Samo Pahor

Quanti sono caduti invano?
Note sulle minoranze linguistiche in Italia: il caso sloveno



Gli sloveni persero l'indipendenza nell'VIII secolo e soltanto nel XVI secolo gli autori protestanti posero con i libri in lingua slovena le fondamenta di quella coscienza di essere una nazione che nel XVIII secolo incominciò a produrre una letteratura profana che forgiò la nazione slovena nel senso moderno. A metà del XIX secolo, quando il massimo poeta sloveno France Prešeren in un brindisi, del cui testo la censura austriaca proibì la pubblicazione, scrisse: "Vivano tutti i popoli che desiderano che arrivi il giorno in cui si confinerà con dei vicini e non con dei nemici", la massima aspirazione politica fu quella di vedere tutto il territorio abitato dagli sloveni riunito in una sola unità amministrativa. Si auspicò allora di poter ottenere i più alti gradi di istruzione e la parità di diritti con gli altri popoli dell'impero. Con l'evoluzione della monarchia plurinazionale si raggiunse un notevole sviluppo in tutti i campi, ma nella monarchia rimasero predominanti, più per censo che per numero, i tedeschi che si opponevano all'eguaglianza degli sloveni al Nord, mentre all'Ovest vi si opponevano gli italiani, localmente predominanti per censo e non per numero. Tra questi italiani si sviluppò, a partire dal 1848, un disprezzo per la popolazione slovena che si manifestò in un'infinità di atti di intolleranza.
Nel 1866, con l'annessione del Veneto al Regno d'Italia, fu attivato un poderoso piano per la italianizzazione degli sloveni abitanti nell'allora provincia di Udine. Dopo il 1918 un analogo piano fu attivato nelle terre successivamente annesse con il Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920. La situazione peggiorò con l'avvento del fascismo al potere e chi si occupa della storia di quel periodo sa benissimo quale parte hanno avuto gli sloveni (ed in parte i croati) tra i condannati dal Tribunale speciale, tra i confinati e, dopo l'inizio della guerra, tra gli internati. Diversi paesi del Piemonte ospitarono singoli sloveni o intiere famiglie slovene internate (ad Omegna, per esempio, la famiglia del leggendario comandante partigiano Janko Premrl-Vojko con il cognome italianizzato in Premoli).
Un movimento clandestino di resistenza fu organizzato fin dal 1924 e negli anni successivi concluse accordi con i fuorusciti antifascisti italiani, contribuendo poi all'introduzione della stampa clandestina in Italia ed aiutando nell'espatrio clandestino i perseguitati politici.
Dopo l'aggressione alla Jugoslavia del 6 aprile 1941 e l'annessione della provincia di Lubiana, si sviluppò una forte lotta di liberazione che impegnava tre corpi d'armata italiani e notevoli forze di polizia. La lotta di liberazione ebbe subito un notevole sviluppo anche nella Venezia Giulia dove, dopo l'8 settembre 1943, gli sloveni vi aderirono massicciamente.
A guerra finita incominciarono le trattative per il nuovo confine nelle quali gli Alleati, che avevano bisogno dell'Italia, erano male disposti verso la Jugoslavia in cui erano prevalsi i comunisti. La provincia di Udine fu presto esclusa dalla discussione, mentre buona parte della provincia di Gorizia, senza popolazione autoctona di lingua italiana, fu annessa alla Jugoslavia. Della provincia di Trieste una parte fu annessa all'Italia, quella centrale fu assegnata allo staterello chiamato Territorio libero di Trieste, mentre le parti interne, senza popolazione autoctona di lingua italiana, furono annesse alla Jugoslavia. Della provincia di Pola una parte fu assegnata al Territorio libero di Trieste, mentre la maggior parte fu annessa alla Jugoslavia.
Nonostante la X disposizione della Costituzione repubblicana prescrivesse l'immediata applicazione della tutela ai sensi dell'articolo 6 alle minoranze linguistiche del Friuli-Venezia Giulia, alla minoranza slovena della provincia di Udine fu negata qualsiasi forma di tutela con la motivazione che nel 1866 tutti avevano votato per l'annessione all'Italia e che nella prima guerra mondiale il battaglione alpino "Val Natisone" sarebbe stato l'unico reparto dell'esercito italiano a non aver avuto nessun disertore. Agli sloveni della provincia di Gorizia si lasciarono le scuole con lingua di insegnamento slovena riaperte dagli Alleati nel 1945.
Il territorio assegnato dal Trattato di pace al Territorio libero di Trieste fu fin dal 1945 suddiviso in zona A, sotto amministrazione anglo-americana e in zona B, sotto amministrazione jugoslava.
Mentre nella zona sotto l'amministrazione jugoslava fin dal 1947 furono proclamate lingue ufficiali l'italiano, lo sloveno ed il croato, nella zona sotto l'amministrazione anglo-americana nel 1949 fu confermata come lingua ufficiale quella italiana e fu concesso l'uso della lingua slovena in quattro comuni su sei.
Quando nel 1954 Italia e Jugoslavia si accordarono, con il consenso degli inglesi e degli americani, per la spartizione del Territorio libero di Trieste, la Jugoslavia si premurò di garantire alla minoranza slovena nella zona che sarebbe passata all'Italia i diritti che essa garantiva alla minoranza italiana nella sua zona di competenza. Così fu firmato il 5 ottobre 1954 a Londra uno Statuto speciale che l'Italia, con la scusa che non fu ratificato, non volle applicare se non in misura limitatissima. La promulgazione dello statuto di autonomia della regione Friuli-Venezia Giulia, nel 1963, non portò nessun miglioramento poiché la Corte Costituzionale negò per più decenni il diritto del Consiglio regionale di legiferare in materia di tutela delle minoranze linguistiche.
Si è arrivati così al Trattato di Osimo del 10 novembre 1975 con il quale, di fronte alle gravi inadempienze dell'Italia, i due stati si sono impegnati a mantenere in vigore tutte le misure già adottate in applicazione dello Statuto speciale del 1954 e ad assicurare, con leggi, il livello di tutela previsto dallo Statuto anzidetto. Il governo italiano, delegato con la legge 14 marzo 1977, n. 73, ad emanare tutte le norme necessarie per adempiere agli impegni assunti con il Trattato di Osimo, non ha fatto nulla per quanto riguarda l'attuazione dell'articolo 8 del Trattato che contiene l'impegno per la tutela delle minoranze.
Nel frattempo la repubblica di Slovenia, prima nell'ambito della federazione jugoslava poi come stato indipendente, ha ulteriormente potenziato la tutela della minoranza italiana. Con la Costituzione del 1991 ha riconfermato che nei comuni in cui è insediata la minoranza italiana la lingua italiana è lingua ufficiale; che la tutela della minoranza prescinde dal numero degli appartenenti; che la minoranza ha un seggio garantito al parlamento; che nulla si può disporre circa la minoranza senza che la stessa esprima il proprio consenso per il tramite di una comunità autogestita. In più nell'area di insediamento della minoranza tutti devono studiare la lingua italiana, tutti devono usare nelle insegne, nei manifesti, nei volantini anche la lingua italiana ecc.
Ciò detto si può comprendere quanto misera sia la legge n. 38 del 23 febbraio 2001 e quanto poco adatto sia il titolo "Norme a tutela della minoranza linguistica slovena della regione Friuli-Venezia Giulia".
Per l'attuazione delle norme è prevista una procedura complicata che da sola fa prevedere un grave rinvio dell'applicazione. Questa procedura prevede inoltre la possibilità che le maggioranze locali neghino l'applicazione della legge sul loro territorio e già si hanno bruttissime esperienze per l'applicazione della legge n. 482 del 1999 nel comune di Gorizia e nella provincia di Udine.
La legge ribadisce l'ufficialità della lingua italiana e sostanzialmente nega il diritto all'uso della lingua slovena nei rapporti con le autorità proprio là dove sono concentrate le sedi di tali autorità, nei centri di Cividale, Gorizia e Trieste. Così viene negata anche la tutela minima che secondo la Corte costituzionale (sentenza n. 28/1982) discende direttamente dall'articolo 6 della Costituzione a prescindere dall'esistenza delle norme di attuazione.
Considerato che le norme di questa legge non garantiscono il livello di tutela previsto dallo Statuto speciale del 1954 richiamato dall'articolo 8 del Trattato di Osimo, è gravissima la disposizione per cui rimangono in vigore, fermo restando quanto disposto dalla legge, le misure di tutela comunque adottate in attuazione dello Statuto speciale del 1954, come pure la disposizione per cui nessun articolo della legge può essere interpretato in modo tale da assicurare un livello di protezione inferiore a quello già in godimento. Con queste disposizioni la legge si mette in contrasto con la sentenza della Corte costituzionale n. 15 del 1996 secondo la quale, per il richiamo nel trattato già ratificato, il livello di tutela previsto dallo Statuto speciale del 1954 fa oggi certamente parte dell'ordinamento nazionale.
Inoltre la legge prescrive che, quando un testo normativo contenga "rinvii numerosi o comunque complessi a preesistenti disposizioni normative", debba essere pubblicato sulla Gazzetta ufficiale anche "il testo delle norme alle quali è operato il rinvio". Ma nella Gazzetta ufficiale n. 56 dell'8 marzo 2001 non è pubblicato né il testo dello Statuto speciale né il testo delle misure di tutela comunque adottate in attuazione dello Statuto richiamato.
Chi ritiene che il principio dello stato di diritto non sia soltanto uno dei principi fondamentali dell'Unione europea ma anche il fondamento del convivere civile, che comunque non può prescindere dal principio formulato da Hugo Grotius con "Pacta sunt servanda", può chiedersi: per quale motivo il governo non ha provveduto a tenore della legge di ratifica del Trattato di Osimo? Perché ha varato una legge in violazione della Costituzione, degli impegni assunti in sede internazionale e del principio dello stato di diritto?