Maurizia Palestro
L'inserimento dei veneti nelle vallate laniere biellesi*
"l'impegno", a. XXIII, n. 2, dicembre 2003
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Nel saggio pubblicato sullo scorso numero si è cercato di trattare direttamente i fattori principali relativi alle
migrazioni che hanno coinvolto il Biellese, terra d'opifici e bacino d'accoglienza per tutti quei veneti che hanno
trapiantato là le loro famiglie, i cui discendenti ricordano le loro vicende e ne portano i cognomi.
Studiare questi casi presenta alcune difficoltà perché le migrazioni interne sono state a lungo trascurate dagli
storici, più interessati ai lunghi viaggi verso continenti lontani. Inoltre, per ricostruire gli eventi dell'età
contemporanea, sono importanti le storie private, gli archivi comunali e parrocchiali, così come le fonti orali.
Si sono quindi consultate ricerche di altri studiosi, a loro volta fondate su materiale d'archivio. Purtroppo il
tempo gioca spesso a sfavore, cancellando fonti importanti. Ad esempio molti registri di aziende tessili che diedero
lavoro agli immigrati sono andati perduti, magari in seguito ai cambiamenti di gestione che hanno caratterizzato gli
anni più recenti, non particolarmente felici per molte fabbriche locali.
Senza l'opportunità di consultare questi testi la ricerca sarebbe stata impossibile. Non solo libri però: una
preziosa serie di notizie è stata fornita dai veneti che si sono fatti intervistare, persone anziane che hanno vissuto
direttamente l'esperienza dell'emigrazione, o i figli e nipoti che tante volte hanno ascoltato i loro racconti.
Ciò che colpisce è la voglia, il piacere che essi provano nel narrare la loro storia, l'orgoglio di aver saputo
reagire di fronte alle difficoltà, arrivando a condurre una vita agiata; "erano tempi duri" è una frase che ricorre spesso,
così come la considerazione di essersi adeguati a tutti i lavori pur di lavorare, ottenendo la riconoscenza dei padroni.
Si potrebbe paragonare ogni storia raccolta ad una "perla": qui si è cercato di unire queste perle con un filo,
mostrando gli elementi che le accomunavano; non emergono solamente i fattori più ovvi, quali il luogo di
provenienza o il lavoro in fabbrica che trovarono al loro arrivo, bensì anche gli echi delle problematiche relative alle
migrazioni in generale. Chi ha eseguito analisi sui movimenti migratori si è soffermato su alcuni aspetti importanti e che in
ogni caso si ripresentano, come i primi ostacoli da affrontare: trovare un posto di lavoro e una casa, imparare con
difficoltà la lingua, adattarsi a una cultura diversa.
Occuparsi di spostamenti di popolazione significa studiare trasferimenti di risorse, con riferimento alla
forza-lavoro; quindi l'uomo stesso, in questo caso, è una risorsa. Anche i veneti che abbandonarono la loro terra per
giungere in Piemonte agirono per motivi economici, cioè alla ricerca di compensi maggiori rispetto a quelli garantiti dal
lavoro nei loro paesi.
Gli spostamenti, però, causano sempre la rottura dei vecchi equilibri a spese della collettività. Il bisogno di
assicurarsi i beni primari, il necessario per vivere, determinava le scelte dei diversi soggetti e i costi maggiori furono
pagati dalle zone abbandonate, che persero enormi capitali umani, soprattutto membri delle generazioni più giovani e
attive.
D'altra parte anche l'area di accoglienza subì mutamenti e ben presto si sentì la necessità di creare o migliorare
le infrastrutture sul territorio, nonché i servizi, per accogliere al meglio i flussi in arrivo: ad esempio i collegamenti
tra Biella e Valle Mosso, con la costruzione della ferrovia, il cui tratto ricopriva anche le valli del Ponzone e del
Sessera1.
In cambio il Biellese ricevette un nuovo apporto umano e culturale, indispensabile per le valli chiuse e
scarsamente popolate. Non va trascurato l'arricchimento demografico assicurato dalle giovani venete - e friulane - spesso
ricordate come ragazze particolarmente robuste, mentre quelle del posto apparivano indebolite. Inoltre gli autoctoni
poterono vedere migliorare la loro posizione sociale, dato che gli immigrati ai loro occhi, e specialmente durante i
primi tempi, erano considerati
inferiori2.
Un altro argomento che nella storia delle emigrazioni ha ricevuto una sempre crescente attenzione e che in
questo caso è riscontrabile a tutti gli effetti, è il tasso di attività femminile, costantemente superiore al 50 per cento
della popolazione, sia per l'influenza del lavoro a domicilio (le donne contribuivano al bilancio familiare curando
l'orto, le bestie o utilizzando il telaio a mano), sia con l'impiego nelle industrie.
Fattori espulsivi dell'area vicentina
L'area che fornì la maggior manodopera al Biellese comprendeva alcuni comuni del Vicentino, che vissero
anni molto difficili a causa di un'economia che non decollava e delle guerre che tanto martoriarono quella
zona3.
Ascoltando gli intervistati si scopre che fattori espulsivi erano presenti sia nell'ambiente montano, sia in quello
di pianura. I comuni della costa meridionale dell'Altopiano, oltre ad essere segnati dalla guerra, non conoscevano
alcuno sviluppo. Le attività erano legate all'allevamento - quasi tutti avevano la stalla con le bestie - e al taglio
del legname, i cui prodotti, oltre ad essere consumati, erano venduti nei paesi più a valle. Ma il guadagno era scarso e
il trasporto richiedeva difficili trasferte, soprattutto durante i mesi invernali.
Chi invece viveva più in basso, nei centri maggiori come Marostica, Schio, Bassano e gli altri paesi del
circondario, poteva contare minimamente sull'industria, nonostante la presenza di imprenditori all'avanguardia come
Rossi e Marzotto, poiché lo sviluppo fu abbastanza lento, incapace quindi di assorbire tutta la manodopera locale.
Per tale motivo l'agricoltura
restava un'attività di primo piano, ma non per questo sufficiente. Spesso i contadini
non erano padroni della terra che lavoravano: vivevano in case affittate da un signore per il quale coltivavano i campi.
In cambio ricevevano parte del raccolto, che però era soggetto alle calamità naturali, quali carestie, parassiti o
tempeste, mettendo in questi casi a repentaglio la sussistenza dei braccianti e delle loro famiglie.
Gli emigranti lasciarono così quei luoghi che non potevano garantire un futuro migliore.
"Qua c'era proprio miseria, non c'era lavoro poi quando c'è stata la guerra
l'hanno sentita tanto, c'erano profughi, sfollati. Quelli che avevano due mucche erano ricchi" (testimonianza di Luciana Angelino).
"Mio padre e gli altri sono venuti dal Veneto quando c'era poco lavoro [...] è arrivato qui da Marostica"
(testimonianza di Vittorio Nichele).
"Ai miei tempi la vita era un po' dura, il lavoro non ce n'era, bisognava emigrare in giro, trovare lavoro. Erano
tempi duri perché ciò che si poteva raccogliere per vivere... chi aveva le mucche, le galline, il maiale... ma chi non
aveva niente doveva andarsene. Dopo si sono aperti i lavori.
Io sono venuto via che avevo 14 anni, erano tempi duri perché si doveva andare in montagna, con la neve, il
freddo, a sciapar la legna, romperla, farla tutta a pezzettini, e poi scendevamo a Bassano, Marostica, tutti i paesi. Si
partiva di notte, mezzanotte così, per arrivare giù il mattino presto. Tutto a piedi col carrettino per portare giù la legna
perché non c'erano le strade asfaltate, senza mangiare. Si mangiava una volta venduta un po' di legna, si prendeva un po'
di pane e lungo la strada, se c'era la frutta si mangiava, altrimenti pane e formaggio e quello che si trovava. E da
Bassano si tornava col carrettino, a piedi a tirarselo su, e di nuovo sempre così tutti i giorni.
Quella era la vita che si faceva e il vestiario era quello che era, si mangiava quello che c'era, e poi si aveva
tanta conoscenza delle erbe della montagna, e forse siamo vivi per quello. Poi le patate, c'erano i campi e si
lavoravano, fagioli, ma erano tempi duri.
Quando avevo 11-12 anni sono andato a servire, a prendere le mucche sulle malghe, si andava a prendere le
bestiole" (testimonianza di Silvano Rodighiero).
Emerge la difficoltà che caratterizzava la vita di montagna, dove anche i più giovani erano costretti a lavori
e trasferte in condizioni che oggi sembrerebbero disumane. Il testimone proveniva da Conco, ma è evidente che
la situazione di quel paese rispecchiava quella presente in tutte le zone montuose d'Italia che in quegli anni
subirono un graduale spopolamento.
"[...] non abitavamo in una nostra ma eravamo sotto padrone e la casa era sua, noi prendevamo parte del raccolto
ma se veniva la tempesta dovevi buttare via tutto e io avevo due bambini, un marito, un cognato e la suocera. Non
si poteva" (testimonianza di Caterina Rizzolo).
La povertà era ai massimi livelli, tanto che chi partiva non possedeva quasi nulla.
"Io sono rimasta là per via dei miei che non avevano né alloggio né niente, sono venuta su che avevo 7 anni,
nel '51, ma appena sono nata io loro sono venuti via da Sarcedo, sotto Lusiana" (testimonianza di Germela Covolo).
Un altro testimone, proveniente da Conco, viveva in un'abitazione isolata, fattore spesso propulsivo per i cambi
di residenza.
"[...] è una casa sola in un posto detto 'locco',
'na vira, fin quando erano case sole le chiamavano così, dopo
magari si facevano altre case e venivano fuori le contrade. Da vent'anni c'è la strada che passa davanti, invece prima si
poteva andare solo a piedi" (testimonianza di Bortolo Girardi).
Fattori propulsivi dell'area biellese
Espulsi dai loro paesi nativi gli emigranti vicentini giunsero nel
Biellese4.
I veneti cominciarono a giungere in quest'area negli anni 1923, 1924 e 1925, ad eccezione di casi isolati di
persone che erano già arrivate da Schio e Valdagno, dove erano presenti industrie inserite nell'Associazione industria
laniera italiana, fondata nel lontano 1867. Erano operai altamente qualificati che si trasferivano su richiesta delle
stesse aziende. La Provincia di Vicenza, con l'Associazione laniera tra dirigenti, sorta nei primi decenni del XX secolo
fra Vicenza e Biella, inviò così un rilevante numero di lavoratori specializzati, creando un forte legame tra Vicentino
e Biellese5.
Secondo Caterina Corradin la prima vera ondata coincise con uno sciopero del 1921 contro il taglio dei salari,
che coinvolse gli stabilimenti delle vallate biellesi, valsesiane, l'area di Torino, la Lombardia e il Veneto.
Un'occasione rammentata anche da una testimone: "[...] mia mamma, aveva 18 anni [...] quand'era partita per andare a lavorare.
Mi pare che là era un periodo di grande sciopero e allora Mario Zegna ha mandato a chiamare, erano gli industriali
che chiamavano" (testimonianza di L. Angelino).
Certamente per gli imprenditori una massa di operai disposti ad accettare qualsiasi condizione pur di lavorare
era un'ottima opportunità per neutralizzare le lotte degli operai biellesi. I veneti avevano troppa fame per alzare la
testa e ottenere un salario era certamente il loro scopo primario.
La loro resistenza era messa ulteriormente alla prova durante tappe d'immigrazione intermedie. Non sempre
arrivarono direttamente nelle vallate tessili: molti immigrati lavorarono qualche anno negli stati oltre confine o in
altre regioni, raggiungendo le vallate tessili solo in un secondo tempo, dopo aver condotto una vita di stenti e
svolto mansioni molto pesanti.
"Mio padre ha cominciato a girare da piccolo, qui mi sembra sia venuto nel '27 ma non me l'ha mai detto.
Belgio, Germania, Romania, faceva lo stagionale tornando a casa in inverno. Quando ha sposato la mia mamma ha
fatto ancora qualche anno così poi siamo andati in Val d'Aosta. Per comperare mia sorella la mamma è tornata a casa e
poi è tornata. Il papà lavorava in miniera" (testimonianza di Angela Frello).
"[...] mio suocero è andato clandestino. A 12 anni è andato in Germania perché qui c'era tanta miseria e mi
diceva che è andato ed era tanto piccolo che vedevano che non aveva l'età per lavorare e ha dovuto andare persin per carità.
Poi la mia mamma aveva lasciato un fidanzatino qua che poi però è andato in America ed era troppo lontano, il
mare c'era da passare e non ha voluto abbandonare tutta la
famiglia" (testimonianza di Luciana Corradin).
"[...] la maggior parte sono emigrati per la Francia, per l'Australia, l'America, sono emigrati quasi tutti"
(testimonianza di S. Rodighiero).
Alcuni sono emigrati all'estero successivamente.
"Mio padre e gli altri sono venuti dal Veneto quando c'era poco lavoro, poi anche da qui quando era entrata la
crisi del '30 e '28, ma anche la famosa crisi del '29 in America, che si è ripercossa anche qui, qualcuno si è trasferito
anche in Francia e in Belgio, per esempio mio nonno ha lavorato otto mesi circa in Francia. Lì la maggior parte erano
veneti. Facevano scavi fluviali, qualcuno è andato in miniera e altri si sono fermati lì. In Svizzera poca roba, prendevano
solo periodicamente, magari un lavoro di sei mesi e poi si doveva tornare in Italia" (testimonianza di V. Nichele).
La storia degli emigranti italiani in Belgio è ricordata da molti per il peso che ebbe nell'emigrazione in generale
e può far comprendere meglio lo stato d'animo di tutti i veneti che infine si stabilirono nel Biellese, pronti ad
accettare qualsiasi mansione pur di poter sperare in una soluzione migliore.
Aver lavorato nei pozzi neri del Borinage, di Charleroi e Liegi, significava essere stati esposti a gravi rischi per
la propria incolumità, contraendo le malattie del carbone, che corrode i polmoni causando anche l'invalidità.
Inoltre, nelle miniere buie e profonde, dove gli incidenti erano frequenti, lavoravano moltissime donne e bambini, che
poi alloggiavano in baracche dalle pessime condizioni. L'episodio più tragico fu il crollo di Marcinelle nel 1956, in
cui persero la vita centotrentasei
italiani6.
Numerosi veneti, prima di arrivare nel Biellese, lavorarono anche nelle miniere della Val d'Aosta che attirarono
i flussi dal Nord-Est a partire dal 1915-1920, con un picco tra il 1928 e il 1931.
Tutto ciò fa capire quanto varia potesse essere la manovalanza che quella regione poteva offrire al Piemonte,
dove all'inizio furono anche impiegati al di fuori delle industrie.
Le catene di richiamo
Dalle testimonianze emerge un ulteriore aspetto che caratterizzò non solo le migrazioni interne tra Vicentino
e Biellese, ma anche il fenomeno emigrazione in generale. Si tratta delle relazioni che solitamente si instaurano tra
chi abbandona il proprio paese e chi resta. Un vero supporto di fronte ai disagi che si affrontavano in seguito ai
trasferimenti: le cosiddette "catene" o "reti" di richiamo si basano su due elementi fondamentali: la parentela e la
compaesanità, veri collanti tra le località di partenza e le zone di arrivo, che garantivano informazioni essenziali, il
supporto logistico, l'avvio al lavoro e i riferimenti
culturali7.
I primi a partire furono generalmente gli uomini, che per qualche mese andavano in Piemonte come
stagionali, inviando a casa parte del guadagno e ritornando al paese nei mesi di disoccupazione. Partivano soli o con i
fratelli, i figli più grandi e i conoscenti. Generalmente, appena arrivati nel luogo di lavoro, trovavano una sistemazione
comune, anche in condizioni scomode.
"Sono venuto in Piemonte a 14 anni e mezzo, son partito con mio papà; lui dopo tornava a casa, dopo quei
nove-dieci mesi e io magari rimanevo qui anche da solo e dormivo fuori nelle cascine. [...] Qui in Piemonte sono
venuti prima i miei fratelli che sono più vecchi, poi quando io avevo finito le scuole allora sono venuto giù con il mio
papà. [...] Arrivati su si dormiva tutti in una stanza, cinque o sei come abitano adesso i marocchini" (testimonianza di
S. Rodighiero).
"Mio papà era veneto, di Conco, ed è venuto giù nel '25 con suo fratello" (testimonianza di Graziella Zanella).
"Mio padre è arrivato qui da Marostica, non era ancora sposato ed è venuto solo. Un altro fratello è andato
nella zona di Pinerolo, a Perosa Argentina" (testimonianza di V. Nichele).
La scelta di raggiungere le vallate biellesi nasceva in modi diversi: potevano essere reclutati dagli stessi
imprenditori, che nel Nord-Est avevano inviato camion per caricare i lavoratori (quindi si partiva con la certezza di un
lavoro), o con l'intenzione di cercare autonomamente un impiego una volta giunti a destinazione.
Le industrie tessili inviavano i camion nei villaggi veneti per arruolare lavoratori giovani, promettendo sia
un'occupazione sia l'alloggio, per sostituire molte famiglie biellesi che si erano allontanate per installarsi altrove.
Dopo che i lavoratori erano stati reclutati tra i contadini del basso Vercellese e Novarese, molti furono richiamati dal Veneto.
Una volta sistemati nei luoghi di arrivo, gli emigranti scrivevano a casa, raccontando le nuove esperienze e
invitando gli altri a seguire il loro esempio. Infatti, anche i gruppi di paesani, amici e parenti potevano costituire i
canali privilegiati attraverso i quali sarebbe continuata l'emigrazione. La Corradin individua in questi primi immigrati
le "teste di ponte" per i flussi
successivi8. Le interviste confermano la sua tesi: torna più volte l'espressione "tirare
giù", intesa proprio nel senso di richiamare le persone rimaste in Veneto, una volta vista la grande richiesta di
manodopera e le migliori condizioni di vita.
"[...] poi han tirato giù le sorelle" (testimonianza di G. Zanella).
"[...] abbiamo cominciato a venire più grandi e ad avere una
comisiòn di lavoro e abbiamo tirato giù gli altri
da Conco [...] e poi si chiamavano: ad esempio quello che aveva la fortuna di andare dentro in fabbrica scriveva:
'Qua me trovo ben, g'ò trovà el lavoro, sto ben, ho trovato anche l'alloggio o le stanze' e così succedeva che altri
provavano a venire giù [...] la mamma è rimasta in Veneto, l'abbiamo portata giù
dopo coi figli più piccoli. Ogni volta che prendeva il mese mio papà mandava a casa soldi, teneva solo quelli per vivere lui" (testimonianza di S. Rodighiero).
"Io sono venuto giù nel '32 tra settembre e ottobre e avevo 12 anni. Siamo andati da Conco, tramite altri qui che
ci hanno preparato, c'erano i Zanella, che erano venuti giù prima" (testimonianza di B. Girardi).
Non partirono solo i giovani, anche le ragazze ebbero un ruolo importante nel fenomeno considerato. I
camion caricavano quelle con un'età compresa tra i 10-12 anni e i 20, raccolte in gruppi di paesane, amiche e sorelle.
"Le ragazze erano persino più
giovani perché non avevano il servizio di leva da fare [...] che poi alla fine non
erano neanche maggiorenni e dovevano essere sotto tutela del datore di lavoro; i maschi venivano già con qualche anno
in più" (testimonianza di V. Nichele).
"[...] le più vecchie sono già venute nel '29, tramite altra gente di Conco, e sono andate a lavorare a Pratrivero.
[...] Abitavano a Flecchia, con altre due, non da Conco ma da Corro, vicino a Lavaro; e stavano assieme. Fino al
'32, quando siamo andati giù noi. C'erano il mio papà e la sorella più giovane e siamo andati ad abitare a Flecchia.
Dopo un mese è arrivata mia mamma con mio fratello, Giuseppe, che abita qui a Pray. Siamo venuti noi e l'abbiamo
lasciato su per non far stare da sola la mamma" (testimonianza di B. Girardi).
Restavano quindi a casa i bambini, gli anziani e le donne adulte che di loro si sarebbero occupate, aspettando
il ritorno dei mariti, che rientravano al termine del lavoro stagionale. In alcuni casi però essi cominciarono a
chiedere alle mogli di raggiungerli, convincendole con le promesse di una vita migliore.
Le donne che invece erano emigrate contribuirono a loro volta alle catene di richiamo.
"[...] la zia ha aiutato la mia mamma [sua sorella] a venire qui [...] I Bozzalla sono venuti anche col pullman
a prenderli là ed eri assunto se avevi qualcuno già qui. Qui a Coggiola come a Castagnea c'è più Lusiana, invece
verso Pratrivero c'è più gente di Conco e Santa Caterina. Forse perché i primi che venivano qui cominciavano a
chiamare i suoi" (testimonianza di A. Frello).
In alcuni casi, a incrementare e controllare l'esodo, intervenne addirittura il clero, offrendo la sistemazione in
convitti, particolarmente adatta alle giovani, o reclutando nei paesi delle aree depresse le persone da inviare, scelte
per le loro condizioni miserrime9. Si è già visto quanta importanza avesse la religione nella cultura veneta: non
deve quindi stupire se la Chiesa intervenne anche in fenomeni sociali apparentemente lontani dalla sua sfera di
competenze, come appunto i viaggi alla ricerca di nuovi mestieri.
Ciò valeva per le emigrazioni a lungo raggio: basti pensare all'Opera Bonomelli, fondata dall'omonimo
monsignore nel 1903 per gli emigranti in Europa, che aveva una sede anche a Tezze, in
Valsugana10. Eppure, anche per gli spostamenti che potrebbero sembrare più semplici, in quanto non uscivano dai confini nazionali, i religiosi si
mobilitarono.
"[...] erano gli industriali che chiamavano. Allora il prete faceva la selezione: se avevano due mucche nella
stalla dovevano stare qua, se proprio erano poveri li mandava. Dava i nominativi. Anche per la mia mamma era questa
la soluzione, quindi sono partiti dieci o dodici. [...] Per esempio a Varallo c'è stata una grande richiesta di ragazze
che andavano a prepararsi per andare in giro per le case per i lavori, per la tessitura, per la filatura. Era soprattutto per
i convitti che il prete decideva, era quasi sempre il prete che dava i nominativi. Una cugina di mio marito dice
sempre: 'Mi no podéa andar in Piemonte perché g'aveva do vache'..." (testimonianza di L. Angelino).
Il parroco di Lusiana ebbe un ruolo di grande importanza nel reclutamento delle giovani. Nel 1952, dai registri
di emigrazione del Comune, furono, ad esempio, cancellate diciannove donne dirette verso Varallo, importante
centro della Valsesia, non molto lontano dalle vallate laniere dove poi si trasferirono parecchie venete. L'anno successivo
si trattò di ben cinquanta ragazze, tutte tra i 14 e i 20 anni. Lì sorgeva un
convitto gestito dalle suore salesiane di Maria Ausiliatrice, annesso alla
manifattura "Rotondi"11.
Il prete curò personalmente i loro trasferimenti attraverso una fitta relazione epistolare con cui le suore lo
aggiornavano sia sulla sistemazione delle sue parrocchiane,
sia sull'eventuale richiesta di altre fanciulle.
A Varallo giunsero inoltre venete richiamate da altre emigrate, non in convitto ma in alloggi e provenienti anche
da aree diverse dal Vicentino.
"[...] quando mia mamma è venuta su da
Recoaro [...] è andata a Varallo con sua mamma, perché lì c'era un'altra
amica. Poi la mia mamma è andata a lavorare alla Grober, dopo i Fila cercavano gente allora lei e la famiglia di questa
amica sono andati ad abitare a Coggiola" (testimonianza di Letizia Rista).
Dunque, anche nel caso dell'immigrazione dei veneti nel Biellese, si può parlare di "catene di richiamo",
oggetto di interesse da parte di numerosi studiosi e indispensabili per evitare l'isolamento. I nuovi emigranti seguivano
percorsi già fatti da parenti o amici, le cui lettere e racconti stimolavano il desiderio, anche fra i più prudenti, di
spostarsi per cercare il lavoro12.
Erano anch'esse meccanismi propulsivi, che incrementavano i flussi attraverso la circolazione di
informazioni, soprattutto sulle opportunità di
lavoro13. Per quanto qui ci si occupi di un contesto piccolo e particolare, si
riscontra pur sempre la stessa regola: i primi immigrati nelle vallate laniere contribuirono ad incrementare gli arrivi dal
Vicentino, non solo divulgando le opportunità lavorative, ma anche offrendo una prima sistemazione. Era questa una
risorsa importante, poiché, come si è già accennato, trovare la casa era una delle esigenze più urgenti.
Se i primi immigrati lasciarono inizialmente la famiglia in Veneto, con gli anni le cose mutarono: i primi
arrivati nel Biellese si erano integrati e potevano allora offrire un valido aiuto a coloro i quali avrebbero voluto
raggiungerli, non da soli ma con i parenti al seguito.
Questi ultimi immigrati avevano visto tornare al paese, in varie occasioni (come le vacanze), i "pionieri" del
Piemonte, che mostravano una maggiore disponibilità di denaro, visibile anche dall'abbigliamento e dalla cura
della persona. I compaesani cominciarono a immaginare che quelle terre lontane fossero davvero molto diverse dai
loro paesi. Non sempre l'impatto al loro arrivo soddisfaceva le loro aspettative, almeno dal punto di vista visivo.
"A volte i miei parenti venivano a casa da Coggiola, coi cappellini tutte eleganti e mi dicevo: 'Mamma mia
che roba!', venivano così alla messa del paese. Quando ho sentito che
i vegniva qui, anca mi i disiva: 'Oh
matta!'. Ma quando ho visto com'era Coggiola, mamma mia... pensavo a un'altra roba, invece è in mezzo alle montagne ed è
un paese come tutti gli altri" (testimonianza di C. Rizzolo).
"Ma quando si è trovata a Castagnea - l'intervistata si riferisce alla madre - ha detto:
'Oh ma Signur, ca sia partia da Velo per venire in questo paese qua!' Lei credeva di andare in una città e ha pianto tanto, ha
pianto tanto" (testimonianza di L. Angelino).
Nonostante questo aspetto, il ruolo dei primi emigranti fu fondamentale per i flussi successivi; infatti i loro
compaesani ne chiesero l'aiuto per organizzare la partenza: chi si era stabilito in precedenza nel Biellese trovava loro
un impiego e un lavoro, disponibili sin dal loro arrivo.
"[...] la zia ci ha mandato i soldi [...] io sono arrivata a 4 anni [...] ero con la mamma e siamo arrivate in treno [...]
e alla stazione tutti 'sti veneti che arrivavano giù ad aspettare se c'era qualcuno dei suoi o per dare lettere da portare
a casa, perché se no ci volevano giorni. Io ero appesa alla borsa della mamma e mia sorella di appena 2 anni era
in braccio. È venuta la zia a prenderci e il primo giorno ci ha tenuti a casa sua, poi ci ha portati nella nostra"
(testimonianza di A. Frello).
"Ero di Lusiana ma quando mi sono sposata sono andata a Crosara, nel Comune di Marostica. Son partita dal
Veneto il 20 dicembre del '50, i due figli avevano pochi mesi e siamo andati ad abitare a Persica [...] Siamo stati chiamati
qua da due sorelle di mio marito, vivevano una a Pray alto e una a Fervazzo, sono partite da Lusiana ma i loro
mariti abitavano qua già da tanti anni, erano venuti da bambini. Le mogli le avevano conosciute quando erano venuti
a trovare i parenti là e volevano prendere una del paese, e così due fratelli hanno sposato due sorelle.
[...] Ci hanno trovato il posto a Persica e dopo abbiamo comprato una piccola casetta; quando i figli si sono
sposati siamo andati a Pray e adesso sono qui a Quarona. [...] Venendo qua nel '50 c'erano già tanti veneti e mi hanno
aiutata abbastanza, anche se poi io legavo con tutti.
[...] Ho chiamato su anche una mia amica dell'infanzia, ero andata nel Veneto perché mia mamma non stava
bene e ho trovato la sua e mi ha parlato: 'Catinela -
me ciamava Catinela - cerca qualcosa da far venire là anche la mia
Ines', che stava in un posto bruttissimo. Abbiamo trovato una casa da affittare con una bella stanza, una cucina grande
per mettere anche il vecio - sono venuti a Caprile con il
vecio, erano in quattro con lei, il marito e il bambino"
(testimonianza di C. Rizzolo).
Una forte partecipazione femminile
La storia delle donne emigrate è stata a lungo trascurata: solo negli anni settanta gli studiosi hanno compreso
il ruolo fondamentale che esse ricoprirono, come mediatrici fra le culture dei paesi di origine e i luoghi
d'insediamento, nonché per il contributo economico che con il loro lavoro diedero alle famiglie.
Oltre ad essere stata ignorata, la partecipazione femminile venne a volte anche svalutata. Secondo Franzina
l'opinione corrente descriveva le emigranti come donne rozze, ben lontane dal mondo maschile connotato da una
forte mobilità. Alcune testimonianze descrivevano le partenze dal Biellese con le donne che accompagnavano scalze
i mariti, portando le valige sulle
gerle14.
Un notevole ritardo storiografico, se si considera che molte partirono, in particolare dai paesi agricoli, verso
le mete che già avevano attirato i giovani italiani (Argentina, Brasile, Canada e Australia) e se si pensa al
cambiamento del loro ruolo nella società.
Anche il Piemonte perse un notevole numero di giovani donne, ma nelle aree più avanzate della regione
confluirono numerose immigrate, che in qualche modo sostituirono quelle partite. Le prime migrazioni imponenti
giunsero nelle risaie per la monda del riso (nel 1905 erano già state reclutate tredicimila mondine provenienti da tutte le
regioni settentrionali); successivamente furono invece i centri industriali ad attirare manodopera femminile, come
operaie, domestiche e cucitrici.
Le migrazioni interne tra Vicentino e Biellese furono in buona parte dei fenomeni al femminile: in questa
zona, infatti, giunsero due catene di immigrate, l'una dalla Sardegna e l'altra dal Veneto. Per quest'ultima, concentrata
tra gli anni venti e sessanta, è possibile considerare tre tipologie territoriali e produttive; cioè la pianura, la collina e
la montagna.
Un saggio di Paola Corti e Chiara Ottaviano ha ben analizzato la situazione. Tra il 1925 e il 1960, dal
Triveneto giunsero nella pianura biellese milleduecento donne, di cui il 40 per cento erano sole, molte minorenni. Negli
anni venti gli arrivi erano costanti e su bassi livelli, mentre nel decennio successivo ci fu un'impennata, che coincise
con un periodo economico particolarmente nero per la regione di partenza. Un ulteriore aumento si verificò poi dopo
la seconda guerra mondiale, quando numerose vedove partirono per trovare lavoro e crescere i
figli15.
Trivero, paese altamente industrializzato delle montagne biellesi, assorbì il maggior numero di emigrate
venete negli anni trenta, con il record di centotrentatré unità del 1933. Negli anni cinquanta ci fu un altro incremento,
a causa degli arrivi dal Polesine, che nel 1951 era stato devastato dall'alluvione, e dai continui movimenti di
popolazione dal Vicentino, in particolare da Conco e Lusiana. Proprio a Trivero
si concentrava la maggioranza delle donne provenienti dall'Altopiano di
Asiago16.
Alcune giungevano in Piemonte da sole, in cerca di lavoro, altre erano invece chiamate dai parenti. Potevano
poi essere chiamate dagli agenti che le aziende biellesi inviarono in quella parte del Veneto e che si rivolsero alle
famiglie più povere e numerose, proponendo ai genitori l'assunzione delle figlie adolescenti. Spesso, in casi simili, le
ragazze dimoravano nei convitti, strutture nate per tutelare la moralità delle più
giovani17. Un aspetto importante se si considerano gli alti rischi che le immigrate correvano spostandosi dai loro paesi; nelle grandi città fu questa
una vera e propria piaga sociale perché molte di loro vissero vicende penose: la prostituzione, il lavoro sommerso,
le maternità illegittime, lo sfruttamento, gli abusi sessuali erano frequenti, fino ad arrivare ai fenomeni che vanno
sotto il nome di "tratta della
bianche"18.
"Eravamo io, mia sorella e mia mamma" (testimonianza di A. Frello).
"Dopo qualche anno dalla morte del nonno la nonna e la mamma sono venute qui per la guerra [...] mia mamma
[...] è andata a Varallo con sua mamma, perché lì c'era un'altra amica" (testimonianza di L. Rista).
La partenza costituiva un grande cambiamento, non solo di luogo ma anche di condizione sociale. I dati
relativi all'occupazione dimostrano che il lavoro femminile, soprattutto al Nord, era frequentissimo; le mansioni erano
però diverse dal passato. Se prima l'identità delle donne era definita in base al ruolo familiare, con l'incremento
delle manifatture cambiarono anche i lavori svolti.
Nel Biellese c'era un alto tasso di attività femminile e le donne dei comuni industrializzati presto
parteciparono anche alle lotte per i miglioramenti
salariali19; ciò dimostra quanto le mete di arrivo delle immigrate aprissero
sbocchi occupazionali, che le avrebbero gradatamente svincolate dalle mura domestiche.
Partite sole, ricongiunte a parenti e conoscenti, molte di loro furono reclutate dalle fabbriche tessili. Nella
pianura biellese il lavoro in fabbrica occupava il 46 per cento delle donne, mentre pochissime passarono al lavoro in
proprio o al livello di impiegate (l'1 per cento). Così anche nei comuni in altura, dove buona parte diventarono filatrici
e tessitrici, poiché la provenienza agricola e la mancanza di specializzazione ne ostacolarono la
riqualificazione20.
Furono poi numerose le richieste di domestiche, in particolare presso le famiglie signorili. Gli imprenditori
(Zegna, Giletti, Zegna Baruffa, Barberis Canonico, Trabaldo e altri ancora) assunsero dunque le venete come cameriere
e bambinaie. Un fenomeno riscontrabile nel Biellese come nel resto d'Italia, che permetteva alle domestiche di
essere comunque ben nutrite e vestite dai loro titolari, come ricorda lo stesso Emilio Franzina.
"La mamma lavorava dai Bozzalla che avevano rilevato la Ubertalli e la Lesna. [...] Finite le scuole, io le ho
finite con 12 anni, sono andata a fare la donna di servizio qui a Coggiola a casa di un banchiere. Tutti i giorni partivo
via alla mattina e venivo a casa alla mezza perché preparavo il pranzo. Anche lì mi sono trovata bene e ho imparato
tante cose; tutte noi siamo passate di là, anche le ragazze piemontesi. Si diceva che si 'andava a servizio'. Io lavavo i
piatti, facevo le faccende e lavavo anche per la signora. Lei mi insegnava, perciò sono stata contenta di esserci andata.
Il venerdì mi fermavo a mangiare perché era il giorno delle pulizie generali; si mangiava sempre la polenta col
formaggio e il passato di carote, allora si guardava molto il venerdì ma non a casa mia perché si mangiava quando si
mangiava. Quando sono venuta via io è andata mia sorella e dopo un'altra ragazza. Io sono poi andata a lavorare in
marzo dai Bozzalla ed erano tutti uomini" (testimonianza di A. Frello).
"[...] mia mamma andava a lavare, faceva i lavori da casalinga per gli altri" (testimonianza di G. Covolo).
"Per entrare in fabbrica sono andata a casa del padrone, il signor Trabaldo, a fare i lavori perché quella che
andava aspettava una bambina. Allora io partivo a piedi da Persica a Pray Alto per andare a fare tre ore. Quando sono
andata a chiedere in fabbrica ho trovato il signor Serafino, che mi ha visto e riconosciuta e mi ha fatto segnare sul
quaderno. Io ho aspettato che mi chiamassero, il ragioniere ha visto il mio nome e si è informato e ho iniziato a lavorare
per sabato.
Facevo anche la lavandaia, un'ora e più a piedi per lavare nei torrenti le lenzuola; una volta mi è scappato
dentro il sapone e a momenti finivo dentro anch'io" (testimonianza di C. Rizzolo).
Certo tutto questo ebbe influenza anche all'interno delle famiglie di immigrati, in cui la suddivisione dei ruoli
fu cambiata: le donne potevano essere partite giovani, ancora da sposare e quindi contribuendo al sostentamento
di genitori e fratelli, o al seguito di padri e mariti. In ogni caso aumentarono le attività che esse svolgevano fuori
casa, rendendole indispensabili per il bilancio, ma anche un po' meno presenti nella crescita dei figli. Non tutte
potevano fare la mamma o la moglie a tempo pieno e in questi casi i bambini erano accuditi da terzi, finché ad esempio
alcuni industriali misero a disposizioni asili.
"[...] mia mamma avendo già 'sti lavori dava me e mio fratello più piccolo a queste persone. Li hanno aiutati
tanto perché, Signore, c'era miseria. Faceva tanto a piedi perché soldi non ce n'erano" (testimonianza di G. Covolo).
"I bambini li teneva la suocera o una signora che mi ha dato anche tanta roba per
lavoro" (testimonianza di C. Rizzolo).
Le abitazioni
Si è già accennato alla questione delle abitazioni, il primo problema che qualsiasi emigrato doveva risolvere,
perché avere un tetto sotto cui ripararsi, un alloggio confortevole per il dovuto riposo dopo il lavoro, era una
speranza legittima. Ma la realtà nel Biellese, come nel resto d'Italia e di Europa, era molto difficile.
Un giornale locale dedicava l'attenzione, proprio all'inizio degli anni trenta, a questo aspetto delicato: "La
scarsezza di abitazioni manifestatasi ovunque dopo la guerra, si è fatta sentire in modo particolare nella nostra Città
dove, per ristrettezza di territorio e per l'elevato prezzo delle aree fabbricabili, l'incremento edilizio non è stato
adeguato alla crescente e continua affluenza di immigrati e quindi le case, specialmente quelle popolari, si sono
sovrappopolate in una misura impressionante"21.
In effetti, specialmente chi partì di propria iniziativa, faticò a trovare immediatamente una casa, passando da
un paese all'altro prima di riuscire a sistemarsi in un'abitazione
decorosa22. Molto spesso, annesse alle fabbriche e ai
cantieri, sorgevano baracche abitate da maschi giovani e soli, provenienti dallo stesso paese e che lavoravano
insieme. Era una soluzione voluta, perché aveva il vantaggio di contenere i costi, risparmiando il più possibile sulla paga.
"Allora lei - l'intervistata riporta un discorso della madre - dice: 'Eravamo in uno stanzone, in dieci o dodici
e dormivamo tutte in un letto unico, con dei materassi sopra le tavole. Quello che doveva andare a fare la pipì
doveva attraversare tutti, e allora la sera dopo si spostava', lo facevano perché non avessero tutte le notti da attraversare
tutta la fila. Quando cambiavano le lenzuola cambiavano posto" (testimonianza di L. Angelino).
"Arrivati su si dormiva tutti in una stanza, cinque o sei come abitano adesso i marocchini; la casa la trovava
mio papà chiedendo qualcosa tanto per ripiegarci almeno alla sera" (testimonianza di S. Rodighiero).
È chiaro che si trattava di soluzioni temporanee, dovute all'esigenza di risparmiare per inviare i soldi alla
famiglia in Veneto o per potersi permettere più avanti un'abitazione migliore. Inoltre non bisogna credere che la casa
fosse vissuta come oggi: allora essa costituiva solo un posto per mangiare e dormire, non era il focolare domestico,
perché quello era stato lasciato in Veneto, con il resto della famiglia.
Per coloro che scelsero di partire in seguito alle esperienze positive di altri compaesani, la ricerca della casa
era svolta proprio da questi ultimi che, tramite conoscenze, riuscivano a fornire le prime abitazioni, pur essendo
costretti, come negli altri casi, ad accontentarsi del poco che si trovava.
"È venuta la zia a prenderci e il primo giorno ci ha tenuti a casa sua, poi ci ha portati nella nostra"
(testimonianza di A. Frello).
"Ci hanno trovato il posto a Persica e dopo abbiamo comprato una piccola casetta; quando i figli si sono
sposati siamo andati a Pray e adesso sono qui a Quarona. Quando siamo venuti in Piemonte avevamo già la casa, ce
l'hanno trovata i miei cognati" (testimonianza di C. Rizzolo).
L'attesa di sistemazioni più adeguate poteva anche durare anni e nel Biellese, come
altrove23, molti presero in
affitto locali più o meno idonei (soffitti, seminterrati
o garage) oppure alloggi in stabili degradati.
"E per dormire venivo a casa dal lavoro e andavo nella
travà, fuori, dove si mette il fieno, vestito, come andavo
a lavorare, coperte non ce n'era, in mezzo al fieno" (testimonianza di S. Rodighiero).
La situazione poteva essere altrettanto disagevole anche quando gli immigrati avevano con sé la famiglia.
Infatti, non coabitavano solo i colleghi di lavoro, anche interi nuclei familiari dovettero adattarsi a spazi angusti.
"Abitavamo in una casa che era un salone e c'era una tela che lo divideva, mio papà ha pitturato e ha messo
un cancelletto, ma tame [come] i suma fai a
supravive? quand' angh'era la bura [alluvione]
e gniva l'ava an ca'..." (testimonianza di G. Zanella).
"Hanno trovato poi un affitto lì a Zuccaro dal Fava, uno sgabuzzino. [...] Dopo abbiamo trovato una casa solo
per noi perché uno sgabuzzino non si poteva" (testimonianza di G. Covolo).
La condivisione dello stesso appartamento permetteva la suddivisione dei costi, che all'epoca erano molto
elevati, a causa della scarsità di locali disponibili. Gli affitti erano saliti raggiungendo livelli sproporzionati in
confronto alle paghe percepite dagli inquilini e il sovraffollamento divenne una vera piaga, poiché aumentava i rischi di
malattie dovute alla mancanza di
servizi24. Non per niente i paesi più industrializzati erano afflitti da un alto tasso di
mortalità infantile e di
rachitismo25.
Il fatto che molte case fossero in pessime condizioni è spiegato nell'articolo già citato, che proseguiva
accusando la cattiva igiene e la necessità di porvi un rimedio concreto: "Purtroppo in Biella si contano a centinaia e
centinaia le abitazioni con scarsa illuminazione, con camere prive di finestre verso l'esterno, con insufficiente cubatura,
in condizioni cioè contrarie al vivere collettivo. [...] Scompariranno
le cause principali di tante malattie che ancora
flagellano l'umanità, prima e più temibile: la tubercolosi. Non è necessario essere ricchi per avere un'abitazione
pulita. Bisogna che sia compresa questa necessità: prima dai proprietari di case, che devono
sentire il dovere di fornire ai propri inquilini alloggi rispondenti ai giusti criteri
dell'igiene per non lucrare al danno della loro
salute; e poi dagli inquilini che devono, in ogni tempo mantenerli salubri, perché curando la casa si cura se stessi e tanto più le
abitazioni sono tenute con ordine e pulizia tanto maggiore è il grado di civiltà raggiunto".
Si trattava di provvedimenti basati sul concetto di igiene sociale, che erano stati assunti in tutte le nazioni
più coinvolte dallo sviluppo industriale e dal conseguente inurbamento. Anche nel Biellese l'idea dell'abitazione
operaia si trasformò, seguendo in parte il modello dei "familisteri" francesi, ideati da Fourier, per un controllo
diretto dell'azienda anche nell'ambito privato.
Inizialmente, dunque, prevalse la coabitazione in alloggi di parenti e amici, anche perché l'accesso alle case
popolari non fu né facile né immediato, essendo queste costruite da cooperative e cantieri edilizi improvvisati, con
l'arruolamento di manovali pagati
pochissimo26. E anche una volta ottenuto un alloggio le condizioni restavano
precarie.
Come raccontava una testimone ascoltata da Caterina Corradin, "nella zona Valsessera, da Pray a Coggiola a
Crevacuore, erano istituite le case operaie che erano né più né meno dormitori. Quattro persone per stanza, c'erano
quattro letti, un guardaroba - armadio con una tenda, una stufa, una tavola, due panche".
Col tempo i villaggi operai o le case furono fatti costruire anche dagli imprenditori biellesi, anche se qui si
riscontrarono gli stessi pregiudizi manifestati dagli operai parigini: a fondamento di tali progetti edilizi, infatti, si
percepiva il concetto dell'operaio come un essere inferiore. I padroni, seppur in forma paternalistica, avrebbero avuto
un controllo diretto a tempo continuato, dentro e fuori la
fabbrica27.
Nel circondario biellese sorsero così due villaggi operai (presso la Filatura di Tollegno e la Pettinatura di
Vigliano), dove ogni abitazione era accuratamente separata dalle altre, con ingresso proprio o, se in comune con altri, aperto
e in piena luce verso la strada. Ogni famiglia aveva un proprio orto e il solo punto di riferimento era l'azienda.
Nei centri delle vallate laniere sorsero poi numerose case operaie, integrandosi agli insediamenti preesistenti
e rispettando gli stessi rigorosi principi di convivenza. I giovani che alloggiavano insieme dovevano rispettare
delle regole, esattamente come le ragazze nei convitti.
"Avevano costruito anche le case operaie e davano a tot persone tot stanze; c'era un lavandino, anche per lavare
le robe, il gabinetto in comune. Capitava di avere la camera e la cucina distanti e ti trovavi con gli altri nel
corridoio, non avevi un tuo appartamento. Ed erano tutti veneti che sappia io. E tu dovevi firmare che entravi lì e avevi
una regola: 10 e un quarto dovevano essere a casa tutti quanti e se arrivavano ragazzi giovani c'era qualcuno lì
che rispondeva per loro" (testimonianza di A. Frello).
"Questa casa è stata costruita proprio per i lavoratori che il Silvio Bozzalla è andato a prendere nel Veneto,
ha costruito questa casa e li ha inseriti qui, erano circa seicento persone, il 90 per cento erano veneti e il rimanente
erano del Novarese e della bassa Vercellese. Non c'erano appartamenti, c'erano solo camere e basta, come questa.
Prima ogni camera aveva la sua entrata e lì abitavano 'sti lavoratori; un tavolo, una stufa, la sedia, c'era una divisoria,
un lenzuolo o una tenda. Magari erano sei sette in una camera. Per avere queste stanze bisognava
lavorare per la Bozzalla, non si pagava niente, la luce arrivava solo la sera fino agli anni '54-55. Nel '49 han messo la luce di giorno
però proprio a posto legalmente fino a quegli anni.
Perché anche prima qui, come uscivano alle 10 era l'ultimo turno e alle 10 e un quarto chiudevano tutto, chi
era fuori era fregato. Doveva dormire fuori. C'era una portinaia che accendeva le luci, chiudeva. Perché tra questi
immigrati c'erano tante ragazze e la responsabilità era della ditta, e allora cercavano di raggrupparle in queste camere, e
il portinaio continuava a girare perché se no...
Mio papà è venuto subito ad abitare qui nella casa operaia, con altri colleghi. Dormivano insieme e per
mangiare c'era la stufa a legna, si mettevano su il mangiare. C'è stato un periodo in cui la ditta distribuiva la minestra e con
la fame andava bene anche quella. Compaesani di Marostica non ce n'erano, dovevi andare su verso Trivero. Erano
tutti di Lusiana, Fontanelle, Vitarolo, Velo e tutta quella montagna" (testimonianza di V. Nichele).
Con gli anni, grazie all'avvenuta integrazione e alla maggiore disponibilità sia di case sia di denaro, molti
veneti acquistarono gli alloggi o ristrutturarono vecchi edifici. Una tappa fondamentale e molto sentita dagli stessi
intervistati.
"Poi è rimasto qui perché lentamente si è svuotata la casa che han cominciato a trovare alloggi in giro. Han
continuato l'affitto fino all'82 quando li hanno messi in vendita e noi l'abbiamo comperato perché in quegli anni
non trovavi un buco, non c'era un alloggio fuori. Allora qui abbiamo fatto delle unioni e sono usciti gli alloggi.
Sono quindici e sette o otto sono stati presi dai figli degli emigrati. Mio padre si è fermato qui perché aveva la famiglia,
là aveva solo i fratelli. Allora la casa l'ha comprata qui" (testimonianza di V. Nichele).
"Questa dove vivo è una casa dei Bozzalla, sotto c'erano cavalli e mucche nella stalla, affittavamo e poi
l'abbiamo comprata e aggiustata" (testimonianza di A. Frello).
"[...] [abitavano] da gente che aveva delle proprietà, poi abbiamo comperato" (testimonianza di G. Covolo).
"Tanti hanno poi messo a posto la casa, io ho fabbricato qui, ho comprato il terreno e ho dovuto fare il
magazzino, e da una parte mi son fatto l'abitazione, dove siamo stati ventisette anni. I primi anni però abbiamo abitato nella
casa dei miei suoceri.
A Pray gli industriali non costruivano case per gli operai, erano tutte per gli impiegati. Le case operaie c'erano
in altri paesi, come a Ponzone, fatte dai Giletti, o a Pratrivero, dove c'erano i Canonico. Erano tutti veneti che
andavano lì. Ma tutti quelli arrivati qua hanno fatto una casa, dopo quel periodo del boom si poteva fabbricare
dappertutto, certi posti dove abbiamo fabbricato adesso non si potrebbe più" (testimonianza di B. Girardi).
(2- continua)
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