Enrico Pagano
Le antifasciste e le partigiane
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| Tab. 1 - Dati statistici riguardanti le tornate elettorali del 1946 e del 1951, disaggregati sulle tre aree territoriali della provincia di Vercelli. | |||||||||
| area territoriale | candidate | elette | comuni di elezione | ||||||
| 1946 | 1951 | diff. % | 1946 | 1951 | diff. % | 1946 | 1951 | diff. % | |
| Biellese | 84 | 38 | -54,8 | 35 | 16 | -54,3 | 31 | 14 | -54,8 |
| Vercellese | 31 | 15 | -51,6 | 14 | 4 | -71,4 | 8 | 4 | -50,0 |
| Valsesia | 9 | 10 | 11,1 | 5 | 1 | -80,0 | 4 | 1 | -75,0 |
| Totale | 124 | 63 | -49,2 | 54 | 21 | -61,1 | 43 | 19 | -55,8 |
I dati provinciali confermano la tendenza quantitativamente involutiva della partecipazione femminile
alla competizione elettorale, in termini anche più sensibili rispetto all'andamento del campione regionale.
Il fenomeno si registra ad entrambi i livelli selettivi: quello delle candidature, su cui sembra pesare il
ruolo mediatore delle dirigenze di partito, ma anche quello dell'elettorato, che risulta meno propenso ad
eleggere le donne alle cariche pubbliche.
Soltanto in 57 dei 167 comuni del territorio provinciale si riscontrano candidature femminili nelle
elezioni del 1946; in 43 di questi comuni è eletta fra i consiglieri almeno una rappresentante
femminile9. Il comune di Vercelli può annoverare tra i suoi consiglieri quattro donne, mentre nelle assemblee comunali di
Biella, Borgo Vercelli, Piedicavallo, Pralungo, Pray, Rima San Giuseppe, Santhià e Tronzano le elette sono due;
nei restanti 34 comuni la rappresentanza femminile è unica.
Il secondo appuntamento elettorale per le comunali fa registrare candidature femminili soltanto in 27
comuni, in 19 dei quali è eletta almeno una donna; i comuni di Biella e Tollegno sono gli unici ad avere
due elette10.
Se analizziamo i dati secondo la suddivisione territoriale della provincia si può osservare la
concentrazione della partecipazione femminile nell'area biellese. La presenza di una forte componente sociale operaia,
la recente tradizione di lotte e rivendicazioni all'interno delle fabbriche, la collaborazione con il
movimento partigiano, il più intenso coinvolgimento delle comunità locali nella guerra di Resistenza concorrono a
creare per le donne una cultura più favorevole all'accesso alla politica rispetto alle zone di montagna
povere e conservatrici che caratterizzano prevalentemente il territorio valsesiano, o alla pianura vercellese, dove
più lentamente si modificano i costumi e più rigidamente si interpretano i ruoli maschili e femminili, pur
nella prospettiva di modernizzazione che proprio il voto apre alle donne contadine.
Le candidature femminili tendono a concentrarsi nei capoluoghi: alle comunali di Vercelli e Biella nel
1946 si presentano complessivamente 26 candidate, circa un quinto del totale; nelle successive elezioni
comunali le candidature femminili scendono a 21, ma la percentuale sale a circa un terzo del totale. Il sistema
elettorale proporzionale consente maggiori aperture nei confronti della rappresentanza femminile, che in città
si presenta con qualifiche professionali e politiche più varie e in genere più ragguardevoli. L'elettorato
però, nonostante la più ampia scelta e le garanzie amministrative offerte da una classe dirigente femminile
attiva negli apparati o nelle organizzazioni collaterali dei partiti, non premia le candidate: soltanto 6 le elette
nei due maggiori centri nel 1946, 3 nelle successive elezioni.
Fra le tornate elettorali del 1946 e del 1951 si registra comunque un progressivo spostamento della
partecipazione femminile dai comuni più piccoli verso i centri più
grandi11. Lo spostamento è più sensibile a
livello di candidature, ma è riscontrabile un movimento anche nella distribuzione delle elette, benché lo
spostamento sia più mediato. È interessante notare come nella fascia di comuni tra i tremila
e i diecimila abitanti sia in netta controtendenza il dato percentuale di candidate ed elette (v. tabelle 2 e 3).
| Tab. 2 - Candidate nelle elezioni del 1946 e del 1951: suddivisione percentuale su base demografica (comuni per fasce di popolazione) | |||
| popolazione | elezioni 1946 | elezioni 1951 | |
| % candidate | % candidate | diff. % | |
| < 3.000 | 49,2 | 39,8 | -9,4 |
| 3.000 / 10.000 | 25,0 | 20,6 | -4,4 |
| 10.000 / 30.000 | 4,8 | 6,3 | 1,5 |
| > 30.000 | 21,0 | 33,3 | 12,3 |
| 100,0 | 100,0 | ||
| Tab. 3 - Elette nelle elezioni del 1946 e del 1951: suddivisione percentuale su base demografica (comuni per fasce di popolazione) | |||
| popolazione (n. abitanti) | elezioni 1946 | elezioni 1951 | |
| % elette | % elette | diff. % | |
| < 3.000 | 57,4 | 38,1 | -19,3 |
| 3.000 / 10.000 | 27,8 | 42,8 | 15,0 |
| 10.000 / 30.000 | 3,7 | 4,8 | 1,1 |
| > 30.000 | 11,1 | 14,3 | 3,2 |
| 100,0 | 100,0 | ||
Se per i comuni più piccoli possiamo
pensare tra l'altro ad una sia pur minima componente di casualità nella presenza di donne
in lista, spesso vincolata da legami di amicizia, di gruppo e parentali o cooptazioni di partito o associazione, nei comuni della
seconda fascia intervengono evidentemente scelte più oculate e aperture di credito da parte di tutto l'elettorato,
in particolare di quello femminile che quando vota non sembra tuttavia privilegiare le rappresentanti del
proprio sesso12.
Prendendo in esame l'appartenenza partitica delle candidate nelle due tornate elettorali si evidenzia
una prevalenza dei partiti della sinistra, in particolare del Partito comunista. Si conferma il carattere più
aperto delle prime elezioni nella distribuzione su più liste e nella presenza di un numero maggiore di
candidate indipendenti (v. tabella 4).
| Tab. 4 - Distribuzione delle candidate e delle elette tra i partiti presenti nelle elezioni del 1946 e del 1951. In queste ultime sono considerate tutte le elette della seconda tornata | ||||
| orientamento politico | candid. '46 | elette '46 | candid. '51 | elette '51 |
| Pci | 51 | 27 | 24 | 13 |
| Dc | 24 | 6 | 18 | 2 |
| Psiup | 13 | 7 | 13* | 3 |
| Indipendenti apolitici | 8 | 3 | 3 | 2 |
| Liste miste di sinistra | 8 | 3 | 0 | 0 |
| Indipendenti di centro | 7 | 5 | 0 | 0 |
| Indipendenti di sinistra | 4 | 2 | 4 | 1 |
| Indipendenti di destra | 3** | 1 | 1 | 0 |
| Partito d'azione | 4 | 0 | 0 | 0 |
| Partito liberale | 2 | 0 | 0 | 0 |
| 124 | 54 | 63 | 21 | |
| (*) Il dato è comprensivo delle candidature di area socialista (2 Psli, 3 Psu);
le elette sono invece tutte del Psi (**) Il dato è comprensivo di due candidature di indipendenti di centro-destra | ||||
L'aumento del controllo partitico sulle candidature si esprime prima di tutto nel dato numerico: il
rapporto fra le candidate ufficialmente schierate e le indipendenti è di circa 4 a 1 nelle prime elezioni,
diventa tendente a 7 a 1 nelle elezioni successive. Il rapporto si riduce considerando le elette ma si conferma
la tendenza: si passa dal 3 a 1 del 1946 al 5 a 1 della seconda tornata.
Mentre per i partiti della sinistra il rapporto fra candidature ed elezioni rimane oscillante intorno al 50
per cento, è notevole invece il calo delle donne democristiane presenti nei consigli comunali (v. tabella 5). Il dato è
in controtendenza rispetto ad altre aree regionali politicamente bianche dove la selezione delle candidature
è più accurata13.
La classe dirigente femminile locale, oltre al notevole ridimensionamento, subisce un forte ricambio fra
i due turni elettorali: sono infatti soltanto 5 le elette del 1946 che si ripresentano alle elezioni successive,
3 delle quali rielette; fra le nuove elette soltanto una si era presentata, senza successo, alle
precedenti anuninistrative14.
Non siamo certo di fronte ad una rigenerazione delle amministrazioni locali; al contrario sembra palesarsi
la difficoltà di consolidamento di una classe politica femminile per effetto di chiusure o disimpegno.
Anche importanti protagoniste della vita di partito trovano difficoltà ad affermarsi elettoralmente, a
testimonianza di una scarsa propensione dell'elettorato ad orientare le proprie preferenze verso le
donne15.
| Tab. 5 - Percentuale di elette sul totale di
candidate per i tre maggiori partiti. Confronto tra le tornate elettorali del 1946 e del 1951 | |||
| partito | 1946 | 1951 | diff. % |
| Pci | 52,9 | 54,2 | 1,3 |
| Dc | 25,0 | 11,1 | -13,9 |
| Psiup | 53,8 | 37,5* | -16,3 |
| media generale | 43,5 | 33,3 | -10,2 |
| (*) Nel 1951 si intende il solo Psi | |||
La partecipazione alla Resistenza
La classe dirigente piemontese eletta nei consigli comunali del 1946, come rileva Marco
Revelli16, si presenta nel complesso "neutralizzata" rispetto ai grandi eventi politico-militari della lotta di liberazione ed
è piuttosto legittimata dalla quotidianità e dall'affidabilità in situazioni normali che non
dall'eccezionalità etico-politica, al contrario di quanto si riscontra a proposito dei deputati dell'Assemblea costituente.
Le stesse considerazioni hanno valore per la partecipazione femminile, con una ulteriore diminuzione
quantitativa e percentuale nei confronti degli
eletti17.
Nella provincia di Vercelli su 54 elette nel 1946 sono 5 le donne che hanno preso parte alla Resistenza e
sono state riconosciute tutte come "partigiana combattente" dalle commissioni che operano nell'immediato
dopoguerra. Tutte quante risultano comuniste e di esse due sono elette a Pray, una a Pralungo, una a
Vercelli, una a Biella.
Queste ultime due, Anna Marengo ed Alba Spina, rivestirono anche la carica di assessore. Per entrambe la
partecipazione alla Resistenza non costituiva l'unica credenziale politica.
Anna Marengo, nata a Fossano (Cn) nel 1915, poteva vantare una laurea in medicina con specializzazione
in ostetricia che le aveva consentito di prestare servizio all'ospedale di Vercelli; legata sentimentalmente a
Jani Beck, un ebreo ungherese già volontario nelle brigate internazionali durante la guerra di Spagna, ebbe
modo di conoscere gli ambienti antifascisti parigini; dopo aver subito un processo per "favoreggiamento ai
ribelli" al Tribunale militare di Torino ed essere stata assolta per insufficienza di prove, fu reintegrata in
servizio all'ospedale di Vercelli, da cui se ne andò in compagnia del "dottor Cecco'', Francesco Ansaldi,
futuro sindaco di Vercelli dal 1940 al 1949; raggiunse le formazioni garibaldine biellesi, entrando nella lotta
di liberazione e dal luglio 1944, prima nella
182a brigata, poi nella V ed infine nella XII divisione.
Alba Spina era invece un'operaia tessile che aveva pagato con l'invio al confino la propria attività
nell'organizzazione clandestina del Partito comunista iniziata nel 1931; attiva nella lotta resistenziale fin dagli
inizi, dopo l'impegno per la costituzione della
2a brigata fu chiamata a svolgere attività di collegamento con
il Comando garibaldino piemontese; arrestata nel giugno del 1944 rimase in carcere fino al novembre;
successivamente fu inviata a Milano dove svolse l'incarico di staffetta per conto del Cln Alta Italia e del
Comando generale delle brigate Garibaldi. Dopo la Liberazione ricoprì incarichi dirigenziali nella Federazione
biellese del Pci, nell'Udi e nell'Anppia. Fu rieletta anche nel 1951.
Per entrambe l'antifascismo era maturato prima dell'8 settembre, in termini più coinvolgenti per la
Spina, ma anche per la Marengo, tali da costituire una credenziale politica significativa; in un caso vi è
l'ulteriore qualifica del titolo di studio, nell'altro l'estrazione sociale comune alla maggioranza dell'elettorato
del Partito comunista e la scelta di vita militante.
Nel consiglio comunale di Pray furono elette Antonia Pelti e Maria Teresa Curnis. Entrarono in
formazione entrambe nell'agosto del 1944, nella XII divisione; avevano in comune anche la condizione di
immigrate: dalla provincia di Piacenza la Pelti, da Bergarno la Curnis. Quest'ultima nella lotta di liberazione
aveva perso il fratello Giovanni, detto "Caterin", partigiano del distaccamento "Pisacane", ucciso nel maggio
del 1944. Tra le sue esperienze resistenziali vi fu la rocambolesca fuga dai fascisti della "Muti" che
l'avevano arrestata e rinchiusa nella villa Magni, il palazzotto delle torture di Borgosesia.
Fu eletta nel comune di Pralungo Francesca Capra, la più anziana, essendo nata a Collobiano nel
1897: anche lei operaia, entrò in formazione agli inizi del 1945 nella V divisione.
Le altre esponenti della lotta di liberazione che si candidarono senza successo nel 1946 furono
Albina Pedrazzo, Annita Bonardo ed Ergenite Gili.
La prima si presentò in lista nel comune di Camburzano: nata a Sordevolo nel 1888, aveva
fiancheggiato l'attività della
75a brigata, ottenendo la qualifica di "benemerita".
Annita Bonardo "Mimma", nata a Vercelli, nel 1920, risulta in formazione dal gennaio del 1944; in
precedenza aveva avuto contatti con l'organizzazione clandestina e con Anna Marengo per la costituzione
dei Gruppi di difesa della donna; sfuggita alla detenzione e ad un processo al Tribunale militare, raggiunse
Anna Marengo presso Villa del Bosco ed entrò nella XII divisione, ottenendo al termine della guerra la
qualifica di "partigiana combattente".
Ergenite Gili, nata a Miagliano nel 1896, operaia tessitrice, fu iscritta al Partito socialista e poi al
Partito comunista fin dalla fondazione. Espatriata per motivi politici dopo l'espulsione dal cotonificio Poma
di Miagliano, nel 1926, fu arrestata dall'Ovra ad Arona il 10 luglio 1930 durante un rientro clandestino
e deferita al Tribunale speciale insieme a Camilla Ravera. Scontò parte della conseguente condanna a
dieci anni e sei mesi nel carcere di Perugia prima e di Venezia successivamente. Tornata in libertà, beneficiando
di un indulto nel 1934, riprese l'attività antifascista; entrò in formazione, secondo i dati ufficiali, nel
dicembre 1943, svolgendo incarichi di collegamento fra le brigate garibaldine sul territorio piemontese che le
fruttarono la qualifica di "partigiana combattente". Dopo la Liberazione ricoprì incarichi nel partito e nel sindacato.
Sull'insieme dei nominativi di donne che parteciparono alla Resistenza che risultano dagli elenchi
delle commissioni di riconoscimento delle qualifiche partigiane per la provincia di Vercelli, risultano soltanto 8
le candidate alle prime elezioni comunali, vale a dire non più del 3 per cento. Se consideriamo che per
alcune di esse la partecipazione alla lotta di liberazione non è l'unica ragione qualificante, ci sono i presupposti
per affermare che il nesso fra l'impegno politico nelle amministrazioni locali e la Resistenza è piuttosto tenue.
I toni della propaganda elettorale, come si è visto, insistono sulla figura tradizionale della madre e
della sposa custode della famiglia più che su quella del coraggio e dell'impegno in situazioni eccezionali.
Alle donne, anche a quelle che hanno militato nella Resistenza, viene richiesta una delega politica e non
un coinvolgimento attivo; né le donne sembrano pretenderlo, tranne chi ha scelto la militanza partitica,
in genere a scapito della dimensione familiare.
Tuttavia è necessario considerare che i legami con la Resistenza potevano esprimersi in forme diverse
dalla partecipazione attiva. Un esempio significativo è costituito dalla candidatura di madri di partigiani
caduti, come nel caso di Cesara Ornati Topini, presentatasi nella lista di sinistra "Unione democratica dei
Lavoratori" nel comune di Varallo: è la madre di Renato Topini, uno studente fucilato dai militi della
"Tagliamento" a Borgosesia il 22 dicembre del 1943. La donna, che è insegnante e ha fatto parte della giunta provvisoria
di Cln con delega all'istruzione, è presentata da "Valsesia Libera" come "rappresentante della
nobilissima schiera di mamme che per la causa della Libertà hanno pagato col sangue dei figli il più alto, doloroso
e sanguinoso prezzo per la
Libertà"18.
In altri casi l'affinità con la lotta di liberazione si riscontra in azioni quotidiane di solidarietà, che pur
non potendo costituire titolo effettivo di riconoscimento hanno un valore morale che si traduce
nell'assunzione di impegni amministrativi: è il caso di Ersilia Sasselli, eletta nel comune di Crevacuore per il Partito
comunista, appartenente al gruppo di giovani iscritte al Fronte della gioventù attive in operazioni umili ma
essenziali per i combattenti, quali la preparazione di
indumenti19.
C'è ancora da considerare che non tutte le donne attive nella Resistenza inoltrarono domanda di
riconoscimento delle qualifiche partigiane alle commissioni che si costituirono nel dopoguerra, forse più per
scelta che per ignoranza delle disposizioni legislative o insufficienza di titoli. Questa considerazione riduce
le certezze numeriche della ricerca quantitativa,
ma nel nostro caso non modifica il giudizio sullo
scarso coinvolgimento delle donne della Resistenza nella contesa elettorale locale.
Nemmeno le pur sempre possibili omissioni di nominativi negli elenchi delle commissioni mi
sembrano poter rivestire dimensioni tali da modificare le risultanze globali. Le altre fonti consultate, infatti,
indicano un'attività resistenziale certa solo nel caso di Francesca Rosa Corona il cui nome non compare tra coloro
che chiesero il riconoscimento. Nativa di Occhieppo Inferiore, classe 1894, la Corona era un'operaia
tessitrice, iscritta al Partito socialista e poi a quello comunista, che svolse attività clandestina per la quale fu
arrestata a Biella il 21 agosto 1927, condannata il 30 ottobre 1928 dal Tribunale speciale a quattro anni e sei mesi
"per mene sovversive ed antinazionali" che scontò nel carcere di Trani; candidatasi nel Pci alle
amministrative del 1946, fu eletta nel primo consiglio del dopoguerra del proprio comune.
Per alcune tra le candidate ricorre inoltre la caratteristica dell'impegno politico
prefascista20. Oltre alle già citate Ergenite Gili e Francesca Rosa Corona, risultavano iscritte al Partito socialista all'epoca del
congresso di Vigliano del 21 ottobre 1927 Itala Irma Angiono, di Cossato, classe 1895, di famiglia antifascista,
sopravvissuta alla deportazione a Ravensbrück avvenuta il 30 giugno del 1944, dopo l'arresto del 12 gennaio
1944, per attività clandestina in collegamento con le organizzazioni comuniste, fu candidata, ma non eletta, per
il Psiup a Biella; Ada Catella, iscritta alla sezione di Camandona, sarta eletta per il Psiup a Mosso Santa
Maria; Ida Grosso, iscritta alla sezione di Valle Mosso, candidata ma non eletta per il Pc a Valle Mosso;
Marina Mina, iscritta alla sezione di Cossato, candidata ma non eletta per il Psiup a Cossato; Guerrina
Parlamento, iscritta alla sezione di Cossato, eletta per il Pci nello stesso comune; Secondina Spaudo, iscritta a
Castellengo, candidata ma non eletta in una lista mista di sinistra a Candelo.
Considerazioni conclusive
Ogni valutazione sulla partecipazione attiva delle donne alla vita politica e amministrativa deve tenere
conto del parallelo processo di acquisizione dei diritti civili: si tratta di percorsi che spesso, nei paesi di
cultura europea, hanno avuto tempi cronologicamente discordi, il che ha ridotto gli effetti dei singoli risultati
ottenuti.
La caduta del fascismo, in Italia come in molti paesi europei, se sul piano del diritto pubblico consentì
alle donne il riconoscimento di una piena cittadinanza politica, sul piano del diritto privato non provocò
l'immediata rimozione delle barriere culturali che impedivano un riconoscimento anche giuridico della
parità. Le conseguenze sui comportamenti che diventarono possibili per le donne sul piano politico
furono minimizzate dal perdurare di un retaggio di mentalità radicatasi negli anni del regime e dalla
percezione della traumaticità delle scelte alternative al comune sentire che voleva la donna estranea all'attività
politica. La scarsa partecipazione femminile alla vita amministrativa agli esordi della democrazia può derivare
da un'esclusione determinata dalle scelte degli apparati che selezionano la classe dirigente; è un fattore
interpretativo che tuttavia non consente di esaurire l'analisi.
Di sicuro, tra il 1946 e il 1951, si inaugura una tendenza alla riduzione progressiva dell'attività
femminile nelle amministrazioni locali: un trend
che per quanto riguarda le elette al Parlamento dura fino alla
metà degli anni settanta, quando entrano sulla scena politica molte protagoniste dei movimenti studenteschi
della fine degli anni sessanta.
Non è il caso di proporre arbitrari parallelismi fra la mobilitazione femminile della Resistenza e quella
del 1968 soltanto per individuare qualche tenue segnale di maggior protagonismo politico delle donne anche
a livello locale; mi sembra, piuttosto, inequivocabile la coincidenza che il cambiamento del
trend si lega alle vittorie nelle battaglie civili degli anni settanta relative al diritto di famiglia e più in generale ai diritti
delle donne.
Nelle elezioni del 1946 prevalgono candidature che hanno valore di simbolo, penso in particolare alle
madri o alle sorelle di caduti o ad alcune partigiane, o riguardano figure dalla consolidata personalità
politica, insieme ad una maggioranza di candidate che non hanno esperienze eccezionali nel loro
curriculum.
Non ci sono sul piano quantitativo, comunque, elementi per pensare ad una spontanea espansione
delle donne attive nella lotta di liberazione e nelle fabbriche sul terreno della politica locale.
Né ci sono, sul piano qualitativo dei contenuti, sufficienti riscontri per individuare una specificità
dell'azione politica delle donne. L'energia generatasi nell'emergenza bellica fu riconvertita nei settori più
tradizionali dell'impegno femminile o in forme politiche maggiormente legate alle organizzazioni di partito o di
associazione.
Le donne che contribuirono a liberare l'Italia e ad instaurare la democrazia avrebbero dovuto lottare
ancora a lungo per essere riconosciute come soggetti politici totali.
