Alessandro Orsi

Rinaldo Rigola: un biellese nella storia della classe operaia
Quando il "mestiere" era un valore. Alcuni appunti sugli operai, il sindacato, la società biellese fine '800-inizio '900



Ha scritto il Cole1: "Gli appelli che avevano fatto insorgere gli operai negli anni trenta e quaranta non avrebbero fatto alcuna impressione ai loro successori della seconda metà del secolo. Sebbene nel 1900 vi fossero ancora molte migliaia di indigenti esposti allo sfruttamento, questi non rappresentavano elementi tipici della classe operaia organizzata o organizzabile. Nelle grandi industrie gli operai avevano cessato di essere la massa denutrita e coperta di stracci che poteva essere facilmente eccitata da Feargus O'Connor o da James Rayner Stefhen o da qualcuno dei molti 'messia' che sorsero nei primi anni del secolo". Non c'erano più sollevazioni di massa, rivolte improvvise, prodotte dalla disperazione e dalla denutrizione; gli scioperi erano elementi ordinati, preparati e previsti, diretti ed organizzati. La stessa propaganda socialista, per ottenere risultati, doveva ormai parlare alla ragione e non più gridare agli istinti. Se "O'Connor era stato caldo come l'inferno, Sidney Webb era sempre fresco come un cetriolo"2.
Le differenze tra la situazione della classe operaia inglese e quella italiana, in cui nella seconda metà dell'Ottocento un posto rilevante occupano ancora gli operai biellesi, sono molte. Il salto da O'Connor a Webb è proponibile in dimensione italiana, anzi biellese? Analizzandolo per esempio in Rinaldo Rigola, appunto biellese, operaio di mestiere, nato politicamente quasi anarchico, finito sindacalista riformista.
Il mio lavoro non è una biografia di Rigola, nemmeno un'esposizione ordinata, cronologica, di avvenimenti. Di Rigola si colgono alcune personali preoccupazioni di uomo, operaio, di militante di sinistra, solo quando si forma politicamente, nell'ultimo quindicennio del secolo, e nel momento in cui aderisce ai principi corporativi del fascismo. Per il resto viene inquadrato come il dirigente sindacale rappresentante della corrente riformista che caratterizza un lungo periodo di storia del sindacato (i primi vent'anni del Novecento)3.
Rigola nasce operaio, un operaio ancora di "mestiere"; il suo carattere riformista e il suo atteggiamento politico all'interno del sindacato mi sembrano indicativi per specificare anche un momento di composizione della classe, che proprio in questi anni inizia il lungo processo di mutamenti strutturali, riflesso nelle sue organizzazioni. Individuare nella vita politica di un sol uomo, pur autorevole, una simile complessa transizione è credibile? Un'operazione che sembrava effettuabile dieci anni fa. Un'operazione difficile con i criteri storiografici di oggi. "Ormai da alcuni anni lo studio della storia tende a considerare, accanto a temi che da sempre erano stati approfonditi (vicende diplomatiche e militari, evoluzioni dinastiche, storia delle religioni, dei partiti politici), nuovi campi di indagine, rivolti allo studio di altre 'variabili' egualmente decisive per una più articolata comprensione storica"4.

La classe operaia italiana, soprattutto quella biellese, alla fine dell'Ottocento non è più, come da anni non lo è più in Inghilterra, "la massa denutrita e piena di stracci", ma presenta caratteristiche forti di non omogeneità. Di fronte a un numero considerevole, e crescente, di operai dequalificati, pura manovalanza, semplici erogatori di forza lavoro, stanno gruppi di operai ad alta qualificazione, di estrazione artigiana; sono una tipica "aristocrazia operaia", che si differenzia dai manovali per le migliori condizioni di lavoro, il maggiore potere contrattuale; per i salari (nel complesso del sistema salariale italiano netta è la prevalenza dei bassi salari; salari alti toccano solo a ristrette categorie, composte di operai di sesso maschile: si aggirano attorno ad una lira le paghe di donne, ragazzi, dequalificati, attorno alle quattro lire quelle degli specializzati)5; per gli orari (nell'ambito dei mestieri qualificati, di un "ristretto gruppo di operai scelti", esiste secondo Einaudi, un orario di lavoro inferiore a quello generale che si aggira "attorno alle 12 ore"; ma nei settori produttivi dove è prevalente la manodopera non qualificata e forte è la presenza di donne e ragazzi, dove non si è ancora affermata la grossa fabbrica di struttura moderna e permane la piccola azienda, l'orario di lavoro raggiunge limiti di 15-16 ore6); e pure per la mentalità, la formazione e la preparazione culturale, politica e sindacale. Sentiamo Rigola e la sua ambizione per un "mestiere": "Può darsi che se mi avessero offerto di imparare un mestiere artistico, magari quello di pittore di insegne, ne sarei stato contento, ma non mi sognavo neppure di poter far altro che un mestiere. - E quelli che li mandano ad otto anni nelle fabbriche a fare l'attaccafili, di notte; e quelli che li mandano a portare la secchia coi muratori, non stanno forse peggio? - aggiungeva mio padre"7.
Dentro una tale composizione della forza-lavoro sviluppa le sue prime esperienze il movimento sindacale. L'asse delle lotte e in genere i comportamenti operai si basano su queste categorie più qualificate, che elaborano la strategia del sindacato, con una linea rivendicativa che sostanzialmente è corporativa sui contenuti e "gestionale" in quanto ad ideologia. La linea dei sindacalisti riformisti; tra cui appunto Rigola, che porterà la sua formazione sindacale e politica di operaio di mestiere del Biellese nella dirigenza di parte riformista del sindacato (di qui il suo impegno nella fondazione della Cgil, la sua proposta di costituzione di un partito del lavoro di stampo inglese e le polemiche conseguenti con il Psi; la politica contro i massimalisti e in favore della "pace sociale" in tempo giolittiano; le paure verso le occasioni rivoluzionarie del biennio rosso; la sua accettazione dello stato corporativo fascista con la rivista "Problemi del Lavoro").

In queste note si accenna alla prima parte del mio studio su Rigola, al Rigola biellese. L'intenzione di questo articolo, che è un limitato e probabilmente un po' obsoleto spunto, è quindi quella di mettere in rapporto la figura di un dirigente del sindacato italiano con il significato che per lui ha assunto, sin dalla sua formazione, la categoria del mestiere8. Sottolineerei che si tratta di un dirigente non comune, un uomo che ha influenzato la storia del movimento sindacale e socialista per parecchi anni, non di un qualunque militante, magari omogeneo a Rigola sul piano dell'identità professionale ma con sbocchi di vita e politici poi diversi dai suoi. D'altronde, forse, si potrebbe sostenere che non tanto la pratica politica, il riformismo, "si deduce" dall'essere (vale per Rigola e per molti altri militanti soprattutto della sua generazione) artigiano autonomo e qualificato, quanto l'intera ideologia gestionale; propria, in fondo, anche dei comunisti dei Soviet e dei Consigli.
L'operaio di mestiere è il cuore pulsante della classe operaia in un'industria italiana che, alla fine Ottocento, è caratterizzata dalla prevalenza della piccola azienda, dal nucleo di tipo artigianale o familiare9. Con la piccola azienda è notevole la scarsa meccanizzazione e quindi si rende necessario un largo impiego della manodopera generica, tuttavia pure essenziali risultano essere i gruppi di lavoratori ad alta qualificazione, centrata su una minuziosa specificazione dei mestieri, di estrazione artigiana: quelli appunto definiti "aristocrazia operaia". Nell'organizzazione del lavoro perdurano così forme di rigida gerarchia e un sistema di convinzioni e di rapporti, basati ancora su una specie di "codice morale" dell'artigianato: "E questo si riscontrava non solo nei settori attardati, ma con la sopravvivenza di forti residui, anche dove la meccanizzazione omogeneizzava le maestranze nella comune riduzione alla condizione di salariati, pur con differenti livelli retributivi"10. Non vi sono stadi intermedi tra i due poli: tra l'operaio di estrazione artigiana, geloso del suo mestiere, spesso retaggio di generazioni, e l'operaio di estrazione contadina, il manovale che possiede solo la forza delle proprie braccia e della propria giovinezza. Non si è per ora dilatata la figura dell'operaio "comune", con una qualificazione professionale maggiormente standardizzata, tipico di uno stadio tecnologico più evoluto. Non è però ignoto: viene diffondendosi con lo svilupparsi della struttura industriale. L'ha ben previsto Marx, di cui mi permetto di richiamare alcuni elementi a mio avviso essenziali su questo tema.
Nel primo libro del "Capitale" e nel "Capitolo VI inedito" Marx opera una distinzione di estrema importanza che serve a capire il fenomeno del lavoro qualificato e dequalificato. La distinzione cioè tra sottomissione formale e sottomissione reale del lavoro al capitale. Per sottomissione del lavoro al capitale si intende il fatto puro e semplice che "il processo lavorativo è sottoposto al capitale e il capitalista vi entra in qualità di dirigente", si intende insomma la condizione di base, la "forma" della sussunzione del lavoro al capitale, propria di ogni stadio dello sviluppo capitalistico. Ma, poiché "la sottomissione del processo lavorativo al capitale si verifica dapprima sulla base di un processo lavorativo preesistente", in un primo momento il capitalista si limiterà a far svolgere all'ex artigiano il suo vecchio lavoro, costringendolo a lavorare per un tempo superiore e appropriandosi del valore del prodotto eccedente il bisogno dell'operaio: a questo livello il lavoro dell'operaio è ancora assolutamente "mestiere", somma di cognizioni tecnico-professionali, patrimonio dell'operaio, perché acquisito attraverso un lungo tirocinio. A questo livello, il lavoro è "l'esplicazione dell'energia vitale dell'operaio", la realizzazione delle sue capacità di produzione, il suo movimento: "suo", non del capitalista, nemmeno della macchina. Considerato come funzione personale, nella sua realtà, il lavoro non è funzione del capitalista, è funzione dell'operaio. Di qui l'antitesi in forza della quale, "all'interno" del processo lavorativo, una volta realizzatosi lo scambio salario-forza lavoro, "le condizioni oggettive" del lavoro, in quanto capitale (e in quanto "autorità" del capitalista) si ergono di fronte alla "condizione soggettiva" del lavoro, al lavoro stesso (e all'operaio che lavora). Nella misura cioè in cui il lavoro permane, a questo stadio, esplicazione personale dell'operaio, si ha un vero e proprio conflitto tra operai e capitalisti "per la gestione" del processo lavorativo (ecco la linea "gestionale" dei sindacalisti ex operai di mestiere). Il padrone risponde progressivamente, togliendo professionalità all'operaio e inserendola nel sistema di macchine. Le tappe di questo processo di spersonalizzazione del lavoro, che sono le tappe dello sviluppo tecnologico della produzione capitalistica (si tratta di un processo che ha evidentemente una durata più che secolare e una serie di fasi intermedie), si scandiscono sui ritmi e a risposta delle insorgenze operaie; dice Marx: "La macchina diventa l'arma più potente per reprimere le insurrezioni periodiche degli operai, gli scioperi, ecc., contro l'autocrazia del capitale. Si potrebbe scrivere tutta una storia delle invenzioni che dopo il 1830 sono nate soltanto come armi del capitale contro le sommosse operaie". Sottrarre all'operaio quanta più autonomia possibile riguardo all'uso della sua capacità lavorativa, è la prima legge per il capitale, nella lotta del lavoro. Solo quando l'investimento tecnologico raggiunge livelli tali da stritolare dentro di sé la professionalità dell'operaio si ha, secondo Marx, la sussunzione reale del lavoro al capitale quando cioè, sulla base delle condizioni formali della sottomissione del lavoro al capitale "si erge un modo di produzione tecnologicamente (e non solo tecnologicamente) specifico che modifica la natura reale del processo lavorativo e le sue reali condizioni11.
L'industria tessile biellese è tra le prime a sperimentare questi passaggi. Lo sciopero del '77, per esempio, che inizia a Crocemosso e si allarga con buone adesioni e solidarietà e contributi di dura lotta (con crumiri, forze di polizia, scontri, picchetti, ecc.)12, segna decisi progressi della classe operaia soprattutto per l'istituzione di regolamenti non repressivi13. "Ma l'introduzione del telaio meccanico fu notevolmente accelerata: quella disciplina operaia che non si riusciva più a ottenere attraverso i regolamenti si conseguiva incorporando il lavoro nella macchina". Le ristrutturazioni dopo gli scioperi rappresentano "il punto di svolta fra telaio a mano e telaio meccanico, tra manifattura e fabbrica, tra manodopera prevalentemente artigianale maschile adulta e impiego di massa di dequalificati"14. Un autorevole dirigente sindacale come D'Aragona nota in un suo intervento che "le capacità tecniche che caratterizzavano un tempo l'operaio propriamente detto" sono sempre meno richieste e questi si riduce sempre più a un "manovratore di macchine più o meno complicate"15.

Il problema della composizione della classe operaia, divisa tra i nuclei di specializzati e le masse ormai dei non qualificati, si ripercuote sul piano dell'organizzazione sindacale. Le differenze, non solo di salario ed orario, ma pure di preparazione e mentalità, sfociano in concezioni della lotta diverse. Soprattutto l'operaio di mestiere è primo attore nel sindacato. La tradizione artigiana e corporativa, che in Italia ha profonde radici e diffusione generale, lo spinge a nutrire un alto concetto del proprio "mestiere" e della propria specializzazione, in fabbrica e fuori. La coscienza e anche la fierezza di far parte di un certo mestiere e non di un altro sono talmente sentite che le organizzazioni di resistenza primaria si formano sulla base di un'estrema specificazione dei mestieri; e questo avviene spesso pure nei settori dove è già presente una struttura aziendale di tipo moderno con una forza-lavoro omogeneizzata. Così esistono sovente tante leghe, con interessi e rivendicazioni dissonanti, a volte in contrasto, quante sono le molte specializzazioni. Risulta dunque divisa l'azione sindacale, ben minore l'efficacia sul piano della compattezza della classe, della solidarietà, della lotta.
Rinaldo Rigola è operaio di mestiere da sempre. Suo padre operaio tintore, orgoglioso del "mestiere", originario di Occhieppo (la madre di Valle Mosso). I nonni operai tessili qualificati. Il "mestiere" insomma come tradizione di famiglia, tradizione operaia. "Nacqui a Biella il 2 febbraio 1868, sotto la parrocchia di Santo Stefano, che sarebbe come a dire nel cuore della città, la quale è situata a sua volta, nel centro del circondario, 'tra il monte ed il verdeggiar del piano'. Biellese cittadino io, biellesi del contado i miei genitori, i nonni, i bisnonni su su fino alla punta dell'albero genealogico. Sul quale albero per dire la verità io mi sono arrampicato solo per quel tanto che mi ha permesso di convincermi che discendo da pura schiatta operaia e plebea. Non ho scoperto tra i miei maggiori non dirò un notaio, ma nemmeno uno scrivano od un usciere. Da almeno tre o quattro generazioni essi furono tutti operai del braccio, artigiani o salariati, agricoltori, lanieri, tintori o conciapelli"16. In questa dichiarazione c'è la fierezza radicata, un po' di casta, quasi atavica e ingenua, di appartenere solamente a una "pura schiatta operaia".
Rigola imbocca la strada ereditaria. Impara il mestiere di intagliatore ebanista, dopo aver completato, più fortunato di molti altri, la scuola elementare. "Nel mestiere è la vita e l'indipendenza". Dal punto di vista politico si avvicina giovanissimo a idee repubblicane democratiche, a cui segue un periodo di simpatie anarchiche (posizioni influenzate in questi anni dalla presenza e attività anarchica in Piemonte17, dalle sue conoscenze nell'emigrazione, da un carattere istintivo ed emotivo, dalla carenza generale di analisi approfondite per il proletariato: Rigola solo nel '93 riesce a leggere, tradotto, il "Manifesto" e comincia il "Capitale"). "Nel Biellese, come del resto in tutto il Piemonte, i primi socialisti appartennero alla scuola dei cosiddetti comunisti-anarchici, che era poi in sostanza la vecchia scuola del Bakunin, integrata e corretta dal Kropotkin e dagli altri moderni [...]. Quella psicologia messianica ci faceva tetragoni a tutte le transazioni col mondo capitalistico. Consideravamo un inciampo e un perditempo l'operaismo del 'Partito Operaio'. Le società operaie, divenute più spesso centri di conservazione, perdevano ogni importanza ai nostri occhi, e le stesse agitazioni parziali per la conquista di miglioramenti ci lasciavano freddi. Io non ero più quello scettico imbelle che confessava a se stesso essere vana ogni resistenza economica verso i padroni, poiché 'i ricchi sono fatti per comandare e i poveri per servire'. Ero giunto alla fede. Credevo adesso alla possibilità di riscattare il lavoro dalla servitù del capitale; ci credevo fino al fanatismo. Ma per ciò bisognava abbattere un sistema. Dritti dunque alla meta, senza trepidanze, senza debolezze"18. Sono anni di formazione politica un po' disordinata, di passione rivoluzionaria; che rinnegherà.
Secondo le consuetudini del tempo lavora anche in altre zone d'Italia, in Francia, in Svizzera. A Biella torna con frequenza e, attorno al '95, vi si stabilisce, mettendo su "bottega" di artigiano indipendente. Qui aderisce al socialismo, diventa attivista, consigliere comunale, utilizza la sua bottega quasi come ufficio, dirige, dopo aver partecipato alla "storica" riunione di Monte Rubello, il "Corriere Biellese". Nel '97 si presenta alle elezioni parlamentari e non ce la fa, malgrado la discreta affermazione di voti. Fugge, a causa di una condanna per un articolo del giornale, in Svizzera e Francia (è questa una esperienza importante, di un periodo di tre anni, da non sottovalutare anche per la sua preparazione politica e culturale in generale, per i contatti con il solido movimento sindacale francese). Nel 1900 viene eletto deputato. Per una grave malattia agli occhi contratta anni prima in un incidente sul lavoro, diviene cieco (cosa che non gli impedirà, grazie ad un'incredibile tenacia, di continuare la sua attività politica). Gli è affidata una sezione specializzata per i problemi economici e sindacali e del lavoro, poi la direzione di giornali sindacali. Entra dunque nella sua dimensione "nazionale". E si esprime, schierandosi con l'ala moderata del partito socialista (non subito, a dire il vero: c'è un periodo di ambiguità, più sugli schieramenti tuttavia che non per le idee), con formulazioni apertamente riformistiche: sfruttare ogni appiglio della legalità, rifiuto del verbalismo e di concetti rivoluzionari violenti, conquiste graduali, attenzione particolare all'organizzazione, alle strutture del movimento, ai problemi rivendicativi economici, accettazione di parecchi obiettivi e metodi democratici (suffragio universale, democrazia parlamentare ecc.). Posizioni che si inseriranno in una situazione nazionale profondamente mutata: il periodo giolittiano vedrà infatti lo sviluppo della grande industria e il "grado di socializzazione massiccia del lavoro"19; l'affermazione di organizzazioni su base territoriale, "la Camera del Lavoro, che rappresenta tutti i mestieri di una località"20, con un superamento delle leghe di mestiere; un conseguente atteggiamento diverso del proletariato: "con l'aiuto reciproco reso possibile dalla associazione il proletariato poteva abbandonare la nostalgia del passato ed inserirsi efficacemente, accettandola, nella vita politica del suo Paese. Insomma dal piano genericamente ribellistico ed anarchico, esso passava al piano costruttivo ed acquisiva a poco a poco la precisa consapevolezza della sua maturità"21. Uscirà così la vera "natura" di Rigola; intorbidita negli anni precedenti da qualche impetuosità giovanile e da influenze esterne. La natura e le inclinazioni di un operaio di mestiere, che diventa sindacalista e politico.

Caratteristica, nella seconda metà dell'Ottocento, dell'operaio di origine artigiana è formarsi delle idee politiche con l'esperienza delle società di mutuo soccorso e dell'associazione democratica, con letture di autodidatta e attraverso le conoscenze nell'emigrazione. Testimonia Rigola: "Più di un lettore stenterà a credere che i socialisti biellesi, se erano dei semplici operai manuali, leggessero una rivista francese (la "Révolte" di Parigi, rivista rivoluzionaria), ma la cosa non può fare meraviglia se si pensi che quegli operai avevano cominciato di buon'ora a girare il mondo. I più conoscevano il francese almeno quanto l'italiano, perché soliti ad emigrare in terre dove si parla francese, ed anche quelli che non emigravano si industriavano ad imparare da sé le lingue straniere, assecondati spesso in questa loro esperienza dal soggiorno in carcere o al domicilio coatto"22. L'operaio di estrazione artigiana è di opinioni democratiche, che ha coltivato presso i circoli mazziniani; sovente è socialista. Abituato al lavoro basato, come dicevo, su una rigida gerarchia e su quasi un codice morale, pretende dal suo sottoposto lo stesso riguardo che egli ha verso il datore di lavoro. Riconosce i diritti del proprio "garzone" e esige che siano rispettati i suoi.
Ha, anche sul piano sociale, consuetudini abbastanza precise, serie, radicate, in fondo emblema di una società e dell'anima di un popolo. "Non c'era più il tempio divino e non c'era ancora quello della scienza. Gli operai andavano ancora a messa la domenica, ma solo per abitudine. Rimanevano in piedi in fondo alla chiesa e discorrevano fra loro del più e del meno come se fossero rimasti in piazza. Finita la messa si facevano un quarto di segno di croce e poi se ne uscivano fissando il ritrovo del pomeriggio per la partita". "Mio padre, che non fu mai, neanche in gioventù, uomo da osteria e che non perdette mai un'ora di lavoro per darsi alla gozzoviglia, esso era pur nondimeno un uomo del suo tempo a cui non dispiaceva affatto la partita domenicale con gli amici. Egli fu tra i fondatori di qualcuna di queste società"23. Sono le "società del vino", una "istituzione" tipicamente operaia.
Nella sua giovinezza Rigola acquista con un duro tirocinio (con cui forma carattere e mentalità) e apprendistato la devozione quasi per il "mestiere", il simbolo della personalità e dell'abilità dell'operaio, la manifestazione della sua perizia, della sua indipendenza, della sua possibilità di lotta, del proprio, certo, "potere", in fabbrica e fuori. Quel mestiere che il padre considera la cosa più importante da tramandare al figlio. "La prole, se non poteva ancora dirsi numerosa, era però gia discreta. Mio padre pensava di darmi un mestiere. Non è che egli non desse importanza alla istruzione, tutt'altro; sarebbe stato anzi suo vivo desiderio potermi mantenere a scuola parecchio... Più avanti nella scuola andavano soltanto quelli che aspiravano a diventare commessi di negozi o scritturali di ufficio. Ora, mio padre non aveva grande simpatia per questo genere di impieghi. - Meglio un operaio che uno scribacchino. Ne conosco tanti di questi poveri 'travet' a sessanta lire al mese, obbligati a nascondere al pubblico la propria miseria. Proprio non sono da invidiare. Almeno un operaio può andare vestito alla buona senza farsi guardare"24. D'altronde suo padre (e i suoi nonni) ha sperimentato direttamente; tintore, e in tintoria "o si è chimici o si è manovali", si è forgiato attraverso faticosi e lunghi anni di addestramento. "Mio padre, che del resto era un qualificato tintore e stampatore di stoffe, si era trovato per caso capo reparto del filato di cotone presso la ditta Luigi Delpiano nella quale era allora impiegato. Non sapeva di chimica, non conosceva i processi tecnici: aveva soltanto avuto modo di imparare dal suo predecessore, uno svizzero tedesco, e lo aveva poi sostituito, a riprova dell'adagio secondo cui la pratica vale almeno la grammatica"25.
Certo possedere un mestiere non rappresenta soltanto l'orgoglio e un piacere per chi ne è provvisto, trascina anche con sé implicanze politiche considerevoli, di cui Rigola appunto risente nella sua formazione di sindacalista. Il "sindacalismo degli specializzati" infatti è, in questo periodo iniziale di organizzazione del movimento, una scelta obbligata. Vanno ricordate e sottolineate l'assenza di qualunque protezione legislativa del posto di lavoro; la mobilità sociale fabbrica-agricoltura; la presenza di un esercito di riserva di forza-lavoro. Di fronte a questi pericoli il vero punto di sostegno, di tutela, su cui la classe operaia può fare affidamento è la non surrogabilità dello specializzato, il bisogno del padrone di tenersi la di lui collaborazione "attiva", responsabile, poiché è conscio di essere soggetto "produttore". Erodere questo "potere" dell'operaio basato sulla sua insostituibilità, è un costante obiettivo dell'avversario di classe; al quale, proprio come riportato da Marx, non rimane che la macchina, il rinnovamento tecnologico (e un nodo cruciale del ribaltamento uomo-macchina nella direzione del lavoro è costituito dall'introduzione di metodi basati sul taylorismo) per togliere professionalità, e quindi armi di lotta, all'operaio.
Questi operai qualificati plasmatisi su modelli artigiani e su idee democratiche si può dire che congiungono la coscienza di classe con una mentalità tipicamente corporativa, frutto dell'alto concetto che hanno del "mestiere", che con notevole sforzo hanno imparato. Da qui scaturisce la loro tendenza, quella che sarà dei riformisti nel sindacato, alla attività soprattutto rivendicativa, quotidiana, spesso sulle piccole cose, che dà più vantaggi ai qualificati ed è meno utile ai generici e alla manovalanza delle zone poco industrializzate. Con minima attenzione all'ideologia e buona propensione alla trattativa, "i lavoratori professionali si proponevano come mediatori tra gli interessi e le logiche di categoria. [...]. Lo scarto culturale, sempre insito tra l'operaio di mestiere e quello qualificato, giocava in questo caso un ruolo di moderatore delle tensioni sociali, che si esplicava in una più marcata accentuazione riformista e gradualista, in una più pronunciata disponibilità al compromesso"26.
Il Rigola del Novecento, segretario della Cgil, assumerà proprio come sua impostazione di fondo, il fatto che i sindacati avrebbero funzionato con efficienza, si sarebbero sviluppati e avrebbero raggiunto i loro scopi solo concentrando la loro azione sui problemi concreti ed immediati dei lavoratori. Per lui il sindacato avrà una funzione rigorosamente indipendente da quella dei partiti politici, garantire cioè ai lavoratori conquiste graduali sul posto di lavoro; dovrà sì ammettere l'importanza di altre questioni e la necessità di operare con il partito socialista (ma non mancheranno tante polemiche con i "deputati avvocati"), tuttavia al centro dell'attenzione sindacale e politica di Rigola resteranno sempre i problemi relativi alla condizione operaia. Rigola rappresenterà così fino al primo dopoguerra l'immagine della politica riformista del sindacato, sosterrà l'autonomia esasperata (anzi quasi l'egemonia sul partito) di questo, una linea complessiva sostanzialmente moderata, che si porrà "nella tradizione di un sindacalismo gradualistico, tipico dei paesi dell'Europa settentrionale"27. E, evidente conseguenza di tali premesse, si batterà nella costruzione di organizzazioni solide, per un sistema di alti contributi atto a sostenere l'apparato di funzionari e per l'accentramento delle iniziative sindacali.
Questo l'atteggiamento che Rigola terrà sino agli anni dell'avvento del fascismo. Con conclusioni davvero poco esaltanti. Infatti nello stato corporativo fascista verrà individuato il "ponte di passaggio" verso lo stato operaio, il sindacato giuridico, la magistratura del lavoro, le leggi sociali saranno, secondo lui, le prime realizzazioni su una strada giusta. Uno strappo? Al di là dell'ovvio giudizio negativo sul "collaborazionismo" di Rigola (tra l'altro, malgrado le sue perentorie affermazioni a guisa però di giustificazione, non produrrà nessun beneficio alla causa della classe operaia) ritengo che vadano tradotte in superficie ed esaminate alcune connessioni, alcuni elementi quasi di continuità tra la mentalità di un certo riformismo e la subordinazione alle proclamazioni, pur false e adatte a celare la dura faccia antioperaia del fascismo, dello stato corporativo.
Anche se Rigola si troverà ormai fuori dal tempo. Sarà proprio il biennio rosso infatti a segnare, con la massificazione delle lotte, stabilendo il vertice di una composizione di classe e aprendo un nuovo processo, la tomba dell'operaio di mestiere "protagonista" sindacale. Il riformismo ha indubbiamente, e soprattutto Rigola e Turati con esso, un merito storico, quello di aver strappato "masse ingenti di lavoratori ai vecchi vizi del settarismo e dell'estremismo"28; però durante l'occupazione delle fabbriche manifesti saranno i limiti e le pecche di un po' tutto il riformismo sindacale e politico italiano, incapace di comprendere la nuova realtà operaia e di guidare un movimento rivoluzionario.
Nessuno può comunque scordare che, alla fine dell'Ottocento, con i gruppi di operai professionali, con Rigola alla testa, avviene la prima completa fase di sviluppo dell'organizzazione sindacale. Questi operai specializzati riescono, in tempi tanto difficili, forti delle loro tradizioni democratiche, ad assicurare la stabilità organizzativa del movimento sindacale e costituiscono il nucleo promotore delle lotte operaie. La parte più qualificata, e più politicizzata, della forza-lavoro tessile si consegna alla storia della classe operaia con queste parole del suo ottimo rappresentante, Rinaldo Rigola: "I tessitori a mano guadagnavano dei salari che, per quei tempi, potevano considerarsi privilegiati. Essi avevano forse il torto di 'lunediare' e magari 'martediare' (tessitori e cappellai andavano famosi in questo), ma in ciò era la prova del loro relativo benessere economico. Quale avvenire si preparava per essi se l'introduzione della macchina li espelleva in massa dalla fabbrica? Che cosa avrebbero fatto del loro telaio i lavoratori a domicilio se veniva sopraffatto dalla concorrenza del telaio meccanico e della mano d'opera femminile? [...] I tessitori saranno travolti perché la loro resistenza sarà simile al tentativo di fermare un treno in corsa con un bastone da passeggio; ma incrudelire contro di essi con delle misure di polizia, ma fare strazio della loro reputazione è indegno di una società civile [...] Il pretore di Mosso S. Maria aveva addirittura stabilita una equazione di questo genere: tessitore = canaglia. Allorché gli imputati gli comparivano davanti, domandava loro:
Siete tessitori voialtri?
Sì signore
E allora basta. La legge vi condanna. E passava a stendere la sentenza"29.

Vorrei così concludere con alcune osservazioni sparse, più vicine ai nostri tempi. Indubbiamente in un'economia come quella tessile biellese poi rimasta abbastanza statica per anni soprattutto nelle vaili, le tracce, sia nell'organizzazione sindacale e politica sia nella mentalità dei quadri dell'opera e della formazione ideologica degli operai di mestiere sono restate fino ai nostri giorni. Il tessuto del movimento operaio, per esempio in Valsessera, si è basato, anche nel periodo del secondo dopoguerra, anche nelle lotte dei primi anni '60, sulla forza di un operaio politicizzato, di discreta cultura, autodidatta, fermo nel credere nell'organizzazione, di convinzioni democratiche, ancora un po' corporative, ancora con residui gestionali, ancora fiducioso nel suo lavoro (certe lotte, come quella per il cottimo, potrebbero forse essere lette anche da questa angolazione). La crisi del lanificio tradizionale ha dato il colpo di grazia a tale figura di operaio-politico nella fabbrica, l'immissione di giovani provenienti dalla scuola di massa nell'attività politica ne ha scalzato la leadership nei partiti del movimento operaio.
Credo non siano, pur trasformate profondamente, invece in procinto di morire le caratteristiche di un certo artigiano, personaggio tipico ieri, e in parte ancora oggi, nelle valli. La storia delle nostre valli poggia molto su queste figure di lavoratori, autodidatti, orgogliosi della propria autonomia e delle abilità sul lavoro, pervicaci nel voler essere liberi nelle scelte di lavoro e di vita. Sono qualità che, sfrondate di ogni simpatia "romantica", adattate a una società sofisticata tecnologicamente come la nostra, sono convinto che rimangono; almeno nelle valli. Osserva Rigola: "Questo culto delle vecchie generazioni per il mestiere mi ha sempre suggerito delle riflessioni. È un fatto che il mestiere è una grande cosa, e si spiega perfettamente perché fosse tenuto in gran pregio nel periodo precapitalistico. Il mestiere è un capitale; un capitale che si può perdere, come ogni altro, ma che corre minor rischio del capitale mobiliare o immobiliare. Non ci sono banchieri capaci di privarne chi lo possiede. Nel mestiere è la vita e l'indipendenza. Io non potevo certo allora comprendere il perché dell'importanza che allora si dava al mestiere; ed è fuor di dubbio che lo stesso mio padre, nel consigliarmi, si lasciava guidare dal senso pratico più che da profonde conoscenze economiche. Quel non essere obbligati a recarsi al lavoro al suono della campana, quel disporre dei mezzi di lavoro, per poter in un qualsiasi momento aprire uno sgabuzzino o lavorare in casa per proprio conto, disporre, insomma, delle capacità di guadagnarsi la vita, sia pur questa poverissima, senza bisogno di rinunciare alla propria libertà, senza l'assillo di essere da un momento all'altro buttati sul lastrico, tutto ciò doveva rappresentare un bene inestimabile per le vecchie generazioni non ancora plasmate conformemente alle esigenze dell'economia capitalistica"30.
Se, invece, all'opposto, come è giusto per cogliere sempre i punti più alti dello sviluppo economico e della lotta di classe, vogliamo parlare dell'operaio "metropolitano", credo vadano studiate e dette cose ben diverse, soprattutto sulla diffusa disaffezione al lavoro, verso il "valore-lavoro", propria particolarmente delle giovani generazioni operaie, dei soggetti antagonisti "inattesi" dell'ultimo decennio31.


note