Francesco Omodeo Zorini
Anello Poma, un operaio biellese tra guerra di Spagna e Resistenza
"l'impegno", a. XXVII, n. 2, dicembre 2007
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Nel settimo decennale dello scoppio della guerra civile spagnola gli Istituti per la storia della Resistenza di
Torino, Novara e Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli e Biella hanno organizzato, in novembre e dicembre scorsi, un ciclo di
incontri (Biella, Torino, Varallo e Novara) di presentazione del volume a cura di Italo Poma "Impararono a osare. Anello
Poma, un internazionalista dalla Guerra di Spagna alla Resistenza nel Biellese" e del dvd allegato "Autobiografia in video
tra passione e militanza politica", regia di Gianfranco Pancrazio, editi dall'Istituto piemontese.
La retrospettiva filmata della vita di Anello Poma è lo snodarsi di un percorso politico che ha nella guerra di
Spagna l'acme e la svolta decisiva. Il ventiduenne attaccafili
d'mouliné (silenziose "mani d'oro" al bovolo dell'aspo dalla
capecchia liscosa), espatriato come migliaia, decine di migliaia di altri giovani provenienti da ogni parte del mondo
per combattere in difesa della Repubblica spagnola, matura nei tre durissimi epici anni della guerra civile la
cognizione politica e le capacità militari che faranno di lui il capo riconosciuto della lotta di liberazione locale: commissario
generale del Raggruppamento divisioni "Garibaldi" del Biellese.
Militante comunista, poi sindacalista segretario della Camera del lavoro di Biella dal 1955 al 1961, aperto alle
trasformazioni e contraddizioni del mondo contemporaneo, alle sue
nuances, al paradosso della minaccia e
dell'ambiguità insito in ogni apparenza, lontano da schematismi
ideologici e in pari tempo sollecito alle istanze dei giovani non
rassegnati a far da figuranti in una logica oligarchica di mera gestione dell'esistente, come documenta il volume che
accompagna il video (prefazione di Claudio Dellavalle, interventi del curatore, di Gianni Perona e di Nedo Bocchio,
testimonianze di William Valsesia, Argante Bocchio, Carla Gobetti, Brunello Livorno e Giuseppe Nicolo), Poma fu lucido
disincantato testimone delle proprie esperienze proletarie. A lui si deve se fu prodotta la prima monografia scientifica
sulla Resistenza nel Biellese, scritta a quattro mani con lo storico Perona1, a cui fece seguire la
ricognizione biografica degli antifascisti piemontesi e valdostani nella guerra di
Spagna2.
La memoria della guerra di Spagna,
hystoria y lejenda, compenetrò la sua riflessione matura e i racconti come
fuoco non sopito. Va da sé che la rievocazione di Anello ha voluto essere un omaggio dovuto ai piemontesi che
combatterono nelle Brigate internazionali. Far rinvenire la memoria, aprire una porta nella profondità del tempo è dovere civile e
politico perché essa "è la vita - ci ammonisce Pierre Nora - la vita portata avanti dei gruppi viventi, e, a questo titolo, si
trova in un'evoluzione permanente, aperta alla dialettica del ricordo e dell'amnesia [...] La storia è ricostruzione sempre
problematica e incompleta di ciò che non esiste più".
A Novara l'incontro è stato ospitato, non senza valenza simbolica, all'Istituto Omar - nobile e antesignana
istituzione d'istruzione tecnica della città - in cui insegnò il padre naturale dell'estensore di queste note, ingegnere progettista
e costruttore di aeroplani che l'Italia fascista impiegò nell'aggressione alla Repubblica spagnola. Al proposito,
diciamo d'entrata che mette conto menzionare Durango, ancor prima di Guernica immortalata da Picasso, villaggio basco
nel distretto industriale tra Bilbao e San Sebastian bombardato dall'Aviazione legionaria italiana per fiaccare la
resistenza di popolo: bombe da 500 libbre, prime bombe su civili nella storia con effetto terroristico il 31 marzo 1937. Primato
nazionale nel terrorismo di stato praticato su popolazioni inermi, sport
trendy molto in voga oggi. Durango: quasi
quattrocento morti e altrettanti feriti su novemila abitanti. Padre Rafael Billalabeitia seppellito dalle macerie della chiesa
insieme a quaranta fedeli mentre stava offrendo
el Santisimo Sacramento del altar.
Far conoscenza è l'esatto contrario dell'adulterazione dei fatti, opinioni appiccicate con la saliva per fomentare
inimicizia, velenosa contraffazione: rimuovere, ridimensionare, cancellare, aggiungere, abbellire. Obiettivo principale la
volgare omologazione: i nostri avversari antifascisti erano anche loro come noi, stesse debolezze, stesse bassezze.
Giù tutti nello stesso fango. Far conoscere invece, affilare la parola contro l'affabulazione del discredito, a ridosso di
mitologie tese a demolire culti orgogliosamente levigati, inscalfibili, induritisi in certezza inviolabile. Per contrastare
bufale tendenziose d'infamie confezionate ad arte in malafede, imbroglio di leggende metropolitane insinuanti,
scoop, mensonges menzogne. Mai arrendevoli abbassare la testa di fronte ai fascisti, mai tregua al nemico. Il che non va
scambiato per pulsione di vendetta. Questo è sostanzialmente il tentativo di ripristinare l'impossibile condizione antecedente
l'offesa. La vendetta danna, è incapace di risarcimento anche quando distrugge l'altro e può sembrare una
compensazione. L'odio ci inchioda a ciò che ci ha offeso, blocca il flusso vitale, ci si rivolta contro.
All'Omar (plasticità degli eventi simbolici) ebbe modo d'insegnare anche uno dei padri putativi di chi scrive:
Alessandro Boca "Andrei", contadino della Cacciana di Fontaneto d'Agogna, il quale diciassettenne ascolta Radio
Barcellona in quella piccola patria del proletariato nemmeno segnata sulla carta, luogo della memoria, villaggio messo a
ferro e fuoco dai nazifascisti nel '44, che ha dato forse più anni di carcere e confino da parte del Tribunale speciale
fascista che tutta la provincia messa assieme.
Andrei comandante della leggendaria brigata "Pizio Greta", campione
dell'incessante guerriglia di movimento al piano nella baraggia novarese. Andrei laureato ingegnere nel 1950, al
compimento degli studi intrapresi dopo la Liberazione, nei Convitti scuola della Rinascita, originati tra i garibaldini dei nostri
territori. Storia di emancipazione e di pensiero.
Del libro, gioiello da regalarsi, hanno detto il curatore e Argante Bocchio "Massimo", comandante della XII
divisione "Nedo Pajetta" del Biellese
a latere di Poma, dividendosi il compito di tratteggiare l'uno l'internazionalista di
Spagna e l'altro l'operaio assurto alla guida della lotta contro il nazifascismo nella sua terra di telai. Il libro non è
soltanto il risarcimento a un fratello maggiore, a un battistrada di alta statura umana modello di dignità, è un documento
corale appassionato messo a punto dal figlio Italo, che ne traccia una biografia il più possibile asettica, proprio per non
cedere alla tentazione dei sentimenti, lui che porta il nome di "rivoluzionario professionale" del padre, un padre scartato
al servizio militare che combatterà da volontario - lezione di Garibaldi - due guerre antifasciste (stessa sorte toccata
a Giovanni Pesce "Visone", mai stato sotto la
naja eppure uno dei tanti "soldati senza uniforme", come si racconta
nel suo libro del 1950, capo dei gruppi di fuoco di città a Torino e a Milano). Antimilitaristi per vocazione datisi d'istinto appuntamento per fare una guerra e divenuti miliziani sul campo. Ma si potrebbe dire del saggio di Perona che si addentra, tra l'altro, con la riconosciuta competenza nel concetto di "quadro di partito", termine mutuato dal francese
cadre: cornice non... quadro e quindi ruolo, struttura, viene dalla prestigiosa école d'amministration e
dall'organizzazione militare di derivazione rivoluzionaria giacobina e napoleonica. Altrettanto meriterebbe intrattenere sulla serrata
testimonianza di Massimo e su quella commossa di suo figlio Nedo.
Del superbo video - un lungo incalzante
cuéntame como pasò raccontami come andò - a buon diritto, come dicevano i greci, epopea ossia narrazione in versi per aedi poeti cantori - in cui Anello con pacatezza e obiettività disfrena
e aggueffa dalla sbroglia intorcinati fili pendenti e ne tesse il vivissimo
ponsò - è stata ascoltata vista purtroppo solo
una piccola parte, attirando in particolare l'attenzione dei convenuti intorno all'unità di tono, alla padronanza della
parola al servizio del pensiero sulle labbra di un operaio (si pensi a Gorki de "Le mie università"). Operaio che ignora cosa
sia l'affanno, il fiato corto della testimonianza. Parola e pensiero inscindibili dall'azione: lezione di Mazzini.
Non si può non sottolineare la prospettiva di dimensione europea dell'iniziativa, sostenuta dal Consiglio
regionale del Piemonte (per il quale ha portato il saluto Paolo Cattaneo), su uno dei
vencidos de la desperdida uno dei vinti
della sbaragliata Repubblica democratica. Legittimamente eletta e vilmente attaccata con la sedizione di Melilla dell'8
luglio 1936 (la stessa isola che oggi divide nord e sud del Mediterraneo-mondo per i migranti della morte). "Cielo sereno
in tutta la Spagna" era l'anfibio messaggio cifrato da Radio Ceuta de
los quatros generales felloni: Millàn-Astray,
Mola, Queipo de Llano, capeggiati dal generalissimo Franco, "scelto dalla grazia del Signore" per salvare la Spagna dal
marxismo, costi quel che costi, anche si dovesse fucilare mezza Spagna.
"Adelante! Andate a scavare le fosse!". Purchessia.
Anello Poma, uno della moltitudine di generosi accorsi in difesa del fronte popolare repubblicano che aveva
cominciato a dare alla Spagna: la terra ai contadini, cosa e casa pubblica, scuola laica, misure sociali e autonomia
locale. Centoventimila italiani mandati dal duce e da suo genero Ciano, ministro degli Esteri, a sopraffare in armi, gomito
a gomito ai nazisti, Espana libre, repubblicana y
socialista. "Bisogna farla finita coi rossi prima che i rossi la
facciano finita con la Spagna: i prigionieri si danno alla dolce vita, i maestri fanno sloggiare i preti dalle scuole, le donne
votano come se fossero uomini, il divorzio profana il sacro vincolo del matrimonio, la riforma agraria minaccia il diritto
della Chiesa sulle terre...".
Echar al olvido, relegare nell'oblio è il precetto che vige nella Spagna di oggi,
resirò sospetto. Echar por el
suelo, buttare alle ortiche, calpestare denigrare
(que es lo mismo), in un pacto de
silencio, quello che i francesi chiamano conspiration du silence
della classe politica, nell'impunità del regime garrotatore del "generalissimo", lungo il
tormentato corso dell'interminabile transizione dalla dittatura alla democrazia che ha vissuto il paese iberico, nel quale -
nonostante gli stivali delle sette leghe inforcati da Zapatero - val la pena ricordare è tuttora tabù la satira alla Corona.
È necessario infatti, tanto per non sovvertire la storia, prendere in considerazione il percorso inverso della Spagna
rispetto all'Italia: dalla democrazia alla dittatura, col feroce tiranno deceduto nel proprio letto, mentre qui si è andati
dalla dittatura alla democrazia attraverso la Resistenza
libertadora.
La storia fa il suo giro, ma il cerchio inesorabilmente rimane aperto: in Spagna stenta tuttora a decollare il
dibattito storiografico, a differenza del cinema, della letteratura e dell'arte, che assolvono, come spesso succede, alla loro
funzione con coraggio, passione, estro,
agudeza. Fin l'estremo eremo di Cuenca
de la Mancia (di cervantina ascendenza) lo testimonia, coi suoi artisti in fuga dalla falange,
ciudad antigua encantada artigliata come avvoltoio sull'orlo
del baratro, velata di nieblina llorona,
sottile nebbia piovigginosa, eppure pervasa da impeto da gavazzante
baraonda balcanica. Scrittori in esilio volontario dal proprio paese: Alberti, Guillen, Altolaguirre, Salinas...
Dalla metà del Novecento il ruolo dell'intellettuale "pubblico" non è più quello di spiegare una verità
incomprensibile alle masse, né di mettere in piedi un'egemonia sulla base della libertà e della ragione illuminata dei pochi, ma è quello
di lottare contro le forme del potere utilizzato come strumento di dominio, per rompere la catena degli errori,
dell'omertà, dell'insordescenza. Responsabilità significa adeguatezza a dare risposte, additare la strada maestra e aiutare a
imboccarla, compierla insieme prendendosi per mano, al passo dei più deboli, non tanto perché vogliamo essere buoni,
ma perché la nostra aspirazione è essere felici. L'etica ha a che fare con l'estetica piuttosto che con la politica. Il bene
con la bellezza. Responsabilità è dare il proprio contributo diretto a schiudere alla speranza di cambiamento.
E poi citazione per tutti è l'opera di Javier Cercas con la metafora de "I soldati di
Salamina" (il cui protagonista
è Miralles, comunista percosidire "di carta", data la fragilità disarmante nell'umile grandezza): al pari degli uomini di
Temistocle nella battaglia di 2.486 fa, difendono (e lì vincono!) la democrazia greca dalla strapotente flotta imperiale
di Serse.
Similmente i combattenti repubblicani del Fronte popolare, gli internazionalisti convocatisi da cinquantré paesi,
democratici senza bandiera e aggettivi, repubblicani dell'edera e repubblicani rossi, liberalsocialisti, mazziniani
intransigenti, libertari, anarchici insurrezionalisti, socialrivoluzionari, radicalnihilisti, comunisti come Poma (biellese ma
novarese, è infatti l'antica provincia di Novara che proprio nel Biellese già nel 1854, vivente Marx, pochi anni dopo il
suo "Manifesto dei comunisti", stupisce l'Europa intera con una delle più importanti lotte del lavoro, certamente la prima
in Italia per proporzioni e livello di coscienza politica). Il filatore Poma del lanificio Rivetti & Bracco, licenziato e
schiaffeggiato dal padrone, attraversa la Francia con permesso turistico, senza esitare a recidere ogni legame affettivo dietro
di sé, nessuna protezione alle spalle, fino in Spagna, a prendere le difese oggettivamente di che cosa se non della
civiltà liberal-democratico-parlamentare e del principio di autodeterminazione di tutti i popoli interni ed esterni alla
Spagna aggredita da nazismo e fascismo nell'imbelle assenteismo, nell'afasia capitolarda delle democrazie borghesi
europee? Piccoli grandi uomini che si sono tentati, controtempo e fuorivia, nell'improba impresa di mettere in asse
l'asimmetria del diritto rispetto alla brutalità della violenza.
Eleutheros: liberi in senso civile, coloro che smettono di essere in servitù volontaria staccandosi dalle cose che non hanno niente a che vedere con la salvezza.
Se si guarda indietro lungo un secolo, ogni disfatta ha i propri sconsigliati "Facta" privi di carisma, volti senza
sembiante come quelli di Grosz. Una storia che pesa addosso. Allora meglio non vedere dove si va che andare soltanto
fin lì dove si vede, quasi che il tempo con al centro le loro e le nostre vite intrecciate fosse passato inutilmente. Osare,
come dice il titolo del libro, osare il tutto per tutto, oltre quello che vediamo. Sappiamo a mente che il più delle volte,
quando non si può fare a meno di mandar tutto all'aria, è per non finire gambe all'aria. L'ultima parola pronunciata da
Argante Bocchio nel suo intervento al calor bianco nella serata all'Omar è stata drammaticamente, quasi una presa di
congedo, la parola "sconfitta", misurare una sconfitta; severità di linguaggio scandito: "Noi donne e uomini della
Resistenza siamo stati sconfitti". Con le spalle al muro. Fallimento storico del ceto politico nato dalla lotta partigiana?
Uomini d'azione del "vento del nord", combattenti di una loro autonoma guerra dentro la guerra, dalla passione politica
"non governativa", peraltro nemmeno molto amati dal "migliore", avvezzo a contornarsi dei più affidabili e navigati uomini di apparato.
Una dura lezione per l'oggi ci manda a chiare lettere la storia di settant'anni fa. Stappa il filtro ceroso della
memoria fatta di strappi, colature, spiaggiamenti di massa, giunzioni e incastri, restituisce l'oggettività di una presenza
trasfigurata mitizzata neutralizzata. Fa risuonare precise analogie con la nostra contemporaneità. Muore dopo undici anni
di carcere Antonio Gramsci, ancorché costretto a diventare suo malgrado il pensatore della sconfitta: guerra di
posizione e guerra di movimento il nucleo centrale della sua elaborazione. Cercare: anagramma di carcere. Sconfitta della
rivoluzione in Italia, della Rivoluzione d'ottobre in Unione Sovietica e nell'Internazionale comunista, sconfitta della
democrazia borghese capitalistica in Europa. "Io sono un combattente, che non ha avuto fortuna nella lotta pratica".
Gramsci costretto dietro le sbarre a fare i conti con l'ambiguità italiana: da un lato la congenita debolezza politica della sua
storia, dall'altro lato il paese - come ha detto Mario Tronti, oratore ufficiale a Montecitorio commemorando Gramsci - forse
più politico del mondo, che con Machiavelli, il grande uomo del Rinascimento, ha inventato la politica per la
modernità. Anche Machiavelli, nota Tronti, "dietro la stagione magica che, fra Trecento e Quattrocento, aveva visto
svolgersi quella stagione lancinante fondativa della nostra successiva natura, la contraddizione tra una storia d'Italia,
ancora molto lontana dal presentarsi come tale, e una poesia, una letteratura, un'arte, una filosofia, già italiane, in forme
dispiegate e mature, con in più, una naturale vocazione universalistica; quello che Pico diceva, Piero raffigurava, ecco
Machiavelli viene fuori da qui, l'invenzione della politica moderna viene fuori da qui: dal contesto storico tra
Umanesimo e Rinascimento, di qui la nobiltà del suo codice genetico".
Un mese dopo Gramsci vengono assassinati da spie prezzolate della Cagoule fascista i fratelli Rosselli,
mandante Galeazzo Ciano, lo stesso che aveva ordinato Durango (ma non si era parlato di dedicargli una via in Roma,
all'epoca della giunta Rutelli o ricordiamo male?). Carlo Rosselli, dall' "accademia dell'esilio", dall' "emigrazione italiana
tornata ad essere fatto vivo e presente nella storia italiana", fa in tempo a commemorare Gramsci: "L'ideale, lo si serve e non
ce ne si serve. E, se necessario, si muore, con la semplicità di un Gramsci, piuttosto che vivere perdendo la ragione di
vita". Ciascuno a perder la vita per guadagnarsela. "Oggi in Spagna, domani in Italia", individuando nella guerra civile
spagnola "la guerra di tutto l'antifascismo".
Le ceneri non restano mai sterili, infruttuose. "Ad ascoltarli, i morti, la storia la raccontano", constata Mimmo
Franzinelli, ricostruendo pezzo per pezzo l'eccidio dei Rosselli3. La pluralità del lutto condiviso si popola di presenze che
si temevano perdute.
Allora perché parla a noi la storia di settant'anni fa? Perché rinchiusi in irrespirabili feudi comunitari, mangiatosi
il futuro pezzo per pezzo, siamo ridotti da cittadini a stolti clienti spettatori, in un sociale indifferenziato subito e
assunto come potente ineluttabile narrazione, narrazione dei media edificante il reale, in cui persino il negativo trova
collocazione a rendere per contrasto più fulgido il positivo. Impotenti e rinunciatari in uno a frenare quella sorta di slavina
di conservatorismi, tradizionalismi e inediti assetti ordinativi-autoritari di
governance che ci sta franando sulle
spalle. Fare harakiri in forsennata apologia di mercato (dei padroni predoni), officiato quale assetto mirabile di un
ordine naturale immodificabile, act of God atto di Dio. Realismo conservatore, dispotismo dello stato di cose esistente, la
forza delle cose eletta a dogma, adesione mimetica da basso impero, ancillare alla realtà fattuale che identifica democrazia
con capitalismo da amministrare con dispositivi d'imperio nella democrazia dell'opinione, della seduzione della fede
pubblica.
Democrazia della
réclame: a furia di sentircele rintronare negli orecchi si finisce col crederci, col paradosso che
finiscono col crederci persino quelli che le mettono in circolazione le promesse da marinaio, al puro scopo di turlupinare
i loro sottoposti, cioè noi, oggetti di decisione, carne da voto. I partiti-satrapi, e i loro
attachés con codazzo di venali
attorney, grands commis à
coté, yes man, suiveurs,
paperassiers caricati a manovella, si assegnano il compito di
farle nient'altro che da cassa di risonanza per intercettarne, strizzando l'occhio, il consenso elettorale, presto
meramente elettronico virtuale. Indifferenza o inabilità a ribattere a una crisi di legittimazione se non arrabattandosi a
nasconderla, omologandosi, giustificandosi, autoassolvendosi, in tutto simili a mascalzoncelli
pantalons courts colti in flagrante col dito nella marmellata senza attenuanti.
Accampati nella radura dove i sentieri si sono interrotti, dovremmo tutti posporre il diritto di ridere al dovere di
piangere. Assistiamo intorpiditi in silenzio assenso alla liquefazione delle certezze storiche della modernità: lavoro,
morale, storia, pace; allo sfaldarsi della fiducia nelle protezioni fornite dalle sue tradizionali istituzioni: famiglia, stato,
scuola, fabbrica.
Molto ci illuminano al proposito le pagine di Etienne Balibar sull'estremismo di centro. Esso poggia su una
validazione tautologica: la presunzione che in un "paese civile", in un paese cosiddetto "normale" la posizione moderata, sia
per definizione decretale, maggioritaria. Stanza cui sono stati posti i sigilli. Non si entra. Parole feticcio: la tautologia è che è maggioritaria perché moderata e, viceversa, moderata perché maggioritaria. Un
double bind, non se ne esce se non tagliando il nodo. Si corre il pericolo di restarne a gola stretta.
Gramsci Rosselli la Spagna definitivamente interrati adesso 2007.
Spagna ieri. Sappiamo che in Anello Poma e nelle centinaia di migliaia di suoi compagni di cammino meritevoli
ed eroici che il mondo ha conosciuto e dei quali si fa vanto, la nostra storia è soggettivamente
blagoveshensk annunciazione, il sogno di riscatto dall'oppressione padronalfascista all'insegna della "patria sovietica socialista", che di
socialista, di uguaglianza giustizia e libertà, di
krasnaij rosso, di rabocij operaio, sotto la cappa di acciaio bronzo e piombo di Stalin, ha ben più poco o ormai più nulla, ma la storia non si fa col senno di poi, non si fa coi se e coi ma.
Noi meticolosi maestri elementari allievi di Rodari conosciamo a menadito l'uso del metagramma (cambiare una
lettera a una parola per farne un'altra di senso compiuto), l'uso dell'epentesi (inserire una lettera in una parola per farne
un'altra di pieno significato). Se/no danno appunto senno, senno di poi, ma la storia si fa con la ricerca, lo studio, la
documentazione e il suo crivello attraverso paradigmi critici, scepsi e contestualizzazione lontani dall'agiografia. Non con
la spettacolarizzazione mediatica-medianica. Il passato è già là, per ciò solo merita attenzione e rispetto; su di esso
ci sforziamo con intelligenza individuale e collettiva, con deontologia e strumenti scientifici, che vuol dire
innanzitutto energia etica, di far emergere pallidamente
aleteia verità, vale a dire ciò che per principio non si sottrae. A fatica
ci studiamo di gettarvi deboli sprazzi di luce, fune tesa tra le leggi della memoria e l'oblio, è
lavoro in fieri senza posa, un non-finito per antonomasia che ha però dei
paletti fermi. È disonesto fare storia con la clava del revisionismo
negazionista per opportunismo di fazione, pigliando come da una discarica la seggiola o il tavolo sgangherato che
possiamo riassestare, quando ci fa comodo, lasciando ammonticchiato
à la poubelle al macero, quello che non ci
appassiona, non ci va a genio. Talquali a soldati di ventura che si abbandonano al saccheggio. Tantomeno la si fa correttamente
col cerchiobottismo, col rovescismo dell'anti antifascismo.
Una e cento volte dovremmo domandarci perché a difendere la memoria dei comunisti siano rimasti o persone
che non sono mai state comuniste (si pensi a Bocca, per esempio, a Colombo, Santoro) o chi, venti e più anni
prima della caduta del muro di Berlino, in tanti casi poco più che
muchacho, aveva avuto la temerarietà di bruciare i
vascelli, talvolta pubblicamente e per di più istituzionalmente, precludendosi, guarda un po', carriere privilegi potere
prebende vitalizi; "prerogative" le chiamano gli spudorati. Senza bottino, senza prendere nulla per sé - mani nude pulite e
soprattutto, soprattutto vuote (Para todos todo, nada para
nosotros, lezione del Che) - ma non ha mai rinnegato né
salcielo potrebbe rinnegare nell'ora presente (sconfitta non implica resa, una resa politica incondizionata) gli ideali di una
repubblica platonica di libertà e giustizia, della fine dello sfruttamento, del ribaltamento del lavoro alienato. Il che
può essere ingenuo infantile fuoritempo o utopico, ma non è né criminale né complice di criminali.
Ciò vale maggiormente per Anello Poma: seppe essere un comunista quando esserlo voleva dire mettere avanti a
ogni cosa una concezione del mondo e dei rapporti tra gli esseri umani paritari orizzontali solidali, avendo come divisa
un progetto politico-educativo di redenzione. Quando esserlo voleva dire pagare di persona. "Continuate a lavorare
nella fede che la sofferenza immeritata è fonte di redenzione" (San Paolo, II Corinzi, 12,10). Chi scrive ha stampata
indelebile nella mente la sua amarezza condita di velato sarcasmo all'epoca dell'improvvido, per usare un eufemismo, conio
del sintagma "ragazzi di Salò", quando a Biella presentò il proprio libro "Una scrittura morale".
Chi scrive è andato a recuperare la propria agenda del
1974. Alla data del 23 dicembre ci sono poche parole
d'appunti: il proprio figlio di cinque mesi pesa 7 chili e mezzo... al
mattino si ferma a Borgosesia da Cino Moscatelli e mentre
mamma Maria è intenta a fare, bell'e d'impiedi, un'iniezione al commissario politico della Valsesia garibaldina (e gli vede... si
può ben immaginare cosa), gli passa furtivamente la fotocopia di una lettera in caratteri cirillici che proviene dal suo
dossier di polizia e che è stata letta presumibilmente soltanto dai secondini del carcere di Castelfranco Emilia... storia di
celle disadorne quella dei comunisti, spoglie, afflittive, sudari di patimento, tavolacci, buglioli, terra battuta... al
pomeriggio appuntamento a Pavignano Biellese da Anello Poma... minuto magrissimo acuti occhi cerulei di uno che sa
guardare dritto nel cielo, come dice nella sua affettuosa testimonianza nel libro Carla Gobetti, nei turni di guardia per attivare
uno sguardo sagittale verso imperturbabili congiunzioni siderali, luce zodiacale che rischiari la notte.
Va da lui per farsi aiutare nella ricerca sui combattenti volontari antifascisti in Spagna della nostra antica
provincia, la storica provincia ammantata di un'aura di leggenda, non ancora smembrata per ritorsione dal regime e poi una
seconda volta per interessi di bottega dai politicanti locali prima/seconda repubblica, destra/centro/sinistra ambidestri, ora
è un decennio. E anche qui possa valere, e vale, un solo nome per tutti i sessanta e più compagni: Nunzio Guerrini,
da Omegna, caduto col grado di tenente a Guadalajara, luogo di una sconfitta dei legionari fascisti, comandati da
Roatta, ad opera degli Internazionali. Mario Roatta, e la catena potrebbe continuare, responsabile dei campi di
concentramento per internati civili durante l'occupazione della Jugoslavia di Gonars in Friuli, di Arbe (Dalmazia),
quattromilacinquecento morti. Lui, scampato al giusto processo con la fuga e la compiacente ospitalità del
caudillo, morto nel proprio letto nel '68 a Roma.
Dall'assassinio dei liberalsocialisti Rosselli alle stragi di Stato, dei servizi deviati/paralleli/infiltrati/conniventi
interni/esterni/asserviti a stranieri multinazionali o
lobby, mafiose/malavitose/parafasciste di faida, ai piani golpisti, alle
trame segrete e palesi, alle strategie della tensione tra opposti estremismi più o meno pilotati, nessun colpevole,
nessun mandante. Memoria corta quella del dopoguerra, amputata; mancata punizione dei crimini fascisti, giustizia come
optional (alleato inconsapevole l'amnistia-amnesia Togliatti). Forse c'è una ragione per un passato che si ostina a non
passare e poi noi non vogliamo essere ammessi accatastati a quella necropoli, piano inclinato rugginoso per
incagliarvisi rovinosamente, dakhma dei parsi, torri del silenzio visitate da avvoltoi. Può essere tragico. Non ci stiamo.
Prenderanno così forma e contenuto i tre articoli su "Resistenza Unita" del 1975-76 ad opera dell'estensore di questa
nota. Verso di essi è stato fin troppo longanime il direttore dell'Istituto di Novara e del Verbano-Cusio-Ossola
Mauro Begozzi (chi fosse per caso punto da vaghezza può andare a sfogliare "Nuova Resistenza Unita"- Speciale Spagna
del gennaio-febbraio 2007 o compulsare il sito www.isrn.it).
Per quanto ogni nuovo versamento di documenti intrighi e si tramuti in scoperta. Ultimi esempi la splendida
fotografia del repubblicano federalista verbanese Giorgio Braccialarghe in Spagna o il
dépliant del "concerto per solisti"
della sezione della Fgci "Carletto Leonardi" di corso della Vittoria (la mitica "Zdanov") per il "Mese della Stampa
Democratica" del giugno 1950. Eseguono Carla Canevari alla fisarmonica, Guido Bosetto al violino, Isidoro Rabbi alla chitarra.
Rabbi, a memoria di Bosetto, sarebbe stato combattente nella guerra di Spagna. Tant'è che suonava lo strumento con
pizzicato da chitarra spagnola a la
vihuela, estensione tonale soprattutto alle note basse, alla
flat-top da flamenco, ritmi
jewish-flamenco sublimemente ibrido con schizzi
free, scherzi rumoristi anima ebraica
Zohar libro dello splendore, a tratti
più rapido sicché riusciva a mantenere una sottile vena malinconica sognante. Ricordava la
vandola, progenitrice della chitarra, ma già una chitarra a cinque corde, talvolta sei...
Qualche punto fermo. La guerra di Spagna rappresenta l'anello (toh, come il nome di Poma!) di congiunzione, pur
con tutti i distinguo della distanza temporale e del contesto, tra la battaglia degli anni 1919-1922 (quella fattasi sì
guerra civile, ci dice niente la tardiva medaglia al valore antifascista assegnata a Lumellogno "paese non italiano"?) contro
lo squadrismo agrario-industrial-fascista e la resistenza armata. La quasi totale provenienza dei combattenti
volontari antifranchisti dall'emigrazione economico-sociale-politica europea, specie dalla Francia (mitica emblematica
Salle Pléielle menzionata nella video-intervista da Poma). Conferma della persistenza della forza d'urto del movimento operaio e
contadino novarese.
Ancora un biellese, Pietro
Secchia, commissario generale delle brigate "Garibaldi" nella Resistenza italiana,
analizza un campione di circa millesettecento "dirigenti" militari e politici, deducendo che il 10 per cento di essi proviene
dall'esperienza spagnola (e non sono tra essi presi in considerazione alcuni, chessò, come Emilio Calderoni o Ettore
Maffioli e altri non garibaldini, per attenerci al nostro caso); si comprende così quanto significò per la Resistenza
italiana l'incunabolo della guerra di Spagna, alla quale parteciparono complessivamente soltanto (si fa per dire)
quattromila-cinquemila connazionali.
Da provinciale a internazionale, Anello Poma
"Italo" (italiano!) ci ha dato commiato nel 2001 e ci piace figurarci
con in bocca le parole di Saulo: "Ho combattuto la mia battaglia, ho conservato la fede". È sepolto a Biella, avvolto
nella bandiera del paese di cui era divenuto - mention
honorable - cittadino onorario, lui internato alla caduta della
Repubblica nei campi di concentramento di Gurs e del Vernet, consegnato nel 1940 dai collaborazionisti di Vichy alla
polizia fascista e tradotto al confino a Ventotene. Restrizione trasformata in accademia politica d'eccellenza (isola delle
Eolie in cui, mette conto ricordare, prese forma l'idea di Europa), insegnanti uomini come Curiel, Terracini, Pertini,
Jacometti, Li Causi, Secchia, Di Vittorio, Longo, Frausin, Scoccimarro...
Mala noche; sen vajan, sen vajan todos! Salud a tigo companero!
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