa da "un compatto e unanime schieramento dei partiti dell'arco costituzionale e dei loro intellettuali", con "la conseguente damnatio memoriae nei confronti dei suoi avversari"73.
Anche in questo caso la collocazione politica risulta essere uno spartiacque nettissimo per la valutazione della frase: nove in disaccordo e nessun accordo a sinistra, uno a uno al centro contro due in accordo e nessun disaccordo a destra. Con tutte le cautele che il campione ridotto impone alle generalizzazioni, nonostante lo "sdoganamento" ormai assodato degli ex fascisti sulla scena pubblica e politica, un certo senso di rivalsa sembra permanere in chi si colloca a destra. Tra le motivazioni c'è chi cita la cosiddetta "legge di Brenno" ("guai ai vinti!"). Viceversa, per chi sta a sinistra, forse proprio in ragione del venir meno dei vecchi steccati, è difficile sentirsi vincitore e soprattutto "padrone della storia" in un momento in cui è prevalente al contrario la sensazione di "assedio" da parte delle riscritture revisioniste. Come dichiara un intervistato: "Il revisionismo attuale, le sue modalità, sono prove evidenti che non è stata scritta solo dai vincitori; che gli uomini e le idee della Resistenza abbiano 'vinto', è tutto da dimostrare".
Entrambe le visioni sembrano poggiare su questioni che, sottolinea Neri Serneri, "confondono o assimilano senza riserve - non è dato sapere quanto scientemente - la storiografia resistenziale con la pur legittima narrazione politica della Resistenza"74. L'uso dell'antifascismo a scopo di legittimazione delle forze politiche uscite vincitrici dalla guerra non deve nascondere che è dagli anni ottanta che la storiografia, anche quella più fedele al "paradigma antifascista", si interroga "certo tra contrasti ed anche lacerazioni, proprio attorno ai nodi della pluralità delle scelte, delle motivazioni e dei comportamenti dei diversi protagonisti della stagione del 1943-45"75.
Risulta più complessa l'interpretazione delle frasi più popolari cui ancora non si è accennato, la 11 e la 15. La frase 11 ("Con tutto quello che gli italiani avevano patito durante il fascismo, era inevitabile che col crollo del fascismo si sarebbero verificate vendette ed episodi di violenza"), che ha riscosso molti accordi e un solo disaccordo, giustifica gli eventuali eccessi della Resistenza in relazione alle vessazioni subite sotto il regime. Non è stato possibile tuttavia scorgere alcuna correlazione fra questa frase e le valutazioni degli episodi a piazzale Loreto, quasi come se propositi generici di comprensione delle ragioni da parte di alcuni crollassero di fronte ai casi concreti. Sul piano dell'analisi storiografica la tesi trova diversi sostenitori. Ad esempio d'Orsi insiste sul carattere di inevitabilità degli episodi avvenuti nelle "giornate immediatamente successive al 25 aprile, in cui si lasciò fare, giustificando gli indubbi eccessi", invitando a storicizzare e contestualizzare il fenomeno in una situazione "di difficilissima governabilità [in cui] gli stessi comandi alleati ebbero la netta sensazione che molti di quei delitti erano privi di motivazione politica"76. Anche Maestri richiama l'attenzione sul contesto dei giorni successivi alla Liberazione nei quali "ci si muoveva nell'assenza dello stato e del suo potere, nel convulso agitarsi di organizzazioni, partiti, gruppi, individui, si agiva più per impulsi e decisioni singole che per regole"77.
Alcuni intervistati così motivano il loro accordo con la frase, addebitando le reazioni eccessive al comportamento "particolarmente odioso" tenuto dai fascisti o alla "natura umana" vendicativa o riconducendo a "quello che avviene sempre quando un popolo intero esce da un periodo di dittatura". Inoltre d'Orsi minimizza il numero di questi episodi di "rivalsa" e Neri Serneri arriva addirittura a proporre un confronto con altre realtà coeve: "In Italia si stimano in circa 10.000-12.000 i fascisti uccisi nei giorni della Liberazione e nelle settimane successive, ad esempio in Francia, i 'vinti' uccisi nell'estate del 1944 furono 17-18.000"78. Ma è un argomentare piuttosto debole sul piano morale ed ideale e che di certo non farebbe che confermare le motivazioni di quanti nel campione hanno accettato la frase 11. Tra gli argomenti avanzati si parla infatti di "onore", di possibilità di evitare gli eccessi, di scuse per "giustificare anche altre violenze". Maestri percorre invece un'altra strada, evidenziando la compresenza di atti di generosità a fianco degli "innumerevoli atti di violenza", al cui interno però distingue fra "la sorte dei 'poveri stracci' che pagarono sproporzionatamente e i fanatici, persecutori, torturatori che in questo periodo 'senza stato' subirono una specie di rozzo taglione"79.
C'è in particolare una motivazione che cerca di trovare un equilibrio valutativo rispetto al tema della frase: "[...] non è giustificabile usare lo schermo resistenziale per coprire vendette personali né usare quelle inutili vendette per tacciare la Resistenza come negativa".
La frase 15 ("La gente comune si è trovata presa in mezzo nello scontro tra fascisti, nazisti e partigiani") è invece ispirata alla versione più passiva del concetto di "zona grigia", secondo cui la popolazione italiana sarebbe stata estranea alla lotta resistenziale e vittima del fuoco incrociato delle parti avverse. Chiaramente questa frase è incompatibile con la numero 7, che insiste al contrario su una definizione allargata di Resistenza che comprenda al suo interno anche gli sforzi della popolazione civile. Ci sono infatti sette casi in cui all'accordo sulla frase 7 corrisponde il disaccordo esplicito verso la frase 15.
Per approfondire l'analisi di questo item, è interessante prendere in esame le reazioni alle frasi del sottocampione determinato dall'autoposizionamento politico. Il sottocampione degli insegnanti collocatisi al centro-destra evidenzia le differenze più significative rispetto agli altri. Tenendo conto del minor numero di casi presenti in questo sottocampione, colpisce il punteggio ottenuto dalla frase numero 10: suscita accordo nel sottocampione di sinistra, è piuttosto ignorata in quello di centro, mentre a destra è la frase con più disaccordi, superando anche l'impopolare frase 6. È evidente in questo senso il rifiuto da parte di chi si schiera a destra di rendere un così grande tributo alla Resistenza. È facile supporre che la frase 10 venga letta a destra come il più tipico esempio di retorica antifascista e resistenziale volta a cancellare la destra dalla "foto di gruppo" dei fondatori della moderna Repubblica. Fondazione della Repubblica che viene messa in relazione non tanto con la liberazione dall'invasore nazista quanto più con la mancata caduta nell'orbita comunista, sventata solo grazie all'intervento dell'esercito americano. Non a caso la frase 14 ("La Resistenza ha contribuito a liberare l'Italia, ma se non fosse stato per gli americani in Italia si sarebbe imposta una dittatura comunista"), che paventa il rischio dell'instaurarsi di una dittatura comunista in Italia subito dopo la fine della guerra, è la più citata in positivo all'interno di questo sottocampione, nel quale non trova neanche un disaccordo. È questa una tesi del resto piuttosto popolare anche al centro (cinque accordi, un disaccordo), a conferma di un diffuso e radicato anticomunismo opposto all'antifascismo. Nelle motivazioni c'è chi sostiene che "Tito sarebbe riuscito ad annettere Trieste e la regione allo stato jugoslavo" o che "anche nel dopoguerra la rivoluzione è stata un motivo ricorrente. Il rischio c'era".
Svalutare il contributo della Resistenza ed anzi presentarla come una sorta di infiltrazione comunista nel paese (tesi cara a gran parte della memorialistica e della storiografia neofascista, come bene illustra Germinario80), significa infrangere il rapporto tra antifascismo e democrazia repubblicana che si sarebbe dunque "formata 'a prescindere' e 'nonostante' la Resistenza, per l'agire esclusivo di fattori esterni prevalentemente di natura internazionale"81. Chi infatti si dichiara in disaccordo con la frase tende a ribadire questo concetto. Ad esempio: "Non credo si sarebbe imposta una dittatura comunista visto che ha contribuito proprio tale ideologia a costruire la Carta costituzionale".
All'interno del sottocampione di destra si coglie poi il limitato impatto del concetto di resistenza civile, espresso dalla frase 7. La frase più popolare sia a sinistra che al centro (nessun disaccordo) è scelta soltanto da un intervistato di destra. È un elemento coerente con l'accordo con la frase 15, che nel campione di centro e di destra è piazzata ai primissimi posti. Come infatti anticipato, le due frasi sono fra loro incompatibili. Per il sottocampione di destra si configura così chiaramente una lettura della Resistenza come movimento minoritario del tutto slegato dalla popolazione.
Più ambigua le posizioni all'interno del sottocampione di centro, dove le frasi 15 e 7 ottengono praticamente lo stesso numero di assensi e due degli intervistati si dichiarano in accordo con entrambe. Il sottocampione di sinistra si dimostra invece coerente quanto quello di destra, ma sposando la tesi inversa: la frase 7 è al primo posto, mentre la frase 15 è piuttosto arretrata. Da considerare inoltre la progressiva promozione, passando da sinistra a destra, della frase 9, quella sui "libri coraggiosi". Una lettura in chiave politica della frase 9 parrebbe più efficace, sebbene i dati a sostegno siano sempre piuttosto modesti e la conflittualità all'interno dei sottocampioni risulti abbastanza evidente (cinque accordi contro dieci disaccordi a sinistra, due a due al centro, e solo a destra accordo in entrambi i casi): la valutazione della frase 9 si conferma dunque problematica.

Conclusioni

L'obiettivo prefissato di questo lavoro era lo studio degli effetti sociali dei mass media a lungo e medio termine sul "senso comune" riguardo alla Resistenza italiana. L'analisi condotta ha messo in luce tutte le problematiche relative all'identificazione delle influenze reciproche fra "senso comune" e "senso mediale", una volta che l'informazione è stata fruita ed "appropriata".
Le caratteristiche del campione su cui è stata condotta questa ricerca non autorizzano generalizzazioni e non offrono basi sufficientemente solide per teorizzazioni di ampio respiro. Qui di seguito verranno pertanto avanzate alcune annotazioni, basate sui risultati ritenuti più interessanti, utili eventualmente come spunto per ulteriori ricerche, magari su scala più ampia e con un maggiore dispiego di "mezzi" e risorse.
La fase di trasformazione che il "senso comune" sulla Resistenza attraversa (fase che è lecito supporre duri ormai da molti anni, per non dire da sempre, e non è dato sapere quando e se terminerà), vede la Resistenza e la sua memoria in uno stato di attivazione a tratti contraddittorio. Il vivo entusiasmo, le reazioni appassionate, a volte persino di rabbia e insofferenza che il questionario ha suscitato in alcuni intervistati sono sintomatici del fatto che l'argomento sia ancora vivo, per qualcuno addirittura "bruci".
Per altri invece lo stesso argomento appare come qualcosa di inerte, di definitivamente "scritto", anche se accettano volentieri di tornare indietro a "rileggerlo". È questa una tendenza che in alcuni casi porta ad esiti singolari. Si è detto ad esempio del continuo riemergere della vicenda irachena nelle risposte del questionario, oltre che nella domanda dedicatagli. A tratti, ma è solo un'ipotesi, parrebbe che la Resistenza anziché fare da cornice, da ancora per interpretare episodi recenti (come la domanda sulla resistenza irachena cercava di sondare), sia in realtà lei stessa ancorata alla rappresentazione del conflitto iracheno, o meglio dell'immaginario di guerra affermatosi negli ultimi anni. Il ricorrere a paragoni con il terrorismo e lo scenario mediorientale sembra essere per alcuni (sono una minoranza, ma è un dato che va sottolineato) uno strumento per riattivare e riattualizzare questo "oggetto" inerte.
Un altro aspetto evidente che segna in maniera conflittuale il senso comune sulla Resistenza è il marcato rifiuto della violenza, emerso con forza anche dai molti intervistati in cui prevale la convinzione che la lotta di liberazione sia stata una "guerra giusta". È un rifiuto che può essere certo legato ad una particolare maturazione etico-morale recente, ma che in realtà era già presente dopo la fine della guerra. Già allora i fatti di sangue erano apparsi gravissimi, terribili, persino evitabili. Nei confronti della violenza sono pochi gli intervistati che cercano di operare dei distinguo. Mancano ad esempio riferimenti eroici ai partigiani o a chi seppe fare una "scelta", il cui valore viene tuttavia spesso riconosciuto.
L'analisi degli effetti a medio e lungo termine della comunicazione mediatica risulta sempre decisamente complessa e quasi mai porta a solide dimostrazioni scientifiche inappellabili. In questo caso poi, di fronte ad un campione così limitato e specifico, non si presumeva nemmeno di poter giungere a conclusioni generalizzabili. Possono però essere avanzate alcune considerazioni: anzitutto, emerge un'ennesima conferma del fatto che i media, e la televisione in particolare, non hanno di per sé il potere di cambiare opinioni e convincimenti delle persone per il semplice effetto dell'esposizione, ripetuta o meno, a determinati messaggi. È la conferma cioè dell'esistenza di forme di influenza e di resistenza legate al contesto sociale e alle pratiche di fruizione e di appropriazione dei contenuti da parte del pubblico. Ma viene alla luce soprattutto l'importanza degli scambi comunicativi quotidiani e delle interazioni sociali all'interno delle reti prossemiche nel corso delle quali nuovi frammenti di "discorso" si ricombinano e si ancorano a rappresentazioni già esistenti e sempre soggette al mutamento.
Quando accade così di avere l'impressione che l'interpretazione di un dato evento da parte dei media sia stata accolta, il più delle volte è in realtà perché si è "inserita in un tessuto preesistente di rappresentazioni e valori con cui essa era coerente"82.
Il giudizio tendenzialmente positivo dato dagli intervistati di destra al ruolo dei media nell'evoluzione dell'idea di Resistenza è quindi indicativo non tanto di un'adesione supina ai messaggi trasmessi quanto più di una sostanziale coincidenza di vedute laddove, viceversa, gli intervistati di sinistra si trovano di fronte ad una forte "dissonanza cognitiva". L'impressione è infatti che i media siano ritenuti fortemente connotati ideologicamente in senso "revisionista". Per quanti si collocano all'interno dei quadri di riferimento valoriali comuni alla destra e vorrebbero rivedere l'immagine della Resistenza, i mass media si configurano come divulgatori di un racconto più obiettivo e distaccato della storia. Al contrario per quanti si collocano a sinistra la Resistenza appare presa d'assalto dall'attacco congiunto di politica e storiografia revisionista in un contesto in cui il paradigma revisionista sembra godere di grande popolarità mediatica.
Il filtro dell'appartenenza politica non si applica del resto solo nelle "quasi-interazioni mediate"83 televisive ma pure nel rapporto con il sapere "esperto". Sono molti infatti i commenti e le risposte che denunciano la faziosità degli storici, la partigianeria dei giornalisti o degli "pseudo-esperti" (così li definisce un intervistato) degli istituti storici della Resistenza. Non si tratta tuttavia di sostenere una sorta di determinismo sulla base delle opinioni politiche. È stato messo in luce anzi come ad esempio, all'interno del sottocampione degli insegnanti che si collocano a sinistra, convivano diverse interpretazioni e posizioni tra loro anche fortemente discordanti. Questa è del resto una conseguenza delle caratteristiche del campione. Come già detto, i "cittadini ben informati" si affidano ad una molteplicità di fonti mediatiche e non solo, possono contare su un ricco bagaglio di memorie ed esperienze oltre che su un radicato coinvolgimento all'interno di numerose reti interpersonali.


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