Francesco Omodeo Zorini (a cura di)

Conversazione con Terracini
Il Partito comunista, Gramsci e Togliatti



Ricorre quest'anno il centenario della nascita, avvenuta a Genova, di Umberto Terracini, ebreo, avvocato, uno dei fondatori del Partito comunista d'Italia al congresso di Livorno del 1921, con Gramsci, Bordiga, Togliatti. Uno dei padri carismatici della Repubblica e della tavola delle sue leggi (oggi tanto lordata dalla perdita di spessore etico di troppi professionisti della politica italiana), essendo stato presidente dell'Assemblea costituente nel 1947-48.
Scontò diciassette anni (dal 1926 al 1943) tra carcere e confino fascista per le sue idee rivoluzionarie ed antifasciste. Tale condizione dolorosa e avvilente lo fortificò negli ideali, nell'intelligenza, nella razionalità. Non gli risparmiò nemmeno, a causa della sua ostinata autonomia di giudizio pur nella fedeltà ai principi, l'emarginazione e l'ostracismo ed infine l'espulsione dal partito, a causa del suo dissenso nei confronti della politica del socialfascismo, della cosiddetta "svolta" del '30, e questo in concordanza di vedute con Gramsci.
Caduto il regime e recuperata la libertà, quella dell'habeas corpus, avendo conservato sempre quella spirituale, prese il suo posto nella lotta partigiana e in Ossola, durante la "Zona libera", come segretario fu verbalizzatore meticoloso delle sedute della mitica giunta provvisoria di governo della "Repubblica partigiana" di eco internazionale.
Riammesso al partito soltanto dopo la fine della guerra, rappresenta il modello del comunista libero, indipendente nel giudizio, granitico nell'indefettibilità. Rossana Rossanda nel necrologio per la sua morte, comparso ne "il manifesto", scrisse: "Una voce secca, mitragliante, senza voli retorici, senza mutamenti di tono, una passione fredda che ammutolisce e incanta un mare di teste nelle grandi piazze" del dopoguerra. "Ascoltato come nessuno, dopo Togliatti; quell'intelligenza apparentemente senza emozione, quel sapere senza concessioni, di giurista e istituzionalista, erano del Pci, dunque nostri, del proletariato accanto a noi - quello povero, quello incolto, quello cui l'altra politica si rivolgeva con lusinghe basse e accenti viscerali, come se la razionalità non potesse essere mai suo patrimonio".
Negli anni settanta accettò di stilare la presentazione del mio studio su "La provincia rossa" che poi non vide mai la luce... della pubblicazione in volume. Ebbi così la fortuna di incontrarlo e di fissarne la parola al magnetofono nel gennaio 1977, a Novara, in casa della signora Laura, figlia del fratello di Umberto, Benvenuto, il grande linguista che aveva saputo coniugare storicismo e analisi critica in quella pietra miliare che è "Lingua libera e libertà linguistica".
Anche per il mandato contenuto nell'epilogo della testimonianza di Terracini, il prezioso suo dire è rimasto gelosamente custodito e oggi di non agevole scioglimento, credo tuttavia si debba sottolinearne l'immediatezza dell'oralità, questa certamente preservata per intero.

Il nostro partito nei primi anni della sua esistenza è stato essenzialmente un partito bordighiano, volendolo e non volendolo, cioè non è stata una forza che operava nel campo della politica: non ne aveva la forza, non ne aveva l'autorità. Ed era stato essenzialmente un centro di... non dirò soltanto di opinione, ma di pensiero e si rivolgeva verso l'esterno, proprio formulando giudizi e indicando prospettive che superavano il contingente, il piccolo e anche il medio termine e a questa stregua la presenza di Gramsci di per sé non è che abbia creato delle situazioni diverse o che autorizzi dei giudizi diversi.
Gramsci stesso ne era il più consapevole, tant'è vero che, fino al 1923, non ha in nessun modo... non dico cercato di farsi valere - non era nel suo carattere né nella nostra consuetudine - ma non ha cercato neanche di stabilire delle differenze nei confronti del partito, e quindi di Bordiga in cui esso si incarnava...
Però Gramsci aveva una grande preoccupazione, quella della piena corrispondenza con le posizioni dell'Internazionale e, a un certo momento, si è trovato a dover scegliere, visto che il partito bordighianamente concepito e diretto incominciava veramente a spostarsi e a deviare dalle linee dell'Internazionale.
Allora la sua azione è stata diretta a impedire che questo avvenisse. Mi sembra che affinché questo non fosse avvenuto era necessario introdurre delle modifiche anche profonde nella linea del partito. Era disposto e deciso a fare questo perché il termine di confronto fondamentale era l'Internazionale. Era la nostra forza, in definitiva: senza l'Internazionale comunista come saremmo stati noi?
Allo stesso congresso di Livorno, ma poi nel '21, nel '22, nel '23 e specialmente nei confronti delle masse operaie, nelle quali soltanto potevamo cercare la nostra forza, perché gli operai della Fiat hanno seguito il Partito comunista, hanno seguito l' "Ordine nuovo", non tanto perché avessero ben compreso e si fossero immedesimati nelle posizioni ideologiche e dottrinarie di questo gruppo, ma perché questo gruppo appariva come il portatore più schietto della Rivoluzione di ottobre, intorno alla quale poi si avevano ancora notizie abbastanza relative.
Il nostro partito viveva in gran parte di riflesso di questo apporto di valori morali o politici che non venivano fuori dalla sua azione, non aveva ancora un passato, anzi da questo pumto di vista era in una situazione molto difficile, perché le masse lavoratrici italiane avevano avuto una grande fiducia nel Partito socialista e dovevano al Partito socialista quel tanto o quel poco che avevano conquistato durante il decennio precedente.
Gramsci avvertiva questo, d'altra parte aveva per implicito l'estrema fiducia dei massimi dirigenti dell'Internazionale, evidentemente Lenin, ma poi anche Trotzki, Zinoviev, quelli che apparivano allora i cinque - la cosiddetta pietorche - i cinque erano anche i dirigenti essenziali del Partito comunista russo.
Ad un certo momento per l'Italia si sono posti dei problemi per i quali non si poteva cercare una soluzione in un precedente, sia anche di carattere ideologico o dottrinario. Il fascismo. Abbiamo avuto il grande "privilegio" di questo fenomeno ormai assurto a un valore universale che ha dominato questo secolo che stiamo vivendo. È nato in Italia dalle condizioni obiettive nel nostro Paese, non perché Dio a un certo momento, dovendo piantare questa nuova pianta, abbia cercato dov'era il vaso più adatto e ha trovato l'Italia, ma perché qui c'erano i moventi essenziali che hanno portato a questo particolare fenomeno politico e storico. E allora ci siam posti dei problemi di cui non si poteva trovare la soluzione: nelle decisioni dell'Internazionale, nell'esperienza del partito russo, negli avvenimenti della rivoluzione sovietica.
Bisognava che fossero pensati da noi sulla base delle nostre esperienze, della nostra situazione. E qui Gramsci ha incominciato a prendere quella posizione che lo ha poi completamente differenziato. Gramsci aveva per Bordiga un'enorme stima e grande affetto, vero, profondo affetto, per cui gli deve essere costato una tragedia interna il dover incominciare a differenziarsi e poi anche a combatterlo e tanto più Gramsci ha dovuto contrastarlo, tanto più si è constatato che Bordiga invece era considerato dalla grande maggioranza degli iscritti come "l'uomo del partito". A Lione vinse ancora Bordiga, è vero, ci sono voluti due anni, successivamente, però non alla prova in un confronto di carattere ideologico-dottrinario astratto, ma alla prova dei fatti.
L'assassinio di Matteotti, l'Aventino, la condotta in sede parlamentare del nostro gruppo: lì non si trattava più di trovare delle belle formulazioni di un concetto teorico, ma di stabilire un passo che il partito ha cominciato a fare nella politica in quel momento. Prima non lo aveva fatto. Prima era stato ipnotizzato dal problema dei rapporti col Partito socialista, la minacciata fusione, tutte queste cose. Secondo me il partito aveva una linea giustissima e se poi è divenuto quello che è divenuto, è perché in quel periodo si è comportato come si è comportato.
Ad ogni modo Gramsci ha cominciato a distanziarsi. In definitiva sino al '45, sin quando i suoi "Quaderni del carcere" non sono stati offerti, sia pure in parte spurgati, all'inizio, alla conoscenza generale, la grande massa del partito ha ignorato che cosa Gramsci avesse pensato, come avesse continuato a lavorare il suo cervello per quei venti anni. E quindi Gramsci non ha influito per vent'anni sulla politica del partito.
Io ho sempre avuto stima per Togliatti, in certi momenti ammirazione, un grande affetto fraterno, se no tra di noi non sarebbe esistito questo fatto specifico del sentimento... Ma non è vero che Togliatti si sia differenziato dall'Internazionale e dallo stalinismo, non è vero e non c'è una spiegazione. Togliatti è stato plagiato proprio nel significato direi medico del termine, è stato plagiato durante quel periodo, anche perché era sua natura. Togliatti non era un coraggioso, d'altra parte non è mica una colpa questa: c'è il temerario e c'è l'ultraprudente.
Inoltre durante il periodo in cui Togliatti ha incominciato ad assurgere al ruolo e alla funzione di capo del partito, si è trovato a vivere in condizioni piuttosto difficili. Non so quanti sarebbero riusciti a sfuggire al plagio dello stalinismo; e lui era là nel momento in cui questi problemi li risolvevano mettendo uno al muro. Uno? Centinaia, migliaia - nevvero - e specialmente i dirigenti dei piccoli partiti dovevano pensarci.
Il gruppo dirigente del partito polacco è stato fisicamente distrutto durante quel periodo, tra il 1935 e il 1936. E così gli altri partiti più piccoli, specialmente i dirigenti dei partiti comunisti degli altri continenti... E lui era lì, giorno per giorno, che viveva questa vita col costante pericolo di una possibile morte.
Il coraggio non c'era in lui ed è impensabile che a renderlo così, direi, ossequiente - per quanto grandioso - abbia contribuito l'idea che comunque bisognava conservarsi per il nostro Paese.
Non si poteva presagire tanto facilmente e leggermente che lui dovesse tacitamente preservarsi e se l'ha pensato ha avuto ragione. La spiegazione si può sempre rinvenire nella produzione ingente del suo grande intelletto. Si può sempre trovare un argomento che permetta di sostenere, volendolo, che ha avuto una tale opinione e ha condiviso una tale posizione, non so come non sarebbe possibile trovare, non dico due pagine ma mezza pagina, quattro righe che possano servire a sostenere che questa persona aveva in realtà anche questa idea. Non dico questa sola idea.
L'opera di Gramsci, dal punto di vista delle dimensioni, è molto minore di quella di Togliatti, ma molto più densa; credo proprio che, come lui stesso ha detto, gli abbia garantito l'eternità.
Togliatti invece ha sempre scritto per l'occasione, la contingenza, la situazione politica immediata che si presentava. Si può trovare qualche frase che permetta, ad esempio, di dire: "La via italiana al socialismo", ecco, in realtà, questa concezione importante, seria, che ha inciso e continua ad operare si può incominciare a ritrovarla in Togliatti, che del partito ben conosceva ogni vicenda, fin da quegli anni, ma sono lampeggiamenti, è una lucciola che passa nel prato: ecco è là, eh sì, ma quando torni per acchiapparla non la trovi più! Il che non sminuisce i grandi meriti, i titoli che ha Togliatti per essere riconosciuto una grande, grandissima persona. Infatti, sotto un altro taglio, bisogna dire che gli accordi sono relativi al momento storico, alla situazione, al fatto, alla congiuntura, al problema che si pone, e allora va detto che era una scelta di campo che in quegli anni era doverosa se volevi salvare il partito, perché era Togliatti il segretario del partito, per cui ha fatto una scelta di campo: si è schierato con l'Internazionale comunista.
Intendiamoci, oggi son discorsi che possiamo fare proprio perché... Come è saggio lo Stato quando stabilisce che tutti i documenti riservati, seppur di interesse pubblico, per mezzo secolo son chiusi in archivio!
Chiediamoci oggi, a cinquant'armi di distanza, se Togliatti non fosse stato convinto, se avesse compiuto un gesto - non era un gesto -, avesse assunto un atteggiamento e si fosse comportato in maniera conseguentemente tale da essere liquidato tra le altre personalità, cioè tra gli altri compagni, allora quale avrebbe potuto rappresentare il ruolo che lui ha rappresentato e condursi come lui si è condotto?
Tante volte ho avuto con lui anche... non dico dei fieri contrasti, ma delle perplessità delle discussioni... ma anche in quei casi, però, in fondo, non era il vero Togliatti, ma quello uscito dal plagio che aveva subito e dal quale non ci si libera immediatamente, perché anche i plagiati, quand'anche si allontanano ed escono dall'ambito di azione di chi li plagia, portano con sé per un certo periodo di tempo questo peso deformante.
Quindi perché Togliatti nel 1944 è venuto in Italia come portatore della cosiddetta svolta di Salerno? Non lui dobbiamo giudicare in quel momento, ma la linea staliniana e noi dobbiamo giudicarla dal punto di vista della politica mondiale.
Stalin si era coperto di obbrobrio nei confronti dei problemi del suo Paese. Solo di esso - uno potrebbe dire - perché non aveva il potere di spingere fuori dei confini dell'Unione Sovietica la sua mano adunca ed afferrare altre persone. Ad ogni modo la politica mondiale in quegli anni - mettiamo in disparte l'obbrobrio del patto con von Ribbentrop che ha certamente molto contribuito allo schiacciamento della necessità di combattere il nazismo -, la divisione del mondo in sfere di influenza tra Stati Uniti e Unione Sovietica ha imposto all'Italia la sfera di influenza degli Stati Uniti, d'altra parte c'era l'esercito degli Stati Uniti in Italia. Credo che sarebbe stato molto difficile rifiutare a Truman l'Italia come sfera di influenza americana quando qui c'erano le truppe americane e, d'altra parte, da un punto di vista direi culturale, anche come orientamenti di civiltà, l'Italia fa più parte del mondo occidentale che del mondo dell'Europa centro-orientale.
Quindi Togliatti è venuto in Italia come fautore - certamente non l'ha escogitato lui (passi che l'ha compiuto) - dell'incontro di Salerno. Evidentemente non solo non c'era il filo diretto con Mosca per chiedere alla sera: "Che cosa devo fare domani mattina, compagno Stalin?" ma, anche se ci fosse stato, non se ne sarebbe avvalso in quel modo, credo, banale, ma ha continuato, ha seguito una linea che era giusta da quel punto di vista, sia come politica internazionale e poi anche come politica interna. Una situazione che ha dato a noi la possibilità di spezzare un orientamento politico perdente. Continuo a pensare che altrimenti saremmo precipitati in un abisso: l'abisso della Grecia e quindi penso che quella fosse la politica che bisognava seguire.
Da quel momento in Togliatti è venuta sempre più enucleandosi chiaramente questa concezione di una via italiana al socialismo, che implicava di emanciparsi dalla pesante tutela, dall'obbligo imperioso di fare soltanto quello che veniva deciso a Mosca...
Nel '48 diedi un'intervista a un giornale americano, che fece molto chiasso, sui problemi dei rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica. C'erano i primi germi della guerra fredda e in Unione Sovietica Stalin appariva pieno di determinazione a contrapporsi senza prospettare nessuna possibilità di avvicinamento o di contatti: nemmeno una passerella da gettare.
Non ci si era forse resi conto ancora, nessuno, della gravità della situazione che incombeva e che poi per anni ha dominato il mondo.
Io ho concesso l'intervista al giornalista di New York senza assolutamente essere consapevole di fare cosa inconciliabile con la carica, o incarico, che avevo allora di presidente dell'Assemblea costituente e ho sostenuto un'idea, che mi sembra ancora oggi tanto banale ed elementare. Perché acuire i contrasti? Non è meglio cercare invece di trovare dei punti d'accordo? È proprio davvero tutta colpa degli Stati Uniti d'America della situazione che si è creata? Non c'è anche da parte delI'Unione Sovietica qualche motivo, qualche responsabilità?
Quindi il mio suggerimento - se ero nel diritto di darne - era che si incontrassero queste due grandi personalità: Stalin e... allora non c'era più Truman, c'era Eisenhower. Si incontrino, prima che sia troppo difficile farlo! È possibile trovare in qualche parte del globo un posticino tranquillo per incontrarsi per due giornate...?
Io attribuisco grande fiducia al contatto diretto, personale della gente. Perché quando tra me e lei mettiamo questo pezzo di carta, questo pezzo di carta altera il nostro rapporto...
Io ricordo, nonostante la memoria scolorita, un'intera seduta dell'Assemblea costituente il giorno dopo la pubblicazione dell'intervista: io che stavo lassù, sopra il seggio, Togliatti, che era sui banchi del gruppo comunista, mi mandava delle critiche: bisognava assolutamente che io facessi una dichiarazione con la quale o smentivo quelle cose o le ritrattavo!
Io non volevo né smentire né ritrattare. Non potevo smentire perché quel pover'uomo aveva proprio scritto quello che avevo detto, e non volevo ritrattare perché mi pareva di non aver detto niente di sbagliato. Per tre o quattro ore, durante la seduta, i commessi della Presidenza, questi uomini imponenti con una grande bottoniera sul petto, andarono su e giù. Tutti i costituenti presenti certamente pensavano che si trattasse della formulazione di un articolo della Costituzione che era in esame...
Alla fine ho detto: "Allora risolviamo la cosa e dò le dimissioni. L'atto col quale, al massimo, il partito potrebbe sanzionare una mia colpa, lo compio io per primo, direttamente, per mia iniziativa. Chiudiamo la questione!"
Lui ha capito che sarebbe stato un grave dramma per il partito un mio gesto di quel genere, insomma, e la cosa è stata superata.
Ma in quel momento lui si è trovato sotto questo allarme di cosa avrebbe detto Stalin, che cosa avrebbero fatto... Infatti poi si sono mobilitati ambasciatori, diplomatici, il partito, eccetera eccetera. È stato superato ed è in parte messo a tacere.
Io ho salvato Togliatti, dopo poco tempo, da una situazione che per lui sarebbe stata estremamente difficile e che lui non voleva.
A un certo momento da Mosca hanno chiesto che Togliatti andasse là per assumere la direzione del Cominform. Ci si è trovati di fronte a questa richiesta che, come le richieste di quel tipo, allora erano, in fondo, delle disposizioni, degli obblighi. E lui ha posto la questione ai compagni della Direzione del partito. Allora vigeva ancora una concezione verticistica, benché il partito si fosse modificato per via di una numerosissima base di più di un milione di iscritti. La Direzione era ancora del vecchio tipo, eravamo in quattordici, oggi siamo quarantasei, mentre il Comitato centrale è di duecento...
A quella riunione, quella mattina, eravamo pochissimi. I compagni erano impegnati fuori Roma, lontani, e ci sono stati i soliti due o tre ossequienti e convinti assertori delle ragioni di Mosca. Agli altri pareva evidente che a Mosca si sarebbe voluto strumentalizzare l'autorità riconosciuta a Togliatti su scala mondiale. Un grande nome di prestigio per inaugurare una politica che non sapevamo ancora esattamente quale sarebbe stata e che intanto era già tale da non soddisfarmi completamente e in secondo luogo perdevamo in Italia una forza decisiva perché le personalità non fanno la storia ma, in definitiva, la incarnano. E poi mettere fuori gioco Togliatti cosa avrebbe significato? E poi come trovare la persona che avrebbe potuto succedergli?
Lui si è aggrappato, in fondo, a questa mia risoluta opinione... Non voglio dire che non sia partito perché gliel'ho detto io... Non solo io gliel'ho detto, e l'accostamento potrebbe apparire a qualcuno, non è vero, troppo favorevole per me. Eugenio Reale si è espresso nello stesso senso. Reale, che era ancora nel partito, faceva parte della Direzione e stava già preparando delle "infamie"1, che poi ha compiuto, ma in quel momento egli era molto ascoltato da Togliatti. Si erano conosciuti nel 1932 in Francia, dove Reale era emigrato dopo aver scontato una condanna del Tribunale speciale.
Questo giovane colto, intelligente, il quale, di famiglia napoletana aristocratica di alto livello, mi pare nel 1930, era passato al Partito comunista. Aveva cercato affannosamente di entrare in Italia per collegarsi col partito insieme a Sereni e aveva immediatamente fatto qualche cosa, tanto è vero che l'han preso, è stato processato, condannato, poi è andato in Francia. Si è messo a disposizione del partito e da quel momento ha sempre lavorato per il partito. È anche rientrato qualche volta in Italia clandestinamente. Infatti, poi, a Salerno, quando si è dovuto designare un nostro compagno come sottosegretario agli Esteri, è stato proposto Reale e da quel momento in avanti l'opinione di Reale ha avuto sempre molta importanza per Togliatti, ma del vecchio gruppo tradizionale io solo mi sono espresso in quel senso.
Sì, questa realtà rifletteva anche i contrasti che erano rimasti tra il vecchio gruppo dirigente di Longo, Secchia e Togliatti con la sua concezione della via democratica e... c'è uno scontro in atto allora nel partito e, per sbloccare la situazione d'impasse, l'Internazionale... Stalin stesso ha detto: "lo so di avere in Togliatti un magnifico funzionario a cui affidare l'incarico di segretario del Cominform".
Io penso che la preoccupazione principale di Stalin fosse di portare via Togliatti dall'Italia, molto probabilmente per aprire la strada più immediatamente a quegli altri elementi stalinisti di ferro, coi quali Stalin avrebbe potuto più facilmente accordarsi per la politica italiana. D'altra parte il Partito comunista italiano era ormai diventato il primo Partito comunista dei paesi capitalistici ed avere questo partito sempre fedele al proprio fianco sarebbe stata, anche per Stalin, una questione di grande importanza. Quindi il chiamarlo a far parte dell'organismo internazionale non era poi, tra l'altro, un gran riconoscimento per Togliatti, il quale veniva considerato alla stregua di un funzionario... Non è vero che andava come dirigente, semmai entrava a far parte dell'Internazionale comunista, nella mentalità di Stalin come funzionario tra gli altri funzionari, e sappiamo in realtà cosa sia accaduto a tutti quelli che non erano stati totalmente obbedienti...
Va bene, vi ho fatto le mie confidenze... mi raccomando: col vincolo che questa registrazione non venga pubblicata prima della mia morte.


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