Enrico Pagano

Le antifasciste e le partigiane
della provincia di Vercelli
nelle prime elezioni del dopoguerra



Il diritto di voto fu concesso alle donne italiane il 30 gennaio del 1945 dal Consiglio dei ministri dell'Italia liberata, presieduto da Ivanoe Bonomi. Con il decreto n. 74 del 10 marzo 1946 si completò il processo di pieno riconoscimento politico con l'estensione del diritto elettorale passivo, a tre settimane dalle prime elezioni comunali. Era passato più di un quarto di secolo da quando la Camera dei deputati aveva esaminato ed approvato l'emendamento Sandrini, che prevedeva l'allargamento del suffragio anche all'elettorato femminile; non ne fu però possibile la conversione in legge, poiché la scadenza della legislatura non permise l'esame e la votazione in Senato. Il primo dopoguerra era stato caratterizzato da radicali cambiamenti nella condizione e nella cultura delle donne, con l'ingresso nelle fabbriche e la costituzione di organizzazioni politiche femminili distinte da quelle maschili. Il processo di emancipazione avviatosi agli inizi del secolo, che stava giungendo a maturazione, fu interrotto dall'avvento del regime fascista: fu una pausa imposta che provocò una rarefazione, se non una cancellazione, della memoria collettiva sui risultati raggiunti nel processo di acquisizione della coscienza dei propri diritti. Con il riconoscimento della piena cittadinanza politica alle donne l'Italia si adeguava alla maggior parte dei paesi europei, in notevole ritardo rispetto alle nazioni nordiche ed anglosassoni e a distanza di qualche mese dalla Francia, che adottò un simile provvedimento nel 19441.
Il decreto del governo Bonomi fu adottato in un contesto poco disposto a considerare, nell'immediato, l'importanza della novità. Le donne con l'adesione alla lotta di liberazione e la partecipazione alle amministrazioni dei Cln avevano trovato nell'azione l'opportunità di affermare il proprio ruolo politico. Molte di esse, sin dalla prima costituzione delle giunte clandestine e provvisorie, si impegnarono in quelle attività relative all'assistenza, all'istruzione e alle distribuzioni annonarie, che costituivano un prolungamento sul piano pubblico delle abituali mansioni nell'ambito domestico. Tale caratterizzazione dell'impegno femminile è importante, perché definisce dall'inizio i limiti entro cui le donne furono chiamate a partecipare con responsabilità individuali alla vita amministrativa dell'Italia democratica. In quella fase si definirono e settorializzarono le competenze che i partiti per lungo tempo hanno ritenuto di poter fruttuosamente dare in gestione alle donne elette e nelle quali le donne stesse hanno individuato i titoli di legittimazione della loro attiva partecipazione nelle amministrazioni locali.
Nell'inverno del 1945, tuttavia, le donne non dedicarono soverchie attenzioni alle prospettive che venivano aperte per loro dal riconoscimento del diritto elettorale. Protagoniste e vittime con pari intensità rispetto agli uomini dell'evento bellico, le più sensibili alla politica erano consapevoli che il diritto-dovere elettorale costituiva una, ma non l'unica, fra le possibilità di assolvere compiti di responsabilità pubblica. Nei racconti delle protagoniste dell'epoca si insiste parecchio sulla natura della concessione, percepita come ovvia e dovuta e, pertanto, sottovalutata nel suo significato complessivo. La gioia e la commozione derivate dalla vittoria finale fecero passare in secondo piano un obiettivo per cui le donne non condussero campagne di rivendicazione particolarmente intense2. Per quasi tutte le italiane, abituate a riconoscersi nei doveri familiari esaltati dalla cultura fascista, ma non educate alla coscienza dei propri diritti, la concessione del voto fu una novità con cui si incontrarono solo in piena campagna elettorale.
La neonata democrazia obbligò gli italiani a spendere in rapida sequenza le loro prime opportunità elettorali in due appuntamenti ravvicinati: le elezioni comunali tra marzo e aprile, il referendum costituzionale e le politiche per la Costituente il 2 giugno. I tempi di assimilazione della novità furono brevi: le donne ebbero termini molto ridotti per prenderne piena consapevolezza, prima di essere chiamate a decidere le sorti del Paese, considerata la loro preponderanza sul piano numerico rispetto agli elettori maschi.
È nota la forte preoccupazione nei partiti per la difficoltà di prevedere ed incanalare i consensi dell'elettorato femminile. Togliatti, consapevole del potenziale di convincimento in senso anticomunista esercitabile dai parroci, tentò comunque di rivendicare al Partito comunista il merito del decreto elettorale, nato dalla necessità di offrire un riconoscimento alla partecipazione femminile alla guerra di liberazione e dall'esigenza di garantire l'irreversibilità del processo di democratizzazione del Paese. Anche De Gasperi temeva che una scarsa partecipazione delle donne al voto, ipotizzabile proprio perché non educate all'esercizio dei propri diritti, potesse penalizzare il partito democristiano e ridurre gli effetti delle campagne propagandistiche parrocchiali.
Furono soprattutto i due partiti di massa a rivolgere attenzioni particolari e a concedere maggiori spazi alle donne: si trattò tuttavia, di spazi non gestiti in proprio dalle donne e finirono ben presto per ridimensionarsi nel tempo: già nelle amministrative del 1951 la partecipazione delle donne come candidate e come elette risulta sensibilmente ridotta rispetto alle prime consultazioni3.

L'incognita del voto femminile
Anche a livello locale l'aspettativa sugli orientamenti elettorali femminili era sentita con apprensione e qualche vena di preoccupazione. "Valsesia Libera", organo del Cln valsesiano, così presenta il quadro elettorale: "Per la prima volta le donne sono ammesse al voto [...] il rapporto numerico fra elettori ed elettrici non è a favore dei maschi. La prevalenza delle donne è notevole. Un pericolo? no, soltanto un'incognita"4.
L'incognita risiedeva proprio nell'impossibilità di prevedere se nei comportamenti elettorali femminili sarebbero prevalsi i suggerimenti dei padri o dei mariti o, al contrario, se il voto sarebbe stato utilizzato come una ribellione all'autorità maschile. Non c'era spazio comunque per la considerazione che le scelte delle elettrici potessero scaturire da convinzioni autonome.
I limiti oggettivi che condizionarono la partecipazione femminile si evidenziarono anche nel convincimento diffuso che l'arte politica fosse troppo difficile per le donne e soprattutto tale da distoglierle dalle occupazioni a loro più congeniali e connaturali, per quanto si ammettesse qualche prospettiva di impegno locale. Lo stesso settimanale, presentando in un precedente numero il decreto elettorale, diceva "le future elezioni amministrative sono un terreno di prova per oltre dieci milioni di donne, le quali meglio potranno cimentarsi nel campo dell'amministrazione locale, assai meno arduo e più affine alle loro particolari attitudini di amministratrici casalinghe e di madri di famiglia"5.
Come risposta all'incertezza costituita dalla preponderanza dell'elettorato femminile non ci fu né una proposta di candidature numericamente significativa, né un'apertura totale e incondizionata alle donne in ambito amministrativo.
I criteri selettivi per la composizione delle liste erano espressione di una concezione maschile della politica e maturarono in un momento in cui la legge elettorale non prevedeva il diritto di eleggibilità per le donne, che fu concesso in extremis, ma c'è da chiedersi se poteva esserci veramente una disponibilità più elevata di candidature femminili di fronte all'incognita che anche per le donne doveva apparire la responsabilità politico-amministrativa.
Le donne avevano avuto poco tempo per prepararsi alla novità ed organizzarsi, con l'eccezione di quella importante ma pur sempre minoritaria componente che lottò contro il fascismo, combatté nella Resistenza e proseguì il proprio impegno nelle organizzazioni di partito. Per la maggioranza del mondo femminile, impegnata nel proprio ruolo familiare, la politica continuò a risultare un'occupazione estranea e tipica degli uomini.
Al primo appuntamento con la democrazia non mancarono tuttavia alcuni segnali di una vivacità non più ripetutasi nella seconda tornata elettorale amministrativa, cinque anni dopo. Al riguardo è possibile ipotizzare che una maggior presenza di candidature femminili sia derivata, nel 1946, proprio dalla necessità di verificare il teorema secondo cui i consensi dell'elettorato femminile si sarebbero indirizzati più spontaneamente verso le liste aperte alle candidature di donne; dopo che fu appurata, attraverso le successive elezioni, l'inconsistenza della teoria, sarebbero prevalse le rigidità degli apparati partitici e i loro poteri di mediazione tra società e rappresentanza politica, con l'esclusione di soggetti la cui cultura non fosse perfettamente assimilabile ad un'idea tipicamente maschile di politica. Non è però da trascurare la considerazione che fu tutta la società a manifestare, all'indomani della Liberazione, una volontà di partecipazione superiore con una spontaneità che coinvolse anche le donne, soprattutto se partecipi ad esperienze prefasciste, antifasciste, resistenziali che si tradussero naturalmente nell'impegno diretto elettorale.
A distanza di cinque anni l'impegno amministrativo nell'immaginario della società avrebbe ridotto le proprie attrattive: la richiesta di competenze specifiche diventò fattore discriminante di selezione; si era certamente insinuata una certa sfiducia nelle possibilità di realizzare i sogni del dopoguerra e la società si richiuse nuovamente alla politica, preferendo delegare compiti e responsabilità ad amministratori di provata esperienza e di sicura fede politica. La diminuzione delle candidature femminili può essere considerata un sintomo evidente di una diversa e più selettiva concezione dell'impegno politico locale, nel quale le donne trovavano sempre più difficoltà di identificazione anche in quei settori che nel clima delle precedenti elezioni sembravano adatti a proiettare nella dimensione del pubblico ciò che esse gestivano quotidianamente in casa.
In realtà quello della famiglia è un valore ed un limite fondamentale, quasi assoluto, per interpretare le caratteristiche dell'accesso alla politica delle donne. L'immagine femminile della propaganda sia cattolica che di sinistra esalta il ruolo tradizionalmente familiare e protettivo della figura femminile. In vari comizi Aurora Rossetti, ad esempio, elogia la bontà e la solidarietà umana e di assistenza, a favore soprattutto dei bambini delle città sinistrate, delle donne comuniste, difendendo, contro la propaganda avversaria, il sentimento religioso che le anima come tutte le madri di famiglia6.
In un comizio tenuto a Borgosesia insieme a Cino Moscatelli, Velio Spano, direttore de "L'Unità", sottolinea il ruolo del comunismo come difensore della famiglia, ribadendo che il partito non ammette il divorzio, anzi lo condanna quale principale artefice del dissolvimento della famiglia stessa e causa dell'abbandono di tanti bambini e della prostituzione di tante giovani donne7. In chiusura di campagna elettorale "Valsesia Libera", in un articolo firmato con lo pseudonimo "Marianin", rivolge un invito alle lettrici perché esprimano un voto contrario alle forze del capitalismo, identificate nelle liste democristiana e liberale, con l'intento di imprimere una connotazione politica alle elezioni amministrative; sottolinea inoltre la necessità della coerenza del voto locale con il voto del referendum istituzionale; in tema di contenuti e programmi l'attenzione è incentrata sul tema della difesa della dignità della vita, delle pensioni, dell'istruzione e dell'assistenza sanitaria. Pur con le evidenti venature politiche e classiste, l'articolo si conclude insistendo sul sentimento materno, ritenuto la chiave d'accesso all'intelligenza e alla sensibilità politica femminile8.
La propaganda elettorale asseconda l'immagine tradizionale della donna, senza distinzioni sulla provenienza dei messaggi: anche dai giornali della sinistra l'impegno diretto in politica è concepito in termini di compatibilità con l'abituale attività di gestione familiare. Non è difficile spiegarsi allora come mai le candidature femminili siano state proposte con parsimonia sin dal primo appuntamento elettorale. Più complesso risulta invece comprendere le motivazioni per cui una forte mobilitazione femminile nella lotta di liberazione, quale si verificò nella nostra provincia, non si tradusse in un altrettanto significativo impegno nelle amministrazioni locali, almeno nella fase in cui queste si andavano costituendo.

Le cifre
In provincia di Vercelli si andò al voto tra la fine di marzo e gli inizi di aprile del 1946. In tutti i comuni si elessero i consigli con il sistema maggioritario, con l'eccezione di Vercelli e Biella che superavano il limite di trentamila abitanti e rientravano, secondo la legge elettorale varata all'inizio dell'anno, nella fascia in cui si applicava il sistema proporzionale. Non è irrilevante, ai fini delle valutazioni complessive sulla partecipazione femminile, questa prevalenza del maggioritario. Nei comuni demograficamente più ridotti, infatti, era normale che la competizione fosse limitata a due liste, generalmente di sinistra e di centro destra, che presentavano composizione bilanciata fra le organizzazioni politiche che le costituivano, con una rappresentanza mediata nella quale trovarono minori spazi le candidature femminili. Alle prime elezioni amministrative si presentarono nei comuni della provincia complessivamente 124 candidate, di cui 54 elette (cioè il 2 per cento dell'insieme totale dei consiglieri comunali); nelle successive elezioni comunali il numero delle candidate scese a 63, di cui 21 elette (cioè lo 0,8 per cento degli eletti), come mostra la tabella 1.

Tab. 1 - Dati statistici riguardanti le tornate elettorali del 1946 e del 1951, disaggregati sulle tre aree territoriali della provincia di Vercelli.
area territorialecandidateelettecomuni di elezione
19461951diff. %19461951diff. %19461951diff. %
Biellese8438-54,83516-54,33114-54,8
Vercellese3115-51,6144-71,484-50,0
Valsesia91011,151-80,041-75,0
Totale12463-49,25421-61,14319-55,8


I dati provinciali confermano la tendenza quantitativamente involutiva della partecipazione femminile alla competizione elettorale, in termini anche più sensibili rispetto all'andamento del campione regionale. Il fenomeno si registra ad entrambi i livelli selettivi: quello delle candidature, su cui sembra pesare il ruolo mediatore delle dirigenze di partito, ma anche quello dell'elettorato, che risulta meno propenso ad eleggere le donne alle cariche pubbliche.
Soltanto in 57 dei 167 comuni del territorio provinciale si riscontrano candidature femminili nelle elezioni del 1946; in 43 di questi comuni è eletta fra i consiglieri almeno una rappresentante femminile9. Il comune di Vercelli può annoverare tra i suoi consiglieri quattro donne, mentre nelle assemblee comunali di Biella, Borgo Vercelli, Piedicavallo, Pralungo, Pray, Rima San Giuseppe, Santhià e Tronzano le elette sono due; nei restanti 34 comuni la rappresentanza femminile è unica.
Il secondo appuntamento elettorale per le comunali fa registrare candidature femminili soltanto in 27 comuni, in 19 dei quali è eletta almeno una donna; i comuni di Biella e Tollegno sono gli unici ad avere due elette10.
Se analizziamo i dati secondo la suddivisione territoriale della provincia si può osservare la concentrazione della partecipazione femminile nell'area biellese. La presenza di una forte componente sociale operaia, la recente tradizione di lotte e rivendicazioni all'interno delle fabbriche, la collaborazione con il movimento partigiano, il più intenso coinvolgimento delle comunità locali nella guerra di Resistenza concorrono a creare per le donne una cultura più favorevole all'accesso alla politica rispetto alle zone di montagna povere e conservatrici che caratterizzano prevalentemente il territorio valsesiano, o alla pianura vercellese, dove più lentamente si modificano i costumi e più rigidamente si interpretano i ruoli maschili e femminili, pur nella prospettiva di modernizzazione che proprio il voto apre alle donne contadine.
Le candidature femminili tendono a concentrarsi nei capoluoghi: alle comunali di Vercelli e Biella nel 1946 si presentano complessivamente 26 candidate, circa un quinto del totale; nelle successive elezioni comunali le candidature femminili scendono a 21, ma la percentuale sale a circa un terzo del totale. Il sistema elettorale proporzionale consente maggiori aperture nei confronti della rappresentanza femminile, che in città si presenta con qualifiche professionali e politiche più varie e in genere più ragguardevoli. L'elettorato però, nonostante la più ampia scelta e le garanzie amministrative offerte da una classe dirigente femminile attiva negli apparati o nelle organizzazioni collaterali dei partiti, non premia le candidate: soltanto 6 le elette nei due maggiori centri nel 1946, 3 nelle successive elezioni.
Fra le tornate elettorali del 1946 e del 1951 si registra comunque un progressivo spostamento della partecipazione femminile dai comuni più piccoli verso i centri più grandi11. Lo spostamento è più sensibile a livello di candidature, ma è riscontrabile un movimento anche nella distribuzione delle elette, benché lo spostamento sia più mediato. È interessante notare come nella fascia di comuni tra i tremila e i diecimila abitanti sia in netta controtendenza il dato percentuale di candidate ed elette (v. tabelle 2 e 3).

Tab. 2 - Candidate nelle elezioni del 1946 e del 1951: suddivisione
percentuale su base demografica (comuni per fasce di popolazione)
popolazioneelezioni 1946elezioni 1951
% candidate% candidatediff. %
< 3.000 49,2 39,8 -9,4
3.000 / 10.00025,020,6 -4,4
10.000 / 30.000 4,8 6,3 1,5
> 30.00021,033,3 12,3
100,0100,0


Tab. 3 - Elette nelle elezioni del 1946 e del 1951: suddivisione
percentuale su base demografica (comuni per fasce di popolazione)
popolazione (n. abitanti)elezioni 1946elezioni 1951
% elette % elette diff. %
< 3.00057,438,1-19,3
3.000 / 10.00027,842,815,0
10.000 / 30.000 3,7 4,81,1
> 30.00011,1 14,33,2
100,0 100,0

Se per i comuni più piccoli possiamo pensare tra l'altro ad una sia pur minima componente di casualità nella presenza di donne in lista, spesso vincolata da legami di amicizia, di gruppo e parentali o cooptazioni di partito o associazione, nei comuni della seconda fascia intervengono evidentemente scelte più oculate e aperture di credito da parte di tutto l'elettorato, in particolare di quello femminile che quando vota non sembra tuttavia privilegiare le rappresentanti del proprio sesso12.
Prendendo in esame l'appartenenza partitica delle candidate nelle due tornate elettorali si evidenzia una prevalenza dei partiti della sinistra, in particolare del Partito comunista. Si conferma il carattere più aperto delle prime elezioni nella distribuzione su più liste e nella presenza di un numero maggiore di candidate indipendenti (v. tabella 4).

Tab. 4 - Distribuzione delle candidate e delle elette tra i partiti presenti nelle elezioni del 1946 e del 1951. In queste ultime sono considerate tutte le elette della seconda tornata
orientamento politico candid. '46elette '46candid. '51elette '51
Pci 51 272413
Dc24 6 182
Psiup13713*3
Indipendenti apolitici 8 3 3 2
Liste miste di sinistra 8 300
Indipendenti di centro75 0 0
Indipendenti di sinistra 42 41
Indipendenti di destra3**11 0
Partito d'azione 4 000
Partito liberale2000
124546321
(*) Il dato è comprensivo delle candidature di area socialista (2 Psli, 3 Psu);
le elette sono invece tutte del Psi
(**) Il dato è comprensivo di due candidature di indipendenti di centro-destra


L'aumento del controllo partitico sulle candidature si esprime prima di tutto nel dato numerico: il rapporto fra le candidate ufficialmente schierate e le indipendenti è di circa 4 a 1 nelle prime elezioni, diventa tendente a 7 a 1 nelle elezioni successive. Il rapporto si riduce considerando le elette ma si conferma la tendenza: si passa dal 3 a 1 del 1946 al 5 a 1 della seconda tornata.
Mentre per i partiti della sinistra il rapporto fra candidature ed elezioni rimane oscillante intorno al 50 per cento, è notevole invece il calo delle donne democristiane presenti nei consigli comunali (v. tabella 5). Il dato è in controtendenza rispetto ad altre aree regionali politicamente bianche dove la selezione delle candidature è più accurata13.
La classe dirigente femminile locale, oltre al notevole ridimensionamento, subisce un forte ricambio fra i due turni elettorali: sono infatti soltanto 5 le elette del 1946 che si ripresentano alle elezioni successive, 3 delle quali rielette; fra le nuove elette soltanto una si era presentata, senza successo, alle precedenti anuninistrative14.
Non siamo certo di fronte ad una rigenerazione delle amministrazioni locali; al contrario sembra palesarsi la difficoltà di consolidamento di una classe politica femminile per effetto di chiusure o disimpegno. Anche importanti protagoniste della vita di partito trovano difficoltà ad affermarsi elettoralmente, a testimonianza di una scarsa propensione dell'elettorato ad orientare le proprie preferenze verso le donne15.

Tab. 5 - Percentuale di elette sul totale di candidate
per i tre maggiori partiti.
Confronto tra le tornate elettorali del 1946 e del 1951
partito19461951diff. %
Pci52,9 54,2 1,3
Dc25,011,1 -13,9
Psiup53,837,5* -16,3
media generale43,533,3-10,2
(*) Nel 1951 si intende il solo Psi



La partecipazione alla Resistenza
La classe dirigente piemontese eletta nei consigli comunali del 1946, come rileva Marco Revelli16, si presenta nel complesso "neutralizzata" rispetto ai grandi eventi politico-militari della lotta di liberazione ed è piuttosto legittimata dalla quotidianità e dall'affidabilità in situazioni normali che non dall'eccezionalità etico-politica, al contrario di quanto si riscontra a proposito dei deputati dell'Assemblea costituente. Le stesse considerazioni hanno valore per la partecipazione femminile, con una ulteriore diminuzione quantitativa e percentuale nei confronti degli eletti17.
Nella provincia di Vercelli su 54 elette nel 1946 sono 5 le donne che hanno preso parte alla Resistenza e sono state riconosciute tutte come "partigiana combattente" dalle commissioni che operano nell'immediato dopoguerra. Tutte quante risultano comuniste e di esse due sono elette a Pray, una a Pralungo, una a Vercelli, una a Biella.
Queste ultime due, Anna Marengo ed Alba Spina, rivestirono anche la carica di assessore. Per entrambe la partecipazione alla Resistenza non costituiva l'unica credenziale politica.
Anna Marengo, nata a Fossano (Cn) nel 1915, poteva vantare una laurea in medicina con specializzazione in ostetricia che le aveva consentito di prestare servizio all'ospedale di Vercelli; legata sentimentalmente a Jani Beck, un ebreo ungherese già volontario nelle brigate internazionali durante la guerra di Spagna, ebbe modo di conoscere gli ambienti antifascisti parigini; dopo aver subito un processo per "favoreggiamento ai ribelli" al Tribunale militare di Torino ed essere stata assolta per insufficienza di prove, fu reintegrata in servizio all'ospedale di Vercelli, da cui se ne andò in compagnia del "dottor Cecco'', Francesco Ansaldi, futuro sindaco di Vercelli dal 1940 al 1949; raggiunse le formazioni garibaldine biellesi, entrando nella lotta di liberazione e dal luglio 1944, prima nella 182a brigata, poi nella V ed infine nella XII divisione.
Alba Spina era invece un'operaia tessile che aveva pagato con l'invio al confino la propria attività nell'organizzazione clandestina del Partito comunista iniziata nel 1931; attiva nella lotta resistenziale fin dagli inizi, dopo l'impegno per la costituzione della 2a brigata fu chiamata a svolgere attività di collegamento con il Comando garibaldino piemontese; arrestata nel giugno del 1944 rimase in carcere fino al novembre; successivamente fu inviata a Milano dove svolse l'incarico di staffetta per conto del Cln Alta Italia e del Comando generale delle brigate Garibaldi. Dopo la Liberazione ricoprì incarichi dirigenziali nella Federazione biellese del Pci, nell'Udi e nell'Anppia. Fu rieletta anche nel 1951.
Per entrambe l'antifascismo era maturato prima dell'8 settembre, in termini più coinvolgenti per la Spina, ma anche per la Marengo, tali da costituire una credenziale politica significativa; in un caso vi è l'ulteriore qualifica del titolo di studio, nell'altro l'estrazione sociale comune alla maggioranza dell'elettorato del Partito comunista e la scelta di vita militante.
Nel consiglio comunale di Pray furono elette Antonia Pelti e Maria Teresa Curnis. Entrarono in formazione entrambe nell'agosto del 1944, nella XII divisione; avevano in comune anche la condizione di immigrate: dalla provincia di Piacenza la Pelti, da Bergarno la Curnis. Quest'ultima nella lotta di liberazione aveva perso il fratello Giovanni, detto "Caterin", partigiano del distaccamento "Pisacane", ucciso nel maggio del 1944. Tra le sue esperienze resistenziali vi fu la rocambolesca fuga dai fascisti della "Muti" che l'avevano arrestata e rinchiusa nella villa Magni, il palazzotto delle torture di Borgosesia.
Fu eletta nel comune di Pralungo Francesca Capra, la più anziana, essendo nata a Collobiano nel 1897: anche lei operaia, entrò in formazione agli inizi del 1945 nella V divisione.
Le altre esponenti della lotta di liberazione che si candidarono senza successo nel 1946 furono Albina Pedrazzo, Annita Bonardo ed Ergenite Gili.
La prima si presentò in lista nel comune di Camburzano: nata a Sordevolo nel 1888, aveva fiancheggiato l'attività della 75a brigata, ottenendo la qualifica di "benemerita".
Annita Bonardo "Mimma", nata a Vercelli, nel 1920, risulta in formazione dal gennaio del 1944; in precedenza aveva avuto contatti con l'organizzazione clandestina e con Anna Marengo per la costituzione dei Gruppi di difesa della donna; sfuggita alla detenzione e ad un processo al Tribunale militare, raggiunse Anna Marengo presso Villa del Bosco ed entrò nella XII divisione, ottenendo al termine della guerra la qualifica di "partigiana combattente".
Ergenite Gili, nata a Miagliano nel 1896, operaia tessitrice, fu iscritta al Partito socialista e poi al Partito comunista fin dalla fondazione. Espatriata per motivi politici dopo l'espulsione dal cotonificio Poma di Miagliano, nel 1926, fu arrestata dall'Ovra ad Arona il 10 luglio 1930 durante un rientro clandestino e deferita al Tribunale speciale insieme a Camilla Ravera. Scontò parte della conseguente condanna a dieci anni e sei mesi nel carcere di Perugia prima e di Venezia successivamente. Tornata in libertà, beneficiando di un indulto nel 1934, riprese l'attività antifascista; entrò in formazione, secondo i dati ufficiali, nel dicembre 1943, svolgendo incarichi di collegamento fra le brigate garibaldine sul territorio piemontese che le fruttarono la qualifica di "partigiana combattente". Dopo la Liberazione ricoprì incarichi nel partito e nel sindacato.
Sull'insieme dei nominativi di donne che parteciparono alla Resistenza che risultano dagli elenchi delle commissioni di riconoscimento delle qualifiche partigiane per la provincia di Vercelli, risultano soltanto 8 le candidate alle prime elezioni comunali, vale a dire non più del 3 per cento. Se consideriamo che per alcune di esse la partecipazione alla lotta di liberazione non è l'unica ragione qualificante, ci sono i presupposti per affermare che il nesso fra l'impegno politico nelle amministrazioni locali e la Resistenza è piuttosto tenue.
I toni della propaganda elettorale, come si è visto, insistono sulla figura tradizionale della madre e della sposa custode della famiglia più che su quella del coraggio e dell'impegno in situazioni eccezionali. Alle donne, anche a quelle che hanno militato nella Resistenza, viene richiesta una delega politica e non un coinvolgimento attivo; né le donne sembrano pretenderlo, tranne chi ha scelto la militanza partitica, in genere a scapito della dimensione familiare.
Tuttavia è necessario considerare che i legami con la Resistenza potevano esprimersi in forme diverse dalla partecipazione attiva. Un esempio significativo è costituito dalla candidatura di madri di partigiani caduti, come nel caso di Cesara Ornati Topini, presentatasi nella lista di sinistra "Unione democratica dei Lavoratori" nel comune di Varallo: è la madre di Renato Topini, uno studente fucilato dai militi della "Tagliamento" a Borgosesia il 22 dicembre del 1943. La donna, che è insegnante e ha fatto parte della giunta provvisoria di Cln con delega all'istruzione, è presentata da "Valsesia Libera" come "rappresentante della nobilissima schiera di mamme che per la causa della Libertà hanno pagato col sangue dei figli il più alto, doloroso e sanguinoso prezzo per la Libertà"18.
In altri casi l'affinità con la lotta di liberazione si riscontra in azioni quotidiane di solidarietà, che pur non potendo costituire titolo effettivo di riconoscimento hanno un valore morale che si traduce nell'assunzione di impegni amministrativi: è il caso di Ersilia Sasselli, eletta nel comune di Crevacuore per il Partito comunista, appartenente al gruppo di giovani iscritte al Fronte della gioventù attive in operazioni umili ma essenziali per i combattenti, quali la preparazione di indumenti19.
C'è ancora da considerare che non tutte le donne attive nella Resistenza inoltrarono domanda di riconoscimento delle qualifiche partigiane alle commissioni che si costituirono nel dopoguerra, forse più per scelta che per ignoranza delle disposizioni legislative o insufficienza di titoli. Questa considerazione riduce le certezze numeriche della ricerca quantitativa, ma nel nostro caso non modifica il giudizio sullo scarso coinvolgimento delle donne della Resistenza nella contesa elettorale locale.
Nemmeno le pur sempre possibili omissioni di nominativi negli elenchi delle commissioni mi sembrano poter rivestire dimensioni tali da modificare le risultanze globali. Le altre fonti consultate, infatti, indicano un'attività resistenziale certa solo nel caso di Francesca Rosa Corona il cui nome non compare tra coloro che chiesero il riconoscimento. Nativa di Occhieppo Inferiore, classe 1894, la Corona era un'operaia tessitrice, iscritta al Partito socialista e poi a quello comunista, che svolse attività clandestina per la quale fu arrestata a Biella il 21 agosto 1927, condannata il 30 ottobre 1928 dal Tribunale speciale a quattro anni e sei mesi "per mene sovversive ed antinazionali" che scontò nel carcere di Trani; candidatasi nel Pci alle amministrative del 1946, fu eletta nel primo consiglio del dopoguerra del proprio comune.
Per alcune tra le candidate ricorre inoltre la caratteristica dell'impegno politico prefascista20. Oltre alle già citate Ergenite Gili e Francesca Rosa Corona, risultavano iscritte al Partito socialista all'epoca del congresso di Vigliano del 21 ottobre 1927 Itala Irma Angiono, di Cossato, classe 1895, di famiglia antifascista, sopravvissuta alla deportazione a Ravensbrück avvenuta il 30 giugno del 1944, dopo l'arresto del 12 gennaio 1944, per attività clandestina in collegamento con le organizzazioni comuniste, fu candidata, ma non eletta, per il Psiup a Biella; Ada Catella, iscritta alla sezione di Camandona, sarta eletta per il Psiup a Mosso Santa Maria; Ida Grosso, iscritta alla sezione di Valle Mosso, candidata ma non eletta per il Pc a Valle Mosso; Marina Mina, iscritta alla sezione di Cossato, candidata ma non eletta per il Psiup a Cossato; Guerrina Parlamento, iscritta alla sezione di Cossato, eletta per il Pci nello stesso comune; Secondina Spaudo, iscritta a Castellengo, candidata ma non eletta in una lista mista di sinistra a Candelo.

Considerazioni conclusive
Ogni valutazione sulla partecipazione attiva delle donne alla vita politica e amministrativa deve tenere conto del parallelo processo di acquisizione dei diritti civili: si tratta di percorsi che spesso, nei paesi di cultura europea, hanno avuto tempi cronologicamente discordi, il che ha ridotto gli effetti dei singoli risultati ottenuti.
La caduta del fascismo, in Italia come in molti paesi europei, se sul piano del diritto pubblico consentì alle donne il riconoscimento di una piena cittadinanza politica, sul piano del diritto privato non provocò l'immediata rimozione delle barriere culturali che impedivano un riconoscimento anche giuridico della parità. Le conseguenze sui comportamenti che diventarono possibili per le donne sul piano politico furono minimizzate dal perdurare di un retaggio di mentalità radicatasi negli anni del regime e dalla percezione della traumaticità delle scelte alternative al comune sentire che voleva la donna estranea all'attività politica. La scarsa partecipazione femminile alla vita amministrativa agli esordi della democrazia può derivare da un'esclusione determinata dalle scelte degli apparati che selezionano la classe dirigente; è un fattore interpretativo che tuttavia non consente di esaurire l'analisi.
Di sicuro, tra il 1946 e il 1951, si inaugura una tendenza alla riduzione progressiva dell'attività femminile nelle amministrazioni locali: un trend che per quanto riguarda le elette al Parlamento dura fino alla metà degli anni settanta, quando entrano sulla scena politica molte protagoniste dei movimenti studenteschi della fine degli anni sessanta.
Non è il caso di proporre arbitrari parallelismi fra la mobilitazione femminile della Resistenza e quella del 1968 soltanto per individuare qualche tenue segnale di maggior protagonismo politico delle donne anche a livello locale; mi sembra, piuttosto, inequivocabile la coincidenza che il cambiamento del trend si lega alle vittorie nelle battaglie civili degli anni settanta relative al diritto di famiglia e più in generale ai diritti delle donne.
Nelle elezioni del 1946 prevalgono candidature che hanno valore di simbolo, penso in particolare alle madri o alle sorelle di caduti o ad alcune partigiane, o riguardano figure dalla consolidata personalità politica, insieme ad una maggioranza di candidate che non hanno esperienze eccezionali nel loro curriculum.
Non ci sono sul piano quantitativo, comunque, elementi per pensare ad una spontanea espansione delle donne attive nella lotta di liberazione e nelle fabbriche sul terreno della politica locale.
Né ci sono, sul piano qualitativo dei contenuti, sufficienti riscontri per individuare una specificità dell'azione politica delle donne. L'energia generatasi nell'emergenza bellica fu riconvertita nei settori più tradizionali dell'impegno femminile o in forme politiche maggiormente legate alle organizzazioni di partito o di associazione.
Le donne che contribuirono a liberare l'Italia e ad instaurare la democrazia avrebbero dovuto lottare ancora a lungo per essere riconosciute come soggetti politici totali.


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