Enrico Pagano
Partigianato valsesiano e società civile
"l'impegno", a. XIX, n. 3, dicembre 1999
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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La Resistenza valsesiana ha una storia diversa da quella delle altre aree del territorio provinciale, non
soltanto per quel che riguarda eventi, strategie e strutture, ma anche per le procedure postbelliche di
riconoscimento delle qualifiche partigiane. Infatti, le formazioni nate e operanti in Valsesia furono inquadrate nella
Resistenza novarese, smobilitarono a Milano e le istanze tese ad ottenere la qualifica partigiana, presentate dai
resistenti sulla base del decreto luogotenenziale del 22 agosto 1945 numero 518, furono inviate alla
commissione lombarda, che operò con criteri che si distinsero da quelli della commissione piemontese. La differenza
più evidente concerne l'attribuzione della qualifica di benemerito, non prevista dal decreto citato, che
tuttavia compare tra i riconoscimenti ufficiali della commissione piemontese; nelle schede della commissione
lombarda la voce "benemerito" si associa, nei casi in cui compare, alla deliberazione di non riconoscimento.
L'universo resistenziale che si delinea nel caso valsesiano assume caratteristiche fortemente
condizionate dalla filosofia militaristica del decreto e rende meno ricca la documentazione sull'attività di
fiancheggiamento della lotta di liberazione e sui suoi protagonisti.
Oltre ai problemi legati alla comparazione con i materiali prodotti dalla commissione piemontese, le
schede lombarde presentano una minore varietà di informazioni, non consentendo, tra l'altro, la descrizione
dei caratteri socio-professionali dei resistenti né la loro esperienza militare o nella
Rsi1.
La distribuzione per qualifiche
I residenti in comuni valsesiani compresi nelle schede della commissione lombarda risultano 728:
il riconoscimento dell'attività partigiana si verifica in 582 casi, suddivisi tra 427 combattenti, 78 caduti e
77 patrioti. Per gli altri 146 casi la commissione non attribuisce il riconoscimento, accompagnando talvolta
il proprio giudizio con breve motivazione; in 47 circostanze a compensazione parziale del
mancato riconoscimento, i latori dell'istanza sono definiti benemeriti. Purtroppo nelle schede relative a
questo sottoinsieme si omettono serialmente numerose informazioni, impedendo una trattazione statistica
omogenea rispetto ai riconosciuti2.
Prendendo in considerazione esclusivamente le qualifiche attribuite, i partigiani risultano l'86,8 e i
patrioti il 13,2 per cento, valori significativamente distanti da quelli biellesi e, ancor più
sensibilmente, da quelli vercellesi3. Il quadro comparativo potrebbe, ad una prima analisi, sottolineare un maggior
protagonismo militare, conseguenza di una disciplina organizzativa rigorosa tradizionalmente riconosciuta alla
Resistenza valsesiana, ma la diversità delle fonti, pur non annullando la fondatezza del riscontro, sollecita alla
necessaria prudenza nel giudizio4.
La distribuzione per comune di residenza
Su una popolazione totale di 44.368, i resistenti sono in tutto 582, cioè l'1,31 per
cento5. Di essi 143 risultano residenti in alta valle, Varallo compresa, e 439 in bassa valle; percentualmente il dato distinto
per area presenta valori rispettivamente del 24,6 e del 75,4. I combattenti risultano rispettivamente 102 e
325, pari al 71,3 e al 74 per cento; i caduti sono 30 e 48, cioè il 21 e il 10,9 per cento; i patrioti sono 11 e 66,
vale a dire il 7,7 e il 10,9 per cento. La partecipazione percentuale sul totale della popolazione fa registrare il
dato dello 0,87 per l'alta valle e dell'1,56 per la bassa valle. Scorporando i dati relativi a Varallo da quelli
dei comuni dell'alta valle, si individuano più precisamente le caratteristiche della partecipazione dei
comuni montani: il numero dei resistenti scende a 18, cioè lo 0,22 per cento; tra questi è più alta la
percentuale complessiva di combattenti e caduti (sommati il 94,5 per cento), mentre si abbassa al minimo livello
quella dei patrioti (5,5 per cento). Sebbene i dati non consentano valutazioni sulla composizione
socio-professionale dell'insieme, appare evidente la correlazione fra la vocazione economica industriale e il grado
di coinvolgimento nella Resistenza attiva. Nei comuni dell'alta valle si riscontra una media di
attivi nell'agricoltura pari al 65,65 per cento, mentre per la bassa valle lo stesso dato si attesta al 41,62 per
cento; simmetrico il riscontro sugli attivi nell'industria: 21,93 per cento a fronte del 49,58 per cento. I comuni
della montagna valsesiana, nonostante la prolungata presenza delle formazioni nel territorio, rispondono in
termini piuttosto bassi alla scelta resistenziale, caratteristica individuabile anche a proposito di aree
culturalmente simili, come ad esempio l'alta valle del Cervo nel Biellese.
Il dato è leggibile anche in termini dimensionali: i comuni demograficamente inferiori alla soglia dei
mille abitanti, in cui sono compresi tutti quelli della parte superiore del territorio, forniscono un contributo
più limitato in termini assoluti e relativi. Di fronte all'innovazione costituita dalla scelta di adesione alla
Resistenza la montagna risponde accogliendo nel proprio territorio il movimento partigiano e fornendo un
supporto solidale indispensabile alla sopravvivenza delle prime formazioni, ma non recede dalla propria
cultura improntata alla prudenza e tendenzialmente poco propensa al protagonismo.
L'incrocio dei dati sulla militanza resistenziale con quelli del referendum del giugno '46, nonostante
gran parte del movimento resistenziale sia esclusa per motivi anagrafici dalle operazioni di voto, costituisce
una conferma della scarsa penetrazione delle idee di rinnovamento, che altrove trovano la prima
espressione politica nella rottura istituzionale sancita dal successo repubblicano; anche quando è chiamata ad
esprimersi su scelte che non coinvolgono in termini immediati la propria quotidianità, la gente della montagna
conferma in pieno lo spirito conservatore che ne informa la mentalità. L'analisi della percentuale dei votanti al
referendum evidenzia una partecipazione meno elevata dell'alta valle, cui si aggiunge inoltre una maggior
incertezza nella scelta, misurata sulla differenza percentuale dei voti non validi. Il divario tra i comportamenti delle
due aree si accresce se isoliamo il voto di Varallo dall'alta valle: i votanti scendono all'82,5 per cento, i voti
non validi salgono al 10,7 per cento. La qualità del voto dimostra in maniera marcata la tendenza
conservatrice della montagna; anche in questo caso, separando il voto del capoluogo
varallese, si assiste ad un incremento percentuale del successo relativo della monarchia, che passa al 57,6 per cento, contro il 31,6 per cento
del voto a favore della repubblica.
Le valutazioni di tipo quantitativo devono accompagnarsi peraltro al riconoscimento dell'intensità
del coinvolgimento attivo nella lotta dei pochi resistenti dell'alta valle, rilevabile da un'alta percentuale
di caduti oltre che dalla caratterizzazione fortemente combattentistica del gruppo.
Nei comuni della bassa valle si assiste al fenomeno opposto: la presenza relativamente elevata di
resistenti sembra poter essere collegata alla connotazione repubblicana del voto ed entrambi i fenomeni sono
da rapportare alla composizione socio-economica della popolazione; sulla possibilità di stabilire rapporti
di diretta proporzionalità tra partecipazione attiva alla Resistenza ed orientamenti referendari fa fede in
particolare il caso di Breia, che ha i valori più elevati sia in un senso che nell'altro; a Varallo, invece, l'intenso
attivismo resistenziale appare prerogativa della componente operaia della città e contribuisce a determinare una
divisione molto netta fra istanze di innovazione e di conservazione, che prevalgono sul piano
politico6.
La provenienza
La distribuzione per comune di nascita evidenzia una caratterizzazione autoctona più debole rispetto
alle omologhe situazioni biellese e vercellese: i nati in Valsesia costituiscono il 56 per cento dell'insieme,
gli immigrati sono il 44 per cento. A proposito dei primi è possibile individuare anche una presenza
percentuale più consistente di oriundi dell'alta valle rispetto ai valori riscontrati tra i residenti, 116, pari al 35,6 per
cento del sottoinsieme. Il dato è conseguenza dei flussi migratori interni al territorio e può essere letto
come ulteriore fattore che prova l'influenza dell'ambiente in cui si vive e lavora sulla scelta dell'adesione
alla Resistenza, capace in questo caso di far superare la vocazione attendistica dei luoghi d'origine. Tra
gli immigrati, oltre alla consistente presenza di piemontesi, 43,4 per cento, e fra questi di novaresi, 86
in termini numerici e 77,5 per cento sui nati nel territorio regionale, si segnala l'immigrazione dalle
province della Lombardia e del Veneto con percentuali rispettivamente pari al 20,3 e 18,4. È consistente anche
il numero dei nati all'estero, pari al 7,4 per cento, i cui cognomi segnalano l'origine valsesiana di molti; i
nati nelle regioni dell'Italia centrale sono l'1,6 per cento, quelli del sud e delle isole il 2,7 per
cento7.
Nel caso valsesiano la partecipazione delle minoranze immigrate alla lotta di liberazione si accentua fino
al punto di configurare un rapporto quasi paritario con gli indigeni, ma non presenta indici di
partecipazione distinti (la distribuzione per qualifiche fa registrare, singolarmente, gli stessi valori dell'insieme);
l'assenza di informazioni socio-professionali impedisce di stabilire oggettivamente la probabile connessione tra
le motivazioni ambientali e l'adesione alla lotta di liberazione, ma consente l'interpretazione della
tendenza come risultato di aspettative psicosociali quali la ricerca del riconoscimento e dell'integrazione con
l'elemento locale attraverso un'esperienza accomunante.
Le classi di età
L'esame delle classi di età conferma il primato dei giovani che al 1944 hanno fra 17 e 20 anni: essi risultano
il 35,6 per cento dell'insieme, seguiti dal gruppo compreso fra 21 e 24 anni, che sono poco meno di un
terzo, cioè il 28 per cento; la caratterizzazione prevalentemente giovanile dei resistenti è accentuata dalle
presenze di quanti si trovano fra i 25 e i 30 anni, il 12,5 per cento, e sotto i 17 anni, il 3,6 per cento; gli
ultratrentenni sono complessivamente il 13,9 per cento, gli ultraquarantenni risultano il 5,3 per cento, gli
ultracinquantenni sono poco più dell'1 per cento. L'età media complessiva si attesta intorno ai 25 anni, leggermente
inferiore sia al dato del territorio provinciale che a quello dei sottoinsiemi biellese e vercellese.
L'analisi per tipo di qualifica non evidenzia distinzioni anagrafiche rilevanti.
Anche nel caso della Resistenza valsesiana si evidenzia la caratterizzazione prevalentemente
generazionale del movimento, legata al rifiuto di aderire alla Rsi, come dimostra anche il successivo esame dei
mesi d'ingresso nella Resistenza.
L'adesione e la permanenza in formazione
La cadenza delle adesioni è in stretta connessione con la tempistica dei bandi di reclutamento della Rsi
e presenta il picco più elevato in corrispondenza del mese di giugno '44. L'andamento del reclutamento
rivela, tuttavia, per il territorio valsesiano una specificità non riscontrata nel resto della provincia: infatti, i
valori quantitativi distinti mese per mese dimostrano che nei primi quattro mesi è già operativo un quinto
di resistenti, e che gli ingressi nei primi otto mesi mantengono valori costanti, se si eccettua il mese di
marzo; nei mesi immediatamente precedenti e seguenti il
boom di giugno si hanno valori medio-alti, che si
ritroveranno soltanto nel febbraio '45, legati peraltro ad una scelta tardiva che non permette il riconoscimento
della qualifica di combattente.
Il ridimensionamento delle adesioni constatato dopo l'inizio dell'estate è conseguenza del
raggiungimento di un equilibrio quantitativo precoce rispetto al resto del territorio della provincia e rafforza, comunque,
la tesi del primato dell'apporto dei centri industrializzati di media montagna nella fase costitutiva del
movimento di liberazione.
La durata media più lunga della permanenza in formazione appare come caratteristica peculiare
della Resistenza valsesiana e contribuisce a consolidarne l'immagine sul piano dell'organizzazione.
La distribuzione per formazione
La ricostruzione dell'inquadramento appare uno dei problemi più ardui che la fonte propone, soprattutto
a causa delle incertezze nell'individuazione dei passaggi di formazione, a proposito dei quali le schede
non segnalano la cronologia, al contrario di quelle predisposte dalla commissione piemontese. A questo
proposito l'esame dei ruolini matricolari potrà servire per la definizione più puntuale della militanza. In questa sede
si propone uno schema parziale dei dati che prende in considerazione la formazione di appartenenza solo
nel caso di attribuzione finale certa, cioè in 425 casi, rinviando a successivi approfondimenti e precisazioni
sul quadro complessivo8.
Nella lettura della tabella si deve tenere presente che i resistenti della
6a brigata "Gramsci" risultano
caduti, per la quasi totalità, e pertanto, nonostante detta formazione non esista più all'atto della
smobilitazione, si è ritenuto opportuno inserirla nell'elenco.
I rilievi che scaturiscono dall'esame della distribuzione per formazione evidenziano la pressoché
totale militanza garibaldina dei resistenti valsesiani, soltanto a proposito delle divisioni "Flaim", mista
autonoma-garibaldina, "Valdossola", autonoma, e "Valtoce", azzurra, si rompe il monopolio della Resistenza
rossa. Pare superflua ogni altra considerazione sul colore politico, ferme restando le distinzioni possibili
sulla politicizzazione dei singoli, capitolo da esplorare con maggior attenzione tramite indagini su altri documenti.
La Resistenza al femminile
La partecipazione femminile alla lotta di liberazione costituisce per il territorio valsesiano un'altra
peculiarità, non tanto per le dimensioni statistiche, che presentano analogie con il territorio biellese, quanto per
l'intensità della partecipazione: le donne presenti nell'insieme sono 33 (il 5,7 per cento), di cui 24 combattenti (il
72,7 per cento), 2 cadute (il 6,1 per cento) e 7 patriote (il 21,2 per cento). Il valore percentuale delle
combattenti è doppio rispetto al dato regionale (intorno al 37 per cento) e supera di quasi 20 punti quello riscontrato
nel Biellese; se le considerazioni in merito non possono prescindere dalle diverse griglie di giudizio
delle commissioni per il riconoscimento, è necessario anche considerare che il criterio militare implicito nelle
disposizioni legislative, strettamente osservato da quella lombarda, almeno in teoria avrebbe dovuto
essere più penalizzante nei confronti delle donne.
La distribuzione dal punto di vista della residenza si concentra in cinque comuni: 13 a Borgosesia, 9
a Varallo, 8 a Valduggia, 2 a Quarona e 1 a Serravalle; è superiore al riscontro complessivo anche il
dato relativo alle nate fuori provincia: 16 casi (48,5 per cento). L'età media, al 1944, è di 28 anni, con
una distribuzione più equilibrata per gruppi di età: si conferma il primato dell'intervallo fra i 17 e i 20 anni,
che si quantifica nel 36,4 per cento; il gruppo compreso fra 21 e 24 anni si attesta al 21,2 per cento, quello fra
25 e 29 anni al 15,1 per cento; le ultratrentenni sono il 18,2 per cento, le ultraquarantenni il 9,1 per cento.
La durata media della loro permanenza in formazione è di dieci mesi, con una scansione degli ingressi
in formazione crescente fino al giugno '44: si va dal 9,1 per cento del periodo compreso fra settembre
e dicembre '43, al 12,1 per cento del bimestre gennaio-febbraio '44, al 36,4 per cento del periodo
marzo-giugno '44 e al 33,3 per cento del periodo luglio-ottobre '44; da novembre in poi le adesioni scendono al
9,1 per cento.
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