Francesco Omodeo Zorini

Anello Poma, un operaio biellese tra guerra di Spagna e Resistenza



Nel settimo decennale dello scoppio della guerra civile spagnola gli Istituti per la storia della Resistenza di Torino, Novara e Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli e Biella hanno organizzato, in novembre e dicembre scorsi, un ciclo di incontri (Biella, Torino, Varallo e Novara) di presentazione del volume a cura di Italo Poma "Impararono a osare. Anello Poma, un internazionalista dalla Guerra di Spagna alla Resistenza nel Biellese" e del dvd allegato "Autobiografia in video tra passione e militanza politica", regia di Gianfranco Pancrazio, editi dall'Istituto piemontese.
La retrospettiva filmata della vita di Anello Poma è lo snodarsi di un percorso politico che ha nella guerra di Spagna l'acme e la svolta decisiva. Il ventiduenne attaccafili d'mouliné (silenziose "mani d'oro" al bovolo dell'aspo dalla capecchia liscosa), espatriato come migliaia, decine di migliaia di altri giovani provenienti da ogni parte del mondo per combattere in difesa della Repubblica spagnola, matura nei tre durissimi epici anni della guerra civile la cognizione politica e le capacità militari che faranno di lui il capo riconosciuto della lotta di liberazione locale: commissario generale del Raggruppamento divisioni "Garibaldi" del Biellese.
Militante comunista, poi sindacalista segretario della Camera del lavoro di Biella dal 1955 al 1961, aperto alle trasformazioni e contraddizioni del mondo contemporaneo, alle sue nuances, al paradosso della minaccia e dell'ambiguità insito in ogni apparenza, lontano da schematismi ideologici e in pari tempo sollecito alle istanze dei giovani non rassegnati a far da figuranti in una logica oligarchica di mera gestione dell'esistente, come documenta il volume che accompagna il video (prefazione di Claudio Dellavalle, interventi del curatore, di Gianni Perona e di Nedo Bocchio, testimonianze di William Valsesia, Argante Bocchio, Carla Gobetti, Brunello Livorno e Giuseppe Nicolo), Poma fu lucido disincantato testimone delle proprie esperienze proletarie. A lui si deve se fu prodotta la prima monografia scientifica sulla Resistenza nel Biellese, scritta a quattro mani con lo storico Perona1, a cui fece seguire la ricognizione biografica degli antifascisti piemontesi e valdostani nella guerra di Spagna2.
La memoria della guerra di Spagna, hystoria y lejenda, compenetrò la sua riflessione matura e i racconti come fuoco non sopito. Va da sé che la rievocazione di Anello ha voluto essere un omaggio dovuto ai piemontesi che combatterono nelle Brigate internazionali. Far rinvenire la memoria, aprire una porta nella profondità del tempo è dovere civile e politico perché essa "è la vita - ci ammonisce Pierre Nora - la vita portata avanti dei gruppi viventi, e, a questo titolo, si trova in un'evoluzione permanente, aperta alla dialettica del ricordo e dell'amnesia [...] La storia è ricostruzione sempre problematica e incompleta di ciò che non esiste più".
A Novara l'incontro è stato ospitato, non senza valenza simbolica, all'Istituto Omar - nobile e antesignana istituzione d'istruzione tecnica della città - in cui insegnò il padre naturale dell'estensore di queste note, ingegnere progettista e costruttore di aeroplani che l'Italia fascista impiegò nell'aggressione alla Repubblica spagnola. Al proposito, diciamo d'entrata che mette conto menzionare Durango, ancor prima di Guernica immortalata da Picasso, villaggio basco nel distretto industriale tra Bilbao e San Sebastian bombardato dall'Aviazione legionaria italiana per fiaccare la resistenza di popolo: bombe da 500 libbre, prime bombe su civili nella storia con effetto terroristico il 31 marzo 1937. Primato nazionale nel terrorismo di stato praticato su popolazioni inermi, sport trendy molto in voga oggi. Durango: quasi quattrocento morti e altrettanti feriti su novemila abitanti. Padre Rafael Billalabeitia seppellito dalle macerie della chiesa insieme a quaranta fedeli mentre stava offrendo el Santisimo Sacramento del altar.
Far conoscenza è l'esatto contrario dell'adulterazione dei fatti, opinioni appiccicate con la saliva per fomentare inimicizia, velenosa contraffazione: rimuovere, ridimensionare, cancellare, aggiungere, abbellire. Obiettivo principale la volgare omologazione: i nostri avversari antifascisti erano anche loro come noi, stesse debolezze, stesse bassezze. Giù tutti nello stesso fango. Far conoscere invece, affilare la parola contro l'affabulazione del discredito, a ridosso di mitologie tese a demolire culti orgogliosamente levigati, inscalfibili, induritisi in certezza inviolabile. Per contrastare bufale tendenziose d'infamie confezionate ad arte in malafede, imbroglio di leggende metropolitane insinuanti, scoop, mensonges menzogne. Mai arrendevoli abbassare la testa di fronte ai fascisti, mai tregua al nemico. Il che non va scambiato per pulsione di vendetta. Questo è sostanzialmente il tentativo di ripristinare l'impossibile condizione antecedente l'offesa. La vendetta danna, è incapace di risarcimento anche quando distrugge l'altro e può sembrare una compensazione. L'odio ci inchioda a ciò che ci ha offeso, blocca il flusso vitale, ci si rivolta contro.
All'Omar (plasticità degli eventi simbolici) ebbe modo d'insegnare anche uno dei padri putativi di chi scrive: Alessandro Boca "Andrei", contadino della Cacciana di Fontaneto d'Agogna, il quale diciassettenne ascolta Radio Barcellona in quella piccola patria del proletariato nemmeno segnata sulla carta, luogo della memoria, villaggio messo a ferro e fuoco dai nazifascisti nel '44, che ha dato forse più anni di carcere e confino da parte del Tribunale speciale fascista che tutta la provincia messa assieme. Andrei comandante della leggendaria brigata "Pizio Greta", campione dell'incessante guerriglia di movimento al piano nella baraggia novarese. Andrei laureato ingegnere nel 1950, al compimento degli studi intrapresi dopo la Liberazione, nei Convitti scuola della Rinascita, originati tra i garibaldini dei nostri territori. Storia di emancipazione e di pensiero.
Del libro, gioiello da regalarsi, hanno detto il curatore e Argante Bocchio "Massimo", comandante della XII divisione "Nedo Pajetta" del Biellese a latere di Poma, dividendosi il compito di tratteggiare l'uno l'internazionalista di Spagna e l'altro l'operaio assurto alla guida della lotta contro il nazifascismo nella sua terra di telai. Il libro non è soltanto il risarcimento a un fratello maggiore, a un battistrada di alta statura umana modello di dignità, è un documento corale appassionato messo a punto dal figlio Italo, che ne traccia una biografia il più possibile asettica, proprio per non cedere alla tentazione dei sentimenti, lui che porta il nome di "rivoluzionario professionale" del padre, un padre scartato al servizio militare che combatterà da volontario - lezione di Garibaldi - due guerre antifasciste (stessa sorte toccata a Giovanni Pesce "Visone", mai stato sotto la naja eppure uno dei tanti "soldati senza uniforme", come si racconta nel suo libro del 1950, capo dei gruppi di fuoco di città a Torino e a Milano). Antimilitaristi per vocazione datisi d'istinto appuntamento per fare una guerra e divenuti miliziani sul campo. Ma si potrebbe dire del saggio di Perona che si addentra, tra l'altro, con la riconosciuta competenza nel concetto di "quadro di partito", termine mutuato dal francese cadre: cornice non... quadro e quindi ruolo, struttura, viene dalla prestigiosa école d'amministration e dall'organizzazione militare di derivazione rivoluzionaria giacobina e napoleonica. Altrettanto meriterebbe intrattenere sulla serrata testimonianza di Massimo e su quella commossa di suo figlio Nedo.
Del superbo video - un lungo incalzante cuéntame como pasò raccontami come andò - a buon diritto, come dicevano i greci, epopea ossia narrazione in versi per aedi poeti cantori - in cui Anello con pacatezza e obiettività disfrena e aggueffa dalla sbroglia intorcinati fili pendenti e ne tesse il vivissimo ponsò - è stata ascoltata vista purtroppo solo una piccola parte, attirando in particolare l'attenzione dei convenuti intorno all'unità di tono, alla padronanza della parola al servizio del pensiero sulle labbra di un operaio (si pensi a Gorki de "Le mie università"). Operaio che ignora cosa sia l'affanno, il fiato corto della testimonianza. Parola e pensiero inscindibili dall'azione: lezione di Mazzini.
Non si può non sottolineare la prospettiva di dimensione europea dell'iniziativa, sostenuta dal Consiglio regionale del Piemonte (per il quale ha portato il saluto Paolo Cattaneo), su uno dei vencidos de la desperdida uno dei vinti della sbaragliata Repubblica democratica. Legittimamente eletta e vilmente attaccata con la sedizione di Melilla dell'8 luglio 1936 (la stessa isola che oggi divide nord e sud del Mediterraneo-mondo per i migranti della morte). "Cielo sereno in tutta la Spagna" era l'anfibio messaggio cifrato da Radio Ceuta de los quatros generales felloni: Millàn-Astray, Mola, Queipo de Llano, capeggiati dal generalissimo Franco, "scelto dalla grazia del Signore" per salvare la Spagna dal marxismo, costi quel che costi, anche si dovesse fucilare mezza Spagna. "Adelante! Andate a scavare le fosse!". Purchessia.
Anello Poma, uno della moltitudine di generosi accorsi in difesa del fronte popolare repubblicano che aveva cominciato a dare alla Spagna: la terra ai contadini, cosa e casa pubblica, scuola laica, misure sociali e autonomia locale. Centoventimila italiani mandati dal duce e da suo genero Ciano, ministro degli Esteri, a sopraffare in armi, gomito a gomito ai nazisti, Espana libre, repubblicana y socialista. "Bisogna farla finita coi rossi prima che i rossi la facciano finita con la Spagna: i prigionieri si danno alla dolce vita, i maestri fanno sloggiare i preti dalle scuole, le donne votano come se fossero uomini, il divorzio profana il sacro vincolo del matrimonio, la riforma agraria minaccia il diritto della Chiesa sulle terre...".

Echar al olvido, relegare nell'oblio è il precetto che vige nella Spagna di oggi, resirò sospetto. Echar por el suelo, buttare alle ortiche, calpestare denigrare (que es lo mismo), in un pacto de silencio, quello che i francesi chiamano conspiration du silence della classe politica, nell'impunità del regime garrotatore del "generalissimo", lungo il tormentato corso dell'interminabile transizione dalla dittatura alla democrazia che ha vissuto il paese iberico, nel quale - nonostante gli stivali delle sette leghe inforcati da Zapatero - val la pena ricordare è tuttora tabù la satira alla Corona. È necessario infatti, tanto per non sovvertire la storia, prendere in considerazione il percorso inverso della Spagna rispetto all'Italia: dalla democrazia alla dittatura, col feroce tiranno deceduto nel proprio letto, mentre qui si è andati dalla dittatura alla democrazia attraverso la Resistenza libertadora.
La storia fa il suo giro, ma il cerchio inesorabilmente rimane aperto: in Spagna stenta tuttora a decollare il dibattito storiografico, a differenza del cinema, della letteratura e dell'arte, che assolvono, come spesso succede, alla loro funzione con coraggio, passione, estro, agudeza. Fin l'estremo eremo di Cuenca de la Mancia (di cervantina ascendenza) lo testimonia, coi suoi artisti in fuga dalla falange, ciudad antigua encantada artigliata come avvoltoio sull'orlo del baratro, velata di nieblina llorona, sottile nebbia piovigginosa, eppure pervasa da impeto da gavazzante baraonda balcanica. Scrittori in esilio volontario dal proprio paese: Alberti, Guillen, Altolaguirre, Salinas...
Dalla metà del Novecento il ruolo dell'intellettuale "pubblico" non è più quello di spiegare una verità incomprensibile alle masse, né di mettere in piedi un'egemonia sulla base della libertà e della ragione illuminata dei pochi, ma è quello di lottare contro le forme del potere utilizzato come strumento di dominio, per rompere la catena degli errori, dell'omertà, dell'insordescenza. Responsabilità significa adeguatezza a dare risposte, additare la strada maestra e aiutare a imboccarla, compierla insieme prendendosi per mano, al passo dei più deboli, non tanto perché vogliamo essere buoni, ma perché la nostra aspirazione è essere felici. L'etica ha a che fare con l'estetica piuttosto che con la politica. Il bene con la bellezza. Responsabilità è dare il proprio contributo diretto a schiudere alla speranza di cambiamento.
E poi citazione per tutti è l'opera di Javier Cercas con la metafora de "I soldati di Salamina" (il cui protagonista è Miralles, comunista percosidire "di carta", data la fragilità disarmante nell'umile grandezza): al pari degli uomini di Temistocle nella battaglia di 2.486 fa, difendono (e lì vincono!) la democrazia greca dalla strapotente flotta imperiale di Serse.
Similmente i combattenti repubblicani del Fronte popolare, gli internazionalisti convocatisi da cinquantré paesi, democratici senza bandiera e aggettivi, repubblicani dell'edera e repubblicani rossi, liberalsocialisti, mazziniani intransigenti, libertari, anarchici insurrezionalisti, socialrivoluzionari, radicalnihilisti, comunisti come Poma (biellese ma novarese, è infatti l'antica provincia di Novara che proprio nel Biellese già nel 1854, vivente Marx, pochi anni dopo il suo "Manifesto dei comunisti", stupisce l'Europa intera con una delle più importanti lotte del lavoro, certamente la prima in Italia per proporzioni e livello di coscienza politica). Il filatore Poma del lanificio Rivetti & Bracco, licenziato e schiaffeggiato dal padrone, attraversa la Francia con permesso turistico, senza esitare a recidere ogni legame affettivo dietro di sé, nessuna protezione alle spalle, fino in Spagna, a prendere le difese oggettivamente di che cosa se non della civiltà liberal-democratico-parlamentare e del principio di autodeterminazione di tutti i popoli interni ed esterni alla Spagna aggredita da nazismo e fascismo nell'imbelle assenteismo, nell'afasia capitolarda delle democrazie borghesi europee? Piccoli grandi uomini che si sono tentati, controtempo e fuorivia, nell'improba impresa di mettere in asse l'asimmetria del diritto rispetto alla brutalità della violenza. Eleutheros: liberi in senso civile, coloro che smettono di essere in servitù volontaria staccandosi dalle cose che non hanno niente a che vedere con la salvezza.
Se si guarda indietro lungo un secolo, ogni disfatta ha i propri sconsigliati "Facta" privi di carisma, volti senza sembiante come quelli di Grosz. Una storia che pesa addosso. Allora meglio non vedere dove si va che andare soltanto fin lì dove si vede, quasi che il tempo con al centro le loro e le nostre vite intrecciate fosse passato inutilmente. Osare, come dice il titolo del libro, osare il tutto per tutto, oltre quello che vediamo. Sappiamo a mente che il più delle volte, quando non si può fare a meno di mandar tutto all'aria, è per non finire gambe all'aria. L'ultima parola pronunciata da Argante Bocchio nel suo intervento al calor bianco nella serata all'Omar è stata drammaticamente, quasi una presa di congedo, la parola "sconfitta", misurare una sconfitta; severità di linguaggio scandito: "Noi donne e uomini della Resistenza siamo stati sconfitti". Con le spalle al muro. Fallimento storico del ceto politico nato dalla lotta partigiana? Uomini d'azione del "vento del nord", combattenti di una loro autonoma guerra dentro la guerra, dalla passione politica "non governativa", peraltro nemmeno molto amati dal "migliore", avvezzo a contornarsi dei più affidabili e navigati uomini di apparato.
Una dura lezione per l'oggi ci manda a chiare lettere la storia di settant'anni fa. Stappa il filtro ceroso della memoria fatta di strappi, colature, spiaggiamenti di massa, giunzioni e incastri, restituisce l'oggettività di una presenza trasfigurata mitizzata neutralizzata. Fa risuonare precise analogie con la nostra contemporaneità. Muore dopo undici anni di carcere Antonio Gramsci, ancorché costretto a diventare suo malgrado il pensatore della sconfitta: guerra di posizione e guerra di movimento il nucleo centrale della sua elaborazione. Cercare: anagramma di carcere. Sconfitta della rivoluzione in Italia, della Rivoluzione d'ottobre in Unione Sovietica e nell'Internazionale comunista, sconfitta della democrazia borghese capitalistica in Europa. "Io sono un combattente, che non ha avuto fortuna nella lotta pratica". Gramsci costretto dietro le sbarre a fare i conti con l'ambiguità italiana: da un lato la congenita debolezza politica della sua storia, dall'altro lato il paese - come ha detto Mario Tronti, oratore ufficiale a Montecitorio commemorando Gramsci - forse più politico del mondo, che con Machiavelli, il grande uomo del Rinascimento, ha inventato la politica per la modernità. Anche Machiavelli, nota Tronti, "dietro la stagione magica che, fra Trecento e Quattrocento, aveva visto svolgersi quella stagione lancinante fondativa della nostra successiva natura, la contraddizione tra una storia d'Italia, ancora molto lontana dal presentarsi come tale, e una poesia, una letteratura, un'arte, una filosofia, già italiane, in forme dispiegate e mature, con in più, una naturale vocazione universalistica; quello che Pico diceva, Piero raffigurava, ecco Machiavelli viene fuori da qui, l'invenzione della politica moderna viene fuori da qui: dal contesto storico tra Umanesimo e Rinascimento, di qui la nobiltà del suo codice genetico".
Un mese dopo Gramsci vengono assassinati da spie prezzolate della Cagoule fascista i fratelli Rosselli, mandante Galeazzo Ciano, lo stesso che aveva ordinato Durango (ma non si era parlato di dedicargli una via in Roma, all'epoca della giunta Rutelli o ricordiamo male?). Carlo Rosselli, dall' "accademia dell'esilio", dall' "emigrazione italiana tornata ad essere fatto vivo e presente nella storia italiana", fa in tempo a commemorare Gramsci: "L'ideale, lo si serve e non ce ne si serve. E, se necessario, si muore, con la semplicità di un Gramsci, piuttosto che vivere perdendo la ragione di vita". Ciascuno a perder la vita per guadagnarsela. "Oggi in Spagna, domani in Italia", individuando nella guerra civile spagnola "la guerra di tutto l'antifascismo".
Le ceneri non restano mai sterili, infruttuose. "Ad ascoltarli, i morti, la storia la raccontano", constata Mimmo Franzinelli, ricostruendo pezzo per pezzo l'eccidio dei Rosselli3. La pluralità del lutto condiviso si popola di presenze che si temevano perdute.
Allora perché parla a noi la storia di settant'anni fa? Perché rinchiusi in irrespirabili feudi comunitari, mangiatosi il futuro pezzo per pezzo, siamo ridotti da cittadini a stolti clienti spettatori, in un sociale indifferenziato subito e assunto come potente ineluttabile narrazione, narrazione dei media edificante il reale, in cui persino il negativo trova collocazione a rendere per contrasto più fulgido il positivo. Impotenti e rinunciatari in uno a frenare quella sorta di slavina di conservatorismi, tradizionalismi e inediti assetti ordinativi-autoritari di governance che ci sta franando sulle spalle. Fare harakiri in forsennata apologia di mercato (dei padroni predoni), officiato quale assetto mirabile di un ordine naturale immodificabile, act of God atto di Dio. Realismo conservatore, dispotismo dello stato di cose esistente, la forza delle cose eletta a dogma, adesione mimetica da basso impero, ancillare alla realtà fattuale che identifica democrazia con capitalismo da amministrare con dispositivi d'imperio nella democrazia dell'opinione, della seduzione della fede pubblica.
Democrazia della réclame: a furia di sentircele rintronare negli orecchi si finisce col crederci, col paradosso che finiscono col crederci persino quelli che le mettono in circolazione le promesse da marinaio, al puro scopo di turlupinare i loro sottoposti, cioè noi, oggetti di decisione, carne da voto. I partiti-satrapi, e i loro attachés con codazzo di venali attorney, grands commis à coté, yes man, suiveurs, paperassiers caricati a manovella, si assegnano il compito di farle nient'altro che da cassa di risonanza per intercettarne, strizzando l'occhio, il consenso elettorale, presto meramente elettronico virtuale. Indifferenza o inabilità a ribattere a una crisi di legittimazione se non arrabattandosi a nasconderla, omologandosi, giustificandosi, autoassolvendosi, in tutto simili a mascalzoncelli pantalons courts colti in flagrante col dito nella marmellata senza attenuanti.
Accampati nella radura dove i sentieri si sono interrotti, dovremmo tutti posporre il diritto di ridere al dovere di piangere. Assistiamo intorpiditi in silenzio assenso alla liquefazione delle certezze storiche della modernità: lavoro, morale, storia, pace; allo sfaldarsi della fiducia nelle protezioni fornite dalle sue tradizionali istituzioni: famiglia, stato, scuola, fabbrica.
Molto ci illuminano al proposito le pagine di Etienne Balibar sull'estremismo di centro. Esso poggia su una validazione tautologica: la presunzione che in un "paese civile", in un paese cosiddetto "normale" la posizione moderata, sia per definizione decretale, maggioritaria. Stanza cui sono stati posti i sigilli. Non si entra. Parole feticcio: la tautologia è che è maggioritaria perché moderata e, viceversa, moderata perché maggioritaria. Un double bind, non se ne esce se non tagliando il nodo. Si corre il pericolo di restarne a gola stretta.
Gramsci Rosselli la Spagna definitivamente interrati adesso 2007.
Spagna ieri. Sappiamo che in Anello Poma e nelle centinaia di migliaia di suoi compagni di cammino meritevoli ed eroici che il mondo ha conosciuto e dei quali si fa vanto, la nostra storia è soggettivamente blagoveshensk annunciazione, il sogno di riscatto dall'oppressione padronalfascista all'insegna della "patria sovietica socialista", che di socialista, di uguaglianza giustizia e libertà, di krasnaij rosso, di rabocij operaio, sotto la cappa di acciaio bronzo e piombo di Stalin, ha ben più poco o ormai più nulla, ma la storia non si fa col senno di poi, non si fa coi se e coi ma.
Noi meticolosi maestri elementari allievi di Rodari conosciamo a menadito l'uso del metagramma (cambiare una lettera a una parola per farne un'altra di senso compiuto), l'uso dell'epentesi (inserire una lettera in una parola per farne un'altra di pieno significato). Se/no danno appunto senno, senno di poi, ma la storia si fa con la ricerca, lo studio, la documentazione e il suo crivello attraverso paradigmi critici, scepsi e contestualizzazione lontani dall'agiografia. Non con la spettacolarizzazione mediatica-medianica. Il passato è già là, per ciò solo merita attenzione e rispetto; su di esso ci sforziamo con intelligenza individuale e collettiva, con deontologia e strumenti scientifici, che vuol dire innanzitutto energia etica, di far emergere pallidamente aleteia verità, vale a dire ciò che per principio non si sottrae. A fatica ci studiamo di gettarvi deboli sprazzi di luce, fune tesa tra le leggi della memoria e l'oblio, è lavoro in fieri senza posa, un non-finito per antonomasia che ha però dei paletti fermi. È disonesto fare storia con la clava del revisionismo negazionista per opportunismo di fazione, pigliando come da una discarica la seggiola o il tavolo sgangherato che possiamo riassestare, quando ci fa comodo, lasciando ammonticchiato à la poubelle al macero, quello che non ci appassiona, non ci va a genio. Talquali a soldati di ventura che si abbandonano al saccheggio. Tantomeno la si fa correttamente col cerchiobottismo, col rovescismo dell'anti antifascismo.
Una e cento volte dovremmo domandarci perché a difendere la memoria dei comunisti siano rimasti o persone che non sono mai state comuniste (si pensi a Bocca, per esempio, a Colombo, Santoro) o chi, venti e più anni prima della caduta del muro di Berlino, in tanti casi poco più che muchacho, aveva avuto la temerarietà di bruciare i vascelli, talvolta pubblicamente e per di più istituzionalmente, precludendosi, guarda un po', carriere privilegi potere prebende vitalizi; "prerogative" le chiamano gli spudorati. Senza bottino, senza prendere nulla per sé - mani nude pulite e soprattutto, soprattutto vuote (Para todos todo, nada para nosotros, lezione del Che) - ma non ha mai rinnegato né salcielo potrebbe rinnegare nell'ora presente (sconfitta non implica resa, una resa politica incondizionata) gli ideali di una repubblica platonica di libertà e giustizia, della fine dello sfruttamento, del ribaltamento del lavoro alienato. Il che può essere ingenuo infantile fuoritempo o utopico, ma non è né criminale né complice di criminali.
Ciò vale maggiormente per Anello Poma: seppe essere un comunista quando esserlo voleva dire mettere avanti a ogni cosa una concezione del mondo e dei rapporti tra gli esseri umani paritari orizzontali solidali, avendo come divisa un progetto politico-educativo di redenzione. Quando esserlo voleva dire pagare di persona. "Continuate a lavorare nella fede che la sofferenza immeritata è fonte di redenzione" (San Paolo, II Corinzi, 12,10). Chi scrive ha stampata indelebile nella mente la sua amarezza condita di velato sarcasmo all'epoca dell'improvvido, per usare un eufemismo, conio del sintagma "ragazzi di Salò", quando a Biella presentò il proprio libro "Una scrittura morale".
Chi scrive è andato a recuperare la propria agenda del 1974. Alla data del 23 dicembre ci sono poche parole d'appunti: il proprio figlio di cinque mesi pesa 7 chili e mezzo... al mattino si ferma a Borgosesia da Cino Moscatelli e mentre mamma Maria è intenta a fare, bell'e d'impiedi, un'iniezione al commissario politico della Valsesia garibaldina (e gli vede... si può ben immaginare cosa), gli passa furtivamente la fotocopia di una lettera in caratteri cirillici che proviene dal suo dossier di polizia e che è stata letta presumibilmente soltanto dai secondini del carcere di Castelfranco Emilia... storia di celle disadorne quella dei comunisti, spoglie, afflittive, sudari di patimento, tavolacci, buglioli, terra battuta... al pomeriggio appuntamento a Pavignano Biellese da Anello Poma... minuto magrissimo acuti occhi cerulei di uno che sa guardare dritto nel cielo, come dice nella sua affettuosa testimonianza nel libro Carla Gobetti, nei turni di guardia per attivare uno sguardo sagittale verso imperturbabili congiunzioni siderali, luce zodiacale che rischiari la notte.
Va da lui per farsi aiutare nella ricerca sui combattenti volontari antifascisti in Spagna della nostra antica provincia, la storica provincia ammantata di un'aura di leggenda, non ancora smembrata per ritorsione dal regime e poi una seconda volta per interessi di bottega dai politicanti locali prima/seconda repubblica, destra/centro/sinistra ambidestri, ora è un decennio. E anche qui possa valere, e vale, un solo nome per tutti i sessanta e più compagni: Nunzio Guerrini, da Omegna, caduto col grado di tenente a Guadalajara, luogo di una sconfitta dei legionari fascisti, comandati da Roatta, ad opera degli Internazionali. Mario Roatta, e la catena potrebbe continuare, responsabile dei campi di concentramento per internati civili durante l'occupazione della Jugoslavia di Gonars in Friuli, di Arbe (Dalmazia), quattromilacinquecento morti. Lui, scampato al giusto processo con la fuga e la compiacente ospitalità del caudillo, morto nel proprio letto nel '68 a Roma.
Dall'assassinio dei liberalsocialisti Rosselli alle stragi di Stato, dei servizi deviati/paralleli/infiltrati/conniventi interni/esterni/asserviti a stranieri multinazionali o lobby, mafiose/malavitose/parafasciste di faida, ai piani golpisti, alle trame segrete e palesi, alle strategie della tensione tra opposti estremismi più o meno pilotati, nessun colpevole, nessun mandante. Memoria corta quella del dopoguerra, amputata; mancata punizione dei crimini fascisti, giustizia come optional (alleato inconsapevole l'amnistia-amnesia Togliatti). Forse c'è una ragione per un passato che si ostina a non passare e poi noi non vogliamo essere ammessi accatastati a quella necropoli, piano inclinato rugginoso per incagliarvisi rovinosamente, dakhma dei parsi, torri del silenzio visitate da avvoltoi. Può essere tragico. Non ci stiamo.
Prenderanno così forma e contenuto i tre articoli su "Resistenza Unita" del 1975-76 ad opera dell'estensore di questa nota. Verso di essi è stato fin troppo longanime il direttore dell'Istituto di Novara e del Verbano-Cusio-Ossola Mauro Begozzi (chi fosse per caso punto da vaghezza può andare a sfogliare "Nuova Resistenza Unita"- Speciale Spagna del gennaio-febbraio 2007 o compulsare il sito www.isrn.it).
Per quanto ogni nuovo versamento di documenti intrighi e si tramuti in scoperta. Ultimi esempi la splendida fotografia del repubblicano federalista verbanese Giorgio Braccialarghe in Spagna o il dépliant del "concerto per solisti" della sezione della Fgci "Carletto Leonardi" di corso della Vittoria (la mitica "Zdanov") per il "Mese della Stampa Democratica" del giugno 1950. Eseguono Carla Canevari alla fisarmonica, Guido Bosetto al violino, Isidoro Rabbi alla chitarra. Rabbi, a memoria di Bosetto, sarebbe stato combattente nella guerra di Spagna. Tant'è che suonava lo strumento con pizzicato da chitarra spagnola a la vihuela, estensione tonale soprattutto alle note basse, alla flat-top da flamenco, ritmi jewish-flamenco sublimemente ibrido con schizzi free, scherzi rumoristi anima ebraica Zohar libro dello splendore, a tratti più rapido sicché riusciva a mantenere una sottile vena malinconica sognante. Ricordava la vandola, progenitrice della chitarra, ma già una chitarra a cinque corde, talvolta sei...
Qualche punto fermo. La guerra di Spagna rappresenta l'anello (toh, come il nome di Poma!) di congiunzione, pur con tutti i distinguo della distanza temporale e del contesto, tra la battaglia degli anni 1919-1922 (quella fattasi sì guerra civile, ci dice niente la tardiva medaglia al valore antifascista assegnata a Lumellogno "paese non italiano"?) contro lo squadrismo agrario-industrial-fascista e la resistenza armata. La quasi totale provenienza dei combattenti volontari antifranchisti dall'emigrazione economico-sociale-politica europea, specie dalla Francia (mitica emblematica Salle Pléielle menzionata nella video-intervista da Poma). Conferma della persistenza della forza d'urto del movimento operaio e contadino novarese.
Ancora un biellese, Pietro Secchia, commissario generale delle brigate "Garibaldi" nella Resistenza italiana, analizza un campione di circa millesettecento "dirigenti" militari e politici, deducendo che il 10 per cento di essi proviene dall'esperienza spagnola (e non sono tra essi presi in considerazione alcuni, chessò, come Emilio Calderoni o Ettore Maffioli e altri non garibaldini, per attenerci al nostro caso); si comprende così quanto significò per la Resistenza italiana l'incunabolo della guerra di Spagna, alla quale parteciparono complessivamente soltanto (si fa per dire) quattromila-cinquemila connazionali.
Da provinciale a internazionale, Anello Poma "Italo" (italiano!) ci ha dato commiato nel 2001 e ci piace figurarci con in bocca le parole di Saulo: "Ho combattuto la mia battaglia, ho conservato la fede". È sepolto a Biella, avvolto nella bandiera del paese di cui era divenuto - mention honorable - cittadino onorario, lui internato alla caduta della Repubblica nei campi di concentramento di Gurs e del Vernet, consegnato nel 1940 dai collaborazionisti di Vichy alla polizia fascista e tradotto al confino a Ventotene. Restrizione trasformata in accademia politica d'eccellenza (isola delle Eolie in cui, mette conto ricordare, prese forma l'idea di Europa), insegnanti uomini come Curiel, Terracini, Pertini, Jacometti, Li Causi, Secchia, Di Vittorio, Longo, Frausin, Scoccimarro...
Mala noche; sen vajan, sen vajan todos! Salud a tigo companero!


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