Maurizia Palestro
Piemonte e Veneto: confronto tra due pezzi d'Italia che si sono riequilibrati*
"l'impegno", a. XXIV, n. 2, dicembre 2004
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Dal 1970 l'emigrazione italiana è quasi scomparsa, con un numero di espatri pari a quello dei rientri, almeno
sino agli anni ottanta; dopo, infatti, la tendenza si è invertita, trasformando la penisola in un paese d'immigrati e
rendendo indispensabile l'intervento governativo per
regolarizzare il flusso di
extracomunitari1.
La situazione era cominciata a mutare negli anni precedenti, portando anche all'esaurimento delle migrazioni
tra Veneto e Piemonte: oggi lasciare quelle zone per trasferirsi nel Nord-Ovest avrebbe poco senso, poiché le
regioni orientali hanno avuto uno sviluppo tale da riequilibrare i rapporti con le altre aree avanzate.
Mentre il Piemonte, ed il Biellese, dopo il boom economico si sono assestati ed ora vivono
anche momenti di grave crisi, con un impatto negativo sull'occupazione, il Veneto traina l'economia nazionale, con tassi
di disoccupazione bassissimi.
I flussi di popolazione diretti verso le vallate tessili hanno in ogni caso modificato molti aspetti delle due
regioni coinvolte, sotto il profilo demografico - particolarmente rilevante per il Piemonte - e sotto quello dello sviluppo -
specialmente in Veneto.
Infine, resta l'ambito umano, dei sentimenti e dei legami che ancora mantengono vivi i rapporti tra le
generazioni coinvolte nelle emigrazioni e i loro paesi di origine.
L'evoluzione della popolazione in Piemonte
Le prime conseguenze degli spostamenti avvenuti tra Veneto e Piemonte si riscontrarono nell'evoluzione
demografica della regione di arrivo. La situazione attuale è la risultante di più componenti, fra le quali le più rilevanti sono
i livelli di natalità, mortalità e migratorietà.
Il Piemonte, come tutte le regioni sviluppate, è transitato da livelli di natalità e mortalità elevati a tassi bassi,
anticipando questa tendenza sin dalla prima metà del secolo scorso. Il trend negativo fu però interrotto per circa quindici anni dall'immigrazione di massa, concentrata tra il 1950 e
il 1960. La maggior parte degli immigrati erano giovani e dunque le generazioni nate tra gli anni trenta e cinquanta,
ripopolate da tali immissioni, risultarono più
numerose2.
Fu una fase che cambiò momentaneamente la tendenza demografica che, a causa dell'elevata speranza di vita e
del declino delle nascite, rende oggi la regione una delle più invecchiate d'Italia. Oltre ad avere pochi giovani, essa
detiene un'alta percentuale di anziani; un quinto della popolazione infatti, supera i
sessantaquattro anni3. Quando hanno
fatto ingresso nella "terza età" gli immigrati, è stato visibile un certo incremento.
Gli spostamenti modificarono la composizione etnica e, in parte, il comportamento degli abitanti. Tra il 1951 e
il 1971 la quota di popolazione non originaria era più che raddoppiata, anche per i massicci arrivi dal Sud.
Gli immigrati, spesso con bassi livelli d'istruzione, riuscirono ad importare i loro modelli riproduttivi, molto diversi da quelli
locali che, appunto, consentirono una ripresa del saldo naturale in alcune parti della
regione4.
In particolare il Biellese rispecchiava quei comportamenti: accanto a comuni che si venivano progressivamente
spopolando, ce n'erano altri che conoscevano un notevole incremento. Erano i luoghi delle grandi manifatture, che
registrarono l'aumento più consistente di
abitanti5. Gli anni compresi tra il 1911 e il 1936 registrarono un aumento
demografico in relazione allo sviluppo dell'industria, che attirò forza lavoro soprattutto dal Veneto. Allora i centri
principali delle vallate tessili (come Mosso, Croce Mosso, Pray, Valle Mosso, Trivero, Pratrivero, Portula e Coggiola)
incrementarono il numero di abitanti, registrando fra
essi i nuovi operai6. L'incremento massiccio di popolazione, nei
comuni caratterizzati dall'attività tessile, coprì tutto il periodo tra gli anni venti e settanta e Trivero raddoppiò quasi
il numero di abitanti: nel 1921 essi erano circa cinquemila, mentre nel 1970 arrivarono a
ottomilanovecento; lo stesso valeva ad esempio per Portula, che da millenovecento abitanti passò a
tremilacinquecento7.
In questi centri inoltre la popolazione era composta solo per il 40 per cento da famiglie piemontesi, poiché il
restante 60 per cento era costituito da famiglie che si erano stabilite in quei luoghi durante il cinquantennio precedente e
che ormai erano inserite perfettamente nel contesto biellese. La loro massiccia presenza è testimoniata anche dai
cognomi di origine veneta: su un totale di cinquecento cognomi, trecentotrentadue provengono da quella regione, oltre che
dal Trentino e dal Friuli Venezia-Giulia; fra i luoghi di provenienza spicca la provincia di Vicenza.
Il loro apporto comportò un aumento della prolificità; la loro regione di provenienza aveva ancora un alto tasso
di natalità e famiglie numerose. Gli uomini si assentavano per i mestieri stagionali e il loro rientro coincideva
regolarmente con un incremento delle nascite. Durante la loro assenza, invece, aumentavano le nascite illegittime.
Contrariamente, in Piemonte, i nuclei familiari si erano ridotti e si diffondevano sempre di più quelli con un
solo figlio: l'occupazione stabile in fabbrica e l'impegno fuori casa, anche femminile, toglieva tempo alla cura dei
bambini. Non solo, crebbe anche l'età da matrimonio, con un rinvio generalizzato e la conseguente riduzione del periodo
di fecondità delle coppie8.
Agli inizi, invece, gli immigrati continuarono a proliferare anche nel nuovo contesto, fungendo da equilibratori
per il ricambio generazionale. Ciò avvenne in realtà solo per pochi anni: anche i veneti, come gli altri forestieri, si
adeguarono successivamente ai modelli comportamentali piemontesi e la popolazione non si è più rinnovata in
modo sufficiente. Nessuna generazione di donne ha riprodotto se stessa almeno in pari quantità e l'andamento recente
oscilla intorno alla "crescita zero".
A questo punto entrano in gioco i nuovi flussi migratori, che sembrano essere l'unica risposta al saldo
naturale. Non sono più spostamenti interregionali, che negli anni novanta sono giunti ad una soglia minima, ma spostamenti di
stranieri; nel 1971 in Piemonte erano settemilatrecento, mentre nel 1999 ammontavano già a settantamila
unità9.
Se gli immigrati dei decenni scorsi oggi non contribuiscono più all'aumento della natalità regionale, lasciano
comunque il segno nel problema degli anziani.
Si è detto prima della tendenza all'invecchiamento, dovuta principalmente alla minore mortalità, grazie agli
effetti dello sviluppo, che ha permesso il miglioramento delle condizioni di vita. In Piemonte, però, gli anziani sono
particolarmente numerosi perché incrementati dagli immigrati. Un tempo erano giovani forti che costituivano una grossa
perdita per i loro paesi natali; attualmente sono persone, spesso sole, che necessitano di assistenza. Molti avrebbero i
parenti altrove (in Veneto nel caso considerato): fratelli, sorelle e cugini a cui appoggiarsi in caso di bisogno.
Avvicinarsi ai consanguinei è una scelta compiuta da molti, per invecchiare in serenità al fianco dei propri cari.
Di conseguenza, negli ultimi anni si nota una forte mobilità residenziale, innescata dall'esigenza di avvicinarsi ai
figli che in precedenza si erano trasferiti in
Piemonte10.
I cambiamenti in Veneto
Per comprendere perché si è esaurito l'esodo degli abitanti del Veneto occorre prendere in esame, almeno
sommariamente, le trasformazioni che hanno segnato la nascita della cosiddetta "Terza Italia", ossia di quell'area che si
è contrapposta al primato del triangolo industriale.
Nel 1967 le province venete misero a punto un programma economico di sviluppo che si prefiggeva due
obiettivi: ridurre il divario di ricchezza rispetto alle regioni sviluppate e fermare l'emigrazione facendo diminuire la
disoccupazione11. Entrambi gli scopi furono raggiunti.
Le statistiche industriali, attraverso l'analisi di produzioni, prodotto industriale e fattori di produzione,
dimostrano che il Nord-Ovest è passato dal 51 per cento dell'occupazione manifatturiera nazionale nel 1911 al 40 per cento
nel 1991, con una caduta spettacolare delle regioni tipicamente industriali, fra le quali spicca il Piemonte. Per altre
invece il saldo è diventato positivo e tra queste emerge proprio il Veneto (con Emilia-Romagna, Marche e Lazio). Tale
fenomeno ha avuto come esito importante lo spostamento d'asse in direzione del versante adriatico, contrassegnato da
un forte dinamismo12.
I nascenti complessi industriali hanno assorbito la maggior parte di manodopera che negli anni precedenti
aveva cercato lavoro altrove.
Oggi la regione è caratterizzata da un'armatura produttiva basata sullo sviluppo di piccole e medie aziende,
trainate dallo spirito d'iniziativa degli imprenditori che, con innovazione tecnologica e una crescente integrazione col
settore terziario, hanno dimostrato una validità tale da superare i confini regionali e
nazionali13.
Industrializzazione e meccanizzazione si
sono diffuse a partire dagli anni settanta (quindi in concomitanza con la
fine delle emigrazioni), partendo dall'imitazione del modello del
Nord-Ovest, con grandi fabbriche in grossi poli, per
giungere alla struttura produttiva definita "capitalismo molecolare", dominata da piccole imprese in piccoli
centri14.
Una rimonta storica segnata dalle fortune di industrie conosciute in tutto il mondo, sorte dai comparti
tradizionali: abbigliamento, pelli, cuoio, produzione di occhiali e settori di alta tecnologia. Si pensi ai marchi più noti, come
Benetton, Stefanel, Luxottica, Ligabue, Marzotto, Coin.
O come Diesel, azienda che, producendo jeans, è riuscita a
conquistare il mercato internazionale, contrastando addirittura gli americani, creatori del famoso tessuto. La fabbrica
è situata proprio nella vallata sottostante ai comuni dell'altopiano che, si è visto, si spopolarono in seguito al
fenomeno migratorio.
Oltre ad aver incrementato lo sviluppo industriale, il Veneto ha saputo valorizzare il territorio in maniera
equilibrata. Le Prealpi venete e le Dolomiti hanno un'antica vocazione turistica che, negli ultimi due decenni, è stata
potenziata con l'incremento delle attività sportive estive e invernali. Inoltre, fra città e campagna si sono instaurati legami
proficui, grazie alla presenza di centri di piccola e media grandezza, ma molto importanti dal punto di vista culturale
e artistico (come Bassano del Grappa, noto per il ponte del Palladio, per le ceramiche e la grappa, o Marostica, con
la famosa piazza degli scacchi), in grado perciò di attirare molti visitatori, che a loro volta aumentano le possibilità
di guadagno per tutta la zona.
Il nesso fra emigrazione e sviluppo
Il successo della regione, che coinvolse in particolare il Vicentino e il Trevigiano, ebbe come fattore di
sviluppo l'emigrazione. È vero che essa comportò la perdita di persone, soprattutto giovani, e lo svuotamento di alcuni
paesi, ma d'altra parte furono proprio gli emigranti a dare un fondamentale contributo al successivo progresso.
Il loro apporto si verificò in molteplici modi, innanzitutto attraverso le rimesse che inviavano a casa, ossia i
risparmi per comperare casa e campi. L'attaccamento al lavoro trasformò la loro vita di semplici contadini, migliorando
la produzione agricola o facendo di loro imprenditori di
successo15. Ciò emerge anche da alcune testimonianze
raccolte tra i veneti nel Biellese.
"Invece quelli che sono rimasti in Veneto avevano l'agricoltura, avevano il loro pezzo, tiravano avanti e dopo
han cominciato ad avere delle attività e adesso stanno meglio di noi. Per esempio i miei cugini avevano una cascina,
una stalla, e han fatto una villa: ma la facevo anch'io. Il 50 per cento erano fondi del Piano verde per la Forestale -
erano gli anni settanta - metà a fondo perduto... ecco perché sono venute su tutte quelle attività. Hanno anche avuto
soldi dalle altre regioni, non è campanilismo ma
i soma dagh-je noi e loro ci han messo del suo come attività, come lavoro
e volontà. Adesso sono venuti anche troppo, lavorano in nero e sono dei caini. Io coi miei lo dicevo sempre: 'Ho
sbagliato a darvi i soldi'.
Comunque tutti quelli che sono rimasti là hanno un'attività artigianale, con sei-sette dipendenti" (testimonianza
di Vittorio Nichele).
In realtà alcune aspettative si rivelarono vane: per anni si pensò che al loro rientro gli emigranti temporanei
avrebbero valorizzato le conoscenze professionali e le esperienze maturate nelle fabbriche. Non sempre accadde. Però
le nuove conoscenze tecniche arricchirono la qualità del lavoro.
Attualmente è in corso il passaggio generazionale e i veneti più anziani, che hanno costruito le imprese, temono
che i giovani, i quali non hanno condiviso le loro esperienze, non continuino il loro dinamismo imprenditoriale. Invece
i veneti di prima generazione, ma emigrati in altri luoghi, vedono i loro figli perfettamente integrati in posti lontani
dalla regione di origine. In entrambi i casi si sente il bisogno di mantenere i riferimenti culturali, con il giusto equilibrio
tra tradizione e innovazione.
Questo perché si è diffusa la convinzione che il Veneto abbia fatto le sue conquiste grazie a valori come
l'ingegnosità, la laboriosità e lo spirito di sacrificio. Si mette d'altra parte in risalto la permanenza di taluni valori
tramandati dalla forte tradizione cattolica. Tutte queste componenti hanno fatto sì che i veneti, sia nella loro regione sia
altrove, siano stati fortemente sostenuti dai valori della famiglia e della cultura locale. Il passaggio generazionale,
dunque, potrebbe mettere a repentaglio la struttura delle famiglie-imprese, che è alla base del modello di sviluppo del
Nord-Est16.
Non tutti condividono questa preoccupazione, per esempio Gabriele Orcalli vede nelle nuove generazioni, e in
particolare negli emigrati, una risorsa importante per il sistema economico locale.
A suo avviso la vera sfida consiste nel gestire il rapporto con essi in modo da favorire l'integrazione della regione nel mercato globale. Disporre di un
"veneto all'estero" significherebbe avere una sorta di agente che fornisca assistenza e collaborazione agli
imprenditori veneti17.
Gli emigrati e, soprattutto, i loro discendenti potrebbero rivelarsi preziosi per la loro conoscenza dei mercati
delle altre nazioni. Essi potrebbero rappresentare gli interessi delle imprese venete all'estero, collaborando, se
necessario, con organismi pubblici e privati.
Lo stesso Orcalli ha citato come esempio un'esperienza fatta in Argentina - dove emigrarono numerosi italiani,
tra cui molti veneti - con il sostegno della Regione. Si trattava di organizzare nelle università alcuni corsi
multidisciplinari sull'integrazione economica e circa i problemi relativi ai commerci internazionali.
I legami attuali fra Vicentino e Biellese
Oggi nel Biellese è difficile distinguere una famiglia piemontese da una veneta: gli emigranti degli anni passati
si sono inseriti e amalgamati con il resto della popolazione e hanno formato le loro famiglie, hanno costruito le case
e alcuni sono anche riusciti a realizzare buoni successi professionali, sia in fabbrica sia nell'edilizia.
Inoltre si è vista la diffusione dei matrimoni misti, che hanno rafforzato ulteriormente la fusione tra due
popolazioni diverse e sono stati sempre più accettati dagli
autoctoni18.
I figli crescevano qui, frequentando le scuole con i ragazzi piemontesi: anche questo facilitava l'integrazione e
certamente le nuove generazioni di veneti si sentivano una parte radicata della cittadinanza, senza problemi di lingua
(per loro era più semplice, attraverso l'abitudine, imparare il dialetto delle vallate).
"I miei figli sono cresciuti qua e non volevano nemmeno venire via da Caprile [...] Però non ho mai pensato di
tornare ad abitare là, mi è mancato il figlio e ce l'ho qui. Anche a mia figlia piace andare ma conosce solo gli zii e
andare col marito in casa di altri non se la sente, allora girano per Asiago, per Bassano e io vado dai parenti"
(testimonianza di Caterina Rizzolo).
In Veneto erano cresciuti i genitori: i figli erano nati in Piemonte o, comunque, qui si erano trasferiti sin dai
primi anni di età. È ovvio che sia anche mutato il rapporto con la terra di origine: molti vi si recavano in estate, durante
le vacanze, imparando a conoscere i parenti lontani e i luoghi che si andavano spopolando. Difficilmente, invece,
prevedevano un rientro in Veneto, perché ormai si sentivano piemontesi a tutti gli effetti, ad eccezione di alcuni più
anziani che, dopo anni di lontananza, sentivano una forte nostalgia per il loro paese
o che, comunque, ancora oggi ritengono casa loro quella lasciata in Veneto.
"Desideravo entrare in una grossa fabbrica, ma non ci riuscii, intanto però, più il tempo passava, più aumentava
la nostalgia del paese lontano e con essa la voglia di fare ritorno. D'altra parte ri-emigrare con la conseguenza di
dover ricominciare ancora da capo ci incuteva timore [...] Il paese non era cambiato di molto: ancora la strada molto
stretta e in forte salita. E in salita, all'inizio, fu anche il nostro
reinserimento"19.
"[...] sento dentro quella là come casa mia, anche se per le persone qui ho molto rispetto e ho avuto tanto [...] poi
la mia mamma ne parlava molto" (testimonianza di Angela Frello).
Con il passaggio generazionale le cose sono cambiate. In alcuni casi, le abitazioni paterne e materne di cui sono
in possesso gli abitanti del Biellese con origini venete, oggi sono state vendute. Per i primi immigrati costituivano
un patrimonio fondamentale, da curare e mantenere; per i loro figli, invece, rappresentano sovente una fonte di
eccessive spese, considerato l'affievolirsi dei legami con quella regione.
"La casa l'ha sempre tenuta Bruno [...] Poi l'abbiamo divisa io e mio fratello nel '55. Adesso ho voglia di
sbarazzarmene per la spesa che pago" (testimonianza di Bortolo Girardi).
"Mi piace andare su, però non stare. Siamo andati tre anni ma sembrava che le cose non andassero bene. Il
lavoro c'era a Bassano e Marostica, lì ti adatti o ad andar giù o ad Asiago. Allora andiamo su quando vogliamo"
(testimonianza di Silvano Rodighiero).
Se i più giovani sembrano dimenticare le proprie radici e una parte di storia così importante, esistono
comportamenti opposti tra le generazioni più anziane. Coloro che vissero in prima persona l'esodo non vogliono cancellare
i ricordi.
Nonostante questo forte attaccamento, anche i veneti che sono partiti da parecchi anni, quando ritornano a
casa, riscontrano cambiamenti e un senso di sradicamento. È ad esempio eloquente la conversazione avvenuta fra un
emigrante di ritorno al paese e un cittadino locale, in merito ai cambiamenti avvenuti nella toponomastica, accolti
dall'emigrato con una certa tristezza "Sò tornà dal Piemonte e quasi quasi no trovavo pì la me casa. Sercavo na via
e no la ghe g'era pì [...] Me pare che i gà fato un pò massa. Qua a Fontanele che ghe
g'era solo Via Rodighieri, desso ghi n'é na desina e x'é restae sempre le solite case. E Via Rodighieri
dove x'e-la 'ndà? [...] x'era giusto che anca
Fontanele la ciamasse - allude alla piazza - Madona dela Salute [...] non vedo cosa c'entra il Primo maggio [...]
L'unica vera e purtroppo triste storia dei nostri
paesi la x'é fata de emigrasion e de emigranti. Pitosto se i voleva
ricordare el vero sacrificio de chi lavora i podea ciamarla Piassa
Emigrasion"20.
Ma le iniziative affinché i rapporti tra i veneti rimasti nella loro regione e quelli partiti continuino ancora ai
nostri giorni sono numerose. È sufficiente navigare in Internet per accorgersi di quanti siti siano curati dai veneti con la
volontà di riallacciare i contatti con i conterranei sparsi in tutto il mondo: alcuni servono a fare ricerche sulle origini
dei comuni, altri a riunire parenti, e così via.
Anche l'area esaminata in questa ricerca, il Vicentino, segue la stessa strada e gli esempi spaziano dalla
creazione di monumenti dedicati all'emigrazione, ad associazioni e giornali inerenti a queste tematiche.
Consapevoli di aver perso molti compaesani a causa dell'emigrazione, gli abitanti dell'area vicentina hanno
eretto monumenti che li ricordassero.
"Capisco della chiesetta, quando è stata fatta abbiamo cercato di collaborare in tutti i modi. L'emigrazione è
tanto sentita qua, penso che più della metà siano andati in giro per il mondo" (testimonianza di Luciana Angelino).
La chiesa di Velo non fu un caso isolato, sebbene l'impatto che ebbe fu notevole. A
Gomarolo il parroco don Ottavino Predebon, emigrato in Svizzera, ha fatto erigere una rosa dei venti che rappresenta il fenomeno migratorio,
cominciato centoventicinque anni fa, quando i primi contadini veneti andarono in
America21.
Un ulteriore esempio di come i veneti cerchino di mantenere i rapporti con i loro emigranti è rappresentato da
alcune iniziative di stampa. Per un qualche periodo è stato ad esempio pubblicato un bollettino dal titolo "Onde Corte".
"[...] noi facevamo un giornalino,
'Onde Corte', si scriveva qua e si mandava in tutto il mondo. Lo facevamo qua
in casa mia, uno portava un articolo, l'altro un altro. [...] ci
trovavamo qua e tutti scrivevano lettere di grande
nostalgia" (testimonianza di L. Angelino).
Attualmente il suo esempio è seguito dal giornale "4 Ciacole fra noi altri de Conco", curato da volontari residenti
in quel comune. Ogni anno sono pubblicate alcune copie, inviate a tutti gli interessati. Oltre alla gente di Conco il
giornale è ricevuto dai conchesi sparsi nel resto d'Italia e nel mondo. Basta farne richiesta alla redazione per
poter leggere notizie di vario genere sui luoghi lasciati in cerca di lavoro.
Infatti il giornale dedica spazi a fatti di cronaca, ad annunci di ricorrenze, morti, nascite, lauree. Pubblica
inoltre lettere inviate da persone lontane, che ricordano la loro emigrazione o semplicemente ringraziano per l'opportunità
di essere messi a conoscenza di ciò che avviene nella loro terra.
"Era mio grande desiderio poter raccontare le mie impressioni e i miei ricordi sull'ultimo 'esodo' dei nostri
valligiani emigrati in Italia e oltre
oceano"22.
Inoltre sono pubblicati articoli dedicati ai ritrovi di alcune famiglie, di veneti emigrati e con lo stesso cognome.
"Da Coggiola e da Portula (Bi) riceviamo informazioni sul prossimo incontro dei Crestani. A scriverci sono
stati Crestani Pilati Azzurra e Crestani Luigi che ci ringraziano per aver dato spazio nel nostro giornale al primo raduno
di tutti coloro che portano l'importante cognome Crestani tenutosi in Piemonte nell'aprile del
2000"23.
Tali incontri sono l'occasione per passare giornate all'insegna dell'amicizia e della fratellanza, sia all'estero che
in Italia; lo stesso giornale ricorda la grande attività dei Crestani residenti in Piemonte, citati anche dal
bisettimanale "Notizia Oggi".
Ma gruppi di emigranti giungono anche in Veneto per simili occasioni.
"Il 15 settembre è arrivato a Fontanelle un pullman carico di biellesi. Hanno voluto trascorrere una serena
giornata nel paese dal quale partirono molti anni fa uomini e donne in cerca di lavoro.
Accolti dal suono festoso delle campane hanno assistito alla S. Messa nella Chiesa parrocchiale gremita di
fedeli [...] un animatore della comunità parrocchiale si è rivolto ai graditi ospiti con queste parole: 'Fontanelle e il
Biellese non hanno bisogno di proclamare ufficialmente il gemellaggio, perché questo sussiste da anni, cioè da quando
forti braccia e tasche vuote hanno raggiunto il Biellese in cerca di lavoro. L'hanno trovato e si sono fermati, formando
nuclei familiari in unione alla forte e generosa gente del Piemonte, Biella in particolare'.
A Biella, Cossato, Valle Mosso, Croce
Mosso, Trivero, Candelo, quanti sono i Rodighiero, Pizzato, Crestani,
Poli, Ciscato e Trotto?"24.
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