Maurizia Palestro

Aspetti, problemi, vite vissute dell'emigrazione veneta nel Biellese del Novecento*



È sufficiente sfogliare l'elenco telefonico per accorgersi di quanti cognomi veneti oggi compaiano tra gli abbonati residenti nei comuni biellesi, dove nei decenni passati le opportunità lavorative hanno attirato gente dal Nord-Est, oltre che dal Meridione. Sono facilmente riconoscibili quelli terminanti in consonante, come Galvan o Predebon, così come quelli derivanti da toponimi, quali Vicentini e Visentin.
Triveroha molte famiglie con cognomi veneti: tra gli altri 14 Bonato, 3 Bordignon, 10 Boscardin, 5 Caldana, 4 Cantele, 18 Colpo, 5 Corradin, 7 Covolo, 14 Crestani, 17 Dalle Nogare, 5 Furlan, 20 Pizzato, 9 Rodighiero, 19 Ronzani, 7 Scalcon, 8 Zampese.
Scendendo a Coggiola troviamo invece: 3 Cantele, 1 Colpo, 3 Covolo, 4 Crestani, 1 Facchin, 3 Galvan, 2 Nichele. A Pray, paese confinante, la situazione è simile: 2 Bonato, 3 Caberlon, 1 Cantele, 3 Cogo, 4 Crestani, 3 Dalle Nogare, 2 Galvan, 3 Merlin, 1 Pezzin, 1 Pizzato, 3 Rodighiero, 1 Ronzani e 8 Zanello. Anche spostandosi di qualche chilometro la presenza dei veneti emerge, ad esempio a Valle Mosso, altro comune interessato dall'immigrazione: 1 Boscardin, 16 Crestani, 4 Cortese, 4 Mason, 3 Pezzin, 13 Pizzato e 2 Rodighiero.
In realtà la presenza dei veneti è diffusa nel mondo, non solo nel Biellese, in quanto la loro regione fu interessata dall'emigrazione. In anni lontani la gente veneta dovette abbandonare la propria casa e recarsi altrove, all'estero inizialmente e poi verso il triangolo industriale del Nord-Ovest.
Tra le altre nazioni europee mete di tali spostamenti il Belgio ebbe un ruolo particolare a causa della legge varata il 19 ottobre 1945, oggi difficile da capire e da accettare. Un'intesa fra il governo italiano e quello belga stipulava l'impegno del secondo a dare ventiquattro quintali di carbone fossile l'anno per ogni italiano che andava ad estrarlo, in miniere dove nessun altro voleva lavorare. Il 23 giugno dell'anno seguente l'accordo fu ampliato sottoscrivendo l'invio in Belgio di 50.000 italiani, di cui 23.000 provenivano dal territorio vicentino1. Erano tempi duri e la rabbia dei veneti era molta, come si legge anche nella poesia "I va in Merica" di Berto Barbarani: Porca Italia - i bastemia - andemo via!
Questo fenomeno non caratterizzò tanto gli anni a cavallo fra Ottocento e Novecento, ma si protrasse soprattutto nei decenni successivi. I veneti emigrarono non solo verso l'estero, ma anche verso il Biellese, il Vercellese e la Lomellina. A metà anni cinquanta la risicoltura attirava numerosa forza-lavoro perché localmente aveva a disposizione solo il 3 per cento del fabbisogno di manodopera necessaria per le due stagioni.
In quel periodo i piemontesi, infatti, lavoravano nelle fabbriche; a Biella, nei 450 lanifici, cotonifici e maglifici, per ogni 100 biellesi c'erano 160 posti di lavoro disponibili.
Un posto in azienda garantiva ottime opportunità, uno stipendio tutto l'anno e un lavoro meno massacrante di quello nei campi. Si può quindi dire che gli abitanti del Biellese svuotarono letteralmente le campagne. Ciao Baragia (le grandi risaie fra Vercelli, Biella e Novara) 'nduma a travajè a Biela è il verso di una canzone popolare che ben fa capire la situazione di allora.
Fu proprio in relazione a queste carenze che la manodopera femminile proveniente dal Veneto si rivelò un serbatoio fondamentale per l'economia locale. Le giovani immigrate si accontentavano di paghe irrisorie. Quelle delle mondine erano pari a un terzo del salario dei braccianti biellesi e venivano accompagnate da un "regalo" in natura, cioè dieci chilogrammi di riso a fine stagione2.
Vennero a lavorare nelle risaie convogli interi di giovani prosperose, sane e belle, da Rovigo, Vicenza e Padova, alloggiate in grandi capannoni dove dormivano su materassi a terra, una accanto all'altra. Venivano nutrite con pranzi sobri nei campi e minestroni di riso alla sera, per poi andare a coricarsi ed essere pronte alle nove ore di lavoro del giorno dopo, con le schiene piegate e l'acqua fino al ginocchio3.
Ma nel Biellese giunsero anche gli uomini, impiegati in diversi settori: fecero gli stagionali per gli impresari edili o andarono a lavorare nelle aziende tessili. Alcuni lasciarono il Veneto a causa delle due guerre mondiali, che là ebbero conseguenze molto pesanti.
Qualunque fosse la spinta o il percorso seguito, le vicende degli emigranti veneti nel Biellese si inseriscono in un contesto molto ampio: la grande emigrazione del Novecento, che coinvolse tutta l'Europa, con spostamenti all'interno degli stati, fra gli stati e fra un continente e l'altro. Veneti e piemontesi migrarono anche al di là dell'oceano, oltre che nei paesi europei più sviluppati.
I motivi che spingevano famiglie intere ad abbandonare la propria casa e le radici erano simili - fame e mancanza di lavoro - e uguali anche le difficoltà da affrontare: trovare alloggio, lavoro, integrarsi nella società di arrivo nonostante la lingua e gli atteggiamenti razzistici4.

I movimenti migratori interni, che interessarono l'Italia nel secolo scorso, avvennero per la capacità di alcune regioni di mantenere il passo con il progresso che in quegli anni caratterizzò i principali paesi d'Europa; in particolare il Settentrione riuscì a trascinare il resto del paese in quella fase di sviluppo. Tra le regioni-guida un ruolo di primaria importanza fu senz'altro rivestito dal Piemonte, che per tale motivo divenne meta privilegiata di persone che attraversarono la penisola in cerca di lavoro, dal Meridione al Ferrarese, senza dimenticare il Veneto, oggetto di studio in questa ricerca.
In realtà anche il Nord-Ovest fu coinvolto nell'emigrazione e più di due milioni di piemontesi andarono all'estero nell'intervallo di tempo compreso tra il 1870 e il 1970; fu un esodo massiccio e dalle radici antiche, il cui primo rilevamento ufficiale risale però solo al 1876. Si trattò di un movimento oscillatorio, diverso da quello avvenuto nel resto d'Italia (in continuo aumento) e diretto soprattutto verso la Francia, l'Argentina, il Brasile e gli Stati Uniti. In generale era caratterizzato da un alto tasso di mascolinità5.
Le cause erano molteplici. Se da una parte aumentavano le fabbriche e il loro peso sull'economia italiana, dall'altra le zone montane entravano in crisi6: l'agricoltura aveva cessato di essere una fonte di sostentamento sufficiente e poche erano le attività presenti in grado di sostituirla. Inoltre la guerra aveva causato ingenti danni al rivestimento arboreo, cui si aggiunsero quelli provocati dalle alluvioni.
Anche i distretti rurali subirono un graduale spopolamento, a causa dei redditi scarsi, di un'eccessiva frammentazione delle aziende e della reazione di chiusura che i giovani manifestarono nei confronti dei mestieri tradizionali. Così, tra il 1951 e il 1961, gli addetti all'agricoltura erano ormai scesi con una flessione del 30 per cento, con un incremento delle piccole e medie imprese7.
La mobilità del mercato del lavoro aveva determinato lo spostamento di consistenti nuclei di persone dalla vita nei campi verso altre occupazioni. A tutto ciò bisogna poi aggiungere lo scarso aumento demografico che il Piemonte registrò tra il 1936 e il 1951, pari al 2,7 per cento: un aumento che, senza l'afflusso di manodopera a Torino e nelle altre zone avanzate della regione, sarebbe stato ancora più basso8. Il regresso degli indici di natalità nelle zone di montagna si accompagnò a un massiccio esodo e solo nelle province di Novara e Vercelli, fra la Valdossola, la Valsesia e l'alto Biellese, la popolazione era cresciuta, mentre aumentava la presenza delle industrie.
L'insieme di questi fattori fu una grossa spinta per i flussi migratori, ma la prima guerra mondiale fece da freno, nonostante gli sbocchi francesi e svizzeri fossero rimasti aperti anche durante il conflitto, con un aumento della quota femminile. In seguito la politica antimigratoria, applicata tra il 1930 e il 1942, rese i valori di uscita molto bassi.
Oltre ad essere una regione di partenza però, il Piemonte era diventato anche un luogo di accoglienza per le masse provenienti dalle zone più misere della penisola, grazie alla nascita e allo sviluppo delle industrie che divennero veri elementi propulsivi della realtà economica e sociale.

Lo sviluppo industriale

L'immagine tradizionale dell'Italia del progresso, nel corso del Novecento, fu quella del "triangolo industriale", di cui Torino costituiva il vertice più orientato alla produzione. La presenza della Fiat, lì insediata dal 1899, ne fece la capitale del settore automobilistico, trainando l'intera industria meccanica in un vero e proprio periodo aureo, che raggiunse il suo apice negli anni cinquanta, grazie allo svolgersi in loco dell'intero ciclo tecnologico.
Fecero da corollario nuove imprese per macchinari e mezzi di produzione, per la fabbricazione di beni intermedi come gomma e plastica, con una forte spinta dell'occupazione. La città di Torino in quegli anni conobbe una grossa espansione urbana, arrivando a 1.971.000 unità nel 1968. Contemporaneamente salì l'indice dell'occupazione industriale, raggiungendo nel 1969 il 59 per cento9.
Non solo Torino: anche altre aree di provincia emersero nel secolo scorso, pur essendo diverse dal modello città-fabbrica che la Fiat aveva imposto al capoluogo10. Ad esempio Ivrea divenne importante per la presenza dell'Olivetti, azienda produttrice di macchine per scrivere diventate celebri in tutto il mondo. Il suo titolare, Adriano Olivetti, cercò comunque di integrare la fabbrica con l'agricoltura e l'organizzazione urbana, al fine di coordinare i luoghi di lavoro e i servizi11. Nella zona di Alba, invece, molti abbandonarono l'agricoltura per entrare nella fabbrica della Ferrero, produttrice di cioccolato e, in misura minore, nelle aziende tessili.
In seguito a tali sviluppi, durante gli anni sessanta Torino fu percepita e studiata quale esempio macroscopico, in positivo e in negativo, dei fenomeni migratori (soprattutto dal Sud) che sconvolsero il quadro demografico e sociale delle città industriali.
L'integrazione e la ristrutturazione produttiva causarono successivamente un calo di manodopera e un movimento di ritorno verso i paesi di origine, ma il fenomeno migratorio aveva comunque generato situazioni che posero il Piemonte e le sue città principali al livello dei maggiori centri europei12. Le conseguenze si notarono in ambito demografico e nella geografia urbana: lo sviluppo dell'industria chimica e meccanica esigeva un'integrazione funzionale sempre maggiore, con una forte tendenza all'agglomerazione, a cui si aggiunsero i bisogni residenziali dei nuovi arrivati.

Il settore tessile

Come si è appena detto, l'asse produttivo si spostò dalle attività rurali, legate all'agricoltura, a quelle industriali, con l'esplosione negli anni cinquanta delle piccole e medie imprese. Soprattutto nel settore tessile la ripresa economica segnò la comparsa di nuovi gruppi imprenditoriali e un'ampia mobilitazione di forza-lavoro13.
Dall'alto Novarese al Biellese la dispersione di attività industriali causò la nascita di piccoli laboratori insediati in aree rurali o presso famiglie con sistemi molecolari di lavoro a domicilio; in seguito si trasformarono in imprese coinvolte nei mercati internazionali14.
L'industria laniera non ebbe un andamento lineare: all'inizio del Novecento conobbe un grande sviluppo, con l'allontanamento dalla tradizionale gestione diretta, con l'avvento di capitali inglesi e l'ampliamento verso mercati poveri (Grecia, India e Argentina)15. Ma il suo cammino verso gli anni di grande successo fu contrassegnato da fasi alternate di espansione e di crisi, in concomitanza coi maggiori avvenimenti su scala internazionale. La fase più cruciale coincise con il ventennio fascista, durante il quale il settore tessile perse la sua posizione dominante, arretrando a favore di altri settori, che in anni di guerra servivano direttamente lo Stato.
Il regime attuò una politica di interventismo economico; fu istituito l'Iri (Istituto per la ricostruzione industriale), sorse l'economia a capitale misto, pubblico e privato, ma ciononostante le aziende tessili, come quelle di abbigliamento e di trasformazione di prodotti alimentari, ristagnarono, pur continuando ad occupare una numerosa manodopera16.
Teresio Gamaccio, a tal proposito, distingue tre periodi nell'evoluzione del settore laniero. Il primo, che comprende gli anni fra il 1918 e il 1926, fu caratterizzato dal problema della ristrutturazione degli impianti e dalla ricerca di uno sbocco sui mercati esteri. Seguì l'intervallo di tempo compreso tra il 1926 e il 1933, segnato da una grave crisi produttiva, dovuta all'allineamento della lira a "quota 90" e alla chiusura del mercato estero per il tracollo di Wall Street. Non va infatti dimenticata l'importanza che l'esportazione ha sempre avuto per le fabbriche tessili. Le difficoltà allora non furono superate con un maggior dinamismo imprenditoriale, bensì con una restrizione delle paghe e con l'aumento delle ore lavorative. Infine il periodo tra il 1934 e il 1943, con un progressivo allontanamento fra le industrie e la condotta politica: in quegli anni il governo aveva imposto l'uso di fibre artificiali per il mercato interno, per cui la maggior parte degli imprenditori dovette ricorrere alle lane nazionali, note per la scarsa qualità e i prezzi elevati17.

Il bisogno di manodopera

I ritmi più ravvicinati del turn over, la tendenza delle imprese a concentrare la ricerca di nuove maestranze esclusivamente fra i lavoratori uomini dai venti ai quarant'anni, ossia in quella fascia di età in cui si stava esaurendo la disponibilità di offerta tra i residenti, furono le cause principali di un flusso migratorio ampio, proveniente dalle aree più depresse dell'Italia settentrionale e dal Mezzogiorno18.
Dal Sud giunsero in Piemonte schiere di contadini, artigiani impoveriti, giovani senza lavoro e intere famiglie. Questa regione, secondo i dati Istat per gli anni compresi fra il 1952 e il 1969, ebbe dunque un saldo attivo (di oltre 800.000 unità) fra iscrizioni anagrafiche di persone provenienti dall'esterno e cancellazioni di abitanti diretti fuori19.
Non tutte le province e le classi di attività furono coinvolte allo stesso modo; l'agricoltura fu in grado di assorbire solo una quota modesta. Nell'area del basso Vercellese si era insediata, a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, l'impresa agricola di tipo moderno, basata sulla monocoltura risicola e sull'impiego temporaneo di forza lavoro. I contadini, quindi, avevano come unica prospettiva l'impiego saltuario concentrato nelle poche settimane di monda. Molti degli stessi residenti preferirono emigrare nelle aree industriali limitrofe o all'estero20.
Di fronte ai problemi esistenti (caporalato, cottimo, rispetto dell'orario di lavoro) gli imprenditori locali spesso preferivano ricorrere ai forestieri, di poche pretese e quindi utili per calmierare le paghe e ricattare i lavoratori indigeni. Si diffuse la figura delle "mondine", tipica della campagna vercellese. Erano donne reclutate dai caporali e che lavoravano molte ore: da un'ora dopo il levar del sole ad un'ora prima del tramonto, senza essere tutelate in alcun modo. Solo nel 1906 si arrivò alle otto ore di lavoro giornaliero21.
Mussolini era contrario agli spostamenti migratori e per limitarli tentò di legare gli italiani alla terra. Non solo le mondine diventarono il simbolo dell'ideologia fascista tesa a nobilitare il lavoro rurale, ma proprio nell'ambiente delle risaie il governo prese provvedimenti per migliorare le condizioni di queste lavoratrici stagionali. Si tentò di sostituire la presenza dei caporali introducendo contratti veri e propri, stipulati ancor prima delle partenze delle mondine, che perciò avevano la certezza di trovare lavoro.
Anche gli aspetti qualitativi della vita furono migliorati, grazie all'igiene e alla sistemazione dei cascinali, dove le donne potevano dormire su comode brandine piuttosto che sui vecchi giacigli di paglia. Alcune di loro potevano poi occuparsi dei figli che molte colleghe erano state costrette a portare con sé22.
Attirate dal lavoro nelle risaie giunsero nel Vercellese 24.000 forestiere, comunque insufficienti a coprire il bisogno di manodopera che era cresciuto a causa della guerra. Tra i luoghi di provenienza spiccavano l'Emilia e il Veneto, da cui gruppi numerosi arrivavano col treno. Per questo, presso le stazioni dei paesi agricoli, furono aperti centri di accoglienza e assistenza, anche se poi, in realtà, non sempre facevano riscontro le condizioni delle cascine in cui avrebbero alloggiato nel mese e mezzo di monda. L'alimentazione era montana (riso, polenta, pane e poca carne), mentre lo stipendio era persino inferiore a quello delle mondine locali. In cambio ricevevano razioni di cibo: 350 grammi di pane, 240 di riso, 105 di formaggio, 20 di lardo e mezzo litro di latte; il tutto doveva durare una settimana23.
Se l'agricoltura non impiegò che una minima parte degli immigrati, la maggioranza di essi fu inserita nelle fabbriche. Negli anni cinquanta le immigrazioni nelle province di Alessandria, Novara e Vercelli, dove si stavano organizzando poli industriali di rilievo, tennero il passo con gli incrementi dell'area torinese. Ciò avvenne anche perché "[...] l'impatto contraddittorio e spesso conflittuale che hanno le nuove fabbriche costringe alcune imprese ad importare manodopera esterna alla comunità non solo per le mansioni di addestramento e di comando per la forza-lavoro, ma anche per quelle meno qualificate"24.
Le nuove fabbriche sorte in varie zone del Piemonte rappresentarono il motore dell'immigrazione avvenuta in fasi successive nel Novecento. Paesi di medie dimensioni, come Gattinara, attirarono lavoratori dalle valli confinanti (Valsesia e Valsessera), dalla pianura e, soprattutto dopo la prima guerra mondiale, dal contado veneto.
Ne fu conseguenza evidente il saldo della popolazione relativo al periodo 1926-1935, con esito positivo perché il numero degli emigrati era inferiore rispetto a quello degli immigrati. Il fenomeno fu particolarmente consistente negli anni venti e trenta e Silvana Patriarca lo documenta attraverso la corrispondenza tra il podestà di Gattinara e il prefetto di Vercelli. In una lettera del 1933 quest'ultimo lamentava che "la continua immigrazione di forestieri e specialmente Veneti, di condizioni finanziarie miserissime, viene a creare in questo comune una situazione veramente insostenibile [...]25" e in un'altra, del 1930, si avvisava il prefetto che "in un primo tempo tale immigrazione [quella delle famiglie venete] non destava nessuna preoccupazione anche perché i locali stabilimenti industriali assorbivano facilmente tutta la mano d'opera disponibile, essendo in piena attività di lavoro e di sviluppo. Ora però, colla crisi economica generale, anche queste industrie hanno diminuito le ore lavorative e procedono a numerosi licenziamenti, creando una sensibile disoccupazione locale: nonostante ciò l'immigrazione veneta continua"26.
Particolarmente interessante, grazie all'industria tessile, si mostrò l'area di Biella, dove giunsero, come nel resto della regione, numerosi veneti. Nella seconda metà degli anni venti, infatti, alcuni imprenditori locali, attraverso contatti diretti, stimolarono l'immigrazione di giovani dal Nord-Est.
"Nelle nostre fabbriche, qui, i veneti sono venuti quando si è sviluppata la filatura a pettine. Prima della guerra c'era solo la filatura cardata, le filature a pettine si sono sviluppate dopo il primo conflitto mondiale. Allora, normalmente, le ragazze e i ragazzi che arrivavano, andavano a finire in filatura, non per discriminazione, perché erano veneti o non veneti, ma quasi per tradizione, c'era questa esigenza [...]"27.
"La Valsessera raccolse anche le emigrazioni che vennero dalla bassa Novarese, dalla bassa Vercellese, raccolse anche la parte specializzata del Pratese, delle fabbriche di Schio: Marzotto, Valdagno, Schio [...] quindi manodopera estremamente qualificata che si trasferì nel Biellese dove l'industria laniera allora, fine anni venti inizio trenta; viveva una grande espansione [...]"28.
Come si coglie da queste testimonianze e come si mostrerà nelle successive pagine, questa parte di Piemonte attrasse più di altre i flussi provenienti dal Veneto grazie alla presenza del settore laniero. Sarà dunque interessante descrivere la zona, in modo da poter fare un confronto con le terre di provenienza degli immigrati e per far capire che paesaggio trovarono al loro arrivo, segnalando anche le conseguenze ancora evidenti sulla geografia del territorio, dovute alle necessità degli impianti e dei nuovi lavoratori.

Il territorio biellese

Prima di tutto, come si è fatto per il Piemonte in generale, bisogna ricordare che anche il Biellese fu coinvolto negli esodi di massa che sconvolsero l'Europa durante il Novecento. Fu un fenomeno legato all'economia e segnato sin dai tempi remoti dagli squilibri tra risorse e bocche da sfamare, in particolar modo sulle montagne. Ma una peculiarità caratterizzava i suoi emigranti: le capacità professionali che permisero a molti biellesi di diventare imprenditori nei luoghi in cui si trasferirono.
Come nel resto d'Italia, in piena rivoluzione industriale, l'emigrazione raggiunse livelli molto elevati, garantendo perciò il rientro di denaro sotto forma di rimesse. Secondo una stima fatta da Quintino Sella, negli anni sessanta dell'Ottocento, esse raggiunsero le 600.000 lire annue29, pari al prodotto netto del settore agricolo.
Tra il 1901 e il 1911 i casi di emigrazione da quest'area furono 52.262 ed il fenomeno fu intenso nella valle del Cervo, priva di attività industriali, e nel sistema agricolo collinare del Biellese orientale; invece nelle vallate dove meglio si insediò l'industria, come la Valsessera, molti partirono perché poco inclini ad entrare nel sistema della fabbrica, un passaggio non sempre facile da compiere.
Quei momenti difficili non costituirono comunque un freno per il progresso nelle vallate laniere, che seppero a loro volta trasformarsi in bacini di richiamo per la manodopera disponibile30.
Nonostante una scarsa estensione, la mancanza di vie di comunicazione, la povertà del suolo e la presenza delle montagne sul 75 per cento del territorio, il Biellese divenne il centro industriale tessile di primaria importanza che oggi tutti conoscono. Rappresentava un'area privilegiata grazie alla presenza di alcuni fattori che ne favorirono il decollo, tra cui bisogna ricordare la disponibilità di risorse essenziali e l'abbondanza di fattori imprenditoriali, di manodopera e di intraprendenza.
I biellesi erano instancabili lavoratori; un tempo contadini poi piccoli commercianti, seppero trasformarsi in ottimi industriali, innalzando ad alti livelli un'attività presente da tempi remoti e nata per necessità. Infatti la storia del tessile in quest'area ha radici profonde, che risalgono sino al Medio Evo: ad esempio nel 1310 i tessitori emanarono lo statuto della loro corporazione disciplinando un'attività che risaliva ad anni ancor più lontani. Certo allora il Biellese non era ancora competitivo, sia per il suo isolamento sia per la sua marginalità politica, che lo penalizzò rispetto ad altri centri. Inoltre la produzione laniera si limitava ancora a panni grossolani, richiesti soprattutto dalle classi popolari. Quando però Biella si inserì nell'orbita dei Savoia, si ampliò il mercato nell'area francese e verso i porti liguri, accrescendo progressivamente la produzione31.
Fu così che in età moderna il Piemonte poté sviluppare una fiorente attività laniera, concentrata proprio grazie al Biellese, che nonostante l'infelice posizione divenne uno dei centri europei della lana.
In seguito, a fasi alterne, alcune aziende giunsero, ai tempi dell'unificazione nazionale, ad un alto livello di sviluppo, partecipando con i loro prodotti alle esposizioni internazionali che si svolgevano a Londra, Parigi e Vienna. Negli anni di maggior fervore ci furono anche iniziative di grande spirito innovativo, come la Scuola professionale fondata da Quintino Sella, con lo scopo di preparare validi tecnici, o ancora la Società di mutuo soccorso dei tessitori, istituita a Croce Mosso già nel 1873 e gestita totalmente da operai32.
L'epoca fino al secondo decennio del Novecento fu particolarmente buona e gli operai passarono dai 31.000 del primo Ottocento a 65.000. Con la prima guerra mondiale crebbe la produzione dei panni destinati alle truppe e i 400.000 metri annui prodotti negli anni di pace aumentarono di novanta volte, due terzi dei quali venivano prodotti nel solo Biellese. Erano chilometri di panno grigio-verde e di flanella, cui si sommarono le forniture per le coperte e le maglie. Il profitto salì, con tassi che oscillavano da un minimo dell'1,24 per cento a un massimo del 18,74 per cento33.
Nel dopoguerra le industrie locali furono pronte ad adeguarsi alle nuove esigenze, anche se non poterono comunque assorbire tutta la manodopera disoccupata generata dalla chiusura di aziende di altri settori che patirono maggiormente le vicende del conflitto.
Anche durante gli anni del fascismo, che come si è detto non furono facili, le vallate biellesi ressero bene, tanto da poter rilanciare già nel 1928 l'esportazione. Addirittura il numero delle fabbriche era aumentato, passando dalle 177 del 1914 alle 760 del 192634.
La seconda guerra mondiale fu superata con altrettanto successo, nonostante le maggiori perdite umane; infatti in quest'area gli impianti erano rimasti illesi e non c'erano problemi di energia elettrica come altrove. La manovalanza era disponibile in misura abbondante e anche il lavoro non tardò ad arrivare, specialmente dagli stranieri. Dunque, nella fase della ricostruzione, Biella accrebbe la propria solidità e nel 1952, su 43.000 abitanti 23.500 erano occupati in quel settore: il 54 per cento della popolazione35.
La presenza di abili imprenditori36 e di una lunga tradizione non sono sufficienti a spiegare il successo del Biellese. Alcuni fattori di localizzazione furono infatti determinanti per lo sviluppo delle vallate laniere coinvolte in seguito dagli spostamenti migratori. L'industria tessile richiedeva manodopera disponibile, che qui era in eccedenza a causa dell'esodo dalle campagne, dove l'agricoltura non era più sufficiente a sfamare la popolazione. Ancora più importante era però la presenza di risorse fisiche indispensabili nel ciclo produttivo.
Le fabbriche, dove si concentravano materie prime, uomini e macchine, avevano vincoli evidenti dipendendo dalle fonti di energia; per questo nel Biellese i primi lanifici sorsero dove c'erano corsi d'acqua ripidi, che fornivano l'energia necessaria attraverso sistemi di ruote ed alberi di trasmissione, utilizzati per mettere in movimento le macchine.
Tutto ciò in quest'area del Piemonte era disponibile. Il Biellese infatti comprendeva il territorio a sud del Monte Rosa, tra la Valsesia e la Valle d'Aosta, aperto ad oriente verso la pianura di Vercelli e di Novara. Pur avendo un suolo montuoso, era caratterizzato da vallate che si ramificavano tra le catene di monti principali e quelle secondarie, attraversate da corsi d'acqua che ad esse davano il nome: Sessera, Strona, Cervo, Oropa ed Elvo, dove sorsero i più importanti paesi industriali, come Coggiola, Pray, Strona, Trivero, Valle Mosso, Mosso Santa Maria e Veglio Mosso37.
Sulla riva sinistra del Cervo, il fiume che attraversa Biella, c'era ad esempio il complesso delle Manifatture biellesi, i cui edifici sorsero direttamente sulle sponde rocciose. Solo più tardi, con l'adozione della forza del vapore prima, e dell'elettricità poi, le aziende si spostarono progressivamente verso la pianura38. Quando l'industria si svincolò dall'energia idraulica si verificarono due fattori contrastanti: alcune fabbriche scesero nelle valli più basse o nei centri di nuova industrializzazione (Cossato e Vigliano), generando la cosiddetta "pianurizzazione"; altre imprese, invece, risalirono in centri per tradizione lanieri, come Trivero, che divenne il secondo centro del Biellese39.
Un caso particolare di localizzazione era quello della valle del Ponzone, in ritardo rispetto alle altre vallate a causa del pessimo collegamento col territorio circostante e per la mancanza di mulini, che spesso erano stati i predecessori degli opifici. Anche in questo caso giocò un ruolo decisivo la presenza dell'acqua, che attirò gli interessi degli industriali che vi costruirono vicino i loro stabilimenti, generando anche in questi luoghi buone opportunità di lavoro.
In merito all'arrivo di forestieri non si può trascurare un'altra importante vallata tessile: la Valsessera, lunga una decina di chilometri e comprendente otto comuni (Crevacuore, Coggiola e Pray sono i principali, seguiti da Portula, Guardabosone, Postua, Ailoche e Caprile). L'accesso principale collega la Valsessera a Serravalle Sesia e Borgosesia, altri importanti centri del settore industriale, mentre attraverso valli laterali si accede a quelle di Ponzone e Mosso, dense di filature e lanifici.
Il torrente Sessera fu la ragione primaria della presenza industriale: gli Ubertalli e i Bozzalla, cercando energia, scesero in questa vallata insediandovi, già nella seconda metà dell'Ottocento i loro stabilimenti. Essi all'inizio erano addensati nella parte più alta della valle - nel territorio di Coggiola - ma con il progresso tecnologico poterono espandersi verso i comuni di Pray e Crevacuore. Fu così che la Valsessera poté vantare numerosi lanifici: a Masseranga, fino al 1970, c'era la Bozzalla & Lesna; scendendo si trovava il lanificio Fratelli Fila, sulle due sponde del torrente, che negli anni sessanta aveva ben seicento dipendenti (era una delle aziende maggiori con prodotti di alta qualità); tra Coggiola e Pray c'era la fabbrica Bruno Ventre & Bardella; a Zuccaro la tintoria Bollo.
Pray, negli anni del boom economico, divenne un centro importante, dove erano attivi molti lanifici: Giovanni Tonella, Adolfo Trabaldo, Fratelli Trabaldo di Pianceri, Lora Totino, Filatura di Pray e Zignone. Crevacuore invece era sede della Bozzalla fu Federico e della filatura Diana, oltre che di attività extra tessili, come le due cartiere e il salumificio40.

I segni sul territorio

Gli indici di concentrazione industriale relativi agli anni 1887 e 1911 documentano una forte tendenza di rafforzamento del sistema industriale biellese, rendendo questa zona il centro propulsivo dell'industria laniera. "Il processo spaziale si manifesta in modi differenziati, che vanno dalla tonificazione di aree laniere tradizionali (valle Elvo, bassa valle Cervo, valle Strona) al forte sviluppo della valle Sessera, mentre si delinea nell'asse Chiavazza-Vigliano- Cossato una catena di nuove localizzazioni"41.
Nonostante numerose inondazioni dei corsi d'acqua avessero devastato alcune fabbriche tessili, di cui oggi sono visibili le rovine, molti elementi testimoniano il forte impatto che lo sviluppo industriale ebbe sul territorio. Quando giunsero in questa zona, probabilmente, gli stessi emigrati furono spaesati alla vista di tutte quelle ciminiere. Erano i segni di un'attività produttiva.
La presenza degli stabilimenti costituiva la prova più evidente, intorno alla quale sorsero poi altre strutture. L'archeologia industriale (disciplina che studia i resti fisici del mondo della produzione industriale) si è sin dall'inizio interessata agli opifici del Biellese.
I primi furono costruiti con le materie prime presenti sul territorio: pietra e legno, scelti fino agli anni sessanta soprattutto per fattori economici. Mancavano di ricercatezza figurativa e spesso non erano neanche rifiniti.
Durante il XIX secolo il modello più seguito fu quello delle fabbriche a più piani, a causa del sistema di distribuzione dell'energia idrica, cui erano legate anche le dimensioni dell'edificio stesso42.
La verticalità fu abbandonata con l'introduzione dell'energia elettrica: non solo le aziende poterono essere costruite lontane dai torrenti, ma la localizzazione in zone pianeggianti consentì anche lo sviluppo orizzontale. Il caso più tipico fu allora quello delle grandi fabbriche a shed, capannoni spesso costruiti ai confini degli insediamenti abitativi, che testimoniavano "il processo economico e sociale che ha fatto di questa zona (per tutto l'Ottocento e buona parte del Novecento) lo York Shire d'Italia"43.
Allo stesso tempo venne introdotto l'uso del cemento armato, con un migliore sfruttamento degli edifici e una maggiore illuminazione. Tutto ciò mutò sensibilmente l'ambiente di lavoro, in cui furono impiegate le masse provenienti dalle zone più arretrate.
Ma altri segni modificarono il territorio, legati alle esigenze del mondo industriale e dei suoi uomini. Canali e opere pubbliche vennero costruiti per facilitare il processo di produzione, come dimostra la presenza di chiuse, dighe e impianti di regolazione (legati ancora una volta al bisogno di energia idrica)44.
Importante fu anche la costruzione di linee ferroviarie, che facilitarono lo sviluppo tessile. Il Biellese sarebbe stata un'area isolata se non fossero state aperte importanti vie di comunicazione, a partire dal 1854 con l'inaugurazione della ferrovia Biella-Santhià che collegava la città con Torino e Genova. Seguirono nel 1882 la tramvia Biella-Cossato, nel 1890 la tramvia Biella-Vercelli, nel 1891 la ferrovia Biella-Valle Mosso, la Biella-Mongrando e la Biella-Balma. Gli industriali della Valsessera promossero inoltre la costruzione del tratto che dal 1901 avrebbe collegato Coggiola e Grignasco, passando per Pray, Crevacuore, Bornate e Serravalle Sesia e allacciandosi oltre il fiume Sesia alla linea Novara-Varallo45.
Migliorò anche il sistema stradale, quasi inesistente agli albori dell'industrializzazione. Infatti Biella e gli altri centri erano collegati a Torino solo da antiche mulattiere, mal tenute e interrotte da corsi d'acqua da attraversare a guado. Se da una parte questo poteva salvaguardare la produzione locale dalla concorrenza esterna, gli imprenditori compresero la necessità di costruire strade carrozzabili. Anzi il miglioramento qualitativo dei prodotti tessili e la progressiva importanza dell'esportazione di manufatti rese le vie di comunicazione fattori privilegiati di localizzazione per le fabbriche.
Infrastrutture e stabilimenti facilitarono i cicli produttivi e l'insediamento di operai nei centri principali. La manodopera necessitava però, oltre ad ambienti di lavoro all'avanguardia, di case disponibili nei pressi delle fabbriche; un problema affrontato dagli stessi imprenditori e che lasciò, come gli elementi sopra descritti, segni tangibili sul territorio.
Nella seconda metà del XIX secolo, in Italia, furono costruiti diversi villaggi operai, di cui gli esempi più significativi erano a Schio (Vicenza), Crespi (Bergamo) e Collegno (Torino). Alle loro spalle si celavano utopie dell'Ottocento che volevano risolvere le drammatiche condizioni delle città industriali, attraverso l'applicazione di un nuovo modello produttivo, sociale e urbanistico46.
Le teorie che si diffusero a tal proposito in Europa furono però mutate nella pratica: gli industriali che promossero la costruzione di villaggi operai, infatti, non ricercavano il benessere dei loro dipendenti, ma piuttosto l'organizzazione razionale, vantaggiosa e produttiva che ne sarebbe derivata. Si trattava di vere e proprie comunità chiuse, microcosmi autosufficienti che ruotavano intorno alla fabbrica e che creavano così un forte legame tra essa e gli operai, tenuti più facilmente lontani dalle idee sovversive che spesso si diffusero nelle grandi città.
In Piemonte sorse la Borgata Leumann, a una decina di chilometri da Torino, con cinquantanove villini e case costruiti tra il 1877 e il 1906, progettati da Pietro Fenoglio, con una varietà di forme e di effetti decorativi. C'erano ben otto modelli di casa operaia, con due o quattro alloggi isolati, abbinati o in fila lungo intere vie 47.
Nel Biellese questi modelli non ebbero un particolare sviluppo poiché gran parte della manodopera era del posto. Ma ci furono comunque eccezioni, come il Villaggio Poma a Miagliano. In seguito ai flussi immigratori però anche gli imprenditori biellesi dovettero affrontare la questione con conseguenze nell'edilizia sociale: essi costruirono soprattutto servizi (scuole, asili e negozi), come accadde a Trivero nel Centro Zegna, costruito tra le due guerre mondiali per la necessità di legare gli operai alla fabbrica, evitando che abbandonassero così il paese per recarsi nei nuovi centri produttivi48.
Ciononostante l'esperienza delle case operaie costituì una prova per le scelte costruttive e le tipologie architettoniche in seguito applicate su vasta scala. Il problema delle abitazioni restava drammatico, soprattutto nelle grandi città che non erano pronte ad accogliere le nuove concentrazioni di manodopera. Come conseguenze di tali spostamenti nacquero allora numerose imprese edilizie: esse dovevano costruire abitazioni, sane e comode, che rispondessero ai criteri di moralità spesso trascurati. Il numero degli ambienti doveva essere adeguato alla composizione famigliare, alle norme igieniche, di riscaldamento e di ventilazione49. Le imprese di costruzione sorte per dare case agli immigrati, giunti in cerca di lavoro, a loro volta offrirono quindi domanda di manovalanza.
In alcuni casi il modello delle casette fu sostituito da "casermoni" a più piani, con numerosi alloggi e destinati a più famiglie. Essi sorsero sia nei grossi centri, dove il costo del suolo era troppo elevato per erigere casette operaie con giardino, sia in quelli minori diffusi in tutta la zona biellese, ad esempio Pray e Coggiola.
A villaggi e quartieri operai si contrapponevano poi le signorili ville padronali, che ancora oggi si distinguono nei vari paesi; spesso erano edificate in posizioni dominanti rispetto alle altre abitazioni (come la villa di Serafino Trabaldo a Pray) o all'azienda. È evidente che anche la geografia urbana sottolineava le gerarchie sociali e i rapporti di forza tra i nuovi industriali e i loro dipendenti.

Il patronato

Il fatto che la maggior parte degli imprenditori biellesi avesse cercato di venire incontro alle esigenze delle classi operaie potrebbe essere interpretato come una manifestazione di filantropia. Non si trattava in realtà di un amore reale quanto, piuttosto, dell'opportunità di migliorare le loro condizioni di vita, in modo da legare a sé le masse operaie, incrementando il loro attaccamento al lavoro e la produttività.
Il Biellese si caratterizzava per la presenza di una classe imprenditoriale lungimirante. Con lo sviluppo del Novecento gli industriali svolsero il loro ruolo nella contrapposizione di classe per ottenere il maggior profitto e aumentare la capacità produttiva. Il controllo degli uomini aveva la stessa importanza della disponibilità di risorse materiali. Da queste basi comuni si formarono varie tipologie di industriali, ben identificati da Marco Neiretti e Giovanni Vachino.
Il primo caso era quello degli industriali di origine manifatturiera, organizzati in complessi parentali; il secondo era costituito da industriali di origine più recente che avviarono attività dopo l'esperienza nelle vecchie manifatture. Infine gli industriali provenienti dal ceto operaio, che avevano saputo creare imprese nuove50.
Indipendentemente dalla tipologia, tutti vivevano direttamente la vita della fabbrica, impegnandosi in prima persona nei diversi ambiti, dalla direzione alle applicazioni tecniche fino al commercio dei manufatti. La loro vita era condizionata dal lavoro, così come quella degli operai. Se avevano fabbriche di piccole o medie dimensioni, svolgevano al loro interno diverse mansioni (si occupavano del funzionamento tecnico e della vendita dei prodotti). La famiglia industriale poteva contare su tutti i membri, che si dividevano i compiti. Alcuni vivevano presso gli stabilimenti e in genere costituivano una figura molto presente sul lavoro, che gli operai rispettavano e a cui facevano riferimento. Erano gli anni delle "famiglie-azienda", in cui i vincoli di solidarietà sostituivano i vecchi equilibri sociali, resi fragili dai cambiamenti portati dallo sviluppo e dal nuovo mondo lavorativo51.
Ai dipendenti furono così offerti standard di vita - relativi ad abitazioni, salute, educazione e divertimento - migliori rispetto alle condizioni di partenza. Nei villaggi gli industriali assunsero il ruolo mitico del "padre fondatore" cui era affidata non solo l'organizzazione del lavoro, bensì anche quella della vita privata.
La gente che giungeva nelle vallate tessili dal mondo rurale entrò in un ambiente sconosciuto, creato proprio dagli industriali e dalle istituzioni con lo scopo di soddisfare i bisogni primari e rimuovere i malesseri sociali. Questo intenso legame tra le aziende e le necessità dei dipendenti era esplicito nella presenza dei convitti operai, costruiti per ospitare le maestranze vicino ai luoghi di lavoro, se non addirittura all'interno della loro cinta muraria. Tra i diversi casi si può ricordare ancora una volta il Villaggio Leumann di Collegno, dove sorse un convitto nel 1906, o la Manifattura di Aranco, dove furono resi disponibili trecentoventi posti letto52.
La soluzione dei convitti era già stata anticipata in talune aziende agricole in cui erano stati allestiti stanzoni destinati ai lavoratori stagionali, così come erano stati riservati ambienti per i servitori dei complessi signorili.
Oltre alle abitazioni, ma sempre in relazione alla presenza industriale e ai bisogni degli operai, si pose la questione degli altri servizi. Si diffusero in quegli anni i luoghi di scambio e di consumo dei prodotti, come i mercati coperti, che caratterizzarono molte città italiane con edifici ampi, spesso in ferro e vetro, molto simili alle stazioni ferroviarie. Il mercato coperto di Torino risale al 191153.
Inoltre molti imprenditori fecero costruire asili infantili, scuole, ambulatori, refettori, lavatoi, bagni pubblici, palestre, teatri e magazzini alimentari54.
Non ci furono solo le iniziative a favore del proletariato. Nel Biellese si assiste ad un'organizzazione efficace degli imprenditori: inizialmente con società costituite per difendere i loro interessi, affermandoli nei confronti della concorrenza straniera e degli operai. Al 1900 risale la Lega industriale biellese, che riuniva tutti gli industriali del circondario, tessili e non.
Dopo la guerra mondiale le organizzazioni padronali si riunirono nella Federazione industriale biellese, con sede a Biella e a cui fecero riferimento le aziende del territorio. Particolarmente rilevante per il settore tessile fu però l'Associazione dell'industria laniera italiana, fondata nel 1877 per favorire questa categoria e il cui presidente fu Alessandro Rossi, celebre industriale di Schio. Sebbene la guida dell'organizzazione fosse poi passata a personaggi locali (Serafino Vercellone, Edmondo Boggio, Pietro Ubertalli, Silvio Mosca e Corradino Sella) il legame tra Biellese e Vicentino ne fu comunque influenzato55.

La cultura del lavoro nel Biellese

Le persone giunte con le ondate migratorie che sconvolsero l'assetto del Biellese dovettero confrontarsi con i lavoratori che qui erano nati e cresciuti, i quali avevano una cultura e un atteggiamento verso il lavoro in fabbrica completamente diversi rispetto ai primi56. Si vuole ora meglio illuminare l'ambiente in cui gli immigrati avrebbero dovuto inserirsi. Il tessile qui aveva radici profonde e l'avvento del sistema fabbrica fu repentino, se confrontato con le aree meno sviluppate d'Italia. Gli operai locali si erano trovati nella condizione di assumere una coscienza di classe molto forte, che trovò spazio attraverso il movimento operaio.
Il passaggio dal mondo agricolo a quello industriale avvenne nell'arco di due generazioni, contrapponendo alla vecchia struttura sociale, basata sulla famiglia, una nuova organizzazione che aveva come riferimento la fabbrica57. La prima, che era sempre stata di tipo patriarcale, si ridusse progressivamente di numero di componenti, diventando mononucleare nella maggior parte dei casi. Al suo interno le donne si fecero spazio, vedendo aumentare le loro responsabilità e, soprattutto, il loro contributo al bilancio domestico. I giovani invece abbandonavano sempre più precocemente la casa dei genitori, cambiando anche residenza per avvicinarsi al lavoro. Crebbe anche la loro preparazione grazie alla diffusione di scuole e corsi tecnici, svolti spesso alla sera per facilitare chi già lavorava.
Gli operai cominciarono a frequentare biblioteche, a leggere il giornale e ad impegnarsi in attività come quella delle bande musicali. Proprio queste ultime furono un tipico elemento della cultura di massa, che riproponeva la musica colta, rivisitata, richiamando i valori locali. Le bande dunque dovevano "dare spazio alla permanenza di elementi folklorici e tradizionali contrapposti alle novità omologate della modernità. Alternativa nel senso del mantenimento di una sia pur larvata, istintiva, coscienza di classe"58.
Mobilità territoriale quindi, ma anche vivacità culturale, con l'adattamento della mentalità ai nuovi standard di vita, tanto lontani da quelli rurali da richiedere un consapevole processo di acculturazione. Gli industriali seppero tenere il passo con lo sviluppo dei maggiori centri europei e i loro dipendenti non furono da meno59.
Nel Biellese quasi tutti lavoravano in fabbrica, anche donne e bambini (impiegati già nei primi laboratori con gravi conseguenze sulla loro salute). Le condizioni a cui dovettero adeguarsi erano molto dure e non mancavano infortuni o malattie legate ai mestieri svolti60.
I locali in cui si lavorava erano spesso malsani, innanzitutto a causa dell'umidità arrecata dai vicini torrenti, oltre al freddo e alla cattiva illuminazione. A ciò bisogna poi aggiungere i rumori causati dai macchinari, gli odori dei prodotti usati in tintoria, i pericoli delle cinghie di trasmissione, le polveri dannose che impregnavano l'aria. Le persone si ammassavano per ore, stremate, e i più deboli persero la salute, con malformazioni e stanchezza eccessiva.
La qualità della vita, oltre ad essere scarsa nell'ambiente di lavoro, era scadente anche nel contesto esterno: l'alimentazione era insufficiente, le case malsane, l'assistenza medica scarsa e l'alcoolismo diffuso.
Le donne lavoravano nelle produzioni tessili, svolgendo anche mansioni pesanti, in turni di notte e con ritmi che potevano superare le 12-14 ore giornaliere. Senza dimenticare che la loro manovalanza era pagata meno rispetto a quella maschile, nonostante (specie con l'introduzione del telaio meccanico) svolgessero le stesse mansioni che un tempo erano riservate agli uomini.
Anche i minori erano sfruttati, con casi estremi di bambini di sette e otto anni: negli anni ottanta dell'Ottocento il lavoro minorile copriva il 15 per cento dell'intera occupazione ed era concentrato proprio nei lanifici61.
In seguito al precoce inserimento di quasi tutta la popolazione biellese nelle fabbriche, a causa dei migliori guadagni che esse garantivano alle famiglie, si poté cominciare ben presto a parlare dell'esistenza di un vero e proprio proletariato, che con l'arrivo degli immigrati aumentò ulteriormente la consapevolezza come classe sociale. Il Biellese fu anzi una specie di banco di prova per l'industria italiana, dove si posero per la prima volta i problemi e i malesseri tipici dell'industria moderna accentrata62. In un simile contesto gli operai cominciarono a riunirsi per migliorare la loro condizione e le donne svolsero in molti episodi un ruolo attivo.
Nel 1886 il Biellese contava sessantaquattro società di mutuo soccorso, attive nei comuni dell'intera area e specialmente in quelli a carattere industriale. Erano composte da lavoratori appartenenti ai diversi settori di occupazione (operai, contadini, artigiani e industriali).
Anche l'ambiente politico fu coinvolto dai movimenti delle classi proletarie, in particolare con la fondazione del Partito socialista - nel 1892 - e della Camera del lavoro di Biella, nel 1901. A quest'ultima aderivano le leghe operaie attive da qualche anno nelle valli Strona e Ponzone, in Valsessera e la Lega tessile biellese63.
Lo sciopero fu lo strumento principale per esprimere i conflitti e le richieste, con le astensioni dal lavoro di gruppi coordinati. Nel Biellese si potevano distinguere due tipi di sciopero: uno per la difesa delle prerogative di mestiere dei tessitori, con grandi scontri sui regolamenti di fabbrica; il secondo per farsi invece riconoscere alcuni elementari diritti. In seguito alle agitazioni del 1863, il Biellese fu sotto gli occhi dell'intera nazione. Fu allora che venne concesso uno schema di regolamento di fabbrica. Si trattava di un contratto collettivo, che fissava alcune regole che avrebbero dovuto rispettare sia gli operai sia gli imprenditori; furono allora stabilite anche delle penali, da pagare in caso di ritardo, assenza, danni alle attrezzature e ai prodotti.
Non mancarono inoltre episodi sfociati nella violenza, come ad esempio a Valle Mosso, nel 1877, dove ci fu la mobilitazione dell'esercito e per cui intervenne anche Quintino Sella, evitando una dura repressione poliziesca64.
Nel corso dei primi anni del Novecento gli scioperi continuarono, coordinati su tutto il territorio e in valle Strona e Valsessera, dove c'erano comunque buone condizioni salariali, ripresero anche con la guerra, fino a ottenere un miglioramento dei salari e delle normative.
Un'ultima conseguenza del processo di industrializzazione è la diffusione dell'anticlericalismo. Tenendo presente la religiosità molto forte dei veneti, si coglie facilmente la differenza tra gli ambienti delle due regioni. Nel Biellese le masse operaie si scristianizzarono: aumentarono sensibilmente i casi di matrimoni e funerali civili, gli industriali smisero di legare la loro beneficenza alla Chiesa, entrando addirittura in conflitto con essa per il lavoro nei giorni festivi.
(1- continua)


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